Cuba isolata.
 

Il governo cubano ha dovuto annunciare il 10 maggio che, in seguito alle misure prese dagli Stati Uniti (ulteriori restrizioni al turismo e alle rimesse in valuta), "si sospendono fino a nuovo avviso le vendite nei negozi che offrano articoli in valuta, eccetto gli alimenti e gli articoli di pulizia personale". Tuttavia i prezzi dei prodotti rimasti in vendita e quelli del combustibile dovranno purtroppo essere aumentati, anche se nonostante ciò "non compenseranno in nessun modo gli elevatissimi prezzi degli alimenti e del loro trasporto sul mercato mondiale" e il "costo quasi inaccessibile del petrolio".

Al contrario "non saranno modificati assolutamente i prezzi dei prodotti regolati e sussidiati che vengono assegnati e venduti mediante tessera a tutti i cittadini". Sono prezzi effettivamente bassissimi, ma per un paniere molto ridotto e di fatto insufficiente per chi non ha altre risorse. Invece i mercati agricoli dove i contadini offrono i loro prodotti a prezzi liberi "continueranno a funzionare con le stesse norme stabilite", cioè potranno crescere in base alle leggi della domanda e dell'offerta.

Il governo assicura anche che i tassi di cambio del peso cubano e del dollaro nelle casse CADECAS resteranno "inalterabili", ma non è chiaro come potrà avvenire perché, sia pure con qualche meccanismo di rallentamento, hanno conosciuto variazioni dettate dal volume degli scambi (negli ultimi anni il tasso di cambio pesos-dollaro era risalito da 21 a 1 a 26 a 1). Per il resto il comunicato del governo garantisce il mantenimento dei programmi della sanità pubblica, i progetti educativi, e culturali in genere.

Tuttavia questa dichiarazione non tranquillizza molto, perché il deterioramento di questi settori non è dovuto a decisioni del governo, ma alle retribuzioni troppo basse degli addetti, che determinano, soprattutto nella scuola, l'abbandono del posto di molti docenti, che preferiscano cercare lavoro nel settore turistico, che garantisce l'accesso ai dollari almeno indirettamente (mance, ecc.). In parte i docenti che hanno lasciato l'insegnamento sono stati sostituiti con video, programmi televisivi, internet.

Il comunicato dichiara poi che "la disoccupazione si manterrà al di sotto del 2,5% della popolazione attiva", cosa che appare inverosimile, perché non si capisce come possa essersi ulteriormente ridotta rispetto al già scarsamente credibile 3% dichiarato nelle relazioni sul bilancio 2002 e 2003. In realtà quando si è annunciata la chiusura degli zuccherifici, si è detto che nessuno finiva sulla strada, ma solo perché ci sono strumenti analoghi alla nostra Cassa Integrazione, e corsi di aggiornamento, ecc., che impediscono di conteggiare tra i disoccupati quelli che hanno perso il posto. Analogamente per i "giovani prima non impegnati nel lavoro e nello studio", secondo il presidente della Commissione Problemi economici dell'Assemblea nazionale, Osvaldo Martínez, si sarebbe creato "il concetto rivoluzionario di studiare come forma di impiego": 119.575 giovani si starebbero "riqualificando per la vita lavorativa e sociale nei corsi di Superación integral".

La descrizione dei "giovani prima non impegnati nel lavoro né nello studio" di cui si dice che erano a rischio di "entrare nella criminalità" fa pensare a una specie di provvedimento rieducativo per giovani sbandati e vagabondi, che comunque spariscono dal conteggio dei disoccupati. Questi provvedimenti sono stati sicuramente il frutto di una decisione sofferta, presa sotto stato di costrizione, ma che sarà inevitabilmente impopolare. Non sarà d'altra parte facile applicare la parziale chiusura dei supermercati in dollari perché la catena degli shopping è ormai ramificatissima in tutto il paese, e raggiunge anche i piccoli centri (mentre prima delle riforme le tiendas in dollari erano pochissime, concentrate nelle grandi città e negli alberghi riservati ai turisti).

Oggi spesso lo stesso negozio vende generi alimentari e per la pulizia accanto a scarpe e abbigliamento, piccoli elettrodomestici, ecc.. Come evitare aggiramenti dei divieti, e quindi mercato nero e corruzione? Ci auguriamo che la capacità di mobilitazione del partito e dei CDR riesca a evitare proteste e tensioni e a controllare il processo, che comunque non può essere indolore. Come spiegare queste misure? Se saranno effettivamente transitorie (come si potrebbe dedurre dalla formula "fino a nuovo avviso") potrebbero avere lo scopo di sensibilizzare la popolazione sulla nuova emergenza, attribuendone la responsabilità esclusivamente al bloqueo. Forse potrebbero anche servire a preparare misure di controllo contro gli arricchiti illecitamente, che si troverebbero con grandi riserve di dollari diventate per il momento almeno in parte inutilizzabili.

Ma lo stesso comunicato adombra al contrario che "se le misure adottate non fossero sufficienti", ne potrebbero essere adottate di nuove, che non sono però specificate (si dice solo: "quelle che siano necessarie"). A che cosa si deve questa nuova situazione, che a dieci anni dall'introduzione delle riforme ne blocca una parte? Certo c'è indubbiamente una volontà accresciuta dell'amministrazione Bush di approfittare della evidente crisi politica cubana, ostacolando maggiormente il flusso crescente di turisti verso Cuba, e riducendo drasticamente le rimesse degli emigrati (contrariamente a quello che si pensa, le comunità cubane in Florida, in Venezuela e in altri paesi non sono composte solo da controrivoluzionari fuggiti per ragioni politiche, ma hanno origine in un'emigrazione economica che è una costante da due secoli e che mantiene molti legami sentimentali con la patria e le famiglie di origine).

Bush punta a ridurre in questo modo due delle principali fonti di valuta per Cuba, mentre si guarda bene dal limitare la vendita di prodotti alimentari, di medicinali ecc. avviata nel 2002 "per motivi umanitari" (ma in realtà per la pressione dei congressisti degli Stati agricoli) e che ha portato gli Stati Uniti a scavalcare vecchi partner commerciali di Cuba come il Messico, la Francia e la Russia. Bush non cancella la parziale apertura, tanto più che non rischia nulla perché vende tutto in contanti, ma sa che Cuba è particolarmente vulnerabile.

Cuba compra, ma dove trova la valuta per pagare? Il nichel, di cui Cuba sarebbe uno dei principali produttori mondiali, è bloccato da un embargo particolarmente efficace, che prevede la penalizzazione di ogni prodotto che contenga anche in minima parte nichel cubano (in ogni ambasciata statunitense ci sono funzionari addetti a verificare se ci sono tracce di nichel cubano nelle leghe metalliche dei prodotti destinati agli USA).

La produzione di zucchero è in crisi, in parte per una eredità delle trasformazioni suggerite dai sovietici: era stato introdotto un sistema diverso di piantagione, e un uso prevalente del trasporto su gomma con abbandono di quello ferroviario del periodo prerivoluzionario; ciò aveva determinato la crisi successiva di questo sistema ad alto consumo di combustibile per la brusca riduzione delle forniture di petrolio dopo il crollo dell'URSS; era stato anche introdotto per decenni un uso eccessivo di concimi chimici che aveva depauperato la terra e abbassato enormemente la produzione quando i concimi non sono arrivati più. Inoltre c'era una bassa produttività e un notevole invecchiamento degli impianti aggravato dalla scarsa manutenzione. Risultato: da un paio d'anni sono stati chiusi 71 zuccherifici (quasi la metà di quelli esistenti) e Cuba ha dovuto cominciare ad acquistare zucchero all'estero. Rimane solo o quasi il turismo: avevamo già scritto, subito dopo le grandi riforme del 1993-1994, che il turismo crea problemi per l'apparire - a fianco della forzata austerità cubana - di una ostentazione di modelli di vita diversissimi che alimentano sogni e desideri impossibili.

Ma il problema è soprattutto un altro: oggi il turismo è diventato quasi l'unica carta di cui dispone Cuba, e in ogni caso la voce principale del suo bilancio. Ma per ragioni varie, tra cui i sistemi di calcolo ereditati dal "socialismo reale", è difficile sapere il rapporto effettivo tra costi e ricavi. In genere vengono forniti dati come "ingresos brutos" (entrate lorde), che non facilitano la comprensione. In particolare è difficile calcolare quanto incidano sul bilancio statale sia gli acquisti all'estero di prodotti indispensabili ai turisti (tra cui oggi perfino lo zucchero), sia gli investimenti infrastrutturali formalmente non legati al turismo e non inseriti nelle voci di bilancio che lo riguardano, ma ad esso finalizzati (come il completamento di alberghi per i quali i partner stranieri dicono di non avere più fondi, o la costruzione di pedraplenes lunghi più di 40 km. per facilitare l'accesso a isole destinate a grandi villaggi turistici).

Insomma all'origine di queste recentissime difficili scelte del governo di Cuba ci sono reali difficoltà economiche non tutte dipendenti dal bloqueo e non tutte dichiarate nelle relazioni del ministro e del presidente della commissione economica. Sintomatico che nello stesso marzo 2003 in cui sono cominciati gli arresti dei dissidenti e la demonizzazione del "Progetto Varela" intorno a cui l'opposizione si era organizzata, sono stati destituiti ben quattro viceministri dell'Economia, tra cui la prima viceministro Marta Villanueva.

Senza troppe spiegazioni, ma non è difficile immaginare le loro "colpe". Su questo rinvio ai dati economici che ho analizzato dettagliatamente nell'ampio aggiornamento del libro Breve storia di Cuba, in corso di stampa presso la Data News di Roma (dovrebbe essere pronto a fine maggio). Comunque queste misure non sono state decise in un giorno, e sono state discusse da oltre un anno. Ma della situazione dell'economia si è parlato poco e male, e si è preferito spiegare tutto con un contesto generale di attacco all'isola. A questo scopo Cuba sta intensificando la denuncia del recente voto della commissione dell'ONU sui diritti umani. Nel discorso del 1° maggio Fidel Castro si è espresso in termini così pesanti sui governi del Messico e del Perù da spingerli sull'orlo di una vera e propria rottura definitiva dei rapporti diplomatici.

Era accaduto già nel 2002, quando avevano votato a favore della mozione di critica a Cuba i rappresentanti di sette paesi latinoamericani (tra cui per la prima volta il Messico, che era stato per decenni una sponda preziosa per aggirare il bloqueo), mentre si erano astenuti Brasile ed Ecuador, e solo Cuba e Venezuela avevano votato contro. La reazione allora era stata la rottura dei rapporti diplomatici con l'Uruguay, presentatore della mozione, e aspre polemiche con il governo messicano. Anche nel 2003 c'era stata una analoga "condanna" (senza ripercussioni pratiche dirette su Cuba, come per tutte le risoluzioni dell'ONU e dei suoi organismi).

Tuttavia l'UE aveva preso a pretesto le misure repressive nei confronti del dissenso (e di chi tentava di lasciare l'isola) per bloccare i peraltro modesti programmi di aiuto e di collaborazione economica e culturale, e Cuba aveva risposto con grandi manifestazioni alle ambasciate di Italia e Spagna. Nel 2004, a presentare la mozione è stato il rappresentante dell' Honduras (con cui appena due anni prima erano state ripristinate le relazioni diplomatiche...). La composizione della commissione varia ogni anno: i paesi latinoamericani che hanno votato la mozione di condanna erano, oltre all'Honduras che la proponeva, Cile, Costarica, El Salvador, Nicaragua, Perú e Messico (la maggior parte dei voti a favore erano di paesi europei tra cui la Repubblica Ceca). Tra gli astenuti tuttavia, ed è un dato molto preoccupante, ci sono anche Brasile, Argentina, Paraguay ed Ecuador, paesi con cui Cuba ha strette relazioni.

L'attacco di Fidel Castro è stato concentrato sui presidenti di Messico e Perú, con espressioni dure, fondate sulla realtà ma poco diplomatiche. Invano il ministro degli esteri e lo stesso Castro hanno poi sottolineato che non volevano offendere i due popoli, ma solo i loro governanti. Ovvio, ma insufficiente a ridimensionare le reazioni. Non è affatto male che Cuba pronunci oggi un giudizio severo sulla classe dirigente messicana: al contrario, anche se comprensibile, dispiaceva il pluridecennale silenzio nei confronti dei misfatti del Messico (fin dalla strage degli studenti di piazza Tlatelolco del 1968). Tuttavia il fatto che il silenzio cubano sia stato rotto non per qualche nuovo crimine del governo messicano, ma per la sua partecipazione a un biasimo delle condanne del governo dell'Avana ai dissidenti, indebolisce il valore morale della denuncia. Inoltre coprire di insulti e definire marionette degli Stati Uniti tutti coloro che criticano la situazione interna cubana non migliora la situazione.

 Sacrosanto denunciare gli Stati Uniti per i crimini commessi a Guantanamo, ma è meno efficace farlo ora solo per ritorsione alla condanna di Cuba: infatti in nome della lotta contro il terrorismo, nel clima creatosi dopo l'11 settembre, il governo cubano non aveva protestato per la detenzione a Guantanamo degli uomini catturati in Afghanistan... In quei giorni, certo, si stava allentando il blocco, e l'amministrazione Bush, "per ragioni umanitarie" (i tre cicloni che avevano devastato l'isola), aveva permesso di vendere medicinali e generi alimentari a Cuba. L'improvvisa sensibilizzazione del governo messicano per la questione dei diritti umani a Cuba (mentre li viola da decenni spudoratamente nel proprio paese) è più comprensibile alla luce del pesante ridimensionamento della sua funzione di intermediario, che faceva arrivare - sia pure a carissimo prezzo - ogni tipo di prodotti statunitensi, che ora vengono forniti direttamente. Tuttavia non giova al prestigio di Cuba che essa subordini ai propri interessi contingenti i giudizi su altri paesi, alternando condanne severe o indulgenti silenzi a secondo delle convenienze.

A proposito della eccessiva benevolenza nei confronti del regime messicano del PRI va detto che per un lungo periodo a Cuba la stampa ufficiale (ma ce n'è un'altra?) non ha dato notizia dell'insorgenza zapatista, e quando per la prima volta i lettori del "Granma" hanno ricevuto un'informazione, l'hanno avuta da un'intervista al presidente ladro e usurpatore Salinas de Gortari (che appena un anno dopo sarebbe fuggito dal Messico, latitante di fronte a pesantissime imputazioni).

"Usurpatore", abbiamo detto, perché aveva "vinto" le elezioni del 1988 grazie a clamorosi brogli, che non avevano impedito tuttavia a Fidel Castro e al sandinista Daniel Ortega di partecipare ai festeggiamenti per il suo insediamento. Chiedere a Salinas un parere su quello che accadeva nel Chiapas era un po' come chiedere a Batista nel 1957 cosa stava accadendo sulla Sierra Maestra. Va detto che Cuba ha avuto finora buoni rapporti anche con la Colombia, ovviamente al prezzo di non appoggiare le guerriglie operanti in quel paese. In parte queste scelte dipendono dallo stato di grave costrizione e isolamento in cui il paese assediato si trova da molti decenni, ma in parte corrispondono ad un'altra logica: richiamano il modo con cui l'URSS non denunciava mai i crimini dei paesi con cui faceva affari: perfino in epoca formalmente poststaliniana aveva stabilito cordiali rapporti con i generali argentini, chiudendo gli occhi sul massacro di decine di migliaia di generosi militanti appartenenti non solo alla sinistra rivoluzionaria ma allo stesso PCA, pur diretto da burocrati opportunisti pronti ad avallare ogni scelta di Mosca. In cambio, l'Unione Sovietica comprava grano argentino a un prezzo relativamente favorevole.

Questa oscillazione tra benevolenza indebita di fronte alla prospettiva di buoni affari e attacchi feroci e poco diplomatici rende meno credibili le accuse, quando vengono mosse. Si pensi ai giudizi mutevoli su Berlusconi, inopportunamente elogiato nel luglio 1994, in un'intervista apparsa sul supplemento illustrato del "Corriere della sera" e poi ancora nel giugno 2002 in un'intervista a Castro dello stesso genere, apparsa su "Chi". Di Berlusconi: si diceva che grazie a lui "l'Italia sta sopportando la crisi meglio di altri paesi europei" e che grazie alla piccola e media impresa aveva "creato più posti di lavoro."

Appena un anno dopo, il 12 giugno 2003, quando l'Unione Europea ha denunciato gli arresti e condanne a morte, è diventato il fascista "Benito Burlesconi" e l'insulto è stato esteso a tutta l'Unione europea dato che la denuncia della repressione era stata espresso da tutti i governi europei. Lo stesso Prodi si irritò molto per una spiegazione piuttosto semplicistica della politica dell'UE, che avrebbe deciso "di capitolare di fronte al governo degli Stati Uniti sul tema della sua politica nei confronti di Cuba" ("semplicistica" perché l'UE è reazionaria autonomamente, in quanto costituita da paesi imperialisti, e non "per subalternità agli USA").

Cuba è in difficoltà. Si direbbe che Fidel voglia sempre meno amici, e che non si renda conto che si può criticare la condanna dei dissidenti a pesanti pene detentive per reati di opinione senza essere per questo "fantocci degli Stati Uniti"... D'altra parte Fidel Castro non attacca solo i governi, ma anche vecchi amici di Cuba rei di aver espresso critiche al nuovo corso: in un'intervista a Miguel Bonasso sul giornale argentino "Pagina 12" (ripresa da "Repubblica" il 12 5 03), ha reagito alle critiche espresse da José Saramago, dicendo che "è un buon scrittore", ma non ha "capito nulla della realtà attuale di Cuba e del mondo."

"Saramago e alcuni altri che hanno agito in buona fede sembrano ignorare completamente che il nostro pianeta sta marciando a tappe forzate verso una tirannia mondiale nazi-fascista". Forse, aggiunge Fidel, si è trattato di "un attacco passeggero di vanità e autosufficienza", comprensibile in uno che dopo essere stato "un buon comunista abituato nel corso di molti anni a subire calunnie, che è stato elevato all'improvviso nell'Olimpo da un Premio Nobel".

Il modello di questo attacco (che trasforma gli amici in nemici, o li ridicolizza come sciocchi vanesi) è stato ripreso subito in tutto il mondo da zelanti imitatori. Il bersaglio principale è stato Eduardo Galeano che, dopo aver denunciato gli orribili approdi delle socialdemocrazie da un lato, degli "Stati comunisti" dall'altro, aveva scritto: "La rivoluzione cubana è nata per essere diversa. Sottoposta a un'incessante persecuzione imperiale, è sopravvissuta come poteva e non come voleva. Il suo popolo generoso e coraggioso si è molto sacrificato per restare in piedi in un mondo pieno di inginocchiati. Ma nel duro cammino percorso in tanti anni, la rivoluzione è andata perdendo quel vento di spontaneità e di freschezza che dall'inizio la spingeva avanti. Lo dico con dolore. Cuba duole."

 Per giunta, mentre elogiava Fidel Castro che, "in una situazione di bloqueo e tragica solitudine, ha ottenuto alcuni miracoli" ("grazie alla Rivoluzione cubana, rappresentata nel simbolo nazionale di dignità nazionale che è Fidel, Cuba è passata da colonia a patria") aveva osato accennare al metodo verticistico con cui sono prese le decisioni. Galeano, è stato subito bollato come "ormai chiaramente funzionale alla perenne diatriba anticubana progettata lassù nel nord" e inserito nella schiera dei "falsi amici che fingendo di darti una manata sulla spalla ti conficcano coltelli nella schiena".

A Fidel e alla propaganda ufficiale di Cuba e dei suoi sostenitori acritici nel mondo, sembra che tutto quel che accade oggi sia solo il frutto di un complotto. Eppure Cuba aveva saputo in altri periodi ricucire significativi rapporti con molti paesi. E aveva saputo dialogare perfino con vecchi oppositori emigrati, invitandoli a tornare nell'isola. E aveva saputo scaricare sugli Stati Uniti il peso del controllo dell'ondata migratoria, tanto nel 1980 che nel 1994, senza dover definire terroristi al soldo degli USA (e quindi fucilare) chi tentava di dirottare un mezzo per raggiungere il "paradiso di Miami". Cuba fin dai primi anni ha dovuto lottare duramente per spezzare l'isolamento internazionale e ci è in parte riuscita.

Un successo recente è stato nel 1998 quello della visita del papa, che nelle intenzioni di Giovanni Paolo II doveva servire a ripetere l'esperienza polacca, e che invece ha dimostrato davanti a molte migliaia di giornalisti e operatori televisivi giunti per "assistere al crollo dell'ultimo regime comunista" la sua capacità di affrontare la sfida senza ricorrere alla forza. Tuttavia quasi tutte le speranze generate dall'arrivo del papa sono state presto deluse, in particolare per la verifica dell'assenza di risultati concreti sul terreno della cessazione del bloqueo. Al momento della visita, c'era stata una grande emozione e attesa anche tra i non cattolici: l'80% delle porte dei quartieri poveri dell'Avana erano contrassegnate da un adesivo con il ritratto del papa e la scritta "Juan Pablo II, estamos contigo".

Un anno dopo, il papa era stato dimenticato, gli adesivi in gran parte staccati, della fine del bloqueo restava solo una pallida caricatura, la distribuzione di pacchi e di medicinali nelle parrocchie. E la delusione delle speranze di cambiamenti rapidi lasciava spazi a un ulteriore aumento della microcriminalità, che induceva a una stretta repressiva sociale verso le jineteras e i ladruncoli. Per arginarli, veniva creata la nuova polizia preposta alla protezione del turismo, non ben vista dalla popolazione perché retribuita molto più della normale polizia ma anche di un medico o di un docente. Il turismo è stato incoraggiato in ogni modo, dal monumento a John Lennon, rappresentato in bronzo a grandezza naturale su una panchina dello stesso materiale su cui ci si può sedere per farsi fotografare al suo fianco, alla piazzetta dell'Avana vecchia dedicata a "lady Di".

Ma per le ragioni a cui abbiamo accennato, dal turismo arriva valuta, ma è necessario anche spendere molto, quanto non si sa bene. Sono queste difficoltà che sono a monte della recrudescenza di tentativi di emigrazione illegale, ed è l'incapacità di affrontare i problemi creati dalle riforme (in primo luogo una crescente disuguaglianza) che ha favorito la crescita di un dissenso intellettuale basato non su argomenti astratti, o su atteggiamenti da "rinnegati" asserviti agli imperialisti, ma su analisi e proposte economiche concrete, e richieste di una partecipazione alle decisioni (che sono prese sempre in modo "monarchico", magari riprendendo con anni di ritardo proposte fatte in passato da dirigenti o militanti non ascoltati o magari destituiti come capri espiatori).

Avevo analizzato dettagliatamente questi fenomeni nell'ampio aggiornamento al libro del 1996, che rappresenta un vero e proprio "Bilancio di dieci anni di riforme". Avevo finito di scriverlo quasi un mese fa: la svolta del 10 maggio conferma dolorosamente la correttezza della diagnosi che avevo abbozzato e a cui quindi rinvio.

 Antonio Moscato