Ex generale rivela...

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G
enerale, cominciamo con una breve autopresentazione.

"Sono Néstor Gonzáles Gonzáles, generale di brigata dell’esercito venezuelano. Sono uscito dall’accademia militare nel 1974. Ho 28 anni e mezzo di servizio attivo, più quattro anni all’accademia".

 
Il generale Néstor Gonzáles Gonzáles.
 
Dunque, lei ha quasi 33 anni di vita militare alle spalle. Con quali incarichi?

"Ho avuto incarichi di comando della truppa in tutta la mia carriera e sono stato anche istruttore per tutte le armi. Sono stato comandante dei reparti di artiglieria, vicecomandante del reggimento della guardia d’onore durante i governi di Carlos Andrés Pérez (1989-1993) e di Rafael Caldera (1994-1998) in una situazione sommamente critica. Questo le dà un’idea di quanto siamo democratici e del fatto che non siamo golpisti. Sono stato secondo comandante della 31° brigata di fanteria; direttore della scuola di artiglieria dell’esercito; comandante della brigata cacciatori dell’esercito; comandante del teatro di operazione numero 2. Il mio ultimo incarico è come direttore del personale dell’esercito e comandante di tutte le scuole dell’esercito".

Un curriculum di tutto rispetto per un ufficiale. Ora, però, le chiediamo: che ci fa in questa piazza?

"Questa è una situazione che molte persone non capiscono. Bisogna sapere che prima di arrivare a ciò sono state fatte tutte le denunce attraverso i canali legali per far sì che il presidente rispettasse la costituzione".

In cosa Chávez non avrebbe rispettato la costituzione?

"Per esempio, il tradimento della patria con la consegna del territorio venezuelano alla guerriglia colombiana. Ho manifestato pubblicamente e attraverso tutti i canali ufficiali (dell’esercito, del ministro della difesa e della presidenza della repubblica) il mio scontento e la mia indisposizione ad accettare che la politica fosse introdotta all’interno dei quadri dell’esercito. Sostenevo che questa politicizzazione delle forze armate avrebbe portato a problemi di divisione, di leadership e di operatività. Tutte queste mie osservazioni non sono state prese in considerazione. Poi sono avvenuti i fatti dell’11 aprile 2002 (vedere cronologia, n.d.r.). Io ho fermato le truppe e i tanks perché non uscissero per strada a massacrare il popolo venezuelano, che chiedeva la rinuncia del presidente. L’intento di Chávez era proprio quello di usare le truppe per sequestrare il popolo venezuelano e imporre un progetto comunista di tipo totalitario, diretto da Fidel Castro e dalla sinistra internazionale. Una volta che è successo tutto questo, io ed altri ufficiali democratici abbiamo ritenuto che non esistesse più uno stato di diritto all’interno del nostro paese e siamo scesi in piazza Altamira a denunciare quello che stava succedendo. Era il 22 ottobre 2002.

Siamo ancora qui, perché lo stato di diritto non è stato ripristinato e non esiste neppure un luogo dove presentare le nostre denunce, dato che tutti i poteri dello stato hanno un atteggiamento ostile nei nostri confronti. Per tutto questo abbiamo deciso di ritirarci dall’esercito e venire in questa piazza per denunciare all’opinione pubblica nazionale e internazionale quello che sta facendo il presidente Hugo Chávez contro il popolo venezuelano. Questa persona ha permesso a elementi stranieri di entrare nel nostro paese per reprimere la rivolta popolare; ha distrutto tutte le istituzioni e sfrutta la miseria per portare avanti un progetto di sinistra con lo scopo di destabilizzare tutto il continente latinoamericano e probabilmente la pace e la tranquillità del mondo".

Quante persone condividono la vostra ribellione?

"All’interno del territorio liberato di piazza Altamira ci sono 126 militari. Ma non tutti vivono qui. Alcuni vanno ai loro luoghi di residenza, altri invece dormono sempre in case diverse per motivi di sicurezza. C’è repressione contro di noi, contro le nostre famiglie".

L
ei parla di repressione. Però, è molto originale che
ci sia un gruppo di ufficiali che si sono ammutinati e non riconoscono questo governo e che tuttavia non vengono arrestati...

"In questo momento abbiamo 9 ufficiali con ordini di cattura. Gli altri no. Nemmeno io, che continuo ad essere militare attivo delle forze armate venezuelane. Siamo 4 generali. Gli altri sono stati abbassati di grado senza nessuna giustificazione, senza nessun diritto alla difesa, senza il processo che si deve seguire in questi casi. Abbiamo un generale detenuto nella sua residenza per motivi politici, il generale Alfonso Martinez. Inoltre, a parte noi, ci sono molti generali che sono a casa o senza incarichi o che si sono ritirati dal servizio, che lavorano per ottenere l’abbandono della presidenza da parte di Hugo Chávez".

Lei ovviamente sta parlando di un’uscita pacifica, giusto?

"Qualsiasi uscita! Perché quando si vende la patria, quando si tradisce un popolo per imporre un regime alieno, che non si identifica con il benessere, la tranquillità e la pace della gente, si deve arrivare alla libertà a qualsiasi costo.

Abbiamo iniziato pacificamente, ma se dovremo ricorrere ad altri metodi lo faremo. Dobbiamo recuperare la libertà di una nazione e di un popolo che sta soffrendo. Purtroppo, la comunità internazionale non ha inteso totalmente la nostra situazione".

Perché non avrebbe inteso la situazione? I media hanno parlato molto del Venezuela...

"Semplicemente perché il governo ha manipolato l’informazione. Con molto denaro ha costruito una lobby internazionale a cui mostra continuamente una costituzione che non rispetta. Hugo Chávez vuole dimostrare che è un democratico, mentre in realtà è un dittatore che tenta di imporre un regime comunista e fondamentalista".

P
arliamo di numeri. Secondo lei, quanta gente sta con Chávez?

"Calcoliamo che ha una popolarità ‘dura’ tra il 12% e il 15%. Poi c’è un altro 15% che, per così dire, è chavista light, molti anche all’interno delle forze armate, perché sono pagati, corrotti. Chávez ha comprato la dignità e la coscienza della maggior parte delle persone che lavorano con lui, ma quando il denaro finirà queste lo lasceranno perché non si identificano con lui".

Se solo il 30% della popolazione sta con Chávez, questo significa che il presidente è stato abbandonato anche da gran parte della gente povera...

"Molti pensano che gli abitanti dei barrios poveri stiano dalla sua parte, ma non è così. Ad esempio, durante il firmazo (raccolta di firme contro il presidente indetta dall’opposizione, n.d.r.), molta gente è scesa a Caracas per manifestare la propria volontà di smettere di soffrire".

E le forze armate che fanno?

"Chi crede che le forze armate stiano con il presidente si sbaglia! Proprio perché non è così, Chávez ha portato tanti stranieri sul territorio venezuelano: gruppi della guerriglia colombiana pronti ad intervenire con le armi; cubani mascherati da istruttori sportivi, ma ugualmente armati. E poi ha armato una parte della popolazione per far credere che difenda la rivoluzione".

Lei si riferisce ai cosiddetti circoli bolivariani?

"Certo! Lui ha organizzato questi circoli perché sa che le forze armate non stanno dalla sua parte, che hanno una posizione istituzionalista e che un giorno si uniranno assieme al popolo per cacciarlo".

E cosa pensa della Coordinadora democratica?

"Un elemento della politica di Hugo Chávez è cercare di dividere l’opposizione. La Coordinadora democratica non è sfuggita a questo tentativo. Così si sono create divisioni tra i politici che si oppongono a Chávez per interessi personali, economici o di partito.

Queste persone vengono automaticamente messe da parte quando ci si accorge che esse non si identificano con l’interesse generale del popolo venezuelano".

E quali vie d’uscita propone la Coordinadora democratica?

"Chávez disprezza qualsiasi opzione democratica e si burla costantemente di ogni soluzione proposta dal popolo, perché se è vero che il presidente gode ancora di un 25-30% di supporto popolare, è anche vero che ha un 70% di rifiuto che viene espresso regolarmente nelle strade di Caracas e non solo in piazza Altamira. Questo non era mai successo con nessun presidente venezuelano, nemmeno con Caldera che arrivò ad avere un 15% di popolarità, ma il restante 85% della popolazione rimaneva indifferente e viveva la vita così come veniva. Tutto restava confinato all’interno di un contesto democratico, senza creare in nessun momento divisioni tra ricchi e poveri o tra bianchi e neri, come cerca di fare in questo momento Chávez".

G
enerale che cosa pensa per il futuro immediato?
"Il futuro immediato impone ai venezuelani di continuare a scendere in piazza per far capire alla comunità internazionale che la nostra lotta è giusta. La pace, la libertà, la tranquillità e il futuro del Venezuela significano molto non solo all’interno del continente sudamericano, ma anche nel contesto occidentale e mondiale. Non può essere che un gruppo minoritario sequestri la libertà e la tranquillità di un paese. Pertanto dobbiamo continuare ad andare avanti. Ad ogni costo".