Libertà dei giornalisti.
 

Rivero e Gonzales, il dissenso zittito a Cuba
Sono rinchiusi in carcere dal marzo del 2003. Il Corriere ricorda la loro vicenda per il "Jailed journalists' support Day"
Di FRANCESCO VERONESI
Attualmente sono 128 i giornalisti in carcere in tutto il mondo. Si sono macchiati del più grave reato che possa essere commesso: quello di cercare di raccontare la verità, dare un nome agli episodi, un contesto ai fatti, responsabilità alle azioni. E questo molto spesso non può essere tollerato da regimi e governi, che ricorrono così all'opzione repressiva, quella più sbrigativa e conveniente. Questa pratica - zittire la voce di dissenso invece di cercare di capire le motivazioni che l'hanno spinta alla denuncia - è sempre esistita. Non ne sono state esenti le cosiddette grandi democrazie occidentali, laddove il tanto sbandierato diritto alla libertà di stampa molto viene messo in secondo piano rispetto alle esigenze di governo, non ne fanno eccezione, come è logico aspettarsi, quei Paesi dove i diritti e le libertà personali sono compresse e calpestate quotidianamente.
Guidano questa triste classifica due Nazioni che, per ragioni storiche differenti, hanno rinnegato il diritto alla libera espressione dei singoli cittadini e di riverbero la libertà di stampa. Al momento sia in Cina che a Cuba 26 giornalisti si trovano a languire nelle prigioni di Stato. Si tratta di persone che hanno deliberatamente scelto di sfidare l'imposizione di regime, gente che, consapevole delle conseguenze, ha deciso di gridare al mondo il proprio dissenso e di pagarne a caro prezzo il conto: la perdita della propria libertà.
La storia di due giornalisti cubani, incarcerati a quarantott'ore di distanza uno dopo l'altro nel marzo del 2003, in qualche modo rappresenta la parola dell'intera rivoluzione castrista. Nata per liberarsi dall'oppressione del regime filoamericano di Batista, con il passare degli anni - complice anche un embargo voluto da Washington che ha messo in ginocchio l'economia e la qualità della vita del Paese - non ha fatto altro che rinnegare le sue motivazioni originarie, diventando la semplice parodia di se stessa.
Gli arresti di Ricardo Gonzalez Alfonso e Raul Rivero, avvenuti rispettivamente il 18 e i 20 marzo del 2003 non giungono inaspettati. I due reporter, entrambi di nazionalità cubana, sono stati da sempre due voci fuori dal coro, tollerate dal regime con grande difficoltà. Entrambi avevano già avuto a che fare con la giustizia: Gonzales Alfonso era già stato fermato nell'ottobre del 1997, durante una delle tante ondate repressive del regime castrista; Rivero era stato censurato e minacciato più volte e solo grazie alla sua fama internazionale - è riconosciuto come il più grande poeta cubano vivente - era riuscito ad evitare il carcere. Ma il giro di vite voluto dal governo cubano nella primavera del 2003, come risposta ad un deterioramento - lento ma progressivo - della situazione economica del Paese, spinge le autorità ad una serie di arresti contro le ormai poche voci del dissenso ancora in libertà. Il processo farsa ai due giornalisti viene viene celebrato il 4 aprile, in un'unica grottesca udienza. Di fronte alle accuse rivolte ai due reporter - di «costituire una seria minaccia per l'ordine sociale di Cuba» e di essere «in busta paga degli Stati Uniti» - la difesa ha poco di ridire, visto che si tratta di prese di posizioni assolutamente soggettive non supportare da un qualsivoglia minimo straccio di prova. Il procuratore chiede l'ergastolo per entrambi. La Corte recepisce il castello accusatorio ma diminuisce la pena, che pure risulta particolarmente pesante: 20 anni di carcere a testa per violazione dell'articolo 91 del codice penale, che punisce chiunque agisca «nell'interesse di un Paese straniero contro l'indipendenza cubana e la sua integrità territoriale». Ai due vengono attribuite pure le aggravanti, contemplate nell'articolo 53: quella di «agire all'interno di un gruppo di tre o più persone», quella di «agire per profitto o sulla base di ragioni frivole» e quella infine di «compiere azioni che hanno provocato serie conseguenze».
Raul Rivero nasce da una famiglia di piccoli agricoltori a Morron, una cittadina nella zona centrale dell'isola nel 1945. Sin da adolescente ha una grande passione per la scrittura.
Trasferitosi a L'Havana nel 1959, fa parte della prima classe di 21 laureati della neonata facoltà di giornalismo dell'università della capitale cubana. Le sue prime esperienze sono nel giornale dell'ateneo e nel settimanale Juventude Rebelde. È qui che deve fare i conti, per la prima volta, con il problema costituito dall'essere giornalista e allo stesso tempo non essere un militante del partito. Nel 1966 è tra i fondatori di un settimanale di critica culturale, il Caiman Barbudo. La sua carriera giornalistica decolla nei primi anni Settanta. Tra il 1973 e il 1976 lavora come corrispondente da Mosca dell'agenzia Prensa Latina. È in questo momento che matura un - prima soffuso poi sempre più violento - disagio verso la mancanza di libertà del regime castrista. «La censura è un qualcosa di completamente folle» dichiarò all'epoca del suo ritorno in Patria. Riesce a ritagliarsi uno spazio all'interno dell'agenzia dove l'intromissione del controllo preventivo delle notizie è meno ossessivo, quello della "scienza e della cultura".
Ma il soffocamento del dissenso lo allontana sempre di più dal giornalismo. Rivero decide così di rifugiarsi nell'altra grande passione della sua vita, la poesia. Le sue raccolte vengono stampate in tutto il mondo. Ma il suo allontanamento dal regime si consuma definitivamente con un altro strappo simbolico: nel 1989 lascia l'Uneac, l'Unione degli scrittori e gli artisti cubani.
Due anni dopo firma la famosa "Lettera dei 10", una petizione che chiede a Castro la scarcerazione dei prigionieri politici e l'indizione di libere elezioni.
È la firma della sua condanna.
Inizia nei suoi confronti un atteggiamento di ostracismo da parte delle istituzioni. Nel 1995 fonda Cuba Press, un'agenzia di stampa. Da qui si susseguono le pressioni - che molto spesso diventano vere e proprie minacce - per farlo partire da Cuba. Ma Rivero è troppo innamorato del suo Paese - amore immortalato nei versi della poesia "Patria": "Patria mia mi facevi male, come un bacio e una ferita, e questo dolore era dolce e profondo, insopportabile e tenero" - e decide di rimanere. Nel marzo del 2003 viene privato della sua libertà.
La storia di Ricardo Gonzalez sotto molti aspetti assomiglia molto a quella del collega. Nato nel 1950, da un appassionato appoggio degli ideali rivoluzionari con il passare degli anni assume una posizione sempre più critica verso il regime. La sua carriera giornalistica si sviluppa nei canali dell'informazione di stato, ma come aveva fatto Rivero con la scienza e la cultura, anche Gonzales si ritaglia un piccolo spazio dove l'ingerenza delle istituzioni è meno pressante. Lavora alla realizzazione di programmi per bambini. Nel 1995 raggiunge Rivero a Cuba Press. E anche per lui iniziano i problemi dovuti alle pressioni esterne, aggravate a partire dal 1998 dal suo nuovo ruolo di corrispondente da Cuba di Reporters Without Bordes. Il suo rapporto professionale con Rivero diventa sempre più stretto e proficuo. I due si lanciano in una lunga serie di iniziative editoriali, noncuranti delle pressioni e delle minacce sempre più frequenti. Nel dicembre del 2002, sempre insieme a Rivero, Gonzales fonda De Cuba, il primo magazine indipendente pubblicato nell'isola da più di un decennio. E con Rivero, Gonzales è destinato pure a condividere i momenti più difficili della sua vita. I due rimangono coinvolti nell'ondata di arresti del marzo del 2003, quando vengono incarcerati in tutto 29 reporter cubani. Da allora si trovano rinchiusi in prigione, in precarie condizioni di salute, aggravate dalle pessime condizioni sanitarie dei penitenziari. Oggi, il 24 novembre, è il "Jailed journalists' support day", iniziativa promossa da Reporters Without Borders per ricordare i giornalisti detenuti in carcere, nella speranza di una prossima liberazione.