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IL PROGETTO DI GIZA

UN DISEGNO MATEMATICO E  ASTRONOMICO
di Loris Bagnara

ebook (epub) ISBN 9788890787409
ebook (kindle) ISBN 9788890787416

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" Sottoposte ad attenta analisi, le tre piramidi di Giza rivelano un sofisticato disegno che codifica molti chiari segnali: segnali che tradiscono una straordinaria padronanza delle tecniche costruttive e profonde conoscenze geometriche e matematiche, ponendo agli studiosi d'oggi una seria sfida. Qual è lo scopo d’un progetto tanto sofisticato? Sappiamo davvero tutto sull'antica civiltà egizia e sulle sue origini? "

IL PRIMO CAPITOLO IN ANTEPRIMA

posted Nov 1, 2012, 7:54 AM by Loris Bagnara   [ updated Nov 1, 2012, 12:02 PM ]

Capitolo 1
INTRODUZIONE

La moderna ricerca scientifica, qualunque sia la sfera di indagine, si articola in tre momenti fondamentali. In primo luogo avviene la raccolta dei dati tramite l'osservazione della realtà che costituisce l'oggetto dell'indagine. In secondo luogo avviene l'analisi dei dati raccolti, che vengono filtrati, scartati e ordinati in base ad uno schema di lavoro provvisorio. In terzo luogo viene formulata una serie di ipotesi, cioè una teoria, che possa rendere ragione dei fenomeni osservati e prevedere il verificarsi di fenomeni simili qualora si ripresentino determinate condizioni.

Vista così, la ricerca scientifica sembra un processo assolutamente oggettivo, dove non c'è spazio per l'arbitrio. Eppure, a ben vedere, la questione non è così scontata; tanto per cominciare, chi stabilisce quali siano i dati degni di essere raccolti e quali no? In altri termini, come si fa a sapere, all'inizio dell'indagine, quali dati siano pertinenti ai fenomeni che si vuole studiare? Infatti, potrebbe accadere di raccogliere un certo numero di elementi che poi, alla luce della teoria finale, si riveleranno affatto estranei ai fenomeni indagati; viceversa, potrebbe accadere che elementi importanti non siano raccolti perché ritenuti — erroneamente — trascurabili. È evidente che la scelta fra ciò che è pertinente e ciò che non lo è, non può che avvenire in base ad una premessa posta dal ricercatore, in virtù della quale egli prefigura quella che potrebbe essere la teoria esplicativa dei fenomeni indagati. In altre parole, ogni indagine scientifica è una specie di scommessa in cui si ipotizza all'inizio il risultato finale: si vince la scommessa quando, al termine del processo, ci si accorge che la migliore teoria esplicativa è proprio quella prefigurata; se così non è, bisogna correggere il tiro, riformulare l'ipotesi di lavoro e riavviare il processo. In altre parole ancora, potremmo dire che ogni scoperta scientifica non è altro che la conferma di ciò che già era stato intuito: quasi una riscoperta, dunque, come la intende Platone quando afferma che non si apprende mai nulla di nuovo, poiché la conoscenza è già in noi. La conclusione paradossale è che possiamo scoprire solo ciò che possiamo immaginare; non tutto ciò che immaginiamo è realtà scientifica, questo è ovvio, ma è anche vero che ciò che non riusciamo ad intuire non potrà mai divenire conoscenza, anche se fosse la più importante delle verità.

Da quanto detto si evince il dato, fondamentale, che l'indagine scientifica è anche un atto creativo: la conoscenza sarà tanto più innovativa quanto più azzardata è la «scommessa», cioè quanto più originale, imprevedibile, coraggiosa è l'ipotesi di lavoro iniziale; viceversa, se il ricercatore non ha il coraggio di guardare dove nessuno ha guardato, il frutto del suo lavoro non sarà gran cosa rispetto a quello che già si sa. Tutto sta nella capacità del ricercatore di saper pensare al di là di quello che è il paradigma scientifico imperante. Che cos'è il paradigma? In parole semplici, ma efficaci, potremmo dire che il paradigma è quel coacervo di pregiudizi in base al quale tutta una serie di fenomeni ha una spiegazione nota, su cui non v'è più bisogno di tornare in maniera rilevante, perché fondamentalmente valida (almeno tale è la convinzione); questo significa ad esempio che, in virtù del paradigma, già in partenza si sa — si è convinti di sapere — che la categoria di fenomeni «A» è in rapporto con la categoria di fenomeni «B», ma non quella «C», perché se lo fosse la teoria non sarebbe più valida. Pertanto, tutti quei dati che parrebbero mettere in relazione reciproca le categorie di fenomeni «A» e «C» non vale neppure la pena di raccoglierli: semplicemente, vanno rigettati a priori, perché già in partenza si sa — si è convinti di sapere — che non porteranno a nulla di utile.

Eppure è evidente che tale atteggiamento è ben poco scientifico: la scienza progredisce proprio quando si scopre che una teoria, già ritenuta valida, può essere sostituita da un'altra che non solo spiega meglio gli stessi fenomeni, ma considera tutta un'altra serie di fenomeni che nella vecchia teoria non trovavano posto. Può accadere talvolta che vi sia molta resistenza a rigettare la vecchia teoria (espressione dell'ortodossia) a favore della nuova teoria (espressione dell'eresia), ma prima o poi la nuova teoria, se veramente è valida, riesce ad affermarsi.

Per definizione, le teorie eretiche, qualunque sia la sfera di indagine, sorgono perché un ricercatore più avventato degli altri — o più coraggioso, a seconda dei punti di vista — intuisce che alcuni dati di provenienza diversa possono essere combinati fra loro in maniera inedita, cioè in qualche modo più o meno bizzarro e comunque non previsto dalle teorie ufficialmente riconosciute. In altre parole, l'esigenza di formulare una teoria eretica sorge quando un ricercatore si accorge che fra una serie di fenomeni e un'altra esiste una correlazione che non può essere attribuita al caso, e che tuttavia non trova spiegazione in base alle teorie attuali: di qui la necessità di escogitare altre soluzioni, altre teorie. Correlazione e caso: ecco due termini che compariranno spesso in questo libro. Si tratta di due concetti contrapposti: se accettiamo l'idea del caso, svanisce la correlazione; ma quanto è scientifico questo atteggiamento? Il «caso» è una spiegazione di comodo, che possiamo anche accettare in alcune circostanze, ma che è ben poco soddisfacente quando implica estrema improbabilità. Ecco un altro concetto chiave: la probabilità. Se gettassi cento volte un dado e registrassi per cinquanta volte l'uscita del numero 1, chi mi vieterebbe comunque di pensare che si sia trattato semplicemente di un caso? Dopo tutto, i successivi mille lanci potrebbero ristabilire gli equilibri... Visto in questi termini, il caso è un comodo ombrello capace di coprire anche gli eventi più incredibili; ma in verità, tornando all'esempio fatto, chi non penserebbe ad un dado truccato, piuttosto che all'azione del caso?

Questa premessa serve ad introdurre quello che è stato uno dei punti di partenza della mia ricerca: la scoperta di una correlazione, appunto; una correlazione impossibile secondo il punto di vista delle teorie attuali. Tutto cominciò come una semplice osservazione, quasi casuale, che si poteva — o meglio, si doveva — tranquillamente ignorare in virtù del paradigma scientifico vigente; ma questa piccola osservazione, che mi portava sul suolo dell'antico Egitto, con il tempo crebbe come un tarlo, sempre più, e per quanto tentassi di rimuoverlo — cercando di risolvere razionalmente il problema che rappresentava — questo tarlo finì piano piano per scavare nella mia mente profonde gallerie, collegando fatti e circostanze della storia antica in un modo che prima non avrei neppure avuto il coraggio di immaginare. E questo tarlo scavò a tal punto che un bel momento mi ritrovai completamente fuori dell'antico Egitto.

Una correlazione impossibile

L'unità di misura fondamentale nell'antico Egitto era il cubito reale, che equivaleva (secondo i rilievi effettuati dal grande archeologo inglese Sir W. M. Flinders Petrie su campioni rinvenuti) a circa 0,524 metri. Il nocciolo della questione sta proprio in questo numero: un bel giorno mi sono reso conto che 0,524 corrisponde, con buona approssimazione, a 1/6 del numero «pi greco» (Π),[1] oppure anche a 1/5 del numero «aureo» (Φ) elevato al quadrato.[2] Con espressione matematica abbiamo:

0,524  ≈  Π / 6  ≈  Φ2 / 5

Era a dir poco sorprendente che un'antichissima unità di misura fosse relazionata al nostro moderno metro attraverso i numeri Π e Φ: proprio i numeri Π e Φ, che secondo molti ricercatori sarebbero codificati nelle dimensioni della Grande Piramide di Giza (vedi Capitolo 2). È mai possibile, mi domandavo, che ogni qual volta si «scavi» intorno a Giza, quasi ad ogni colpo di pala saltino fuori i numeri Π e Φ?

E poi c'era qualcosa che non tornava: gli antichi egizi non potevano aver intenzionalmente calibrato il loro cubito per ottenere questo effetto, poiché ovviamente non conoscevano la nostra unità di misura, il metro; d'altra parte sappiamo benissimo come è stato originariamente definito il metro, vale a dire come 1/40.000.000 del meridiano terrestre, e quindi senza alcun rapporto intenzionale con più antiche unità di misura.[3]

Come se non ci fossero già abbastanza motivi di perplessità, ad un certo punto mi accorsi che una relazione simile — ancora una funzione di Π e Φ — legava il metro ad un'altra unità di misura, tuttora usata ma di antichissime origini: il pollice anglosassone. Questa è la relazione: metà del prodotto di Π per Φ vale quasi esattamente un pollice, espresso in centimetri. In forma matematica:

Π x Φ / 2 centimetri  ≈  2,542 centimetri  ≈  1 pollice

Infatti, il pollice anglosassone equivale a 2,54 centimetri, valore che differisce di pochissimo dal risultato dell'espressione sopra riportata. Possibile che si trattasse solo di una coincidenza fortuita, mi domandai ancora una volta? Comunque fosse, anche in questo caso si era certi — almeno così pareva — che la natura del rapporto fra metro e pollice non potesse essere intenzionale, poiché quando il pollice fu definito il metro ancora non esisteva, e quando invece il metro fu definito non si tennero in considerazione le unità di misura già esistenti.

Ce n'era abbastanza per far girare la testa; anche perché, poi, fra cubito, pollice e metro si veniva ad instaurare una relazione di tipo circolare: infatti, se cubito e metro erano in rapporto fra loro, e se pollice e metro erano in rapporto fra loro, ne conseguiva necessariamente che cubito e pollice fossero pure in rapporto fra loro; ma non riuscivo a immaginare cosa c'entrassero l'uno con l'altro il cubito reale egizio e il pollice anglosassone... Poi scoprii che alcuni ricercatori un nesso sembravano averlo trovato, sebbene la questione fosse piuttosto controversa: mi riferisco a coloro che sostengono l'esistenza del cubito «sacro» egizio (un cubito maggiorato, della lunghezza di circa 63,6 centimetri) che sarebbe stato utilizzato nel definire le dimensioni delle piramidi di Giza. Il fatto interessante è che le origini di questa corrente di pensiero risalgono nientemeno che a Isaac Newton, il quale per primo si era reso conto che esprimendo le dimensioni delle piramidi in pollici anglosassoni si ottenevano numeri significativi; anche se questo è stato poi in gran parte smentito dai rilievi eseguiti nel 1800 e nel 1900 (più accurati di quelli a disposizione ai tempi di Newton), è un dato di fatto che venticinque pollici anglosassoni fanno quasi esattamente un cubito sacro, e il cubito sacro (la cui effettiva esistenza non è mai stata provata) non è poi così estraneo alle unità di misura egizie storicamente documentate, poiché diciassette palmi egizi fanno esattamente due cubiti sacri (un cubito reale si divide in sette palmi); insomma, cubito sacro e cubito reale sono commensurabili (cioè il loro rapporto si può esprimere con una frazione esatta e semplice), e ciò lasciava supporre che tutta la questione potesse anche avere qualche fondamento.

Insomma, era una di quelle situazioni in cui tutti gli indizi ammiccavano l'uno all'altro e sembravano quadrare, benché ancora si continuasse a non capirci nulla... A questo punto mi era ancora più difficile credere che queste circostanze fossero puramente casuali: forse si trattava di vere e proprie correlazioni causali; tuttavia, occorreva chiarire in che modo si fossero stabilite tali correlazioni.

Ricapitoliamo. Il riferimento del cubito reale egizio e del pollice anglosassone ai numeri Π e Φ (tramite il metro) non può essere di natura intenzionale; d'altra parte, vista la precisione di tali riferimenti, è anche piuttosto improbabile che si tratti di un puro e semplice caso. Allora qual è il nesso in grado di rapportare le unità di misura più antiche (il cubito e il pollice anglosassone) con quella moderna (il metro) passando attraverso i numeri Π e Φ? Ebbene, il pianeta Terra è questo nesso. Ragioniamo: se cubito e metro sono in rapporto fra loro, se pollice e metro sono pure in rapporto fra loro, e se il metro si definisce in rapporto alle dimensioni della Terra, allora anche il cubito e il pollice si definiscono in rapporto alle dimensioni della Terra. Non ci sono altre soluzioni.

Fu questa conclusione che mi spinse a intraprendere un'indagine più approfondita sul sito di Giza.

Da Giza alla dimensione planetaria

Una correlazione di tipo matematico era stata la molla che mi aveva sollecitato, e fu proprio alla ricerca di altre simili correlazioni che cominciai a studiare il sito di Giza.

Mi interessava innanzitutto scoprire se davvero la Grande Piramide mostrasse l'evidenza di un progetto matematico-geometrico altamente sofisticato, come da tempo i ricercatori non ortodossi andavano affermando. Cosa volevo provare, con ciò? All'inizio nemmeno io sapevo dove mi avrebbe portato la ricerca: non avevo tesi da dimostrare o da confutare. Anzi, imponendomi un atteggiamento di massimo spirito critico volli verificare se le pretese relazioni matematiche apparentemente codificati nelle dimensioni della Grande Piramide non fossero piuttosto il frutto casuale dell'applicazione di metodi costruttivi semplici; in altri termini, poteva darsi che gli antichi egizi avessero eretto la Grande Piramide così com'è, solo per la ragione che in tal modo risultavano semplificate le procedure di cantiere per l'esecuzione e il controllo dei lavori? Poteva darsi, quindi, che i costruttori non fossero affatto consapevoli delle relazioni matematiche che determinate proporzioni generavano?[4]

Sembrava un'idea ragionevole, e che metteva a posto molte cose in accordo con l'ortodossia. Tuttavia, per quanto mi impegnassi a sviscerare la questione, esaminando una gran mole di possibili alternative, non mi riuscì di dimostrare che quelle particolari proporzioni scelte per la Grande Piramide fossero più vantaggiose di altre; anzi, alcune soluzioni molto simili a quella effettivamente adottata erano state ignorate pur essendo più semplici; e anche allargando l'indagine alle altre due piramidi maggiori il discorso non cambiava. Nessuna delle tre piramidi di Giza sembrava essere stata progettata nell'ottica di una semplificazione; al contrario, più studiavo e più mi trovavo di fronte a una sorprendente complessità che, lungi dall'essere casuale, sembrava invece attentamente cercata; addirittura, si profilavano i tratti di un disegno più generale, come se le tre piramidi fossero altrettante variazioni su un unico tema progettuale. Era difficile dubitare di ciò, vista la grande precisione — perfino straordinaria nel caso della Grande Piramide — con cui i monumenti furono edificati.

L'esistenza di un piano generale era un'altra di quelle questioni avversate dall'ortodossia: per gli egittologi la costruzione delle piramidi non seguì le linee di alcun progetto generale del sito; tutt'al più ciascuna piramide poteva essere semplicemente condizionata dai monumenti già edificati. Era una posizione altamente riduttiva, alla luce degli studi che avevo compiuto. Intrapresi così la seconda fase della ricerca con il medesimo spirito che mi aveva accompagnato nella prima: non dare nulla per scontato, verificare ogni affermazione ortodossa o eretica che fosse.

Ebbene, la verità è che, un po' alla volta, fui addirittura sopraffatto dalle prove che andavo raccogliendo, e che dimostravano al di là di ogni dubbio l'esistenza di un progetto generale di Giza: procedevo con la stessa emozione del cercatore d'oro che, trovato il filone, ad ogni colpo di piccone si trova sommerso da luccicanti pepite… Tuttavia ciò non bastava. Certo, ormai avevo elementi sufficienti per mettere in ridicolo ogni pretesa di negare l'esistenza di un progetto generale; ma a che serviva, se non ero in grado di precisare il significato di quel progetto? Non era sufficiente poter affermare che il progetto di Giza esisteva: bisognava anche spiegarne le ragioni profonde; in altri termini, bisognava scoprire il messaggio che vi era implicito. Di questo ero sempre più convinto: Giza non era stata disseminata di «pepite» solo perché i posteri si divertissero a ritrovarle. Se un simile sforzo era stato compiuto, doveva esserci una ragione seria.

Bisognava far parlare Giza; o meglio, probabilmente Giza stava già parlando, e quindi il problema era quello di scoprire in che lingua parlasse. Bisognava scoprire il codice di Giza. Fu a questo punto che rivolsi l'attenzione alle teorie di Bauval e Hancock, fondate sul principio della «correlazione stellare»: le tre piramidi di Giza corrispondevano alle tre stelle della Cintura di Orione. L'applicazione della chiave di lettura astronomica fu decisiva: partito dalle acquisizioni di Bauval e Hancock, giunsi poi a suggerire nuove correlazioni e a formulare tesi inedite, allargando il discorso sino alla dimensione planetaria. I risultati di quest'indagine sono raccolti nel mio primo libro Il segreto di Giza (Newton & Compton Editori, 2003).

In questo libro presento — per la prima volta in formato elettronico — il nucleo fondamentale di quelle ricerche, che ancora ritengo valido e attuale.


[1] Il numero Π vale 3,14159... e rappresenta il rapporto fra la lunghezza di una circonferenza e quella del suo diametro. La determinazione di Π fu oggetto di ricerca sin dai tempi più antichi. Il matematico e fisico greco Archimede (vissuto nel III secolo a.C.), per primo, riuscì a ottenere una buona approssimazione di Π con la frazione 22/7; solo in tempi moderni, in seguito all'introduzione dell'analisi matematica (nel XVII secolo) si giunse a risultati migliori.

[2] Il numero «aureo» è l'espressione della cosiddetta «sezione aurea», che è la divisione di un segmento in due parti tali che la parte maggiore sia medio proporzionale tra l'intero segmento e la parte minore; il rapporto fra l'intero segmento e la parte maggiore vale 1,61803…, e così pure il rapporto fra la parte maggiore e quella minore. La scoperta della sezione aurea è attribuita alla scuola di Pitagora (filosofo e matematico greco vissuto nel VI secolo a.C.), ma fu poi Keplero a darle questo nome. I greci fecero ampio uso del «rettangolo aureo» (un rettangolo avente per lati un segmento e la sua parte aurea), che divenne uno dei canoni estetici fondamentali dell'arte classica. Il numero aureo Φ ha proprietà particolari: se ad esso si aggiunge un'unità, si ottiene Φ elevato al quadrato; se invece ad esso si sottrae un'unità, si ottiene l'inverso di Φ (cioè 1/Φ). Come per Π, anche per Φ esistono frazioni semplici che possono approssimarne l'esatto valore; fra queste, le più interessanti sono quelle costruite sulla serie di Fibonacci (matematico pisano vissuto fra il XII e il XIII secolo). In tale serie ogni numero è dato dalla somma dei due che lo precedono: si ha quindi la sequenza: 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144, …; il rapporto fra un numero di Fibonacci e quello precedente fornisce un'approssimazione del valore di Φ, tanto migliore quanto più si procede nella serie. Una peculiare aura di mistero avvolge i numeri di Fibonacci, per la ragione che molto spesso li si ritrova nei fenomeni naturali.

[3] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/metro. È interessante ricordare un precedente tentativo di definire il metro come lunghezza di un pendolo il cui semiperiodo è pari ad un secondo (in realtà un pendolo lungo un metro ha un semiperiodo di 1,003 secondi).

[4] Vedi Georges GOYON Il segreto delle grandi piramidi, Newton Compton, quarta edizione, Roma, 1990, cap. III, pp. 63-65. L'autore esprime la convinzione che il rapporto fra mezzo lato di base e altezza della Grande Piramide fosse stato fissato sul comodo valore di 11/14 dai costruttori, inconsapevoli — ma lo erano davvero? — del fatto che tale rapporto rappresenta un'ottima approssimazione di Π/4. Altri autori hanno perfino avanzato complicate ipotesi basate sulla supposizione che gli egizi misurassero le dimensioni in piano contando i giri compiuti da una rotella metrica del diametro di un cubito (con la quale si sarebbe percorsa la distanza da misurare, appunto), mentre per le dimensioni in altezza avrebbero usato normali cordelle lineari.

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