I baffi di Fidel.
 

All'Avana circola una barzelletta. Dopo vari tentativi andati a vuoto, Fidel Castro riesce finalmente ad incontrarsi con Napoleone Bonaparte. Da pari a pari, i due si scambiano le rispettive esperienze di grande stratega, confrontano la Sierra Maestra e Austerlitz, la vittoria di Cuito Cuanavale e la battaglia di Wagram. Ad un tratto, visto che ormai (...) ( segue a pagina 16) (...) sono in confidenza, Fidel Castro si rivolge a Napoleone: «Perdonami, ragazzo, e non arrabbiarti se ti dico che con tutte le tue divisioni io non avrei mai perso a Waterloo». Senza scomporsi, l'imperatore risponde: «Perdonami, compagno, però senza i tuoi diari nessuno mai lo avrebbe saputo». Per i palati meno raffinati circola un'altra barzelletta. Ernesto e Pedro si incontrano in piazza all'Avana. Ernesto chiede a Pedro: «Come va?». Pedro: «Sono stanco, compagno Er nesto. Ci sono file dappertutto qui all'Avana. Fila per com prare il pane, il pesce, il riso, fila per i fagioli. Non ne posso più. Ho deciso: devo uccidere Fidel». Dopo un paio di mesi, i due si incontrarono di nuovo. Ernesto: «E Fidel l'hai poi ammazzato?». Pedro: «Non me ne parlare. Che fila per uccidere Fidel». Barzellette e gag, storielle, battute, stilettate. Ce n'è quanto basta per far dire agli esperti di cose cubane che il postcastrismo, almeno all'Avana, è già cominciato. Fidel Castro rimane al suo posto, ma il regime mostra tutti i segni di un tracollo imminente. Sempre così. I dittatori cominciano ad andarsene quando cominciano ad arrivare beffe e scherno, quando perdono il loro alone di intoccabilità, inviolabilità, ammirazione. E il compagno Fidel, sempre intoccabile per i comunisti italiani, in patria da mesi non è più un tabù. Ormai - scrive più o meno il quotidiano argentino "La Nacion" riprendendo "Le Monde" - gli manca solo il mappamondo, quello con cui Charlie Chaplin giocava nel "Grande Dittatore". Persino "Gramma", organo ufficiale del Comitato centrale del partito comunista di Cuba, è riuscito a sbeffeggiarlo. Come se la Prava, ai tempi d'oro dell'Unione Sovietica, avesse preso in giro Krusciov in persona. Prim a pagina del quotidiano un tempo controllato in tutto e per tutto da Fidel Castro. L'edizione è quella, ormai quasi introvabile, del 4 dicembre 2003. La storia non è nuovissima, ma in Italia, dove Fidel evidentemente sopravvive meglio che a Cuba, se n'è parlato poco: certi sinistri aloni, da noi, sono sempre duri a morire. C'è un articolo dedicato alla visita di un gruppo di studenti e professori universitari degli Stati Uniti. La notizia è di quelle inesistenti. Qualunque giornale in qualunque Paese del mondo avrebbe dedicato al falso evento al massimo tre righe. Ma, declino o non declino, il Gramma è sempre il Gramma, l'organo di Fidel, otto pagine di pura propaganda, colate di piombo e di inni alla "revolución". Alla notizia Gramma dedica metà della prima pagina con ab- bondante replica all'interno. C'è anche una foto. Si vede Fidel in piedi. Parla al microfono. Alle sue spalle, due lunghi tavoli occupati presumibilmente da esponenti governativi. Davanti, la folla di studenti nordamericani e qualche mazzo di fiori. Tipica scenografia stile Unione Sovietica anni Sessanta. Niente didascalia: Fidel è Fidel, non ha bisogno di nome e cognome. È lui. Proprio lui? Guardate bene. La famosa barba del Lider Maximo non c'è. Scomparsa, rasata forse da un esperto di computer. Al suo posto sono cresciuti due baffetti. Sono chiaramente neri, piccoli, quasi comici, se non avessero un che di sinistro. Chi vi ricordano? Anche la folta chioma del capo è in gran parte scomparsa. Ora i capelli sono corti, lisci, con una riga diritta al centro. Si direbbero quasi appiccicati sul cranio. Brutti capelli. Sanno di sporco, di unto. Sorpresa: su Granmma, Fidel non è più Fidel, e neppure Napoleone, anche se la Waterloo c'è tutta. Fidel è diventato Hitler, più quello di Charlie Chaplin che quello vero. Che beffa, ragazzi. Proprio come se la Prava avesse pubblicato Krusciov con le corna, come se l'Osservatore Romano pubblicasse Giovanni Paolo II travestito da Maometto. E non è successo quasi nulla. Il regime ha tentato di correre ai ripari. Un naufragio. Primo ordine: sequestrate tutte le copie. Due milioni e mezzo di copie sono finite al macero, ma altre continuano a circolare, e una copia è addirittura finita nelle nostre mani. Secondo ordine: individuate i colpevoli. Le indagini sono scattate, ma nessun colpevole è stato individuato, e l'intera redazione di Gramma alla fine ha dovuto fare le valigie per far vedere che qualche colpevole era stato individuato. Terzo ordine: vietato parlarne, ma all'Avana ne parlano tutti, e al mercato nero le copie della grande beffa vengono vendute a 150 dollari l'una, un'enormità in un Paese in cui uno stipendio medio si aggira sui venti dollari al mese, e con 150 bigliettoni si può fare la vita dei nababbi. Ma Fidel un po' Hitler e un po' Charlot è il Gronchi Rosa della dissidenza cubana, l'icona che cade, il tabù non più tabù. E all'Avana c'è chi ha fatto la colletta per leggere il giornale che fino a ieri veniva distribuito gratis e che si raccoglieva agli angoli delle strade solo per far piacere ai poliziotti, per far finta di essere dalla parte del capo. Perché ieri Fidel era ancora Fidel, presidente del Consiglio dei ministri, Capo dello Stato, comandante delle Forze armate e pure segretario del partito comunista cubano. Oggi è ancora tutte queste cose qui, ma ha allentato la presa sul governo e su tanti ministri e generali. Oggi - con i cubani che ragionano di postcastrismo - Fidel parla con Napoleone discutendo di Waterloo e beccandosi ironici rimbrotti, mentre Ernesto se ne sta in fila dinanzi alla sua porta per fargli la festa. E all'Avana circola un'altra barzelletta. Anno 2004, Piazza della Revolución. Fidel Castro pronuncia il discorso per il suo compleanno: «Compagni, fra poco, quando avremo portato a termine la rivoluzione, saremo tutti ricchi, fumeremo tutti buoni sigari e avremo tutti una bella ragazza mora al nostro fianco». Un compagno dalla folla: «A me piacciono le bionde». Fidel: «Anche a me». È la versione corretta di una barzelletta che anni fa si concludeva così: «Compagno, devono piacerti le more, perché questa è Cuba e la rivoluzione è fatta così. O le more o le more». Ma allora Fidel non aveva 78 anni. E il mappamondo di Charlie Chaplin non era ancora apparso all'orizzonte.