Il turismo sessuale a Cuba.
 
Perché Cuba sprofonda nel commercio sessuale? Al primo caldo di stagione, antipasto della scorpacciata estiva, si pensa subito alle vacanze. Ma per Cuba - gli operatori si schermiscono immediatamente - c’è sempre già il “tutto esaurito”. Sole e mare da sogno, natura incontaminata? No. Sesso. In gran quantità, di ogni “qualità” e per tutti i “gusti”: eterosessuale, omosessuale e pedofilo. Bianche, nere e mulatte; ma anche bianchi, neri e mulatti, a volte è la formosità delle cubane a ingannare il cliente; ma in molti altri casi il ragazzetto o il bambino lo si cerca di morboso proposito. “Cuba libre” è davvero solo un cocktail, di sesso. ISOLA-BORDELLO Quando anni fa, all’Hotel Habana Libre della capitale isolana, il regista Sidney Pollack presentò il film Havana (Usa 1990) - un Casablanca caraibico ambientato al tramonto dell’epoca di Fulgencio Batista e alla vigilia della Rivoluzione dei barbudos -, la crème del giornalismo progressista iberoamericano si lanciò in invettive smodate verso quel fedifrago cineasta (che, impossibilitato a lavorare nel “paradiso della rivoluzione”, aveva girato le panoramiche cubane per procura), reo di aver taciuto il lustro del “nuovo corso” di Fidel, il libertador che aveva messo fine all’indecenza di un’isola ridotta a postribolo degli Stati Uniti d’America. Ma non era affatto vero e nell’isola lo si sa benissimo. Negli anni Cinquanta, il racket del gioco d’azzardo gestito dalla mafia italo-ebraico-americana era sì una piaga, ma la rivoluzione gli fece un baffo: una volta scesi i guevar-fidelisti dalla Sierra Maestra, il lucroso commercium delle carte, dei dadi e delle fiches si accasò in quel del Nevada, lo Stato più disabitato dell’Unione nordamericana, a Las Vegas: un altro lungometraggio, Bugsy (Usa 1991, regia di Barry Levinson), racconta la nascita di quel “casinò nel deserto”. Diversissima la questione dei bordelli. Esisteva certamente il Barrio de Colón, il quartiere a luci rosse de L’Avana dove i viveur statunitensi sfogavano gli ardori censurati a casa propria (così, fin dai tempi del proibizionismo, accadeva anche per il consumo massiccio, disinvolto e pubblico degli alcolici) e i marinai di mezzo mondo rompevano l’astinenza forzata da navigazione come in una qualunque Genova o in una qualsivoglia Amburgo. FALSITÀ BIGOTTE Ma tutto finiva là. Null’altro. La grande stampa statunitense, moralista e liberal, si era quindi creata la riserva mentale cubana per potervi scaricare tutte le proprie fantasticherie represse. Per uno strano scherzo della sorte fu dunque questo grande mito di carta stampata - finto e americano - a offrire il destro ai compañeros dalle antenne ritte e sempre ricettive, i quali s’improvvisarono liberatori della patria sfruttata e violentata dai norteamericanos capitalisti. Furono gli odiati nemici yankee a fornire la scusa per la sognata rivoluzione marxista-leninista e questo scherzetto è costato a Cuba quelle migliaia di vittime che Pascal Fontaine ricorda indicativamente (gli archivi del regime sono ancora inaccessibili) ne Il Libro nero del comunismo (trad. it. Mondadori, Milano 1998). Nel nuovo paradiso rosso la rivoluzione ha poi trasformato il falso mito dell’isola-lupanare in una triste e sordida realtà. Già, perché tutto il moralismo ideologico del socialismo reale, che continua a coprire di false glorie un sistema contracezionario per presunti traguardi sociali in realtà mai raggiunti, oggi, dopo la fine dei foraggiamenti sovietici, serve solo a coprire - e neppure tanto bene - la piaga della prostituzione selvaggia che stimola, secondo una squallida parodia del mercato di domanda e di offerta, un turismo di settore in forte e continua espansione. RICCHEZZA NEGATA Un Paese fertilissimo dove, a parte le ciliegie e le mele, cresce di tutto e le cui coste sono bagnate da un mare pescosissimo langue nella fame per l’inettitudine di un regime che sta toccando l’abisso. L’embargo statunitense, a parte il suo utilizzo propagandistico, c’entra ben poco. La miseria, invece, è una realtà quotidiana tremenda che la popolazione combatte vendendo quanto le è rimasto: la propria carne, merce che attira migliaia e migliaia di compratori fra cui spesso si distinguono purtroppo proprio gl’italiani. Dal punto di vista strettamente turistico, a L’Avana c’è ben poco da visitare; eppure c’è chi vi si reca cinque, sei anche sette volte l’anno e non solo d’estate. Finiti i tempi dei viaggi della “bandiera rossa”, in cui si andava a Cuba per ammirare i fuochi fatui del marxismo tropicale, ora l’isola è meta di habitué della seconda e pure terza età che, con quattro soldi in tasca (ma laggiù sembrano molti di più), comperano i corpi di un popolo avvilito. Dal canto loro, i cubani e le cubane, tradizionalmente piuttosto disinibiti, hanno trasformato la proverbiale affabilità latino-india in un mercimonio della sopravvivenza tanto sozzo quanto, pare, inevitabile. Tutto il mondo è paese, e tutta Cuba è oramai L’Avana: nessun luogo, neppure il più remoto, si salva oggi dalla peste di questo traffico. Il rito della nuova schiavitù inizia sin dall’aeroporto, dove donne, uomini, ragazzini e ragazzine si offrono al primo venuto più che al miglior offerente, vincendo in un lampo le inibizioni anche dei più timidi. OLTRE LA TAILANDIA Soprattutto dall’inizio degli anni Novanta del secolo appena concluso, quando il primo turismo commerciale e poco politico diffusosi nel decennio precedente si è trasformato in fretta e furia in business sessuale, l’isola è divenuta in un attimo la meta elettiva di chi, con quel passaparola del “veterano” che ottiene più successi di mille réclame costose e patinate, l’ha preferita alla più scomoda Tailandia delle nude girl e dell’“amore” sudato e comperato. A Cuba, il borghesuccio, l’industrialotto, quello della fabrichetta o addirittura il pensionato e perfino il giovanotto di più o meno belle speranze realizzano tutti i propri sogni proibiti senza tante remore. Ma popolo di romantici è il nostro: e così qualche italiano s’innamora e si sposa. Basta certificare di non essere già ammogliati e il regime si mostra generoso. Poi si passano gl’incartamenti all’ambasciata italiana e il gioco è bell’e fatto. Ritorno al Belpaese di gran carriera: ma, di solito, questo tipo di sodalizi durano poco. Nati come passioni rubate e retribuite, si trasformano spesso in divorzi dall’iter brevissimo e in disastri coniugali certi non appena i dollari delle tasche di “lui”, in Italia, ridiventano quelle lire leggerissime di cui “lei” a Cuba nemmeno sospettava. Oppure perché si fa avanti un più giovane e aitante concorrente, o perché le grandi differenze fra la vita di qui e quella di là polverizzano in un attimo quel “sogno” sbocciato all’ombra della vendita della propria intimità. E a tragedia si aggiunge così tragedia. Il castrismo sopporta, tollera, ignora, ma soprattutto non riesce neppure a immaginare come fermare un fenomeno di tali dimensioni. Di tanto in tanto organizza una retata, compie qualche arresto con deportazioni e di confino coatto di chi non vuole collaborare (com’è nel suo stile più classico), ma le ondate di nuove leve si susseguono a ritmo incontrollabile. REGIME DI POLIZIA La polizia adopera da sempre prostitute e prostituti come etère-meretrici di corte utili per controllare gli stranieri - e negli ultimi paradisi repressivi del pianeta questi confidenti particolari servono ancora. I piccoli rastrellamenti delle occasioni speciali, per esempio all’ora della visita del Papa a Cuba, sono servite solo a salvare la faccia. Ma, dopo qualche giorno, la ruota torna a girare come sempre. L’ultima moda poi è la cocaina, merce nuova per sogni nuovi. Nell’isola, la marijuana è il blasone dei finti artisti, dei falsi intellettuali e dei bohémien da strapazzo. La foglia di coca trattata per lo sballo è invece un tipico prodotto da esportazione: serve per gli stranieri, fa pendant con il sesso all’ingrosso delle nuove prostituzioni e frutta tanti tanti altri bei quattrini ai manutengoli del regime, ai pararivoluzionari del socialismo vedi-’o-mmare-quant’è-bbello e certamente anche al partito unico. Negli aeroporti internazionali di casa nostra, s’intensificano i controlli sui passeggeri dei voli provenienti da Cuba; e non solo per i famosi sigari che frodano il nostro monopolio di Stato. Gli unici forestieri di Cuba, insomma, sono i cittadini cubani: impediti, censurati e tenuti alla catena. Agli altri, ai grandi sherpa di quella valuta estera di cui il totalitarismo castrista postsovietico è golosissimo, tutto è concesso. Davvero proprio tutto.