Sogni cubani.
 

LA FINE DEL "SOGNO CUBANO" E LA REALTÀ DI UN REGIME SPIETATO

Tentare di giustificare gli ultimi gesti di repressione con la motivazione che i problemi di Cuba si devono all’embargo americano è pretestuoso, e soprattutto ingiusto nei confronti di tante vittime innocenti.


A chiunque conosca sia pure sommariamente la storia di Cuba, della sua "rivoluzione", di Fidel Castro, fa un certo effetto la polemica di queste settimane, suscitate dalla condanna a morte, immediatamente eseguita, di tre cittadini cubani che per raggiungere clandestinamente la costa degli Stati Uniti avevano tentato di dirottare una nave, e quella per complessivi 1.500 anni di reclusione pronunciata contro 75 dissidenti politici.

Quella polemica fa effetto per una ragione molto semplice: perché quasi fin dall’inizio, cioè da ormai quarant’anni (Fidel aveva preso il potere all’Avana il 1° gennaio 1959), tutto il mondo sa che il regime comunista cubano è fondato sulla durissima, continua repressione degli avversari politici, a cominciare da quelli "interni", i vecchi dirigenti e militanti del partito comunista cubano, o addirittura dai compagni della guerriglia che per un qualche motivo dissentivano dalla conduzione del potere e soprattutto del partito unico. Il partito era Fidel, e nessun altro.

Nel 1964 la sorella del líder maximo, Juanita Castro, scappò negli Usa accusando il fratello di essere divenuto un "dittatore": così ricorda nel suo libro, L’occhio del barracuda (Feltrinelli, 1995), Saverio Tutino, per anni corrispondente dell’Unità dall’Avana, uno degli intellettuali comunisti che hanno vissuto con maggiore intensità, passione e intelligenza l’avventura del castrismo. In quel libro annota: «Rileggendo il mio diario, a distanza di molti anni, mi rendo conto che fra il 1964 e il 1965 ho vissuto a Cuba il tramonto della rivoluzione castrista. Quel momento in cui l’onda lunga si spegne e l’acqua comincia a ritirarsi. A Cuba, in quei due anni, Fidel cominciò a gettare le basi di un regime personale».

La vittima più illustre di quella svolta personalistica fu il "Che" Guevara, la cui improvvisa scomparsa dall’Avana (dove era il potente ministro dell’Industria) nella primavera del 1965 aprì una storia misteriosa, conclusa tragicamente il 9 ottobre del 1967 con la sua morte in Bolivia. Perché l’eroe della guerriglia cubana se n’era andato, senza lasciare tracce né dare notizie di sé per due anni? Fra lui e Fidel si era aperto un dissidio fondamentale sulla strategia rivoluzionaria; egli pensava che si dovessero suscitare nel Terzo Mondo, a cominciare dall’America latina, tante guerriglie nazionali sul grande modello della rivoluzione contadina cinese contro l’imperialismo; Fidel era ormai prigioniero dell’alleanza protettiva con l’Urss, accentuatasi necessariamente dopo la "crisi dei missili" del novembre ’62, quando mai come prima era apparsa chiara la necessità, per Cuba, di non contestare la politica kruscioviana nella "guerra fredda" con gli Stati Uniti; e dunque di non creare altri motivi di attrito con Washington.

Fidel Castro è un dittatore, che sa essere spietato. Tentare di giustificare gli ultimi gesti di repressione violenta di un regime rimasto isolato, privo di alleati e protettori, e impotente a risolvere i problemi sociali ed economici che esso stesso ha creato al suo popolo, con la motivazione che colpevole di tutto ciò è l’embargo statunitense, è pretestuoso, inutile e soprattutto ingiusto nei confronti di tante vittime di un’indifendibile dittatura.

Che il "sogno" cubano di molti intellettuali e "rivoluzionari" europei abbia lasciato qualche nostalgia a sinistra si può capire; ma non l’ostinazione di chi pensa che in nome di una qualsiasi "rivoluzione" si possano impunemente calpestare i diritti umani.