Democrazia sociale? No dittatura!
 

 
Democrazia sociale? No dittatura!

Ci sarebbe poi una' argomentazione, che sfioro soltanto perché mi sembra così evidentemente falsa da risultare offensiva per l’intelligenza di coloro che la pongono. Secondo alcuni, a Cuba non ci sarebbe affatto una dittatura, ma una vera democrazia, una democrazia sociale anzi socialista. Chi considera la situazione cubana libero da pregiudizi ideologici non potrà constare che a Cuba, a meno di rivoluzionare il linguaggio politico e il senso reale delle cose, esiste un regime di tipo dittatoriale. A questi interlocutori, attardati su linguaggi sepolti da più di ottant’anni di fallimenti, occorre ricordare che: dove vi è un partito unico al potere; dove mancano libertà di stampa, di associazione, di pensiero; dove i dissidenti politici vengono perseguiti anche sulla base di semplici sospetti; dove si infliggono condanne enormi per “reati” attinenti alla libertà di pensiero; dove non c’è una società civile indipendente dallo Stato; dove non è possibile svolgere libera attività sindacale; dove non c’è libertà economica; dove non c’è separazione dei poteri dello Stato; dove il potere non è limitato da altri poteri: ebbene, in quel fortunato paese vige un regime che nel linguaggio politico delle persone civili si chiama dittatura. Nel caso di Cuba si tratta di una dittatura totalitaria, con tutte le differenze che ciò comporta da altri tipi di dittature (11). Aggiungo, inoltre, che risulta sorprendente e financo inquietante il fatto che militanti abituati ad urlare nelle piazze che viviamo in uno Stato di polizia, lì dove lo Stato di polizia c’è davvero, non solo tacciono, ma anche acconsentono.


Alcuni osservano che il regime di Fidel Castro gode di un consenso di massa, come dimostrerebbero le oceaniche adunate in occasione dei logorroici comizi del líder maximo. Va detto che questa non è affatto una argomentazione che possa ribaltare la classificazione del regime politico cubano. Anche Hitler, Mussolini e Stalin godevano del consenso ampiamente maggioritario della loro popolazione, e ai loro comizi accorrevano osannanti centinaia di migliaia di individui, mobilitati dalla liturgia totalitaria; ma nessuna persona con un minimo di cervello si sognerebbe di ricavare da questa osservazione l’idea che in quei regimi politici vigesse una democrazia, cioè una democrazia degna di essere considerata tale. Come ha dimostrato ampiamente Norberto Bobbio, le dittature comuniste non meritano affatto questo appellativo, aldilà del fatto che esse si proclamassero democrazie, e che anzi pomposamente enunciassero di essere le vere e le uniche democrazie (12). Il problema, naturalmente, non si pone neppure per le dittature totalitarie di stampo nazifascista, che non avevano di queste pretese, e che facevano dell’ideologia antidemocratica un motivo di vanto. Le uniche democrazie storicamente realizzate, in età contemporanea, degne di essere definite tali, nonostante tutti i loro noti vizi e limiti, sono le democrazie liberali. Una caratteristica essenziale delle quali, come osservava Popper, è il fatto che esse permettono il cambiamento del governo senza spargimento di sangue (13). Questa considerazione ci riporta nuovamente a Cuba, un paese nel quale, nonostante il succitato consenso di massa, dichiarato e probabilmente reale, il regime appare evidentemente terrorizzato dalla minaccia di essere democraticamente spodestato. E ne ha ben ragione. Infatti, a ben considerare, in nessun paese uscito dalla dittatura comunista i comunisti sono tornati al potere con i programmi marxisti-leninisti che avevano caratterizzato i regimi dell’Est Europa: segno evidente che, avendo la possibilità di scegliere, di esercitare quindi un libero e reale consenso, la maggioranza della popolazione in nessun caso, nonostante i limiti e le imperfezioni delle democrazie liberali, ha preferito tornare al comunismo.