21/1/2008

Chavez: "Mastico coca ogni giorno, al mattino e guardate come sto"

                                                                                                                

Il presidente venezuelano Hugo Chavez rivela di essere un consumatore abituale di cocaina. Nel corso di un discorso lungo quattro ore dinnanzi all'Assemblea nazionale, del quale la stampa internazionale ha messo in risalto inizialmente solo le sue convinzioni in merito alla guerriglia colombiana, Chavez ha affermato: "Mastico coca ogni giorno, al mattino (...) e guardate come sto" e mostra i bicipiti agli interlocutori. Chavez, che non beve alcool, ha aggiunto che Fidel Castro "mi manda il gelato Coppelia e molte altre cose mi arrivano regolarmente dall'Havana", e il presidente Boliviano Evo Morales "mi omaggia di pasta di coca, ve la consiglio".
Gli indigeni boliviani e peruviani masticano foglie di coca regolarmente, come stimolante e per non sentire la fame, e questo è consentito dalla legge. Al contrario - spiega il Miami Herald che riporta la notizia - la pasta di coca è un prodotto semiraffinato e che determina assuefazione, che viene fumata come il basuco (è il residuo dell'estrazione della cocaina base, di pessima qualità e altamente nocivo)
"E' un altro segnale che Chavez ha perso completamente il senso del limite", ha commentato Anibal Romero, docente di scienze politiche all'università di Caracas. "Dimostra che Chavez è fuori controllo".
Molti analisti venezuelani e colombiani ritengono che queste parole del presidente siano un pericoloso riconoscimento di una sostanza vietata nel mondo e persino un atto illegale da parte di un capo di stato. "Nel momento in cui afferma di consumare pasta di coca, ammette di consumare una sostanza che è illegale, tanto in Bolivia che in Venezuela", afferma Hernan Maldonado, un osservatore politico boliviano residente a Miami. "Di più, si tratta di una vera e propria accusa a Morales di essere un narcotrafficante", per avergli invitato la pasta di coca.

Da Quotidiano.net

21/1/2008

Ci risiamo, Chavez provoca la Colombia.... averlo come vicino di casa dev'essere una rogna infinita.

Don Vito-Chavito....

CHAVEZ, URIBE E' PEGGIO DI DON VITO CORLEONE

Hugo Chavez e' tornato ad attaccare Alvaro Uribe. "Serve per essere capo di una mafia", ha detto del collega colombiano nel suo programma domenicale, 'Alo' Presidente'. Al suo confronto, ha incalzato, "don Vito Corleone era un apprendista", un uomo cosi' "non merita di essere presidente di niente, meno ancora di un Paese". Il leader venezuelano ha poi accusato Uribe di essere una "triste pedina dell'impero nordamericano". Le tensioni tra Bogota' e Caracas si erano allentate negli ultimi giorni dopo che entrambi i governi avevano collaborato alla liberazione di tre ostaggi colombiani, rimasti per anni nelle mani delle Farc. La mediazione di Chavez e' risultata fondamentale per i rilascio dei prigionieri, ma l'operazione era stata preceduta da settimane di scontri tra i due governi con accuse reciproche di interferenze.

da la Repubblica

Ricominciano le minacce di espoprio, aver contro il popolo venezuelano non preoccupa Chavez

Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha minacciato di confiscare gli allevamenti e le aziende lattiere i cui proprietari si rifiuteranno di destinare il loro latte al mercato interno, alla ricerca di più alti profitti nell'export o nel settore caseario. Mentre il Venezuela affronta una grave emergenza derivante dalla mancanza di latte, Chavez ha accusato di "tradimento" gli allevatori che negheranno rifornimenti ai loro connazionali, scegliendo la via dell'esportazione attraverso il confine con la Colombia o quella dell'industria casearia. "In questo caso l'allevamento verrà espropriato" ha affermato Chavez, aggiungendo che anche gli stabilimenti lattieri potranno essere oggetto di confisca. "Vi sto mettendo in stato di allerta" ha dichiarato il presidente in una riunione di governo. "Se c'è un produttore che si rifiuterà di vendere, e venderà a un prezzo più elevato all'estero, allora chiedo a voi ministri di portarmi le prove per la confisca". "Se servirà l'esercito, ci metteremo l'esercito" ha detto ancora Chavez, il cui monito è stato diffuso in tutto il paese attraverso il suo programma televisivo 'Alò Presidente', in cui il leader venezuelano ha annunciato un aumento del prezzo del latte, per contrastare la carenza di questo e altri beni alimentari di prima necessità. Chavez ha precisato che il prezzo del latte grezzo pagato agli allevatori sarà aumentato del 36 percento, fino al corrispettivo di circa 50 centesimi di euro. A questo intervento, è seguito un invito agli allevatori perché vendano il loro latte al nuovo stabilimento che il governo ha fatto costruire nello stato occidentale di Zulia.

da Alice News

19/1/2008

Vuoi vedere che se Chavez rende ufficiale il suo legame con le Farc....

BOGOTA - La richiesta dell'Assemblea nazionale venezuelana al governo colombiano di riconoscere le Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc) come 'forze belligeranti' e non più come gruppo terrorista ha creato una frattura nelle relazioni tra Bogotà e Caracas che potrebbe sfociare anche in un conflitto, secondo molti analisti e uomini politici colombiani. Il sostegno dei parlamentari venezuelani dato alla proposta del presidente Hugo Chavez di chiedere alla Colombia lo status politico per le Farc ha inoltre provocato un rigetto in molti settori della società comprese le file dell'opposizione.

Secondo il presidente del partito filo governativo Cambio Radical, German Vargas, "non si può scartare la possibilità che il Venezuela conceda passaporti a membri di questa organizzazione (le Farc), che potrebbero creare una presenza permanente in questo paese (la Colombia) e non si può scartare la possibilità che ricevano un aiuto militare". Vargas, cosi come l'ex ambasciatore venezuelano a Bogotà, arriva a paventare il rischio anche di un confronto militare tra i due paesi. Anche l'ex guerrigliero e ora senatore dell'opposizione, Gustavo Petro, si preoccupa di una militarizzazione da una parte e dall'altra della frontiera tra Colombia e Venezuela come conseguenza di questo riconoscimento politico che Caracas potrebbe concedere alle Farc.

19/1/2008

Si vota a Cuba.

Si sta per compiere ancora una volta il miracolo del sangue di San Gennaro in versione cubana, Castro nonostante sia ormai vicinissimo alla fine e ormai il popolo cubano è stanco di menzogne e ha disperato bisogno di liberarsi di lui e del suo regime, sarà rieletto, senza alcuna ombra di dubbio. Meglio ancora del miracolo di San Gennaro,la totalità dei voti andranno al partito cominusta unico e ai suoi uomini fantoccio, in alcune provincie il partito delle meraviglie avrà miracolosamente più voti del numero dei cittadini votanti...non solo tutti dovranno votare, ma qualsiasi cosa voteranno i cubani in realtà le possibilità sono sempre le stesse: i voti andranno al partito comunista unico e quindi direttamente a lui Fidel Castro Ruz....e il miracolo sarà compiuto ancora una volta. Viva San Gennaro!

18/1/2008

Bertinotti in Venezuela in campagna elettorale a
spese nostre.

 

Sembrerà strano ma Bertinotti mi fa simpatia, nonostante tutto. Con le sue giacchette verdine e il suo porta oggetti al collo mi fa quasi tenerezza, il camaleontico Bertinotti. Lui che ha vissuto una vita in mezzo, tra i ragazzini che si fanno le canne e odiano tutto e tutti e gli pseudo soft comunisti griffati, lui che ha raccolto voti da una parte e dall’altra, inventandosi una rifondazione del comunismo che mai ci sarà. In fondo nel suo piccolo è un rivoluzionario anche lui a modo suo, anche se non ha mai imbracciato un’arma e mai si è nascosto nella Sierra Maestra, la vita è stata crudele con lui, alla fine della sua vita si è ritrovato a fare l’improbabile presidente della camera dei deputati della più complessa, ridicola e forse anche per questo stabile e anti comunista democrazia occidentale. Ma anche lui come dicevo è un rivoluzionario, le rivoluzioni non si vincono, mai è stata vinta una rivoluzione, le rivoluzioni si fanno, e proseguono all’infinito. Grande è l’esempio della sua amata Cuba, perennemente in rivoluzione nonostante il fallimento totale a cui l'ha portata Castro, nonostante la fame, la prostituzione la corruzione e la devastazione morale che ha generato. E così anche lui ha deciso di fare la sua rivoluzione, il suo partito è questo infondo, più che una piccola rivoluzione è una mini pre rivoluzione eterna, rifondare il comunismo nella nostra era in europa è improponibile, la gestione delle società e sogetta a leggi economiche che sono pura matematica, la teoria comunista è lontana dalla logica razionale e visto che la matematica non è un'opinione, come anche a lui dicevano a scuola i maestri, mai funzionerà e lui lo sa bene, ma se serve a raccogliere i voti di chi ci crede va benissimo, poco importa che negli ultimi paesi che si definiscono comunisti tutto procede a suon di galere per gli oppositori e annullamento delle opposizioni. Lui adesso è in Venezuela a fare visita a Chavez, lui che nel parlamento Italiano è costretto ad assicurare la democrazia con la sua voce pacata e gli occhialini da lettura sul naso, con quell'aspetto così bonario a volte facendo azzittire persino i suoi alleati di partito, adesso è abbracciato al nuovo tiranno latino americano, una figura ingombrante e meschina, quello che definisce una vittoria di merda quella del suo popolo che gli ha votato contro all’ultimo referendum e che ridendo da del frocio al cardinale di Caracas in pubblico. Se facessero un esame del dna a Bertinotti e Chavez probabilmente risulterebbe che non hanno in comune neppure i geni che definiscono la forma dell’orecchio, eppure i loro abbracci sono calorosi e le dichiarazioni colme di pace e fratellanza, tutto quasi commovente, da comune di figli dei fiori. Tutto bene, il nostro presidente della camera è al fianco del presidente Chavez, del presidente di un paese dove la democrazia sta lentamente scivolando dentro un cesso, al quale lo stesso Chavez tirerà presto la catenella dello scarico. Ma va bene così, il mondo è fatto così, c’è gente come Bertinotti che non ha problemi di salute mentale, un altro magari avrebbe avuto problemi di sdoppiamento della personalità, lui no, è forte e stabile, e poi fa sognare, e i sogni portano voti, non ha nessuna importanza se nell’ultimo referendum la maggioranza dei venezuelani ha scelto di stoppare Chavez e le sue menzogne, Bertinotti tira dritto, sempre e comunque. Quando un bel giorno migliaia di ragazzini che si credono ribelli e migliaia di eleganti signori col mercedes ultimo tipo, ma comunisti nell’anima, andranno a votare per il suo partito si ricorderanno di questo memorabile momento, il loro piccolo fragile Bertinotti abbracciato al colosso Chavez. Col tiranno quasi timoroso di stringere troppo forte per paura di schiacciarlo come un grissino, quel minuscolo italiano dal sorriso entusiasta e un po demenziale, venuto da lontano a portare la sacra solidarietà comunista di un comunismo che non esiste ormai più e che mai tornerà ad esistere. E voteranno mantenendo in vita la loro piccola, inutile, trasgressiva rivoluzione che mai avrà termine. Una fantastica manovra di campagna elettorale sta facendo il compagno Bertinotti, e si perché a forza di stare in una democrazia ormai ha una discreta esperienza e sente già puzza di bruciato, sa che tra non molto ci saranno le elezioni quì da noi e che il suo governo sta affondando in un mare di merda, per dirla alla Chavez. La volta scorsa gli è andata bene, stavolta il sub comandante Bertinotti si sta parando il culo, ci vogliono altri voti per restare al potere anche la prossima legislatura, tanti voti. Tanto di affari equi e solidali col Venezuela non se ne faranno mai, dal Venezuela ormai sono in troppi a voler scappare via, altro che cooperazione, a Caracas ci sono le file davanti al consolato italiano a farsi i visti per uscire da quel inferno. Gli unici affari saranno la vendita di marche da bollo.
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12/1/2008

Fare i soldi con la rivoluzione, ecco i miracolati di Chavez.

Chi ha detto che il “socialismo bolivariano” del presidente venezuelano Hugo Chávez (che ha avuto il plauso internazionale per la riuscita della mediazione per la liberazione di due ostaggi colombiani da cinque anni nelle mani delle Farc) non porti benessere nel Paese? Certo, forse non tra i quartieri poveri di Caracas che domenica 2 dicembre gli hanno voltato le spalle nel referendum per riformare la Costituzione in senso socialista (ma tanto, Chávez dixit, quella del “No” è stata “una vittoria di m…”). Di sicuro, però, il ristretto gruppo di imprenditori che da qualche anno ha preso ad appoggiare la sua Revolución di soldi ne ha fatti, tanti.
Ma chi sono e come si sono arricchiti questi capitalisti che appoggiano la rivoluzione bolivariana?

Il caso più paradigmatico di quella che a Caracas è stata ribattezzata “boliborghesia” (mixando le parole bolivariano e borghesia) è quello di Wilmer Ruperti Perdomo, impresario di origine italiana che, prima dello storico sciopero dell’azienda petrolifera statale Pdvsa tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, era un illustre “Don Nadie” (Signor nessuno) o, se preferite, un semplice capitano della marina mercantile venezuelana. La svolta arriva quando Ruperti mette a disposizione del caudillo una flotta di navi che esportano e importano petrolio e beni di prima necessità per forzare il blocco causato dallo sciopero della Pdvsa. Da quel momento, nel giro di poche settimane, l’azienda petrolifera venezuelana viene rivoltata come un calzino: vengono licenziati in tronco i circa 18mila dipendenti in sciopero e i fedelissimi di Chávez vengono paracadutati, per volontà del caudillo, in tutte le postazione strategiche e di comando dell’azienda. Anche la vita di Ruperti viene “rivoltata” come un calzino ma in meglio: vestiti di Gucci, gioielli di ogni tipo, molte donne e tanto glamour, comprese un paio di pistole di Simón Bolívar acquistate per 1,6 milioni di dollari. Insomma, in meno di un anno diventa uno dei massimi rappresentanti della nuova boliborghesia e la sua azienda “Trafigura Beheer B.V.” comincia a fare affari d’oro con la nuova Pdvsa bolivariana. Nel luglio del 2005 un’inchiesta giornalistica del Nuevo Herald di Miami dimostra, carte alla mano, una doppia fatturazione dell’azienda petrolifera nei confronti dell’impresa di Ruperti per la “modica” somma di 14 milioni di dollari. Tutto finisce lì, nonostante l’enormità sospetta della cifra, e oggi l’ex capitano della marina mercantile è diventato anche il magnate proprietario di Canali,  il primo canale filogovernativo di news 24 ore su 24.

Anche il caso di Arne Chacón, un tenente di fregata in pensione con nessuna esperienza d’economia, è emblematico: nel giro di qualche anno arriva a detenere il 49% delle azioni della banca privata Baninvest. Come abbia fatto a diventare banchiere acquistando le azioni da Pedro Torres Ciliberto, amico dell’ex ministro della Difesa di Chávez José Vicente Rangel, è un mistero: “Non avevo i soldi per pagarlo”, ha candidamente ammesso in tv facendo per capire, con perifrasi degne di miglior sorte che il debito a Ciliberto sarà rimborsato grazie a consulenze milionarie e sostegni di altra natura. Alleato della prima ora di Chávez nel golpe del 4 febbraio 1992, fratello dell’ex ministro degli Interni bolivariano Jesse Chacón, Arne si sarebbe trasformato da anonimo tenente di fregata a banchiere proprio grazie, secondo molti, a queste alleanze politiche.

E che dire di Nelson Ramiz? Quando nell’aprile 2002 Chávez fu deposto per 48 ore dal golpe di Carmona, quest’imprenditore di origini cubano-libanesi e di passaporto Usa disse all’Associated Press: “Chávez era contro la gente d’affari perché aveva idealità comuniste. I tre anni che abbiamo passato con lui sono stati come un grande velo nero che ha ricoperto tutto il paese”. Oggi Ramiz sopravvive alle sue parole perché non partecipa al mega-sciopero di fine 2002 e, come per Ruperti, i suoi conti e le sue attività esplodono. Prima tra tutte, Aeropostal che, oggi, è una delle compagnie aeree più forti dei Caraibi.

L’ultimo esempio di imprenditore arricchitosi con la rivoluzione è quello di Gustavo Cisneros proprietario del canale televisivo privato Venevisión e tra i più ricchi uomini d’affari del Sud America. Da quando nel 2004 è giunto ad un accordo con Chávez, grazie all’opera di mediazione dell’ex presidente statunitense Jimmy Carter, le cose per lui e per Venevisión non sono mai andate meglio. E in cambio della sordina alle critiche contro il caudillo, Chávez ha chiuso il principale competitor, ovvero Rctv, garantendo anche a Venevisión l’appalto di alcune strapagate trasmissioni per il Ministero delle Telecomunicazioni.

da Panorama

12/1/2008

Quanto ci costano e che utilità hanno le visite di Bertinotti ai dittatori sud americani?

«Perché osservi la pagliuzza nell'occhio del tuo fratello, mentre non ti accorgi della trave che hai nel tuo?» chiese Gesù nel discorso dellaMontagna dopo unainvettiva contro i Farisei. La stessa domanda potrebbero rivolgerla gli italiani al presidente della Camera Fausto Bertinotti, che dopo avere promesso importanti iniziative contro i costi della politica sta spendendo centinaia di migliaia di euro del contribuente per un viaggio di ben dieci giorni nei Paesi del Sudamerica governati dai suoi sodali della sinistra chaveziana e antiamericana (Bolivia, Perù - unica eccezione alla regola - Ecuador), di cui, anche con le migliori intenzioni, è difficile vedere l'utilità per l'Italia. Per giunta, il leader di Rifondazione è recidivo, perché ha già compiuto una spedizione simile in America latina lo scorso anno. Lo scopo ufficiale è, naturalmente, di rafforzare i rapporti istituzionali con quelle lontane nazioni, a cui, in un Paese normale, dovrebbe provvedere il ministero degli Esteri, o al massimo il presidente della Repubblica. Ma vista la scelta delle destinazioni è più che legittimo sospettare che Bertinotti stia invece usando i soldi degli italiani per i suoi personali scopi politici, cioè per consolidare i rapporti con governi che, come lui, sono orgogliosi dei loro legami con la Cuba dei Castro, puntano a un improbabile revival latinoamericano del socialismo reale e considerano gli Stati Uniti una bieca potenza imperialista. Anche se Bertinotti - secondo un discutibile costume di tutti i nostri politici - si è portato un gruppetto di giornalisti al seguito, non sapremo mai esattamente che cosa si è detto e che cosa si dirà con i signori Morales, Correa e Chavez,ma possiamo essere certi che il risultato delle loro conversazioni, anche prescindendo dalle probabili prese di posizione non conformi con la politica estera italiana, non vale certo la spesa. Quanto questa missione di quasi due settimane costi in soldoni, non è facile stabilirlo, ma i lettori possono fare i loro conti: il subcomandante Fausto viaggia con il più grande degli aerei della flotta di Stato - un Airbus, che naturalmente rimane fermo durante le varie tappe e le escursioni turistiche della comitiva, compiute con altri aerei più piccoli - e ha al seguito cinque persone del suo staff e venti tra giornalisti e operatori della televisione (che peraltro dovrebbero versare un contributo per il viaggio, non si sa sulla base di quali tariffe). Per il resto, almeno per quanto siamo riusciti ad appurare, l'aereo viaggia vuoto. Bertinotti avrà buon gioco a rispondere che anche i suoi predecessori a Montecitorio, per ultimi Violante e Casini, facevano viaggi all' estero a spese dello Stato e che anche nel loro caso queste spedizioni erano talvolta ispirate da preferenze partitiche. Ma tutto ciò, per quanto già allora discutibile, avveniva prima dell'unanime sdegno per gli eccessivi costi della politica, prima che - finalmente - si cominciasse a fare le pulci anche ai conti del Parlamento. Una delle voci su cui sarebbe possibile risparmiare fior di quattrini sono proprio queste missioni, specie quando non si inquadrano minimamente - come quella di Bertinotti - in un'azione politica a favore del sistema Italia.

Se avesse tenuto conto del nuovo clima che c'è nel Paese, il leader di Rifondazione comunista avrebbe cancellato il viaggio e ne avrebbe dato pubblico annuncio, riscuotendo il consenso di tutti. Invece, ha preferito predicare bene e razzolare male, usare ancora una volta i privilegi finalmente acquisiti, alla faccia di Napoli che brucia e dei suoi elettori che non arrivano alla fine del mese. Avrebbe potuto essere di buon esempio per tutti gli altri, rischia invece di diventare un simbolo della indifferenza della classe politica ai sentimenti della gente.

da Il giornale

10/1/2007

Liberati i due ostaggi Farc, ma per Chavez è un successo a metà.

La terza volta è stata quella buona. La guerriglia delle Forze Armate Rivoluzionarie di Colombia (Farc) ha infine consegnato al presidente venezuelano Hugo Chávez le due prigioniere liberate Clara Leticia Rojas e Consuelo González de Perdomo. La prima, candidata alla vicepresidenza colombiana per il partito Verde Ossigeno, era stata sequestrata assieme alla candidata alla presidenza Íngrid Betancourt il 23 febbraio 2002; la seconda, deputata, era stata invece catturata il 10 settembre 2001: il giorno prima l’attacco alle Torri Gemelle!
Già a novembre, durante il suo viaggio in Francia, Chávez aveva parlato dell’operazione. Ma lo aveva fatto in conferenza stampa con uno dei suoi classici show esibizionistici, e andando ben oltre il mandato che il collega colombiano Uribe Vélez gli aveva dato. Ad esempio, aveva detto che i due presidenti sarebbero stati disponibili a parlare tutti e due coi leader della guerriglia per ottenere la liberazione di alcuni ostaggi, quando in realtà l’offerta del governo di Bogotá era di un vertice a tre solo dopo la liberazione di tutti gli ostaggi in mano alle Farc, dopo un cessate il fuoco, e nel contesto di una trattativa per un accordo di pace definitivo. Era finita a insulti, come d’altronde è prassi nelle relazioni tra Chávez e Uribe, ormai abituati da anni a passare in continuazione dalle strette di mano ai litigi da lavandaia e viceversa. E poi Chávez aveva ricevuto anche lo schiaffo della sconfitta interna, al referendum del 2 dicembre per la riforma costituzionale che gli avrebbe permesso di farsi rieleggere a ripetizione.
Proprio per recuperare un po’ di immagine internazionale Chávez era però tornato a parlare della possibile liberazione di tre ostaggi a fine anno, in seguito a un’offerta unilaterale delle Farc probabilmente leggibile anche come una volata in soccorso per un leader che i guerriglieri sentono vicino. Ed era stata montata così la cosiddetta “Operazione trasparenza”, con la concessione da parte dei militari colombiani di un salvacondotto per l’arrivo di una missione di elicotteri venezuelani con insegne della Croce Rossa. A bordo con lo stesso Chávez sono venuti “delegati”  di Francia, Svizzera, Cuba, Bolivia, Ecuador, Brasile e Argentina, in quest’ultimo caso addirittura l’ex-presidente Néstor Kirchner. E si era aggregato il regista Oliver Stone, interessato a girarvi sopra un documentario. Ma per quattro giorni la carovana mediatica ha atteso nella jungla che le Farc mandassero le coordinate, senza riceverle. Finché a Capodanno non ha infine gettato la spugna. “Come delegati crediamo sia opportuno sospendere temporaneamente la nostra presenza in territorio colombiano”, ha spiegato Kirchner. “Quando ci saranno le condizioni per la consegna di Consuelo, Clara ed Emmanuel, il gruppo di delegati internazionali riprenderà immediatamente la sua missione”.
Durissime le accuse di Chávez a Uribe di aver “dinamitato” l’“Operazione Trasparenza”.  “Le intense operazioni miliari nella zona ci impediscono per ora di consegnarveli come era nostro desiderio”, era il testo della lettera rivoltagli dal segretariato delle stesse Farc e da lui letta alla tv di Stato venezuelana. “Accuso il presidente di Colombia di stare mentendo, di stare manipolando”, ha commentato. “Uribe: guarda di più qua e di meno verso Bush. Staccati da Bush e abbracciamoci, per fare la patria grande. Rifletti Uribe, gli Stati Uniti non vogliono la pace per nessuno e farebbero festa con una guerra tra Venezuela e Colombia”.  Prima però le Farc avevano detto di non poter dare le coordinate agli elicotteri venezuelani con insegne delle Croce Rossa che avrebbero dovuto prelevare gli ostaggi perché non c’erano condizioni atmosferiche favorevoli. Uribe, in conferenza stampa col comandante delle Forze Armate Freddy Padilla, ha quindi rigirato l’accusa di menzogna sui guerriglieri. “Qui non c’è cattivo tempo atmosferico. Nelle ultime ore c’è stato tempo brillante e le Farc dicono che le condizioni atmosferiche hanno impedito la liberazione dei sequestrati. Le Farc mentono, come è stata la loro usanza: mentire. Qui non si sono avute operazioni militari nelle due ultime settimane nell’area, come ha appena confermato il Comandante delle Forze Militari il generale Padilla de León”. Al contrario, hanno detto i  militari, sarebbe stata la guerriglia a rompere la tregua: in particolare col missile che il 29 dicembre ha lanciato contro un aereo militare che portava un gruppo di familiari di marines in una caserma, per permettere loro di celebrare assieme a loro il Capodanno.
Ma soprattutto Uribe ha accusato le Farc di non aver mantenuto i loro impegni “perché non hanno in loro potere il bambino Emmanuel”. Emmanuel, il terzo ostaggio da liberare, è il figlio che la Rojas tre anni fa ebbe da uno dei guerriglieri suoi carcerieri. L’asserzione di Uribe era basata sul caso di un bambino che ha la stessa età apparente di Emmanuel, che è oggi allevato in un istituto di Bogotá, e che con il nome di Juan David Gómez Tapiero fu consegnato ai servizi sociali nel dipartimento amazzonico del Guaviare il 16 giugno 2005 in condizioni disastrose: denutrito, con una frattura al braccio, tormentato dalla diarrea e affetto da malaria e leishmaniosi. Una storia incredibile, e che però l’analisi del dna ha dimostrato vera: tanto a ricordare che la Colombia è sempre il Paese del realismo magico. Alla fine le stesse Farc l’hanno ammesso, con un comunicato demenziale in cui accusavano il governo di aver “sequestrato” il bimbo nell’istituto apposta per impedire loro di consegnarlo a Chávez: invece che alla nonna! Il presidente venezuelano però poco prima aveva detto nero su bianco che il piccolo non poteva essere Emmanuel, pena la perdita di credibilità delle Farc. E il colpo è stato dunque accusato, anche perché condito da varie difficoltà interne che l’hanno costretto a un radicale rimpasto di governo. Anche Uribe si è però dovuto subito rimangiare l’irata dichiarazione che non ci sarebbero più state mediazioni del genere: per le pressioni dei parenti, della Francia, e anche del Brasile di Lula, che è un importante fornitore di armi anti-guerriglia alle Forze Armate colombiane, ma che ha detto di voler appoggiare l’”esfiltrazione clandestina” degli ostaggi di cui aveva iniziato a parlare Chávez.
Di qui il nuovo compromesso, annunciato dal ministro della Difesa colombiano Juan Manuel Santos. Nuovo salvacondotto, e nuova missione: ma a condizione che fosse discreta, “coordinata col governo colombiano”, e senza la presenza di personaggi che come Oliver Stone ne approfittassero per fare dichiarazioni filo-Farc. In bisogno sempre più disperato di un successo qualsiasi, Chávez si è adattato. Stavolta così la “carovana” sugli elicotteri è stata essenziale: il ministro dell’Interno venezuelano, un suo assistente, un medico, un giornalista venezuelano, l'ambasciatore di Cuba in Venezuela e gente della Croce Rossa. E finalmente la liberazione è andata in porto.

di Maurizio Stefanini
9/1/2008
Opposizione: Chavez è pazzo, che sia esonerato

CARACAS - Lungi dall'attenuarsi, il braccio di ferro che da quasi dieci anni vede impegnati il presidente Hugo Chavez e l'opposizione continua a fornire spunti di cronaca, come l'ultimo legato all'ipotesi formulata dal partito Azione democratica (Ad, socialdemocratico) secondo cui il Tribunale supremo di giustizia (Tsj) venezuelano dovrebbe ordinare l'esonero del capo dello Stato dal potere per "insanità mentale".

In una conferenza stampa a Caracas il segretario generale di Ad, Henry Ramos Allup, ha annunciato che come già fatto una prima volta il 31 marzo 2002, "promuoveremo una nuova iniziativa che porti alla rinuncia" di Chavez.

Dopo aver sostenuto che "questo governo è cattivo e questo non ha alcun bisogno di essere provato", Allup ha aggiunto che "se dovessi elencare tutti gli argomenti a sostegno della pazzia del capo dello Stato, la conferenza stampa durerebbe giorni".

L'istanza presentata al Tribunale supremo è solo una delle iniziative che Ad ha in agenda per cercare di estromettere Chavez dal potere. "Stiamo già preparandoci - ha rivelato Allup - per promuovere un referendum revocatorio del mandato presidenziale" (che si potrà tenere nel 2009) ed in cui dovrebbero essere raccolti oltre sette milioni di voti per far scattare la disposizione costituzionale. "E se no - ha concluso - aspetteremo le elezioni del 2013 per liberarci di lui".

9/1/2008

Contrordine compagni!
“Mettere un freno alla rivoluzione”. Il presidente venezuelano rallenta il programma per un “Socialismo del XXI Secolo” e parla di “società interclassista”. Proprio quando Bertinotti è in visita.
Chavez abbandona l’opzione leninista e passa a una visione interclassista. Potrebbe essere questa l’illusione dei non pochi amanti europei del “chavismo”. Ma così non è. L’ultima trasmissione-fiume “Alò presidente” si è incentrata sulla necessità di “mettere un freno” alla rivoluzione bolivariana. Da ora in poi in Venezuela ci dovrà “essere posto per tutti: gli imprenditori, le classi medie, i movimenti sociali”. Così parlò Chavez, dopo i molti segnali di crisi della sua politica, dalla lite col re di Spagna, al voto referendario. Avremo dunque un Chavez in salsa veltroniana? La risposta è negativa. Il dittatore in pectore ha fiutato l’aria che tirava, imponendo un brusco cambio di rotta. Fin dall’inizio si è ispirato strumentalmente al marxismo e al castrismo, come scorciatoia per arrivare al potere. L’altro nume tutelare – per sua stessa ammissione - era Benito Mussolini. Il socialismo burocratico e interclassista ha due volti – entrambi pessimi - quello prodiano e quello mussoliniano, che è la variante dittatoriale. Probabilmente il nuovo Chavez sceglierà una posizione intermedia. Bertinotti in questi giorni è in visita nel Sudamerica.

Speriamo che la presenza al suo fianco della onorevole Mariza Bafile sia un’ulteriore spinta per allontanare il presidente della Camera dei deputati dall’infatuazione per Chavez. Alcuni articoli apparsi su Liberazione hanno segnato un certo raffreddamento dei rapporti tra i due rifondaroli. Mariza Bafile ha una solida cultura democratica e non a caso è stata la deputata unionista (eletta nel collegio estero sudamericano) che più ha contribuito a mettere a nudo il volto delle nuove “democrature” latinoamericane. Onore alla Bafile. Quello delle sinistre e Chavez era un amore impossibile. Speriamo che anche Bertinotti divorzi dal bolivarismo. Oggi Chavez vive solo dei flirt mediatici con Naomi Campbell o con Maradona (che in questi giorni è in “missione politica” a Teheran). Un altro duro colpo contro il bolivarismo è arrivato dal Parlamento europeo, che a fine dicembre ha ricevuto due rappresentanti della rivolta universitaria che ha segnato il distacco popolare dal rubo-bolivarismo.

Il movimento universitario ha colpito il regime e i suoi parassiti molto più duramente dei deboli partiti di opposizione. Secondo l’ambasciatore Milos Alcalay – da noi più volte intervistato - “il movimento universitario ha creato quella che ormai è la nuova maggioranza del Venezuela”. Due rappresentanti degli universitari, Yon Goicochea e Fredy Guevara, sono stati ricevuti a Bruxelles dal Presidente del Parlamento Europeo Hans Gert Pottering, il quale ha loro espresso solidarietà e appoggio. La crisi è quindi ampia e reale, ma per l’importante è mantenere il potere, anche a costo di mandare a bagno gli alibi populisti. Nel caso di un conflitto in Medio Oriente, la sponda sudamericana sarebbe importante, ma Chavez verrebbe spazzato in un lampo, come Mussolini dalla Somalia. Il presidente venezuelano ha bisogno di tempo per armarsi, ed ha bisogno di un rilancio mediatico per vincere le elezioni regionali del prossimo autunno: le trattative coi terroristi colombiani delle FARC servivano a questo, ma la “liberazione” di uno degli ostaggi si è rivelata una bufala, dando un altro colpo alla sua credibilità.

Il piccolo Emmanuel, figlio di una sequestrata dalle FARC, non è stato liberato grazie alla mediazione del presidente venezuelano. In realtà era già libero da tempo, in affidamento ai servizi sociali di Bogotà. Anche il ministro dell’Interno Pedro Carreno non ha fatto una bella figura, mentre era impegnato in una conferenza stampa sulla salvezza del proletariato. E’ stato interrotto da un giornalista che ha indicato le sue scarpe Gucci e la cravatta Louis Vuitton, chiedendo se non era strano criticare il capitalismo indossandone le griffes più famose. Anche il principale alleato di Chavez, Evo Morales, amatissimo in Italia (dove ha ricevuto il premio Pio Manzù), passa i suoi guai. Un terzo della Bolivia è fuori controllo e minaccia una guerra civile. La nuova costituzione è stata approvata solo dalla maggioranza e il 48% dei boliviani è a favore di un suo impeachment.
di Paolo Della Sala

8/1/2008

Ma Chavez ha davvero il petrolio che dice di avere?

Lo zio Hugo è sempre ottimista. Dopo il record dei 100 dollari ha fatto sapere che non c'è nulla di cui preoccuparsi, e che almeno per quel che lo riguarda (il Venezuela) di petrolio ce n'è e ce ne sarà in saecula saeculorum.

Intanto, per combattere l'inflazione ha introdotto il "bolivar forte" dal 1 Gennaio, togliendo di botto tre zeri dalla moneta e semplificando le transazioni. Magari le belle notizie del 2 Gennaio propizieranno il cammino del nuovo bolivar. 

Chavez ha poi appena annunciato la fondazione della Venezuelan Producing and Distribution Food Company, nata da una costola nientemeno che della stessa Pdvsa, la compagnia petrolifera nazionale. In pratica, la compagnia petrolifera produrrà e distribuirà le risorse alimentari a tutta la nazione venezuelana. Un'idea "revolucionaria" vista la situazione petrolifera, ma anche assai rischiosa a mio modesto parere...

L'ottimismo Chaveziano però si scontra con una realtà su cui lui preferisce bypassare, come d'altronde fanno tutti i suoi colleghi che governano Stati petroliferi: l'output di produzione del Venezuela è inferiore a ciò che viene strombazzato. L'Oil Sowing Plan, il business plan della Pdvsa fino al 2012, non ha prodotto una goccia in più nel 2007. La produzione è ferma intorno ai 3.07 milioni di barili al giorno, molto lontano dai previsti 3.75, ma non solo: è anche scesa di ben 173,000 barili al giorno rispetto al 2006, e questo malgrado enormi investimenti della Pdvsa.

Il Ministro del Petrolio, anche lui, fa ciò che fanno i suoi colleghi in tutto il mondo e rassicura: "Non ci sono ritardi nell' Oil Sowing Plan", annunciando che la produzione (di petrolio pesante!) dell'Orinoco raddoppierà entro il 2012.

Mah. A me pare un'altra storia tipo Kashagan, che chissà cosa dovrebbe produrre e da anni non se ne cava un barile. Per il momento, il Venezuela continuando così vedrà calare la sua produzione di 378.000 barili al giorno entro tre anni.

Depletion, zio Hugo.

5/1/2008

Si passa alla maniere forti, bombe contro la chiesa.

CITTA' DEL VATICANO - Una bomba, disinnescata prima che esplodesse, è stata piazzata ieri davanti alla nunziatura (ambasciata) vaticana a Caracas, in Venezuela. Lo rende noto oggi l'Osservatore Romano che definisce "inquietante" il nuovo episodio di ostilità nei confronti della Chiesa cattolica, nel clima di tensione esistente tra il presidente Hugo Chavez e il locale episcopato cattolico.

L'ordigno, piazzato davanti alla sede diplomatica della Santa Sede in Avenida la Salle, è stato scoperto dal personale della nunziatura, che ha immediatamente avvertito la polizia. Gli artificieri sono intervenuti ed hanno rimosso la granata. Qualcosa nel dispositivo di innesco "per fortuna" non aveva funzionato, ha riferito la stessa ambasciata vaticana. Il governo venezuelano ha promesso che saranno "condotte opportune indagini".

4/1/2008

Niente da fare Chavez non è in grado di capire.

Chavez dimostra ancora una volta la sua decadenza mentale, non pare aver capito che i venezuelani hanno votato contro di lui e la sua dittatura, non ha nessuna intenzione di rispettare il volere del popolo venezuelano, dice di voler proseguire la sua marcia verso la "rivoluzione" nonostante il no che la maggioranza dei cittadini venezuelani ha espresso nell'ultimo referendum, adesso da persino la colpa della sconfitta ai suoi collaboratori e da il via a una inutile purga, ben 13 membri del suo governo sono stati sostituiti, persino il vice presidente venezuelano Jorge Rodriguez è stato cacciato e sostituito dall'ex ministro della casa, Ramon Carrizales. Chavez pare sospeso in una situazione ridicola, a questo punto se dovesse fare quello che fece il suo maestro ispiratore Castro dovrebbe cominciare a far fucilare migliaia di Venezuelani e mettere in galera gli oppositori instaurando finalmente la sua dittatura come l'ha sempre sognata. Ma non può farlo, Castro lo fece negli anni 50 perchè si trovava ad avere a che fare con un popolo molto più fragile e in un'epoca del tutto diversa da quella che viviamo oggi, Chavez ha problemi a convincere delle sua buone intenzioni il popolo venezuelano cha ha dimostrato di aver capito in che tunnell senza uscita si ritroverebbe se lasciasse a lui il pieno controllo del paese, delle sue leggi e della sua economia. Oggi c'è internet che è un fiume di sapere a disposizione dei venezuelani, c'è una opposizione che ha forti radici democratiche, il piano di Chavez di proporsi come comandante in Jefe è ormai arrivato al capolinea, dopo la delusione di essere stato deriso dal mondo intero per la mancata liberazione degli ostaggi colombiani in mano alle FARC, che pare neppure lo abbiano preso in seria considerazione il povero Chavez sembra impantanato nella sua follia, la sua amicizia col regime cubano e la collaborazione con i servizi segreti cubani non è riuscita a portare a termine il piano cubano-venezuelano, cioè quello di stabilire una nuova dittatura in Venezuela in grado di supportare economicamente il regime castrista a suon di barili di petrolio. Tanto che dopo la sconfitta di Chavez al referendum passato Raul Castro si è trovato con le spalle al muro nell'incertezza che Chavez possa assicurare la fornitura di petrolio ancora a lungo e ha dovuto dichiarare che molte leggi e regole che il regime cubano ha imposto per quasi 50 anni vanno modificate perchè superate....come dire adesso è l'ora della liberta, almeno di quella necessaria a sopravvivere se si chiudessero i rubinetti del petrolio venezuelano che adesso Chavez offre in cambio dei servizi offerti dal regime cubano. Quello che in centro america sembrava un rapido successo delle ideologie comuniste originate dalla necessità di cuba di sopravvivere e da quelle di vari dittatori come Chavez, Ortega, o dell'apparentemente ingenuo Morales di imporsi comandanti eletti a dirigere i loro popoli verso un mondo migliore ha dimostrato di essere solo un bluf propagandistico, in realtà al giorno d'oggi nessuno, neppure quelli che hanno poco o nulla da perdere hanno il desiderio suicida di affidarsi a un dittatore.