L'ora di una Cuba libre.
 

L'ora di un Cuba libre  
 
Nelle parole di un uomo comune, crolla il mito del comunismo caraibico: anche qui l’ideologia fa i conti con la realtà. Intervista all’esule Ramòn Humberto Colàs  
 
Quello che colpisce di Ramòn Humberto Colàs, psicologo dell’infanzia ed esule cubano, è la sua semplicità. Non è il ritratto oleografico dell’eroe o del martire anti-castrista, né tantomeno voleva lasciare Cuba e la sua gente cui è fortemente legato. È un uomo di 42 anni, con moglie e tre figli, che ha dovuto fare i conti con la realtà tragica del suo Paese. Che l’ha affrontata cercando di costruire il meglio per sé, per la sua famiglia e per il suo Paese. Poi però ha dovuto scegliere e fare i conti con la propria coscienza di cristiano: stare “tranquillo”, girare la testa dall’altra parte, rinunciare oppure andare avanti e assumersi le sue responsabilità. Figlio di un contadino povero, diventato ancor più povero - come lui stesso ci dice - all’indomani della rivoluzione, Ramon aveva un sogno: quello di avere un’istruzione, di andare all’università. Così per i primi ventitrè anni della sua vita ha cercato di essere “politicamente corretto”, come ci dice senza ipocrisie: studiare tanto, non esporsi pubblicamente, confidare il suo pensiero solo a qualche amico, negare perfino - con la vergogna nel cuore - di essere un credente al funzionario del partito comunista che selezionava le domande di ammissione all’università. Dopo la laurea, ecco il lavoro come psicologo dell’infanzia in un ospedala dell’Avana. È qui che Ramòn ha avuto un contatto duro e reale con il disagio infantile. Con tanti bambini - come ci testimonia lui stesso - che soffrivano della disgregazione sociale presente nell’isola. Famiglie divise, genitori separati, bambini abbandonati o adolescenti avviati alla prostituzione giusto per mettere insieme il pranzo con la cena…

Come è la situazione sociale oggi a Cuba?
Difficile, molti zuccherifici l’anno scorso hanno chiuso e oggi ci sono quasi 350mila disoccupati. E pensare che nel ’59 eravamo al primo posto nel mondo per la produzione di zucchero… Ma quello che i cubani non perdonano al regime - e soprattutto a Fidel Castro - non è solo la repressione, le fucilazioni, gli omicidi politici, ma in particolare il fatto di aver diviso la società cubana e ancora di più la famiglia cubana. Io sono in esilio con la mia famiglia da solo un anno e mezzo, ma so che negli ultimi tempi la situazione è ulteriormente peggiorata. C’è stato un giro di vite, ma del resto quel che è accaduto recentemente lo sapete bene.

Perché hanno cominciato a perseguitarla?
Di fronte a quello che vedevamo accadere intorno a noi ogni giorno non potevamo far finta di niente. Avevo fondato con un gruppo di amici un associazione culturale che si occupava anche di politica. L’avevamo chiamata “I pini giovani” prendendo spunto da una poesia del nostro poeta ed eroe nazionale Josè Martì. In una poesia di Martì i giovani vengono paragonati a dei germogli di pino, che un giorno cresceranno e formeranno una grande foresta… Era anche un gioco di parole: noi “martìani” ci opponevamo ai marxisti di Castro. Nel gruppo però c’era una spia del regime e in capo a poco tempo fummo arrestati. Mi trattennero per otto giorni: botte, insulti, carcere duro e minacce di rifarsi sulla mia famiglia. Ma il peggio venne quando mi rilasciarono: nell’ospedale in cui lavoravo medici e infermieri furono istigati a fare contro di me un “comizio di rifiuto”. Uno per uno mi passavano di fronte: chi mi insultava, chi mi sputava… Fui isolato, ma era solo il preludio del licenziamento che avvenne immancabilmente pochi giorni dopo. Mia moglie insegnava economia all’università: minacciarono anche lei, ma riuscì a mantenere il lavoro.

Quante volte è stato arrestato?
Venti volte. La nostra associazione era stata sciolta, ma nel frattempo avevamo incominciato anche un’altra attività. Castro in un’intervista televisiva era stato preso in contropiede da un giornalista straniero ed aveva dichiarato che a Cuba non c’era nessuna censura per quanto riguardava i libri. Lo prendemmo in parola e creammo il piccolo movimento delle “Biblioteche indipendenti di Cuba”. Erano delle biblioteche domestiche tramite le quali gli abitanti del quartiere si scambiavano libri. Si leggevano i libri degli scrittori cubani dissidenti, ma anche i libri di Kundera, di Benson e di Orwell. Tutti libri non “politicamente corretti” per il regime comunista. In particolare Castro odia in maniera paranoica i libri di George Orwell come la Fattoria degli animali e 1984.

Cosa successe poi?
Avevamo preso di sorpresa il governo. Quando videro che la gente cominciava a frequentare queste biblioteche, che ci venivano inviati libri da ogni parte del mondo e che molti giornalisti dall’estero si interessavano al fenomeno, cominciò di colpo la repressione. Avevano però paura che la gente del mio quartiere si ribellasse e quindi mandarono 26 poliziotti in abiti civili e alcuni mebri del Cdr (i Comitati di quartiere per la Difesa della Rivoluzione) per arrestarmi. Accadde una cosa commovente: nonostante la polizia fosse riuscita ad arrestarmi la gente si mise in mezzo e difese la biblioteca facendo sparire tutti i libri. È stato un momento bellissimo, quello che avevamo seminato non andava perduto. Mi confinarono in una fattoria militare con la mia famiglia. Mia moglie subiva minacce quotidiane e non ce la faceva più. A scuola mia figlia era stata isolata dai compagni. Fu così che decisi di chiedere asilo politico agli Stati Uniti. Essendo io un perseguitato per le opinioni politiche, accettarono la mia richiesta. Ma il governo cubano mi bloccò ancora per un anno. Un’attesa interminabile. Poi alla fine accettarono di farci partire non per gli Usa, ma per il Messico. Io non avrei mai voluto andare via da Cuba. Non capivo perché dovevo andarmene per il capriccio di un uomo come Fidel Castro. Ma Dio sapeva cosa stava per succedere, se non me ne fossi andato sarei finito per vent’anni in prigione come Raùl Rivero e gli altri dissidenti che hanno fatto di tutto per aiutarmi.

Qual è oggi la condizione dei prigionieri politici?
Quando nel 1959 Fidel è andato al potere c’erano nove carceri ora ce ne sono 205. La popolazione carceraria è di 120mila persone, l’1% della popolazione. L’80% dei detenuti sono neri. La maggior parte dei reati per cui sono condannati sono crimini che esistono solo a Cuba. La proprietà privata e il libero commercio non esistono e quindi si può finire in prigione per aver venduto autonomamente frutta e verdura o per aver macellato o venduto un vitello. Sono tutti reati gravi perché ogni cosa è proprietà dello Stato. Il singolo anche se alleva il bestiame o coltiva un campo non può disporre dei frutti del proprio lavoro. La cosa più significativa è che la maggior parte della popolazione carceraria cubana è composta da giovani nati dopo la rivoluzione. Che Guevara sosteneva che bisognava crere “l’uomo nuovo”, il prototipo dell’uomo comunista. Ma il comportamento dei giovani dimostra il rifiuto di questo progetto. È uno schema ideologico che ci è stato imposto, che fa a pugni con la realtà. La gente vuole essere libera di scegliere la propria strada.

Come si sta muovendo la Chiesa cattolica?
Io sono cattolico. Avevano abolito anche il Natale e la Pasqua, almeno fino a quando, nel gennaio 1998, il Papa è venuto a Cuba. C’è sempre stata una sorta di sincretismo tra il cristianesimo e le tradizioni afro-cubane (la Santeria). Ma la maggioranza dei credenti è costituita da cattolici. La Chiesa nonostante la salita al potere dei comunisti è riuscita a mantenere - con fatica - una posizione critica nei confronti del potere di Castro. La Chiesa aiuta gli oppositori. Io e la mia famiglia in particolare siamo stati molto sostenuti. Il sacerdote della mia parrocchia mi ha detto: «Non preoccuparti, se tu vai in carcere penseremo noi alla tua famiglia. Questi non guardano più a Cristo ma al potere di un uomo». E così è stato per molti altri dissidenti che, nel silenzio, sono stati aiutati e salvati dalla fame. Ovviamente non è così dappertutto. La Chiesa cubana non ha colto in pieno la sfida che ha rappresentato la visita del Papa. Il Papa ha avuto un coraggio da leone nella sua visita a Cuba. Tant’è vero che dopo la sua visita tutti pensavano che la Chiesa avrebbe preso l’iniziativa… Alcuni vescovi e parroci hanno preso coraggiosamente posizione, ma poi tutto si è fermato lì. Non sta a me giudicare le cause, eppure penso che a Cuba ci sono tutte le condizioni perchè la Chiesa assuma non una posizione politica, ma perché difenda in maniera più esplicita le richieste di libertà che vengono dall’opinione pubblica. La mia gente se lo aspetta.

Penso che lei sappia che in Europa e in Italia ci sono persone che pensano ancora alla Cuba di Castro come un vero proprio paradiso. Spiagge, belle ragazze, rivoluzione socialista…
Io li invito a venire a Cuba. Non come turisti, ma per abitarci stabilmente come gente comune. Quella che pensano loro è una Cuba virtuale, è un’illusione. A queste persone bisognerebbe chiedere: perché i cubani scappano dal paradiso? Perché preferiscono morire sulle zattere in mare pur di fuggire? La verità è un’altra: quanti sono gli europei che vanno a vivere a Cuba? Oggi in America Latina ci sono grandi flussi migratori, dall’Argentina, dal Brasile. Ma nessuno fa la coda davanti all’ambasciata cubana per chiedere il visto di entrata. Come mai?

Qual è il destino di Cuba?
Uscire per sempre dal comunismo e ridare spazio alla società. Ma la società sta già cambiando. Ora Castro è di fronte non solo all’opposizione esterna degli esuli, ma anche a un’opposizione interna alla società cubana, un’opposizione che cresce ogni giorno. È la paura di questa opposizione che lo ha portato alle fucilazioni e alle condanne.

E cosa succede invece dentro al partito comunista?
Ci sono tre tendenze. C’è il gruppo della ortodossia castrista - e cioè quelli della sua generazione - che sono persuasi che ogni soluzione passi attraverso Fidel e il fatello Raoul. Questa vecchia guardia però è stanca e teme di cadere insieme al dittatore. Sono sempre più impauriti. Temono la resa dei conti e per questo inaspriscono la repressione. Pensano: facciamoli fuori, prima che lo facciano loro. Poi ci sono i riformisti comunisti che vogliono portare la società cubana a quello che oggi è la Cina Popolare o il Vietnam. Ma il problema è che se Castro lascia anche una piccolissima parte del potere il sistema crolla. E poi il turismo sessuale o la libera circolazione dei dollari non hanno risolto nulla, anzi hanno aggravato la corruzione del Paese. La terza tendenza è costituita dai cosiddetti “radicali silenziosi” che vogliono liquidare il regime comunista, ma sono sempre sotto stretta sorveglianza. Appena qualcuno di questi emerge subito viene eliminato da Castro.

Ma l’opposizione sociale allora su cosa punta? A una resa dei conti…
Eh, no… È proprio quello che Castro vorrebbe: morire con gli stivali ai piedi. Difendendo Cuba dall’invasione americana. In questo modo raggiungerebbe l’unico scopo che gli è rimasto nella vita: santificare il suo mito di rivoluzionario nella storia. Ma non è questa la soluzione e noi non gli daremo questa soddisfazione. L’opposizione a Castro si guarda bene di chiederne la morte, vuole solo separarsi da lui, vuole il suo esilio. Nei primi dieci anni della dittatura, c’è stata una resistenza armata a Castro. Ora invece gli oppositori della mia generazione vogliono portare il nostro Paese a un passaggio non violento verso la libertà. Nonostante la repressione, il sequestro di ogni genere di libri, l’impossibilità di muoversi liberamente nel Paese, nonostante le violenze fisiche e psicologiche, nella società civile di Cuba sta crescendo la consapevolezza che bisogna isolare in maniera pacifica - ma inflessibile - Castro e il suo regime. È questo che Castro teme: rimanere solo. Ed è questo che vogliamo: che se ne vada restituendo libertà e dignità al nostro popolo.