Cuba criticata dalla sinistra italiana.
 

Pochi uomini politici hanno avuto in Italia la dignità personale di Pietro Ingrao. Ed è anche per questo che ieri ho provato un disagio, un penoso imbarazzo, nel leggere sul Manifesto il suo articolo a proposito della repressione politica a Cuba. Con quanta veemenza, infatti, con quali accenti severi, Ingrao investiva in quell'articolo la dittatura castrista. Che parole di fuoco, per bollarne la pratica liberticida, i processi-farsa contro gli oppositori, le esecuzioni capitali. Tutte parole sante, tutti giudizi da sottoscrivere. Solo che essi vengono soltanto oggi. Solo oggi, dopo decenni in cui Ingrao e buona parte della sinistra italiana s'erano sempre dissociati da qualsiasi condanna nei confronti del comunismo cubano. E quindi come non avvertire la debolezza, la poca attendibilità, di tante accuse riversate improvvisamente sulla testa di Fidel Castro? Come spiegarsi che un uomo di forte tempra morale come Ingrao non abbia sentito, già prima d'ieri, l'obbligo di prendere le distanze dalla tirannia castrista?

Certo, come in altri casi si potrebbe dire anche stavolta "meglio tardi che mai": meglio un soprassalto, una resipiscenza, una revisione, che non l'immobilismo politico e la sclerosi ideologica. Ma il ritardo resta in tutta la sua impressionante gravità. Resta l'incredibile durata del silenzio che il Pci prima, e poi i vari monconi della sinistra d'origini comuniste, hanno osservato rigorosamente di fronte a quanto accadeva nella Cuba di Fidel Castro. Sino all'altro giorno, infatti, non una parola. Non sul disastro economico, non sulla stampa ancora simile alla stampa dei primi fascismi e comunismi, non sulla sistematica e durissima repressione del dissenso.

Eppure Cuba non è sulla luna. Che a Cuba l'apparato leninista del potere fosse rimasto intatto (mentre persino in Vietnam, persino in Cina s'è andato via via sfaldando),questo lo sapevano tutti. Che ogni isolato delle strade dell'Avana o di Santiago avesse il suo comitato per la vigilancia, un nido di delatori che denuncia al partito ogni presunta trasgressione della disciplina rivoluzionaria, anche questo era ben noto. Che gli intellettuali fossero sorvegliati e intimiditi, gli omosessuali messi in prigione, gli oppositori processati per "tradimento" e gli studenti universitari valutati in base all'"entusiasmo rivoluzionario", anche questo si sapeva. Ma in quella parte della sinistra sepolta dai propri errori (prima Stalin, poi Mao, poi Castro, poi i preti guerriglieri, i sandinisti e il comandante Marcos), la regola restava quella del silenzio.
Il silenzio, per la verità, veniva osservato soltanto sulla tirannia.

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Sulle "conquiste della Rivoluzione cubana", invece, quanta loquacità: la prostituzione scomparsa, i servizi sanitari, il sistema scolastico. E quanto ai generi alimentari razionati, alle due camicie per anno, la replica era tagliente: si trattava della "dignitosa povertà del coraggioso popolo cubano nella sua lotta contro l'imperialismo Usa". Né la ricomparsa in massa della prostituzione, così com'era accaduto nell'Europa dell'Est ai primi prodromi della crisi del comunismo, incrinò le certezze di tanta parte del popolo di sinistra.
Sette anni fa, Castro venne a Roma per partecipare a un vertice della Fao. Cuba era già allora un reperto delle ideologie fallite del Novecento, un rottame del sovietismo, una dittatura senza spiragli. Eppure, che accoglienze ebbe il lìder maximo. In quanti occhi comparvero lacrime di commozione. Che toni appassionati, negli articoli di Liberazione e del Manifesto. Che calorose strette di mano con Massimo D'Alema e gli altri dirigenti del Pds (se si chiamava già così, questo non lo ricordo, il partito germogliato dal vecchio Pci), nei vari ricevimenti ufficiali.

Dice adesso Ingrao: "Le notizie che giungono da Cuba... non consentono più silenzi". Benissimo. Ma forse che le notizie provenienti da Cuba nel '96 consentivano un silenzio? No, questo è certo: erano già allora, come sempre dalla metà dei '60, notizie d'oppressione sociale, controllo poliziesco, asfissia politica. E di catastrofe economica: di quell'ingegneria delle penurie che la pianificazione alla sovietica aveva prodotto puntualmente anche ai Caraibi, dopo l'Urss, l'Europa dell'Est, la Cina sino all'avvento di Deng Xiaoping, e ogni altro paese dall'Africa all'America Centrale dove il comunismo ha messo, sia pure per poco, il piede.

Beninteso, mi duole dover criticare Pietro Ingrao. Tra loro, i vecchi non dovrebbero alzare la voce. Ma il ritardo sconcertante con cui ha scoperto che i processi di Cuba - con quelle "centinaia e centinaia d'anni di carcere", come lui stesso scrive - sono una copia dei processi stalinisti, e che a Cuba "difettano essenziali diritti di parola, d'organizzazione, di lotta politica pubblica e riconosciuta", non consente di volgere lo sguardo per pudore. Per tema dell'alterco tra vecchi.

Che il partito di Cossutta dichiari d'essere con Cuba "senza ambiguità e senza reticenze", questo è irrilevante, è folklore politico. Ma che un uomo con un suo posto ben preciso nella storia politica dell'Italia postfascista, s'accorga solo adesso di che cos'è il castrismo, su questo qualcosa andava detto. Perché la deriva della sinistra, la sua progressiva perdita di credibilità, è venuta anche dai suoi ritardi ed amnesie. Perché quei ritardi ed amnesie sono oggi le sue code di paglia, il bersaglio su cui i suoi avversari menano sistematicamente i colpi più efficaci e debilitanti.