Dignità calpestata.
 

Cuba vive oggi una crisi di speranza. Dopo 45 anni di castrismo, è la rassegnazione ad avere la meglio e a quanto pare, anche le iniziative popolari degli ultimi due anni volte a liberalizzare la vita politica si sono scontrate contro il muro di gomma di una dittatura sempre più repressiva. Eppure, con la caduta delle ideologie e la fine del blocco sovietico, anche i cubani vissero con euforia la speranza di un cambiamento. “I giornali dell’Unione Sovietica che di solito non venivano acquistati – spiega un esponente della società civile raggiunto a Cuba da Korazym.org – sparirono dalle edicole: la gente era curiosa di conoscere quanto stava accadendo, certa di poter partecipare ai cambiamenti mondiali in atto”. Al contrario, Fidel Castro, alla guida del paese dalla rivoluzione del 1959, è rimasto indenne dai processi di quegli anni, grazie soprattutto ad alcune misure repressive adottate a partire dagli anni ’90. Un cambio di rotta che continua anche oggi e che è stata inasprito in seguito all’attività dei movimenti di opposizione che per la prima volta sono riusciti a coinvolgere strati significativi della società. Il progetto Valera in particolare, ha aperto una breccia, suscitando risposte durissime da parte del governo. L’iniziativa nata nel 2002 da un’idea di Osvaldo Payá, del "Movimiento Cristiano de Liberación”, prende il nome da un sacerdote e uomo di cultura dell’Ottocento, Félix Varela, un grande teorico della politica d’impronta cattolica liberale. Rifacendosi all’articolo 88 della Costituzione cubana che impegna il Parlamento a esaminare le richieste sottoscritte da almeno diecimila cittadini, il gruppo di Paya è riuscito a raccogliere più di 15mila firme a favore di un referendum che introduca la democrazia, attraverso il riconoscimento dei diritti di associazione, di libertà di espressione, di stampa e di impresa e dell’amnistia per tutti i prigionieri politici. L’iter parlamentare da un punto di vista formale è riuscito ad andare avanti fino all’anno scorso, per poi essere stoppato da Castro in persona che ha dichiarato intoccabile il carattere socialista dell’attuale sistema politico, economico e sociale. E' seguito un inasprimento della politica di regime che non ha coinvolto tanto Osvaldo Paya (insignito dall’Unione Europea del premio Sacharov per i diritti umani e dunque personaggio troppo visibile), quanto i rappresentanti del movimento. Nell’aprile del 2003, 33 dissidenti sono stati condannati a pene durissime dai 14 a 27 anni di carcere per reati di opinione e molti prigionieri rimangono tuttora in isolamento senza poter essere visitati nemmeno dai medici o dai sacerdoti. Come denuncia “Amnesty International”, “il governo dell’Avana ha parlato di una cospirazione statunitense ai danni dell’isola e i pubblici ministeri hanno tradotto questa tesi in una serie di incriminazioni per reati contro la sicurezza dello Stato. Il risultato è che oggi, a Cuba, attivisti per i diritti umani, giornalisti, bibliotecari e pacifici oppositori politici sono in carcere, con la prospettiva di passarvi anche fino a 30 anni, per reati di opinione. L’11 aprile del 2003 Cuba ha interrotto una moratoria di quasi tre anni sulle esecuzioni capitali fucilando tre persone che avevano tentato di dirottare una nave passeggeri verso gli Stati Uniti. Un atto illegale, certamente, ma comunque terminato in modo incruento. Sappiamo che quando un paese interrompe una moratoria sulle esecuzioni, la vita degli altri condannati a morte (52 nel caso di Cuba) è in pericolo”. Gravi violazioni della libertà di stampa e di comunicazione sono all’ordine del giorno. Secondo il rapporto del 2003 di "Reporters senza frontiere", Cuba è al penultimo posto per la libertà di espressione, davanti solo alla Corea del Nord. “L'ondata repressiva scatenata nei confronti dei professionisti dei media, - spiega il rapporto - ha fatto di questo paese la più grande prigione del mondo per i giornalisti. A loro viene imputato di pubblicare all'estero degli articoli che fanno il gioco degli "interessi imperialisti". Proprio in queste ore, inoltre, è stato limitato l'uso di internet, accessibile da oggi in poi soltanto ad una piccola cerchia di persone della pubblica amministrazione. Con un’impassibilità invidiabile, Fidel Castro continua tuttavia a dirsi fedele ai suoi ideali e durante i lavori della XXI Assemblea generale del consiglio latinoamericano di scienze sociali dell’ottobre del 2003, ha assicurato che "la rivoluzione è un cammino possibile" e ha ribadito che continua ad essere "un comunista marxista leninista, anche se non dogmatico". “In realtà – continua la nostra fonte – a Cuba l’adesione ideologica allo spirito della rivoluzione è crollata da almeno 20 anni. Basti pensare che nonostante l’embargo, responsabile di gravi difficoltà e sofferenze, da parte della popolazione rimane un atteggiamento positivo nei confronti degli Stati Uniti. Castro oggi governa solo per il sistema di potere che è riuscito a consolidare. Il futuro è tutto un’incognita: dopo una guerra di potere e di interessi del tutto prevedibile tra i fedelissimi, la democratizzazione sarà l’unica strada possibile”. È una testimonianza che fa pensare, specie in presenza di una corrente senza dubbio minoritaria, ma ancora influente, che tende a mitizzare la figura del lider maximo e a considerare l’esperienza di Cuba, comunque positiva. Anche nel nostro paese capita di sentire valutazioni di questo tipo: forse è arrivato il momento di costruire una coscienza condivisa che faccia dire no al disprezzo della dignità, indipendentemente dal colore di chi lo mette in atto.