Il progetto Varela.
 

Il “Varela Project” Attualmente la leadership di Castro non sembra essere in discussione. Una parte considerevole della popolazione americana, soprattutto all’interno del mondo imprenditoriale, chiede che venga tolto l’embargo su Cuba. Il trionfo dei repubblicani alle ultime elezioni di mezzo termine rischia di rinviare ad un futuro non ben definito l’apertura del mercato cubano al commercio internazionale. Nel novembre del 2002 le richiesta avanzata dall’opposizione per l’adozione di significative riforme dal punto di vista politico ed economico non è stata nemmeno presa in considerazione dall’Assemblea Nazionale. Il Presidente Fidel Castro ha così dimostrato di non essere disposto a cambiare il sistema vigente. Il fatto che l’Assemblea abbia in precedenza adottato una legge che aveva l’obiettivo dichiarato di allargare i margini di manovra delle cooperative agricole create da piccoli coltivatori dimostra che essa non è contraria alle riforme di per sé. Il progetto delle cooperative agricole era stato formulato “all’interno della rivoluzione” ed aveva ricevuto l’approvazione delle autorità più eminenti del partito. Il Varela Project, comprendente tutta una serie di richieste che avrebbero dovuto garantire un cambiamento sostanziale a livello politico, è stato redatto da un gruppo di dissidenti che il governo non ha tardato a bollare come “nemici della rivoluzione”. Il Presidente dell’Assemblea Ricardo Alarcon si è rifiutato di promuovere una discussione sul progetto solo perché esso “non faceva parte del programma dei lavori del giorno”. Le divisioni che sono emerse all’interno dell’opposizione non hanno garantito alla proposta l’incisività di cui aveva bisogno. L’opposizione si è battuta affinché il governo indicesse un referendum sulla base del quale i cubani si sarebbero potuti pronunciare su alcune questioni di notevole importanza. Tra queste, la convocazione di elezioni con la possibilità per l’elettore di scegliere tra più partiti, il problema di come tutelare la libertà di espressione, la concessione di un’amnistia per i prigionieri politici, una nuova legge elettorale, incentivi economici per i privati. L’attuale costituzione cubana prevede che l’Assemblea Nazionale possa indire un referendum qualora le venga presentata una petizione sottoscritta da almeno 10000 cittadini. Sulla petizione presentata dall’opposizione erano state apportate circa 11000 firme. C’erano pertanto tutte le condizioni per indire un referendum. Non solo il referendum in questione non è stato indetto, ma il governo ha deciso anche di presentare una propria petizione con la quale si proponeva di trasformare la formula del partito unico in un dettame della costituzione. Le riforme previste dal Varela Project appaiono difficilmente attuabili nell’attuale contesto politico ed economico di Cuba. Le violazioni dei diritti umani Con lo scopo di dimostrare che non ha intenzione di ignorare del tutto le richieste avanzate dai gruppi dissidenti il governo ha rimesso in libertà Oscar Elias Biscet, il quale era stato in prigione per tre anni per aver organizzato una protesta contro Castro. Un altro dissidente, Vladimiro Roca, è stato rilasciato dalle autorità carcerarie in occasione del viaggio dell’ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter a Cuba. Le pratiche liberticide, i processi farsa contro gli oppositori, le esecuzioni capitali sono all’ordine del giorno. In ogni isolato delle strade dell’Avana o di Santiago si aggirano comitati per la vigilancia con il compito di denunciare al partito ogni trasgressione della disciplina rivoluzionaria. Gli intellettuali sono sotto continua osservazione, gli oppositori processati per tradimento e gli omosessuali messi in prigione. Castro accusa i dissidenti di essere “agenti degli Stati Uniti” e di ricevere in continuazione sovvenzioni economiche da Washington. Il Parlamento Europeo ha dichiarato un dissidente cubano, Oswaldo Paya, vincitore del premio Sakharov per i diritti umani e la libertà di parola. Questi è stato tra i promotori della petizione Varela Project. La cerimonia di premiazione si è tenuta lo scorso dicembre prossimo a Strasburgo e Paya, fondatore nel 1987 del Movimento di Liberazione Cristiana, ha dovuto chiedere il permesso del governo per potervi assistere. Il premio conferito a Paya è un monito a Castro affinché sappia che l’Unione Europea cambierà il suo atteggiamento nei confronti di Castro solo quando il rispetto dei diritti umani sarà pienamente garantito a Cuba. Il rilascio di Elias è un primo passo in questa direzione. I dissidenti chiedono che i governi europei cessino di concedere crediti al regime e proibiscano alle loro aziende di intrattenere rapporti di collaborazione con Cuba almeno fino a quando non verranno liberati i prigionieri politici. Ad aprile il traghetto Baragua che collegava L’Avana con la periferia è stato sequestrato. L’obiettivo dei sequestratori era quello di servirsene per fuggire negli Stati Uniti. A circa 30 miglia dalle coste cubane, in acque internazionali, l’imbarcazione è rimasta senza combustibile. I principali responsabili sono stati sottoposti ad una procedura di accertamento giudiziario sommaria e successivamente condannati a morte per “gravi atti di terrorismo”. Quattro complici hanno subito l’ergastolo. Il processo nei confronti dei sequestratori è durato tre giorni e le sentenze hanno ricevuto immediata approvazione da parte del Consiglio di Stato e del Tribunale Supremo. Un mese prima un Dc 3 con 31 persone a bordo in volo tra Gerona e L’Avana era stato dirottato verso la Florida. Secondo il quotidiano di regime “Granma” il fenomeno dei ripetuti sequestri trae la sua ragion d’essere dall’atteggiamento deliberato ed infame del governo degli Stati Uniti il quale concede sistematicamente l’impunità ai sequestratori nonostante questi minaccino di uccidere gli ostaggi e ricorrano al terrorismo. All’indomani della fucilazione di tre dissidenti nell’aprile scorso il Papa ha voluto esprimere a Castro il suo profondo dolore per le condanne a morte ed ha esortato il regime cubano ad un “significativo gesto di clemenza” per i dissidenti attualmente detenuti. La lettera, indirizzata al lider maximo, è stata firmata dal cardinale Sodano, segretario di stato della Santa Sede. Per tutta risposta Castro ha sottolineato che “l’ondata dei dirottamenti doveva essere fermata con fermezza e che nessuno avrebbe potuto ricevere clemenza dal suo governo dopo aver commesso atti simili”. Dopo di che, ha rincarato la dose contro il nemico di sempre, gli Stati Uniti: “Washington intende provocare un conflitto armato tra Cuba e gli Stati Uniti al fine di arrestare la rivoluzione”. Un’ondata repressiva senza precedenti con 79 dissidenti bollati dal regime come “terroristi controrivoluzionari”, processati con procedura sommaria e condannati a molti anni di carcere ha riacceso la discussione sul regime castrista. In Italia Pietro Ingrao ha duramente criticato l’operato del regime castrista, costatando che a Cuba non sono tutelati i diritti di parola, di organizzazione e di lotta politica. La repressione castrista, a suo parere, metterebbe a repentaglio il futuro del grande movimento pacifista internazionale, unica alternativa alla dottrina Bush della guerra preventiva. Dello stesso parere Fausto Bertinotti: “proprio perché sono amico di Fidel, proprio perché Cuba non è un modello astratto ma è parte integrante del nostro destino, ritengo che questo giro di vite, queste condanne a morte vadano criticate”. Ed ha chiarito ulteriormente: “sono piombo sulle ali del movimento pacifista; si tratta di atti incongrui e contraddittori all’interno di un percorso rivoluzionario nel quale credo”. Il contesto non basta a giustificare questa sanguinosa repressione: nonostante l’incaricato d’affari a Cuba James Cason abbia dichiarato pubblicamente di voler finanziare l’opposizione anticastrista il “gioco sporco dell’amministrazione Bush” non è bastato a sollevare il regime dalle critiche che gli vengono rivolte dalle forze di sinistra che operano negli altri paesi. Il dissidente cubano Carlos Franqui sostiene che la sinistra italiana conosce da sempre la situazione dei diritti umani a Cuba e che ha preferito girare la testa dall’altra parte in nome dell’antiamericanismo. Sandro Viola ha definito il regime cubano come “un reperto delle ideologie fallite del novecento, un rottame del sovietismo, una dittatura senza spiragli”. In occasione delle elezioni legislative del 19 gennaio Oswaldo Paya, di ritorno dalla Francia dove aveva appena ritirato il premio Sakharov, ha esortato i cubani a lasciare la scheda bianca. Un simile voto di protesta avrebbe potuto boicottare l’esito delle elezioni. In pochi hanno seguito il suo consiglio. Cuba e la comunità internazionale L’Unione Europea e il Canada si sono dichiarate favorevoli ad accentuare le loro relazioni commerciali con Cuba. L’obiettivo che intendono perseguire nel breve è quello di attirare gli investimenti esteri nell’isola. Perché ciò accada è necessario che l’embargo economico promosso dagli Stati Uniti cessi o perlomeno venga attutito. Attualmente non c’è la volontà politica per farlo. All’indomani della condanna di quattro dissidenti - nonostante il Primo Ministro Jean Chretien avesse cercato di intercedere per loro - il Canada aveva deciso di interrompere ogni relazione commerciale con Cuba in segno di protesta. Il rilascio di Roca ha spinto il governo canadese a normalizzare le sue relazioni con l’isola. La ripresa del dialogo tra i due paesi è stata infine sancita da un viaggio del ministro degli esteri canadese Denis Paradis a Cuba. Nonostante al loro interno ampi strati della popolazione vogliano eliminare l’embargo gli Stati Uniti non sembrano intenzionati ad aprire spiragli di collaborazione con il regime castrista. La preparazione della guerra in Iraq non ha impedito all’amministrazione Bush di continuare ad esercitare una forte pressione su Cuba. Il consigliere del segretario di stato Otto Reich è convinto che il regime cubano stia cercando di sviluppare armi di distruzione di massa. I cubani si difendono da questa accusa sostenendo che le indiscrezioni trapelate dall’apparato di intelligence americano non forniscono prove concrete ma costituiscono uno strumento di propaganda nelle mani delle forze capitaliste. Sebbene l’attuale amministrazione in passato si sia dichiarata favorevole al principio secondo cui ogni riforma del regime cubano avrebbe dovuto seguire un percorso pacifico e il cambiamento di regime sarebbe dovuto avvenire democraticamente e senza interferenze da parte della comunità internazionale, il nuovo incaricato d’affari americano presso l’Avana James Cason ritiene che il governo cubano non sia disposto ad intraprendere il cammino delle riforme. La conferma di Jeb Bush come governatore della Florida all’indomani delle elezioni del 5 novembre scorso rende probabile un’attenuazione della pressione americana sul regime castrista. La rapidità con la quale americani inglesi e polacchi hanno sbaragliato le truppe irachene ha avuto un forte impatto sugli stati canaglia in generale e su Cuba in particolare. Si è presto diffusa tra i cubani la convinzione di essere il prossimo bersaglio. Di fronte al crescente isolamento in cui la comunità internazionale lo pone il regime castrista ha reagito con una dura repressione dei dissidenti. Gli organi di informazione cubani hanno volontariamente tralasciato di mostrare le immagini della distruzione della statua di Saddam Houssein ed hanno focalizzato la loro attenzione sulle sofferenze che l’intervento militare ha arrecato alla popolazione locale. L’attribuzione del premio Sakharov ad un dissidente sta a dimostrare che anche gli europei stanno perdendo la pazienza con Castro. Conclusioni L’esito positivo dell’operazione Iraqi Freedom aumenta la pressione sul regime catrista. Né Washington né tantomeno l’Avana hanno interesse a che la situazione precipiti. L’eventualità di una crisi appare – almeno nell’immediato – molto poco probabile. Detto ciò, il già precario equilibrio rischia di infrangersi da un momento all’altro. Qualora Castro commettesse il grave errore di non cogliere i vantaggi che gli derivano dalle recenti aperture di una parte del blocco occidentale (Canada ed Unione Europea) Cuba rischierebbe di essere volutamente isolata da una comunità internazionale che ha nella diplomazia del dollaro il suo credo. Un atteggiamento di tolleranza nei confronti dell’opposizione, la garanzia di un pluralismo politico nonché dei diritti fondamentali dell’individuo dimostrerebbero la volontà di Castro di collaborare. Nel caso contrario, quella della crisi non sarebbe un’ipotesi del tutto infondata.