Perchè il lider maximo è il lider maximo.
 

05/10/2007

Le parole che state leggendo non sono frutto di un ragionamento, o meglio, a voler essere precisi, e per collocarle su di un giusto piano, sono frutto di un ragionamento che parte dallo stomaco. Ovvero, quando la logica e il pensiero sono in stretta connessione con le proprie pulsioni, passioni, fino a sconfinare nella commistione pubblico\privato, personale e politico.

foto CastroEd è in queste aree di confine interiore che nascono e si cementificano i propri convincimenti, che nascono i pantheon personali. O, come dice il Woody Allen di Manatthan, il proprio panorama intellettivo personale di riferimento. Per Woody, e buona parte di una certa “intelligencija”, varrebbe la pena vivere per il vecchio Groucho Marx, i film svedesi, l’educazione sentimentale di Flaubert, Marlon Brando, le mele e le pere dipinte da Cezanne. Per altri invece la maglietta col volto del Che, un concerto dei vecchi Cccp, i film di Totò, la kefjia palestinese ad un corteo, il sorriso di una compagna abbronzata in sezione… Ragionare di stomaco quindi, per interpretare le proprie personalissime fedi, identità. E a sinistra, perché in quel campo d’osservazione privilegiato che ci muoviamo, la questione identitaria è da sempre croce e delizia. Perché si sa, quando crollano le collettività emergono le identità.

Ragionare di stomaco quindi, e in questo caso specifico è d’uopo perché non ci sono mezze misure: si parla di Fidel Castro. O lo si ama o lo si odia. Come avviene ormai da quasi cinquant’anni. Ma dell’odio, l’avversione, di stomaco o meno, interessata o naturale, preferiamo sorvolare. Per quello basta leggere un qualsiasi editoriale di certa stampa nostrana, oppure aspettare i telegiornali preconfezionati per quando il vecchio Fidel morirà. Probabilmente non nell’immediato - ma morirà e a Miami potranno dar sfogo a tutta la volgarità “prezzolata” che farà la gioia dei commentatori ufficiali. E le nostre firme, come ad esempio un Pierluigi Battista, non me ne voglia, è il mio stomaco a ispirarmi, saranno pronti lì a riciclare per l'ennesima volta gli articoli che avevano cominciato a scrivere alla caduta del muro di Berlino, nell'oramai remotissimo 1989.

In tutti questi anni non hanno mai provato a spiegare perché Cuba non è caduta, perché Fidel non è nell’immaginario né Ceaucescu né un Caudillo qualsiasi e perché Cuba è oggi meno isolata che mai. Non lo fanno perché, prima che ai lettori, dovrebbero spiegarlo a loro stessi e allora dovrebbero fare professione di fede, non la loro ma quella altrui. Perché allora dovrebbero entrare nella testa, lo stomaco e nella storia di chi ha eletto Fidel tra le colonne portanti del proprio pantheon. Senza questa immedesimazione sarebbe impossibile capire la sorprendente ondata di “castrismo” di ritorno, quel sentimento fluttuante ma sempre presente che appartiene a una grossa fetta del popolo della sinistra (senza trattino).

Bignami accelerato sulla "kultur" di sinistra

I motivi dell’idealizzazione del Lider sono molteplici, ma per provare a parlarne bisogna tracciare una linea di demarcazione tra il pre e il post 1989.

Quelli precedenti la caduta del Muro sono tutto sommato semplici, facilmente riassumibili nella geopolitica del secolo scorso. Il mondo diviso a blocchi proiettava figure lontane nel bel mezzo della dialettica interna. E così, nello schema fisso delle riunioni delle sezioni locali del Partito Comunista nostrano, si parlava del “mondo”, la situazione internazionale. Poi l’Italia, la situazione nazionale. Poi quella locale: Mercatale, Chioggia, Venanzio... Dal memorabile discorso di Castro alla Fao, alla rivolta dei coltivatori in Messico, fino alle inadempienze della giunta di Coalizzi nella raccolta dei fondi per la Festa del Solstizio d’Estate…

Alla fine, l’ unica guida salvifica nel dibattito, erano “i compiti del partito”. Poco importa che un simile folle viaggio dall’enorme al minuscolo durasse quindici minuti, il tempo di caffè e sigarette, ma che operai italiani, braccianti cinesi, impiegati russi, tutti nel turbine di un gigantesco vaniloquio mondiale, si sentissero parte di un qualcosa d’importante, di attivo. Questo di per se spiegherebbe già molte cose. Il perché certe figure siano diventato simbolo, a dispetto della brutalità o delle sfumature della realtà, della storia, di un emancipazione collettiva, di un manifesto di appropriazione figurata di se stessi. Castro e il Che non erano rivoluzionari sudamericani, erano la trascendenza mondiale del rivoluzionario. Basterebbe leggere un vecchio racconto di Sciascia, “La morte di Stalin”, nel quale, il personaggio è un mito, quello del comunismo che viene incarnato, agli occhi del siciliano Calogero Schirò, da Stalin. Oppure come scrisse Michele Serra: “Prendevano la parola persone nelle cui vite la parola non era prevista”.*

All’interno di quel mondo, di quella logica, nel tempo però si è visto come non fosse omogeneo come poteva apparire il nucleo fondante culturale. Si può dire anzi, a dispetto del Centralismo Democratico degli apparati, che nella base, tra i simpatizzanti, vivevano parallele due galassie, la prima, legata agli ortodossi del Pci, quelli che avevano letto i libri obbligatori, perfino il Lenin dell’empiriocriticismo, ma che sapevano essere molto pragmatici, come si è visto in seguito. Disposti ad abbandonare in mare le zavorre.

Un'altra parte invece, costituita da adepti e simpatizzanti di un marxismo elementare, con un pizzico di marcusianesimo, terzomondismo, tratti vagamente antiamericani, simpatie arabeggianti (al grido Punk –islam del gruppo punk emiliano dei Cccp), anticapitalismo, antiglobalismo ante litteram, unita a venature di romanticismo cattolico di alcuni “dissenzienti”, Ed è lì, in quella “Kultur” dove l’iconografia assume una valenza politica, dove il simbolo sostituisce la teoria, l’immagine fissa racchiude in se quello che dovresti apprendere in anni di letture, dove il pantheon è parte integrante del proprio vissuto parallelo fantastico e reale assieme, ossimoro degli ossimori per tutti i militanti. E’ lì che assumono importanza le figure del prete guerrigliero bolivariano, Camillo Torres, Malcom x, Angela Davis, Frantz Fanon ma…su tutti, l’icona rivoluzionaria pop per eccellenza, Ernesto “che” Guevara, accompagnato dal padre della rivoluzione, il comandante Castro.

E’ dopo l’89 che la famiglia rompe i legami. I membri tendono ad allontanarsi sempre di più. La parte ortodossa, con eccessi di realismo, allo schianto corre ai ripari. Con fenomenali astrazioni all’inizio, le svolte lessicali acrobatiche di Occhetto, oppure fingendo di nulla e saltando a piè pari nell’altro campo. Fino alla brillante idea di “riscoprire” la socialdemocrazia, trascurando il dettaglio di trent’anni di ritardo rispetto a Bad Godesberg. Quando cade un paradigma ne occorre alla svelta un altro. Soprattutto quando il vecchio aveva assegnato ai suoi adepti la certezza indiscussa di una superiorità culturale e morale. Ma l’altra “parte” della famiglia si direbbe che abbia superato meno traumaticamente quel passaggio, grazie alla metabolizzazione, la storicizzazione e, come va di moda oggi, una certa dose di relativismo nelle interpretazioni. I dissidenti di allora sono diventati gli “ortodossi” di oggi, i resistenti e reduci. Non hanno rotto con la storia del ‘900, segnata da tragedie ma anche da grandi lotte e conquiste. E quei pantheon alternativi, elastici, proprio per questo reinterpretabili, diventano la base per riaprire nuove prospettive. Ecco che allora alcuni miti, come quello della resistenza di Cuba, il principale, incarnato nella figura del comandante, sono li a ricordarlo.

Il sempreverde Castro

Fidel Castro regge da quasi cinquant'anni con mano ferma e grazie a un indubbio carisma l'isola caraibica di Cuba. Per lungo tempo compagno di strada di Che Guevara, un'icona della sinistra rivoluzionaria, è rimasto l'ultimo dei leader comunisti mondiali a rappresentare qualcosa di più che il semplice vertice di una struttura di potere, mentre il paese da lui governato continua a essere una delle più controverse e discusse realtà geopolitiche del pianeta.

Amato come un profeta e odiato come un dittatore sanguinario, celebrato attraverso gli anni dai media di tutto il mondo e fatto bersaglio di numerosi attentati, "El Comandante" si è dimostrato capace di tenere costantemente occupata la scena. Anche dopo il crollo del blocco comunista e la fine della guerra fredda, sia che si parlasse dell'esecuzione sulla sua isola di alcuni dissidenti interni o della sua lunga malattia, sia che si celebrasse il viaggio di Giovanni Paolo II all'Avana, Castro non ha mai cessato di imporsi all'attenzione internazionale.

Esiste perciò una galassia, ideologicamente non omogenea, che è affascinata dal leader cubano. La sinistra europea, i Paesi non allineati e le star di Hollywood lo vedono come l'ultimo dei mohicani.

Come ha detto Oliver Stone in una delle tante interviste rilasciate all’uscita del suo documentario sul Comandante, “Castro è ormai isolato, forse per questo io lo ammiro: è un vero combattente. Solo, ultimo rimasto in piedi, una specie di Don Chisciotte, l’ultimo rivoluzionario.”

Esiste un partito di Fidel in Italia. Ne fanno parte politici, giornalisti, intellettuali “di professione”, qualche musicista e molti giovani che non sono mai stati a Cuba e per ragioni anagrafiche sanno poco della storia del Novecento. Eppure è una comunità visibile, sempre pronta a sottoscrivere una lettera per incitare il líder máximo, o a cavare di tasca qualche euro per spedire un po’ di medicine dalle parti dell’Havana, e poter dire così di aver avuto anche loro una particina nella gloriosa rivoluzione.

Gli ultrà filo cubani di casa nostra non fanno mai venire meno il loro sostegno ideale alla causa. Come, ad esempio, l’appello pubblicato sul quotidiano spagnolo El Pais tempo fa. Duecento fra intellettuali, politici e artisti di tutto il mondo hanno sottoscritto una sorta di lettera aperta a sostegno della Rivoluzione Cubana, sottoscritto, fra gli altri, anche da alcuni italiani. Primo fra tutti quell’autentico “apologeta guevariano” che è il buon Gianni Minà, per continuare col nome di Luciana Castellina, fino al maestro Claudio Abbado. Senza dimenticare le voci ufficiali di sempre, gli amici/nemici Armando Cossutta e Fausto Bertinotti, passando per Gianni Vattimo, Dario Fo, Red Ronnie…fino a simpatizzanti dell’ultima ora, sindacalisti, no global, e studenti in cerca d’identità. Una simpatia popolare ed elitaria che a volte è spontaneamente pre-politica.

Il punto centrale è che nell'immaginario collettivo degli italiani, di una certa parte dell’Italia almeno, Castro sarà legato per sempre a Guevara: insieme sono gli eterni rivoluzionari. Ma anche l'ultimo pretesto dei vetro\marxisti, dei post, delle “cose rosse” per difendere la loro ortodossia. Questo rimanda però alla solita divisione interna della sinistra italiana. Già, perché per buttarsi alle spalle il peso delle ideologie, certi italiani hanno dovuto compiere sforzi giganteschi; altri ci sono riusciti portando in cantina intere biblioteche. Qualcuno invece non ha fatto alcuno sforzo perché, in realtà, “non era mai stato comunista”. Eppure, la facilità con cui buona parte della società italiana, almeno nelle apparenze, ha cancellato il proprio passato politico e il vissuto che ne conseguiva, è stata una delle mutazioni più peculiari, e largamente sottovalutate, vissute da una collettività moderna.

Quella parte di società, vicina agli ex ortodossi, oggi, ma anche prima del crollo, impastata tra l'intellettualità progressista e liberale europea ha manifestato più volte un pregiudizio anticastrista. Buona parte della sinistra postmarxista, postcomunista, oggi “democratica”, ha sempre visto come il fumo negli occhi ogni percorso alternativo a quelli europei. Questi, per definizione, rivendicano per se stessi la primogenitura di tutto. E infatti il "terzomondismo" è sempre più considerato un peccato gravissimo, anche se "terzomondismo", come "populismo", non significa poi molto. Solo questo giustificherebbe invece tutto lo zelo con cui i devianti pre ’89, oggi reduci e guardiani di una nuova ortodossia senza dogmatismi, nell’eterna lotta col nemico posto “meno a sinistra”, trovino mordente nel guardare al Comandante come ad un punto di riferimento.

Quando la “storia era finita”, secondo Fukujiama, per tutti i “resistenti” del mondo, la caparbie e vincente tenuta di Cuba ha rappresentato un esempio fondamentale. Cuba ha resistito ad ogni crisi devastante grazie alla sua particolare via autonoma al socialismo. E se si parla ancora di socialismo oggi, lo si deve proprio alla resistenza ostinata di un popolo, di Castro.

Non importa che cosa si pensi realmente di Fidel Castro, se lo si consideri l’ultima incarnazione del sogno egualitario latinoamericano, o soltanto un tiranno incattivito dagli anni e dal potere, il vecchio Fidel è ormai un icona “pop” di se stesso. E l’iconografia ha una parte fondamentale nella fascinazione.

Il mondo occidentale ha inserito la cultura di sinistra in una iconografia “rossa” intoccabile che ha creato feticci. C'è un'abbondanza d’informazioni, però separate dal contesto originale e rese disponibili senza legami con la storia che ha conferito loro significato. Sono disponibili come informazioni puramente "ormali", consumabili, assimilabili, riproducibili.

Questo spiegherebbe il perché il persistere e, anzi, il diffondersi, il ripetersi ciclicamente di riti, simbologie, seppur appunto diverse dal contesto che le ha generate.

Le manifestazioni in piazza di sindacalisti, lavoratori, assieme a studenti, giovanissimi, che cantano dietro bandiere rosse, palestinesi e cubane. Tra rap sparati dagli altoparlanti dei camion adibiti a sound system, e canzoni popolari sudamericane, col mito del Che e di Castro, sempre lì, in prima fila. Come padrini, numi tutelari degli ultimi, dei diseredati. Anche se tra gli studenti non ci sono ultimi e diseredati, ma la voglia di appartenenza, di trascendere in qualcosa di più grande, collettivo, è sempre lì a fare da catalizzatore. Castro è già un icona per le bandiere e le magliette, estremo paradosso della sua vicenda umana e politica. Ed è il suo più grande successo: la trascendenza da carne a materia pop.

In conclusione, quattro amici al bar

Seguendo lo schema dal “grande al piccolo”, non posso che finire sul personale.

Cioè una chiacchierata tra amici su questo argomento. Quattro amici, tutti nati agli inizi degli anni Settanta. C’è Andrea, giornalista di un noto e storico quotidiano di sinistra, Marco, sindacalista della Cgil\Nidil di Napoli, Maurizio, ex calciatore delle serie minori, oggi precario di una società d’informatica. E il sottoscritto. Ci siamo chiesti come ha fatto Fidel Castro a restare tanto tempo al potere nonostante il mondo attorno. E’ la domanda più banale ma anche l’unica che vale la pena farsi, evitando la retorica del regime chiuso che impedisce il crollo a dispetto dei Santi.

Nessuno – eccetto il vecchio re di Giordania – è rimasto al governo per un periodo così lungo di tempo. Castro è sopravvissuto ad attentati, programmi di destabilizzazione, disinformazione, otto presidenti statunitensi, dieci giochi olimpici ed al ritorno della cometa di Halley. Fosse solo per queste cose e nonostante i suoi difetti (repressione politica, discorsi di quattro ore e l’esportazione di film documentario sulla musica “cubana”) dovremmo ammirarlo.

Alla fine, con un misto di radicalismo snob e di romanticismo fuori moda che sempre trabocca in queste circostanze, la logica, l’analisi, lascia il campo allo “stomaco”. E al richiamo irresistibile della bandiera rossa. Per questo Fidel “ci” piace:

perché è uno dei pochi politici al mondo che, nonostante gli errori, le distorsioni, ancora parla di politica, di progettualità, di orizzonti. Castro nei suoi interventi, nelle uscite pubbliche, non si limita a governare l’esistente ma va oltre. E questo che ancora gli permette e permette a noi di chiamare quell’orizzonte “socialismo”; per le sue frequentazioni con la cultura di tutto il mondo, i suoi abbracci con Marquez, le passeggiate con Maradona;

  • per la sua immagine, per il berretto con cui presenzia ancora ai vertici formali;
  • perché in fondo certa cultura americana proprio non ci piace, ma non siamo antiamericani…siamo cresciuti a base di rock e film di Allen... ma certa cultura americana invece…
  • perché ha sempre fatto sentire la sua voce al fianco di chi nel mondo si è battuto contro colonialismi, razzismi e fascismi;
  • perché nonostante tutto ha mostrato una coerenza che non centra nulla con la cocciutaggine stolida di chi non cede;
  • perché la storia sarebbe potuta essere diversa se…
  • perché, parafrasando Orson Welles, il lider maximo è il lider maximo, e non puoi farci niente.

Alla fine, l’amico Marco chiude dicendo che gli piacerebbe andare a Cuba almeno una volta, prima che muoia il vecchio Fidel. Dopo no. “Perché dopo la storia è davvero finita”.

E invece il sottoscritto, con un tocco di avventata leggerezza e di radicalismo snob, alla fine confessa a chi lo legge di aver chiamato il proprio figlio Matteo Fidel…


* M. Serra, Appoggiavo il cappotto su di un mucchio di altri cappotti, Feltrinelli.

di Alex Sabetti