Parla l'ex agente della Cia che ordinò l'esecuzione: «Era un freddo assassino, ma lo rispettavo»
 
Parla l'ex agente della Cia che ordinò l'esecuzione: «Era un freddo assassino, ma lo rispettavo»
PABLO TRINCIA
MIAMI
Verso la fine dell’estate del 1967, un agente della Central Intelligence Agency con base a Miami convocò sedici dissidenti cubani per selezionare un volontario da mandare in missione segreta in Sud America. L’obiettivo dell’operazione era un pezzo grosso: Ernesto «Che» Guevara de la Serna, all’epoca il leader rivoluzionario più famoso al mondo, nascosto con i suoi guerriglieri nella boscaglia boliviana. Vi era arrivato dopo aver lasciato Cuba e al termine di un lungo viaggio in Africa, deciso a riportare il verbo della rivoluzione in America Latina. Gli americani avevano bisogno di qualcuno che aiutasse l’esercito boliviano nella caccia all’uomo.

Al termine di ogni colloquio, ai candidati veniva posta una domanda chiave: «Se ti scegliessimo subito, quando saresti disposto a partire?». La maggior parte chiese qualche giorno di tempo. Poi toccò a un 26enne laureato in ingegneria: «Se mi lasciate tornare a casa, prendo le mie cose, saluto mia moglie, torno qui e andiamo. Se siamo di fretta datemi un telefono, così la avviso che devo partire. Se non c’è tempo nemmeno per questo, ecco il suo numero, chiamatela voi e inventatevi che sono dovuto andare via all’improvviso».

Impressionato dalla risposta, l’agente della Cia trascrisse il nome del candidato: Felix Ismael Rodriguez. Benché giovane, il cubano aveva già un curriculum di azioni sotto copertura. Rodriguez aveva svolto attività di intelligence nell’operazione che doveva anticipare l’invasione americana della Baia dei Porci. L’invasione era sfumata due giorni prima di cominciare, lasciando decine di esuli cubani dissidenti - nel frattempo infiltrati a Cuba - nelle mani delle forze rivoluzionarie. Ma ora il giovane ingegnere aveva la possibilità di prendersi una rivincita: catturare l’uomo che - a fianco di Fidel - era diventato il simbolo della rivoluzione cubana e dare l’ordine di fucilarlo.

Oggi nel suo ufficio di Little Havana, a Miami, quarant’anni dopo la morte del Che, Rodriguez racconta - snidando dettagli nascosti negli angoli più bui della sua memoria - la cronaca di una caccia all’uomo ormai storica. Quasi settantenne, appesantito dagli anni e da un lungo esilio lontano da Cuba, questo ex della Cia - o «guerriero dell’ombra», come l’hanno soprannominato - non lascia trapelare emozioni. La sua voce, cavernosa e atona, velata ancora da un forte accento ispanico, snocciola con freddezza gli aneddoti di una vita tra oscure missioni segrete in un mondo diviso dalla Guerra Fredda. Rodriguez ha aiutato i governi di Venezuela, Bolivia, Perù ed El Salvador a combattere le guerriglie, volato più volte sopra la guerra del Vietnam e fatto da tramite per la vendita di armi ai Contras in Nicaragua. E’ amico personale di George Bush senior e di altri alti quadri di passati governi Usa. Oggi è presidente della Brigada 2506, che a Miami raccoglie i veterani della Baia dei Porci e altri esuli anti-Castro. Ma per la storia, rimarrà sempre «l’uomo che ha catturato Che Guevara».

Una volta arrivato in Bolivia, Felix Rodriguez trovò un esercito cencioso e poco motivato, privo di equipaggiamenti. «Decisi di addestrarne un gruppo e di mandare in avanscoperta altri che parlavano le lingue locali». Intanto Guevara e i suoi avevano ottenuto l’ospitalità di un contadino, Honorato Rojas. Lo stesso Rojas li tradì, informando l’esercito. Ma a guidare Rodriguez alla cattura dei guerriglieri fu anche José Castillo Chavez, detto Paco. «Quando seppi della sua cattura chiesi ai boliviani di interrogarlo», ricorda Rodriguez. «Paco era gravemente ferito e temevo che l’avrebbero fucilato. Lo feci curare e lui contraccambiò con molte informazioni utili sul Che, con il quale era furioso. Gli era stato promesso che l’avrebbero mandato a Cuba e poi in Urss, ma non partì mai. Ci spiegò che il battaglione si muoveva con Guevara al centro e due reparti - uno avanzato e uno arretrato - a un chilometro di distanza. Così, quando furono catturati tre membri dell’avanguardia, capimmo che eravamo vicini».

Eppure a dare la staffilata finale alla guerriglia fu un colpo di fortuna. Uno dei boliviani addestrati dalla Cia ottenne informazioni da un contadino, che aveva sentito voci non lontano da casa sua. Il 7 ottobre, la compagnia comandata da Gary Prado circondò l’area. «Era una domenica, mi trovavo nella zona di Valle Grande», ricorda Rodriguez. «Alle 10 di mattina arrivò il Maggiore Arnaldo Saucedo. “Mi capitan! - mi disse - abbiamo informazioni dal campo: papa cansado!” (papà è stanco), un termine in codice per indicare che il leader della guerriglia era ferito e catturato. La mattina seguente arrivai a La Higuera a bordo di un elicottero».

Nel villaggio, Rodriguez trovò quello che restava della guerriglia boliviana: un gruppo di uomini feriti e stremati. Guevara era da solo in una stanza, seduto sotto la finestra, le mani legate dietro alla schiena, una gamba insanguinata. «Era la peggiore guerriglia che abbia mai visto», commenta il guerriero dell’ombra. «In un anno non erano riusciti a reclutare un solo contadino boliviano. Oltretutto la radio del Che era rotta e non riusciva a comunicare con Cuba. Era solo, probabilmente anche a causa delle sue pessime relazioni con i sovietici. Quando entrai nella stanza lui capì. Mi guardò stizzito: “A mi no se me interoga!”. Replicai che volevo solo parlare. Lo rispettavo, perché se si trovava lì - e non alla guida del governo cubano - significava che era fedele ai suoi ideali, per quanto li ritenessi sbagliati. Detti l’ordine di slegarlo. Parlammo del più e del meno, poi andai a copiare tutti i suoi documenti, che dovevo inviare negli Usa».

Rodriguez ha sempre negato di aver voluto la morte di Guevara, sostenendo che in realtà gli americani lo preferissero vivo per interrogarlo. Ma mentre spulcia tra le carte e i diari del Che, il cubano riceve una chiamata. Una voce dall’altra parte del telefono ordina: «Capitano: 500-600». «Capii. 500 era il codice che indicava Che Guevara. 700 significava vivo. 600 morto. Passai l’ordine all’esercito, ma cercai di prendere tempo. Erano le 11 di mattina. Mi diedero tempo fino alle 2 del pomeriggio. Tornai da lui e scattammo la foto famosa che ci ritrae insieme. Nell’immagine lui appare imbronciato. Un attimo prima, però, rideva: gli avevo detto di guardare l’uccellino nell’obiettivo. Alle 12.30 la radio dette la notizia che Guevara era già morto. Tornai da lui. Gli dissi che avevo fatto del mio meglio, ma c’era un ordine dall’alto comando boliviano. Il Che diventò bianco come un pezzo di carta. Poi commentò che forse era meglio così».

Guevara consegna a Rodriguez la sua pipa. L’uomo della Cia riesce anche a entrare in possesso del suo Rolex. Oggi li conserva in una cassaforte. Si abbracciano in segno di saluto. «Mi chiese di dire a sua moglie di risposarsi e di cercare di essere felice. Poi uscii. Ordinai ai soldati di sparare dal petto in giù, perché sembrasse morto in combattimento. Qualche minuto dopo, all’una e dieci, sentii il fragore degli spari».

Rodriguez rimane freddo, impassibile.Rimorsi? «No. E nessuno su Che Guevara. Era un assassino a sangue freddo. Faceva fucilare la gente per i motivi più futili. Ne ho sentite, di storie su di lui». Perché è diventato un mito? «È stata la propaganda castrista. Altrimenti Castro avrebbe dovuto ammettere di aver fallito con Che Guevara. Fu lo stesso Che ad ammetterlo, nella breve chiacchierata prima dell’esecuzione. Mi raccontò di come riuscì - lui, uno studente di medicina argentino - a diventare presidente della banca nazionale cubana. Un giorno, durante un comizio, Fidel aveva chiesto se tra i presenti ci fosse un vero economista. Il Che alzò la mano e venne nominato presidente. In realtà, nella confusione non aveva sentito bene. Pensava che Castro cercasse un vero comunista».