Rivoluzione in sud america.
 

Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel discorso pronunciato in occasione del giuramento dei ministri, ha annunciato che intende procedere a un vasto programma di nazionalizzazioni, arrivando ad affermare che «tutto quello che è privatizzato sarà nazionalizzato.

Chavez ha citato in particolare i settori dell'energia elettrica e della telefonia, preconizzando inoltre che la Banca centrale venezuelana dovrà perdere la sua autonomia. Il capo dello Stato ha precisato che presenterà un testo di legge in base al quale il Parlamento gli affiderà poteri speciali, tali tra l'altro di consentirgli di assumere il controllo dei settori strategici dell'economia, considerati di importanza vitale per la sicurezza e la difesa del Paese. Più in generale, egli vuole riformare «in profondità» la Costituzione, per andare verso una «Repubblica Socialista del Venezuela», in sostituzione dell'attuale «Repubblica Bolivariana del Venezuela». Tra le imprese che Chavez intende nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (EDC) e la Compania Anonima Nacional Telefonos de Venezuela (CANTV). Passeranno inoltre sotto la mano pubblica tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta Cintura Petrolifera dell'Orinoco, ora controllate da compagnie straniere. Il solo annuncio, ha sferrato un duro colpo alla Borsa di Caracas che, dopo aver chiuso l'anno al massimo storico (+156% nel 2006), è crollata a -18,96%, mentre le azioni della CANTV perdevano 30,27 punti e le operazioni su quelle dell'impresa Electricidad de Caracas sono state sospese quando hanno superato quota -20%.

Nello stesso tempo, a Washington, Gordon Johndroe, uno dei portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha avvertito che nel caso Chavez concretizzasse il suo proposito, «le imprese USA colpite dovranno essere compensate in modo rapido e giusto». La CANTV è controllata dalla multinazionale USA Verizom con il 28,5% delle azioni. Ne fanno parte anche la Telefonica spagnola, lo stesso governo venezuelano e i suoi dipendenti. Il leader del Venezuela, apertamente, anti-americano, stà suscitando scalpore e preoccupazione col suo progetto di Repubblica Socialista. L'opposizione ha accusato Chavez, al potere dal 1999, di voler trasformare il quarto esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti in un'economia centralizzata sullo stile di Cuba. Chavez, che a dicembre ha ottenuto il 63% delle preferenze, ha fornito ulteriori elementi per un parallelo con Fidel Castro formando un partito unico per guidare la sua rivoluzione, ma insiste sul fatto che tollererà sempre l'opposizione.

«Combattente delle cause giuste», «fratello», «rivoluzionario». E dopo la ratifica di una serie di accordi nei settori energetico ed industriale, anche alleato per una nuova politica di «integrazione dei popoli e costruzione di un mondo bipolare». Il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato accolto da Hugo Chavez, al suo arrivo a Caracas, al grido di «Morte all’imperialismo USA !». I due capi di Stato si sono riuniti nel palazzo presidenziale di Miraflores, nella capitale venezuelana. L'incontro si è concluso con la firma di una serie di accordi strategici relativi ai settori energetico ed industriale. I due presidenti hanno detto di essere pronti a spendere miliardi di dollari per aiutare i paesi del mondo a liberarsi dal dominio americano. La strana coppia, Chavez e Ahmadinejad, ha anche rivelato l'esistenza di progetti per realizzare un fondo congiunto del valore di 2 miliardi di dollari per il finanziamento di investimenti in Iran ed in Venezuela. Tali fondi dovranno servire anche alla realizzazione di progetti in paesi terzi amici. Chavez e Ahmadinejad hanno poi auspicato nuove riduzioni della produzione di greggio da parte dei paesi OPEC, per salvaguardare gli attuali livelli del prezzo dell'oro nero, sceso del 14% dall'inizio dell'anno. I due leader si sono impegnati a «decuplicare gli sforzi» per convincere l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio della bontà delle loro ragioni. Il presidente venezuelano ha aggiunto che i due paesi «continueranno ad agire come sempre e a parlare con una stessa voce». Il presidente iraniano ha iniziato così i quattro giorni di visita in America Latina alla ricerca di partnership economiche e politiche. Destinazioni: Nicaragua, attualmente presiduto dall'ex guerrigliero marxista, Daniel Ortega; Ecuador, per partecipare alla cerimonia di investitura del neo-presidente Rafael Correa, un economista di sinistra; Bolivia, per un incontro con il presidente socialista boliviano Evo Morales.

La visita del dittatore iraniano ha suscitato però anche qualche critica. Come quella del brasiliano Lula, che ha messo in guardia dal «flirt con l'autoritarismo» del presidente venezuelano. Chavez, da parte sua, tutto preso dalla sua retorica socialista, dopo Castro, Che Guevara e Mao Tse-Tung, ha aggiunto alla sua lista di riferimenti ideologici Trotzki e due italiani: Antonio Gramsci e Toni Negri. Confermando la sua ferma intenzione di trasformare il Venezuela in una sorta di Unione Sovietica vecchio stampo, leninista e trotzkista. Del rivale di Stalin esalta il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico, promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l'abbattimento della proprietà privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L'idea del profitto rimane, ma «liberata» dai legami con la produttività. La formula è quella del «guadagno per tutti», da realizzare mediante la direzione delle aziende da parte dei “consejos obreros”, (consigli di fabbrica), che dovranno prendere in mano i rapporti con i Comuni e, in particolare, gestire le tasse. In pratica, dirigere. Il concetto è tradotto paro paro dal russo, dal termine “soviet”, che è rimasto nella «ragione sociale» dell'ex-URSS fino alla sua dissoluzione, ma che già al principio degli anni Venti, il partito di Lenin, Stalin e Trotzki aveva collocato, come pratica, in soffitta. Il portavoce di Chavez, il ministro del Lavoro José Ramon Rivero, ha evitato di usare il termine soviet, precisando che i consejos verranno «riadattati alla realtà nazionale». Pressappoco come l'amato modello di Chavez, Fidel Castro, aveva proclamato di voler fare a Cuba.

Il programma di Chavez si prospetta dunque come il tentativo di un ritorno alle primissime esperienze del comunismo, come fanno intendere alcuni slogan “arcaici” ripresidal presidente venezuelano: «Tutto il Potere ai Consigli» e «Socialismo o Muerte». Uno dei fogli superstiti dell'opposizione, Tal Cual, è uscito con un fondo dal titolo «Il Monarca», in cui denuncia come il «socialismo del ventunesimo secolo» promesso da Chavez stia degenerando rapidamente in nazional-comunismo (nazi-comunismo, ndr). Mentre, incredibilmente, la pagina finanziaria del New Yorker rassicura gli investitori che il Venezuela rimane un Paese aperto e promettente per gli investimenti stranieri, grazie anche al dilagare del consumismo dovuto al prezzo del petrolio quintuplicato da quando Chavez è al potere. «Sebbene la sua retorica non sarebbe fuori posto nel Libro Rosso di Mao, la vita per molti venezuelani assomiglia di più al catalogo di Neiman-Marcus» e dei negozi di lusso. Il titolo dell'articolo è «Sinergie col Diavolo» (l'epiteto che Chavez adopera a proposito di Bush) ed è illustrata da un disegno con la falce e il martello costituita la prima dal getto del petrolio da un barile e il secondo da un braccio che regge un pacco di dollari.

Secondo Lula: «Chavez sta superando i confini della democrazia, perderà l'appoggio dei settori moderati della sinistra mondiale e finirà prigioniero delle correnti più estremiste. Il suo piano di nazionalizzazione delle imprese ridurrà gli investimenti esteri, porterà recessione a tutto il Sud America, bloccherà il processo di integrazione economica continentale e rischia di isolare completamente il Venezuela nel mondo». Nel frattempo, il nuovo presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, si è insediato facendo appello all' Unione Latino-Americana, alla presenza attiva ed entusiasta del collega iraniano fondamentalista. Circondato e confortato dai suoi compagni della nouvelle vague di sinistra del Sud America, dal boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo Chavez, Correa ha annunciato: “I nostri Paesi si stanno liberando e muovono verso un’integrazione continentale. Non negozieremo più con nessuno la dignità della patria, perché la fine dell'illusione neoliberale significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello cui ci troviamo di fronte non è semplicemente un'epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca”.

È vero che l'esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. “Sotto il mantello del libero mercato e delle privatizzazioni” - ha continuato Correa - "con il totale appoggio degli organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un'illusione tecnologica, che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del sistema democratico». Correa ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come economista. La sua «ricetta» è quasi identica a quella dei suoi colleghi della rivoluzione neo-socialista, con la differenza che, mentre il Venezuela da alcuni anni «nuota nei petrodollari», la Bolivia può nazionalizzzare i suoi giacimenti, all'Ecuador queste risorse mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato USA.

L'Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha sostenuto che questo è un diritto, «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui c'è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia, annuncerà di aderire a questa cancellazione. Il neopresidente ha firmato subito un decreto con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione dovrà decidere se istituire un'Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una nuova costituzione. Il neopresidente ha poi sottoscritto un altro decreto col quale ha stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo, autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese (il governo di Correa è composto di 17 ministri, tra i quali otto donne (una è india); tra gli uomini, per la prima volta, vi è anche un afro-ecuadoregno).

Ahmadinejad ha concluso a Quito il suo viaggio latinoamericano iniziato con gli abbracci di Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva una rappresentanza diplomatica a Managua. Ortega ha invocato un “nuovo cammino” per lottare contro povertà e analfabetismo perché “il modello liberista non è riuscito a risolvere i problemi della gente”, quando, dopo la cerimonia di investitura, insieme con Chavez e Morales, si è trasferito nella piazza più grande di Managua, gremita da oltre 100.000 simpatizzanti, provenienti da tutto il Paese. Ortega ha snocciolato alcune cifre: l'80% della popolazione è povera, l'1,5% dei 5,4 milioni di abitanti fa la fame ed il 35% sono analfabeti, mentre “quando io ho lasciato il governo nel 1990 era solo il 12%”. Il leader del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLNn), tornato al potere dopo 17 anni e tre elezioni perdute, ha comunque assicurato che terrà conto delle proposte di banchieri ed imprenditori "poiché solo l'unità può portare alla vittoria" e che manterrà l'accordo di libero commercio con gli USA, “pur se dovrà essere rivisto, perché svantaggioso per il Nicaragua”.

Ha poi anche annunciato l'adesione all'ALBA, l'Alternativa Bolivariana delle Americhe, ideata da Chavez, con il quale ha firmato un accordo decondo cui Caracas si impegna a far fronte ai problemi del settore energetico e alla lotta alla fame. Ortega ha arringato la folla dicendo che “quando diciamo Nicaragua Trionfa (nome dell'alleanza elettorale guidata dal FSLN), intendiamo che vogliamo vincere per farla finita con questo capitalismo selvaggio”. Ha Ppoi avvertito i nicaraguensi che il 5 novembre prossimo saranno chiamati a scegliere tra la continuità di un modello economico neoliberista e un mercato giusto, promosso dal FSLN.

Data articolo: aprile 2007
Fonti: l'Unità online, Il Giornale online, Peacereporter