Archivio 2007      Liberacuba

30/12/2007

Chavez che saluta sbracciandosi gli elicotteri. Tutta una farsa.

 

Scene da film d'azione stile primi anni 80, per girare le scene migliori il dittatore venezuelano ha voluto al suo fianco niente meno che Oliver Stone. Chavez atteggiandosi da tecnico specialista di elicotteri ha ispezionato personalmente i due elicotteri prima del decollo, appurato che i mezzi avevano le ruote sotto e le eliche sopra Chavez ha dato il via all'operazione "Emmanuel", che sarebbe dovuta servire a dimostrare al mondo che anche se ha perso il referendum in patria, almeno tra i fanatici delle FARC della foresta colombiana lui conta ancora qualcosa. Poi commosso si è sbracciato davanti le telecamere, mentre i due ordigni rivoluzionari volavano via verso l'infinito e oltre facendo un gran baccano di ferraglia arruginita. Tutta una farsa, le FARC non hanno dato le coordinate dove gli elicotteri avrebbero trovato gli ostaggi liberi, il piano spettacolare di Chavez forse esisteva solo nella sua testa, gli elicotteri naturalmente dopo qualche ora di volo finito il carburante sono dovuti atterrare chissà dove in attesa di ordini, le FARC hanno dato ancora una volta prova della loro mitica paranoia e timorosi di tanto clamore probabilmente rilasceranno gli ostaggi senza comunicare nessuna coordinata nei pressi di qualche fattoria. Magari non hanno neppure un GPS e non sanno bene come ricavare le coordinate da una mappa topografica, dopo tanti anni passati nascosti nella foresta a sognare la rivoluzione, strafatti di coca, saranno anche fuori allenamento col compasso e le squadrette.

 

29/12/2007

Raul Castro ha il coraggio di innescare il cambiamento a Cuba?

C'è una forte discrepanza tra le affermazioni di Fidel Castro e quelle del fratello Raul ma le dichiarazioni di quest'ultimo vanno in una chiara direzione: Cuba si sta allontanando dalla posizione intransigente del socialismo statico che Fidel ha imposto per quasi mezzo secolo, l'iniziativa privata dovrà essere progressivamente immessa nell'economia del paese pena la dissoluzione del regime, quando Raul si riferisce a "perfezionare il socialismo" non può che riferirsi a questo e forse anche alla possibilità di ottenere delle forme di propietà privata. Avvicinandosi al sistema che adottato in Cina ha salvato il regime. Il regime cubano sta tentando di prepararsi alla morte di Fidel Castro nell'unico modo che esiste, allentando le briglie al popolo. Non era mai successo che le rigide regole della dittatura cubana siano state definite "superate". 

Cuba, storico annuncio di Raul Castro:

(ANSA) - L'AVANA, 29 DIC - Per il presidente ad interim di Cuba, Raul Castro, vige un 'eccesso di divieti' ed esistono 'troppe misure legislative che sono superate'. In un intervento venerdi' in parlamento durante una sessione a porte chiuse, Raul ha ammesso che la maggioranza dei cubani desidera 'perfezionare il socialismo'. Il fratello del 'lider maximo' ha annunciato che i cambiamenti non potranno essere che 'progressivi', perche' altrimenti condurrebbero 'al suicidio della rivoluzione'.

 

27/12/2007

Tramonto.

Pare atmosfera da tramonto per i leader di quell’Alba, “Alternativa bolivariana per i popoli della nostra America”, che fu fondata il 14 dicembre 2004 da Castro e Chávez e ha poi visto aggiungersi Morales e Ortega. La risposta di Chávez? Da Caracas, ha fatto sapere di aver ordinato un’indagine sulla morte di Simón Bolívar, che secondo lui 177 anni fu assassinato “dalle oligarchie di Venezuela e Colombia”. L’argomento decisivo per ordinare l’esumazione dei resti del Libertador: “Mia nonna Rosinés è morta di tubercolosi e io ricordo il suo ultimo anno di vita, non poteva quasi più camminare. Di Bolívar si dice che morì di tubercolosi, ma tre mesi prima della morte scriveva e conduceva un’attività molto più intensa di quella che un tubercoloso potrebbe condurre”.
Il malato più grave oggi sembra però Evo Morales. Il suo partito per venire a capo dell’ostruzionismo dell’opposizione ha riunito i propri costituenti in una caserma, facendo approvare unilateralmente una nuova Costituzione. Ma quattro dei nove dipartimenti del paese hanno approvato a loro volta statuti di autonomia che fanno a pugni con questa Costituzione, da loro considerata “illegittima”. Morales ha minacciato di mandare l’esercito. Santa Cruz, che è il più estremista dei dipartimenti ribelli, che paga da solo il 40 per cento delle tasse di tutta la Bolivia e produce il 50 per cento del pil, dice che risponderà “a piombo col piombo”. In particolare attraverso i 24 mila militanti dell’Unión Juvenil Cruceñista, una specie di “Guardia padana” che invece della contrapposizione tra “celti” e “romani” usa quella tra “Nación Camba” e “Nación Colla”, ma con toni analoghi di quelli del nostro più acceso separatismo leghista. Anzi peggio, visti i reciproci scambi di accuse sugli appoggi della Cia ai “Camba”, o sui militari cubani e venezuelani che sarebbero già presenti in Bolivia per sostenere Morales. Dopo che sabato gli scontri hanno provocato 34 feriti, dopo che il presidente brasiliano Lula ha consigliato al collega boliviano “pazienza, pazienza, pazienza”, dopo che un sondaggio ha rivelato che il 48 per cento dei boliviani e sei dipartimenti considerano “illegale” la nuova Costituzione contro un 34 per cento appena che la riconoscono, Morales parla ora di dialogo. Tra 120 giorni sono previsti sette referendum: tre indetti dal governo e giudicati illegittimi dai ribelli, quattro indetti dai ribelli e considerati illegittimi dal governo.

27/12/2007

Aumenta la massa muscolare di Fidel e si ripresenta alle elezioni.

Prima è stato detto che Fidel Castro non si sarebbe più presentato alle elezioni perchè troppo debilitato, mettendosi da parte facendo solo da consigliere con la sua preziosa mitica esperienza aquisita mezzo secolo fà, quando il mondo era completamente diverso. Adesso marcia indietro, Raul Castro annuncia che:

"Ha una mente forte, una mente sana, ha piene facoltà mentali e sì, è vero, soffre di qualche piccolo limite fisico dovuto ai problemi che ha avuto", ha detto Raul alla televisione pubblica, parlando da Santiago, dove si candida alle elezioni del 20 gennaio: "fa esercizi per almeno due ore al giorno, due volte al giorno e ha ripreso peso e massa muscolare".

Piene facoltà mentali? massa muscolare aumentata ed esercizi di due ore al giorno due volte al giorno? ma Raul Castro crede davvero che qualcuno possa crederci? ma cos'è Fidel vuole partecipare alle prossime olimpiadi? molto più probabilmente non esistendo un degno successore di Fidel o a causa di lotte intestine il governo si è trovato costretto a ripresentalo alle elezioni, anche per dare l'impressione che il potere del regime è ancora stabile e forte. Finito Fidel il timore è che il regime si dissolva come una bolla di sapone, la fame e il malcontento dei cubani adesso fanno molta più paura del vecchio nemico immaginario ormai fuori moda....el imperio. Tutta questa storia mi ricorda un vecchio pessimo film: "weekend con il morto".

19/12/2007

L'asse di Castro traballa in sud america.

Chávez ha uno scandalo nella valigia, Morales ha il paese diviso a metà e Ortega è accusato di “demenza”

Caracas. Dopo 49 anni di potere e 17 mesi in ospedale, Fidel Castro riconosce infine in una missiva letta in tv il suo “dovere elementare di non stare attaccato alle cariche e meno ancora di ostruire il passo ai più giovani”. Intanto dopo aver perso il referendum che gli avrebbe permesso di ricandidarsi nel 2012, Hugo Chávez è alle prese col micidiale scandalo di una valigia piena di soldi mandata in Argentina a finanziare la campagna elettorale della neoeletta Cristina Kirchner. Intanto Evo Morales in Bolivia si trova col paese sull’orlo della guerra civile. Intanto Daniel Ortega in Nicaragua rischia di essere destituito per “demenza”.

19/12/2007

Antonini Wilson, accusato di aver cercato di contrabbandare 800 mila dollari in Argentina avrebbe subito il tentativo di corruzione da parte di agenti segreti venezuelani per non rivelare la provenienza dei soldi
Buenos AiresUn pubblico ministero della magistratura di Miami, Thomas Mulvihill, ha raccontato che tre venezuelani attualmente detenuti negli Stati Uniti avrebbero offerto 2 milioni di dollari a Guido Antonini Wilson per non rivelare l’origine dei 790.000 dollari che cercò di introdurre illegalmente in Argentina il 4 agosto scorso. Sembra pertanto destinato a complicarsi sempre più un caso che già di per sé ha suscitato grande scalpore in tutta l’America latina. Laura Rotundo, giornalista argentina direttrice della rivista Estilo Italiano, ha delineato l’intera vicenda a News ITALIA PRESS. “Lo scandalo – ha esordito Rotundo – è cominciato nella mattinata del 4 agosto, però è stato reso noto un giorno e mezzo dopo. Mentre il Governo argentino analizzava i dati in suo possesso Guido Alejandro Antonimi Wilson, il portatore degli 800.000 dollari, ha lasciato il Paese per tornare in Uruguay e da lì negli Stati Uniti, nella sua abitazione a Key Biscayne. Il vero polverone si è sollevato quando si è venuto a sapere che Antonimi era giunto in Argentina da Caracas su un volo istituzionale, organizzato dai dirigenti di Enarsa (Energia Argentina S.A.), nel quale viaggiavano membri della compagnia petrolifera statale venezuelana (PDVSA) ed il titolare dell’Organo di Controllo delle Concessioni Viarie (Occovi), Claudio Uberti, che, secondo quanto riferiscono alcune fonti, sarebbe stato la persona che avrebbe autorizzato la presenza di Antonimi su richiesta di alcuni passeggeri. Wilson, chiamato l'uomo della 24ore, è stato poi fermato dal personale aeroportuale in possesso dei citati 790.000 dollari. Il giovedì seguente la procuratrice María Luz Rivas Diez lo denunciò formalmente per contrabbando”.

Con l’accusa da parte di Mulvihill a Franklin Durán, Moisés Maiónica, Carlos Kauffmann e all’uruguaiano Rodolfo Wanseele Paciello di aver cercato di corrompere Antonini perché non rivelasse l’origine dei soldi contrabbandati illegalmente, si fa sempre più strada l’ipotesi, già da tempo diffusa, che fossero destinati a finanziare la campagna presidenziale di Cristina Kirchner e che provengano proprio dal Governo venezuelano. Un altro giornalista argentino, Carlos Basti, che scrive per Tribuna Italiana, ha affermato a News ITALIA PRESS che, “sebbene non vi sia la certezza di nulla, la gente è convinta che questi soldi provengano dal Governo di Chavez”. Rotundo ha sottolineato come questo potrebbe avere pesanti ripercussioni politiche in Venezuela, opinione condivisa da molte testate del sud America, unanimi nel considerare questo un brutto momento per il presidente Chavez che, dopo la sconfitta per le modifiche costituzionali, si trova a dover affrontare la protesta per l’invio di denaro pubblico a candidati a lui affini. “Sebbene questo possa non avere rilevanza giudiziale – ha affermato Rotundo – (visto che l’accusa di contrabbando di Antonini rimarrebbe immutata, ndr) i critici del governo venezuelano non dubitano che ciò avrà conseguenze a livello politico. Dicono che ciò è servito a provare l’invio di denaro pubblico a leader di altri Paesi ed ha testimoniare l’alto livello di corruzione presente nella PDVSA, principale fonte di introiti dello Stato venezuelano. Ovviamente tutte queste critiche sono respinte da Chavez che ha dichiarato di non avere nessuna relazione con i detenuti”.

E’ difficile però sapere quanti crederanno alla versione del Presidente del Venezuela, anche perché i tre accusati di aver voluto corrompere Antonini vengono indicati dalla stampa sudamericana come agenti segreti di Caracas ed infatti il Tribunale di Miami ha negato loro la libertà provvisoria. Diversa situazione per il quarto uomo, di nazionalità uruguaiana a cui la libertà provvisoria è invece stata concessa, pena il pagamento di 150.000 dollari di cauzione. Anche lui comunque, nonostante il suo legale abbia invocato la totale estraneità ai fatti, dovrà comparire di fronte al giudice nella prossima udienza che si terrà il 27 dicembre. Maurizio Salvi, giornalista Ansa inviato a Buenos Aires, ha affermato a News ITALIA PRESS che “la vicenda potrebbe avere diverse chiavi di lettura. Da una parte si può credere ciecamente a quanto riportato dalle autorità americane, infatti che i soldi fossero destinati alla campagna della Kirchner è venuto a galla solo grazie alle intercettazioni delle autorità statunitensi ed alla collaborazione con l’FBI dello stesso Antonini. Oppure si può vedere il tutto come una manovra degli Stessi Stati Uniti che intendono ostacolare il processo di integrazione del sud America. La stessa Argentina tende ovviamente a negare la tesi del finanziamento. Uno degli argomenti utilizzati qui a Buenos Aires per screditare la tesi degli 800.000 dollari per Cristina é il seguente: Che bisogno c'era di correre un rischio tale se il giorno seguente era in arrivo lo stesso Chavez con due aerei completamente immuni diplomaticamente e che avrebbero scaricato bagaglio non controllabile? La Kirchner ha detto esplicitamente in questi giorni di crisi con gli Stati Uniti per questa vicenda che continuerá ad avere buone relazioni con il Venezuela. Ho l'impressione che l'Argentina non sará mai bolivariana, ma é indubbio che Buenos Aires é interessata a intensificare le relazioni con il Venezuela a cui puó inviare molti dei prodotti agroalimentari che non trovano per ora sbocco in Europa a causa del mancato accordo con l'Unione europea”.

Salvi ha ritenuto prematuro dare per certo il coinvolgimento del Governo venezuelano, ma non ha nemmeno smentito. “Quello che é probabile – ha affermato - é che intorno al presidente Hugo Chavez gravitino numerosi personaggi che stanno arricchendosi alla corte del nuovo governo, grazie anche alla grande quantitá di commesse che lo Stato venezuelano distribuisce. Non é la prima volta che un personaggio che si proclama 'chavista' viene arrestato. Capitó a Palermo in settembre con un tal Alex del Nogal, sul quale le agenzie scrissero che aveva finanziato la campagna elettorale di Chavez, particolare che fu poi smentito. Altra cosa che é certa é che il Venezuela finanzia in tutta l'America latina movimenti sociali sindacali e politici vicini alla sua filosofia bolivariana. Ed é anche certo che il governo venezuelano ha ripetutamente comprato quote del debito argentino, aiutando Buenos Aires a fare a meno del Fmi”.

Un altro elemento particolare della vicenda è che il processo sia stato interamente gestito dagli Stati Uniti. Va bene per l’accusa ai tre venezuelane che, ha spiegato Salvi, "sono stati accusati da Michael J. Lasiewicki, un agente dell’FBI in servizio a Miami, di aver cospirato per commettere un delitto contro gli Stati Uniti, ossia per attuarlo coscientemente come agenti di un governo straniero, e precisamente quello del Venezuela". Wilson, però, sarebbe forse dovuto essere estradato. Salvi ha spiegato che "l’autorità di giudicarlo viene data agli Stati Uniti dall’accusa di contrabbando internazionale che pende su Antonini e dal fatto che questo sia in possesso del passaporto statunitense”. Rotundo ha invece aggiunto che “è molto rilevante anche la collaborazione di Wilson con l’FBI, per questo gli Stati Uniti stanno ritardando di molto il processo di estradizione”.

 

17/12/2007

 

Chavez ha trasformato il Venezuela nel santuario dei narcoterroristi delle FARC.

Madrid, 16 dic. (Apcom) - Il Venezuela è diventato è diventato un "santuario" per la guerriglia delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia), che avrebbero allestito dei campi di addestramento in territorio venezuelano. Lo riferisce oggi il quotidiano spagnolo 'El Pais'.

Il giornale di centro sinistra cita in proposito fonti diplomatiche e dei servizi di intelligence, e anche le testimonianze di quattro disertori delle Farc (Forze armate rivoluzionarie della Colombia).

In un lungo articolo sul suo supplemento domenicale, 'El Pais' scrive che "le autorità venezuelane forniscono una protezione armata ad almeno quattro accampamenti fissi" del gruppo colombiano, in territorio venezuelano. Inoltre evoca anche le voci, che circolano ormai da mesi, secondo le quali l'ostaggio franco-colombiano Ingrid Betancourt, rapita nel 2002, potrebbe trovarsi in Venezuela.

Secondo la testimonianza di uno dei disertori, la Betancourt si troverebbe nella località di Elorza, nello stato di Apure, alla frontiera con la Colombia, sotto la guardia di un membro dello stato maggiore delle Farc, German Briceno Suarez, noto anche con il nome di "Grannobles". Il quotidiano aggiunge tuttavia che altre fonti non confermano l'eventuale presenza di Betancourt in Venezuela.

Il governo di Bogotà aveva affidato la scorsa estate un incarico di mediazione al presidente venezuelano Hugo Chavez, per ottenere la liberazione di 45 ostaggi nelle mani delle Farc, ma ha poi revocato tale incarico lo scorso 22 novembre.

 

14/12/2007

Chavez si vendica della sconfitta dell'ultimo referendum e propone di inondare il Venezuela di kalashnikov.

L'ultima delirante idea di Chavez: fornire milioni di fucili mitragliatori kalashnikov ai suoi sostenitori per avere un'armata in difesa del suo regime infiltrata tra la popolazione e rendere più concreta la possibilità di una guerra civile. In molti pensano che la possibilità di una guerra civile sia reale in Venezuela, in ogni caso fornire di kalashnikov parte della popolazione venezuelana non farà altro che far aumentare enormemente il numero di morti ammazzati, eppure contro ogni logica è quello che sta per succedere in Venezuela, un paese già dove ogni giorno gli ospedali sono pieni di morti e feriti per atti criminosi. Una volta che queste armi saranno in mano ai  sostenitori di Chavez la situazione venezuelana diventerà drammatica. Questo è un vergognoso e chiaro ricatto all'opposizione venezuelana.

Questo è un allarmante articolo di oggi pubblicato su Granma, il giornale del regime cubano:

PL -  Il Venezuela formerà le nuove Milizie Bolivariane come componenti delle Forze Armate Nazionali (FAN), in accordo con la messa a fuoco dell'alleanza civico-militare, ha annunciato il ministro della Difesa, il Generale in capo Gustavo Rangel.

In una dichiarazione alla stampa regionale, a Maracaibo, 700 chilometri ad ovest di Caracas, Rangel ha spiegato che questo corpo funzionerà come un’entità speciale delle FAN, esattamente come la Riserva militare.

La proposta della creazione delle Milizie, integrate da civili con una preparazione adeguata, faceva parte di uno dei due blocchi di progetti di riforma costituzionale scartati dal referendum dello scorso 2 dicembre.

Il ministro ha spiegato che la Costituzione stabilisce quattro componenti (Armata, Esercito, Guardia Nazionale ed Aviazione), ma “non limita la creazione di corpi speciali”, permettendo la formazione delle Milizie Bolivariane.

La creazione di questo corpo fa parte della strategia di difesa venezuelana, e si allontana da quella dei professionisti degli USA, incorporando la popolazione nei compiti di difesa della nazione.

Il presidente Hugo Chavez, che ha fomentato questa strategia, considera necessario garantire condizioni sufficienti per armare milioni di venezuelani in caso di aggressioni militari esterna per difendere il paese “casa per casa”, se fosse necessario.

Chavez ha allarmato ricordando le prepotenze del governo degli Stati Uniti, che vuole controllare la ricchezza energetica della nazione, la quinta esportatrice mondiale di petrolio, mentre i combustibili fossili si avvicinano alla

loro estinzione ed ha segnalato che l'alleanza civico-militare, nel concetto di “guerra di tutto il popolo” garantirà il mantenimento di eventuali ostilità per più di un secolo, se sarà necessario, in caso di occupazione del territorio nazionale, anche da parte di una forza decisamente superiore. (Traduzione Granma Int.)

 

14/12/2007

Chavez non fermerà la sua “revolución”

Contrariamente agli entusiasmi con cui è stata accolta in Occidente da (quasi) tutti, la prima sconfitta del presidente venezuelano Hugo Chavez in una consultazione nazionale non sembra destinata a fermare la marcia dell’autocrate di Caracas verso la fatale socializzazione dell’economia venezuelana. Infatti, Chavez, può ancora contare sul controllo di tutti i 167 seggi del Congresso e dei 32 membri della Corte Suprema, oltre a disporre dei poteri esecutivi per governare a colpi di decreto almeno fino a luglio 2008. Con questi strumenti, egli potrà tentare di attuare almeno alcuni dei punti dell’agenda di “riforme” bocciate nella consultazione del 2 dicembre. Anche se la costituzione venezuelana impedisce al presidente di proporre gli stessi emendamenti per la seconda volta, Chavez potrebbe comunque far eleggere un’assemblea costituzionale, aggirando di fatto il divieto. Nel frattempo, le “riforme socialiste” vanno avanti.
Il ministro del lavoro, José Ramon Rivero, ha chiesto a Chavez di creare un fondo pensione per lavoratori sprovvisti di copertura della sicurezza sociale (idea di per sé neppure malvagia), mentre un gruppo di imprenditori filo-presidenziali ha sollecitato la riduzione dell’orario di lavoro, che il referendum bocciato portava da otto a sei ore al giorno. I poteri conferiti a Chavez dall’Assemblea Nazionale nel 2001 hanno finora condotto all’adozione di misure quali la riforma agraria, che permette al governo di confiscare imprese agricole definite “sottoutilizzate” da un apposito comitato pubblico. Sopravvissuto nel 2003 ad un tentativo di putsch conseguente a questa riforma, Chavez ha proseguito indisturbato nella manomissione dei meccanismi fondamentali di funzionamento dell’economia, esacerbandone gli squilibri.

Dopo la fine dell’ultima recessione, nel 2004, l’economia venezuelana ha iniziato a realizzare tassi di crescita del pil dell’ordine del 12 per cento medio, grazie alla rendita petrolifera che ha alimentato la moltiplicazione per quattro della spesa pubblica e la forte ascesa della domanda dei consumatori. Ma al contempo otto anni di politiche economiche socialiste, compresi controlli dei prezzi e nazionalizzazioni, hanno lasciato il Venezuela senza latte e carne, con un tasso d’inflazione al 21 per cento (il maggiore della regione ed uno dei pochi a doppia cifra rimasti al mondo), ed il prevedibile crollo degli investimenti esteri. Chavez, in modo alquanto rozzo, ha finito col basare tutto il suo “esperimento” di economia socialista sulla rendita petrolifera. Se i prezzi del greggio dovessero calare, per qualsivoglia motivo, il paese sudamericano si troverà sprovvisto di beni di consumo, sia prodotti internamente che importati.

Passiamo in rassegna le principali nefandezze economiche dell’occupante di Palazzo Miraflores. Il primo posto spetta di diritto ai controlli sui cambi, introdotti nel 2003, che hanno puntualmente causato la nascita di un fiorente mercato nero valutario, dove il bolivar vale un terzo del cambio ufficiale contro dollaro. Questa misura ha causato un aumento del costo dell’import ed ha costretto il governo ad imporre controlli sui prezzi dei generi alimentari di prima necessità, quali riso, olio e zucchero, misura che aggrava ulteriormente la penuria.

La fortissima espansione della spesa pubblica, alimentata anche dai proventi petroliferi, ha causato vistosi incrementi dei salari. In un sistema di prezzi di mercato, ciò avrebbe determinato un inevitabile processo di aggiustamento per mezzo dell’inflazione. La presenza di controlli sui prezzi, invece, influisce per altre vie sui comportamenti degli agenti economici: i produttori non hanno incentivo a portare la propria produzione sul mercato a prezzi non remunerativi, e quindi tagliano i livelli di attività. Quelli che continuano a produrre lo fanno per esportare oltre confine, soprattutto in Colombia, o per alimentare un fiorente mercato nero. Fenomeni simili a quelli che l’Iran sta sperimentando nell’ambito del mercato domestico dei carburanti.

Dal 2005 Chavez ha poi avviato una riforma agraria che consiste nell’assegnare terre coltivabili a cooperative attraverso un sistema di prestiti che di fatto sono erogazioni a fondo perduto. La tecnica è quella classica: esproprio parziale di grandi tenute agrarie a prezzi “politici”. Anche la retorica è sempre quella: lotta di classe e raggiungimento dell’autosufficienza agricola. L’elevata incertezza ha quindi spinto le aziende agricole, costantemente sotto la spada di Damocle dell’esproprio, a contrarre fortemente la propria produzione, spesso avvicinandola a livelli di mera sussistenza dei proprietari, ai quali è precluso l’accesso al credito delle banche statali in caso di superficie coltivata superiore ai 100 ettari. Il risultato di tali condizioni ha già iniziato a manifestarsi, con l’immediato calo della produzione di alimentari. Nell’era del boom delle quotazioni di canna da zucchero e mais, guidate dalla nuova grande sete di etanolo che viene dagli Stati Uniti, la produzione venezuelana di canna di zucchero sta cedendo vistosamente.
Sequestri di terre coltivabili, sradicamento violento della tutela dei diritti di proprietà, introduzione di controlli sui prezzi, mercato nero, contrabbando, svalutazione del cambio, crescenti deficit pubblici per acquisti sussidiati dallo stato, monetizzazione del deficit pubblico ad opera di banche centrali sottoposte a controllo governativo, iperinflazione. Sono tutti i passaggi da libro di testo della discesa agli inferi dell’economia venezuelana. La “malattia olandese”, il processo di progressivo ridimensionamento della manifattura causato dalla scoperta e sfruttamento di ingenti giacimenti di idrocarburi, colpisce il paese sudamericano in modo amplificato dall’analfabetismo economico che da sempre caratterizza gli adepti del credo marxista. L’esito di questa sprovvedutezza (per usare un eufemismo) sarà l’ennesima punizione della popolazione.

Ma noi possediamo facoltà divinatorie, e sappiamo cosa accadrà al momento della resa dei conti per Chavez ed il suo emulo boliviano, Evo Morales. La colpa sarà invariabilmente dell’Occidente, che affama e sfrutta i poveri della Terra. E quest’alibi troverà entusiastici sostenitori anche da noi, tra i terzomondisti compulsivi che ignorano i fondamentali dell’economia.

di Mario Seminerio.

11/12/2007

Il Venezuela antisemita di Chavez.

Fausto Bertinotti ha spesso definito in pubbliche dichiarazioni il presidente venezuelano Hugo Chavez come “mio fratello”. Ecco da oggi Bertinotti deve sapere che ha un fratello accusato di incoraggiare l’antisemitismo. Anzi di usarlo in chiave di ricerca del consenso nel Venezuela e di giocarlo in chiave di diplomazia internazionale per rafforzare la propria sconcia alleanza economico politica con l’Iran di Mahmoud Ahmadienjad. Che invece è un antisemita dichiarato. L’Anti Defamation League (Adl) di Abraham Foxman ha recentemente pubblicato sul proprio sito internet un nutrito dossier di episodi di antisemitismo contro la locale comunità ebraica di Caracas. L’ultimo oltraggio risale allo scorso 1 dicembre, alla vigilia del referendum istituzionale indetto (e poi perso) da Chavez per tentare di cambiare la Costituzione. Ebbene all’alba di quel giorno il club “La Hebraica” è stato perquisito come se fosse stato un covo di terroristi e narco-trafficanti con un mandato che faceva riferimento ad armi e droga. E’ stato devastato dai poliziotti, più che perquisito, ma, inutile a dirlo, della droga cercata e delle armi nemmeno traccia.
Strano che Chavez, amico da sempre dei narco-trafficanti delle Farc, cerchi la cocaina in un circolo culturale ebraico, si sono detti sarcasticamente alcuni osservatori esterni e interni al Venezuela. Che da anni criticano il fatto che il paese sia diventato in realtà il secondo paradiso dei narcos a ridosso della Colombia, dopo la scelta di Chavez di allearsi anche con le Farc nel quadro del famigerato Foro di Sao Paulo. Il dossier della Adl sugli episodi di odio anti ebraico in Venezuela è diviso in nove sezioni, tra cui: Hugo Chavez che supporta l’islam fanatico, Hugo Chavez nelle sue stesse parole, dichiarazioni di istituzioni governative, antisemitismo nei media vicini al governo, dimostrazioni antisemite e vandalismo, gli alleati di Chavez, gli hezbollah in America Latina. A Chavez viene contestato il fatto di aver favorito la diffusione dell’Islam più fanatico tra le tribù povere degli indios, dove già si vedono imam e burqa da anni, e che abbia fatto del Venezuela un porto sicuro per terroristi islamici rifugiati all’estero.
Nutritissimo il florilegio delle dichiarazioni antisemite di Chavez durante alcuni viaggi all’estero, tra cui quello in Cina nell’agosto 2006, quando esplicitamente paragonò Israele a Hitler e ai nazisti. Per non parlare di quando, il 30 luglio 2006, in visita ufficiale nell’Iran di Ahmadinejad, parlò di Israele fascista e terrorista e di “un demone che hanno dentro” le persone che vivono in Israele. Poi c’è tutto il capitolo dei giornali sponsorizzati dal governo in cui la campagna antisemita ha assunto accenti più espliciti contro gli ebrei. Basterebbe ricordare la copertina incredibile di “Docencia participativa”, il mensile pedagogico di Chavez per le scuole e le università a Caracas: una bella stella di Davide con dentro circoscritta la svastica nazista e la frase in spagnolo “Nazis siglo XX, Judios siglo XXI, Nuremberg”. Non si contano episodi di violenza veri e propri, di solito ignorati dalla polizia. Aggressioni a esponenti della comunità ebraica venezuelana, profanazione di Sinagoghe e cimiteri. Chavez non si è fatto mancare nulla. E da oggi il suo “fratello” Fausto Bertinotti non faccia finta di non conoscere l’entità delle colpe e dei crimini del “caudillo” di Caracas. E se vuole continuare a chiamarlo “mio fratello”, almeno non dica poi di sentirsi ebreo e di essere amico degli ebrei nel mondo. Alcuni di loro potrebbero rivoltarsi nella tomba.
Dimitri Buffa

9/12/2007

Chavez ordina di punire chi gli ha fatto perdere il referendum.

Bonanni chiede intervento del governo dopo "la brutale aggressione subita ieri dal Cardinale di Caracas, Jorge Urosa Savino ad opera di squadristi"

“C'è davvero un brutto clima in Venezuela. Lo dimostra la brutale aggressione subita ieri dal Cardinale di Caracas, Jorge Urosa Savino ad opera di sedicenti squadristi. Il Governo italiano dovrebbe attivarsi sul piano diplomatico per capire che cosa sta accadendo in Venezuela dopo la sconfitta di Chavez nel referendum costituzionale”.

Lo sottolinea in una nota il Segretario Generale della Cisl, Raffaele Bonanni. “Ho telefonato oggi a Manuel Cova, il leader del sindacato venezuelano per far pervenire la solidarietà della Cisl al Cardinale, Jorge Urosa Savino,una personalità religiosa carismatica oltre che voce libera del popolo venezuelano, che già qualche mese fa mi aveva parlato di minacce ricevute da questo gruppo dopo aver denunciato pubblicamente il clima di intimidazione che si stava generando nel paese in vista del referendum.

Adesso è arrivata questa grave e vile aggressione, a conferma che in Venezuela la libertà e la convivenza democratica sono gravemente messe a rischio. Soprattutto siamo molto preoccupati per i nostri tanti connazionali e lavoratori che vivono in Venezuela che si aspettano dal Governo italiano maggiori garanzie e tutele”.

ndr

ma riuscirà il nostro Bertinotti, grande estimatore del dittatore venezuelano ad ammettere di essere suo complice? e in questo caso si unirà alle squadracce di picchiatori anche lui con la sua giacca di velluto verdino?

7/12/2007

Chavez ha ceduto, il crollo psicologico dell'aspirante tiranno. VIDEO

Ha retto solo qualche giorno Chavez. Dopo aver avuto la prima crisi e aver sfasciato un ufficio quando è stato costretto ad ammettere la sua sconfitta aveva, con con la voce di uno che aveva urlato fino a sgolarsi, annunciato che la vittoria dell'opposizione era stata un esercizio di democrazia ci risiamo, il dittatore venezuelano ha avuto un'altro crollo, ha capito la realtà dei fatti: la sua idea di diventare dittatore in un paese chiedendo il consenso ai cittadini è più una barzelletta che una cosa possibile, ha capito che solo con la brutalità della sua ignoranza può provare a realizzare il suo sogno. Non tramite referendum o votazioni di qualsiasi altro tipo si ottiene una delega di potere totale a vita. Forse gli hanno fatto anche notare che la sua sconfitta significa uno STOP repentino che devasta anche i sogni di altri colleghi dittatori che adesso si trovano in grave difficoltà,  Cuba  rischia di affogare senza la continua elemosina di petrolio che a questo punto se Chavez perdesse il potere non potrebbe più elargire e che  è lunica vera fonte di sopravvivenza del regime cubano, il cocalero boliviano Morales( quello che qualche settimana fà, intervistato alla TV italiana non capiva neppure le domande della giornalista e rispondeva come se sapesse a memoria le risposte e avesse sbagliato la giusta sequenza delle domande)resta solo in mezzo ai guai, con Chavez che a forza di fare idiozie sta diventando lo zimbello del centro america e Castro con un piede nella fossa. La tensione era troppa, il crollo era inevitabile, dopo alcune notti insonni Chavez si mostra nuovamente per quello che è. Marcia indietro, adesso torna a minacciare l'opposizione e addirittura avverte che (a suo dire) modificherà comunque la costituzione contro il parere del popolo venezuelano. Definisce, come mai era successo in nessun paese civile che la vittoria dell'opposizione è stata una vittoria di merda (guarda Video). Una vera vergogna che un capo di stato si abbassi a mancare di rispetto fino a questo punto al parere del suo popolo che chiarisce a chi ancora avesse dei dubbi che Chavez è un tiranno, uno che non ha nessuna intenzione di rispettare ne referendum ne nessuna regola di civile esistenza, le sue parole sono gravissime e dovrebbero far tremare i venezuelani che a questo punto non hanno altra scelta che cacciarlo prima che sia troppo tardi senza troppi complimenti. Il suo rispetto per le idee altrui è pari allo zero, e la sua dichiarazione di voler comunque riproporre per altre vie le riforme che sono state appena bocciate significa solo una cosa: ho provato a darvi la possibilità di prendere il potere assoluto con il vostro appoggio, non ci sono riuscito e adesso me lo prendo comunque da solo...Bravo Hugo, compimenti, ma così farai morire di crepacuore prima del suo tempo papà Fidel. A papà Fidel serviva solo il tuo petrolio, non diceva sul serio che dovevi metterti a fare il dittatore per davvero....

27/11/2007

La stampa cubana prova a ribellarsi, il regime racconta bugie!

Si respira un vento di novità a Cuba, un fremito d’insofferenza, c’è una crepa di luce nel muro del regime. Il soffio di una svolta sembra partito da alcuni mesi, ma è assecondato da un giornale, e da una domanda: «L’impiego giovanile a Cuba, il racconto che non quadra?». Il titolo è stato mandato in stampa domenica sull’unico quotidiano che esce in edicola quel giorno in tutta l’isola: il foglio filogovernativo Juventud Rebelde, organo dell’Unione dei Giovani Comunisti, fondato nel 1965 da Fidel Castro. L’articolo di Juventud critica i dati ufficiali sulla disoccupazione giovanile del governo dell’Avana e delle autorità provinciali. Parla dei giovani e dei problemi «di stipendio». Sgretola le radici dell’ottimismo. Mette in discussione quei numeri e quelle certezze che sono sempre state la forza di Castro, il suo orgoglio e il suo potere. Avverte che il governo «si deve liberare dal fantasma delle cifre». Cita un sondaggio su salari «che non corrispondono alle necessità».
Per chi è abituato a sfogliare i quotidiani cubani, a sorridere della loro fedeltà alle idee, ai proclami, a un passato a cui ci si aggrappa con disperazione più che con vanto, l’articolo di domenica appare come il segnale di un cambiamento. Un dubbio dopo quarantotto anni di convinzioni: una stampa più libera o un Paese che vuole essere libero?
Anche alcuni quotidiani sudamericani, assorbiti ormai dal venezuelano Chavez e dal suo socialismo totalitario, se ne sono accorti. Chiamarla revolucion è prematuro. A Cuba non sta nascendo una nuova rivoluzione, ma un punto di domanda, come il titolo di Juventud Rebelde. Sembra che i giovani cubani si siano ricordati di essere giovani, prima che castristi. E con loro si stanno svegliando anche gli altri: il reportage di Juventud è stato preceduto nei giorni scorsi da un accenno della Tv di Stato ad alcune disfunzioni nella sanità, fiore all’occhiello del governo castrista. Respirando questo vento nuovo, è stato lo stesso Raul Castro, il fratello di Fidel, a proporre, alcune settimane fa, un dibattito (top secret per la stampa estera) su «i problemi di Cuba». Leggendo a ritroso l’ultima attualità cubana, si scopre in realtà che proprio da Juventud Rebelde era partita un’inchiesta in cui si dava spazio ad alcuni malumori dei medici cubani. Non era accaduto mai, non almeno con tale chiarezza, in questi 16 mesi in cui Castro aveva dovuto lasciare i poteri a Raul per una malattia all’intestino divenuta fin dal primo giorno «segreto di Stato».
Sapere quanti giovani non lavorano e non studiano a Cuba è un calcolo che appare impossibile, scrive Juventud Rebelde nell’articolo di domenica, ma chiarisce: «Le cifre non sono il riflesso della realtà».
Il reportage, che occupa due pagine del quotidiano, è diviso per capitoli. Uno s’intitola: «Cifre false». Alcune province come quella di Granma, si aggiunge nel servizio, «si inorgogliscono dicendo di aver raggiunto il pieno impiego, con una tasso di disoccupazione bassissimo, del 2%. Però rimane una domanda - scrive il quotidiano dei giovani comunisti -: perché si vede tanta gente senza lavorare per le strade?».
Si cita quindi una ricerca dei «lavoratori sociali del territorio», secondo la quale i disoccupati nella provincia di Granma non sono 2mila ma «37mila». Può essere, si suppone, che i dati dei ministeri del Lavoro e della Sicurezza sociale non tengano in considerazione le casalinghe. Ma tra i 37mila, ci sono «13mila uomini». «Forse - la domanda, ironica - saranno tutti casalinghi?».
Il sospetto cresce, e il giornale lo raccoglie: «Se Granma era uno dei punti di riferimento del basso tasso di disoccupazione, come saranno messe le altre province, che hanno a che fare con numeri più alti di cittadini?». La critica al governo continua: «Il 90% di chi non ha un impiego in realtà non trova posti accettabili». Si cita il caso di Ciego de Avila, con le dichiarazioni di un insegnante che afferma: «Ogni anno diplomiamo maestri di cucina, poi però non riusciamo a collocarli». Il giornale elenca le tante «soluzioni dello Stato», ma conclude: tutti devono liberarsi «del fantasma delle cifre» quando si parla di disoccupazione, e «risolvere vecchi problemi». Problemi, falsità: Cuba sta forse scoprendo le parole proibite. E l’ironia.

21/11/2007

Le richieste di Chavez sono un chiaro segno della sua pericolosa deriva mentale.

Ecco in breve le nuove affermazioni e richieste che Chavez ha fatto a Santiago del Cile, ogniuno ha il presidente o dittatore che si merita viene da pensare, ma quando è troppo è troppo anche per i Venezuelani. Eccco la lista delle assurdità:

1) Ha richiesto la restituzione dell'oro rubato 500 anni fà dai conquistadores spagnoli, facendosi portavoce del lider indigeno messicano Guaicapuro Cuauhtemoc che già aveva scritto a re Juan Carlos la seguente delirante richiesta: “Informiamo gli scopritori che ci devono, come primo pagamento del loro debito, soltanto 185 tonnellate d’oro e 16mila tonnellate d’argento, ambedue elevate alla potenza di 300″. Come dire un numero per la cui espressione sarebbero necessarie più di 300 cifre e una quantità di metalli il cui peso supera ampiamente quello della terra.

2) Ha lanciato un appello affinché si crei la Sato (Organizzazione del Trattato del Sud America), alternativa alla Nato, per avere un esercito e finalmente poter recuperare dall’Inghilterra le Falklands/Malvinas, restituendole all’Argentina.

3) Ha incitato più e più volte alla restituzione dell’accesso al mare alla Bolivia da parte del Cile.

4) Ha attaccato il bioetanolo, uno dei cavalli di battaglia del presidente brasiliano Lula.

5) Ha elogiato la democrazia cubana, molto migliore delle “democrazie borghesi” in Occidente.

6) Ha giustificato la presa del potere da parte del popolo attraverso le armi e non le urne.

7) Ha minacciato le banche spagnole in Venezuela di nazionalizzazione.

8) Ha minacciato di scatenare un nuovo Vietnam nel caso che lui o il presidente della Bolivia Morales venissero destituiti.

9) Ha definito fascisti tutti i Venezuelani che sono scesi in piazza contro la sua proposta di referendum costituzionale del 2 Dicembre prossimo

10) Ha attaccato la televisione privata Globovision, l’unica che gli si oppone apertamente e ribattezzata Globoterror dai supporter di Chávez, minacciandola di farla chiudere una volta approvata la riforma costituzionale.

ndr

No comment.....

21/11/2007

Il commercio sessuale cubano e il fallimento del modello socialista.

Parlare di Cuba oggi è molto complesso rispetto a quanto non lo fosse in passato. Parlare di Cuba oggi significa affrontare uno degli aspetti più dolorosi della contemporaneità, una tematica che abbiamo imparato ad allontanare o a plasmare a nostro piacimento a seconda del paese e delle condizioni in cui essa si manifesta: il mercato del sesso. Per mercato del sesso non si intende, come solitamente si allude, alla così detta "tratta degli esseri umani" in cui donne e minori vengono fatte entrare clandestinamente in un paese e vendute al primo pappone di turno a seconda dei bisogni di mercato di un determinato stato o regione geografica, ma di un ambito che è diventato, come anche dichiarato dalle stesse istituzioni cubane, la fonte principale di guadagno dell'intera isola. Cuba vive di turismo, di rum e di prostituzione. Del resto è piuttosto raro sentir parlare i turisti che visitano l'isola della prostituzione come una piaga sociale oltre che culturale di questo paese.
Secondo molti e ovviamente per i diretti beneficiari, la differenza tra le prostitute cubane e quelle di altri paesi è che a Cuba le donne, e anche gli uomini, si prostituiscono per necessità e per scelta. La prostituzione per i cubani è una strategia economica e il matrimonio con gli stranieri una modalità dignitosa di acquisizione di uno status sociale. In un paese in cui la miseria è un fenomeno mediamente diffuso, è difficile ad ogni modo reputare la prostituta in posizione di esercitare un potere contrattuale realmente superiore rispetto al cliente. Secondo un'inchiesta i cui risultati sono stati pubblicati sul sito www.creatividadfeminista.org, l'83% delle prostitute cubane è in possesso della sola licenza elementare, ha una media di 77 clienti al mese (più di 2 al giorno), il 20% è tossicodipendente, il 12% è portatrice di virus HIV e in generale ha scarse conoscenze riguardo la contraccezione. Ma quel che è peggio è che le prostitute rappresentano la categoria sociale più bisognosa di cure mediche di tutta la società cubana. Hanno un'incidenza maggiore di malattie quali infarto, ulcera, diabete, allergia, artrosi e tanta tanta pura. Paura dei clienti, della violenza e dell'autoritarismo esercitato da questi contro di loro.
In questo ultimi anni, le donne cubane sono state fatte oggetto di una campagna internazionale che le dipinge tutte come donne facili ed accessibili, vittime-lavoratrici del sesso a servizio della patria e di un economia disastrata che, con il loro duro e onesto lavoro, contribuiscono a liberare. Poco male se chi si prostituisce, anche e perfino nella rivoluzionaria Cuba, è oggetto di vergogna ed isolamento da parte della sua stessa comunità. La prostituzione è un fenomeno ricomparso negli ultimi anni, scomparso nei primi decenni della Rivoluzione con il risultato che oggi Cuba è diventata agli occhi degli altri un paese in vendita, la versione "tropicale" del fallimento del modello socialista. L'unico paese socialista vivente a fare della rivoluzione lo stanco baluardo ideologico per le sue prostitute.

 
di Ilaria Maccaroni

 

20/11/2007

Cuba: "Dopo Castro vogliamo la democrazia"Il 79% dei cubani non ha più fiducia nel regime e vuole scegliere i propri rappresentanti.

Un'altra dittatura? No grazie.
Il 79% dei cubani è critico nei confronti del regime castrista e il 74% intende scegliere con elezioni democratiche i propri rappresentanti del futuro.

Fotografano un popolo in cerca di libertà, le cifre che emergono dal sondaggio condotto a Cuba dall'International Republican Institute: l'organizzazione pro-democrazia è andata a scovare quello che "la gente pensa nel profondo del cuore, e cioè che una tirannia in piedi da 50 anni non è il tipo di regime sotto il quale si vuole vivere per altri 50 anni", commenta James Roberts, ricercatore con 25 anni d'esperienza nel ramo del Dipartimento di stato americano che si occupa dell'America Latina.
Dei 600 cittadini cubani intervistati, il 41% crede che la situazione a Cuba sia andata progressivamente peggiorando, il 77% chiede un nuovo sistema elettorale e ben l'83% pensa che un regime economico basato sul libero mercato migliorerebbe le condizioni di vita in modo consistente: è sconfitta su ogni fronte per il regime di Castro, che ottiene fiducia soltanto dal 25% degli intervistati. I risultati sembrano venire incontro alle speranze di George Bush, che negli ultimi tempi si è espresso più volte sulla necessità, per gli Stati Uniti e la comunità internazionale, di affiancarsi al popolo cubano per preparare l'avvento di un futuro di democrazia, ma al momento la Cuban Interest Section di Washington, che rappresenta il governo di Cuba, si rifiuta di commentare il sondaggio.

A far discutere gli esperti è per ora il metodo con cui la ricerca è stata condotta: il sondaggio si è infatti svolto in segreto, perché le risposte non venissero influenzate dal timore degli abitanti di aver a che fare con spie del regime. Il metodo è "inconsueto", ammette Shawn Sullivan, direttore del programma dell'Iri per l'America Latina e i Caraibi, ma è anche il solo che permetta di raccogliere informazioni accurate e veritiere in un regime dittatoriale.

19/11/2007

Chavez si elegge a manipolatore dell'economia mondiale minacciando la stabilità del prezzo del petrolio.

Chavez cita Cristo e si fa il segno della croce


davanti a re Abdallah e ai dignitari sauditi. Non era mai successo nel Paese dove si trovano i principali luoghi santi dell'islam, la Mecca e la Medina. Il presidente del Venezuela ha poi lanciato un avvertimento agli Stati Uniti: se attaccate l'Iran o il Venezuela il prezzo del barile di petrolio schizzerà a 200 dollari.

Anche in occasione dell'apertura del terzo vertice dell'Opec, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, il presidente venezuelano, Hugo Chavez, non è passato inosservato. Tutt'altro. Prima di iniziare il discorso d'inaugurazione del vertice, in un lussuoso centro conferenze della capitale saudita, Chavez si è fatto il segno della croce, evento senza precedenti nel Paese dove si trovano i principali luoghi santi dell'islam, la Mecca e la Medina.

Nel corso del suo intervento, durato 25 minuti, Chavez ha citato due volte Cristo, senza preoccuparsi della presenza dei principali dirigenti sauditi, tra cui il re Abdallah, il cui titolo ufficiale è "servitore delle due sacre moschee" e gli altri leader dei dodici Paesi esportatori di petrolio, tra cui Iran, Iraq, Algeria, Emirati Arabi e Libia.


"Sappiamo che l'unico cammino verso la pace - come ha detto Cristo - è la giustizia", ha affermato il presidente venezuelano. 


CHAVEZ: SE USA ATTACCA IRAN O VENEZUELA PETROLIO A 200 USD

Il presidente venezuelano, Hugo Chavez, ha lanciato un avvertimento agli Stati Uniti: se attaccate l'Iran o il Venezuela il prezzo del barile di petrolio schizzerà a 200 dollari. Chavez sta partecipando a Ryad, in Arabia Saudita, al terzo vertice dell'Opec, l'organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio."Se gli Stati Uniti si dimostrano pazzi da attaccare l'Iran o attaccare nuovamente il Venezuela, il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari o anche i 200 dollari", ha detto Chavez, in occasione di un discorso all'apertura del terzo vertice dell'Opec in corso a Ryad. "Il petrolio è la fonte di tutte le aggressioni" nel mondo, ha proseguito il presidente venezuelano, aggiungendo che questa è la "ragione principale" della guerra in Iraq e delle minacce contro l'Iran.

L'Opec oggi è forte, più forte di quanto non lo è mai stato in passato", ha affermato. L'Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio "dovrebbe trasformarsi in un agente geopolitico attivo", ha aggiunto, stando alla traduzione in inglese del suo discorso.

Per il padrone di casa, il re Abdallah il petrolio non deve trasformarsi "in strumento di conflitto". Secondo il sovrano, l'Opec ha "due obiettivi principali: la protezione degli stati membri e dell'economia mondiale" e si oppone" alle perturbazioni inattese dei prezzi del petrolio".

Il re saudita ha anche annunciato la creazione di un fondo di 300 milioni di dollari per la tutela dell'ambiente finanziato dall'Arabia Saudita. "Annuncio che il regno contribuirà con 300 milioni di dollari la creazione di un programma per finanziare studi sull'ambiente, l'energia ed il cambiamento climatico", ha detto.
 

Il Venezuela "sviluppera energia nucleare a scopi pacifici, come hanno gia' fatto Brasile e Argentina". Ad affermarlo è il presidente venezuelano, Hugo Chavez, durante un'intervista diffusa dal canale d'informazione 'France 24'.

 

Durante il colloquio con i giornalisti Chavez ha chiarito la propria posizione riguardo al contrastato programma nucleare dell'Iran. "Per cio' che mi riguarda - ha detto Chavez - esigo rispetto per l'Iran. Noi stiamo con il governo iraniano e non è vero che sta fabbricando la bomba atomica. L'Iran sta sviluppando energia nucleare a fini pacifici. Ne sono certo".

 

16/11/2007

Odiosa dittatura senza pietà nè razionalità.

Yamilé Llanes Labrada è una ancor giovane bellezza cubana e riesce a sorridere raccontando la sua tragica storia. Dal marzo 2003 suo marito è in un carcere speciale di Fidel Castro, accusato, secondo la cosiddetta «legge-museruola» varata in quell’anno a Cuba contro chi «danneggia l’economia e l’indipendenza del Paese», di essere un delinquente da rinchiudere e isolare. Il 18 di marzo lo arrestarono e insieme a lui nei due giorni successivi vennero trascinati in carcere altri 74 dissidenti o supposti tali.


Il mondo era tutto concentrato sulla guerra a Saddam Hussein. Così funzionano le dittature: navigano contando sul cinismo altrui e adoperando il sotterfugio. «Mio marito, José Luis García Paneque, era uno dei medici più amati dell’ospedale Ernesto Che Guevara. La gente si ribellò quando lo cacciarono dall’ospedale per poi farlo finire in una cella scura e umida, lunga due metri e larga un metro e mezzo. In quello stesso giorno una folla di vecchi del Comitato Rivoluzionario si allineò sotto la nostra casa dove eravamo rimasti io e i miei quattro figli da soli: ci assediarono, urlando insulti e minacce e cantando canzoni con le parole modificate, piene di insulti. Guantanamera diventò una canzone contro José Luis. Ogni settimana si rinnovavano queste operazioni di intimidazione, non potevamo uscire di casa né salire e scendere le scale, i vicini non ci parlavano più, a volte sotto casa si radunavano giovani che brandivano bastoni, a volte marciavano intorno alle nostre finestre bambini organizzati dai soliti comitati. I miei figli guardavano dalle finestre e spargevano lacrime col naso schiacciato contro il vetro. La più piccola, Maria, era la più spaventata di tutti. Il carcere era a 700 chilometri da casa, una distanza proibitiva per andare dal paese di Las Tunas a l’Havana per curare un uomo quando hai quattro figli. E sì che ne aveva bisogno: all’inizio pesava 80 chili, oggi ne pesa 42 ed è bisognoso di medicamenti speciali urgenti».


È una vicenda di ordinario orrore totalitario e Yamilé ce l’ha raccontata ieri durante la conferenza organizzata a Venezia dalla Fondazione Craxi nella ricorrenza della Biennale del dissenso: «Il dissenso continua». Così l’hanno chiamata Stefania Craxi e Carlo Ripa di Meana che fu, nel ’77, insieme a un coraggioso pugno di intellettuali (Galli della Loggia, Flores d’Arcais, Mughini e altri con l’attivo sostegno di Craxi) e ai nuovi filosofi francesi, l’animatore di quella che è rimasta la pietra miliare, l’unica forse posta dall’Italia, nella critica dura al totalitarismo comunista. Yamilé è accompagnata da sua figlia più grande, la diciassettenne Shila; insieme a Sherine di 12 anni, a José di 10 e a Maria di 9 sono stati accolti a Dallas, in Texas, come rifugiati politici perché il marito l’ha supplicata di andarsene, dato che per lui sono previsti 24 anni di carcere e perché le persecuzioni alla famiglia si sono fatte più minacciose. Yamilé, allora studentessa di legge poco più che ventenne, incontrò il marito per la prima volta nell’ospedale in cui lavorava: lui spalancò per caso davanti a lei la porta da cui la giovane donna stava entrando per andare a trovare un’amica operata proprio da José. «Aveva la mascherina - racconta lei -, ma io vidi subito qualcosa nei suoi occhi, qualcosa di definitivo. E lui mi mandò presto a dire, attraverso un’infermiera, che accompagnassi io la mia amica a fare la visita di controllo. Era assolutamente indispensabile!».

Ride per un attimo, e poi torna l’incubo: «José, in quanto cattolico, era contrario all’eutanasia, o per lo meno a quella che negli ospedali cubani si fa per risparmiare l’uso di troppe medicine. Era molto critico sullo stato dell’igiene della società cubana, scriveva sul rischio di epidemie e sulla miseria dell’alimentazione, denunciava tutto ciò che gli sembrava ingiusto dal punto di vista sociale e sanitario in una società la cui economia e la cui alimentazione sono devastate». E così José, per essere stato un medico cristiano e per essere intervenuto criticamente sul presente e sul futuro di una società che non ha più neppure la canna da zucchero, è in un carcere. E con lui circa trecento altri prigionieri politici. Cuba, in più di 40 anni di dittatura, si è dimostrata irriformabile. E il geronte Fidel Castro si frappone ancora col suo malatissimo corpo alla libertà dei cubani.

 

14/11/2007

Grande senso dell'umorismo, o incapacità a capire?

Roma, 14 nov. (Apcom) - Il presidente venezuelano Hugo Chavez pretende le scuse dal re di Spagna Juan Carlos, per evitare che l'incidente occorso lo scorso fine settimana a Santiago del Cile, durante il Vertice Iberoamericano, incrini le relazioni tra Caracas e altri Paesi che si sono schierati con il sovrano. Lo riferisce il sito web del 'Mundo'. < XML="true" PREFIX="O" NAMESPACE="">

In una intervista al canale 'Promar', Chavez ha spiegato che lui "non ha detto nulla al re", e che è stato in realtà Juan Carlos "ad aggredirlo con un tono violento". Per questo "il minimo che potrebbe fare è offrire le sue scuse".

Secondo il presidente venezuelano, è stata montata una campagna "a livello mondiale", per far vedere che lui è stato "l'aggressore". L'episodio in questione è avvenuto alla chiusura del Vertice di Santiago, quando Juan Carlos ha invitato Chavez a stare zitto, dopo che quest'ultimo aveva ripetutamente accusato l'ex premier spagnolo, José Maria Aznar, di essere un "fascista" per aver appoggiato il mancato golpe attuato dall'opposizione in Venezuela nel 2002.

Video del delirio.

ndr

Stupefacente!

11/11/2007

Quasi rissa al vertice latinoamericano. 

     Video in spagnolo.   Video notizia.

--

Il presidente venezuelano Hugo Chavez è abituato ai litigi, ma questa volta ha davvero esagerato: al vertice latinoamericano in Cile ha fatto infuriare la Spagna al completo: ha dato del "fascista" all'ex primo ministro conservatore Aznar, battibeccato con l'attuale premier socialista Zapatero e fatto infuriare re Juan Carlos, il quale è sbottato in un poco regale "Ma perchè non stai zitto?" abbandonando i lavori.

Il sovrano spagnolo è rientrato solo dopo qualche minuto, per l'intervento di chiusura dei lavori della Presidente cilena e padrona di casa Michelle Bachelet che, palesemente disperata, l'aveva mandato a cercare.

Ad accendere la miccia è stato il discorso di Chavez: Aznar è "un fascista e i fascisti non sono umani, lo sono di più i serpenti". Immediata la replica di Zapatero: "Aznar è stato eletto democraticamente dal popolo spagnolo ed è stato un legittimo rappresentante del popolo spagnolo". Chavez, anche a microfoni spenti, non ha perso l'occasione di ribattere: "Un fascista è un fascista anche se è spagnolo".

E' stato a questo punto che Juan Carlos ha a sua volta dimenticato l'etichetta, mandando a quel paese il presidente venezuelano. Poco dopo, in un'improvvisata conferenza stampa, Zapatero ha richiamato Chavez al "rispetto": "Che sia l'ultima volta", lo ha invitato. Ovviamente non lo è stata, perché Chavez, approfittando della disponibilità offertagli dal presidente del Nicaragua e suo alleato Daniel Ortega, che ha rinunciato al suo intervenendo per cedergli il posto, è tornato a parlare per il consueto attacco a tutto campo, da Bush alla Chiesa venezuelana e al Papa, con parentesi spagnola. Chavez ha chiamato di nuovo "fascista" Aznar e controreplicato a Zapatero e Juan Carlos: "Io non offendo nessuno dicendo la verità. Il governo venezuelano si riserva il diritto di rispondere a qualsiasi aggressione: in qualsiasi momento, posto e modo".

 

08/11/2007 

Venezuela, spari sui manifestanti.

Chavisti armati attaccano gli studenti dopo le proteste.

Le proteste anti-Chavez avvenute ieri in Venezuela hanno avuto un epilogo drammatico.

Al termine delle manifestazioni di piazza – che solo a Caracas hanno visto 80 mila studenti marciare contro il progetto di riforma costituzionale del presidente – nel campus dell’università dove gli studenti stavano facendo ritorno sono scoppiati violenti scontri con i sostenitori di Chavez che si erano nascosti all’interno dell’ateneo. Alcuni di loro erano, armati di pistola, hanno aperto il fuoco contro gli studenti ferendone diversi. Le forze di sicurezza hanno circondato il corpus, ma non sono intervenute.

Le manifestazioni organizzate dagli studenti universitari a Caracas, Merida, Maracaibo, Puerto La Cruz, San Cristobal e Barquisimeto, sono state indette contro le modifiche alla Costituzione venezuelana che Hugo Chavez vuole sottoporre tra un mese al vaglio referendario. Tra le novità ci sono l’abolizione dei limiti del mandato presidenziale, l’ampliamento dei suoi poteri di dichiarazione dello stato d’emergenza, l’attribuzione al presidente di poteri di controllo sulla Banca Centrale e di nomina degli amministratori provinciali.

Secondo le opposizioni la riforma porterebbe il Venezuela verso una forma di Stato autoritario.

Secondo Chavez, invece, essa contribuirà a far avanzare il paese verso la “realizzazione del socialismo del ventunesimo secolo”.

 

05/11/2007

Il Venezuela è finito.

Il corteo è un fiume che esce dalle università di Caracas, la UCV, la Unet, la Cattolica, le scuole minori. Tutti sanno di correre seri rischi scendendo in strada. L'avenida è percorsa dalle auto e dal fischio delle sirene. Sul cielo volteggia un elicottero. I ragazzi si dirigono verso la CNE, il Comitato elettorale nazionale, improbabile rifugio per la sfrattatissima democrazia di Caracas. Tre giorni fa alcuni responsabili della scuola venezuelana ci hanno fatto sapere di aver ricevuto pesanti minacce. Dovevano far parte di una delegazione, utile a spiegare al mondo il golpe costituzionale del colonnello Hugo Chavez Frias. Sono rimasti lì, con i loro studenti e la paura. Chavez ha altri problemi: ha ricevuto Naomi Campbell, convertita sulla via di Damasco, come tutti i vip dello spettacolo. Riverginarsi in abito rossoverde è una garanzia di successo e può tener lontani gli agenti delle tasse, almeno in Italia.


Il caudillo venezuelano finanzia un corso universitario a Teheran, utile a costruire il libretto di Mao del terzo millennio, fondando il marxislamismo, di cui parlo da anni. A Teheran ci pensano per davvero: il progetto sapienziale "Fronte progressista globale" serve a sancire la "consanguineità ideologica tra sinistra e islam rivoluzionario". I due Saint Just organizzano conferenze nelle quali Che Guevara viene dipinto come un anacoreta del deserto, un profeta.

Intanto gli universitari sfilano, cercano di entrare negli uffici del CNE. Ricardo Sanchez, segretario della Federacciòn de centros universitarios, cerca di incatenarsi a una ringhiera. Più in là gli striscioni "No a la reforma" segnano la condanna della modifica costituzionale col mandato presidenziale a vita. I poliziotti muovono le Balenas (gli autoidranti). Un ragazzo si ritrova coi denti rotti mentre la Guardia Nacional difende il CNE a denti stretti. L'incatenamento fallisce. Volano pietre e spinte, sono momenti di tensione, ma gli studenti evitano l'uso della forza.

E' sbagliato parlare di contrapposizione: non protestano solo i conservatori. Alla testa del corteo c'è Miguel Otero, editore del Nacional, uno dei primi quotidiani venezuelani, che è un progressista. Del resto anche Chavez non è un marxista, come non lo era Fidel Castro. Chavez ha avuto tra i suoi maestri il consigliere politico dell'ammiraglio Massena, membro della giunta militare Videla. Chavez ha dichiarato di ispirarsi a Lenin, Castro e Mussolini...

Sono colpiti gli uffici del vice rettore della UCV (Universidad central venezuelana). Sassi, forse lanciati dalla polizia, che ha devastato anche la Unet.


Il venti novembre Chavez sarà a Parigi. Spero che qualcuno protesti e si indigni. Chavez è infettivo: anche il parlamento brasiliano sta valutando la rielezione presidenziale senza limiti, tutto da realizzare democraticamente, ovvio.


In Italia è venuto Evo Morales, il presidente della Bolivia alleato dei bolivaristi e amante della foglia (non della polvere) di coca. E' stato premiato dal nostro Presidente della Repubblica e dal Centro Pio Manzù per il suo impegno a favore dell'infanzia. Avvilente davvero. Andate a vedere come vive l'infanzia nel "ricco" Venezuela. Le foto "che Chavez non vuole mostrare sono sul sito Noticiero digital... Il greggio vola verso i 100 dollari, ma l'inflazione venezuelana va a +13,4% e i poveri delle favelas non sanno chi ringraziare.


Chavez però è un vero internazionalista. Elias Antonio Saca, presidente del Salvador, ha accusato il Venezuela di finanziare illegalmente gli oppositori del Fronte Farabundo Martì. Chavez in Messico è accusato di finanziare gruppi terroristi, e non parliamo del Medio oriente.

Ieri gli studenti hanno ripreso le proteste, all'interno dell'università Cattolica, della Simòn Bolivar e della Santa Maria. Hanno bloccato le vie d'accesso agli istituti. Lo scontro non ha fine, anche se la "riforma" dittatoriale sarà sancita da un plebiscito bulgaro. Sconfiggere Chavez significa far vincere la democrazia, la dignità e la cultura anche in Italia: è questo l'internazionalismo che ci piace. Video.  Video 2 

 

04/11/2007

Hai scioperato contro Chavez? Crepa pure di fame.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez vanta numerosi ammiratori nel nostro paese. Non starò a dire sulle sue politiche deliranti, ma vorrei citare un fatto che, credo, sia sconosciuto ai più. A cavallo fra il 2002 e il 2003, 18.000 dipendenti della società petrolifera nazionale sono scesi in sciopero contro il caudillo. Chavez non ci ha pensato due volte e li ha tutti licenziati in tronco. Pensate se succedesse lo stesso in Europa, indipendentemente dal colore del governo. La cosa è di per sé già gravissima ma il bello (si fa per dire) arriva adesso. Le compagnie internazionali che lavorano in Venezuela si trovano davanti al divieto assoluto di assumere i 18.000 appestati, fra i quali ci sono professionisti di altissimo livello. Il rischio di perdere un contratto vale anche nel caso in cui la compagnia in questione assuma chi non deve e lo mandi presso la propria filiale dall'altra parte della terra. Pare inoltre che gli scioperanti abbiano difficoltà ad ottenere il rinnovo del passaporto per cercare fortuna per proprio conto. Insomma, hai scioperato contro Chavez? Crepa pure di fame! In mezzo a tanta tragedia c'è comunque spazio per la satira. In Venezuela si dice che Zidane abbia dato la famosa testata a Materazzi dopo che il nostro, esauriti gli insulti indirizzati alle donne di famiglia, abbia apostrofato il giocatore transalpino con un sonoro: "Chavista de mierda!". Cari saluti.

Guido Tommei

Caracas, 4 nov. – Il Consiglio Nazionale Elettorale del Venezuela ha convocato il referendum sul progetto di riforma costituzionale voluto da Hugo Chávez per il 2 dicembre, confermando così la data prevista. Lo ha annunciato venerdì in tarda serata la presidente dell’organo, Tibisay Lucena.

Poche ore prima l’Assemblea Nazionale, il Parlamento interamente controllato dalla coalizione filo-governativa dopo che l’opposizione ha deciso di boicottare le ultime elezioni, aveva approvato il progetto di riforma con un’ampia maggioranza di 160 deputati su 167 (ma non all’unanimità, in quanto è mancato il voto del partito Podemos, che sostiene il governo ma in maniera critica). I deputati, al termine di una lunghissima sessione, hanno aggiunto 36 articoli al progetto iniziale del presidente, che ne prevedeva 33.

Ovviamente non mancano le critiche, non solo sul contenuto della riforma chavista ma anche sulle modalità. Uno dei membri del Consiglio Nazionale Elettorale, Vicente Díaz, ha votato contro i suoi colleghi e ha addirittura annunciato che presenterà ricorso presso la Corte Costituzionale in quanto, a suo giudizio, la riforma tocca principi fondamentali dell’ordinamento vigente e richiederebbe quindi la convocazione di un’apposita assemblea costituente. Il deputato di Podemos Ismael García, invece, ha chiesto che il referendum venga posticipato al 2008 per dare ai cittadini il tempo di conoscere e dibattere i termini della riforma. Ed è proprio la mancanza di tempo per un dibattito approfondito che ha spinto alcune migliaia di studenti a scendere in piazza, provocando anche scontri violenti con la polizia per le strade di Caracas. Tuttavia non sembrano esserci margini per cambiare la decisione della massima autorità elettorale.
Il progetto di riforma, fortemente voluto da Hugo Chávez, prevede dunque di modificare 69 dei 350 articoli della Costituzione venezuelana. L’attuale Carta, in vigore dal 2000, era stata ispirata dallo stesso presidente per porre in pratica il suo progetto bolivariano. Tuttavia Chávez, che non disconosce la bontà della Costituzione, ha più volte dichiarato che essa aveva bisogno di alcuni cambi che avrebbero dato nuovo slancio alla sua “rivoluzione” tesa a costruire il “socialismo del ventunesimo secolo”.

Tra le novità delle riforma che sarà votata il 2 dicembre, quella che ha attirato le maggiori attenzioni della stampa internazionale è la rimozione del limite di due mandati per il presidente della repubblica, che permetterebbe a Chávez di ricandidarsi alle prossime elezioni (vincendole, come ha sempre vinto tutte le elezioni da quando è arrivato al potere nel 1998). Sono state anche spesso citate la misura che estenderebbe lo stato di emergenza e quella che darebbe al governo un controllo sulla Banca Centrale. Se è facile (e doveroso) criticare questi provvedimenti dal sapore antidemocratico e autoritario, bisogna però aggiungere che, nonostante se ne parli poco, il progetto di riforma costituzionale contiene anche elementi interessanti e innovativi, come l’introduzione delle forme di proprietà pubblica e popolare (accanto a quella privata), la riduzione della settimana lavorativa da 40 a 36 ore, maggiori poteri ai consigli locali e la non discriminazione per orientamento sessuale.
Inizia dunque ora una breve campagna elettorale che si preannuncia aspra e sulla quale saranno puntati gli occhi di molti governi non solo latinoamericani ma anche europei, oltre ovviamente ad una preoccupatissima Casa Bianca. La parola passerà poi ai cittadini venezuelani, che dovranno decidere se bloccare questo nuovo passo verso il socialismo o se, come è probabile, dare ancora una volta ragione al loro presidente.

Alessandro Bozzini

Per discutere delle ambizioni nucleari dell’Iran oggi si riunisce a Londra il gruppo 5+1, comprendente le cinque potenze con seggio permanente al Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania. Il gruppo deve valutare l’opportunità di nuove sanzioni Onu contro l’Iran se il regime degli ayatollah proseguirà gli esperimenti atomici in barba ai suoi «obblighi internazionali». Ieri a Vienna - dove ha discusso il problema con Mohamed El Baradei, capo dell’Agenzia atomica internazionale - il sottosegretario di Stato americano Nicholas Burn ha lamentato il fatto che dallo scorso marzo Russia e Cina impediscono nuove sanzioni Onu contro l’Iran.


A Teheran l’ex presidente iraniano Hashemi Rafsanjani ha avvertito il governo di stare allerta dinanzi alle minacce degli Usa. «Dalla rivoluzione islamica del 1979 i nemici hanno complottato molto, ma la situazione attuale è senza precedenti», ha detto Rafsanjani.


Il Consiglio di cooperazione del Golfo (Ccg) ha intanto proposto all’Iran di costituire un consorzio per rifornire di uranio arricchito i Paesi del Medio Oriente, e impedire una corsa agli armamenti nucleari nella regione.

 

02/11/2007

Venezuela: i venezuelani si ribellano alla tirannia.

CARACAS - Disordini di piazza oggi a Caracas per il progetto del presidente Hugo Chavez di cambiare la costituzione in modo da dare la possibilita' di rielezione infinita per il presidente. Migliaia di studenti erano scesi per le strade gia' in mattinata e avevano incendiato alberi e gettato bottiglie e barre in metallo conto le forze di sicurezza che hanno reagito sparando lacrimogeni e proiettili di gomma. Il corteo e' stato bloccato prima che arrivasse davanti alla sede del Consiglio elettorale nazionale. Domani il Parlamento venezuelano dovrebbe approvare la bozza di riforma costituzionale che sara' sottoposta a referendum entro 30 giorni. (Agr)

 

31/10/2007

 

Il nostro governo sà queste cose e fà finta di non saperle. Una vergogna che il dittatore Chavez viene ancora accolto dal nostro governo a braccia aperte, una vera grave vergogna.

WALTER ALEXANDER DEL NOGAL, meglio conosciuto come Alex, è stato catturato il 21 settembre 2007 in Italia con l'accusa di narcotraffico. L'Ansa riferisce che Del Nogal e suo fratello Richard, alias Bolichón, hanno effettuato diverse spedizioni di coca in Italia, in collegamento con una famiglia mafiosa siciliana. Qualcosa è andato storto e gli italiani hanno sequestrato Richard. Alex in reazione sequestra il contatto dei siciliani a Caracas. Questo lo mette in rotta di collisione coi suoi soci venezuelani. A quel punto entra in gioco l'Ambasciata italiana (col governo di Roma, sembra). L'italiano sequestrato da Del Nogal, prima di essere liberato, passa alla polizia italiana molte informazioni sul traffico di coca. Ciò porta alla cattura di Alex e della sua gang, all'aeroporto Malpensa di Milano. Questa è la superficie della questione. C'è dell'altro.

Notizia ANSA

ANSA) - PALERMO, 21 Settembre - E' stato arrestato venerdi' all'aeroporto di Malpensa il latitante venezuelano Marco Walter Alexander, piu' noto come Alex Del Nogal. L'uomo, 39 anni, e' accusato di traffico internazionale di stupefacenti. La notizia si e' appresa oggi, dopo che Alexander e' stato portato davanti ai giudici del Tribunale di Palermo, che lo stanno processando con altre dieci persone. Del Nogal e' un imprenditore che fa politica ed e' considerato molto vicino al presidente venezuelano Hugo Chavez.
Alex e Ramiro diventarono intimi di Chávez. Passavano insieme molte ore, come vecchi amici. Chavez uscì di prigione prima degli altri due, non senza promettere che, se sarebbe diventato presidente non si sarebbe dimenticato di loro. Quando Chavez iniziò la campagna elettorale, i due gli fecero avere dei fondi. Chavez diventò presidente e non si dimenticò dei due compagni di sventura. Aspettò il momento opportuno e ordinò che venissero messi in libertà, con qualche trucchetto giuridico. Alex e Ramiro ottennero la libertà vigilata, dopo aver scontato sei anni sui trenta di condanna. All'uscita dalla galera Del Nogal dichiarò con forza che Chavez stava finalmente portando la giustizia in Venezuela, che rispettava i diritti umani e l'uguaglianza di tutti. Alex promise di mettersi a studiare Diritto e di voler "lavorare per me e per il mio paese".  
In effetti a quel punto i due entrarono nel Palazzo per occuparsi di Servizi (DISIP) e della sicurezza di Chavez, con sempre maggiori poteri. I due si spartirono la torta: Alex diventò responsabile della direzione del Servizio segreto militare DIM, diventando il braccio destro del generale Hugo Carvajal (detto El Pollo)

Il suo socio Ramiro dirige un altro Servizio di intelligence.

Nel marzo del 2003 Rafael Rivero Muñoz, ex capo delle Operazioni per conto dei servizi di intelligence e prevenzione (DISIP), dichiarò di sospettare che i due "muchachos" erano coinvolti in una serie di attentati contro il consolato della Colombia a Caracas e contro degli uffici di rappresentanza spagnoli.  

Rivero ricordò anche che Helmeyer si occupava di sicurezza per conto di un deputato mentre Del Nogal aiutava per la sicurezza l'ex tenente colonnello Gustavo Issa, responsabile della Pdvsa (compagnia petrolio venezuelana). I due comandavano in Venezuela.

La loro forza è sottolineata dal caso della morte di Danilo Anderson. Anderson era un poliziotto incaricato di indagare nel mondo della corruzione da Chavez.

Viene accusato un personaggio minore, Carlos Kauffman, il quale telefona all'amico Alex per chiedergli aiuto. Danilo Anderson infatti non si è lasciato corrompere. Danilo Anderson salta in aria, si segnala la presenza di militari del DiSIp nella zona dell'attentato. Altri possibili testimoni muoiono.

Nel mondo "imperialista" Alex e Ramiro erano invece ricercati: Ramiro Helmeyer per traffico di armi (dalla Corte federale della Georgia, USA), e per traffico di droga in Canada.

Alex Del Nogal è accusato dalla giustizia svizzera per riciclaggio di denaro sporco. Nonostante queste accuse, in patria viene ritenuto più importante il loro ruolo di fedeli servitori della rivoluzione bolivariana.
L'ELN e le FARC colombiani non sono soltanto dei gruppi terroristi, sono soprattutto i due più grandi cartelli della droga del mondo. Le due organizzazioni neocomuniste gestiscono un "fatturato" di circa 100 miliardi di dollari ogni anno. Sono proprio Alex e Ramiro i due contatti tra Venezuela e Colombia, insieme al capitano Rodríguez Chacín (vecchio amico di Ramiro).  A gennaio del 2007  il narcotrafficante Ferid Farid Domínguez ha dichiarato al Nuevo Herald che Alex Del Nogal è implicato nei traffici. Non a caso il narcotrafficante colombiano El Boyaco è sfuggito al Disip venezuelano... 
 
Vorremmo chiedere... 
Vorremmo chiedere, dal nostro modesto osservatorio, quale cultura celebrino. Se la cultura di regime, ipocrita e menzognera, tipica di tutti i totalitarismi o la cultura alternativa e clandestina. D’altronde il ruolo della cultura e dell’arte è stata definita già nel ’61 da Fidel Castro: “dentro la rivoluzione tutto, al di fuori della rivoluzione nulla”. E da quel momento non c’è stato più spazio per letterati liberi, poeti e giornalisti indipendenti. Il 20 gennaio 1960 il direttore della rivista antibatistiana “Avance”, Jorge Zayas, è stato costretto a lasciare Cuba. Nel luglio dello stesso anno Miguel Angel Quevedo, redattore capo di “Bohemia”, ha dovuto lasciare il paese “reo” di aver riportato delle dichiarazioni di Castro non gradite al potere. Rimase solo il periodico “Hoy”, logicamente comunista e allineato. Ancora nel 2003 veniva chiusa “De Cuba”, bimestrale indipendente. Ne sono stati pubblicati solo due numeri, scritti, pubblicati ed editi nella totale clandestinità. “De Cuba” era una pubblicazione fuori legge perché la legge cubana tuttora attribuisce allo Stato comunista il monopolio dell’informazione. Nei due numeri vi erano inchieste sul territorio, resoconti di una realtà sociale ben diversa da quella propagandata e la rivendicazione del pluralismo d’idee. I suoi collaboratori sono stati arrestati durante la grande e nefasta retata del marzo 2003 (setta cinque giornalisti arrestati e condannati per reati di opinione). Si tratta di: Ricardo Gonzalez Alfonso, condannato il 4 aprile 2003 a vent’anni di carcere, dopo un processo sommario di 6 ore, per il reato di “attacco all’indipendenza o all’integrità territoriale dello Stato”; Jorge Olivera Castillo, condannato a diciotto anni di carcere per reati “contro l’indipendenza nazionale e l’economia di Cuba” e per aver collaborato a “gruppi di stampa sovversiva”; Raul Rivero, poeta e giornalista di fama condannato a vent’anni dopo un processo di 6 ore; Omar Rodriguez Saludes, condannato a ventisette anni di carcere per “atti contro l’indipendenza e l’integrità del territorio di Stato”, per aver fornito informazioni “deformate” su Cuba e per aver collaborato a testate “illegali” o “ostili”. Questi quattro scrittori giacciono in condizioni detentive pietose.

Quale cultura celebrano questi raffinati? La cultura delle stanze del potere o la cultura dei poeti privati dal potere della loro penna?


Reinaldo Arenas, inizialmente fautore della rivoluzione comunista, decide di allontanarsi dai castristi quando vede le violenze del regime. Le sue opere vengono censurate e nel 1973 viene arrestato per omosessualità. In carcere viene torturato, tenta il suicidio, ma non vi riesce. Clandestinamente riuscirà a pubblicare qualcuna delle sue opere e nel 1980 a fuggire da Cuba. Nel ’90 è morto suicida lasciando accanto a sé un biglietto con scritto: “Vi lascio in eredità tutte le mie paure, ma anche la speranza che presto Cuba sia libera. Nella sua autobiografia, Prima che sia notte, è scritto: “Io racconto la verità come un ebreo che abbia sofferto il razzismo o un russo che sia stato in un gulag, come qualunque essere umano che abbia avuto gli occhi per vedere le cose come sono. Grido, dunque sono”.

Jorge Valls è un noto poeta cubano che è stato rinchiuso vent’anni, dal ’64 all’84, in carcere.


Maria Elena Cruz Varela, poetessa, nel novembre ’91 viene aggredita e bastonata pubblicamente, viene arrestata, trascorre due anni in carcere e dal ’94 è in esilio. E’ stata candidata al Nobel per la Pace. 

Quale cultura celebrano i sullodati maestri di pensiero? Come si può definire una cultura che toglie la penna a giornalisti, poeti, scrittori, chiude riviste e pubblicazioni non allineati? 

gabriele vecchione

 

La violenza della dittatura chavista ancora contro i Venezuelani.

Duri scontri e disordini lungo le strade di Caracas. La riforma costituzionale promossa dal presidente del Venezuela, Hugo Chavez, non piace affatto agli studenti. In migliaia sono scesi in piazza per protestare contro il prgetto del presidente. Durante la manifestazione, si sono imbattuti in un gruppo di simpatizzanti del governo, ed è scoppiata la violenza con lanci di sassi a bottiglie. Fino all'intervento della polizia che ha disperso la folla con gas lacrimogeni.

Se approvato dal Parlamento, il piano permetterebbe a Chavez di essere rieletto senza limiti e di poter accelerare il suo progetto di trasformazione in senso socialista del paese: "ci sono molti articoli di questa riforma che non approviamo - denuncia una manifestante - in particolare quello che impedisce di studiare quello che si vuole e impone di studiare quello che conviene al Paese."
A dicembre è previsto un referendum sulla modifica costituzionale. Gli studenti chiedono che sia rimandato al febbraio 2008 per permettere ai venezuelani di informarsi meglio sui suoi contenuti che, secondo loro, non risolveranno i probemi veri del Paese: insicurezza, corruzione e disoccupazione.

Due esplosioni nel cuore della notte il 22 ottobre, una vicino il consolato del Venezuela, l’altra in una casa che ospitava alcuni medici cubani, hanno svegliato molti abitanti di Santa Cruz, capitale dell’omonima provincia, riportando l’attenzione su una delle zone più calde dell’intera America latina: la Bolivia del presidente Evo Morales. Per capire il perché delle bombe contro due luoghi simbolo di Venezuela e Cuba può essere utile partire da una dichiarazione, rilasciata lo scorso 14 ottobre dal presidente del Venezuela Hugo Chávez Frías a Santa Clara: “Se l’oligarchia boliviana riuscisse a far cadere o a uccidere Evo, noi venezuelani vietnamizzeremo con le mitragliatrici la Bolivia. Non sarà il Vietnam delle idee ma sarà il Vietnam della guerra”. Chiaro il messaggio alla provincia di Santa Cruz, la più ricca della Bolivia e che vuole l’autonomia da La Paz, e a chi da mesi sta mettendo i bastoni tra le ruote al progetto di assemblea costituente di Morales, che tende a ripercorrere il modello bolivariano di Chávez. Chi vuole impedire che la Bolivia segua le orme del Venezuela dovrà fare i conti con Hugo Chavez. Naturalmente le risposte al presidente venezuelano non sono tardate ad arrivare. A Santa Cruz è stato occupato l’aeroporto internazionale di Viru Viru, il più importante del Paese, Morales ha fatto intervenire l’esercito che, tuttavia, dopo una giornata di scontri (il 18 ottobre), è stato costretto alla ritirata. Dulcis in fundo il sindaco della città, Rubén Costas, ha ricoperto di insulti Chávez, definendolo un “macaco supremo” e lasciando intendere che il “suo” presidente Evo Morales è un “macaco minore”. Tensione alle stelle dunque a Santa Cruz. Dove le bombe di lunedì mattina sono solo l’ulteriore conferma dell’escalation di una violenza che sta passando, progressivamente, dal piano verbale all’azione. O, per usare le parole di Chávez, l’inizio della vietnamizzazione della Bolivia. Video. Video minacce di Chavez

 

22/10/2007

 

Big brother Chavez all'amatriciana.

 

Il presidente Hugo Chàvez non solo parla, ma vuole anche ascoltare! Peccato che non si tratti dell'opposizione del suo paese, che vuole confrontarsi sulle riforme costituzionali, ma del primo ministro spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero. In questo intento è stato preso con le mani nella marmellata.

Chàvez pretendeva di ascoltare Zapatero durante un incontro con i rappresentanti di gruppi critici verso il governo venezuelano. Il giornale spagnolo El País, citando fonti ufficiali, ha riferito che è stato scoperto un microfono nella sala dell' Hotel Melia di Caracas, dove si è svolta la riunione. Da parte venezuelana si nega qualsiasi responsabilità dell'accaduto, ma tutti gli elementi (scenari ed orari di visita) indicano che il microfono è statoc ertamente istallato dai servizi di intelligence di Chàvez.

Il fallito atto di spionaggio ricorda un altro patetico episodio che risale a gennaio del 2002: un gruppo di sindaci e assessori di due municipi, che facevano parte dell'opposizione, si incontrarono in una sala del municipio di Chacao, a Caracas. Improvvisamente, cadde un pezzo del tetto. Dopo un controllo, perché ovviamente era successo qualcosa di fuori dall'ordinario, sono stati trovati microfoni e una "mano" stile quella della Famiglia Addams che dal soffitto pretendeva di riprendere l'apparato di registrazione. L'uomo che dal tetto pretendeva di ascoltare la conversazione e di essere le orecchie del governo, ossia del presidente Chàvez, è stato poi identificato come un impiegato di un comune presieduto da un sindaco filo-chavista.
Julio Borges, ex-deputato e tra i (pochi) leader dell'opposizione venezuelana, racconta la sua persecuzione mentre girava per il paese quando era candidato per le presidenziale del 2006 e sottolinea che non solo l'opposizione è vittima di spionaggio. Lo stesso governo è controllato dal Big Brother Chàvez per neutralizzare anche la minima possibilità di tradimento. Le lezioni su come fare spionaggio sono impartite da agenti del servizio di intelligence cubano. In materia di colpi di Stato e nel sapere ascoltare, il presidente Chàvez è dunque vergognosamente bocciato!

Rossana Miranda

22/10/2007

Hasta cuando, comandante Miná? Vergogna fidelista al Festival del Cinema di Roma.

Non mi sembra il miglior modo per presentare all’Italia un partito che si dichiara democratico quello di organizzare un Festival del Cinema e invitare un autore che per tre giorni proietta filmati celebrativi della Rivoluzione Cubana e del suo leader maximo. Il Festival di Roma dovrebbe essere un biglietto da visita per Walter Veltroni, che ha fatto cose buone e interessanti, anche perché è un vero esperto di cinema. Goffredo Bettini, numero due del sindaco, ha organizzato la rassegna ed è sua la scelta di inserire una maratona castrista di tre giorni a cura dell’immancabile Gianni Minà.


Il Festival non ha proiettato veri capolavori come Fragola e Cioccolato, Guantanamera e Lista d’attesa, ma neppure il divertente Biciclette ai tropici di David Riondino. Forse erano film troppo critici e liberi nei confronti della Rivoluzione, girati da intellettuali onesti e ispirati che rimproverano alla dittatura errori e mancanze. In compenso sono stati proiettati cinque inutili documentari girati in ginocchio da Minà, giornalista noto per una totale mancanza di spirito critico nei confronti del regime.

Abbiamo avuto modo di vedere la storica Intervista a Fidel del 1987, Il papa a Cuba, Un giorno con Fidel, Cuba trent’anni dopo, Castro racconta Guevara e una pellicola dedicata al Comandante Marcos. Una vergogna assoluta per i veri democratici e per chi conosce la realtà cubana, anche perché le pellicole sono passate sul grande schermo senza il minimo contraddittorio. Un vero e proprio momento di propaganda di una dittatura che costringe all’esilio gli uomini migliori e mantiene centinaia di prigionieri politici in carcere.

Abbiamo dovuto sentire dalla viva voce di Minà assurdità come: «Questo mio lavoro ha subito anni di embargo in Italia, mentre tutto il mondo lo applaudiva. Solo da noi esiste un pregiudizio che impedisce a queste pellicole di circolare». Roba da pazzi. Mi auguro che cubani indipendenti e dissidenti che vivono in Italia come Carlos Carralero abbiano sentito questa frase e che rispondano per le rime. Se in Italia esiste un silenzio complice è tutto a vantaggio di Fidel Castro e di un regime dittatoriale, visto che la sola rivista che parla di Sudamerica è nelle mani di Gianni Minà, editore e giornalista tuttofare con la borsa ricolma di contributi cubani.

Vorrei proprio sapere chi produce le pellicole girate da Minà, acritiche genuflessioni davanti a un Comandante che non ha mai avuto tanta pubblicità. Oliver Stone non ha saputo fare di meglio, compagno Minà. Il giornalista (ma chiamarlo così è un eufemismo) ringrazia Veltroni per lo spazio concesso e per la grande visibilità. I veri democratici, invece, non possono ringraziare Veltroni e cominciano a dubitare se sia il caso di nutrire fiducia in un segretario del Partito Democratico che spalleggia un dittatore. I cubani che ogni giorno rischiano la vita per raggiungere la libertà non vengono citati dai documentari di Minà. Per lui non esistono. Per lui esiste solo la Rivoluzione. Hasta cuando, comandante Minà?

Gordiano Lupi

 

21/10/2007

 

Interessante.......

Interessante articolo apparso sul sito iraniano Baztab vicino agli ambienti dell'amministrazione della repubblica islamica e critico del governo di Ahmadinejad.


Secondo l'articolo, intitolato "Cosa succede nella seconda casa di Hugo Chavez", l'ambasciata venezuelana di Teheran organizzerebbe regolarmente festini ed orgie.


La traduzione in Inglese dell'articolo:

What is happening in Hugo Chavez’s “Second Home”?

While Iran has been called Hugo Chavez’s second home, and he attended the ceremonies for the Holy Defense [the war with Iraq, a very holy matter for the Islamic Republic], there are scandalous reports about what is going on in the Venezuelan embassy in Tehran.

As Baztab’s reporter has learned, after the Venezuelan mission in Tehran was changed, following a sexual scandal, a large group of Iranian girls, all below 25, were hired by the embassy. While they can do good work as translators and other diplomatic matters, they are used as ornaments for embassy’s parties, including night parties of the embassy crew.

In the parties held in this embassy, all of which include serving alcohol, Iranian girls take part with exposing outfits. The embassy crew also share the girls among themselves, through a specific way they have come up with. This is after the former Venezuelan ambassador to Tehran was expelled, after an affair with a married Iranian lady.

It is also mentioned that the new Venezuelan diplomats, most of whom have never been a diplomat, make fun of Islamic symbols. The first secretary of the embassy, who previously worked for HP, has never been a diplomat either.

Intanto il regime iraniano annuncia che ammazzera' a colpi di pietra altri 20 criminali per "adulterio" e "prostituzione".


Come al solito, due pesi due misure....

09/10/2007 

Cuba in bilico fra due epoche.

Fidel Castro ha compiuto da poco 81 anni e ad un anno dalla sua uscita di scena per causa di un intervento chirurgico che ha determinato la delega dei suoi poteri al fratello Raul, Cuba non si è ancora convertita al capitalismo.

 

Secondo l'indagine condotta nella capitale e nella provincia di Cienfuegos e Trinidad nel giugno del 2007, alla domanda «Che succederà quando morirà il lider maximo?», il 76% dei cubani ha risposto che non accadrà nulla. In questa fetta della popolazione sono compresi sia i "fidelisti" che gli oppositori al regime. Il 13% ha affermato che ci saranno disordini per le strade e l'11% ha affermato che "non sa". Inoltre, secondo i cubani convinti che dopo Fidel tutto continuerà ad essere come prima, vi saranno dei cambiamenti a lungo termine nel sistema, ma avverranno in maniera indolore. Chi pensa invece che vi saranno manifestazioni di indisciplina civile nelle città è anche convinto che la situazione sarà rapidamente controllata dalle forze dell'ordine perché «tutto è già stato previsto dall'autorità», come afferma F.R.
Il secondo quesito dell'indagine chiede ai cubani intervistati cosa vorrebbero che cambiasse nel sistema vigente. Il 21% degli intervistati auspica un passaggio al capitalismo. Questi cubani denunciano la bassa qualità dei servizi prestati dallo Stato, pur essendo consapevoli che nell'Isola nessuno muore di fame e a tutti è garantita educazione e sanità. La metà di questi cubani è a favore di un passaggio a un'economia di mercato in vista di migliori condizioni economiche. L'altra metà, giustifica la sua scelta per mancanza di libertà e democrazia. Tra coloro che si sono espressi in tal senso, solo una piccola parte è a favore di un sistema capitalista sul modello neoliberale statunitense, la restante parte prevalente si proietta verso il modello della socialdemocrazia europea. La Havana, dove si concentra un quinto della popolazione cubana, raccoglie la maggior parte degli oppositori al regime, denominati cinicamente dai fautori del sistema "gusanos", ossia vermi. Altri 2 milioni di cubani, che rappresentano poco meno di un quinto della popolazione residente nell'Isola, sono emigrati all'estero. Tra questi la maggior parte non appoggia il sistema vigente nella propria patria natia.

Una parte rilevante della popolazione, il 32%, desidera che il sistema rimanga identico al presente e non aspira a nessuna modificazione significativa neanche nel lungo termine. Questa parte della popolazione si trova soprattutto fuori dalla capitale, nelle campagne e nelle cittadine delle province. Quasi la metà degli intervistati, il 47%, crede nel sistema socialista e vuole che si perpetui ma, riconoscendone lucidamente i difetti, propone dei cambiamenti netti. La maggiore insofferenza che si rileva riguarda la moneta e i salari. Questi cubani "critici", non si riconoscono nel termine "dissidenti", non richiedono il cambiamento del sistema elettorale nè la pluralità di partiti, ma come afferma A.M., «un miglioramento, in generale, della situazione economica del paese e, in particolare, dei servizi statali prestati ai cittadini».I salari vanno dai 225 pesos cubani di uno spazzino ai 550 di un medico, tenendo conto che con un peso si compra un pacchetto di noccioline per la strada o due corse d'autobus. Le uniche due monete che circolano attualmente in maniera legale a Cuba sono il peso cubano e il peso convertibile: 1 peso convertibile (C.U.C.) = 24 pesos cubanos; 1 dollaro americano = 0,80 C.U.C. Quindi, il salario di un medico si aggira sui 20 C.U.C. mensili con cui si può comprare, per esempio, unicamente un paio di scarpe, o 10 scatole di salsa di pomodoro e 10 lattine di birra. È naturale quindi che la maggior parte della popolazione per vivere in condizioni dignitose si è dovuta impegnare in pratiche ai limiti della legalità, però tollerate dallo Stato. Per esempio J.S., venditore del magazzino statale che dispensa i prodotti della canasta basica, si appropria di parte della merce e la vende separatamente al mercato nero a un prezzo maggiorato, intanto il poliziotto di quartiere è ben a conoscienza dell'illecito introito del venditore, ma tace poiché a lui il prezzo dei prodotti non viene maggiorato. E cosí funziona in tutti i settori, dal calzolaio, al medico, al professore universitario, all'operaio: tutti si arrangiano sottraendo allo Stato quanto necessario per sopravivvere.

 Andando a vedere cosa hanno in tasca i cubani, 1 C.U.C. (con il quale si può comprare un succo di frutta in scatola) per un maestro di scuola elementare corrisponde alla decima parte del proprio salario. Quando un custode di albergo può ricevere facilmente in una giornata 20 C.U.C. di mance per il semplice fatto di portare le valige ai turisti stranieri, possessori di euro o dollari. Di conseguenza, per il differente potere d'acquisto delle due monete, nasce una grande disuguaglianza sociale tra chi possiede solo pesos cubani e chi possiede pesos convertibili, perché a contatto con il turismo o perché ha un parente all'estero che invia valuta (euro o dollari). Z.M., medico, 40 anni, dice infatti «Hay que tener F.É.», che in castillano vuol dire che bisogna avere fede anche se in realtà intende «Hay que tener Familia en el Extranjero»: bisogna avere dei parenti all'estero.Dunque la richiesta dei cubani "critici" è quella di emettere una sola moneta per tutti, che sia la stessa con cui vengono pagati i salari e con la quale si comprano le mercanzie. Unificata la moneta, pretendono inoltre una riubicazione della piramide salariale, poichè il facchino di un albergo e il piccolo commerciante alimentare di prodotti in C.U.C. attualmente guadagnano molto di più di un ingegnere o di un professore universitario.

Il secondo grande desiderio dei cubani è quello che sia garantita la libertà di viaggio. Se ai cubani fosse permesso uscire liberamente dall'isola la maggior parte degli intervistati afferma che tornerebbe nel proprio paese dopo aver avuto la possibilità di vedere il mondo al di fuori. Ma questa richiesta si fonda su un falso presupposto: cioè che sia l'autorità cubana a negare il permesso d'uscita dal paese. Questa convinzione è largamente diffusa nella popolazione. Il 95% degli intervistati sono inconsapevoli che la negazione del visto proviene dalle ambasciate dei paesi stranieri, non da Cuba, il cui ufficio di emigrazione effettua semplicemente un controllo sugli spostamenti dei cittadini e impone pesanti tasse per la loro uscita dall'Isola.

Il terzo grande cambio viene definito in una riforma costituzionale, ossia la concessione della totale libertà di espressione, di conoscenza e di stampa. «Anche se sono un convinto fidelista, non esprimo pubblicamente le mie critiche, seppur costruttive, a una manovra dell'autorità. Poichè temo una contromisura nei miei confronti», afferma T.C., custode di un deposito.


Un'altra grossa critica è mossa contro la discriminazione fra cubano e straniero. Lo straniero, che sia turista o studente, gode di un migliore trattamento rispetto al cubano. Per quanto riguarda i turisti, un trattamento privilegiato è comprensibile perché l'economia cubana dipende dall'industria del turismo, ma che «allo studente sia garantito un miglior letto e miglior cibo è ingiusto. Prima bisognerebbe risolvere tutti i problemi che abbiamo in casa», considera L.T. professore universitario, «è un prezzo troppo alto da pagare per la causa internazionalista».

Un'ulteriore richiesta consiste in un cambiamento strutturale: che quadri e dirigenti che hanno partecipato alla Rivoluzione siano rimpiazzati da giovani. «Questi uomini del regime hanno ben svolto il loro lavoro ai loro tempi ma nel 2007 dovrebbero ritirarsi di scena e dare voce e potere ai giovani d'oggi», afferma L.D., professore di un liceo. «Questa manovra potrebbe dissuadere i giovani ad abbandonare l'isola». La metà dei giovani intervistati, infatti, nutre il desiderio di vivere un periodo della propria vita fuori da Cuba, nonostante tra questi la maggior parte appoggi il sistema.

Infine, un'altra necessità che avvertono i cubani "critici" riguarda il trasporto. Essi sanno bene che fondamentalmente l'assenza di mezzi e di energia è dovuta al blocco economico che grava su Cuba da più di 40 anni, ma aspirano per lo meno a non dover aspettare un'ora e mezza l'autobus per andare al lavoro. D.J., 35 anni, cubana "critica", afferma «siamo orgogliosi di aver resistito al periodo speciale dopo il crollo del muro di Berlino, siamo orgogliosi della storia unica del nostro Paese, siamo orgogliosi di aver resistito agli attacchi dell'imperialismo yankee ma stiamo arrivando ai limiti delle nostre forze. Ci richiedono una battaglia giornaliera contro il cosidetto "impero del male" e tutte le tentazioni del capitalismo, ma il serbatoio di resistenza di un popolo non è infinito, i cubani stanno perdendo la forza di lottare».

"Cuba in bilico fra 2 epoche". Cosa accadra' quando morira' Fidel? Indagine su suolo cubano. è un'indagine svolta da Barbara Meo Evoli, svolta nel giugno del 2007 intervistando piu' di 100 cittadini cubani di tutte le professioni ed età: dal maestro di scuola elementare allo spazzino, dallo studente universitario al medico, dall'indigente al musicista, dal contadino al custode di una chiesa.

di Barbara Meo Evoli

15/10/2007

A Cuba i blogger si fingono turisti stranieri.

Navigano negli hotel dove il web non è controllato e pagano sei dollari all’ora (metà stipendio per un cubano)

NEW YORK – «Generación Y è un blog ispirato a gente come me, nata a Cuba negli anni 70 e 80 e segnata dai giocattoli russi, le fughe illegali e la frustrazione» scrive Yoani Sánchez in www.desdecuba.com/generaciony/, prima di tuffarsi in una accorata critica di Fidel Castro e del suo regime che «non capiscono nulla dei nostri problemi». In www.havanascity.blogspot.com/ Tension Lia si affida alle immagini, più che alle parole, per denunciare il profondo degrado dei tesori architettonici dell’Avana, un tempo il gioiello dei Carabi.


Yoani e Tension Lia sono la punta di diamante di un fenomeno in crescita a Cuba: i blogger indipendenti che si sono scavati una breccia nel muro censorio del regime castrista, riuscendo a trasmettere al mondo una versione quotidiana realista e incensurata della vita sotto Fidel. Un’impresa tutt’altro che facile nell’isola votata da Reporters sans Frontières «uno dei 13 Paesi nemici di Internet» - insieme, tra l’altro, a Cina, Arabia Saudita, Iran e Siria - , perché in vario modo tiranneggiano gli utenti Internet e reprimono la libertà di espressione online.


WEB AL BANDO - Per aggirare il Grande Fratello, la Sanchez si camuffa da turista, finge un accento tedesco e si infila nella hall degli sfarzosi alberghi della capitale. Poi si siede ai tavoli riservati agli stranieri e sborsa sei dollari all’ora – due settimane di stipendio medio per un cubano – per una connessione Internet non controllata che le consente di accedere al suo sito, rigorosamente ospitato da server esterni. I netizen che raggiunge col suo Generaciòn Y sono quasi tutti fuori Cuba. Non una sorpresa per un paese dove soltanto 200mila degli oltre 11 milioni di cittadini hanno accesso al World Wide Web: il numero più basso di tutta l’America Latina. Il governo dell’Avana ha praticamente messo al bando le connessioni Internet private e i cubani sono costretti a recarsi agli Internet point pubblici situati negli uffici postali, dove le attività online possono essere monitorate più facilmente. «Abbiamo un accesso limitato alla rete per colpa dell’embargo Usa contro l’isola», ripete da anni il governo cubano. Che non potendosi collegarsi alla dorsale sottomarina in fibra ottica che corre dodici miglia al largo dei cayos di Cuba, è costretto ad usare i ben più costosi collegamenti satellitari che l’allacciano al Web via Canada, Cile e Brasile.


I DISSIDENTI: «TUTTE SCUSE» - Ma secondo i dissidenti è tutta una scusa per mantenere il controllo totale sulla rete, attraverso software che avvertono la polizia qualora rilevi parole-chiave «sovversive». Il regime si adopera da anni perché giornalisti indipendenti e dissidenti non abbiano accesso ad Internet: per loro comunicare con l'estero è a dir poco rischioso. Scrivere articoli controrivoluzionari su siti esteri può portare in carcere per 20 anni. E cinque anni sono previsti per chi si collega ad Internet illegalmente. Ciò spiega come mai la maggior parte dei blogger è costretta a usare pseudonimi o a scrivere coperta dall’anonimato.

Alessandra Farkas


15/10/2007

Riflessioni su Cuba e il suo destino.

 

Questo blog esiste da qualche anno, non è ben fatto, ha una struttura che non ha nulla a che vedere con i blog da manuale che si trovano in rete, a volte penso che è veramente brutto. Non ha neppure molte letture, ma funziona, funziona per far conoscere cose che qualcuno potrebbe non sapere su Cuba e funziona perché so che a molti da qualche parte a Cuba fa piacere che si faccia sapere quale è la realtà cubana nel mondo fuori. Su questo blog ho scritto molto dei miei viaggi in giro per Cuba e continuo a riportare tutte le notizie che ritengo possano essere interessanti e utili a mantenere il blog stesso vivo. La struttura del blog è mi rendo conto  bizzarra, molti articoli non riportano la data, da qualche tempo cerco di ricordare di indicare le date ma in realtà non mi sono mai preoccupato di farlo semplicemente perché la situazione cubana è statica da decenni, il regime cubano non ha mai fatto passi ne avanti ne indietro, il tempo da quelle parti è praticamente fermo ai primi anni sessanta, quello che succedeva quaranta anni fa succede ancora oggi a Cuba, molti articoli di tre o cinque anni addietro si potrebbero scrivere anche oggi, come se non esistesse una sequenza temporale degli eventi. Ovviamente da quando Castro si è ammalato le cose sono cambiate,  da allora sebbene non ci sia stato nessun cambiamento sociale quantomeno la natura mortale dello stesso Castro sembra aver acceso l’ orologio del tempo che scorre, adesso gli eventi hanno una data e quindi una collocazione temporale. Mi sono chiesto perché ho iniziato a scrivere il blog, e la risposta è che l’ho fatto d’istinto per una serie di motivi, il più evidente è stato il bisogno di dare voce a chi non ha il modo di farlo, un altro è che vivo in un paese dove parte della sinistra è entusiasta della dittatura cubana senza aver mai messo piede a Cuba, per non parlare di coloro che invece pur essendoci andati più volte continuano a dire che quello è il paradiso in terra. Chiaro che sono per la libertà di pensiero, ma quando il pensiero altrui come nel caso della dittatura cubana significa l’annullamento della libertà altrui ho qualche problema ad accettare che le ideologie possano offuscare a tal punto le menti da far calare sugli occhi un sipario così impenetrabile. Esistono persino molti  che con sacra convinzione  pensano che Cuba sia il paradiso così com’è sotto la dittatura di Fidel Castro, molti di coloro che la pensano così sanno benissimo che è una dittatura e anche loro metterebbero in galera chi si oppone alle loro idee o lo prenderebbero a manganellate sulle gengive, coloro non credo che cambieranno mai idea, ma finché grazie a dio resta un’idea nulla in contrario, in questo mondo c’è anche chi crede che l’uomo non è mai andato sulla luna o che esiste il moto perpetuo e le compagnie petrolifere non vogliono che si sappia, fatti loro in fin dei conti. L’unico motivo che ha fatto sì che parte della sinistra italiana è così legata ancora ai sogni rivoluzionari e al suo guru Fidel Castro senza se e senza ma è secondo il mio modesto parere attribuibile a un paio di semplici motivi: non hanno mai vissuto a Cuba per più di qualche settimana o mese nel migliore dei casi e sempre con la carta di credito o una bella mazzetta di denaro da spendere alla faccia dei cubani che fanno la fame. L’altra ovvietà è che l’Italia non è mai entrata a far parte dell’orbita sovietica ma ne è stata solo sfiorata e non c’è mai stato un regime comunista, la realtà è stata evitata, i sogni sono lievitati. A parte queste ovvietà, a volte provo a immaginare cosa sarà Cuba dopo la morte di Castro, certo adesso è un posto meraviglioso dal punto di vista storico e architettonico, è una specie di tempio alla decadenza dove il tempo è immobile e niente o quasi è stato mai restaurato, ma è magica anche per questo, certo i cubani che devono vivere i quelle città ridotte a carcasse di quello che erano di sicuro non la pensano così, tuttavia una Cuba futura la sogno non deturpata dalla modernità, né trasformata come molte isole dei carabi in caricatura del capitalismo con migliaia di ricchi che scorazzano su macchinoni da migliaia di dollari e milioni di poveri e con il conseguente tasso di delinquenza alle stelle. La storia insegna, sempre, il passaggio dalla dittatura socialista alla libertà comunque sarà dura, per i cubani durissima, purtroppo anche se amo il popolo cubano temo che prima o poi dovrà pagare il suo oblio dell’ultimo mezzo secolo, è un popolo che è arrivato al punto di perdere qualsiasi riferimento morale pur di sopravvivere. La maggior parte dei cubani non ha nessuna idea di cosa significhi cavarsela da soli lavorando, un po perché fa parte del naturale carattere dei caraibici in generale prendere tutto con flemma, ma sopratutto perché Castro per almeno tre generazioni li ha abituati così, a forza di non incentivarli a lavorare li ha allontanati dal concetto di lavoro privato, di impresa e di mercato. Che colpa ne hanno i cubani? Forse nessuna, forse quella di non aver aperto gli occhi prima, non sono io a voler giudicare. Certo è che la stessa Unione Sovietica dopo il crollo del comunismo ha subito smembramenti regionali e non è ancora riuscita a trovare un equilibrio economico degno di un grande paese, molti paesi ex satelliti di Mosca stanno ancora annaspando per risollevarsi dal disastro che ha causato il cambio radicale che abbandonare i socialismo ha causato. E i cubani? Cuba che ha resistito così tanto tempo? Come faranno i cubani a non ripetere gli errori che hanno fatto quasi tutti i popoli quando sarà il momento di cambiare sistema politico ed economico? Riusciranno a farlo gradualmente senza traumi oppure adoteranno un più rischioso cambio radicale e immediato?. Non so rispondere a queste domande, (altrimenti non me le farei!), una cosa è certa, tutto cambia in questo mondo, un giorno Castro sarà solo una lapide in un mausoleo, le sue galere faranno meno paura e i cubani  ormai stanchi di una lotta senza fine e senza scopo dovranno avere la forza di cambiare il loro destino, fosse anche solo per curiosità…….dopo mezzo secolo di un terrificante errore potrebbe essere interessante sperimentare qualcosa di diverso.

 

14/10/2007

Nuove foto di Fidel con Chavez.

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ANSA) - L'AVANA, 14 OTT - La stampa cubana ha pubblicato due nuove foto di Fidel Castro durante il colloquio di ieri con il presidente venezuelano, Hugo Chavez. Nelle immagini, pubblicate sul quotidiano Juventud Rebelde, si vide il convalescente Castro (81 anni) in piedi che indossa l'ormai abituale tuta sportiva con i colori nazionali di Cuba. L'aspetto del 'lider maximo' e' simile a quello apparso in altre fotografie fatte circolare dopo gli interventi chirurgici subiti negli ultimi mesi.


 

Teheran, alla costante ricerca di alleanze con paesi in contrasto con gli Stati Uniti, tiene una conferenza per mettere in luce le affinità tra l'ideologia islamista e quella cubana. Ma la delegazione latina lascia la sala quando sente affermare che il Che "credeva in Dio" e che Cuba e Fidel "non sono mai stati socialisti o comunisti.

Una notizia interessante diffusa dalla IPS - Inter Press Service che non è stata riportata dai media: in una conferenza sul Che chiusasi a Teheran il 29 settembre, il gruppo latinoamericano, di cui facevano parte due figli del Che, Aleyda e Camilo Guevara, si è ritirato in protesta per l' interpretazione islamista data del Che dai conferenzieri iraniani.


In realtà la conferenza, intitolata "Il Che come Charman" era stata indetta per evidenziare un possibile parallelo tra il Che e l'ex ministro iraniano della Difesa Mustafà Chamran morto in battaglia durante la guerra con l'Iraq. Chamran, un ingegnere laureatosi negli Stati Uniti, era stato una dei fondatori del Movimento Amal nel Sud del Libano, nella cui file aveva combattuto alla fine degli anni ‘70. Il capo del movimento AMAL era l'iman shiita Moussa Sadr. Divenuto poi il primo ministro della Difesa di Khomeini, aveva organizzato e capeggiato le forze paramilitari iraniane nel conflitto con l'Iraq (1980-1988), cadendo in battaglia nel 1981.

Questa conferenza, organizzata da studenti dell'Università di Teheran, si colloca nell'ambito della politica del governo Ahmadinejad di trovare alleati in altri paesi in contrasto con gli Stati Uniti, e con cui hanno anche interessi in comune: IPS riferisce che studenti di sinistra dell'Università Amir Kabir hanno spiegato che "La ricerca del Presidente Ahmadinejad di vincoli più stretti con alcuni paesi latinoamericani come il Venezuela, Cuba e la Bolivia ha bisogno anche di trovare una qualche identificazione delle idee islamiste militanti con quelle della sinistra latinoamericana". E' ovvio quindi che la conferenza aveva l'obbiettivo di stabilire parallelismi anche ideologici, per trovare un terreno comune di riferimento anche su questo piano. Ma non è stato così.

"Noi ci sentiamo responsabili per tutta l'umanità. L'unità ha speciale importanza per noi. La ragione per stabilire rapporti fra il nostro gruppo di studenti ed i figli del Che Guevara ed i paesi latinoamericani è quanto abbiamo in comune", ha detto il segretario del Movimento Studentesco Pro-Giustizia (PJSM) Morteza Firoozabadi all'agenzia iraniana Isna. "Non abbiamo paura della morte, e ciò è quanto temono di più gli statunitensi... Noi cerchiamo solo di liberare gli oppressi e di ristabilire i diritti di tutte le persone del mondo" ha aggiunto. Il Pjsm sostiene fortemente la politica di Ahmadinejad è ed fra i gruppi che organizzano frequentemente manifestazioni contro gli USA ed altri paesi occidentali.

Ma la conferenza è fallita quando ha preso la parola un tal Ghasemi, personaggio vincolato agli Esteshhadiyoun (volontari per attacchi suicidi). Riferendosi alla versione tradotta di un libro sul Che che portava con sé, Ghasemi ha detto che "il rivoluzionario argentino/cubano era religioso e credeva in Dio". "Il popolo cubano, Fidel Castro ed il Che Guevara - ha affermato - non sono mai stati socialisti o comunisti. Fidel ha ammesso spesso che lui, il Che ed i cubani odiavano i sovietici per tutto ciò che avevano fatto". Aggiungendo che "il comunismo è finito nella pattumiera della storia come predisse l'ayatollah Khomeini", e proclamando che l'unico modo di salvare il mondo è attraverso un "movimento religioso e pro-giustizia".

E' stato allora che Aleyda Guevara, che vive stabilmente a Cuba ove esercita la professione di pediatra, parlando in nome del popolo cubanosi è indignata e ha risposto: "Siamo una nazione socialista", sottolineando anche che il popolo cubano è rimasto sempre grato all'ex-Unione Sovietica, e che non ci sono mai stati problemi fra Mosca e l'Avana, nonché consigliando al tal Ghasemi di rifarsi sempre a versioni originali e non a traduzioni che si trovano in giro sul credo del Che. Aggiungendo che suo padre "non aveva mai parlato di Dio. Mio padre sapeva che non esiste una verità assoluta". Ed alzandosi ed andandosene assieme agli altri latinoamericani presenti.

La diffusione del suo discorso da parte delle agenzie di stampa iraniane ufficiali come l'Isna è stata limitata e senza menzionare le critiche. L'altro oratore principale delle conferenza, Mehdi Barman, fratello di Mustafà e Presidente del Consiglio della Città di Teheran, non ha fatto nessun riferimento al Che ed alla sua ideologia.

 
In una riunione posteriore con degli studenti dell'Università di Tecnologia Amir Kabir, dove i gruppi di sinistra sono particolarmente forti e critici nei confronti di Ahmadinejad, Camilo Guevara, figlio anche lui del Che e fratello minore di Aleyda, ha ribadito i concetti espressi dalla sorella.
Sempre secondo l'Ips, il leader della Milizia Studentesca dell'Università di Shahed, Mohammad Sdaghat ha chiarito all'Isna che "è giusto e lodevole ricordare il Che Guevara come figura rivoluzionaria. Ma noi siamo musulmani e lui no. La differenza rimarrà sempre... Charman era un rivoluzionario sciita musulmano, mentre il Che era completamente ateo. L'unico che avevano in comune era il loro spirito di lotta contro l'ingiustizia. Per scegliere gli amici dobbiamo seguire altri criteri, come scegliere chi ama Dio, oltre a quelli che odiano gli Stati Uniti".

Una bella differenza davvero

 

24/10/2007

 

Chávez: non toccate Morales o scateno il Vietnam in Bolivia.

 
Riflessioni 

Il sostegno degli intellettuali italiani alla Rivoluzione Cubana è una delle prove che gli anni dello “eskimo in redazione” e dell’egemonia culturale rossa sono di là da passare. Semplicemente perché quello cubano è un regime liberticida che non rispetta i diritti umani, ma è una dittatura comunista e quindi è buona, secondo alcuni giornalisti, accademici e maestri di pensiero infatuati di caudillos e barbudos. Se questo regime fosse stato militare, autoritario – conservatore o fascista (apriti cielo!) si sarebbe saputo tutto, invece qui si parla di un comunismo e un “velo di Maya” è caduto sui suoi crimini e sulla sua politica (a meno che i suddetti maestri di pensiero non abbiano intenzione di lodare il tiranno rosso: in tal caso ben vengano!). Negli anni ’70, quasi negli stessi anni, salirono al potere Pinochet in Cile e Pol Pot in Cambogia. Mentre l’uno trucidava qualche migliaio di oppositori, l’altro ne faceva scomparire 2 milioni. Dell’uno sapevamo tutto ed i progressisti (anche giustamente) si stracciavano le vesti, dell’altro nulla e i progressisti tacevano. Oggi è ancora così: e le anime belle d’allora sono rimaste belle, con qualche milione di diritti d’autore in più.

Giovedì 25 ottobre 2007 si sono radunati, presso la sede dell’Istituto Italiano di Studi filosofici, giornalisti e una decina di accademici rossi per celebrare la “Giornata della cultura cubana in Italia”. E poi un architetto del Prc, Gianni Minà, Gianni Vattimo e soprattutto Armando Hart Davalos, leader del Partito Comunista cubano ed attuale ministro della cultura, pronti a celebrare appunto la “cultura” cubana. Il fascino dell’intellighenzia di sinistra non riesce a venire meno per codesti comunisti che organizzano processi popolari, trucidano oppositori, sopprimono la libertà di stampa, di associazione, di pensiero. Non già la Palestina, ma la terra promessa è quella terra dove vige la rivoluzione comunista, con annessi crimini e terrori che essi ignorano o fingono di ignorare accecati dall'ideologia. Ritengono costoro che lì vi sia il paradiso terrestre e non scorgono quello che, molto onestamente, Ignazio Silone chiamava "fascismo rosso".

 

02/11/2007

Le minacce dell'uomo bomba. Facciamogli arricchire l'uranio, dopotutto dichiara solo di voler eliminare Israele, però infondo è un buono, parla anche della possibilità di deportare in massa gli isdraeliani in Canada o in Alaska....ma si diamogli l'atomica.

Se l’Unione Europea seguirà l’esempio degli Stati Uniti nel comminare sanzioni economiche all’Iran Teheran non mancherà di reagire nello stesso modo: lo ha affermato ieri il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, senza fornire ulteriori dettagli. «Se coopereranno con il nemico della nazione iraniana non potremo interpretarlo come un comportamento amichevole, ma reagiremo», ha dichiarato Ahmadinejad in un discorso tenuto nella cerimonia di inaugurazione di un complesso petrolchimico nella località di Asaloauyé: «Voi europei sapete bene quel che accadrebbe nel settore economico se l’Iran prendesse delle gravi iniziative in questo campo», ha concluso.

 

19/11/2007 

Dice di non aver sentito..sennò avrebbe usato l'arco.

(ANSA) - CARACAS, 16 NOV - Il presidente venezuelano Chavez ribadisce che re Juan Carlos di Spagna deve chiedere scusa dopo l'incidente al vertice Ibero-americano. 'Il minimo che mi aspetto e' che il re di Spagna, che non e' re dell'America latina, mi faccia delle scuse perche' mi ha aggredito', ha detto Chavez. Il sovrano, al vertice, gli aveva intimato di tacere. 'Il re ha avuto fortuna che non l'ho sentito - ha aggiunto Chavez - altrimenti gli avrei tirato una freccia india, dato che io sono un po' indio'.

 

16/11/2007

Castro corre in soccorso del figlio offeso.

L'Avana, 16 nov. (Adnkronos/Dpa) - In un nuovo intervento sul battibecco al vertice Iberoamericano di sabato scorso, Fidel Castro attacca il premier spagnolo Jose' Luis Rodriguez Zapatero, definendo il suo discorso senza spina dorsale. L'intervento di re Juan Carlos che ha zittito il presidente venezuelano Hugo Chavez, scrive il 'lider maximo' di Cuba nelle sue nuove riflessioni dal titolo "Waterloo ideologica", e' stato da maleducato.

n.d.r

Chiaro che a Castro il discorso di Zapatero sembra proveniente da un altro pianeta! lui non ha neppure la minima idea di cosa significhi rispettare le idee altrui, fargli capire cosa ha detto Zapatero è più facile che far capire la differenza tra un  sincrotrone e un ciclotrone al mio fruttivendolo di fiducia dopo che si è fatto un fiasco di vino.

Pure per Ortega è un brutto momento, dopo che la Colombia si è arrabbiata per un suo appello ai “fratelli delle Farc” per liberare Ingrid Betancourt, e dopo che pure l’opposizione nicaraguense è insorta contro le sue dichiarazioni secondo cui l’opposizione sarebbe collegata a “cartelli della droga”. Mónica Baltodano, di quel Movimento rinnovatore sandinista che raccoglie i sandinisti che hanno rotto con lo stesso Ortega, si è appellata all’articolo 149 della Costituzione, che permette la destituzione del presidente per “incapacità mentale”. Ci vorrebbero i voti di 56 deputati: l’opposizione ne ha 54.


22/09/2007

Castro si mostra alla televisione cubana.

L'AVANA (Reuters) - Il leader cubano Fidel Castro è apparso in tv nella sua prima intervista dopo tre mesi mettendo fine alle speculazioni che ipotizzavano fosse morto o in gravissime condizion di salute.

Castro, 81 anni, ha parlato lentamente di questioni internazionali, Guerra fredda ed economia globale ma è sembrato un po' cambiato dall'ultima volta che è apparso in tv per un'intervista, lo scorso 5 giugno.

"Eccomi. Nessuno sa quando devo morire", ha detto Castro, facendo riferimento a quanti lo davano in fin di vita, già morto o sul punto di morire.

"Ieri l'euro era a 1,41 dollari. Il petrolio a 84 dollari al barile", ha detto Castro ad un certo punto, facendo capire di essere aggiornato sulle vicende attuali e che l'intervista è molto recente.

Ha anche mostrato una copia del libro dell'ex presidente della Federal Reserve Usa Alan Greenspan, "The Age of Turbulence: Adventures in a New World," che è stato pubblicato questa settimana, leggendone alcuni passi.

Castro, che prese il potere nell'isola caraibica con la rivoluzione del 1959, ha ceduto il posto al fratello più giovane, Raul Castro, il 31 luglio 2006, dopo un intervento d'emergenza all'intestino.Da allora non è più apparso in pubblico ma si è fatto fatto vedere in foto e video assieme a leader stranieri in visita ed ha scritto diversi articoli su media di Stato.

  

 

21/09/2007

Da Castro a Bin Laden
Il Sud America sta passando da un totalitarismo all’altro.


Il nuovo anti-americanismo passa dal terrorismo islamico e dal fanatismo religioso per Allah e il Sud America si adegua: a cominciare dal Venezuela di Chavez, da sempre un'avanguardia per tutto ciò che c'è di peggio nel mondo, oggi tutto il continente americano sta sostituendo l'ideologia terzomondista della rivoluzione permanente di Che Guevara e di Fidel Castro, con i kamikaze sciiti dell'Iran e di Hezbollah. Era un sospetto da tempo ma due giorni fa un coraggioso giornale, "Diario de America", ha messo tutto nero su bianco. Raccontando i tentativi di islamizzare l'Amazzonia e in particolare le tribù più povere come quella dei Wayuu, che fan parte dell'universo Guajiros, nella quale gli uomini vengono addestrati al martirio, si fanno fotografare con i corpetti da kamikaze palestinesi e i kalashnikov, mentre le donne vanno in giro velate e coperte di nero come le vedove sarde degli anni '30.
Chavez li chiama missionari ma in realtà sono uomini dei servizi iraniani o agenti provocatori di Hezbollah. Questa gente ha ormai anche un referente ben preciso, Jose Miguel Rojas Espinosa, autore di un attacco terroristico contro l'ambasciata americana a Caracas, e gli iraniani scrivono di lui definendolo "il primo mujaheddin che è un esempio di forza e dignità in Sud America alla causa di Allah, nonché il primo prigioniero di guerIl nuovo anti-americanismo passa dal terrorismo islamico e dal fanatismo religioso per Allah e il Sud America si adegua: a cominciare dal Venezuela di Chavez, da sempre un'avanguardia per tutto ciò che c'è di peggio nel mondo, oggi tutto il continente americano sta sostituendo l'ideologia terzomondista della rivoluzione permanente di Che Guevara e di Fidel Castro, con i kamikaze sciiti dell'Iran e di Hezbollah. Era un sospetto da tempo ma due giorni fa un coraggioso giornale, "Diario de America", ha messo tutto nero su bianco. Raccontando i tentativi di islamizzare l'Amazzonia e in particolare le tribù più povere come quella dei Wayuu, che fan parte dell'universo Guajiros, nella quale gli uomini vengono addestrati al martirio, si fanno fotografare con i corpetti da kamikaze palestinesi e i kalashnikov.
Non basta, Carlos Ilich Ramirez Sanchez, il terrorista principe dei venezuelani, sospettato anche di essere il vero artefice della strage di Bologna in Italia il 2 agosto del 1980, grande amico di Chavez, anzi “fratello”, si è convertito all'Islam nel carcere della Santè a Parigi e fuori manda messaggi a tutti i suoi ex guerriglieri di convertirsi e di mettersi in contatto con le guardie della rivoluzione iraniana, che ormai impestano non solo il Venezuela, ma anche il Brasile e il Paraguay, invitate in loco dai vari “caudilli” del Foro di Sao Paolo. Chavez li chiama missionari ma in realtà sono uomini dei servizi iraniani o agenti provocatori di Hezbollah. Questa gente ha ormai anche un referente ben preciso, Jose Miguel Rojas Espinosa, autore di un attacco terroristico contro l'ambasciata americana a Caracas, e gli iraniani scrivono di lui definendolo "il primo mujaheddin che è un esempio di forza e dignità in Sud America alla causa di Allah, nonché il primo prigioniero di guerra islamico in Venezuela". Quindi da una parte il continente sudamericano sta avviando grazie ai vari dittatori e mezzi dittatori di sinistra come Chavez, Morales, Kirchner e Lula, un'opera di scristianizzazione della popolazione, islamizzando i più poveri, dall'altra i terroristi che negli anni '70 aiutavano le Brigate Rosse e le Raf in Europa adesso si stanno riciclando nell'islam terrorista.

 

18/09/2007

Immigrati italiani per scappare da Chavez.

A fronte di una progressiva islamizzazione del Paese, 2,5 milioni di oriundi potrebbero essere costretti a tornare in Italia


di Dimitri Buffa

“Chavez vuole islamizzare il Venezuela e già nella foresta amazzonica vediamo indigene indossare il burqa mentre a Caracas si vedono cartelli in cui si invitano le venezuelane a non indossare il tanga o il bikini se non vogliono essere violentate, in più con la legge che priva chiunque della doppia cittadinanza presto gli oriundi italiani si troveranno a scegliere se restare qui o dovere tornare da voi in Italia con le drammatiche conseguenze che tutto ciò potrebbe comportare anche per il vostro ordine pubblico“.
Pedro Paul Betancourt è il responsabile esteri del maggiore movimento di opposizione liberale al caudillo di Caracas Hugo Chavez, il partito movimento Fuerza Solidaria. Recentemente è stato ospite nella festa dei giovani di An a Colle Oppio e ha potuto spiegare che cosa sta facendo Chavez al proprio paese. Mentre in Italia c’è ancora a sinistra chi lo vede come un nuovo Simon Bolivar. In questa intervista racconta di come il dittatore si appresti a diventare un monarca assoluto e dei rischi che l’Europa corre a sottovalutare la minaccia che la sua alleanza con l’Iran e gli hezbollah può portare all’intero sistema mondiale e alla lotta al terrorismo islamico internazionale.

E’ vero che Chavez sta facendo islamizzare il Venezuela?

Si ci stiamo scristianizzando. Lui ormai è diventato un monarca assoluto, cambiando la costituzione a suo comodo. Chavez sta creando un nuovo ordine mondiale con l’Iran, gli hezbollah e la Corea del Nord. Ahmadinejad lo chiama “mio fratello“, da noi si vedono sempre più consiglieri arabi di Hamas e iraniani, e Ahmadinejad è già venuto due volte in bicicletta e poi c’è questa storia di questa strana fabbrica di biciclette in Amazzonia in una zona molto ricca di uranio. Come se non bastasse questa inquietante joint venture, gli islamici da noi cominciano a farla da padrone e già si vedono campagne di propaganda che cercano di far girare la donna venezuelana più coperta, mentre in certe zone amazzoniche dove l’ignoranza e l’analfabetismo sono più alti a qualche india i consiglieri iraniani chiamati da Chavez in Venezuela sono riusciti pure a farle mettere in burqa....

Fare cambiare stile di vita alle donne venezuelane sarà difficile?
Certo, come in Brasile non vanno in giro molto vestite. Noi abbiamo 30 gradi tutto l’anno.
Ma adesso circolano campagne politiche e propagandistiche pazzesche che chiedono alle donne di coprirsi e di non usare il tampax ma i pannoloni della nonna, hanno messo il divieto di consumare alcoolici nella patria del rum nei giorni di festa. Nelle zone indigene la penetrazione islamica è diventata più forte e infatti le donne non vanno più alla spiaggia da sole e tanto meno in bikini. Quindi l’Iran sta penetrando anche culturalmente oltre che economicamente. Chavez vuole sovvertire l’attuale ordine mondiale che si basa sulla cultura giudaico cristiana e infatti tiene bordone agli anti semiti e sta scristianizzando tutto il Venezuela.

E che dire del suo ruolo ambiguo con le Farc e i trafficanti di droga?

Lui è amico di questi guerriglieri narco trafficanti e da quando c’è lui il traffico di droga si è incrementato del 100%. Tra l’altro ha anche levato la polizia dal confine con la Colombia per dare loro più spazio. Poi Chavez si fa bello facendo il mediatore sul caso Betancourt perchè lui conosce benissimo chi la tiene e chi l’ha rapita e devo dire che la Francia in questa vicenda si sta comportando maldestramente, perchè fa il gioco di uno che vuole farsi bello con questo rapimento e fa finta di non sapere di tutti gli altri rapiti venezuelani da anni nelle mani dei trafficanti.

Tra questi rapiti ci sono anche gli italiani?

Sì la comunità italiana, essendo una di quelle più benestanti è anche tra le più a rischio. Mentre il vostro presidente della Camera chiama Chavez “fratello“ gli italiani in Venezuela conosceranno la persecuzione e la povertà e fra poco anche l’esilio.

Perchè l’esilio?/b]
Perchè lui ha fatto approvare una legge per la quale agli italiani non sarà più consentito di avere la doppia nazionalità e dovranno scegliere se rimanere a Caracas o tornare in patria. Questo significa che presto potreste avere un paio di milioni di nuovi immigrati di origine italiana da sistemare, gente che sarà costretta a lasciare tutto in Venezuela e a tornare in Italia in mutande.

otrebbero sempre decidersi a rinunciare alla nazionalità italiana...
Difficile, molto difficile. Lui considera la comunità italiana sua nemica. E sa che ha votato contro di lui alle elezioni e nel referendum e lo sa perchè riesce a controllare capillarmente tutti grazie ai marchingegni del voto elettronico... e quindi incoraggerà l’esodo che sarà come quello dalla Libia dopo il golpe di Gheddafi nel 1969. E dico un’altra cosa, noi abbiamo scoperto che il 90% dei rapiti dalle Farc in Venezuela sono nemici e oppositori di Chavez, strana coincidenza no? E molti sono italiani.

Insomma con Chavez il Venezuela sta tornando indietro?
Putroppo è così. Basta vedere i cartelloni stradali in cui si dice alle donne di non vestirsi sexy con il tanga o il bikini se non vogliono venire stuprate. E da quando gli Stati Uniti non interferiscono più, si è creato questo fronte di Porto Alegre che comprende Chavez, Lula e altri presidenti terzo mondisti ma anche i movimenti guerriglieri come le Farc che stanno creando un mondo alla rovescia qui in Sud America e sarebbe ora che il mondo si svegliasse prima di trovarsi di fronte a un altro problema grande anche più di quello mediorientale.

Addirittura?
In Venezuela la criminalità organizzata fa 13 mila morti l’anno, peggio dell’Iraq dove almeno c’è una guerra. Lui fa il paladino della giustizia internazionale però intanto fa affari sotto banco con le Farc e manda soldi a tutti i suoi sostenitori. Regala soldi a Bolivia e Colombia, si è comprato il debito dell’Argentina, manda il petrolio gratis al suo amico europeo Ken Livingstone a Londra e al suo referente americano Ted Kennedy negli Stati Uniti. Ha creato una rete pericolossissima dove ci sono nemici dell’America e di Israele, terroristi islamici e narco trafficanti ma anche le solite quinte colonne europee e americane del terzo mondismo e della rivoluzione permanente. E gli ultimi arrestati in America sospettati di essere complici di Bin Laden erano passati per la Guyana con passaporto venezuelano con il quale non occorre visto in nessun aereoporto e paese del mondo.

 

18/09/2007

Capire Chavez e le tentazioni del potere.

Egregio direttore,
qualche giorno fa, l’ambasciatore del Venezuela in Italia, Raffaele La Cava, ha voluto «correggere» su La Stampa una serie di considerazioni che avevo rilasciato dopo il mio recente viaggio a Caracas. In particolare, sostiene che i miei errori di valutazione siano dovuti alla sola permanenza a Chacao, un Municipio governato dalla «destra», e di avere come riferimento la Confederazione dei lavoratori del Venezuela. La Cisl non avrebbe compreso la politica «a favore dei più deboli» su cui si fonda il grande consenso di Chávez, «che suscita sempre più interesse a livello internazionale».

Conosco bene la situazione del Venezuela per le mie frequentazioni nei Paesi dell’America Latina e i molteplici rapporti internazionali della Cisl. E quando commento i dati preoccupanti dell’economia venezuelana non mi riferisco agli imprenditori dai grandi «contratti ultramilionari» (anche se dovremmo tenere ad esempio in conto che l’Eni ha presentato denuncia internazionale per il trattamento ricevuto nella nazionalizzazione del settore), ma penso ai tanti italiani, lavoratori e pensionati, che hanno visto la loro situazione peggiorare in termini di sicurezza, per l’esplosione terribile della violenza e della criminalità, nonché per l’aumento della precarietà e della povertà. Quanto al Municipio di Chacao, è sicuramente una delle zone più tranquille di Caracas, grazie all’autorità del giovane sindaco Leopoldo Lopez, riconfermato con l’80% dei consensi, legato al leader di «sinistra» Manuel Rosales, quindi non di «destra» (le categorie di destra e sinistra sono senza significato nel Venezuela attuale). In tutto il Paese si stanno moltiplicando le manifestazioni di dissenso, con mobilitazioni pacifiche di studenti e gente comune, soprattutto in seguito al non rinnovo da parte del governo della concessione alla rete tv nazionale Rctv, che ha sempre dato voce all’opposizione democratica. Molti cittadini venezuelani hanno ripreso con telecamere le azioni repressive e le hanno immesse nella rete informatica. Chiunque oggi può conoscere la realtà: perfino chi ha sempre appoggiato la politica del presidente Chávez, come in Italia l’area della sinistra cosiddetta «radicale», oggi esprime seri dubbi (vedi i reportages su Liberazione).

La Cisl ha solidi rapporti in Venezuela con la Ctv, confederazione sindacale storica dei lavoratori venezuelani, da sempre nel movimento del sindacalismo libero internazionale. Ma il rapporto tra il presidente Chávez e il sindacalismo democratico è stato sempre pessimo. Nel 1999 Chávez propose un referendum nazionale per esautorare la dirigenza della Ctv. In quell’occasione una delegazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro con alcuni dirigenti sindacali esteri (era presente la Cisl) si recò nel Paese per discutere la violazione delle Convenzioni internazionali che il referendum comportava. Tutti i membri della delegazione furono sanzionati dal Parlamento come «persone non gradite». Gli esiti furono contrari alle aspettative di Chávez: ci fu un’astensione di oltre il 77% dei votanti, ma il referendum venne comunque considerato valido. Da allora il governo del Venezuela è costantemente sotto il monitoraggio dell’Organizzazione internazionale del lavoro. Con interventi diretti e sessioni specifiche nella Conferenza annuale dell’Oil a Ginevra, viene tuttora valutato lo stato delle libertà sindacali nel Paese (accusato di non rispetto della Convenzione n. 87, sulla libertà sindacale), sono analizzate le questioni dei licenziamenti di massa (22 mila lavoratori di Pdvsa, l’azienda petrolifera) e delle centinaia di dipendenti pubblici allontanati dal lavoro per discriminazione politica (colpevoli di aver firmato per la richiesta del referendum revocatorio del presidente nel 2004). Davvero ci dispiace non averne potuto parlare con il ministro del Lavoro, che non ci ha ricevuti durante la nostra permanenza a Caracas, nonostante avessimo per tempo richiesto udienza tramite il segretario della Ctv, Manuel Cova.

Su una cosa sono d’accordo con l’ambasciatore La Cava: i governi precedenti non si sono certo distinti per assenza di corruzione né hanno mai offerto prospettive di superamento della sperequazione sociale che ha sempre tenuto in ginocchio il Venezuela. Sul piano internazionale il presidente Chávez tuona contro Bush e le

guerre anti-terrorismo (ma continua a essere tra i principali fornitori di petrolio agli Usa). Non voglio giudicare in questa sede il suo rapporto con Cuba o con la Bolivia di Evo Morales o con l’Ecuador o con la guerriglia narcotrafficante colombiana. O ancora le sue proposte di alleanza bolivariana continentale. Ma ci preoccupano le modifiche che Chávez si appresta a fare nella Costituzione che cambieranno profondamente la natura dello Stato venezuelano e la distribuzione dei poteri. Tutto si concentra nelle mani del presidente: la strada imboccata è quella di uno Stato totalitario, con l’annullamento del bilanciamento dei poteri e la cancellazione dei corpi intermedi. Il nostro timore è grande, sia per i lavoratori venezuelani che per i cittadini italiani nel Paese, ma anche per le conseguenze che una simile deriva potrebbe generare negli altri Paesi dell’America Latina. Ecco perché la Cisl si pone tra quanti, oggi, richiamano l’attenzione della comunità internazionale sul destino del Venezuela.

Raffaele Bonanni.  *segretario generale Cisl

 

14/09/2007

Opposizione all'attacco...A Cuba nasce una piattaforma politica che difende la proprietà privata.

 Mai come nell'ultimo anno si è parlato tanto di dissidenza cubana. Manifestazioni delle “Damas de blanco” in difesa dei loro parenti in stato d'arresto per reati d'opinione, scioperi della fame veri e presunti di veri o presunti dissidenti, dichiarazioni al vetriolo dalle solite compagnie cubane anticastriste di stanza nella vicinissima Miami. Ora nasce una nuova piattaforma politica che ha come obiettivo principale quello di riunire tutte le forze di opposizione al quarantennale governo della 'famiglia Castro'.

Si tratta della “Unidad Liberal de la Republica de Cuba” (Unrc) presentata nei giorni scorsi nella capitale cubana dal coordinatore nazionale Hector Palacios.

L'avvenimento è importante se si considera che la “dissidenza cubana” è considerata da sempre al soldo degli Stati Uniti e figlia della mafia cubana presente a Miami, e ben radicata nell'isola di Raul Castro e pertanto l'argomento potrebbe toccare anche la politica internazionale.

“Questi sono i liberali di Cuba” ha detto Palacios durante la presentazione di Unrc, aggiungendo che per la sua creazione sono serviti “mesi di durissimo lavoro”. La nuova iniziativa, dunque, appoggerà tutte le organizzazioni che lavorano in favore della democrazia, del libero mercato e della proprietà privata.

Dissidenti uniti? Altro elemento fondamentale per capire il motivo dell'importanza dell'Unrc è quello dell'unione della dissidenza cubana.

Unidad Liberal de la Republica de Cuba è nata, secondo quanto dichiarato dai suoi fondatori, subito dopo la presentazione di un altro progetto dell'opposizione: la “Convergencia Liberal Cubana”.

Convergencia Liberal Cubana, “è una via per l'unità di tutte le forze che difendono e hanno a cuore la filosofia liberale” a Cuba, dicono i suoi sostenitori e potrebbe presto essere legata a doppio filo alla nuova iniziativa di Palacio ma con delle differenze essenziali. E c'è già chi sostiene che i due gruppi potrebbero presto entrare in competizione fra loro.

“Non è il momento di dividerci. Al contrario dobbiamo restare uniti. L'opposizione del paese non è ancora dispersa. In questo momento il governo è molto più debole di noi” ha detto Palacio rivolgendosi ai rappresentanti del Partido Liberal de Cuba e al Partido Solidariedad Democratica.

Insomma, nonostante sia da poco nata e in pochi ancora ne conoscano le reali potenzialità, “Unidad Liberal de la Republica de Cuba” è già al centro di una battaglia politica che nell'isola caraibica va avanti da molti anni.

Alessandro Grandi.

 

14/09/2007 

Venezuela, italiani nell’incubo.
Nell’inferno delle carceri di Chavez.

Lorenzo Montanari E Paolo Della Sala

“Benvenuti nel cimitero dei morti viventi…Qui la vita non vale niente! I cani sono trattati meglio!” I detenuti italiani reclusi presso l’Internado Judicial de Los Teques, cittadina a quaranta chilometri da Caracas, ci accolgono con queste frasi lapidarie. Per giungere a questo carcere lugubre e fatiscente, dobbiamo risalire una collina lungo una stradina ripida che corre tra le baracche di un barrio, come si chiamano le favelas venezuelane. Entriamo nel cortile dove i detenuti hanno l’ora d’aria, accompagnati dal personale di una Ong del posto. I prigionieri sono al sesto giorno di sciopero della fame, per protesta contro i maltrattamenti delle guardie e le condizioni cui sono costretti a vivere. Incontriamo gli italiani: hanno perso chili e speranze, in questo inferno dantesco.
Tutta l’Italia è rappresentata a Los Teques, da Bergamo alla Sicilia, da Roma a Napoli passando per Reggio Emilia e Bologna. “Gli abusi di ogni genere” ci racconta un detenuto “sono all’ordine del giorno. E’ una tensione continua. Siamo psicologicamente a pezzi. Di notte non ci fanno dormire, oppure veniamo coinvolti in un pestaggio in corso”. …Se siamo qui certamente non è perché trasportavamo cioccolatini, ma i diritti minimi dovrebbero essere garantiti”. Un altro ci ricorda che in carcere si deve pagare ogni cosa: “Qui tutto si paga a prezzi triplicati perché ogni cosa è gestito dai capi banda interni”. “Il cibo è immangiabile” -grida un altro detenuto- “…Tutti i giorni si mangia arepa –un impasto di farina di mais fritto con sardine e acqua”.
Chi è diabetico non ha la giusta dose di insulina, e le medicine si pagano care. Alcuni hanno la dissenteria e chiedono disperatamente degli antibiotici. Altri non riescono più a comunicare col proprio avvocato. C’è chi cerca soltanto una parola di conforto. C’è polemica tra gli italiani detenuti. Si sentono abbandonati e traditi: i sussidi economici erogati dal governo di Roma arrivano con grande ritardo. Accusano Teodoro Mascitti, vice console onorario di Los Teques, responsabile dell’erogazione dei contributi: “Il denaro arriva ogni quattro o cinque mesi, e quasi sempre senza arretrati. Questo non succede agli spagnoli o ai polacchi!”. Passi il ritardo, ma è la mancanza degli arretrati a scatenare la rabbia dei detenuti. Per fortuna c’è anche l’altra faccia della medaglia, quella dell’efficienza e della solidarietà priva di burocrazia, che nasce dalla forza e dalla perseveranza di un sacerdote italiano. Si tratta di padre Leonardo Grasso, da dieci anni in Venezuela, che insieme alla ong Icaro assiste i detenuti italiani con un sostegno spirituale e anche con viveri e medicine di prima necessità.
Alcuni finanziamenti arrivano grazie a una convenzione con il Consolato Generale di Caracas, che finanzia direttamente il progetto di assistenza. Un esempio di efficienza da parte delle nostre istituzioni, e di pragmatismo di una piccola Ong. “Tutto ciò -dice Padre Leonardo- nasce dalla volontà di rispondere alle necessità dei detenuti italiani che, anche se colpevoli, sono sempre delle persone con una loro dignità. Un dramma che incontriamo in tutti i penitenziari venezuelani”. Italiani che non fanno notizia, e quindi sono dimenticati da tutti e lasciati in balia della violenza e di una burocrazia oppressiva. L’Italia ha in Venezuela il gruppo di carcerati più consistente di tutto il continente sudamericano. Secondo i dati del Ministero degli Esteri italiano si tratta di quaranta persone, tra uomini e donne. Secondo le Ong sono più di una sessantina, in maggioranza detenuti per traffico di droga, con una condanna media di otto anni. Qui non c’è garantismo, né arriva l’urlo di dolore dei Bertinotti e dei Prodi: siamo nel regno di Chavez. Fossero detenuti negli Stati Uniti diventerebbero dei Silvio Pellico, o almeno delle Silvia Baraldini. Nel regno marxislamico bolivariano vengono dimenticati.
Il Venezuela detiene un triste primato: è la nazione con la più alta percentuale di morti negli istituti penitenziari. Con una popolazione carceraria di circa 19.000 unità, muoiono 350 prigionieri ogni anno, quasi uno al giorno, secondo quanto denuncia Humberto Prado -direttore dell’Observatorio Venezolano de Prisiones. I detenuti deceduti in carcere salgono di numero ogni anno, e a questi si deve aggiungere la mattanza “normale: 407 feriti nel solo primo semestre del 2006. Per non parlare degli arsenali di fucili, pistole, bombe lacrimogene e coltelli che emergono dopo ogni perquisizione, a causa della corruzione delle guardie carcerarie. A Los Teques le celle sono state completamente sventrate, per protesta, con i flessibili. I detenuti dormomo per terra, in stanzoni da ottanta persone con un solo bagno funzionante. Il carcere ha più di 800 prigionieri, invece dei 350 previsti. Quasi tutti sono in attesa di sentenza definitiva. Le norme igieniche sono quasi inesistenti e le infezioni ovviamente impazzano. In caso di malattia i detenuti devono pagare per avere cure in tempo utile. Ma spesso le cure vengono negate, per “motivi di sicurezza”.
La vita, nel carcere di Los Teques, rispecchia quella di tutto il Venezuela, moltiplicata per cento in termini di violenza, mancanza di regole sensate, prevaricazioni e burocrazia. “Qui l’odore della morte ti accompagna sempre”, dice salutandoci un detenuto italiano. Non si vede l’alba e nemmeno il tramonto a Los Teques. Nel regno di Simòn Bolivar non c’è speranza per i poveri carcerati. Qui non vengono i medici cubani pagati da Chavez, il militare golpista abbracciato nel parlamento di Roma. In Venezuela i paladini degli oppressi toccano Caino, anzi lo prendono a calci.

 

13/09/2007

Andiamo tutti a curarci a Cuba....

Meno male che non sono andato a vedere l’ultimo film di Michael Moore. Ho letto tante recensioni entusiaste e magari la pellicola dirà pure cose giuste, tipo la sanità statunitense fa proprio pena, se non hai denaro non ti muovi, nessuno ti cura e il povero cittadino vale meno di niente. Certo, tutto vero. Non sono andato a vedere il film perché ho letto che Moore prende la sanità cubana come metro di paragone per far capire ciò che non funziona nel suo Paese. Peggiore operazione di demagogia non la poteva fare, solo per strizzare l’occhio alla sinistra più becera e populista. La sanità cubana funziona alla perfezione, ma è proprio come quella statunitense: se hai soldi (e sei straniero) ti curano, ti disintossicano dalla droga, ti fanno anche operazioni estetiche in una stupenda clinica dell’Avana che si chiama Cira García. Se non hai una lira (e sei cubano), ti guardano appena, se hai bisogno di cure ti internano in un ospedale per poveracci, sudicio, senza ventilatori con quaranta gradi all’ombra e privo di attrezzature. Ti tengono dentro un po’ di giorni, poi ti rimandano a casa con una bella ricetta e il consiglio di trovare pesos convertibili (dollari o euro, per chi non conosce la lingua monetaria cubana) per comprare le medicine, ché nelle farmacie cubane non si trovano. Dico questo perché mi trovo a stretto contatto con la meravigliosa sanità cubana, non sono come il signor Moore che va a Cuba in gita di piacere e dopo parla bene di Castro. Vi racconto una storia personale. Forse parlare di casi concreti aiuta più che fare demagogia, magari qualcuno comprende e separa il grano dalla crusca. Oggi telefona una cugina di mia moglie che vive in Italia, dice che ha parlato con la famiglia a Cuba, aggiunge che la madre di mia moglie ha avuto un principio di peritonite e l’hanno ricoverata d’urgenza in un ospedale per poveri dalle parti di Guanabacoa. Ha rischiato grosso, ma dopo un paio di giorni, visto che non correva pericolo di vita, l’hanno dimessa con una prescrizione medica. Mia suocera deve prendere un medicinale importante per la salute, ma si dà il caso che questo farmaco nelle farmacie per cubani non si trova. Pare che lo vendano solo nelle farmacie internazionali e che vada pagato in divisa, alla modica cifra di 20 pesos convertibili (circa 20 euro). Per noi italiani sembra una cifra irrisoria, ma si dà il caso che mia suocera riscuote una pensione pari a 40 pesos cubani mensili (circa 2 euro). Non si può permettere di comprare una medicina tanto costosa. Per fortuna che è una privilegiata, ha una figlia in Italia che può inviare denaro e magari in un secondo tempo pure le medicine. Mia suocera ha un’altra figlia che vive a Cuba, ma pure lei riscuote uno stipendio statale che si aggira intorno ai 5 euro mensili. Non può spenderne 20 per una medicina e l’unica soluzione praticabile sarebbe quella di prostituirsi con uno straniero per salvare la vita alla madre. Ho provato la stessa sofferenza quando è morto di cancro il nonno di mia moglie e anche allora il meraviglioso sistema sanitario cubano non aveva antidolorifici da somministrare. Sono stato io a sopperire a queste mancanze e a inviare scorte di medicinali ogni volta che potevo. Vorrei che certi comunisti d’accatto provassero certe esperienze prima di continuare a sostenere Fidel Castro. Vorrei anche che il Presidente della Camera dei Deputati si vergognasse per aver fatto gli auguri a un dittatore in occasione del suo compleanno. Bertinotti si definisce comunista, ma non sa niente della povertà e della sofferenza dei cubani che lottano per sopravvivere, altrimenti non scriverebbe a un dittatore che affama il suo popolo. Il sistema sanitario cubano non è migliore di quello statunitense, perché funziona solo per gli stranieri e non si preoccupa di realizzare una rete di cura, prevenzione e sicurezza sociale per tutto il popolo. Le cose vanno bene solo per chi possiede dollari, pesos convertibili, divisa internazionale, altrimenti sei soltanto carne da macello.

Gordiano Lupi

 

07/09/2007

Terrore, omicidi e sequestri nel Venezuela di Chavez.

di Enrico De Simone 

Azotes uccidono un ottuagenario con trenta pugnalate”. “Trovati due cadaveri in Casalta I. Le vittime sono state strangolate”. “Uccidono un tassista, una giovane madre e i suoi due figli in una strada del barrio El Martirio”.

Titoli come questi, su un quotidiano venezuelano sono la norma di ogni giorno. Ognuno racconta la realtà del suo territorio di riferimento: El Universal, El Nacional e Ultimas Noticias riferiscono quel che accade a Caracas, Panorama quel che accade a Maracaibo, El Tiempo quel che accade a Puerto La Cruz; nessuno si premura di scrivere tutti gli episodi di nera registrati il giorno prima su tutto il territorio nazionale: ci vorrebbe un giornale a parte.

Per farsi un’idea complessiva (citiamo dati della OPS, Organizacion Panamericana para la Salud, ente dipendente dall’Oms): nel 2006, in Venezuela sono stati registrati 12.000 omicidi. Oltre duemila di questi si sono registrati a Caracas, che è così salita sul podio delle città più pericolose dell’America latina con una media di quasi 100 omicidi su 100 mila abitanti (le altre due: Bahia, in Brasile, e Città del Messico). Per fare un paragone: in Canada nel 2006 si sono avuti 0,1 omicidi ogni 100 mila abitanti, a Buenos Aires 3 omicidi ogni 100 mila abitanti.

Le cause? Domanda complicata. La più immediata è l’enorme numero di armi circolanti. Non esistono cifre ufficiali, solo una frase pronunciata l’anno scorso dall’allora ministro dell’Interno Jesse Chacon: oltre sei milioni, tra legali e (parte preponderante) illegali. Ma in molti dicono che sono ben di più. Da dove provengono? In gran parte, sostengono fonti giornalistiche, dagli stessi organi dello Stato: polizia ed esercito. La corruzione è tanto diffusa e le procedure così poco stringenti, si spiega, che spesso, quando viene arrestato un delinquente, l’arma che a questi viene sequestrata non raggiunge il magistrato competente per essere confiscata o distrutta, ma viene rivenduta a chi vuole acquistarla. O ancora, sottrazioni di armi dai depositi militari. Una circostanza dimostrata dal fatto che, nei frequenti assalti ai blindati portavalori, l’arma tradizionalmente impiegata dai malviventi è il FAL, il potente fucile mitragliatore noto a chiunque, in Italia, abbia fatto il servizio militare. O ancora. Tra le poche cose che produce il Venezuela ci sono le munizioni: le fabbrica la CAVIM, stabilimento che sorge nell’esclusivo quartiere caraqueño di Las Mercedes. “Molte volte – riferisce un cronista venezuelano – malviventi sono stati trovati in possesso di munizioni CAVIM”. Il suo sospetto: che a rifornire di armi la malavita venezuelana siano proprio settori corrotti delle istituzioni, i soli – data la dimensione assolutamente micro della criminalità locale – in grado di porsi come referente dei trafficanti d’armi.

Quel che colpisce, della malavita venezuelana, è la gratuità della violenza, di cui ha fatto le spese anche una coppia italiana, aggredita si crede a scopo di rapina in quel di Los Roques nell’ottobre del 2006: lei, Elena Vecoli, venne uccisa; lui, Riccardo Prescendi, venne brutalmente pestato. “Qui non è più: o la borsa o la vita – scrisse l’anno scorso il filosofo italovenezuelano Massimo Desiato – qui adesso prima ti prendono la vita, poi forse ti portano via la borsa”. Una criminalità spesso delirante, che nasce – sostengono alcuni – da un diffuso deficit culturale: “Qui in troppi non credono alla possibilità di risolvere pacificamente un problema. Mi hai urtato l’auto? Te mato. Il tetto di casa tua fa ombra al mio giardino? Te mato”. C’è invece chi indica un problema di possibilità reali: come raccontava una psicologa in servizio di assistenza sociale nell’ultrapopolare quartiere caraqueño di Propatria, quando chiedi a un bambino cosa vuol fare da grande ti risponde: “Il malandro” – così viene chiamato il delinquente che scende dai barrios, le favelas venezuelane, – perché ha la moto e la pistola. C’è chi indica un problema sociale: in Venezuela troppa parte della popolazione non ha un’occupazione, sono vagos (oziosi), una condizione che può dar spazio a comportamenti pericolosi. Problema cui si aggiunge la disintegrazione familiare, con tanti bambini lasciati a loro stessi. E, sullo sfondo, il problema della povertà in cui versa quasi la metà della popolazione, con l’odio sociale che ne deriva.

Quale ne sia la causa, il governo venezuelano non sembra affrontare il problema con il dovuto impegno. Non è stato avviato un piano di disarmo come quello che, a Medellin, portò l’indice delittivo da oltre 180 a meno di 90. Né, nonostante se ne stia parlando ormai da più di un anno, si sta portando avanti una decisa ristrutturazione della polizia, che allontani gli elementi corrotti. Ricordiamo che dietro gli omicidi di Filippo Sindoni, dell’italovenezuelana Rosina Di Brino, del fratelli Faddoul – un caso che ha sconvolto il Venezuela – erano coinvolti poliziotti. Perché questa inerzia? “E’ un problema così grande che non sanno come affrontarlo”, dice una fonte diplomatica. “Il governo non disarma le bande perché alcune di queste sono sue alleate”, dice un giornalista dei quotidiani borghesi.

C’è da dire che anche nello Zulia, governato dal candidato anti-Chávez Rosales, le cose vanno di male in peggio; anche perché la polizia regionale, alle dirette dipendenze del governatore, è tra i corpi di polizia più corrotti del Venezuela. Qui, come in tutta la zona a ridosso della frontiera della Colombia, impazza il flagello dei sequestri: 47 nel solo Zulia, 161 in tutto il Venezuela (ma quelli mai denunciati sono almeno altrettanti), stando solo al 2007, secondo i dati prodotti dalla Fedenaga, l’associazione che riunisce gli allevatori del Paese, di gran lunga la categoria più colpita da questo reato. La comunità italiana, di quelle straniere, è stata la più colpita con 17 sequestri. Il fenomeno, con un numero di casi quadruplicato dal 1998 al 2006, è definitivamente scappato di mano alle autorità, incapaci – dicono gli allevatori – di esercitare un minimo di controllo del territorio, lasciato alle scorribande di guerriglia e paramilitari (dalla Colombia) e della criminalità comune, unitasi al “negocio” dei sequestri dopo aver visto la sua remunerabilità. Negli stati di frontiera, la vita è ben difficile; qui vige il reato della cosiddetta vacuna, letteralmente “vaccino”: si paga la malavita affinché non si abbiano sequestri in famiglia. “Nello stato Apure o nel Táchira sono terrorizzati – ci racconta un giornalista venezolano, – a chiunque faccia domande sui sequestri non dicono nulla. E’ che lì non sai se persino il tuo collega d’ufficio faccia parte o meno di una banda dedita al sequestro”.

Al Parlamento venezuelano è in discussione una legge organica sulla sicurezza, che prevede, oltre alla razionalizzazione dei corpi di polizia, l’introduzione, su suggerimento dell’Italia, del blocco dei beni in caso di sequestro. Un’ipotesi che Fedenaga guarda con terrore: “Qui non funzionerebbe. In Italia ha avuto successo perché c’erano delle istituzioni che funzionavano, dalla polizia alla magistratura. Qui metterebbe a rischio la vita degli ostaggi e fallirebbe, come già ha fallito in Colombia”.

 

31/08/2007

Magiche valigette e videogiochi..

Dal reale al virtuale. Lo scandalo della valigia venezuelana diventa videogioco e fa subito discutere. Per giocare è sufficiente andare sul sito di DiosNosLibre.com che in italiano sta per “Dio ce ne liberi”. Ma per capire a che gioco si giocherà agli appassionati del virtuale converrà tornare, anche se per pochi istanti, alla realtà. Il videogame si ispira infatti allo scandalo della valigetta, del 4 agosto scorso (il giorno precedente la visita ufficiale di Chavez a Kirchner), quando su un aereo privato partito dal Venezuela e affittato da Enarsa, l’azienda statale argentina dell’energia, viaggiavano 8 persone. Tutte molto importanti, 5 venezuelani dirigenti della PDVSA e 3 argentini, tra cui Claudio Uberti, il direttore dell’organo di controllo delle opere pubbliche argentine considerato vicinissimo al ministro delle infrastrutture De Vito e incaricato dal presidente Néstor Kirchner di “stringere i rapporti con la repubblica bolivariana di Venezuela”, come si leggeva sino a pochi giorni fa sul sito della presidenza argentina. Una delle 8 persone, il venezuelano Guido Alejandro Antonini Wilson, è però stata bloccata alla dogana di entrata in Argentina con 800mila dollari in contanti nella valigia.
Soldi naturalmente sequestrati, ma la cosa paradossale è che, in base alle testimonianze dei poliziotti, dopo aver cercato di corromperli dicendo di essere con la delegazione che anticipava Chavez, Wilson non è stato arrestato. Anzi, ha proseguito con il presidente del Venezuela nel suo tour in Uruguay… Per questo, dopo lo scandalo, il capo di Gabinetto argentino, Alberto Fernández, ha suggerito che in realtà fosse dell’Uruguay la meta degli 800mila dollari.
Nel videogioco online, il cui titolo è tutto un programma, “Dal Venezuela con amore”, i presidenti di Argentina (Kirchner) e Uruguay (Tabaré Vasquez) cercano sino all’ultimo di liberarsi del compromettente “regalo”. Colui che rimarrà con la valigia in mano perde e viene spernacchiato sui rispettivi giornali, l’argentino “El Clarinete” e l’uruguayano “El Paisito”, parodie rispettivamente de
El Clarín e El País. Il presidente venezuelano Hugo Rafael Chávez Frías, dal canto suo, si limita a lanciare come un giocatore di baseball la compromettente valigia… Per fortuna è solo un gioco, ma la realtà, come in questo caso, supera la finzione.

30/08/2007

Raul, fratello di Fidel visita l'Argentario Golf resort
Appassionato di golf Raul Castro si è concesso le 18 buche a Porto Ercole.

Notizia che può sconfinare nel gossip ma sicuramente curiosa. Raul Castro, 76 anni e grande appassionato di golf, negli ultimi mese è l'autentico reggente di Cuba a causa delle condizioni di salute del fratello Fidel. Raul ha visitato nella prima settimana di agosto l'Argentario Golf resort a Posto Ercole, in provincia di Grosseto, uno dei più esclusivi campi di golf in Italia. A bordo di un elicottero Castro ha visitato le 18 buche dell'Argentario, per poi visitare le terre intorno alla laguna di Orbetello.

 

26/08/2007

Psycho........

CARACAS - Dopo aver cambiato il tempo, spostando in avanti di mezz'ora le lancette dell'orologio, ora il presidente venezuelano Hugo Chavez vuole cambiare anche il nome della capitale. Caracas dovrebbe diventare - secondo la sua proposta di modifica della Costituzioen - Cuna de Bolivar y Reina del Guaraira Repano, vale a dire Culla di Bolivar e Regina del Mare fatto Terra. Un nome legato alla tradizione, un po' lungo forse ma che fra la gente ha suscitato sorpresa e dibattito. Nel complesso Chavez ha proposto 33 modifiche del testo costituzionale, fra cui appunto una riguardante l'art. 18 del testo costituzionale: "Una legge speciale stabilirà l'unità politico-territoriale della città di Caracas, che si chiamerà la Cuna de Bolivar y Reina del Guaraira Repano (Culla di Bolivar e Regina del Mare fatto Terra)".

Spiegando la sua idea, il capo dello Stato venezuelano ha detto che aveva pensato di cambiare il luogo fisico della capitale, ma "Caracas è Caracas - ha osservato enfaticamente - é il luogo dove è nato Bolivar, e la capitale deve restare qui". Per quanto riguarda poi il referendum di dicembre sul pacchetto di riforme, che prevede anche un numero illimitato di mandati presidenziali e la settimana lavorativa di 36 ore,Chavez ha assicurato che "annienteremo di nuovo l'opposizione anti-patria in questa nuova battaglia per l'instaurazione dello Stato socialista". Sotto la presidenza Chavez di modifiche all'immagine del Venezuela ne sono state apportate molte: il nome di Repubblica bolivariana; la posizione della testa del cavallo (che prima guardava a destra ed ora a sinistra, ndr.) nello stemma nazionale e l'aggiunta di una ottava stella nella bandiera. Scelte criticate, ma alla fine accettate. Non sembra essere invece così per il nome di Caracas, ed il quotidiano El Universal ha citato l'umorista Claudio Nazoa, per il quale con questo annuncio "sembra di entrare nella favola di Alice nel Paese delle Meraviglie, dove nulla è vero, tutte le cose buone sono una bugie, e quelle cattive, verità".

Per quanto riguarda il riferimento al Guaraira Repano (Mare fatto Terra), vuole la tradizione che nei tempi antichi la zona di Caracas fosse una pianura. Un giorno le tribù che la abitavano offesero la Dea del Mare che mandò una onda gigante.Ma tutta la gente si inginocchiò e chiese perdono, per cui l'onda si trasformò all'ultimo momento nella montagna che oggi si vede. E' contrario alla proposta anche l'artista Pedro Leon Zapata,per il quale "nessuno degli abitanti di Caracas vorrà cambiare il nome della città", mentre l'intellettuale Nicomedes Febres si chiede: "E alla fine come si chiameranno gli abitanti della capitale? Cuneros?". Infine, la proposta ha ricevuto critiche anche da sinistra. In un intervento sul sito Internet filo-Chavez, Aporrea, NIcmer Evans sostiene: "La proposta è incoerente con i principi anti-imperialisti che implicano il superamento della monarchia come sistema politico". Per cui "bisognerebbe chiamarla magari 'Figlia (e non regina) del Guaraira Repano''.

 

23/08/2007

La mezzora rivoluzionaria...

CARACAS - In Venezuela non esiste l'ora legale, ma dall'anno prossimo ci sarà una nuova ora ufficiale: il presidente Hugo Chavez ha deciso di spostare le lancette dell'orologio di mezz'ora in avanti a partire dal prossimo primo gennaio, recuperando così 30 minuti di scarto rispetto al meridiano di Greenwich, attualmente spostato di quattro ore. In pratica, la giornata venezuelana diverrà più lunga, permettendo alla 'Nuova Rivoluzione Bolivariana' avviata nove anni fa, di avere più tempo utile a disposizione per progredire.

L'annuncio del bizzarro provvedimento è stato dato dallo stesso Chavez nel corso di un torrenziale e non sempre lucidissimo soliloquio in diretta, della durata di ben sette ore, coinciso con la trasmissione del programma 'Alo, Presidente!' alla radio nazionale. A far da spettatore, e da occasionale interlocutore, il solo ministro per la Scienza e la Tecnologia, Hector Navarro.

Il leader di Caracas non ha fornito indicazioni approfondite per giustificare il mutamento di orario, se non uno sbrigativo: "E' una questione di metabolismo, il cervello umano è condizionato dalla luce solare". Navarro a sua volta ha giustificato la trovata del presidente spiegando che la maggiore durata del tempo diurno "agevolerà tutti i venezuelani, nel lavoro e nello studio".

Chavez si è quindi ripreso la parola, precisando che la Legge sulla Meteorologia sarà emendata di conseguenza per essere uniformata alla novità: non è tuttavia chiaro se, grazie a essa, il Paese sud-americano subirà anche un trasloco sulla mappa dei fusi orari.

23/08/2007

Come previsto anche il presidente Morales assaggiando il potere ha perso l'anima per strada....

LA PAZ - La possibilità che anche in Bolivia, come sta avvenendo in Venezuela, la nuova Costituzione preveda una rielezione senza limiti del presidente della repubblica ha aggiunto un nuovo argomento alla tensione già forte fra governo e opposizione.

Di nuovo oggi, come era già avvenuto ieri, la Camera è stata sede di uno scontro fisico fra deputati di Podemos (la coalizione di opposizione di centro-destra) e del Movimento al socialismo (Mas) del presidente Evo Morales, innescato dalla volontà di questi ultimi di sospendere quattro giudici del tribunale costituzionale.

I membri di Podemos hanno occupato fisicamente la presidenza della Camera e questo ha generato una risposta del gruppo del Mas. Sono volati spintoni, calci e pugni e la calma è ritornata solo quando nell'aula è entrata la polizia.

Per quanto riguarda invece il progetto di rielezione, il leader dell'opposizione Jorge Quiroga ha accusato Morales di voler occupare per sempre il potere, proprio come cerca di fare a suo avviso in Venezuela, Hugo Chavez.

Da parte sua il ministro dell'Interno, Alfredo Rada Velez, ha replicato che Podemos sta facendo crescere artificiosamente la polemica sulla questione della rielezione che per il governo "non è prioritaria rispetto ad altre più importanti", come il nuovo regime agrario, la nuova regolamentazione dello sfruttamento delle risorse non rinnovabili, la nazionalizzazione degli idrocarburi e il nuovo regime di autonomia dipartimentale e delle popolazioni indigene.

Certamente, ha concluso Rada, "i conservatori temono la rielezione perché in fondo temono che un governo dalle caratteristiche fortemente trasformatrici come quello di Evo Morales possa vedere confermato il consenso nei suoi confronti attraverso il voto".

19/08/2007

Compagni che sbavano per Chavez.

Non è colpa loro. E' che tanti compagnucci italiani non riescono a stare un giorno senza applaudire un dittatore. Vanno in crisi d'astinenza. Così, moribondo Fidel Castro, hanno già trovato con chi sostituirlo. Hugo Chávez, ovviamente, che del macellaio cubano è sodale ed erede politico. A Chávez perdonano tutto, compreso il giro di vite che ha dato alla libertà d'espressione, ai diritti dell'opposizione e che presto darà alla Costituzione, facendosi nominare capo a vita del governo venezuelano . Il senso di schifo dei moderati del centrosinistra è bene espresso da questo commento sulla prima pagina odierna di Europa, il quotidiano della Margherita. Commento che qui si sottoscrive in toto.
L’ha fatta grossa, il caudillo venezuelano, con una specie di golpe costituzionale che gli assicura sostanzialmente un mandato presidenziale a vita: per decidere che l’Italia era ormai un regime avevamo aspettato molto meno, negli ultimi anni.
Qui su Europa non amiamo impiccare persone e partiti alle loro simpatie internazionali, gioco del quale fin troppo strumentalmente è stato vittima il Partito democratico ancora in culla.
Sono stati però i giornali comunisti – compreso il manifesto, una volta esigente con le sinistre sul piano della democrazia, e ancora in questa occasione decisamente simpatizzante con il sedicente erede di Bolivar – a scegliere Caracas come la nuova Avana, la capitale di ogni possibile fronte comune contro il capitalismo e l’America.
A Rifondazione e anche a coloro che nel Pd considerano l’alleanza con questo partito non solo necessaria, ma indiscutibile, vorremo chiedere adesso: come la mettiamo con Chávez? L’antiamericanismo genetico si spinge fino a giustificare anche quest’ultima scivolata del Venezuela verso la dittatura? Non avete nulla da ridire sul fatto che in questo percorso Chávez si ritrovi sempre più spesso con l’iraniano Ahmadinejad?

Fausto Carioti

 

18/08/2007

Chavez dittatore per l'eternità.

Carica di presidente rinnovabile senza limiti, sostituzione dell’economia di mercato con il socialismo delle cooperative, fine dell’autonomia della Banca Centrale e creazione di una potente milizia paramilitare: sono le riforme che il presidente venezuelano, Hugo Chavez, ha illustrato al Parlamento di Caracas prospettando una «marcia verso il socialismo del XXI secolo».
L’architrave della modifica della Costituzione è il cambiamento dell’attuale articolo 230 che stabilisce per il presidente un mandato di sei anni rinnovabile una sola volta: Chavez vuole allungare il mandato a sette anni e renderlo «continuamente rinnovabile», trasformandolo di fatto in una possibile presidenza a vita sul modello di quanto avvenuto a Cuba con Fidel Castro. «La rielezione continua deve essere solo per il presidente e non per altre cariche pubbliche come quelle di sindaco o governatore», ha detto Chavez, negando di volersi «insediare per sempre» perché «i rinnovi dipenderanno da molte variabili». L’intento è demolire le «strutture del vecchio Stato» perché «continuano a impedire lo sviluppo del potere popolare» nonostante il varo della riforma del 1999, voluta sempre da Hugo Chavez che con la Costituzione in vigore dovrebbe lasciare il potere nel 2012.
Le altre modifiche tese ad «avanzare verso il socialismo» preannunciano per il nuovo presidente poteri quasi assoluti. Sul fronte dell’economia l’articolo 115, che oggi garantisce ai cittadini il diritto di «sfruttare, godere e gestire i beni ottenuti con il proprio lavoro», sarà modificato per favorire la «proprietà collettiva o sociale gestita» da cooperative, ponendo anche fine al ruolo dello Stato «per la promozione dell’iniziativa privata». In pratica significa la fine del capitalismo e dell’economia di mercato anche perché sarà possibile procedere a più ampie espropriazioni grazie al venir meno della necessità di ottenere una preventiva autorizzazione del tribunale. Sul fronte della finanza il «Presidente continuo», come alcuni media locali lo hanno subito definito, avrà accesso immediato e incondizionato alla riserve in moneta straniera della Banca Centrale di Caracas che sarà privata dell’autonomia per consentire allo «Stato bolivariano» di avere le risorse necessarie per le «riforme socialiste» con le quali Chavez punta a diventare un modello istituzionale e politico globale, alternativo al capitalismo.
Assieme a potere politico illimitato nel tempo ed economia socialista, il terzo pilastro della riforma chavista è il nuovo assetto delle forze armate che avranno il punto di forza nella «milizia popolare», composta di fedelissimi del presidente e incaricata di vegliare contro la «minaccia dell’invasione americana».
L’impianto della nuova «Magna Carta» è stato presentato al Parlamento assieme a misure economiche tese a raccogliere il rapido consenso dei ceti più poveri della popolazione, come la riduzione dell’orario lavorativo giornaliero da 8 a 6 ore e le facilitazioni per categorie professionali come i guidatori di taxi.
Le regole dell’attuale Costituzione prevedono che le modifiche debbano essere approvate con una triplice lettura parlamentare, con una maggioranza di due terzi, con un successivo referendum popolare confermativo. Per Chavez il sostegno dell’aula appare scontato, visto che tutti i 167 deputati sono chavisti, mentre per trionfare nella consultazione popolare, che potrebbe svolgersi fra dicembre e gennaio, conta sulla mobilitazione in massa dei volontari in camicia rossa. Cilia Flores, presidente del Parlamento, è stata la prima ad assicurare il sostegno a «una riforma che tutto il mondo sta attendendo
».

 

03/08/2007

Braccati dalla dittatura e arrestati due pugili fuggiaschi.

AGM-DS) - Milano, 3 agosto - Guillermo Rigondeaux ed Erisland Lara Santana non avevano ancora lasciato il Brasile. I due pugili cubani, che si erano eclissati il 22 luglio nel corso dei Giochi Panamericani, erano rimasti bloccati dalla caccia che Fidel Castro aveva imposto alle autorita` del paese dal quale sembravano aver preso il volo. Mai in passato una defezione aveva toccato il nervo scoperto del dittatore cubano come la fuga dei due atleti, in particolare del peso gallo Rigondeaux, mito dell’isola e cover politica per dimostrare la bonta` di un sistema, che alla notizia della fuga, subiva uno smacco incancellabile.
Evidentemente, se un doppio campione olimpico (2000 e 2004) iridato nel 2001, vincitore di 244 incontri su 249, aveva deciso di lasciare Cuba, i motivi ci saranno pur stati. Nelle nazioni a statuto democratico, se uno intende cambiare puo` farlo e nessuno lo arresta. Nel paradiso di Fidel Castro l’arresto e` solo la prima tappa, anche fuori dai confini. Che si fosse scatenata una vera frenesia dell’inseguimento, lo si arguiva da molte situazioni che rasentavano l’isterismo. I famigliari e gli amici dei due fuggitivi sono stati subito oggetto di interrogatori e minacce, la polizia e` entrata a gamba tesa per dimostrare chi era il padrone.
Non solo. I canali diplomatici tra Cuba e Brasile si sono colorati di rosso fuoco. Alcuni messaggi da Cuba, avevano il peso del ricatto. Dopo un articolo del dittatore, titolato “Il Brasile sostituisce gli USA”, la replica dimostrava che le minacce stavano sortendo l’effetto. Infatti il successivo intervento di Castro, ancora ricoverato in ospedale ma sempre ricco di grinta, superiore alla realta` dei tempi, dava una chiara anticipazione: “Le autorita` brasiliane hanno fatto sapere che i due dovranno dimostrare la necessita` di chiedere asilo politico. Penso che questi atleti hanno offeso il Brasile e i Giochi Panamericani, utilizzandoli per farsi pubblicita`. Noi ci fidiamo delle autorita` brasiliane, un paese legato da amicizia a quelli dell’America Latina e del Terzo Mondo e noi lo sosterremo in una probabile candidatura olimpica”. Un gioiello ricattatorio.
In realta` la polizia brasiliana ha sempre saputo dove i due si trovavano, ma ha atteso che scadesse il visto di soggiorno per metterli al fresco. Operazione concordata senza sforzo.
Con la solita eleganza di chi sale sul carro della notizia senza conoscerne i particolari, alcuni organi di informazione ha definito i due (che poi sono quattro i fuggiaschi, visto che un giocatore di pallavolo e un tecnico hanno fatto la stessa scelta, ma non contando molto vengono ignorati), dei disertori. Di cosa? Facevano parte di un esercito in guerra e hanno voltato le spalle?
Piuttosto, nel gran polverone alzato da Fidel Castro, siamo in attesa che le migliaia di organizzazioni per la liberta` di ogni tipo, che trovano il tempo e i finanziamenti per salvare le balene e le tartarughe (giustissimo!) alzino un ditino per dire qualcosa i difesa di due atleti che volevano essere liberi di svolgere il loro lavoro a pagamento, come avviene in tutto il mondo. Cuba esclusa.
A questo punto, salvo miracoli dell’ultima ora – Ahmed Oner il procuratore turco che risiede ad Amburgo e che li avrebbe inseriti nella sua scuderia, ha fatto sapere che sta cercando la possibilita` legale, per farli arrivare in Germania - i due pugili dovranno tornare a Cuba e subire chissa` quale punizione per un reato tanto grave. Carriera finita, ci sta anche il carcere e la poverta` assicurata. Prospettive drammatiche: una volta a ‘casa’ il seguito sara` a porte chiuse, come nelle migliori abitudini delle democrazie alla Castro. Che strilla. “A Cuba lottiamo per affermare e creare i valori morali di uno spirito sano in un corpo sano!”.
Belle parole, con un peccato d’origine, quando certi valori vengono imposti di forza, sono violenza pura. Come dimostra la pervicacia di riportare a Cuba i due per fargliela pagare duramente. E la loro voglia di liberta` non conta nulla?
A Cuba nei raduni oceanici volontari per ascoltare le parole del leader maximo non c’e` traccia di no-global, tutti della stessa idea. Una dittatura perfetta. Troppo per essere giusta.
Giuliano Orlando

 

02/08/2007

Le barzellette di Ricardo Alarcón.

Le elezioni generali in Cuba si svolgeranno in totale libertà, senza la pressione che esercitano il denaro, la demagogia o la corruzione, come avviene in altre parti del mondo, scrive sul Granma il presidente del Parlamento, Ricardo Alarcón (nella foto). Possiede un grande senso dell’umorismo il vecchio Alarcón, non c’è che dire. E io sono qui che rido, nemmeno mi avessero raccontato una barzelletta, l’ultima volta che ho riso così tanto è stato sul Malecón insieme al mio amico Paco. “Tu sai come possiamo risollevare l’economia, Alejandro?” dice.

“No” faccio io. Mica lo immagino che è soltanto una barzelletta.

“Semplice. Spediamo Fidel a fare il ministro dell’economia negli Stati Uniti. Tempo poco noi ne usciamo fuori e loro sono nei guai”.

Bella battuta, non c’è che dire, ma quella di Alarcón le supera tutte, non ha rivali, ché a Cuba non c’è demagogia e corruzione, santo Dio, nemmeno ce la faccio a scriverle cazzate così grosse, mi si ferma la penna e non vuole andare avanti, si rifiuta come un somaro ostinato.

Alarcón rincara la dose e dice pure che le elezioni saranno un’altra grande vittoria del popolo, dei suoi ideali socialisti e della vera democrazia. Fonte della notizia il Granma, nota marca di carta igienica cubana, la più usata e a buon mercato, ma a tempo perso pure giornale unico a diffusione capillare, tanto per dire che la democrazia non manca, è proprio una caratteristica della nostra società esemplare. I cubani partecipano a un processo che si caratterizza per la singolarità che ogni cittadino ottiene automaticamente la condizione di elettore, compiendo i sedici anni, ricorda Alarcón. Ma tu guarda, e io mica lo sapevo di avere tutto questo potere tra le mani, sono stato proprio un idiota a non averne approfittato sino a oggi. Non lo so proprio perché mi sono sempre limitato a votare per il candidato che mi consigliavano quelli del comitato di quartiere. Non è necessario realizzare noiose documentazioni, perdere ore per andare da un ufficio all’altro reclamando quel che è un diritto naturale, precisa. E tu guarda come siamo fortunati noi cubani e come abbiamo fatto a non renderci conto di tutta questa fortuna, anche perché siamo un vero esempio di democrazia diretta. Ma lo sapete che milioni di cubani partecipano a decine di migliaia di incontri nei quartieri, dove postulano e decidono coloro che saranno candidati e per i quali voteranno? Non fate quelle facce sorprese, ché siamo noi a decidere, mica il partito comunista, noi proponiamo i candidati che occuperanno la responsabilità di delegati nelle circoscrizioni elettorali del paese. Siamo una società che partecipa davvero e per questo abbiamo debellato demagogia e corruzione, fenomeni sconosciuti per la nostra realtà, collaboriamo con il partito e mica lo deleghiamo, siamo noi che formiamo i quadri dirigenti e che diamo fiducia a chi deve governare.

Ha proprio ragione il vecchio Alarcón e chi parla di dittatura è fuori strada, cari miei. Se non ci credete venite a vedere come si svolgono le famose elezioni cubane per rinnovare assemblee di delegati che recepiscono decisioni prese dal comandante in capo. Venite pure che poi ne riparliamo. Magari se proprio ne dovete scrivere fate bene attenzione, prendete esempio dai veri giornalisti internazionali che copiano il Granma e recepiscono le veline del governo. Veri professionisti che piacciono tanto a Fidel Castro, esempi di correttezza e preparazione culturale, uomini che non si fanno corrompere dall’imperialismo statunitense e neppure dai soldi della Cia. Non commettete l’errore di scrivere le cose che vedete, ché magari dopo vi negano il visto per tornare e vi tocca commentare le elezioni cubane da Miami. Per quel che mi riguarda ho già in tasca il nome del delegato di Toyo che devo votare, ché quando mi vengono a prendere con il torpedone devo essere pronto, non posso sbagliare. A Cuba non ci sono i fenomeni di demagogia e corruzione della vecchia Europa, posto di mafiosi unico al mondo, e neppure i metodi subdoli degli Stati Uniti dove i partiti sono tutti uguali. Qui da noi l’unica cosa che fanno è che dopo controllano come hai votato, ma mica per cattiveria o per sfiducia, vogliono essere sicuri che non hai commesso errori. Dopo tanto lavoro e tanta partecipazione sarebbe proprio un peccato.

Alejandro Torreguitart Ruiz

 

02/08/2007

E no Hugo, questa volta non ci sei riuscito!

CARACAS - Potranno continuare via cavo le trasmissioni della televisione venezuelana Rctv. La Corte suprema ha infatti accolto il ricorso presentato dall'emittente contro la Conatel, l'ente che regola le telecomunicazioni in Venezuela, dopo la decisione del governo di sospendere la licenza alla tv legata all'opposizione. Alcune settimane fa l'emittente e' tornata visibile attraverso le trasmissioni via cavo, ma il Conatel ha chiesto ai suoi responsabili di iscriversi nel Registro degli operatori televisivi nazionali, fissando come termine ultimo le 6 italiane di oggi. Cosa che Marcel Granier, che guida l'emittente, si e' rifiutato di fare motivando il gesto con il fatto che Rctv ha una dimensione non nazionale. La Corte suprema ha accolto il ricorso. (Agr)

 

30/07/2007

Giochi panamericani, atleti rimpatriati per timore diserzioni.

RIO DE JANEIRO - I media brasiliani scrivono che la delegazione cubana ha lasciato ieri sera, su ordine di Fidel Castro, i Giochi panamericani di Rio de Janeiro, che si concludono oggi. La ragione sarebbe da ricercare nella rabbia del lider maximo per i casi di diserzione di atleti avvenuti nei giorni scorsi. (Agr)

 

26/07/2007

Prendi i soldi e scappa....

BOGOTA' - Il narcotrafficante colombiano Hernando Gomez Bustamante, uno dei capi del Cartello 'Norte del Valle', poco prima di essere estradato oggi negli Stati Uniti, ha assicurato che, quand'era agli arresti a Cuba, dove è stato catturato nel 2004, ha dato 50.000 dollari a Diego Maradona, affinché influisse sul governo de L'Avana per evitare che fosse deportato in patria, e che l'ex fuoriclasse "é poi sparito con i soldi".
Lo ha sostenuto nel corso di un'intervista al settimanale 'Semana', che l'ha diffusa oggi mentre il boss, protetto da imponenti misure di sicurezza, ha lasciato il carcere ed è stato imbarcato su un aereo della Dea, l'agenzia antidroga Usa. Gomez Bustamante ha anche assicurato che, mentre era a L'Avana, per evitare di essere deportato in patria, i suoi familiari hanno anche chiesto l'aiuto del Premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez e dei leader dell'Esercito di liberazione nazionale (Eln), il secondo gruppo guerrigliero di sinistra della Colombia. Nonostante ciò, lo scorso febbraio è stato trasferito in un carcere di Bogotà da dove, oggi, è stato estradato negli Usa, dove sarà processato per narcotraffico. Il boss ha ammesso in proposito che "mi infliggeranno una pena di non meno di 20 anni".

 

24/07/2007

Esplulsione dal Venezuela per gli stranieri che non la pensano come il dittatore Chavez.

Monito agli stranieri. Dal suo programma domenicale 'Alò presidente' il leader venezuelano ha chiesto ai ministeri degli Esteri e dell'Interno di espellere dal paese coloro che 'parlano male' del suo governo.“Nessuno straniero può venire nel nostro paese e attaccarci” ha detto una volta in onda, aggiungendo che “chi lo farà sarà espulso”.

Nessun riferimento particolare, nessun nome citato ma è evidente che Chavez possa essere preoccupato da quello che si pensa all'estero sul suo mandato. Manuel Espino, membro del partito messicano Pan (Partido de Accion Nacional) aveva fatto sapere nei giorni scorsi che la tendenza del governo di Caracas è “demagogica, populista e autoritaria e si scaglia contro le libertà e i diritti fondamentali dei cittadini”, scatenando, appunto, la reazione del presidente. Fino a quando permetteremo che qualsiasi persona possa venire nel nostro paese a dirci che qui c'è una dittatura e che il presidente è un tiranno? Ecco questo è proibito a tutti gli stranieri. E questo non è un problema personale ma un problema di dignità nazionale”. La saga politica venezuelana sulla rielezione del presidente durerà ancora molto tempo.
 

24/07/2007

La fuga da Cuba degli sportivi continua.

M-DS - Milano, 24 luglio - Non era mai successo che Fidel CastroAG intervenisse direttamente in occasione della fuga di un atleta da Cuba. In passato, e ormai sono molte centinaia coloro che hanno preferito il vil denaro alla prospettiva di una pacca sulla spalla, il leader caraibico aveva sempre delegato qualche ministro o il portavoce del Comitato de deportes. Quando lo scorso gennaio se la filarono i tre pugili campioni di Atene 2004, Bartelemy, Gamboa e Solis Fonte, sul “Grafico” venne fuori un articolo in cui si invitavano gli USA a scoraggiare queste fughe, non accettando gli atleti. In realta` i tre si sono accomodati in Europa, vivono ad Amburgo e operano per una scuderia turco-tedesca.

Stavolta Castro e` intervenuto di persona e in modo durissimo, accusando gli Stati Uniti, attraverso una dichiarazione ripresa dall’Associated Press: “I pugili cubani sono stati messi a terra da un colpo alla mascella pagato con dollari USA. C’e` una mafia che utilizza raffinate tecniche psicologiche e milioni di dollari per selezionare, acquistare e promuovere la carriera di cubani in competizioni pugilistiche internazionali”.

Parole sconcertanti, difficili da capire e condividere. Fermo restando che la contromossa sarebbe semplice e immediata. Se Cuba aprisse al professionismo tutto il casino cesserebbe, perche` al di fuori e al di sopra dei paroloni usati dal dittatore cubano, c’e` una realta` di fondo incontrovertibile. Gli atleti di alto livello non sono ciechi o sordi. Hai voglia a predicare teorie populiste, sull’ideologia della fatica in nome di principi che la stessa Cina, madre del periodo piu` oscurantista del comunismo del dopoguerra, ha ripudiato. Lo sport cinese e` aperto al professionismo e nessuno se la fugge. Castro tuona e lancia fulmini a salve. Peggio, a boomerang.

La rabbia di Castro nasce dal tradimento dei pugili, che riteneva fedelissimi. Nessuno mette in dubbio che Guillermo Rigondeaux fosse il pugile piu` illustre dell’isola (aveva preso il posto di Stevenson e di Savon) era un esempio e anche uno stimolo. Aveva recentemente festeggiato le cento vittorie consecutive, puntava al terzo oro olimpico, era l’ultimo dei miti ancora in attivita`. Le sue dichiarazioni servivano alla propaganda. Averlo perduto ha fatto perdere le staffe anche a Fidel. Che e` caduto nel tranello della rabbia, cattiva consigliera. Cosa c’entrano le manifestazioni internazionali, quando nessun cubano esule ha mai continuato nel dilettantismo, ma tutti hanno scelto di combattere come “prize-fighter”. Possibile che nessun consigliere lo abbia informato delle scelte post fuga?

Sulla mafia USA, che non manca certo ma ha altro a cui pensare, ha sbagliato bersaglio. Le ultime mete dei fuggiaschi sono quelle europee. Sui milioni di dollari investiti, occorre frenare. Ci sono i campioni ma anche i gregari. Dei pugili che hanno scelto la liberta` meno della meta` era titolata. E costoro non invogliavano nessuno a investire. Non tutti si sono affermati. Molti, dopo l’esperienza iniziale hanno preferito lavorare attorno o fuori dal ring. La differenza stava nel poter disporre della liberta` di scelta, non essere guidati da altri.

Castro che interviene, e` il segno della sconfitta di un sistema, almeno nell’ambito sportivo. Il ritornello dei dollari e` uno slogan che non fa piu` presa. Se dal 1991, anno della prima defezione di un pugile cubano, questo ritornello continua a ripetersi, significa che non c’e` solo la sirena USA, ma la convinzione di una scelta non facile. Spesso dolorosa, perche` tutti hanno dichiarato che il rammarico e` quello di aver lasciato gli affetti, la casa e la famiglia. Perche` Castro o chi per lui, non si leggono le dichiarazioni dei fuggiaschi?

Certo, quando Pedro Carrion, un massimo di 2 metri, nazionale per anni, bravo ma non tanto da diventare un simbolo, decise nel 2003 a 33 anni di are fagotto e andare il Germania a fare il professionista, nessuno se la prese. Meglio levarselo dai piedi. Lo sgarbo di Guillermo Rigondeaux invitto campione, e` stato un colpo al cuore, toccando il nervo scoperto del “leader maximo” che ha perso la pazienza e la misura. Peccato. Nella sconfitta doveva essere piu` dignitoso.

Giuliano Orlando

 

23/06/2007

In Venezuela si sta uccidendo la libertà.

- di Ricky Filosa - Ancora Venezuela. Ancora manifestazioni e scontri. Alcuni studenti che manifestavano pacificamente contro il governo, sono stati attaccati pesantemente dalle forze militari. La situazione in Venezuela è quasi paradossale: gente che ha paura di uscire, o semplicemente di parlare al telefono o inviare una mail, per il timore che possa essere rintracciata, intercettata.
Ma com’è che di queste cose in Italia non se ne parla? Ha scritto bene il nostro Gabriele Polizzi sulle pagine di Italia chiama Italia qualche giorno fa ( Venezuela: perchè nessuno fa niente? ): in Italia nessuno muove un dito, e la stessa cosa sta succedendo in Venezuela, per ciò che riguarda le nostre istituzioni diplomatiche presenti sul territorio.

Che alla maggior parte della gente le cose stiano bene così? Che ci stiano in qualche modo guadagnando? Oppure, ci hanno già guadagnato e ora chi ha fatto i soldi se ne scappa con grossi capitali a Miami, e i poveretti devono rimanere lì a farsi togliere persino la libertà di pensiero, dopo essere rimasti senza mutande?

L’informazione italiana non parla di Hugo Chavez: silenzio assoluto. L’Italia è distante dal Venezuela migliaia di chilometri, ma non solo a livello geografico. Telecamere puntate ancora sull’Afghanistan, l’Iraq ed il caldo Medio-Oriente, mentre dall’altra parte del mondo un intero popolo sta per essere sottomesso, privato di tutto: migliaia di persone hanno perso il lavoro, cioè il loro sostegno economico, la loro dignità. Migliaia di famiglie stanno passando momenti drammatici, in una dimensione surreale nella quale il Venezuela sta galleggiando. Uno dei più importanti Paesi latino-americani è in mano a un dittatore, a uno scalmanato che crede di essere onnipotente, il profeta dei poveri e dei giusti. E poi il primo a commettere abusi è lui. Ne abbiamo visti tanti altri di personaggi simili, la Storia ne è piena. Ma la domanda è: l’informazione, in Venezuela, che fa? I giornali italiani presenti sul territorio, cosa scrivono? Non raccolgono i sentimenti della gente comune? Non denunciano ciò che sta accadendo nel Paese in cui sono presenti da una vita? Cosa c’è sotto? Petrolio? Il solito petrolio che fa scandalo quando si vogliono criticare le scelte di Bush? Interessi economici particolari nella prospettiva della solita redistribuzione delle ricchezze di stampo comunista che ha creato illusioni ai popoli e povertà agli Stati?

Su una cosa sola ci sentiamo di poter indulgere: sulla paura. Il coraggio uno non se lo può dare, diceva il nostro Manzoni, e possiamo comprendere come chi vive dall’interno la situazione, non osi ribellarsi e finga una normalità inesistente, temendo ritorsioni, minacce, ricatti, insomma, quello che avviene ai prodromi delle più abili tirannie.
Me le responsabilità del silenzio sono anche internazionali, e ancor di più italiane, se è vero com’è vero che in Venezuela vivono centinaia di migliaia di nostri connazionali già costretti a sacrifici anche in termini di vite umane.

Basta! Basta tacere sul Venezuela! Chi tace acconsente! Si svegli l’informazione italiana, si sveglino le testate italiane di Caracas e dintorni! Appoggino la libertà d’informazione, di critica, di pensiero, perchè altrimenti la loro sarebbe solo ipocrisia e meschinità, e non sarebbero degni di fare il mestiere che fanno.

C’è da chiedersi se, quando ci sono di mezzo i soldi e gli interessi economici-partitici, tutti non si vendano l’anima al diavolo. E il diavolo questa volta ha il pugno alzato e la camicia rossa.

 

06/06/2007

Fidel Castro riappare dopo mesi di assenza alla televisione cubana.

La trasmissione televisiva registrata e trasmessa dalla Televisone del regime cubano mostra un Castro in discrete condizioni fisiche, ma nelle medesime condizioni mentali di sempre, quaranta minuti di triste monologo ne sono la conferma. Poche settimane fà uno dei suoi comici medici ha dichiarato con aria solenne che Castro vivrà 140 anni e chi non crede che sarà così è solo un pazzo. Une vera fortuna che Fidel Castro ha medici come questo...

 

30/05/2007

Il dissidente cubano Carlos Carralero risponde a Castro e a Michael Moore.

A Cuba, “Se vai in ospedale devi portarti lenzuola, lampadina e persino il filo di sutura. E non ci sono farmaci”

di Paolo Della Sala

Michael Moore è ritornato a Cannes, riproponendo il falso mito della Sanità statunitense che massacra poveri e bambini. Il documentario di Moore si intitola Sicko ed ha già prodotto un risultato: il regista potrebbe essere incriminato per essere entrato illegalmente a Cuba, il Paradiso terrestre che i cantastorie marxisti contrappongono al sistema degli Stati Uniti. A questo proposito abbiamo intervistato un esponente della diaspora cubana in Italia, lo scrittore Carlos Carralero, presidente dell’Unione per la libertà a Cuba. Prima di riferire i suoi commenti, conviene precisare qualcosa sulla sanità Usa. A Washington non ci sono morituri abbandonati nelle strade, come predicano i padroni del welfare italiano. Gli ospedali pubblici forniscono le cure gratuitamente anche a chi non ha la security card. Inoltre già dal 1986 il Congresso dispose l'Emergency Medical Treatment and Active Labor Act, che imponeva anche alle cliniche private di fornire cure di emergenza a tutti, prima del trasferimento nelle strutture pubbliche. Questo vale per gli stessi immigrati clandestini. Inoltre la lungodegenza, che in Italia è abolita, in America è prassi.

Circa 40 milioni di cittadini americani restano fuori dall’assicurazione privata, ma essi sono in larga parte persone giovani che non vogliono spendere per libera scelta. Negli Usa infatti, a differenza dell’Italia, non vige l’obbligo di versare ogni mese dalla busta paga, sani o malati che si sia. Come va invece a Cuba? Secondo Carlos Carralero “la vocazione cubana per la Sanità non è frutto della dittatura castrista, ma proviene da una tradizione secolare. Nel 1878 il medico anglo-cubano Carlos Finley ipotizzò l’origine della febbre gialla. L’urologia è nata a Cuba. Negli anni ’50 Cuba aveva più medici di altri paesi occidentali. Più dell’Italia, più del Regno Unito. Del resto Cuba era all’avanguardia anche per la tecnologia: prima della rivoluzione c’erano 6 canali televisivi, e Cuba è stato il secondo paese al mondo ad adottare il tv color. Uno degli obiettivi di Castro fu colpire l’opinione pubblica mondiale coi miti dello Sport, dell’Istruzione pubblica, della Sanità. Il numero chiuso nelle facoltà di Medicina venne tolto e iniziò il mito della Sanità”.

Ma la realtà è ben diversa: “Se vai in ospedale devi portarti lenzuola, lampadina e persino il filo di sutura. Ma la tragedia è che non ci sono farmaci. Le farmacie non hanno più nemmeno l’Aspirina: si trovano soltanto erbe officinali. Mentre negli USA l’esule Gloria Estefan ha potuto aprire una clinica gratuita per i poveri, a Cuba non ci sono medici specialisti, perché ben 30.000 sono stati inviati in Venezuela e Bolivia. Il Venezuela così si costruisce un nuovo mito della Sanità pubblica, e in cambio invia petrolio a Cuba, che purtroppo viene esportato e venduto all’Estero”. Le mitiche cliniche cubane sono una bufala? “…C’è la Cira Garcia, dove nemmeno i cubani ricchi possono entrare, perché è riservata agli stranieri dotati di dollari. C’è la clinica di Stato Cimed, riservata ai burocrati di partito, dove è stato ricoverato Castro. Ma per i poveri ci sono i vetri rotti delle farmacie con le erbe essiccate. Tra un poco finiranno anche quelle: nelle campagne i contadini non coltivano più la terra. I prodotti devono essere venduti allo Stato per obbligo, e la proprietà è collettiva o infinitesimale. Meglio non zappare, e infatti i primi fornitori di prodotti agroalimentari a Cuba sono gli odiati americani. Belle contraddizioni, no?”.

 

28/05/2007

Chavez: il Ceaucescu venezuelano. Segni particolari: pazzo e tiranno.

Occorre stoppare il despota Hugo Chavez. La chiusura della più antica televisione venezuelano è il segnale di come stia male la democrazia e la libertà di pensiero nel paese.

Enrique è alla guida della vecchia jeep che ci porta verso Punto Fijo, cittadina nel nord ovest venezuelano, non lontana dalla laguna di Maracaibo, la zona petrolifera del nostro paese. Il mio amico guida nervosamente, si dice felice di rivedermi e durante il tragitto mi racconta come la sua famiglia e tutti i suoi parenti stiano vivendo l’attuale situazione venezuelana. Il padre di Enrique è di origini italiane mentre la madre è originaria di Maracaibo. Una vita fatta di piccoli sacrifici e voglia di raggiungere un posto al sole, una piccola azienda per la surgelazione di gamberi e frutti di mare che erano poi distribuiti in tutto il mondo. Un’azienda familiare che funzionava abbastanza bene e che improvvisamente ha conosciuto la crisi più nera. Il governo non permette che si prendano delle iniziative commerciali o quant’altro, qualsiasi piccolo imprenditore è costretto a stare con le mani legate e quindi a chiudere. Gli operai della “Mariscos Centilli” sono rimasti tutti senza lavoro, ognuno di loro ha una famiglia e dei figli, ma a nessuno importa che siano rimasti disoccupati, tanto meno al jefe che invece non fa altro che parlare di socialismo. Enrique guida e parla mentre le ruote del fuoristrada finiscono continuamente nelle numerose buche del manto stradale, sono quasi voragini, all’interno dell’abitacolo i sussulti sono talmente forti che, per non sbattere la testa da qualche parte, si è costretti a viaggiare tenendosi da qualsiasi appiglio disponibile. Sono contento, finalmente respiro di nuovo l’aria del mio paese e sento di nuovo i profumi dei fiori e delle spezie che arrivano alle narici mentre passiamo dai piccoli centri abitati, dove le donne, nell’impossibilità di acquistare carni pregiate e formaggi costosi, friggono i platanos e scaldano i fagioli neri speziati al cumino. Quasi leggendomi nel pensiero Enrique interrompe le mie riflessioni e mi dice: ‘questa gente non soffre per la mancanza di cibo, sono anni che vivono in questa situazione, la cosa peggiore, per loro, è la mancanza di libertà che cominciano ad avvertire, inizialmente avevano creduto alla rivoluzione sociale ma ora si rendono conto che la qualità è peggiorata moltissimo e che non esiste più sicurezza nemmeno di vivere”. Ricordo Enrique da adolescente, sempre allegro e ricco di iniziative, amante della musica e del ballo, sentire ora le sue parole mi intristiscono. In serata arriviamo a casa sua e incontro tutta la famiglia, i ricordi di quando eravamo ragazzi a Caracas, prima del trasferimento a Punto Fijo, ritornano tutti per regalarci qualche ora di serenità. Quando il padre di Enrico parla di Chavez abbassa la voce, come se temesse che anche in casa sua qualcuno lo possa spiare. Sorrido meravigliato per questo e lui, vecchio saggio, mi guarda dritto negli occhi e con la determinazione tipica del meridione italiano, con un linguaggio misto tra spagnolo e napoletano mi dice: “non sorridere, io questi comunisti li ucciderei tutti”. Vengo a conoscenza di fatti che da soli potrebbero riempire le pagine di un libro di suspence e dei thriller più scioccanti, storie di spionaggio e cose che in Venezuela non mi sarei mai aspettato che potessero accadere. Di fronte alla mia riluttanza e incredulità mi mettono sotto al naso la nuova costituzione bolivariana, fresca fresca, progettata dall’attuale governo che, mascherato da socialismo, in realtà nasconde un’anima comunista della peggiore specie. Le prime due leggi che mi vengono agli occhi si occupano del tradimento di pensiero, sono previsti, cioè, fino a sei anni di carcere per chi fa della propaganda contro il governo. Alla faccia della democrazia! Alla faccia di chi ha osato definire la trasformazione del Venezuela un risultato della democrazia più grande dell’America latina. Bugie! Solo bugie. Cosa significa la costituzione bolivariana? Bolivar è morto da tantissimi anni e non sapeva nemmeno cosa fosse la rivoluzione industriale. Improvvisamente pare che Simon e Chavez siano un connubio indissolubile, tanto che le parole di uno vengono confuse con quelle dell’altro e parlare di uno o dell’altro sia la stessa identica cosa. Simon Bolivar diventa incredibilmente un sostenitore di Carlo Marx, mentre Chavez è in realtà il ritorno in carne del libertador. Simon chiedeva, però, la vita e la libertà per la gente, viveva in povertà, mentre il presidente venezuelano vieta il libero pensiero e vive negli sfarzi come un nababboe che spenda milioni e milioni di dollari per pubblicizzare la sua corrente comunista. Un paese libero e sincero come il Venezuela diventa bersaglio di meschini sotterfugi per cancellare la memoria, la storia e la libertà d’espressione. Vengono censurati i libri di storia, le parole in tv, i giornali e non esiste alcuna possibilità di opposizione. I venezuelani all’estero, grazie anche a Internet, denunciano questo stato di cose e non possono rimanere impassibili di fronte alle false affermazioni per cui in Venezuela tutto starebbe andando per il meglio. Sia benedetto l’arrivo di Internet che diventa in questo momento l’unica possibilità d’espressione. Questa rivoluzione non è la nostra, questo è soltanto l’anticamera del comunismo cubano. In Italia si è liberi, non si viene perseguiti legalmente perché non approvi quello che fa il governo, non si va in galera perché dici quel che pensi o sei contrario al governo.

Cosmo de La Fuente

28/05/2007

Chavez ordina di spegnere nel sangue Radio Caracas Television.
 
La protesta dei venezuelani
A Radio Caracas Television, l'emittente  più antica non solo del Venezuela, ma  di tutta l'America Latina, dopo 53 anni di attività non è stata rinnovata la concessione televisiva e al suo posto - sul secondo canale del paese  -  oggi inizierà le trasmissioni una nuova tv statale voluta da Chavez.

Poche ore fa ci sono stati nuovi scontri di piazza a Caracas:  migliaia di manifestanti che protestavano contro la chiusura di Radio Caracas Television sono stati dispersi  dalla polizia con idranti, sfollagente e proiettili di gomma. Undici poliziotti sono rimasti feriti.  Secondo i dirigenti delle forze di sicurezza, alcuni di loro sarebbero stati colpiti da colpi di arma da fuoco. E' stata l'ultima di una serie di manifestazioni che da giorni denunciano "l'attentato alla libertà di espressione" dopo il mancato rinnovo della concessione a Radio Caracas Television che da sempre critica la politica di Hugo Chavez.

Nell'ultimo giorno di programmazione televisiva, i giornalisti e i tecnici del notiziario principale  si sono mostrati imbavagliati e con un cartello che diceva "non vogliono tacere". 

Chavez aveva accusato Radio Caracas Television di aver sostenuto il tentativo di golpe di qualche anno fa. Nella capitale  venezuelana hanno manifestato anche i movimenti vicini al presidente che hanno salutato l'inizio delle trasmissioni di Tves voluta dal governo.

Il ministro delle comunicazioni ha detto che non si tratta di  "una chiusura d'autorità, ma di "una decisione sovrana, espressione delle leggi venezuelane".

Radio Caracas Television non si dà per vinta e prepara il suo ingresso nella Tv via cavo, forte della mobilitazione generale dei partiti di opposizione e della  solidarieta' di ampi settori politici e giornalistici a livello internazionale

 

18/05/2007

L'Italia sta con gli anticastristi.

I radicali pungolano il governo su Cuba, i comunisti reagiscono con sdegno. Alla fine l'esecutivo,per bocca del sottosegretario agli Esteri per i Diritti umani, Gianni Vernetti, della Margherita, annuncia l'adesione all'ordine del giorno che impegnerà la nostra ambasciata a Cuba ad aiutare i dissidenti. «Ame sembra sensato.Su Cuba — ha spiegato Vernetti a il Giornale — esiste una sorta di mitologia,ma purtroppo stiamo parlando di una grande prigione». L'ennesima frizione nella maggioranza è iniziata lunedì scorso alla Camera. Sergio D'Elia e Bruno Mellano, della Rosa nel Pugno, hanno presentato un ordine del giorno, senza se e senza ma, nel contesto della discussione sul disegno di legge di ratifica della Convenzione consolare con la Repubblica di Cuba. L'ordine del giorno «impegna il governo a sostenere l'opposizione democratica al regime
di Castro». I due esponenti radicali chiedono espressamente all'esecutivo di Romano Prodi di «aprire l'ambasciata italiana a Cuba ai rappresentanti della società civile cubana consentendo loro di usufruire di alcuni servizi, come ad esempio l'accesso a internet, che a Cuba è strettamente controllato»
Inoltre i radicali vogliono che il governo sostenga in sede europea il principio secondo cui «il miglioramento delle relazioni politiche ed economiche nei confronti di Cuba sia strettamente legato al rispetto dei diritti umani fondamentali, a partire dalla liberazione dei prigionieri politici ancora detenuti nelle carceri cuibane». A giugno è previsto a Bruxelles un riesame dei rapporti dell'Europa con l'isola ribelle e alcuni Paesi, come la Repubblica ceca e altri dell'Est, che conoscono bene il regime comunista di Castro, si sono già schierati su posizioni molto ferme, dichiaro appoggio ai dissidenti e di condanna del regime. Contro la proposta radicale è insorto Jacopo Venier, responsabile delle politiche internazionali del Pdci, che sul proprio sito espone
le foto della sua missione a Cuba in occasione dell'ottantesimo compleanno di Fidel, come «le immagini più belle». «L'ipocrisia con cui si affronta questa discussione nasconde una preclusione ideologica nei confronti di un'esperienza, quella di Cuba, in cui si possono trovare tanti e grandissimi difetti, ma che ha alla sua base un umanesimo e un rispetto dei diritti fondamentali delle persone», ha replicato in aula Venier. I comunisti italiani vedono come fumo negli occhi laproposta di aprire le porte dell'ambasciata ai dissidenti aiutando concretamente l'opposizione deinocratica contro la dittatura di Castro.Secondo Venier, che in aula faceva un parallelo con la situazione dello Yemen, Paese con il quale l'Italia deve pure ratificare degli accordi, chiedere maggiore democrazia
a Cuba «è una discussione falsata (...) che nulla ha a che fare con la promozione dei diritti umani,ma, come sempre, si fa riferimento a un doppio standard».
Il giorno dopo il battibecco alla Camera i radicali hanno organizzato la «Terza conferenza internazionale sui diritti sindacali e la responsabilità sociale delle imprese a Cuba», con una sfilza di ospiti dall'America Latina. All'iniziativa ha aderito solo la Cisl, fra i sindacati italiani, ma il comunicato finale chiede al governo di Castro di liberare sette sindacalisti e garantire la libertà a Cuba. In quest'occasione ha preso la parola Vernetti, che ha la delega per i Diritti umani. Vernetti ha annunciato che il governo appoggerà l'ordine del giorno su Cuba dei radicali in favore dei dissidenti. «A me sembra sensato: su Cuba — ha spiegato Vernetti al Giornale— esiste una sorta di mitologia, ma purtroppo stiamo parlando di una grande prigione, di una dittatura nella quale accanto alle belle spiagge e un significativo turismo si celano la mancanza più totaledi libertà individuale, gli arresti arbitrari e centinaia di detenuti politici».

Il sottosegretario Vernetti: «Una scelta sensata, Cuba è una grande prigione» Il governo accoglie una proposta dei radicali Rivolta a sinistra

 

12/05/2007

Antúnez è libero.

Jorge Luis García Pérez Antúnez, conosciuto tra i dissidenti cubani come il Diamante Nero, è stato scarcerato e Gullermo Fariñas Hernández, giornalista indipendente di Cubanacán Press, ne ha approfittato per intervistarlo. Nel corso di un pacato colloquio, a tratti nostalgico e commovente, Antúnez ha detto di essere stato incarcerato il 15 marzo del 1990, accusato di propaganda nemica e successivamente condannato a cinque anni di reclusione, per aver espresso opinioni politiche divergenti da quelle governative. Antúnez in realtà è stato recluso per oltre diciassette anni, perché il regime di Castro ha inventato a suo carico reati più gravi, cercando di far perdere al dissidente la qualifica di prigioniero di coscienza nei confronti di Amnesty International. Il prigioniero politico dimostra grande integrità morale. «Non mi pento delle mie scelte, perché ho sempre lottato per la libertà della mia patria e contro il totalitarismo che la opprime da quasi cinquant’anni» sostiene. Antúnez ha scritto La vida en la prisión Kilo - 8 e Boitel Vive e sta lavorando a un terzo libro dove racconta l’esperienza tra le sbarre. «Voglio raccontare tutte le crudeltà e le operazioni di genocidio delle quali sono stato testimone privilegiato» afferma. Antúnez è il coordinatore dei prigionieri politici Pedro Luis Boitel e si propone di denunciare tutte le atrocità del regime castrista. Lo scopo di questa organizzazione è la lotta al castrismo che secondo Antúnez deve essere svolta dentro Cuba e non da un comodo esilio. «Rispetto chi non sopporta la galera e sceglie la strada dell’esilio ma non è il mio caso. Io resto qui per lottare contro chi ci opprime» dice.Il Diamante Nero non ha usurpato il soprannome e proprio come un diamante non c’è niente che lo possa rompere o scalfire, prosegue nella lotta nonostante gli anni di carcere duro e le privazioni, pensa alla salute fisica dei prigionieri politici e non alle sue condizioni personali, combatte e invita a lottare per rendere Cuba finalmente democratica. Antúnez è un esempio per tutti, soprattutto per le decine di migliaia di cubani che vivono comodamente all’estero e si astengono dal prendere posizione politica perché temono di non poter fare ritorno in patria. Per cambiare le cose occorre rischiare…È importante anche leggere la trascrizione di un discorso di Antúnez pronunciato in un programma di Radio Agenda Cuba (agendacuba.org) dove afferma che nell’isola la tortura è una pratica quotidiana. Antúnez dice che i prigionieri politici sono ben visti dai prigionieri comuni e ogni giorno si verifica una solidarietà impensabile dentro il carcere dove le idee anticastriste sono molto diffuse. Antúnez invita a una lotta unitaria contro il regime e a superare ogni divisione per portare la democrazia a Cuba. È importante far sapere all’esterno che sono molti i prigionieri politici nelle carceri di Fidel Castro e che si finisce in galera soltanto per aver espresso opinioni politiche difformi da quelle del regime. Antúnez smentisce Mariela Castro e afferma che le Umap furono strumenti di tortura per antisociali, gay, religiosi e dissidenti, ma aggiunge che nella società comunista tutto è tortura e che in carcere i trattamenti disumani nei confronti dei prigionieri politici sono all’ordine del giorno. Antúnez è stato vittima per anni di un sistematico annullamento personale da parte del regime, soltanto la vicinanza spirituale della sorella Berta lo ha aiutato nella lotta e gli ha fatto superare momenti difficili. Il marito della sorella, Alejandro García Sardiñas, è un’altra persona che combatte a fianco dei dissidenti e cerca di far conoscere all’esterno la situazione politica cubana. «I cubani stanno acquisendo una nuova mentalità politica e comprendono la situazione delicata che sta attraversando la loro patria. Tutti sanno che è necessario arrivare prima possibile a una Cuba democratica e io sono disposto a continuare a lottare per questo risultato anche dietro alle sbarre» ha detto Antúnez. Il dissidente chiede l’attenzione della comunità internazionale sui prigionieri politici cubani e auspica un movimento di opinione che possa forzare la mano alla dittatura e contribuire alla scarcerazione incondizionata di tutti i prigionieri per motivi di coscienza. Antúnez ha scritto Boitel Vive, un libro importante sulla condizione dei prigionieri politici cubani, ma purtroppo la sua diffusione sull’isola è ostacolata dal regime. Le Biblioteche Indipendenti ne possiedono copia, ma è un reato prestare il libro e tenerlo in catalogo, senza contare che l’eventuale lettore rischia molti anni di reclusione. Boitel Vive sarebbe un libro interessante da tradurre e rendere fruibile anche in lingua italiana. Mi propongo come editore.

Gordiano Lupi

 

11/05/2007

Ci si mette anche  Michael Moor.

 

Tra chi legge questo blog ci sarà sicuramente anche chi considera il sottoscritto nel migliore dei casi un filo americano, nel peggiore un fascista, visto che per gli adoratori di Fidel Castro qualsiasi critica alla dittatura cubana significa essere immediatamente e senza alcun dubbio essere additato come “fascista”. Come se le carceri e le torture contro i dissidenti non siano mai esistite, come se le fucilazioni di migliaia di cubani siano tutte una favola di natale ecc..ecc. Oggi ho trovato tra le notizie quella che il regista anti americano (ma libero di esserlo proprio perché americano) Michael Moore è sotto inchiesta dal governo del suo paese per aver condotto a cuba un gruppo statunitensi che si sono ammalati durante i primi giorni di lavoro nel malsano ambiente di groun zero dopo l’attentato alle torri gemelle a farsi “curare” in una clinica che il regime riserva agli stranieri. Il fatto risale al gennaio scorso e i problemi legali sono legati all'embargo turistico deciso dal governo statunitense e alle procedure non rispettate, ma il problema non è per quanto mi riguarda questo. Ovviamente gli stranieri che vanno a cuba nelle cliniche a farsi curare dovrebbero pagare salatamene le cure mediche, a meno che non vengano da paesi poveri verso i quali il regime ha in atto le solite politiche di propaganda ed espansione politica tramite assistenza sanitaria gratuita, e anche questi non hanno diritto a tutti i tipi di terapie. Ma figuriamoci l’accoglienza che il signor Moor, con a seguito telecamere e malati statunitensi scontenti del sistema sanitario del loro paese ha avuto a Cuba!, sicuramente il regime gli ha offerto il meglio che poteva, una ghiotta possibilità di farsi propaganda come quella non capita tutti i giorni, molto probabilmente non gli hanno fatto pagare neppure la coca cola. Adesso io faccio delle riflessioni banali, almeno per me, lo scopo di portare 10 statunitensi a Cuba in ospedali per turisti dove pagando bene o male si possono avere cure mediche che senso ha? Cosa si vuole dimostrare? Che il sistema sociale e medico statunitense sia imperfetto e abbia delle assurde lacune per chi non ha i mezzi economici per curarsi o avere coperture assicurative adeguate lo sappiamo tutti, e a noi abituati col nostro sistema sanitario che è una specie di paradiso sulla terra  pur con tutti i suoi difetti sembra ancora più crudele, ma portare 10 malati a Cuba durante le riprese di un documentario contro il governo usa e il suo sistema sanitario a me sembra un vero insulto per i cubani e all'intelligenza in generale. Il documentario è intitolato 'SickO' e uscirà presto in Europa e Stati Uniti, farà la gioia degli anti americani naturalmente, farà apparire il sistema sanitario americano come disumano e inetto ancora più della realtà sicuramente, ma io che parlo non per sentito dire , ma perché a cuba in quelle cliniche ci sono stato e so quanto costa farsi curare non accetto di essere preso per i fondelli, a Cuba in quelle cliniche vengono effettuate terapie con farmaci spesso vietati nei paesi dai quali provengono i pazienti e che vengono venduti a prezzi non esattamente alla portata di tutti, tempo fa sono andato ad accompagnare in una di queste fantastiche cliniche un mio amico malato per chiedere informazioni sul costo di una cura con un raro farmaco in europa non vendibile perchè proibito (perchè credo estratto da embrione umano), ogni flacone aveva un prezzo esagerato, giustificato semplicemente dal fatto che Cuba è uno dei pochi paesi dove si produce quel farmaco, e parlando con i pazienti, rigorosamente tutti stranieri ovviamente, nella sala d’attesa di quella clinica ho appreso che per un ciclo completo di cura e di visite di controllo c’era chi aveva già speso migliaia di euro. Quindi la favola che uno và a Cuba e lo curano amorevolmente gratis è una balla colossale,  fosse così facile sarebbe bello, anche io ci andrei, ma purtroppo la realtà è molto diversa. Ho comprato farmaci di vario tipo anche nelle farmacie per turisti dove si trovano quasi tutti i farmaci, quelle dove si può entrare solo col passaporto straniero (e dove fuori le mamme cubane spesso vi supplicano per farsi comprare i medicinali per i loro bambini) e vi assicuro che i prezzi sono quelli delle nostre farmacie, ne più né meno. Tra l'altro uno sciroppo per la tosse può costare anche l'intero stipendio di un cubano. Quello del signor Moor è un passo falso colossale, evidentemente il signor Moor non sa o finge di non sapere che nelle farmacie per cubani non c’è niente negli scaffali, spesso neppure l’acool denaturato e neppure le aspirine, e che spesso i farmacisti cubani somministrano erbe medicinali al posto dei farmaci che non hanno e non perché presi dalla moda dell’erboristeria. Cosa spinge Moor a fare questo tipo di operazioni? Fa il furbo e per vendere i suoi film documentario? finge di non sapere o non sa come stanno le cose? Io preferisco credere che non sappia, anche se una vocina dentro mi dice che forse sa benissimo e che ha scoperto un ottimo business in questo tipo di operazioni commerciali, nella stessa pagina della notizia del suo viaggio a Cuba per le cure mediche ai 10 malati leggo un’altra  notizia interesante per capire l'uomo, un reduce della guerra in Iraq ha denunciato il signor Moor chiedendo decine di milioni di dollari di risarcimento, l’uomo ha perso le braccia in un incidente durante la manutenzione di un elicottero al quale è esploso un pneumatico, il signor Moor ha estratto uno spezzone di una sua intervista alla rete televisiva NBC, facendo intuire che avesse perso gli arti in combattimento e facendo credere che il 33enne soldato della guardia nazionale avesse rancore contro il suo governo e criticasse la guerra in corso estrapolando parte dell'intervista. La realtà era diversa, questa è la notizia: /“Un veterano che ha perso entrambe le braccia nella guerra in Iraq ha denunciato il regista Michael Moore chiedendo un risarcimento danni per 85 milioni di dollari. Moore avrebbe usato senza permesso una sua intervista nel film anti-Bush, "Fahrenheit 9/11". Il motivo della querela è da imputare alla perdita di "reputazione, stress emozionale, imbarazzo e umiliazione" che il sergente Peter Damon avrebbe subito. Damon, 33enne che faceva parte della Guardia Nazionale, accusa Moore di aver usato lo spezzone di una sua intervista rilasciata alla Nbc senza alcun permesso. Il sergente ha perso le braccia nello scoppio di un pneumatico su un elicottero Black Hawk durante un intervento di manutenzione. Nella sua intervista Damon rispondeva ad una domanda su un nuovo tipo di tranquillante usato dall'esercito americano sui soldati feriti. Dallo stralcio preso da Moore si intuisce che Damon criticava l'intervento degli Stati Uniti in Iraq quando in realtà stava parlando del dolore provato in quei momenti. Il regista non ha ancora risposto alla querela tanto che gli avvocati di Damon non sono riusciti a contattarlo e hanno dovuto lasciare un messaggio nella sua segreteria telefonica”/.  Se il signor Moor pensa di essere così furbo da diventare milionario producendo i suoi documentari così, facendo ricorso a questo tipo di facili inganni può stare tranquillo che io non andrò mai a vedere i suoi film-documentario, di furbi è già pieno il mondo. A me che il sistema sanitario cubano funziona non me la dà a bere, chi vuol crederci lo faccia pure, ma vada a Cuba a farsi curare se lo crede davvero.

 

08/05/2007

Le fughe da Cuba, una triste realtà dall'inizio della dittatura.

Quando accadono fatti simili non c’è molto da commentare. Si tratta dell’ultimo tentativo di fuga da Cuba in ordine di tempo, ma sappiamo bene che non sarà l’ultimo. Un regime assoluto, retto con sistemi dittatoriali e da Stato di polizia, genera malcontento e disperazione, soprattutto quando non è in grado di garantire la sussistenza della popolazione. Siamo già preparati ad ascoltare le solite affermazioni di chi si arrampicherà sugli specchi pur di dimostrare che la fuga delle reclute è stata finanziata dalla CIA e che i militari sono dei controrivoluzionari. La verità, purtroppo, è sempre la stessa. Si tratta di fughe tentate da persone che non hanno niente da perdere e che mettono in conto persino di poter morire per tentare una rocambolesca avventura. Certo, dispiace dover registrare uno scontro a fuoco che produce due vittime, un colonnello dell’esercito e un disperato, ma per noi sono morti che hanno lo stesso valore e non ci sono eroi della rivoluzione da celebrare. Cuba sta attraversando un momento difficile, forse uno dei peggiori del periodo speciale, soprattutto perché è venuta a mancare la guida carismatica di Fidel Castro. L’appuntamento con la sua nuova comparsa in pubblico è stato rimandato e il primo maggio abbiamo visto soltanto Raúl, sempre più in imbarazzo in un ruolo che non può rivestire per evidenti limiti di personalità e autorevolezza. Il partito comunista cubano, vero successore del potere assoluto di un caudillo come Fidel, dovrà presto dividere i compiti di governo tra i suoi esponenti di spicco. La speranza è che si vada verso un’apertura al libero mercato, anche se sotto il controllo del governo. I cubani devono poter vedere il frutto del loro lavoro e guadagnare il denaro che serve per sopravvivere senza ricorrere al furto e alla truffa generalizzata. Le fughe verso la libertà e un vagheggiato paradiso (che a Miami non esiste ma i cubani non lo sanno) possono finire soltanto facendo capire che Cuba vuol voltare pagina e intende garantire a tutti libertà di espressione e partecipazione alla vita pubblica. La democrazia non è il migliore dei governi possibili ma è pur sempre la forma meno imperfetta per esercitare il potere. Cuba deve crescere sotto il profilo del rispetto dei diritti umani e della tutela di ogni elementare garanzia di libertà. Sappiamo bene che non ci sono molte speranze che venga realizzata questa ricetta per far cessare le fughe e che domani tutto verrà sommerso dalla retorica di regime. Si parlerà dei cinque eroi (spie dei servizi segreti cubani) reclusi a Miami, di un colonnello eroe della rivoluzione ucciso da un gusano controrivoluzionario, di una rivoluzione mas solida y fuerte. Un plotone di esecuzione metterà a tacere per sempre la speranza di libertà di due ragazzi di ventuno anni che non avevano niente da perdere e solo per questo hanno tentato una fuga verso l’ignoto. In tutta questa storia quello che più dispiace è il dover assistere al solito coro di fiancheggiatori di un regime assolutista pronto a condannare chi mette in condizione di scappare. In Italia esistono associazioni di stampo filo governativo che lottano per affossare la speranza di libertà del popolo cubano, spacciando per difesa del comunismo ciò che è solo difesa di un potere assoluto legittimato dalla forza. Non solo. Esistono anche giornalisti che continuano a stare dalla parte di un regime dove si imprigionano dissidenti e si fucilano ragazzi che fuggono in cerca di una speranza. Una connivenza inspiegabile con una dittatura responsabile di aver portato un paese allo sfascio economico e di aver creato una situazione politico-sociale che spinge i cubani soltanto a desiderare la fuga. Non resta che attendere il giudizio della storia e siamo certi che non li assolverà.                   

                                  Gordiano Lupi

04/05/2007

Sparatoria all'aeroporto dell'Habana.

Questi sono i volti dei tre soldati cubani disertori, si tratta di Alain Forbus, di 19 anni, Yoan Torres, di 21; e Leandro Cerezo, di 19, i tre sono della provincia di Camaguey. Uno dei tre era già stato arrestato prima del tentativo di fuga e non ha partecipato alla sparatoria. Nel conflitto a fuoco sono rimasti uccisi il tenente colonello Víctor Ibo Acuña Velázquez e uno dei fuggiaschi. I tre disertori dell'esercito cubano si erano allontanati armati di due fucili AK-47 dalla caserma di Managua a 25 Km dalla capitale, dopo aver assassinato un soldato di guardia di nome Yoendris Gutiérrez Hernández il passato 29 Aprile, ed erano braccati dalle autorità cubane da quella data. Molto probabilmente dopo un giudizio sommario i due sopravvissuti verranno fucilati stante alle leggi cubane che in questi casi non lasciano alcuna possibilità di altre soluzioni. Il conflitto a fuoco pare abbia causato vari feriti, ma le autorità cubane non rilasciano nessuna notizia in merito.

03/05/2007

Tentativo di fuga finito nel sangue all'aeroporto "Jose Marti" della Habana.

Le vittime sarebbero uno dei militari disertori e un poliziotto

Cuba: soldati tentano fuga in aereo, 2 morti

Alcune reclute che avevano disertato tentano di partire dall'aeroporto dell'Avana: scontro a fuoco con la polizia

Un tentativo di fuga finito nel sangue. Una sparatoria si è verificata nell'aeroporto di L'Avana fra almeno due reclute che cercavano di imbarcarsi a forza su un velivolo e la sicurezza, in un episodio che potrebbe aver provocato due morti. Secondo fonti locali le reclute due, ma forse tre, sono entrate sulla pista dell'aerostazione a bordo di un autobus ma che sono state immediatamente affrontate da forze della sicurezza. Nella sparatoria, secondo questa fonte, e in mancanza di conferme ufficiali, sarebbero morti uno degli attaccanti ed un tenente colonnello della sicurezza.

Le reclute implicate nella vicenda, e il cui numero non è stato ancora definito, hanno fra 19 e 21 anni, e sono fuggite giorni fa da una unità militare e i loro volti circolavano in e-mail in cui si avvertiva della loro pericolosità. Versioni ufficiose hanno assicurato che i giovani in servizio di leva erano fuggiti lo scorso fine settimana dalla caserma in cui seguivano l'addestramento portandosi via fucili AK-47 con cui avrebbero ucciso - ma neppure questo è mai stato confermato ufficialmente - un soldato e ne avrebbero ferito un secondo.

 

01/05/2007

Non ce l'ha fatta.

Niente da fare, se neppure il primo Maggio Fidel Castro è riuscito a farsi vedere in pubblico significa che deve veramente essere in cattive condizioni. Era una data importante, quella che sarebbe dovuta coincidere col suo ritorno al potere, Chavez e i ministri cubani che avevano annunciato la sua probabile apparizione oggi hanno barato, o forse persino loro non sono al corrente delle reali condizioni del vecchio dittatore. Probabilmente alla fine i dirigenti cubani e i medici di Castro avranno pensato che farlo apparire in pubblico sarebbe stato controproducente, probabilmente più che per l'aspetto fisico per la sua incapacità di leggere o improvvisare i suoi consueti monologhi e per la sua voce che è ormai diventata poco più che confuso farfugliare. Non credo che sia giusto infierire su un vecchio malato, coloro che lo stanno ridicolizzando sono coloro che ne hanno assoluto bisogno e cercano ancora di farlo passare per il Castro di un paio di anni fà. Il memoriale che hanno letto a nome suo chissà chi lo ha scritto, persino quando Fidel stava bene c'era chi scriveva al posto suo, figurarsi adesso che nelle condizioni i cui è.

 

29/04/2007

Chavez e Morales annunciano la ripresa al potere di Fidel Castro.

Cosa sarà Fidel Castro nuovamente al potere? questa semplice domanda sembra non balenare nelle menti di chi con trionfalismo annuncia che il vecchio dittatore tornerà a giorni al potere, come se si trattasse di un'auto guasta che torna perfettamente efficiente dopo una riparazione dal meccanico di fuducia. Ma Castro non è un'auto, è un uomo con gravi problemi, un uomo che anche prima della crisi fisica che lo ha quasi ucciso quasi un anno fà era già mentalmente disturbato, ne più e ne meno di molti altri uomini della sua età, e forse ancor di più, per la sua incapacità di uscire allo scoperto dal suo stato schizzofrenico di eterno bugiardo cronico che si è sempre spacciato per un mecenate, buono e caritatevole del suo popolo e dei popoli del mondo sofferenti, una specie di babbo natale disinteressato che invia medici e insegnanti dovunque ce ne sia bisogno semplicemente per sacro buonismo. Mentre le carceri cubane sono pieni di dissidenti e mentre i cubani che ne aspettano la dipartita cercano di scappare da Cuba in tutti i modi pur di fuggire alla sua tirannia e alla miseria. Chi non ha voglia o mezzi per fuggire è costretto a vendersi ai turisti in una vergognosa orgia di prostituzione e corruzione che ormai è diventata l'unica via per sopravvivere a Cuba, un paese ormai diventato il paradiso del turismo sessuale mondiale, dove pagando è possibile comprare quasiasi cosa o persona, una deriva morale che anche se cadesse la dittatura domani lascerà una profonda ferita nell'anima di quello sventurato popolo per i decenni a venire. Ecco cosa sarà Fidel Castro tornando al potere: tornerà una pesante croce per il popolo cubano. Un uomo incapace di capire il mondo che è cambiato da quel 1959 che gli ha regalato la possibilità di impadronirsi con un abominevole inganno di un popolo intero, un vecchio di 80 anni in pessime condizioni fisiche e mentalmente ridotto a una carcassa, assolutamente dipendente dai suoi collaboratori per qualsiasi attività intellettuale, diventerà una specie di monumento vivente con lo scopo unico di mantenere al potere una intera classe dirigente e i suoi privilegi. La sua funzione sarebbe per il vero adatta persino al suo stato psicofisico, visto che ormai da quasi mezzo secolo di staticità la sua idea di potere significa immobilità assoluta nelle sue posizioni, cioè semplicemente che Cuba deve restare sotto il suo potere, e i cubani sottomessi a un sistema allucinante di falso socialismo che ha partorito un'economia assolutamente fallimentare, mantenuto in agonia perenne, ora dagli aiuti a fondo perduto della ex unione sovietica, ora dal petrolio del Venezuela, qualsiasi cosa accada e chiunque non la pensi così è un sovversivo e và imprigionato o espulso dal paese. Finchè Fidel Castro avrà un filo di voce per farfugliare la sua litania "!Patria o muerte venceremos!" e il suo cuore batterà i solerti dirigenti del partito comunista cubano diranno che è al potere, Fidel non può morire, ha costruito una macchina infernale, qualcosa che non funziona se non con lui al potere, una macchina assurda e irrazionale che solo lui può guidare semplicemente dicendo che lo sta facendo, anche se la macchina, immobile, non si è mai mossa di un centimetro. Poi un giorno saranno i cubani a decidere cosa fare, se continuare nella tradizione di popolo destinato a vivere sottomesso, ora da un dittatore, ora da una ideologia falsa, oppure alzare lo sguardo e cominciare a vivere, cercando di dimenticare la tragedia di non essere riusciti a farlo prima di arrivare al punto in cui sono arrivati adesso.

 

28/04/2007

Ma, Diliberto sa dov’è Cuba?

Sono più di 8 anni che questa domanda mi perseguita, ora non ho dubbi, la sinistra italiana non sa proprio nulla di Cuba. La prima cosa che non sa e che con lo stesso atteggiamento, la forma di vestire, il modo in qui è vissuta la politica, sia nei centri sociali più radicali che in quelli liberali o anarchici, si fossero loro cittadini cubani e pretendessero gli spazi che hanno in Italia, quelli che una democrazia offre, diventerebbero automaticamente nemici politici del governo. Un gran paradosso, no? sarò più chiaro, se per esempio Rizzo dei comunisti Italiani o Bertinotti di rifondazione comunista - nonostante l’ammirazione che hanno per Fidel Castro e la sua maniera di governare -, fossero cubani membri del parlamento cubano - che da più di 43 anni non ha mai avuto neanche un voto di astensione- e si permettessero di voler dare il loro contributo anche solo con le loro attuali idee, sarebbero annullati immediatamente. Certo, forse dopo la caduta dei muri dell’Est per curarsi le ferite spostare sogni e frustrazioni ben lontane dell’Europa e stato il rimedio migliore. La Habana e lontana, un viaggetto ogni tanto non guasta e i difetti a quella distanza si notano meno.
Come si fa a vivere in democrazia, avere i privilegi che Ella offre e nel fra tempo ammirare, lodare e sostenere un regime che annienta la libertà dei suoi cittadini. Si fossi in voi, rifletterei. Si fossi uno dei vostri elettori, avrei molti dubbi e ci rifletterei prima di votarvi.
A Cuba una canzone Dice: ” il sudore del contadino fa che la terra possa sognare”. Quando il padre di famiglia si alza all’alba, mentre i turisti con i dollari si preparano per andare al letto dopo una notte sfrenata al “Tropicana” o al Cabaret sotto le stelle del “Habana Libre” - che la rivoluzione comunista riserva con cura solo ai capitalisti- quando un padre di famiglia esce da casa la mattina, i suoi problemi sono tre, uno; cosa mangeranno a pranzo, due cosa mangeranno a cena. Il terzo problema, il più crudele di tutti, e quello tenere ben alto il volume della radio perché chiunque può spiarlo o denunciarlo se in famiglia si parla o si pensa contro il regime.
E’ voi della sinistra italiana fate della società che ha creato Castro l’ultimo baluardo dei vostri ideali? Siete ingenui o complici? Sapete cosa vuole dire leggere Kundera di nascosto? A Cuba andare in piazza a manifestare, si va solo quando lo organizza il governo per lodare se stesso, voi credereste in una società cosi? I sindacati sono pilotati dai vertici del partito, potreste sopportare una cosa simile? I comitati di quartieri mettono i loro occhi in ogni casa, servitori del governo questionano i perché, il come, il quando, il dove. Voi compagni come reagireste se vi trovaste come si trovano i cubani oggi? Capireste in silenzio le motivazioni di chissà che governo, anche se vi privano delle vostre libertà? Vi ho seguito in questi anni, non sopportereste un minuto.
Il non voler stare in silenzio a fatto si, che a Cuba uomini e donne sensate, abbiano avuto la voglia e il coraggio di partecipare con passione alla vita civile del loro paese e oggi solo per questo, si trovano in prigione. A voi compagni della sinistra vi dico: nei cortei, nelle piazze, nei comizi e in ogni spazio che per fortuna la democrazia vi offre, nascondete le bandiere cubane, potrebbero confondere i vostri elettori, e questo a chi crede in voi non fa onore.
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………..poi sono cresciuto, e si sa, solo da piccoli si credono alle favole.

di Roberto Pereira

 

28/04/2007

Chavez, l'uomo razzo. Visto che i venezuelani nuotano nell'oro, Chavez ha ben pensato di impiegare il denaro in modo intelligente.

CARACAS - Mentre i Paesi Nato e la Russia trattano per arrivare a un compromesso sul sistema di difesa voluto da Washington nell'Europa centrale, il Venezuela lancia il proprio progetto anti missilistico. Si tratta di un piano che puo' rendere "invulnerabile" il Paese, afferma il presidente Hugo Chavez, parlando alla televisione. "Avremo un sistema di difesa aerea straordinario - sono le sue parole - con missili in grado di colpire a 200 chilometri di distanza". (Agr)

 

26/04/2007

Fidel Castro finalmente ha trovato l'alleato che ha sempre sognato, distruttivo, irrazionale, violento. Da pochissimo ha iniziato a produrre materiale nucleare arricchito e già l'Iran minaccia di lanciare missili verso israele e USA, dimostrando cosa succederebbe se si fornisse di armi nucleari.

D'altro canto nella crisi dei missili del 1962 Castro chiese ai sovietici di non ritirare i missili da Cuba e anzi di utilizzarli contro gli USA. Casto non si smentisce mai. 

Nucleare: Iran, "Se attaccati colpiremo Usa e Israele"

TEHERAN (Iran) - Il viceministro dell'interno iraniano, Mohammad Baqer Zolghadr, ha dichiarato che se il suo Paese venisse attaccato per il suo programma nucleare reagirebbe colpendo interessi degli Usa nel mondo e Israele. ''Nessun luogo sara' sicuro per l'America con i missili a lungo raggio (dell'Iran)... possiamo lanciare migliaia di missili ogni giorno'', ha detto il viceministro citato oggi dall'agenzia Irna. ''Con i missili a lungo raggio l'Iran puo' anche minacciare Israele in quanto alleato dell'America'', ha proseguito Zolghadr. (Agr)

 

23/04/2007

Cuba e Iran rafforzano il loro legame, l'inquietante sodalizio tra menti semplici prosegue la sua marcia verso il baratro.

L'AVANA - Il ministro degli Esteri iraniano Manuchehr Mottaki ha cominciato oggi una visita ufficiale a Cuba su invito del collega cubano Felipe Perez Roque. Lo scrive oggi la stampa della capitale."La visita - osserva in particolare il quotidiano ufficiale comunista Granma - evidenzia  "i vincoli fraterni fra i due ministeri degli Esteri nell'ambito di eccellenti e fruttuose relazioni bilaterali fra le due nazioni, ispirate da una decisa volontà politica di continuare a rafforzarle". Durante la sua permanenza nell'isola caraibica, Mottaki incontrerà, oltre a Perez Roque, numerosi esponenti del governo cubano. Nei mesi scorsi Cuba ha difeso il programma nucleare iraniano e nel settembre 2006 il presidente Mahmoud Ahmadinejad ha partecipato al Vertice dei paesi non allineati, riunendosi anche con Fidel Castro convalescente. Quest'ultimo in un editoriale scritto il 4 aprile per Granma sul "genocidio" che si appresterebbero a realizzare gli Usa con la loro politica energetica e la decisione di utilizzare il mais per produrre etanolo, non ha dimenticato di sottolineare, citando la stampa russa, che una guerra statunitense contro l'Iran "é oggetto di preparativi da oltre tre anni".

 

22/04/2007

Fidel riceve una delegazione del governo Cinese.

Il convalescente leader cubano Fidel Castro ha incontrato personalmente nella giornata di venerdì un alto funzionario del governo della Cina popolare, Wu Guanzheng, membro del Comitato centrale del Politburo del Partito Comunista cinese. Lo hanno riferito ieri alcuni mezzi di informazione di stato cubani. In particolare i quotidiani “Granma” e “Juventud Rebelde”, organi di stampa del PC cubano, hanno reso pubbliche due foto dell’incontro, nelle quali il líder máximo si mostra in uno stato di salute più che discreto.

 

22/04/2007

VENEZUELA,MIGLIAIA OPPOSITORI IN PIAZZA PER TV A RISCHIO CHIUSURA.

Protestano per decisione presidente Chavez non rinnovare licenza

Migliaia di oppositori in piazza a Caracas: sorvegliati da un nutrito cordone di polizia, hanno manifestato a sostegno di un'emittente tv che rischia di chiudere. All'origine della protesta, la decisione del presidente Hugo Chavez di non rinnovare i permessi necessari a Radio Caracas Television. L'emittente, tra le private la più antica, è accusata dalle autorità di aver appoggiato nel 2002 un golpe che estromise temporaneamente Chavez dal potere. Pablo Mosco, un pensionato di 72 anni, era tra i dimostranti. "La democrazia è a rischio in Venezuela", ha detto. "La libertà di espressione è un diritto, come anche il diritto di essere informati".

 

18/04/2007

Hugo Chávez, demenza e armamenti.

"Hugo Chávez costruirà 20 basi militari in Bolivia. le basi saranno situate nelle cinque frontiere di cui il paese dispone: Cile, Perù, Paraguay, Argentina e Brasile. Queste istallazioni saranno sotto il controllo militari venezuelani e cubani in complicità con i soldati boliviani. Certamente i cubani avranno passaporto e identità del Venezuela. Non è facile distinguerli. Si assomigliano persino nelle virtù e nei difetti. Il costo dei nuovi armamenti venezulani ammontano a trenta milioni di dollari. Il Venezuela si è convertito nel primo compratore internazionale di armi ed equipaggiamenti militari.

Il piano raccoglie un vecchio sogno ed un antico concetto strategico di Fidel Castro e del Che Guevara: convertire la Bolivia, situata nel cuore dell' America Latina, nel bastione sovversivo del Sudamerica. Questa convinzione costò la vita al Che nel 1967. E' un paese dal quale si può destabilizzare tutta la regione andina istigando i conflitti etnici. E' un paese -- molto presto con le basi adeguate -- dal quale potranno operare i nuovi aerei da combattimento acquistati da Chàvez in Russia. Suppongo che i cileni, primo obbiettivo nella mira del colonnello venezuelano disposto a "farsi il bagno nel mare bolivariano", si saranno accorti dell'enorme pericolo che a breve incombe su di loro.

Chàvez, d'accordo con Evo Morales, si propone sedurre e reclutare i boliviani per la sua avventura rivoluzionaria mediante un piano assistenzialista gigantesco che include terapie mediche, alfabetizzazione ed abbondante cibo. E' certo che questo massiccio aiuto demolirà qualsiasi sospetto di nazionalismo. Ormai è una figura molto nota alle masse boliviane e lo sarà ancor più in futuro. La Bolivia è il paese più povero del continente. Molte centinaia di milioni di dollari convenientemente distribuiti --secondo i calcoli di Chàvez-- possono fare il miracolo di produrre l'entusiasta adesione dei più bisognosi e la complicità dei gruppi radicali alla causa della conquista che redimerà l'America Latina per il socialismo del XXI secolo.

Ciò che stiamo contemplando è la conseguenza di una certa visione delirante della storia e della realtà politica planetaria. Qualche mese fa, nel dicembre scorso, lo ha spiegato bene il ministro degli esteri cubano Felipe Pèrez Roque ed il mondo ha commesso l'imbecillità di non prestare attenzione. Fidel Castro e Hugo Chàvez, che sono due personaggi assolutamente messianici, senza tracce di prudenza nè senso del limite, sono arrivati alla conclusione che il marxismo era rinato dopo la debacle che quindici anni fa ha posto fine alla URSS ed ai suoi satelliti europei. Da dove derivava la sacra missione che entrambi assumevano con responsabilità e con l'entusiasmo del crociati: Caracas e La Habana porteranno sulle loro spalle il compito di redimere l'umanità abbandonata con codardia da Mosca.

Questo è il terribile quadro che abbiamo davanti ai nostri occhi: Caracas-La Habana, ed ora La Paz, sono la nuova Mosca, madre e padre del socialismo mondiale. Ed il compito che si sono assegnati inizia con la conquista rivoluzionaria del Sudamerica e con la formazione in tutte le nazioni di governi affini che collaborino nella battaglia finale contro "l'imperialismo". Qual'è questa battaglia? E' ovvio, mettere in ginocchio gli Stati Uniti ed i suoi spregevoli accoliti europei. Finire una volta per tutte con l'ingiusto sfruttamento del terzo mondo grazie alla creazione di una grandiosa civilizzazione collettivista e egualitaria che regnerà eternamente per la gloria dell'umanità.

Sarebbe un errore immenso scartare questo progetto di conquista solo perchè si tratta dell'immane pazzia di alcuni personaggi che non hanno preso Prozac a tempo. Il Terzo Reich dei nazi non era meno pazzo o assurdo ed è costato al pianeta quaranta milioni di morti ed il mostruoso Olocausto. Cuba è un'isola impoverita del terzo mondo, affamata e senza speranze, cosa che non ha impedito al suo governo di partecipare a colpi di stato in Madagascar e nello Yemen, o che le sue truppe combattessero per quindici anni in sanguinose guerre africane , tanto in Angola come in Etiopia.

Chávez, con i petrodollari e con l'aiuto e la direzione dei cubani, esperti e forgiati, sta costruendo il più grande esercito di lingua spagnola: un milione duecentomila uomini che avranno a loro disposizione la più distruttiva forza aerea di tutto il Sudamerica. Qualdo questo apparato sarà dovutamente oliato non dubiterà in utilizzarlo, come è accaduto con le forze armate cubane. Una volta che l'organo sarà disponibile, inevitabilmente si metterà in funzione. Non importa che Chàvez sia pazzo. Anche i pazzi uccidono".

 

15/04/2007

Come il finto comunismo di Chavez sta devastando il Venezuela.

Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel discorso pronunciato in occasione del giuramento dei ministri, ha annunciato che intende procedere a un vasto programma di nazionalizzazioni, arrivando ad affermare che «tutto quello che è privatizzato sarà nazionalizzato.

Chavez ha citato in particolare i settori dell'energia elettrica e della telefonia, preconizzando inoltre che la Banca centrale venezuelana dovrà perdere la sua autonomia. Il capo dello Stato ha precisato che presenterà un testo di legge in base al quale il Parlamento gli affiderà poteri speciali, tali tra l'altro di consentirgli di assumere il controllo dei settori strategici dell'economia, considerati di importanza vitale per la sicurezza e la difesa del Paese. Più in generale, egli vuole riformare «in profondità» la Costituzione, per andare verso una «Repubblica Socialista del Venezuela», in sostituzione dell'attuale «Repubblica Bolivariana del Venezuela». Tra le imprese che Chavez intende nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (EDC) e la Compania Anonima Nacional Telefonos de Venezuela (CANTV). Passeranno inoltre sotto la mano pubblica tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta Cintura Petrolifera dell'Orinoco, ora controllate da compagnie straniere. Il solo annuncio, ha sferrato un duro colpo alla Borsa di Caracas che, dopo aver chiuso l'anno al massimo storico (+156% nel 2006), è crollata a -18,96%, mentre le azioni della CANTV perdevano 30,27 punti e le operazioni su quelle dell'impresa Electricidad de Caracas sono state sospese quando hanno superato quota -20%.

Nello stesso tempo, a Washington, Gordon Johndroe, uno dei portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha avvertito che nel caso Chavez concretizzasse il suo proposito, «le imprese USA colpite dovranno essere compensate in modo rapido e giusto». La CANTV è controllata dalla multinazionale USA Verizom con il 28,5% delle azioni. Ne fanno parte anche la Telefonica spagnola, lo stesso governo venezuelano e i suoi dipendenti. Il leader del Venezuela, apertamente, anti-americano, stà suscitando scalpore e preoccupazione col suo progetto di Repubblica Socialista. L'opposizione ha accusato Chavez, al potere dal 1999, di voler trasformare il quarto esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti in un'economia centralizzata sullo stile di Cuba. Chavez, che a dicembre ha ottenuto il 63% delle preferenze, ha fornito ulteriori elementi per un parallelo con Fidel Castro formando un partito unico per guidare la sua rivoluzione, ma insiste sul fatto che tollererà sempre l'opposizione.

«Combattente delle cause giuste», «fratello», «rivoluzionario». E dopo la ratifica di una serie di accordi nei settori energetico ed industriale, anche alleato per una nuova politica di «integrazione dei popoli e costruzione di un mondo bipolare». Il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato accolto da Hugo Chavez, al suo arrivo a Caracas, al grido di «Morte all’imperialismo USA !». I due capi di Stato si sono riuniti nel palazzo presidenziale di Miraflores, nella capitale venezuelana. L'incontro si è concluso con la firma di una serie di accordi strategici relativi ai settori energetico ed industriale. I due presidenti hanno detto di essere pronti a spendere miliardi di dollari per aiutare i paesi del mondo a liberarsi dal dominio americano. La strana coppia, Chavez e Ahmadinejad, ha anche rivelato l'esistenza di progetti per realizzare un fondo congiunto del valore di 2 miliardi di dollari per il finanziamento di investimenti in Iran ed in Venezuela. Tali fondi dovranno servire anche alla realizzazione di progetti in paesi terzi amici. Chavez e Ahmadinejad hanno poi auspicato nuove riduzioni della produzione di greggio da parte dei paesi OPEC, per salvaguardare gli attuali livelli del prezzo dell'oro nero, sceso del 14% dall'inizio dell'anno. I due leader si sono impegnati a «decuplicare gli sforzi» per convincere l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio della bontà delle loro ragioni. Il presidente venezuelano ha aggiunto che i due paesi «continueranno ad agire come sempre e a parlare con una stessa voce». Il presidente iraniano ha iniziato così i quattro giorni di visita in America Latina alla ricerca di partnership economiche e politiche. Destinazioni: Nicaragua, attualmente presiduto dall'ex guerrigliero marxista, Daniel Ortega; Ecuador, per partecipare alla cerimonia di investitura del neo-presidente Rafael Correa, un economista di sinistra; Bolivia, per un incontro con il presidente socialista boliviano Evo Morales.

La visita del dittatore iraniano ha suscitato però anche qualche critica. Come quella del brasiliano Lula, che ha messo in guardia dal «flirt con l'autoritarismo» del presidente venezuelano. Chavez, da parte sua, tutto preso dalla sua retorica socialista, dopo Castro, Che Guevara e Mao Tse-Tung, ha aggiunto alla sua lista di riferimenti ideologici Trotzki e due italiani: Antonio Gramsci e Toni Negri. Confermando la sua ferma intenzione di trasformare il Venezuela in una sorta di Unione Sovietica vecchio stampo, leninista e trotzkista. Del rivale di Stalin esalta il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico, promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l'abbattimento della proprietà privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L'idea del profitto rimane, ma «liberata» dai legami con la produttività. La formula è quella del «guadagno per tutti», da realizzare mediante la direzione delle aziende da parte dei “consejos obreros”, (consigli di fabbrica), che dovranno prendere in mano i rapporti con i Comuni e, in particolare, gestire le tasse. In pratica, dirigere. Il concetto è tradotto paro paro dal russo, dal termine “soviet”, che è rimasto nella «ragione sociale» dell'ex-URSS fino alla sua dissoluzione, ma che già al principio degli anni Venti, il partito di Lenin, Stalin e Trotzki aveva collocato, come pratica, in soffitta. Il portavoce di Chavez, il ministro del Lavoro José Ramon Rivero, ha evitato di usare il termine soviet, precisando che i consejos verranno «riadattati alla realtà nazionale». Pressappoco come l'amato modello di Chavez, Fidel Castro, aveva proclamato di voler fare a Cuba.

Il programma di Chavez si prospetta dunque come il tentativo di un ritorno alle primissime esperienze del comunismo, come fanno intendere alcuni slogan “arcaici” ripresidal presidente venezuelano: «Tutto il Potere ai Consigli» e «Socialismo o Muerte». Uno dei fogli superstiti dell'opposizione, Tal Cual, è uscito con un fondo dal titolo «Il Monarca», in cui denuncia come il «socialismo del ventunesimo secolo» promesso da Chavez stia degenerando rapidamente in nazional-comunismo (nazi-comunismo, ndr). Mentre, incredibilmente, la pagina finanziaria del New Yorker rassicura gli investitori che il Venezuela rimane un Paese aperto e promettente per gli investimenti stranieri, grazie anche al dilagare del consumismo dovuto al prezzo del petrolio quintuplicato da quando Chavez è al potere. «Sebbene la sua retorica non sarebbe fuori posto nel Libro Rosso di Mao, la vita per molti venezuelani assomiglia di più al catalogo di Neiman-Marcus» e dei negozi di lusso. Il titolo dell'articolo è «Sinergie col Diavolo» (l'epiteto che Chavez adopera a proposito di Bush) ed è illustrata da un disegno con la falce e il martello costituita la prima dal getto del petrolio da un barile e il secondo da un braccio che regge un pacco di dollari.

Secondo Lula: «Chavez sta superando i confini della democrazia, perderà l'appoggio dei settori moderati della sinistra mondiale e finirà prigioniero delle correnti più estremiste. Il suo piano di nazionalizzazione delle imprese ridurrà gli investimenti esteri, porterà recessione a tutto il Sud America, bloccherà il processo di integrazione economica continentale e rischia di isolare completamente il Venezuela nel mondo». Nel frattempo, il nuovo presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, si è insediato facendo appello all' Unione Latino-Americana, alla presenza attiva ed entusiasta del collega iraniano fondamentalista. Circondato e confortato dai suoi compagni della nouvelle vague di sinistra del Sud America, dal boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo Chavez, Correa ha annunciato: “I nostri Paesi si stanno liberando e muovono verso un’integrazione continentale. Non negozieremo più con nessuno la dignità della patria, perché la fine dell'illusione neoliberale significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello cui ci troviamo di fronte non è semplicemente un'epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca”.

È vero che l'esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. “Sotto il mantello del libero mercato e delle privatizzazioni” - ha continuato Correa - "con il totale appoggio degli organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un'illusione tecnologica, che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del sistema democratico». Correa ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come economista. La sua «ricetta» è quasi identica a quella dei suoi colleghi della rivoluzione neo-socialista, con la differenza che, mentre il Venezuela da alcuni anni «nuota nei petrodollari», la Bolivia può nazionalizzzare i suoi giacimenti, all'Ecuador queste risorse mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato USA.

L'Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha sostenuto che questo è un diritto, «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui c'è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia, annuncerà di aderire a questa cancellazione. Il neopresidente ha firmato subito un decreto con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione dovrà decidere se istituire un'Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una nuova costituzione. Il neopresidente ha poi sottoscritto un altro decreto col quale ha stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo, autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese (il governo di Correa è composto di 17 ministri, tra i quali otto donne (una è india); tra gli uomini, per la prima volta, vi è anche un afro-ecuadoregno).

Ahmadinejad ha concluso a Quito il suo viaggio latinoamericano iniziato con gli abbracci di Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva una rappresentanza diplomatica a Managua. Ortega ha invocato un “nuovo cammino” per lottare contro povertà e analfabetismo perché “il modello liberista non è riuscito a risolvere i problemi della gente”, quando, dopo la cerimonia di investitura, insieme con Chavez e Morales, si è trasferito nella piazza più grande di Managua, gremita da oltre 100.000 simpatizzanti, provenienti da tutto il Paese. Ortega ha snocciolato alcune cifre: l'80% della popolazione è povera, l'1,5% dei 5,4 milioni di abitanti fa la fame ed il 35% sono analfabeti, mentre “quando io ho lasciato il governo nel 1990 era solo il 12%”. Il leader del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLNn), tornato al potere dopo 17 anni e tre elezioni perdute, ha comunque assicurato che terrà conto delle proposte di banchieri ed imprenditori "poiché solo l'unità può portare alla vittoria" e che manterrà l'accordo di libero commercio con gli USA, “pur se dovrà essere rivisto, perché svantaggioso per il Nicaragua”.

Ha poi anche annunciato l'adesione all'ALBA, l'Alternativa Bolivariana delle Americhe, ideata da Chavez, con il quale ha firmato un accordo decondo cui Caracas si impegna a far fronte ai problemi del settore energetico e alla lotta alla fame. Ortega ha arringato la folla dicendo che “quando diciamo Nicaragua Trionfa (nome dell'alleanza elettorale guidata dal FSLN), intendiamo che vogliamo vincere per farla finita con questo capitalismo selvaggio”. Ha Ppoi avvertito i nicaraguensi che il 5 novembre prossimo saranno chiamati a scegliere tra la continuità di un modello economico neoliberista e un mercato giusto, promosso dal FSLN.

Data articolo: aprile 2007
Fonti: l'Unità online, Il Giornale online, Peacereporter

 

13/04/2007

Cuba: per il ministro degli Esteri Fidel Castro sta meglio.

 

HANOI (Vietnam) - Migliorano le condizioni di salute di Fidel Castro. L'annuncio e' stato dato dal ministro degli Esteri cubano, Felipe Perez Roque, che si trova in visita ufficiale in Vietnam. ''La salute del presidente Castro e' migliorata in modo significativo'', ha detto Perez Roque in una conferenza stampa. ''Il presidente si tiene costantemente informato e di ora in ora partecipa sempre piu' ad ogni decisione presa'', ha aggiunto il ministro. Il 'li'der maximo' era stato sottoposto ad un delicato intervento chirurgico il 27 luglio scorso, in seguito a un'emorragia intestinale. In seguito all'aggravarsi delle sue condizioni, il 1 agosto scorso Castro cedette temporaneamente il potere (per la prima volta nella storia della rivoluzione cubana) al fratello Rau'l Castro. Il 27 marzo il li'der maximo e' tornato a farsi sentire con un editoriale sul quotidiano Granma. L'articolo e' stato accompagnato da commenti ottimistici sulla sua salute da parte di fonti governative. (Agr)

 

04/04/200

Castro: icona verde-rosso.

Il passato 28 marzo, dopo una lunga convalescenza, è ritornato Fidel Castro. Il suo lungo analisi si trova sul giornale di regime Granma. Ecco la parte iniziale del suo discorso: «Condenados a muerte prematura por hambre y sed más de 3 mil millones de personas en el mundo. No se trata de una cifra exagerada; es más bien cautelosa. En eso he meditado bastante después de la reunión del presidente Bush con los fabricantes norteamericanos de automóviles. La idea siniestra de convertir los alimentos en combustible quedó definitivamente establecida como línea económica de la política exterior de Estados Unidos...».

L’avevamo lasciato morente qualche mese fa dopo una delicatissima operazione intestinale. In Florida già si facevano i piani per il dopo Castro. Invece Castro si ristabilisce. E si risveglia non solo rosso ma anche verde. La sua ripresa è talmente “verde” che anche lui abbraccia la fede ecologista e scaglia su Bush le sue cariche demagogiche e populiste da vecchio caudillo che sa come blandire il suo popolo: «Bush condanna a morte prematura per fame e sete più di tre miliardi di persone nel mondo»… A quanto pare l’operazione gli ha fatto bene. Ha alzato il tiro: non più Iraq o Afghanistan, troppo lontani per noi europei, figurarsi per un cubano; è come parlare di Marte o di Giove. Per il ritorno di Castro è stato scelto un tema che serpeggia da tempo anche nella sinistra italiana: l’ambiente. La nuova religione ambientalista che ha intriso il cervello di pregiudizi ad una fetta non trascurabile della nostra popolazione non poteva non essere in prima fila nella battaglia contro Bush. Nell’alzo del tiro ha probabilmente giocato anche l'effetto dell'ultimo rapporto del WWF, del novembre scorso, che presenta Cuba come il modello di uno sviluppo sostenibile. Quindi Castro è pronto per un altro attacco a Bush ma questa volta con una nuova “arma”: i biocarburanti.

Detta così, verrebbe spontaneo pensare che Castro avesse in testa di contrastare il petrolio Texano e i petrodollari con l’etanolo ricavato dalla canna da zucchero. Invece no. Se la prende con il presidente degli Stati Uniti perché lo stesso Bush ha deciso di puntare sull’etanolo per il trasporto con una graduale sostituzione di benzina e diesel. Avete capito bene! Se la prende con chi vuole sostituire la benzina con l’etanolo. E dato che l’etanolo viene ricavato dal mais o dalla canna da zucchero (di cui Cuba e Brasile sono grandi esportatori) allora anche Castro viene folgorato dalle ubbie ambientaliste e parla di «sinistra idea di convertire gli alimenti in combustibile». A parte il fatto che gli alimenti sono già combustibile per il nostro corpo, viene da chiedersi: ma come? Non è questo che vent’anni fa avrebbero voluto i comunisti e i verdi? Non è questa la via che si predicava? Non è la manna arrivata dal cielo per dare più terre da coltivare ai campesinos? Che è successo?

È successo che l’ecologia ha esercitato una spinta incontenibile. La stessa che fa sragionare i nostri ambientalisti della domenica, quelli che prendono i contributi per farci sognare un mondo alla Mulino Bianco anche se tale mondo non esiste. L’importante è tutelare anche il più piccolo degli alberi affinché non venga tagliato per costruire una sordida autostrada da oscuri intrecci capitalisti. Così, l’ubbia ambientalista folgora anche Castro: l’avevamo lasciato icona del pacifismo e ce lo rinveniamo paladino dei movimenti ecologisti più estremisti. Pensavamo che moriva leader del movimento No-global e invece lo ritroviamo rinato che si scaglia contro la sciagurata idea di convertire gli alimenti in combustibile. Perché ciò significa deforestazione e più acqua da consumare, con il risultato – dice Castro – che le conseguenze di questa misura sono la «condanna a morte prematura per fame e per sete di oltre 3 miliardi di persone nel mondo», come recita testualmente in spagnolo l’occhiello di questo articolo.

Ma come? I biocarburanti non erano stati unanimemente invocati come soluzione per il protocollo di Kyoto? Non dovevano essere la soluzione per la riduzione di emissioni di CO2? Cos’è cambiato nei movimenti estremisti (tra cui Greenpeace) che da un’iniziale prudenza sono poi passati ad essere apertamente ostili? Cosa mai è potuto balenare negli encefali dei verdi ambientalisti comunisti e don chisciotteschi che hanno deciso di combattere l’implacabile mulino di tutte le miserie umane asserragliati in una resistenza ad oltranza contro l’etanolo?

Non sarà che l’interesse per il picco del petrolio cela invece un interesse più sordido, quello del rintocco delle campane che suonano a morte per il capitalismo? Non sarà che tutti aspettano quest’ora del picco come l’ora segnata dal destino, l’ora del crollo dell’industria automobilistica simbolo della prepotenza insolente del capitalismo? Non sarà che la proposta di Bush di convertire all’etanolo il 20% dell’industria automobilistica entro il 2012, possa far indulgere la gente a non giudicarlo più l’incarnazione del male, la personificazione del capitalismo indifferente alla sofferenza e possa farlo diventare ai loro occhi perfino “etico”? Non sarà che l’accordo che Bush ha fatto con Lula in Brasile per moltiplicare l’industria dei biocarburanti è per rallentare l’espansione in America Latina del presidente venezuelano Hugo Chavez, grande alleato di Castro e suo aspirante successore come paladino della lotta internazionale antimperialista? Non sarà che scagliandosi contro le multinazionali si pongono le basi per un nuovo totalitarismo?

Ecco che allora si spiega tutto. Il redivivo Castro con il suo ambientalismo usato come specchio per le allodole vuole in realtà un maggior consumo di petrolio da parte dei Paesi latino-americani per le mire espansionistiche del suo amico Chavez. Più petrolio implica più ricchezza per il Venezuela e di conseguenza più finanziamenti diretti a Cuba, Bolivia, Ecuador, cioè a quei paesi maggiormente antiamericani. L’alleanza Bush-Lula, invece, tende a svincolarsi da questa dipendenza e perciò Castro la percepisce come una grave minaccia.

Paradossalmente, gli ambientalisti che salutano il ritorno di Castro sulla scena internazionale, credono di combattere il consumo di combustibili fossili ma finiscono perversamente per fare gli interessi dell’industria petrolifera: si riempiono la bocca con buonismo verde ed evacuano totalitarismo rosso.

Walter Mendizza

 

04/04/2007

Questa è la Cuba Libera?

Ci si va in vacanza. Si ascolta il ritmo di una musica coinvolgente. Qualcuno va oltre: pensa all'istruzione di massa, alla sanità gratuita, ai mezzi di trasporto popolari. Poi, per chiudere il giro a volo d'uccello, sorseggia rum e Coca Cola. “Cuba libre”: così chiamano questo cocktail che entusiasma il turista e rende allegre giovani donne dalla pelle scura.< XML="true" PREFIX="U1" NAMESPACE="">

Ma Cuba è veramente “libre”?

Libera dal pugno di ferro che schiaccia ogni minimo tentativo di esprimere il dissenso? L'immaginario del “Che” con il suo hasta la victoria siempre!” e la gigantografia del Lider Maximo la fanno da padroni in un cielo che si profila denso di nubi dopo la malattia di Fidel e il trasferimento dei poteri al fratello Raul.

Cuba è diventata un unico penitenziario, una sala di tortura in cui ogni individuo perde un pezzo di libertà. Da Boniato a Combinado del Este, da La Cabaña a Guanajay, da Castillo del Principe a Pinar del Rio è un grido che si alza contro il regime castrista.

La maggior parte degli scrittori dissidenti è fuggita a Miami, negli Stati Uniti, altri ancora in Svezia e in Germania. Chi arriva in Europa, come Jorge Luis Arzola, è coperto da un piano di protezione. Chi rimane negli USA, come Angel Cuadra (presidente degli scrittori cubani in esilio) o Ernesto Diaz, racconta i soprusi della polizia politica e la storia di intere famiglie sterminate.

Ernesto Diaz. Nel suo libro “Prigionieri di Castro”, scrive “... si diressero verso il mare, spingendo coi remi mentre una piccola brezza, che soffiava da est, li aiutava ad allontanarsi dalla costa. Già si trovavano in pieno golfo, molto vicino alla rotta delle navi dell’Occidente che attraversano lo Stretto dello Yucatán, navigando alla volta del Canale di Panama.... Dapprima la motovedetta girò varie volte attorno alla zattera, illuminandoli coi potenti riflettori. Poi, si scagliarono contro la stessa, colpendo una volta e una seconda... Non servirono a nulla le grida della madre, che li implorava; a nulla il pianto disperato delle creature... L’odio fece più della ragione. Ad uno ad uno i bambini caddero nell’acqua feriti, massacrati... La mattina dopo il corpo della donna fu estratto dall’acqua quando i pescecani, attirati dal sangue, le avevano già divorato i seni e le braccia. I bambini non furono più trovati.”.

Il dramma cubano si è accentuato in questi ultimi tempi con il blocco totale dell'informazione via internet. Il regime castrista ha il controllo di tutti i siti web e providers dell'isola. Non è possibile per un privato accedere a un collegamento telematico senza essere intercettato dalla polizia politica. Chi lo fa con qualche accorgimento tecnico, lo fa a suo rischio ed è considerato nemico della Patria. Gli arresti di giornalisti web e scrittori si contano a decine.

Il 15 febbraio scorso. Il ministro per le Comunicazioni, Ramiro Valdés, dichiarò che internet “è un mezzo diabolico” e che il controllo di “quest'arma selvaggia” è indispensabile. Dunque gli arresti si sono intensificati con il ritmo di uno al giorno.

Cuba è tra gli ultimi posti al mondo per l'utilizzo della comunicazione in rete. Solo il 2 percento della popolazione possiede un computer ed è in grado di interagire. Solo l'Uganda e lo Sri Lanka sono a questo livello. Per usare una connessione è necessario recarsi nei punti pubblici, dove il controllo è sistematico. Le pene, in caso di violazione della legge sull'informazione, si aggirano sui 20 anni di reclusione per la pubblicazione di articoli su testate web straniere e 5 anni per essersi connessi illegalmente. La censura è totale.

I casi più eclatanti di scrittori e giornalisti attualmente perseguitati sono 38. Tra essi ricordiamo: Pedro Arguelles Moran (20 anni , gli arresti giornalieri e le violenze psicolodi reclusione), Victor Rolando Carmona (26 anni), Adolfo Fernandez Sainz (15 anni), Pablo Pacheco Avila (20 anni). Ma le perquisizioni, la chiusura di riviste dissidentigiche sono migliaia.

 

31/03/2007

La grande menzogna della cultura cubana, il regime sostiene che il popolo cubano è colto, la realtà è totalmente un'altra.

A Cuba non è facile comprare un libro e sceglierlo secondo il proprio gusto, anche perché gli stipendi sono così bassi che in pochi possono spendere denaro per la lettura. Di questi tempi è troppo più importante sopravvivere: se investiamo soldi in carta stampata non ne restano per riso e fagioli. I libri costano cari, soprattutto nei negozi di Stato che vendono in moneta convertibile, la carta scarseggia, le produzioni popolari sono ridotte all’osso. Restano i negozi di libri usati che vendono e affittano per pochi pesos vecchi libri ingialliti dal tempo. Negli anni Sessanta e Settanta circolavano molti libri, grazie al lavoro importante di editori come Huracán, Imprenta Nacional de Cuba, Casa de las Americas, Cocuyo y Dragón e molti altri. Tra le mani dei lettori passavano titoli importanti della letteratura mondiale a prezzi modici e in edizioni tascabili. All’inizio degli anni Novanta, con l’arrivo del periodo speciale, la mancanza di carta ha provocato una drastica riduzione delle tirature dei libri e la scomparsa di molti editori. La Fiera del Libro dell’Avana è diventata l’unica occasione per acquistare libri, che tra l’altro sono sempre più costosi e politicizzati. Quest’anno il libro più venduto durante la Fiera del Libro è stato Cento ore con Fidel di Ignacio Ramonet, ignobile volume pubblicato anche in Italia e che rappresenta uno squallido copia-incolla di vecchie dichiarazioni del Comandante. Un altro libro molto venduto è stato Tinísima, un romanzo della scrittrice messicana Elena Poniatowska basato sulla vita della controversa fotografa rivoluzionaria Tina Modotti. La Fiera del Libro dell’Avana è stata un evento importante al quale hanno preso parte oltre seicentomila persone che hanno acquistato più di un milione di libri. La maggior parte dei visitatori, però, sono andati soltanto a guardare, perché non possedevano denaro sufficiente per acquistare libri. Un’inchiesta condotta da una rivista di regime come Bohemia riferisce che tra i giovani è diminuita l’abitudine alla lettura, ma non si interroga sui motivi. Uno studente di medicina mi ha confessato: «Qualche giorno fa ho visto in una libreria della calle Obispo un libro di Harry Potter e mi sarebbe piaciuto compralo, ma non ho potuto perché lo vendevano in pesos convertibili e non avevo abbastanza denaro». Per chi ha pochi soldi e molta voglia di leggere restano i venditori di libri usati, che spesso possiedono edizioni straniere di autori proibiti come Cabrera Infante e Milan Kundera. Forse non tutti sanno che a Cuba sono molti gli scrittori che il regime toglie dalle librerie e che considera immorali e servi degli imperialisti. Gorge Orwell (come potrebbe Castro far conoscere ai cubani La fattoria degli animali o 1984?), Vargas Llosa (troppe prefazioni a Reinaldo Arenas e molte critiche al regime) e Solgenitsin (a Cuba non esiste Arcipelago Gulag) sono alcuni esempi eclatanti. Purtroppo anche i venditori di strada spesso praticano prezzi in divisa e finisce che anche i libri usati restano appannaggio dei turisti stranieri. Le Biblioteche Indipendenti cercano di diffondere libri gratuitamente, ma vengono osteggiate dal governo e spesso capita che qualche pericoloso bibliotecario si faccia qualche anno di galera soltanto per aver procurato letture non consigliate da Castro. Per fortuna che Gabriel Garcia Marquez è in buoni rapporti con il regime, altrimenti i cubani non avrebbero potuto leggere neppure Cent’anni di solitudine o L’amore al tempo del colera. I libri proibiti circolano grazie ai dissidenti e ai bibliotecari indipendenti, che rischiano la galera per promuovere l’amore per la lettura.  A Cuba è difficile leggere, ma è ancora più complicato scrivere in modo indipendente e libero. Sono molti i poeti che soffrono costrizioni ideologiche dopo il famoso assunto di Castro: contra la revolución nada con la revolución todo. Molti poeti hanno vissuto in galera per opporsi al regime comunista e oggi sono in esilio: Armando Valladares, Ernesto Díaz Rodríguez, Jorge Valls, Ángel Cuadra, María Elena Cruz Varela e molti altri. I poeti cubani incarcerati per motivi ideologici e costretti ad accettare l’esilio e l’allontanamento dalle loro famiglie sono un numero indescrivibile. Ricordiamo ancora: Gastón Vaquero, Augustín Acosta, José Ángel Buesa, Heberto Padilla, Belkis Cuza Malé, Manuel Díaz Martínez, Antonio Conte, Raúl Rivero, Efraín Riverón e Manuel Vázquez Portal.  La poesia ha bisogno di libertà per poter cantare e a Cuba per chi non abbassa la testa di fronte al regime non esiste diritto di parola. Pare di sentire nell’aria i versi di Salvatore Quasimodo: E come potevano noi cantare?/ Pure le nostre cetre erano appese,/ oscillavano lievi al triste vento... Cuba è una terra infida per i poeti, se si pensa che persino Pablo Neruda, il più grande lirico sudamericano, è considerato lettura proibita. Raúl Rivero, considerato il più importante poeta cubano contemporaneo, è un esempio di quanto può essere spietato il regime castrista con gli uomini liberi. Rivero ha scontato alcuni anni di galera e oggi vive esiliato a Madrid solo per aver osato scrivere senza sottostare alla censura. Per conoscere l’opera poetica degli scrittori cubani incarcerati ed esiliati l’unico libro esistente in Italia è Versi tra le sbarre - antologia di poesia cubana dissidente (Edizioni Il Foglio, 2006). Come mai in Italia grandi editori come Mondadori danno credito alle interviste fasulle e inginocchiate di un pessimo giornalista come Ramonet e soltanto un microscopico editore dà voce agli uomini liberi che si ribellano alla tirannia? La speranza è che certe connivenze con le dittature vengano giudicate dalla storia.

25/03/2007

Chavez ammette di essere un bugiardo.

Chavez, Castro è stato in punto di morte

Dopo avere a lungo diffuso notizie tranquillizzanti su Fidel Castro, il presidente venezuelano Hugo Chavez ha ammesso per la prima volta che il ‘lider maximo’ è stato in punto di morte.

“Quando Fidel era bloccato a letto, e ora non lo è piu, era in condizioni di salute alquanto delicate”, ha detto Chavez nel corso di un comizio a Caracas. Il leader cubano è stato sottoposto nel luglio scorso a una delicata operazione all’intestino e per settimane è circolata con insistenza la voce che non avrebbe superato la crisi. “È stato in pericolo di vita per diversi giorni”, ha raccontato il presidente venezuelano, “e mi diceva ‘Chavez, posso morire adesso, smettila di preoccuparti per me’”.

 

24/03/2007

"CHE guevara non e' seppellito nel mausoleo dell'avana"

Un ex agente della Cia di origini cubane, Gustavo Villoldo, ha lanciato un guanto di sfida al regime di Fidel Castro sostenendo di essere stato lui, nel '67, a seppellire la salma di Ernesto 'Che' Guevara in Bolivia, e che dunque e' un falso quella che riposa nel mausoleo appositamente eretto nel '97 all'Avana, due anni dopo l'annuncio solenne della localizzazione della tomba da parte delle autorita' di Cuba, che apparentemente vennero in possesso dei presunti resti dell'eroe rivoluzionario, catturato e giustiziato nell'ottobre di quarant'anni fa dalle forze di sicurezza boliviane, aiutate dalla stessa Cia. Al quotidiano 'The Miami Herald" Villoldo, 71 anni, veterano della fallita invasione della Baia dei Porci appoggiata dagli Stati Uniti, ha dichiarato di aver sepolto il corpo del Che in un fosso, vicino alla localita' boliviana di Vallegrande, ma non prima di averne prelevato una ciocca di capelli. "Sono sicuro che essa conserva un campione del Dna del Che, e voglio che sia sottoposta a test, e messa a confronto con i resti che si trovano a Cuba", ha aggiunto l'uomo, uno dei tanti profughi cubani che, ostili al regime comunista, a suo tempo ripararono in Florida. Villoldo ha sottolineato di essere in possesso delle coordinate precise della tomba segreta del grande rivoluzionario argentino, ma ha ammonito che le fornira' esclusivamente ai suoi familiari, sempre che questi siano interessati e gliele chiedano. (AGI) - Miami, 23 marzo

 

22/03/2007

CUBA,Dissidenti cubani e mistificazioni italiane.

Oggi capita che accendo la televisione e guardo su Rai Tre un bel programma condotto da Corrado Augias che di solito mi piace e racconta cose interessanti. Peccato che ogni regola ha la sua eccezione e io ci finisco dentro fino al collo, ché oggi su Rai Tre parla a ruota libera il vecchio Gianni Minà e come al solito racconta di Cuba, il suo argomento preferito, parla di quel buon vecchio dittatore chiamato Fidel Castro, dice che lui è più buono di Somoza perché non ha mai ricevuto gli squadroni della morte. Bravo Fidel Castro, quasi quasi mi commuovo. E bravo anche Gianni Minà che come spalla del Comandante mi pare secondo solo a Oliver Stone. Il buon Minà ha appena pubblicato un libercolo dove elenca tutti gli attentati compiuti dagli Stati Uniti contro Cuba e in questo periodo lo vediamo su tutte le televisioni che propaganda menzogne. L’ho sentito anche l’altro giorno da Fazio che raccontava la solita novella di Cuba aggredita dagli statunitensi, di Bush che la vuole invadere, e dei cubani che vanno difesi insieme a tutte le conquiste rivoluzionarie. Tanto per capire ha detto le solite menate tipo a Cuba c’è una dittatura sì, va bene, ma vuoi mettere quant’è peggio il Nicaragua e poi a Cuba c’è la sanità e l’istruzione. Balle propagandistiche che possono andare bene per uno che Cuba non la conosce, ché ve li raccomando gli ospedali cubani, ma mica quelli per turisti che funzionano davvero, parlo degli ospedali per la povera gente, la vera conquista della rivoluzione. Gli ospedali cubani non sono quelli dove si ricovera Maradona a spese di Fidel Castro e nemmeno quelli dove potrebbe andare a finire Gianni Minà, se lo beccasse uno dei miei amici cubani che sono più incazzati con lui che con Fidel Castro. I dissidenti cubani che conosco sostengono che i giornalisti servili come Gianni Minà sono i peggiori nemici del processo di democratizzazione cubana. E poi parliamo dell’istruzione a Cuba e diciamo che la possiamo paragonare a quella che avevamo in Italia ai tempi del Minculpop. I libri di scuola raccontano che Fidel Castro (un dittatore) è l’erede di José Martí (un liberale vecchio stampo), scrittori come Cabrera Infante sono scomparsi dai piani di studio (Tre tristi tigri non lo ha mai scritto nessuno, forse è opera di un fascista spagnolo o di una spia della Cia), Lezama Lima per anni è stato vietato come un frocio pericoloso (sono piccolezze il fatto che fosse il più grande poeta latino americano) e Reinaldo Arenas è ancora oggi proibito, il marxismo è materia di studio e fino a qualche anno fa si doveva pure conoscere il russo… L’istruzione a Cuba è quella che lo Stato vuole che venga impartita, non esiste libertà di insegnamento e i programmi vengono rigidamente controllati dal regime. Per non parlare di tutto il resto, soprattutto della inesistente libertà di stampa. Mi fa parecchio incazzare che nello stesso giorno in cui il vecchio Minà snocciolava interminabili elenchi di persone che la pensano come lui (stile Fiorello quando lo imita), c’era un dissidente cubano che rischiava di finire ancora una volta in galera.

Jorge Olivera Castillo (un giornalista - poeta che sarà pubblicato a marzo in Italia nel volume Versi tra le sbarre, edito da Il Foglio) ha lanciato un appello diretto alla comunità internazionale perché teme nuove repressioni nei suoi confronti. Castillo ha il visto di entrata per gli Stati Uniti dall’ottobre 2002, ma il regime non lo lascia partire per l’esilio con la sua famiglia. Ha una condanna a 18 anni di carcere per reati di opinione, dopo la primavera nera del 2003, e la sua unica colpa è quella di fare il giornalista per Cubanet e di dire le cose come stanno. Il 21 febbraio è stato convocato davanti al Tribunale Municipale dell’Avana Vecchia e gli è stato comunicato che non può allontanarsi dai confini di Ciudad Habana senza un’autorizzazione del Tribunale, non può assistere a manifestazioni pubbliche e non può uscire per feste organizzate. Per il momento nei suoi confronti vengono mantenuti gli arresti domiciliari per motivi di salute, ma il dissidente teme che presto dovrà tornare in carcere. Jorge Olivera Castillo ha chiesto l’attenzione dell’Unione Europea sul suo problema ed è stata subito inviata una rappresentanza tedesca, inglese e austriaca per parlare con i membri del Tribunale. “Sono colpevole soltanto di voler fare il giornalista secondo coscienza, senza sottostare alla ferrea censura ufficiale. Il carcere è il ventre di una rivoluzione che ha preso il nome di socialista, usurpandone principi e ideologie”, ha detto Castillo. Ma sono tanti i dissidenti che soffrono ingiuste detenzioni nelle carceri di Cuba. Héctor Palacios è un altro uomo indipendente condannato a passare venticinque anni in carcere per reati di opinione. Fidel Castro non lo fa uscire di galera neppure per motivi di salute, nemmeno fosse un pericoloso criminale. Al regime non interessa se ha sessantaquattro anni e se la sua salute è cagionevole, pare che un giornalista indipendente rappresenti un grande pericolo per la stabilità della Rivoluzione. Le Biblioteche Indipendenti, che nascono a Cuba a rischio e pericolo dei loro fondatori, sono un altro fulcro della dissidenza che il regime vuole distruggere e che per certi commentatori italiani non esistono. Le Biblioteche Indipendenti non sono finanziate dalla Cia, ma dalla voglia di far conoscere tante verità ai cittadini cubani. Marta Beatriz Roque è una cubana coraggiosa che sta lavorando per creare un fronte democratico che si contrappone al governo, ma ogni giorno rischia la galera per reati di opinione. Oscar Mario Gonzales è un altro giornalista indipendente incarcerato per rappresaglia da parte delle autorità politiche cubane. Ha scritto una lettera alla moglie dove racconta che vive in mezzo all’umidità, alle zanzare, alle mosche e in un luogo insalubre e sporco.

Tutte cose che per fortuna Amnesty Internacional denuncia e non vediamo cosa ci sia da scandalizzarsi se Cuba è in prima fila tra i paesi dove esistono violazioni ai diritti umani e alla libera espressione del pensiero. Minà si meraviglia di questa grande attenzione che viene dedicata a Cuba da chi è deputato a valutare le violazioni ai principi fondamentali della Carta dei diritti umani. Noi no, perché non abbiamo nessun interesse da difendere, se non quello di raccontare la verità di un paese che conosciamo bene, dove la parola libertà è solo un’utopia. Tutto questo non vuol certo dire che non esistono problemi simili negli Stati Uniti, nel Nicaragua, nel Brasile, in qualsiasi altro Stato del mondo. Ma stavamo parlando di Cuba, mi pare. Un paese che ha fatto una Rivoluzione per ottenere giustizia sociale, umanesimo e attenzione ai problemi del cittadino. Ho l’impressione che i primi ad aver capito come sarebbero finite le cose furono proprio Huber Matos e Carlos Franqui, rivoluzionari della Sierra Maestra che adesso sono in esilio e lanciano strali contro Fidel Castro. Huber Matos si fece anche diciotto anni di galera per aver tentato di dimettersi e di abbandonare una Rivoluzione che non condivideva più per la pericolosa deriva autoritaria che stava prendendo. Per non parlare di Montaner che dalle colonne de El Pais, insieme a Raul Rivero, raccontano tutte le nefandezze della Cuba castrista. Ecco, secondo me sarebbe opportuno che la stampa e la televisione italiana dessero ascolto anche a queste voci e non facessero parlare soltanto il portavoce di Fidel Castro in Italia, che pare accecato di fronte a tanta amicizia con il dittatore.

Gordiano Lupi

 

20/03/2007

Fidel Castro mentre incontra lo scrittore GARCIA MARQUEZ. Incontro avvenuto il 12 marzo scorso.

19/03/2007

Chavez: problemi in costruzione partito unico.

CARACAS - Tre partiti della coalizione che finora avevano appoggiato il progetto del presidente Hugo Chavez di costruzione in Venezuela del socialismo del 21esimo secolo non accettano i tempi previsti ed il capo dello Stato li ha invitati, se credono, ad andarsene, "ma dalla porta principale e senza tirare sassi".

Nel suo programma televisivo "Alò Presidente", Chavez si è soffermato sulle resistenze opposte dai partiti Podemos, Patria para Todos e Partito comunista del Venezuela (Pcv) a sciogliersi rapidamente e ad entrare nel progetto del Partito socialista unificato del Venezuela (Psuv), dicendo fra l'altro: "ho concluso che i tre partiti, o almeno i loro portavoce, non vogliono costruire un partito unico in Venezuela". "Bene - ha aggiunto - vadano avanti per la loro strada, non ci tirino sassi e ci lascino in pace a costruire il nostro grande partito".

Rispondendo alle critiche dei responsabili delle formazioni politiche per il fatto che il processo di trasformazione politica è troppo veloce, Chavez ha concluso: "non sto facendo pressioni, vi sto aprendo le porte perché voglio solo che facciamo una vera rivoluzione e che smettiamo di restare attaccati al settarismo, alla partitocrazia e al clientelismo che tanti danni hanno fatto al nostro popolo".

 

14/03/2007

CUBA: CASTRO, 'SI SENTE BENE' E HA RICEVUTO GARCIA MARQUEZ

 

L'AVANA, 14 MAR - Il presidente cubano Fidel castro si sente 'molto bene' e ha ricevuto lo scrittore colombiano e premio Nobel per la letteratura Gabriel Garcia Marquez.
Lo scrive il quotidiano cubano Granma, riportando una conversazione telefonica avvenuta lunedi' sera fra il leader maximo e il presidente venezuelano Hugo Chavez. 'Questa mattina mi ha fatto visita Gabo (il soprannome di Garcia Marquez) che si trova qui' ha detto Castro a Chavez, aggiungendo di sentirsi 'molto bene'.
Lo scrittore, a L'Avana per un incontro culturale, e' legato a Castro da una lunga amicizia e pochi giorni fa aveva espresso il desiderio di incontrarlo, dicendosi 'sicuro' della ripresa di Fidel dalla malattia.
Il capo di stato cubano, che ha 80 anni, ha trasferito temporaneamente il potere al fratello Raul lo scorso 31 luglio, in seguito a una grave emorragia intestinale.

 

07/03/2007

Prima o poi dovrà succedere, Castro non è eterno.

Temendo un massiccio esodo di fuggitivi da Cuba quando Fidel Castro morira', sono state organizzate in Florida due giornate di esercitazioni militari per testare la macchina organizzativa. E' quanto riporta il quotidiano americano 'Washington Times', spiegando che nell'esercitazione verra' controllato anche il grado di prontezza nell'intercettare le imbarcazioni dirette verso l'isola, visto che alcuni gruppi di esuli cubani del sud della Florida hanno gia' espresso il desiderio di tornare all'Avana non appena Castro avra' chiuso gli occhi.

A partecipare all'Operazione 'Sentinella vigile' della Guardia Costiera, saranno una cinquantina di gruppi di partecipanti, tra cui personale del Dipartimento di Stato, del Pentagono, e dei dipartimenti di Giustizia e della Sicurezza interna. "Bloccare la gente in mare significa lanciare il messaggio che non e' sicuro arrivare da noi in questo modo", spiega Jennifer Johnson della Guardia Costiera.

Le esercitazioni arrivano a una settimana dall'approvazione del Congresso allo stanziamento del Pentagono di 18 milioni di dollari per il piano di accoglienza a Guantanamo degli immigrati cubani intercettati in mare. Secondo il quotidiano che cita fonti dell'amministrazione Usa, il piano prevede l'accoglienza di circa 10 mila persone.

 

06/03/2007

Il disegno di Chavez.

di Paolo della Sala

Se la probabile crisi con l'Iran si presenterà sotto la forma di un conflitto, allargato agli oppositori interni del regime di Ahmadinejad (sunniti e azeri), ciò produrrebbe come conseguenza l'apertura di un altro fronte bellico, in Sudamerica. Molte analisi conducono a questa sconcertante considerazione, a partire da quella di Alberto Garrido, giornalista e accademico argentino residente in Venezuela, il quale ha appena dato alle stampe (in sudamerica) il suo ultimo testo, dal titolo inequivocabile: Le guerre di Chavez.

Hezbollah è presente in Venezuela in posti chiave, mentre il regime sciita ed alawita di Assad hanno creato col regime di Caracas l'incarnazione del nuovo «rivoluzionarismo» mondiale, quello marxislamico. Chavez si appresta a rilevare l'eredità di Fidel Castro, e propone una unione formale con Cuba. La scorsa settimana è stata inaugurata la nuova linea aerea Teheran Caracas, via Damasco, simbolo della alleanza contro l'America. Si tratta di politiche coordinate su diversi piani: in primo luogo col tentativo di alzare al massimo il prezzo del greggio; in secondo luogo cercando di sostituire il dollaro con l'euro come moneta per i mercati petroliferi (con la pessima complicità europea); infine accelerando il riarmo.

Quanto al «fronte petrolifero» gioverà ricordare che il governo venezuelano ha appena siglato un accordo con il comune di Firenze per la fornitura di combustibile diesel a prezzo preferenziale, simile a quello sottoscritto dalla città di Londra. Mentre Londra offrirà pubblicità e altro, nel caso di Firenze l'intercambio sarà con esperti in restauri di opere d'arte. D'altro lato l'Eni ha chiesto al Venezuela un risarcimento di un miliardo di dollari dopo che Chavez aveva imposto contratti che prevedevano l'obbligo di offrire al governo la maggioranza di ogni società del settore petrolifero. Eni e Total hanno rifiutato il diktat e hanno fatto le valigie, ma adesso Eni ha chiesto l'indennizzo, e questa richiesta è stata giudicata ammissibile da un tribunale di arbitrato internazionale. La trasformazione dell'economia in senso comunista mostra i suoi errori e orrori: da quando i campi petroliferi sono passati sotto il controllo statale, la produzione è scesa di 70.000 barili al giorno. Si ricorderà che lo stesso Iran importa la benzina dall'estero.

Sul fronte del riarmo, i rapporti privilegiati DI Chavez sono con Russia e Cina, dopo che l'amministrazione Bush ha bloccato diverse vendite di armamenti da parte della Spagna e di altre nazioni occidentali. Di recente Russia e Venezuela hanno sottoscritto 37 accordi e 11 carte d'intenti. Secondo Garrido il primo obiettivo di Chavez è perfezionare l'acquisto dei caccia Sukoi-3 MKM, superiori rispetto ai concorrenti statunitensi, e di elicotteri Mig-17. In cambio Gazprom, sul modello europeo, ha chiesto e ottenuto di entrare come socio autorevole nel progettato gasdotto del Sud, che attraverserà l'intero Sudamerica e che è diventato oggetto di scambio di favori politici.

Gli Stati Uniti non sono rimasti a guardare. Bush ha già proposto a Lula un piano per la conversione all'etanolo e sta per svolgere un'importante viaggio in sudamerica. Nel frattempo è ripresa la tradizionale politica di «contenimento e dissuasione» applicata e fallita in Medioriente, dove è difficile dissuadere chi si uccide volontariamente. Di conseguenza ad aprile e maggio 2006 si è svolta l'operazione «Sociadad de las Americas», esercitazioni navali compiute nell'area caraibica da una flotta dotata di notevole forza deterrente, a partire dalla portaerei G. Washington. L'obiettivo era «incrementare la sicurezza» nei mari di quell'area. Bantz J. Craddock, responsabile del Comando Sud della Flotta Usa, ha riconosciuto in una comunicazione al Senato americano che «l'America latina è una delle zone meno armate del mondo, ma che non per questo è la meno ostile». In riferimento alle minacce che provengono dall'area, Craddock sostiene che «in gran parte non sono convenzionali», e che anche le soluzioni potrebbero «non essere convenzionali». Tuttavia le amare esperienze di questi anni hanno insegnato agli Stati Uniti che le guerre condotte con mezzi «light» e con la sola tecnologia, come nel caso della campagna contro la dittatura di Saddam Hussein, presentano molte possibilità di insuccesso. In Iraq è fallita proprio la fase della ricostruzione, ma in realtà le truppe alleate trovarono seri problemi fin dall'inizio, e non per opera della Guardia Repubblicana o dei soldati regolari, ma a causa dei 20.000 feddayn che si muovevano in piena libertà nel territorio, e che erano dotati soltanto di jeep, esplosivo, bazooka e kalashnikov. Nel caso di un attacco all'Iran, sono da prevedersi alcuni attacchi contro il territorio statunitense.

Il modello di Chavez è basato sulla «guerra di popolo», in alternativa al modello brigatista delle Farc colombiane. Lo stesso schema dovrebbe attivarsi in Medioriente, dove gli sciiti sperano che «il popolo sunnita» si ribelli ai regimi e dia luogo a un'insurrezione generalizzata, un attacco insieme asimmetrico e di massa che si affiancherebbe alle azioni convenzionali di Siria e di Hezbollah. Se anche Al Qaeda entrerà nel gioco la reazione potrebbe realizzarsi utilizzando i canali della cocaina per trasportare materiale nucleare sporco dall'america latina agli Usa.

 

06/03/2007

Nell’ultimo paradiso comunista nessuno sa quel che avviene nel mondo esterno.

Il regime di Cuba proietta verso l’estero un’immagine eroica, così come vuole Fidel Castro. In compenso impone ai suoi cittadini di non vedere, leggere o sentire quel che avviene nel mondo circostante. È del 27 febbraio la notizia della condanna a 22 mesi di carcere per il giornalista indipendente Roberto Jesus Guerra Perez, accusato di “disturbare l’ordine pubblico”. “Disturbare” con i suoi articoli, si intende. Prima della condanna, emessa dal tribunale municipale de L’Avana, il giornalista aveva già scontato 19 mesi di carcere preventivo, senza alcun processo. Poi vi sono altre forme di persecuzione informale per quei giornalisti che non sono allineati con le direttive del regime. Il giornalista indipendente Alain Ramon Gomez, che per avere uno stipendio faceva il meccanico, è stato licenziato lo scorso 18 febbraio.

Quattro giorni prima aveva rifiutato di donare “volontariamente” la paga di un giorno di lavoro a favore delle Milizie Territoriali. Il Ministero del Commercio Interno lo ha dichiarato “politicamente inaffidabile” e ha decretato il suo licenziamento. In alcuni casi, i giornalisti indipendenti ricevono “avvertimenti” che colpiscono i familiari. È il caso di Alejandro Tur, la cui moglie è stata licenziata perché suo marito “è un ben noto controrivoluzionario”, mentre lei stessa non partecipava abbastanza alle “organizzazioni di massa” del governo. Ma non occorre essere dei giornalisti indipendenti, o dei dissidenti dichiarati per essere perseguitati dal regime. Basta cercare di sintonizzarsi con una rete televisiva straniera: in ben due occasioni nel solo mese scorso, la polizia cubana ha dato letteralmente la “caccia” alle antenne abusive e satellitari. Il 21 febbraio, polizia e impiegati della compagnia telefonica nazionale hanno strappato le antenne proibite in diversi quartieri dell’Avana. Stando alle testimonianze di alcuni cittadini, lo zelo dei funzionari governativi era fin esagerato: oltre alle antenne abusive, hanno danneggiato anche quelle locali.

Inutile dire che anche la più recente forma di comunicazione, Internet, è rigidamente controllata. A Cuba occorre l’autorizzazione ministeriale per possedere un computer connesso alla rete. La censura sul web a Cuba è una delle più rigide del mondo, al pari di quella applicata in Iran e in Cina. E le autorità cubane, non solo non lo nascondono, ma se ne vantano pure: il ministro per le Comunicazioni Ramiro Valdes, ha dichiarato che Internet è “uno degli strumenti per lo sterminio globale”, un mezzo usato dagli Stati Uniti per il dominio del mondo. Mentre Cuba userebbe Internet in modo “razionale ed efficiente” perché “le nuove tecnologie devono essere controllate”.

28/02/2007

Cuba: Castro in diretta radiofonica con Chavez.

CARACAS - Fidel Castro ha parlato oggi alla radio venezuelana con il presidente del Venezuela Hugo Chavez nel corso di una trasmissione in diretta. Non si sentiva la voce del lider maximo cubano dall'estate scorsa quando era stato operato all'intestino. (Agr) 

 

26/02/2007

CASTRO DENUNCIATO PER OMICIDIO 9 DISSIDENTI NEL '61, ESPOSTO PRESENTATO DAL COMITATO DI APPOGGIO ALLA DISSIDENZA.

L'Avana, 27 feb. - (Adnkronos) - Il presidente cubano Fidel Castro e' stato denunciato con l'accusa di aver commesso nove omicidi, insieme con il capitano Osmani Cienfuegos, dal Comitato di assistenza alla dissidenza. Castro e Cienfuegos sono accusati dal comitato di essere responsabili della morte per asfissia di nove soldati della brigata 2506, che il 17 aprile del 1961 era sbarcata a Bahia de Cochinos per abbattere il regime di Castro.

22/02/2007

VENEZUELA, "IN FUGA DA CHAVEZ": GLI ITALIANI SE NE VANNO.

Roma, 22 feb. (Apcom) - Con 13mila passaporto emessi - con una media di 50 al giorno - quello di Caracas è stato nel 2006 il consolato italiano a sbrigare il maggior numero di pratiche di questo tipo nel mondo. L'obiettivo primo degli italiani in Venezuela? Lasciare il Paese guidato dal presidente 'populista' Hugo Chavez. "In fuga da Chavez", titola oggi il quotidiano "La Stampa", spiegando che dopo la nazionalizzazione delle imprese energetiche e telefoniche il prossimo passo di Chavez potrebbe essere diretto contro la proprietà privata, compresa quella delle case. E la situazione peggiora: "Solo a gennaio la crescita di emissioni di passaporti è stata di almeno il 20% in più rispetto allo scorso anno", ha confermato alla testata torinese un alto funzionario dell'ambasciata italiana a Caracas. Gli italiani residenti in Venezuela, secondo il "Rapporto italiani nel Mondo 2006" della Fondazione Migrantes sono 73.128. Le code al consolato italiano (ma anche a quello spagnolo) - scrive il quotidiano - sono aumentate nelle scorse settimane, in coincidenza con l'attribuzione dei pieni poteri da parte del Parlamento venezuelano a Chavez. "Con il populismo di Hugo Chavez - si sfoga l'italo-venezuelano Daniel, laureato in ingegneria con tanta voglia di fare un master, 'magari alla Bocconi di Milano' - il mio Paese non mi può offrire più nulla".

21/02/2007

Chavez straccia i contratti con le compagnie petrolifere, ma si accorgerà presto che non siamo nel 1959 e la sua "rivoluzione" gli costerà cara.

L’Eni ha richiesto alla Banca Mondiale un arbitrato contro il Venezuela per il sequestro del giacimento di greggio di Dacion. In base alle notizie di stampa, la richiesta di indennizzo è di circa 1 miliardo di dollari.

N.D.R

Intanto a causa della nazionalizazione degli impianti petroliferi, in mancanza di tecnici specializzati in grado di farli funzionare Chavez è costretto a svendere il petrolio al 40% del prezzo di mercato a chiunque in cambio possa inviare personale specializzato nell'estrazione del petrolio in Venezuela.....un grande affare per molti, un pessimo affare per il popolo venezuelano.

21/02/2007

Dichiarazione di una nipote di Fidel Castro.

Una nipote di Fidel Castro, Mariela Castro Espin, ha dichiarato in una fiera del libro dell'Habana che suo nonno Fidel sta recuperando bene dopo gli interventi dei mesi scorsi. Non si capisce perchè le notizie sulla salute del tiranno vengono centellinate in modo così bizarro e fornite alla stampa estera da parenti e amici, mentre al popolo cubano che sarebbe il primo a dover avere sue notizie Fidel si nasconde, se sta veramente così bene tanto da praticare sport(secondo alcune di queste voci semi ufficiali)perchè non lo mostrano in TV o perchè non danno dei comunicati ufficiali sul suo stato di salute visto che fà questi fenomenali progressi? invece no, c'è il segreto di stato.....stranezze della dittatura, forse Fidel vuole fare il suo ritorno alla grande sorprendendo tutti con un fisico da culturista alla prossima apparizione sul malecon dopo essersi allenato per mesi correndo sulla sierra maestra come Rocky Balboa nel suo ultimo film ?.....staremo a vedere..Si aspettano le nuove dichiarazioni sullo stato di salute di Fidel da un vicino di casa del fidanzato di sua cugina Rosa.....forse.

19/02/2007

Chavez annuncia la nazionalizzazione dei supermercati.

Il Venezuela di Hugo Chavez sta diventando sempre più simile a un paese dell’Europa dell’Est prima della caduta del muro di Berlino. L’ultima trovata del paramilitare è quella di nazionalizzare (ed espropriare) i supermercati e le imprese commerciali che trattano la vendita di generi alimentari. “Io vi nazionalizzerò i supermercati e i grandi magazzini – ha promesso el jefe (il capo) di Caracas, di fronte a una platea di pensionati, in un discorso che ricordava il peggior Fidel Castro. La motivazione? Secondo Chavez “nazionalizzare” è l’unico modo per fermare “lo sciacallaggio” e le “pratiche speculative” di alcuni negozi, “che non rispettano i prezzi calmierati fissati dal governo quattro anni fa”. “Aspetto solo di avere la prima opportunità per nazionalizzare il primo negozio di carne o supermercato e metterlo al servizio del popolo”, ha concluso Chavez. La vicenda venezuelana ci insegna ancora una volta l’importanza delle liberalizzazioni e della concorrenza, soprattutto in un mercato così sensibile come quello degli alimenti: essenziale nella vita delle persone più povere.

È evidente come le intenzioni di Chavez siano diametralmente opposte a quelle pensiero economico di Adam Smith e a tutto ciò che esiste negli Stati Uniti da più di un secolo. Lo “sciacallaggio” di cui si lamenta Chavez non è altro, infatti, che il risultato di quello che lui stesso ha deciso quattro anni or sono con i prezzi fissati dal governo. A riconoscerlo, involontariamente, sono gli stessi responsabili della distribuzione “costretti a vendere in perdita da quando è entrata in vigore la tabella di prezzi calmierati”. Noel Alvarez, presidente della Consecommercio venezuelana, sulle pagine del quotidiano El Universal si spinge ancora più in là. “La decisione di Chavez di nazionalizzare i supermercati che speculano sugli alimenti – ha affermato Alvarez - ostacola l’espansione del mercato nel settore, impedendo l’entrata di capitali e disincentivando gli investimenti”. Il soprintendente nazionale del Tesoro Josè Vielma tenta di calmare le acque. “C’è bisogno che le imprese e il governo si parlino – ha detto. Ma Chavez non sembra ascoltare nessuno. La sua battaglia contro le liberalizzazioni è anche una battaglia ideologica contro i nemici numero uno di Caracas: gli Stati Uniti e George W.Bush. Non sorprende che nel suo discorso, Chavez abbia definito la pratica speculativa “un piano segreto di Washington per influenzare l’economia venezuelana, in linea con i progetti politici e militari dell’America contro il Venezuela”. In realtà sono le semplici regole del mercato.

 

16/02/2007

La dittatura di Chavez prosegue nella distruzione del Venezuela.

Il presidente Hugo Chavez ha annunciato che una nuova moneta sarà introdotta in Venezuela il prossimo anno per combattere l'inflazione. Chavez ha detto che tre zeri saranno tolti dal bolivar, che sarà sostituito dal "Nuovo Bolivar" a partire dall'inizio del 2008. Così Chavez vuol combattere l'inflazione che lo scorso anno è stato del 17%. Annunciata anche la riduzione di cinque punti dell'Iva al 9,5% entro luglio.

Ma la riforma populista del presidente Chavez passa attraverso gli espropri. Il presidente venezuelano ha detto che tra breve emanerà un decreto che darà al governo l'autorità di espropriare i supermercati, i negozi e altre attività commerciali che accaparrano alimentari o speculano sui prezzi. Secondo Chavez questa legge sarà usata per punire severamente le attività di produzione e distribuzione di prodotti alimentari che violeranno il controllo dei prezzi stabilito dal governo.

"Non raccontatemi scuse - ha avvertito Chavez durante il programma televisivo 'Hello President' - ma se essi lo fanno, io li esproprierò di tutto ciò che potrà essere espropriato per la difesa del popolo venezolano". Il presidente ha poi detto che la nuova legge potrà imporre da due a sei anni di carcere, multe, chiusura dei negozi per novanta giorni durante i quali i proprietari dovranno retribuire regolarmente i dipendenti.

Le ultime mosse economiche di Hugo Chavez hanno però spaventato i mercati finanziari. La borsa di Caracas ha chiuso con un pesante ribasso.

 

07/02/2007

Fuggono dal Venezuela decine di cubani in missione.

Il cinque febbraio scorso quarantacinque cubani che lavoravano nei settori sanità e educazione del Venezuela hanno chiesto asilo politico alla Colombia rinunciando a rientrare in patria.                                     

 

06/02/2007

Aniversario del fallito golpe, l'opposizione denuncia Chavez per apologia di reato.

CARACAS - Un'ala dell'opposizione venezuelana ha denunciato il presidente della repubblica Hugo Chavez per apologia di reato, per aver celebrato domenica il tentato golpe del 1992 contro l'allora presidente Carlos Andres Perez. Un avvocato del Comando nazionale della resistenza ha presentato un esposto contro Chavez insieme al Ministro della Difesa, generale Raul Baduel e a vari altri militari e civili impegnati nella commemorazione durante cui si è svolta una parata.

Nel discorso di chiusura, il capo dello Stato venezuelano aveva fra l'altro sottolineato che "la rivoluzione bolivariana é pacifica ma non disarmata". Fonti del Comando, pur ammettendo che la denuncia non ha quasi alcuna possibilità di essere presa in considerazione, hanno sottolineato l'importanza di mantenere intensa la pressione nei confronti di Chavez "per impedire che il paese cada in una dittatura".

02/02/2007

Chavez e la cocaina boliviana.

Secondo Mildred Camero, ex presidente della Comision Nacional contra el Uso Ilicito de las Drogas (Conacuid), il Governo andrebbe a violare i trattati internazionali sottoscritti, e in particolare la convenzione di Vienna, qualora realizzasse cio' che ha annunciato il suo ambasciatore a La Paz, Julio Montes, ossia che il Venezuela acquistera' dalla Bolivia la coca industrializzata. L'argomento della signora Camero e' che la coca e' inserita nella lista numero 1 delle sostanze controllate, in base alla convenzione di Vienna (approvata nel 1961, ratificata il 19 dicembre 1988) e il bando concerne tutte le fasi, dalla produzione al consumo fino all'importazione. Senza dimenticare che anche la legge nazionale contempla la stessa formulazione. A suo giudizio, non si puo' parlare "legalmente" dei benefici curativi ed alimentari della coca fintanto che l'Organizzazione mondiale della Sanita' (Oms) non certifica l'uso della coltivazione per finalita' medicinali. "Finora l'Oms non ha nessuna prova per convalidare le supposte virtu' della coca. E fino a quando non lo fara', i Paesi che la comprano violano le convenzioni internazionali". E' per questo che l'ex funzionaria del governo di Hugo Chavez ritiene che la misura annunciata da Montes si tradurrebbe in una "legalizzazione indiretta dei prodotti derivati dalla coca", e ricorda che, nel 2003, la Junta Internacional de Fiscalizacion de Estupefacientes (Jife) disse chiaramente che dare appoggio legale alla foglia di coca e' andare contro la Convenzione di Vienna. Sarebbe una politica dello Stato e cambierebbero schema e piano nazionale antidroga: si passerebbe dalla penalizzazione della coca alla sua legalizzazione. Sul piano internazionale -spiega Camero- l'ONU potrebbe sanzionare il Venezuela con una risoluzione. "Essa implicherebbe una riduzione della cooperazione internazionale. Diminuirebbero gli aiuti di altri Paesi verso il Venezuela in materia di controlli antidroga", ha concluso l'ex presidente di Conacuid, oggi Oficina Macional Antidrogas diretto da Luis Correa.
In vista della prossima riunione della Convenzione di Vienna che si terra' in Austria l'anno prossimo, l'amministrazione del presidente boliviano Evo Morales ha avviato una campagna per depenalizzare la coca in ambito internazionale; cio' implica togliere la foglia di coca dalla lista delle sostanze proibite.

 

01/02/2007

La morte di Castro coinciderà con la nuova vita di Cuba.

Fidel Castro sta morendo. I telegiornali, con una certa frequenza, ci mostrano immagini del potente dittatore diventato ormai impotente. Ciò che, invece, non è possibile mostrare sono i tanti cubani che, per i motivi più vari e assurdi, sono stati perseguitati e uccisi dal regime di Fidel. Lo scrittore Reinaldo Arenas, per il dramma suo e di Cuba, scrisse un romanzo (Arturo, la stella più brillante, pubblicato ora da Cargo) definito da Mario Vargas Llosa «una delle più toccanti testimonianze che siano state scritte sull’oppressione e sulla ribellione». Purtroppo, Arenas non è sopravvissuto alle umiliazioni dei campi di concentramento di Fidel Castro. Ma prima di togliersi la vita nel 1990 a New York scrisse una lettera aperta al dittatore. Il suo ultimo inno alla libertà, diventato giustamente celebre, firmato da centinaia di personalità e da nove premi Nobel.
Reinaldo Arenas fu doppiamente perseguitato da Fidel Castro, come omosessuale e come scrittore. Fu arrestato nel 1973 con la falsa accusa di pederastia e incarcerato con l’etichetta infamante di stupratore e di essere un agente della Cia. Cercò di fuggire due volte senza successo, ma solo nel 1980 riuscì a lasciare Cuba, quando il dittatore espulse decine di migliaia di cubani ritenuti malati di mente, omosessuali, criminali. Ma ormai Arenas è malato, sarà contagiato dall’Aids. Quando lo scopre si toglierà la vita. Lo stesso giorno della fine, il 7 dicembre 1990, un venerdì, scriverà la lettera di accusa a Fidel Castro e la invierà al direttore del Diario de las Américas di Miami, ossia Horacio Aguirre. Oggi che Fidel Castro è malato e giunto alla fine dei suoi giorni vale la pena rileggere la lettera che Arenas scrisse quando era malato e alla fine dei suoi giorni.
«Cari amici: a causa dello stato precario della mia salute e della terribile depressione sentimentale che provo non potendo continuare a scrivere e lottare per la libertà di Cuba, metto fine alla mia vita. Negli ultimi anni, anche se mi sentivo molto malato - continua lo scrittore - sono rimasto a portare a termine la mia opera letteraria, a cui ho lavorato per quasi trent’anni». E dice: «Vi lascio quindi in eredità tutti i miei terrori, ma anche le speranze che presto Cuba sarà libera. Sono soddisfatto di aver contribuito, sia pure modestamente, alla vittoria di questa libertà». La sua morte diventa fisicamente un atto di accusa contro il dittatore: «Metto fine alla mia vita volontariamente perché non posso più continuare a lavorare. Nessuna delle persone che mi sono vicine è coinvolta in questa decisione. C’è soltanto un responsabile: Fidel Castro. Le sofferenze dell'esilio, le pene dello sradicamento, la solitudine e le malattie che ho contratto nell’esilio non le avrei sicuramente patite se avessi potuto vivere libero nel mio paese». Infine, l’esortazione che è insieme gioia e dolore: «Esorto tutto il popolo cubano, tutti quelli che vivono in esilio o nell'isola, a continuare a lottare per la libertà. Il mio non è un messaggio di sconfitta, ma di lotta e di speranza. Cuba sarà libera. Io lo sono già. Reinaldo Arenas».
La lettera, oltre ad essere un documento e un atto di accusa e, al contempo, un incoraggiamento a non disperare, è una profezia: «Cuba sarà libera». Ancora non lo è. Lo sarà. La fine di Castro segnerà l’inizio di una nuova Cuba. Ma quanta differenza tra la morte del perseguitato e il tramonto del persecutore.
Ricordiamocene ogni volta che vediamo le immagini di un Castro sofferente in televisione.

 

31/01/2007

Venezuela, tutti i poteri a Chavez riarmato da Cremlino e ayatollah.

   

Hugo Chavez ha i pieni poteri e ne avrà domani altri. L’ecuadoregno Rafael Correa, suo amico ed emulo, non li ha ma li vuole. Il presidente del Venezuela vuole anche missili e aerei senza pilota. La Russia glieli sta già fornendo ma lui dice che non è vero, che chi li sviluppa assieme a lui è l’Iran. Una «congiuntura» curiosa ma anche allarmante, che conferma e accentua la sbandata in corso da anni nell’America Latina in senso antiamericano e antidemocratico. Negli ultimi anni le elezioni sudamericane sono state vinte, spesso anche se non sempre, dai candidati e dai partiti della sinistra, soprattutto estrema e Chavez, grande ammiratore di Castro, è in pratica subentrato a Fidel come leader radicale continentale, suscitando fra l’altro emulazioni. Soprattutto nella richiesta di pieni poteri. L’uomo forte di Caracas ne aveva già ricevuti un bel pacco da un Parlamento docile in cui i suoi sostenitori sono in maggioranza. Subito dopo la sua rielezione aveva ricevuto carta bianca per la gestione di una «riforma costituzionale» su misura per lui.
Non gli bastava e adesso ha chiesto il diritto a governare per decreto anche l’economia e la Difesa. Anzi, non ha avuto nemmeno bisogno di chiederlo: la Camera glielo ha offerto spontaneamente. Il voto formale dovrebbe venire domani, ma già ieri il Parlamento ha detto preventivamente di sì. Si è in pratica autoespropriato per un anno e mezzo. Nei prossimi diciotto mesi farà tutto Chavez in due settori fondamentali: in campo economico si accelererà il ritmo delle statalizzazioni, delle nazionalizzazioni, degli espropri delle ditte straniere. Vale a dire essenzialmente del petrolio. I proventi serviranno anche ad ampliare e ad accelerare un ambizioso progetto di riarmo che fin d’ora appare sproporzionato alle dimensioni strategiche del Paese.
Caracas ha già firmato un accordo di 3 miliardi di dollari con la Russia per la vendita di armi dei più svariati livelli: aerei da combattimento (24), elicotteri (53), kalashnikov (100mila). Ed è solo l’inizio. Un’agenzia russa specializzata in questioni militari ha rivelato ieri che sono in corso negoziati per la fornitura di missili terra-aria del tipo Tor-M1: un «sistema» di otto missili montati su rampe mobili in grado di «identificare» fino a 48 obiettivi e colpirne simultaneamente due fino ad un’altitudine di 6mila metri. Caracas smentisce ma contemporaneamente riafferma la propria volontà di sviluppare vari sistemi di armi in stretta collaborazione con l’Iran, che ha appena ricevuto dai russi 29 esemplari del Tor-M1, suscitando dure proteste di Washington.
Il governo venezuelano ha inoltre annunciato di stare studiando, sempre in collaborazione con Teheran, la costruzione di aerei senza pilota. La firma è prossima, conferma il generale Raul Baduel, ministro della Difesa, come «paragrafo» di un più vasto accordo di collaborazione militare fra Chavez e il collega Ahmadinejad, che due settimane fa ha visitato Caracas. Gli apparecchi sono del tipo Uav in dotazione all’Aeronautica Usa, che se ne serve in Irak, in Afghanistan e probabilmente anche nei sorvoli dell’Iran. La comune inimicizia è il cemento della improbabile alleanza.
È probabile che entrino a farne parte altri Paesi sudamericani. Forse la Bolivia, più probabilmente l’Ecuador, il cui nuovo presidente segue in modo pedissequo le iniziative di Chavez. Anche Correa vuole i pieni poteri, ma a differenza del suo modello non dispone di una maggioranza parlamentare disposta a concederglieli. E allora ha fatto ricorso alla piazza: dimostranti di estrema sinistra hanno dato l’assalto ieri alla Camera di Quito, cacciato i deputati e proclamato a gran voce la richiesta della convocazione di una Assemblea Costituente, destinata a sostituire il Parlamento riluttante.

 

30/01/2007

Vivo e vegeto riappare Fidel.

Oggi è apparso alla Televisione cubana in un breve incontro con Chavez, i due si sono scambiati i soliti combenevoli e hanno parlato per pochi minuti di cambiamenti climatici ( Ndr. i due si sono inventati difensori del medio ambiente perchè hanno deciso che i cambiamenti climatici sono opera del mondo capitalista). Durante l'incontro i due dittatori che hanno anche discusso del nuovo processo "rivoluzionario" del Venezuela. Il breve video termina con le solite frasi di rito pronunciate da Fidel Castro: "Hasta la victoria siempre" e "patria o muerte".... Castro parla lentamente e a volte pronuncia frasi incomprensibili, nel video è mostrato seduto e anche all'impiedi. Poi Chavez quasi sbalordito di aver incontrato il suo ex maestro ancora vivo e vegeto si è diretto all'aeroporto ed è tornato a Caracas. Dovrà aspettare ancora, il vecchio non molla, la sua barba è ancora tutta là. Come dovranno aspettare ancora tutti gli altri, i cubani di cuba, quelli in esilio, i generali del partito comunista cubano e persino Raul Castro che vorrebbe aprire all'iniziativa privata una breccia per tentare di evitare il collasso totale del paese, cosa che Fidel non permetterà mai da vivo. Quel "patria o muerte" finale pesa come un monolitico macigno su tutto e tutti, con Fidel non si discute, al massimo si ascolta, anche adesso che non è quasi più in grado di parlare e molto probabilmente di formulare discorsi logici(secondo molti non lo è mai stato). Da notare che per Fidel Castro è come se il suo popolo semplicemente non esistesse, lo ignora del tutto, nessun comunicato ufficiale diretto alla gente di Cuba ormai da mesi, nessun suo messaggio rivolto alle telecamere per rassicurare i cittadini cubani, il suo stato di salute tenuto in gran segreto, solo un video di un incontro con un collega dittatore e niente di più.... evidentemente il fatto che dal suo stato di salute dipende la stessa esistenza dell'intero governo cubano è una certezza per i suoi uomini. In quanto a lui probabilmente ormai sente la sua missione di restare al potere in questo mondo quasi conclusa, ha vinto la sua battaglia, ha goduto la vita più di qualsiasi altro cubano, ha accumulato e sperperato montagne di denaro, ha vissuto e ha fatto vivere nella bambagia tutto il suo clan per quasi mezzo secolo, ha preteso e avuto moltissime di donne durante il suo lungo regno, è entrato nella storia ingannando milioni di uomini nel mondo sfruttando i loro sogni. Oggi è la vecchiaia che lo sta uccidendo, non un killer come nelle paranoie che lo hanno ossessionato la vita intera. Cos'altro potrebbe desiderare? probabilmente se qualcuno gli ricordasse che forse sarebbe bene inviare un messaggio al popolo cubano, magari così, per buona educazione.....lui risponderebbe sorpreso: popolo? quale popolo??

 

 

26/01/2007

Né morto né vivo.

Come la puntina del giradischi che salta sul solco di un disco rotto, ciclicamente e con perfetta sintonia i dirigenti del partito comunista cubano, gli ambasciatori del regime in giro per il mondo, il dittatore venezuelano Chavez continuano a ripetere che castro sta migliorando. Tanto starebbe bene che già sarebbe in grado di camminare e come dice il sempre più ridicolo Chavez in grado persino di correre. Ok siamo alle solite, l'irrazionale e l'assurdo sembra essere la coda di una cometa che Fidel Castro si porta dietro, come se fosse questo il suo destino, ha mentito una vita intera e persino gli ultimi suoi giorni sono intrisi di menzogne. Di mistero diciamo, se vogliamo essere buoni. Il fatto è che queste notizie provengono dagli stessi personaggi che hanno sempre detto che Castro è sempre stato in perfetta salute, anche quando era dato per spacciato dopo il fallito primo intervento e la peritonite che ne è seguita, quindi affidabilità prossima allo zero assoluto. Purtroppo per scrivere dello stato di salute di Fidel Castro dovremmo avere dei dati recenti e veritieri, non notizie costruite ad arte dal regime castrista, quindi l'unica cosa che si può fare contro l'irrazionale e la follia è darsi alla logica, un minimo d logica. Stiamo parlando di un vecchietto di 80 anni piantato in un letto da mesi e fortemente debilitato, il minimo che i medici possono fare è cercare di farlo deambulare a tutti i costi, un uomo a 80 anni se resta fermo in un letto per anche solo un paio di mesi è un uomo morto, e questo lo devono sapere persino i luminari della scienza medica cubana (quelli che senza sapersi imporre hanno praticato un intervento ad alto rischio a un vecchio prepotente che ha ignorato del tutto il loro parere professionale senza nessuna conoscenza medica). Quindi probabilmente mal fermo sulle gambe e aiutato dagli infermieri Fidel avrà camminato per cercare di evitare gli enormi danni provocati dalla sua lunga immobilità che in un anziano della sua età possono essere la causa di ulteriori problemi fisici a catena. Chavez dice che Fidel Castro si è alzato dal letto, cammina e persino corre....Chavez semplicemente non merita neppure di essere ascoltato, nessun uomo, neppure un ragazzino che rimane in un letto d'ospedale dopo tre interventi, due peritoniti e mesi di immobilità un mattino scende da quel letto e comincia a correre, neppure se un incendio sta divorando quell'ospedale. Se poi l'articolo de "Il Pais" dice il vero Castro ormai è privo di gran parte dell'intestino e assimila poco il cibo, ha una borsa laterale in plastica collegata ad un ano artificiale e necessita di integrazione alimentare per via intravenosa, quindi i medici molto probabilmente visto lo stato di salute del paziente non hanno neppure pensato di sottoporlo ad un ulteriore intervento per eliminare l'ano artificiale e ricollegare ciò che resta dell'intestino, ormai si cerca di salvare il salvabile....insomma una situazione ben lontana da quella che i solerti uomini del governo cubano vanno raccontando ai media mondiali. Chavez ha mostrato delle presunte firme di Fidel Castro a prova che è ancora vivo, ma quando mai uno per dimostrare che è vivo dopo sei mesi di misteri deve far mostrare la sua firma in giro, perchè non un video o una registrazione audio? e comunque un grafologo colombiano, il professore Rodolfo Valero ha analizato la firma mostrata da Chavez ed ha dichiarato che è falsa. Il grafologo ha analizato tutte le firme attribuite a Fidel Castro dell'ultimo anno, il risultato è che, tutte indicavano un decadimento psicofisico sempre maggiore, erano scritte con polso tremante e sempre più indeciso. Poi come per miracolo tutte le firme risalenti al primo gennaio del 2007 in poi sono cambiate, sono diverse. Secondo lo specialista colombiano sono tutte false, buone falsificazioni ma copiate quasi ad arte da un uomo senza alcun problema psicofisico con un'età compresa tra i 20 e i 30 anni che imita la firma di un anziano. Forse Chavez ha ragione, Fidel corre, corre, ma verso le grandi verdi praterie. E in tutto questo ci sono come sempre di mezzo i cubani, lo sventurato popolo di cuba che ha dovuto patire quasi mezzo secolo di dittatura feroce e che adesso non ha neppure il diritto di sapere se l'uomo che li ha sottomessi, soggiogati e anientati per tre generazioni è ancora vivo, o se, senza accorgersene sono già passati da una dittatura ad un'altra senza neppure essere stati interpellati. Come se non esistessero, come se fossero destinati ad essere prigionieri di una bugia...."Castro è vivo, Fidel tornerà presto al potere state calmi, continuerà a stare al timone del suo relitto ormai immobile, incastrato tra gli scogli da anni, come un satiro, assieme al suo equipaggio di folli", non cambierà mai nulla a Cuba. Fidel non può morire, ma neppure non morire. Dalla rivoluzione eterna al trapasso eterno del dittatore, né morto né vivo.

 

24/01/2007

Chavez vuole mettere le mani su Cuba. Lotta di potere tra Raul Castro e Chavez?

 

L’idea che Chavez consideri Cuba come una provincia venezuelana e che non consideri Raul Castro il degno successore del fratello Fidel non piace al partito comunista cubano. Chavez sta ricattando vigliaccamente il regime cubano con la sua arma migliore: il petrolio, ha interrotto il flusso di carburante diretto a Cuba, col pretesto di problemi tecnici, in realtà con l’intento di mettere con le spalle al muro la fragile economia cubana, che sia un pretesto è chiaro, nessun altro paese sotto l’influenza politica venezuelana ha avuto riduzioni nelle forniture di carburanti. Chavez vorrebbe con una manovra mai vista nella storia delle varie dittature sud americane essere il dittatore di due paesi, la sua manovra però non piace né a Raul Castro nè alla gran parte dei generali cubani che comandano l’isola, Cuba resta pur sempre la madre generatrice dalla quale a avuto vita il fenomeno Chavez, e nessuno a Cuba potrà mai permettere che quel ex parà che non sapeva cosa dire e fare e che non contava nulla fino a pochi anni fa adesso possa avere l’ardire di voler comandare a casa altrui dopo essere diventato quello che è (o crede di essere) grazie all’aiuto dei servizi segreti cubani.

Il ricatto è semplice e brutale, ma Chavez non è un signore e ha capito come si raggiungono i risultati da quelle parti, quindi infischiandosene di quello che il mondo pensa e osserva di questa misera guerra di potere tra destinati al fracasso in ogni caso, ha persino fatto portare via repentinamente  40 generatori elettrici che erano già stati scaricati sulle banchine del porto  dell’Habana, e di cui Cuba aveva un gran bisogno, dirottandoli verso il Nicaragua.

Cuba senza il carburante Venezuelano è in grave difficoltà, i tecnici cubani stanno già sognando di usare un diluente prodotto sull’isola per diluire e usare come carburante il pesante petrolio di scarsa qualità estratto nell’isola. Sognando appunto.

Se non sono le pressioni delicate come un petalo di rosa dell’Europa a spingere il regime cubano verso la democrazia o le più energiche richieste del governo statunitense ci pensa il brutale e ignorante Chavez a pugnalare alle spalle l’orgoglio e quel che resta del nazionalismo cubano con la sua prepotenza taurina, Chavez diventa sempre più un folle senza controllo che vorrebbe fagocitare l’intera america latina, immaginandosi il comandante en jefe di tutti e di tutto, lui, che urla in una sua visione infantile e onirica ordini ad una muta platea, seduto su una montagna di banconote della sua moneta di cui lui ha deciso il valore. Adesso anche cuba che ha creato questa pustola infetta e ne ha perso il controllo ne sta pagando le conseguenze. Chavez è così sprovveduto e ignorante che pur di ottenere il potere con quest’idiota ricatto sta mettendo in serio pericolo la tenuta del regime cubano in questo momento delicato, con Castro sul letto di morte, facendo il più gran favore a chi il regime cubano lo vorrebbe cancellato dalla faccia della terra il giorno dopo il funerale di Fidel. Se Fidel Castro miracolosamente si riprendesse dal suo male lo prenderebbe a calci sul deretano fino a farlo arrivare in Cornovaglia…….roba da matti, il suo alunno peggiore che cerca di fregargli l’isola intera….Non è tollerabile, l'alunno ha preso troppo sul serio il maestro.

 

19/01/2007

Chavez ammette che Fidel Castro è moribondo: ''Fidel sta combattendo per la vita''

RIO DE JANEIRO - Il presidente venezuelano, Hugo Chavez ha detto che ''Fidel Castro sta combattendo per la vita''. I due capi di stato sono legati da lunga amicizia. Ieri uno dei medici dell'anziano lider maximo aveva assicurato che Fidel stava migliorando anche se lentamente. (Agr)

 

19/01/2007

Nel Venezuela di Chavez Hezbollah fa parte del governo
L’attivista Tarek el Aissami viceministro della Giustizia.
 
La notizia conferma quanto già scritto su questo quotidiano da Stefano Magni: le relazioni tra neomarxisti e islam politico sono ormai consolidate nel mondo e nell’America latina. Chàvez, infatti, ha appena nominato un attivista di Hezbollah sottosegretario del ministero degli Interni venezuelano e viceministro della Giustizia. Si tratta di Tarek el Aissami, nato in Libano, di padre siriano. Suo padre è stato dirigente del movimento sciita in Venezuela, ed è intimo del presidente siriano Assad. Suo prozio Shibli el-Aissami fu invece ideologo e assistente del segretario generale del partito Baath iracheno, sotto la dittatura di Saddam Hussein. In sintesi, Hezbollah è parte del governo in Venezuela. Non si tratta di un caso isolato: Hezbollah è un’organizzazione ramificata in tutto il mondo, dalla Costa d’Avorio all’Australia. L’opposizione si chiede cosa succederà adesso alla comunità ebrea venezuelana, all’ambasciata e alle scuole israeliane.Prima di ascendere a incarichi di governo, El-Aissami è stato presidente del centro studentesco universitario della ULA ed è autore di diversi articoli, in particolare sulla recente guerra in Libano, nei quali si esprime in maniera affine a quella di Toni Negri, utilizzando il termine “impero” e definendo Israele uno “Stato Nazista”. Nel luglio del 2006 El Aissami scriveva dal Libano: “Urge un Nuovo ordine mondiale, altrimenti il modello egemonico imperiale affosserà l’intera umanità. Vinceremo col nostro Venezuela, la nostra rivoluzione, uniti con i Popoli degni di altre latitudini, abbracciando la bandiera della libertà, della giustizia…”. El Aissami partecipa a un gruppo di lavoro parlamentare con la Siria, dedicato ai temi del Medio Oriente. Il livello di antisemitismo comincia a diventare pesante: su “El Diario de Caracas” del 10 gennaio 2007, un articolo di Wasim Abusaid attribuisce “il voto all’opposizione al 'demoniaco' imperialismo capitalista che ci ha accecato negli ultimi mesi, in cui la compagnia dell’odio, della malvagità e dell’ambizione dei seguaci della Stella di David ha ingannato il popolo, ipnotizzando quattro milioni di compatrioti”… Come si vede siamo alle solite, tanto che l’articolo termina con una invocazione al profondo spirito della nazione: “Siamo venezuelani – Siamo il trionfo di Dio, di Bolivar e del nostro Grande Leader”. Tutte le dittature si somigliano. Tutte le dittature sono tragiche, ma ogni tirannia è comica a modo suo. Non si tratta di derive locali: lo stesso spirito universalista percorre i neomarxisti italiani e il nuovo islam politico. La Umma islamica, il credo neofascista dello Stato mondiale, il sogno dell’Internazionale marxista, tendono a saldarsi e a coordinarsi. Ciò che serve per l’abbattimento de “L’impero” è il denaro. Forse per questo Hugo Chàvez ha appena dichiarato di voler accelerare il processo per la formazione di una moneta unica sudamericana. Forse è per questo che Ahmadinejad e il suo omologo venezuelano cercano di ottenere un rialzo del costo del greggio, il che è anche uno dei desiderata dei rosso-ambientalisti occidentali. Terzo elemento di questa guerra economica contro “l’Impero” sembra la cocaina. La coltivazione di cocaina in Sud America è ormai quasi commendevole, dopo anni di campagne di “informazione” di matrice catto-comunista, che la presentavano come l’unica via per una agricoltura “equa”.Nonostante il dominio dei cartelli colombiani e delle produzioni peruviane e boliviane, il Venezuela comincia ad apparire con frequenza nelle retate internazionali. L’ultimo caso è costituito dal narcotrafficante Farid Feris Domínguez. Arrestato in Venezuela ed estradato in Colombia, appena giunto in patria ha rilasciato dichiarazioni compromettenti per il regime di Caracas, accusato di favorire il commercio di cocaina e di offrire false identità ai trafficanti. Uno dei carghi di coca sarebbe partito da una pista dell’aeroporto di Maiquetìa riservata esclusivamente all’aereo presidenziale venezuelano. “Si trattava di un DC-9 intercettato nella scorsa primavera in Messico”, ha dichiarato Feris. Le autorità messicane hanno in effetti confermato che nello scorso aprile è stato intercettato un DC-9 proveniente dal Venezuela, con cinque tonnellate di cocaina a bordo. Feris, in una dichiarazione spontanea resa alla presenza di funzionari colombiani e nordamericani, ha dichiarato di aver gestito il traffico tra Venezuela e Centro America (da dove la coca viene smistata negli USA), aggiungendo che il commercio è controllato da alcuni ufficiali dell’esercito venezuelano, dei quali ha fatto il nome. In un’intervista rilasciata al giornale “El nuevo Herald” di Miami, l’ex trafficante ha mostrato un passaporto normale e uno diplomatico, forniti in Venezuela, nel quale risulta essere funzionario del ministero delle Finanze.
 
 
19/01/2007

Rivelata la fonte delle notizie sulla salute di Fidel Castro.

IL giornale El Pais ha rivelato la fonte delle notizie sul grave stato di salute di Castro, l'articolo firmato da dal giornalista Oriol Guell ma scritto dalla collega Ana Alfageme deriva dalla nota scritta fatta dallo specialista García Sabrido al suo ritorno dalla Habana alla istituzione di docenti universitari Gregorio Marañón, nota nella quale si esprime il parere medico che Fidel Castro molto probabilmente non sopravviverà oltre la prossima estate. Lo specialista in realtà non è la fonte orale della notizia, ma lo è il suo rapporto medico scritto. Di fatto il professor García Sabrido non ha smentito il resoconto riportato dal giornale El Pais, ha solo dichiarato che non è stata sua la fonte di quelle informazioni e che le uniche fonti attendibili che possano dare informazioni sulla salute di Castro sono i medici che lo hanno in cura alla Habana. Questo tradotto in chiare lettere significa che è tutto vero, Fidel Castro ha superato il punto di non ritorno, la sua morte è ormai questione di settimane se non giorni.

 

17/01/2007

Castro rifiuto' la colostomia.

MADRID - Fidel Castro rifiuto' una colostomia - collegamento dell'intestino all'esterno tramite una sacca - su suggerimento di uno staff ristretto. Per questo motivo, l'operazione a cui fu sottoposto il lider maximo cubano porto' a serie complicazioni, quelle che rendono lo stato di salute di Castro oggi molto grave. La colostomia fu considerata da Fidel "sgradevole e scomoda" e non voleva sottoporsi a una seconda operazione, indispensabile in questi casi per ripristinare la funzionalita' intestinale. Si opto' dunque per il collegamento interno dell'intestino. Lo scrive il quotidiano spagnolo "El Pais", che cita fonti riservate dell'ospedale madrileno "Gregorio Maranon", le stesse che ieri avevano parlato di condizioni molto gravi di Castro. In dicembre, all'Avana, il leader cubano fu visitato da Jose' Luis Garcia Sabrido, primario di Chirurgia generale al nosocomio spagnolo. (Agr)

17/01/2007

Petrolio: Opec, i sauditi raffreddano il Venezuela.

La flessione dei prezzi del petrolio non deve eccessivamente preoccupare l'Opec: lo afferma il ministro saudita Ali Al-Naimi, che invita l'organizzazione a mantenere la calma e "ad aspettare" prima di qualunque mossa. "Le misure che abbiamo assunto a Doha in ottobre e ad Abuja in dicembre - dichiara il capo del dicastero del Petrolio saudita, in India per un forum sull'energia - stanno funzionando bene. Le scorte nel quarto trimestre sono scese ed il mercato è più vicino a un punto d'equilibrio. Niente panico". Secondo Al-Naimi non c'è motivo per un vertice straordinario dell'Opec: "Tutti i fondamentali sono significativamente migliori di quanto non fossero all'epoca del meeting di Doha. Al mercato non serve proprio - aggiunge - lasciarsi prendere dal panico, bensì di tutelare gli interessi di produttori e consumatori. Il mercato è in condizioni di buona salute e si sta muovendo nella giusta direzione". Poche ore prima il Venezuela chiede la convocazione di un vertice straordinario dell'Opec per invertire la "preoccupante" discesa del prezzo. Il ministro del petrolio, Rafel Ramirez, sostiene che il mercato è in eccesso di circa un milione di barili al giorno e che i prezzi, ora sotto i 51 dollari al barile, scendono "troppo".

15/01/2007

Arriva la prima notizia dettagliata sulla gravità di Castro: peritonite che i medici non riescono a spegnere.

L'AVANA - Fidel Castro sarebbe in gravi condizioni secondo quanto riporta l'edizione on line del quotidiano spagnolo El pais. Il lider maximo avrebbe una grave infezione all'intestino, degenerata in peritonite. Tre interventi chirurgici non avrebbero risolto il problema. La notizia arriverebbe da fonti mediche dell'ospedale Gregorio Maranon di Madrid. (Agr)

P.S 

Esattamente Castro che soffre di divercolite da oltre 20 anni, ha avuto l'estate scorsa una rottura nell'intestino crasso con una grossa emorragia e conseguente peritonite, i medici cubani potevano adottare la tecnica di operare eliminando la parte di intestino malata aprendo un ano artificiale collegato ad un contenitore esterno per dirottare le feci in attesa di ristabilire la cicatrizzazione tra intestino crasso e retto riducendo così il pericolo di complicanze batteriche. Al primo intervento hanno invece ricollegato direttamente il colon trasverso (la parte centrale del crasso, dopo aver eliminato una parte chiamata sigma e una parte del retto) al intestino retto rimanente, intervento non riuscito per rottura della anastomosi e riversamento di maeriale fecale nell'addome che ha causato una seconda grave peritonite. In un secondo intervento è stato asportato tutto l'intestino crasso ed è stato creato un ano artificiale sull'addome. Ma anche questa seconda operazione non è andata a buon fine e le condizioni di Castro si sono aggravate per una infezione alla bile e alle vie biliari, si è dovuto così intervenire inserendo una piccola protesi nelle vie biliari di costruzione coreana, protesi che subito dopo è stata sostituita con un'altra più adatta di costruzione spagnola con un ulteriore intervento. In dicembre Castro ha ricevuto la visita del professore Jose Luis Garcia Sabrido che ha rilevato che dal drenaggio all'addome di Castro fuoriuscivano più di mezzo litro al giorno di fluidi vitali e che il paziente era notevolmente debilitato, con notevole perdita di massa muscolare e nutrito per via entrovenosa. Il professore è stato consultato dai medici cubani per avere un parere su un possibile nuovo intervento per tentare di salvare Castro, la risposta viste le condizioni del paziente è stata negativa. Il rischio di mortalità in un quadro clinico come questo è intorno l'80%.

link al giornale El Pais

15/01/2007

"John D. Negroponte, direttore dell'Intelligence Nazionale, la superagenzia che include la CIA e l'FBI, ha detto che in Venezuela e Bolivia i presidenti stanno "aprofittando della loro popolarità per indebolire l'opposizione ed eliminare qualsiasi controllo sull'autorità"...

Ha citato le Ande come la regione del Sud "più problematica" in questo campo, nominando specificamente l'Equador ed il Perù. "Il maggior rischio per la democrazia sta in Venezuela ed in Bolivia". Negroponte ha inoltre ricordato che Chàvez ha annunciato nei giorni scorsi piani per silenziare una stazione di radio e televisione dell'opposizione e che avrebbe iniziato a nazionalizzare le telecomunicazioni e le grandi compagnie dell'energia.
"Chàvez figura tra i dirigenti antiamericani più stridenti di qualsiasi parte del mondo "ha detto Negroponte. "e continuerà a cercare di minare l'influenza degli Stati Uniti non solo in Venezuela ma anche nel resto del Sudamerica ed altre parti del mondo" ha sottolineato il quotidiano venezuelano El Nacional.

Negroponte ha formulato i suoi commenti in una dichiarazione scritta durante un'udienza pubblica davanti al Comitato dell'Intelligence del Senato per la consegna del suo rapporto annuo sulle presenti e future minacce alla sicurezza degli Stati Uniti.
Il funzionario statunitense ha detto che Chàvez sta comprando "equipaggiamento militare moderno" dalla Russia, in una campagna che può stimolare il riarmo regionale.
Gli acquisti includono 24 moderni caccia-bombardieri Sukhoi SU-30MK2 e che Chàvez ha intenzione di "sviluppare istallazioni di produzione propria di armi", un piano che ha suscitato preoccupazioni ogni volta maggiori da parte dei suoi vicini.
Si è detto inoltre che Chàvez ha anche acquistato armi dall'Iran e dalla Cina e che oltre i Sukhoi ha già comprato anche 50 elicotteri da trasporto e attacco e 100.000 fucili d'assalto.
In questo impegno, Chàvez ha come mentore il presidente cubano Fidel Castro ed "ha incontrato alleati" in Morales ed in minor grado nei presidenti eletti Rafael Correa dell'Equador e Daniel Ortega del Nicaragua.
Secondo Negroponte, Chàvez è anche immerso in uno "sforzo di politicizzazione" delle forze armate e la creazione di "un'ampia Guardia Territoriale e di riservisti, altro indizio che fa capire che sta rompendo la tendenza nella regione rivolta verso la formazione di militari più professionali e apolitici".
Di fronte a queste dichiarazioni, il ministro degli Esteri venezuelano, Nicolas Maduro, ha chiamato "delinquente" il direttore dell'Intelligence Nazionale degli Stati Uniti, John D. Negroponte, ed ha segnalato che "non ha morale" per parlare del Venezuela.
Con questo lessico, il regime aggrava la sua posizione.

 

14/01/2007

Chavez si mostra immaturo al suo nuovo ruolo di dittatore, in poche mosse vorrebbe causare una catastrofe per il suo paese.

Altra esilarante uscita di Chavez, ha annunciato di voler inventarsi una moneta per i paesi dell'america latina, naturalmente una moneta sotto il suo controllo e sganciata dal valore del dollaro. In questo modo l'ingenuo Chavez attribuendo a questa fantastica moneta il valore che ritiene più giusto vorrebbe vendere il suo petrolio alle cifre che la sua fantasia gli suggerisce, vorrebbe fare la stessa cosa che ha fatto Castro a Cuba con l'invenzione della sua moneta, che non è altro che un pezzo di carta non riconosciuto da nessuna nazione fuori da Cuba stessa dal valore fittizio superiore a quello del dollaro. Essendo il Venezuela un grande produttore di petrolio questo causerebbe gravi scompensi nel mercato internazionale, la distruzione dell'econimia interna venezuelana e l'interruzione delle esportazioni verso il mercato sud americano che non abbandonerebbe il dollaro per le transazioni. Chavez vorrebbe un mercato chiuso tra paesi a lui vicini, tutti paesi poveri che da un simile operazione non avrebbero nessun vantaggio reale tranne quello di isolarsi dal'economia mondiale, la sua idea che una sua moneta sarebbe più sicura del dollaro e dell'euro deriva da una totale ignoranza di come funziona l'economia mondiale, sarebbe solo la falsa stabilità di una moneta il cui valore è stabilito ed è statico. Chavez esordisce molto male come nuovo dittatore del Venezuela, idee come questa sarebbero più adatte a un truffatore da quattro soldi che a un capo di stato. Ancora una volta Chavez tenta di imitare il suo co-mandante Castro ignorando che il Venezuela non è Cuba e che siamo nel 2007. Chavez sembra essere diventato la caricatura di un dittatore sud americano di altri tempi, probabilmente pensa di far funzionare il suo socialismo prendendosi gioco di chi compra il suo petrolio con mega truffe monetarie e furti da ladro di polli.....è ormai entrato in un tunnel senza uscita. Anzichè pensare a simili idiozie farebbe bene a pensare bene a come evitare rivolte nel suo paese quando inizierà a mettere in atto l'ormai deciso espoprio di tutte le propietà private, base principale per trasformare il Venezuela nella sua personale propietà privata.

 

14/01/2007

I due geni nell'arte di cacciarsi nei guai ce la mettono tutta, adesso tentano di far alzare il prezzo del petrolio come arma di ricatto verso auropa e USA. Obiettivo?: terrorismo internazionale, per ricattare l'ONU a non intervenire in Iran in modo che i due compari si possano fornire di armi nucleari.

CARACAS (Venezuela) - Venezuela e Iran hanno trovato un accordo per presentare domanda di riduzione della produzione di petrolio Opec. Lo hanno annunciato a Caracas il presidente venezuelano Hugo Chavez e quello iraniano Mahmoud Ahmadinejad, in visita ufficiale. ''Decuplicheremo i nostri sforzi'' ha detto Chavez, per convincere l'Organizzazione dei paesi produttori di petrolio - di cui Venezuela e Iran sono fra i membri piu' influenti - a tagliare la produzione. (Agr)

 

 

13/01/2007

Chavez e i soviet «Mi ispiro a Toni Negri»Lula si dissocia dalla dittatura di Chavez.

Adesso Hugo Chavez fa paura alla sinistra latinoamericana. Meglio, fa paura alla Sinistra e all’America Latina. Al punto da spingere il leader naturale e consolidato del «progressismo» in quella parte del mondo, il brasiliano Lula, a lanciare un allarme e un j’accuse contro il «flirt con l’autoritarismo» del presidente venezuelano e il rischio che egli «venga visto come un dittatore perpetuo». Parola di Lula, che ancora nel settembre scorso, durante una visita in Venezuela aveva difeso ed elogiato Chavez e affermato, in polemica diretta con l’opposizione di Caracas, che il Paese era «democratico».
Che cosa è accaduto nel frattempo per fargli cambiare così radicalmente idea? Basta riguardare quello che Chavez ha detto durante la campagna che lo ha portato alla rielezione e soprattutto dopo la vittoria e la conferma al potere. Basta guardare quello che fa, ascoltare quello che dice e soprattutto quello che dice che farà. Nelle ultime ore, ad esempio, egli ha citato un altro paio di «filosofi» adottati dalla sua «rivoluzione bolivariana». Non gli bastavano Castro, Guevara e Mao Tse-Tung. Adesso ha aggiunto Trotzki e due italiani di dimensioni alquanto differenti: Antonio Gramsci e, sì, Toni Negri. E ha annunciato la sua ferma intenzione di trasformare il Venezuela in una Unione Sovietica, quella delle origini, leninista e, appunto, trotzkista. Del rivale di Stalin non si stanca di esaltare il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico egli è andato ben oltre, in pochi giorni, delle nazionalizzazioni, statizzazioni ed espropri annunciati a tambur battente e che hanno fatto crollare le Borse in tutto il Sud America. Adesso promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l’abbattimento della proprietà privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L’idea del profitto rimane, ma «liberata» dai legami con la produttività.

 

12/01/2007

Piccolo racconto di fantapolitica, riferimenti a fatti o persone sono puramente casuali.

 

Esiste un legame indissolubile tra governo cubano e Ugo Chavez, quest’ultimo infatti non esiste nel senso intimo del concetto, non è un’entità pensante con reali margini decisionali, è un burattino nelle mani di chi governa Cuba. E chi governa Cuba? Non di certo Fidel, che a prescindere dal male che lo ha colpito recentemente è ormai da anni incapace di gestire il potere, ne il fratello Raul che non ha mai avuto una dignitosa collocazione nella cupola del potere cubano per totale mancanza di competenze, di sicuro a comandare sono un ristretto gruppo di generali dell’esercito e alcuni membri del partito comunista cubano. Cosa rappresenta Chavez per chi comanda a Cuba? Rappresenta una ipotetica  onirica estrema possibilità di salvezza, un alleato creato ad arte per sopperire ad alcune fondamentali necessità al momento della morte di Fidel Castro, una è avere un appoggio politico. Chavez comunista è indispensabile nel caso di rivolte della popolazione o guerra civile per avere un deterrente  esterno per rendere difficile l’invio di caschi blu dell’ONU e di conseguenza avere appoggio militare e poliziesco per reprimere il popolo cubano ed evitare la perdita di controllo e la dissoluzione del governo stesso. I dirigenti cubani sanno bene che il pericolo per Cuba alla morte di Fidel è una rivolta interna, non un attacco da parte degli USA, sebbene il governo cubano diffonda da sempre ad arte l’idea paranoica di essere perennemente sul punto di essere attaccato e invaso, facendolo per puro terrorismo interno, adesso che la fine del dittatore è vicina non vogliono rischiare, il panico fa pensare idiozie e probabilmente a forza di inventarsi le invasioni qualcuno dei governanti cubani ha finito per crederci davvero. Chavez negli ultimi due anni ha incrementato enormemente il suo arsenale militare, e in varie occasioni ha dichiarato a denti stretti che un attacco a Cuba provocherebbe una sua reazione in difesa degli amici che lo hanno messo sul trono venezuelano, come se tutto fosse pianificato da tempo. Ecco il perché di questa accelerazione di Chavez nella trasformazione del Venezuela nella fotocopia di Cuba , non per una sua idea o dei suoi collaboratori (senza i quali Chavez non riuscirebbe neppure a centrare il WC usandolo) ne perché i tempi erano maturi per il grande salto verso la miseria nera, ma per un ordine diretto dei servizi di sicurezza cubani in contatto diretto con chi comanda a Cuba, adesso è il momento, evidentemente Fidel Castro è davvero vicino alla morte, non c’è più tempo, bisogna fare in fretta.

A leggere gli articoli di Granma a Cuba sembra quasi che vogliano adottare la loro creatura Chavez come salvatore dell’isola.

Tanto per ricordarlo la cerchia di guardie del corpo che protegge Chavez non è composta da venezuelani ma da agenti della sicurezza cubani dei quali Chavez si fida molto più che dei suoi conpatrioti e Caracas è ormai piena di agenti e consiglieri militari cubani in tutte le strutture di governo.

IL risultato di questo pasticcio? Castro morirà tra poco tempo e Chavez non oserà rischiare di mandare il suo esercito a difendere il potere dei governanti cubani mettendosi contro il mondo, poiché in questa fase non ha ancora abbastanza potere (e mai ne avrà) per permettersi una simile azione e lui dopo aver assaporato il suo nuovo trono di tiranno ed essersi ubriacato completamente di potere penserà che non è il caso di rischiare di finire appeso per i piedi in nome di un ideale fasullo e solo per salvare il culo a qualche generale cubano. A Cuba scoppierà comunque la rivolta della popolazione che urlerà la sua fame di libertà e l’ONU molto probabilmente sarà costretta ad intervenire per evitare una guerra civile, a Chavez non resterà che sputare veleno verbalmente, ma nulla di più. In Venezuela invece potrebbero succedere solo due cose, o Chavez verrà fatto fuori da qualcuno mandato da qualche suo conpatriota e la democrazia tornerebbe dopo un periodo di caos, oppure nel giro di un paio di anni il Venezuela si ritroverà in condizioni persino peggiori della stessa Cuba, carceri piene di dissidenti, nessuna libertà, economia alla fame, industria pesante allo sfascio, con l’aggravante che il Venezuela non è un’isola e questo non è il 1959, quindi narcotraffico alle stelle con i narcotrafficanti colombiani delle FARC e decine di bande paramilitari di sinistra che si sovvenzionano col traffico di coca, opposizione armata che passerà alla clandestinità, delinquenza a livelli altissimi, corruzione istituzionale a tutti i livelli. Il Venezuela diventerebbe un paese del terzo mondo, con buone possibilità di entrare al quarto, come dicono scherzando i cubani. La manovra per salvarsi dei generali cubani è troppo macchinosa e ingenua per funzionare, anche avendo un fantoccio come Chavez ai loro comandi è ormai troppo tardi, la festa è finita devono farsene una ragione, l’era del villino col prato ben curato e la lucida Mercedes nera parcheggiata fuori è passata per sempre, questo è il 2007. Cuba deve liberarsi.

Ma naturalmente questo è solo un racconto di fantapolitica......e poi Chavez è ormai diventato una scheggia impazzita fuori controllo.

 

11/01/206

Analisi del disastro venezuelano.

L’8 gennaio scorso il presidente venezuelano Hugo Chavez, dopo il giuramento dei membri del suo nuovo governo, ha pronunciato un discorso in cui ha sostenuto l’intenzione di allargare la rivoluzione bolivariana e realizzare quello che ha definito il “socialismo del Ventunesimo secolo”. In particolare ha dichiarato di voler avviare un vasto programma di nazionalizzazioni partendo dal settore delle telecomunicazioni e dell’energia fino a riuscire a riportare sotto il controllo dello Stato tutto ciò che in passato era stato privatizzato.

Ad essere interessate dalle decisioni di Chavez saranno la Compania Anonima Nacional Telefonos de Venezuela (Cantv), di cui una quota minoritaria del 28,5% è in mano alla americana Verizon Communications e la Electrocidad de Caracas, la cui proprietà è all’86% di un’altra società statunitense la Aes Corp della Virginia.

Non solo, l’ex ufficiale dei parà sembra intenzionato a sottrarre al controllo privato (in gran parte multinazionali europee e americane) anche le attività estrattive petrolifere della regione dell’Orinoco. Le affermazioni di Chavez hanno comportato reazioni scomposte e di vero e proprio panico tra gli operatori finanziari. Il titolo Cantv, subito dopo l’annuncio è precipitato di 14 punti alla borsa di New York, mentre i bond venezuelani hanno perso più di un punto percentuale.

Le decisioni di Chavez rappresentano una vera e propria inversione di rotta rispetto al trend favorevole all’espansione delle forze del mercato che, agli inizi degli anni 90, con l’affermarsi del modello delle democrazie di mercato, voluto dall’amministrazione Clinton, aveva condotto ad una graduale emarginazione dello Stato dall’economia in buona parte del globo. Anche il Venezuela, come il resto delle nazioni latino-americane, era stato interessato da tale fenomeno che, affiancato da politiche neoliberiste sostenute dal Fondo monetario internazionale, aveva permesso un iniziale progresso economico a cui, tuttavia, era seguito un graduale impoverimento delle popolazioni e frequenti crolli dei sistemi economici interessati.

Un insieme di politiche, note come Washington Consensus, che rappresentano uno dei principali obiettivi contro cui si fonda gran parte della politica interna ed estera del governo Chavez. Se il nuovo programma di nazionalizzazioni appare rivolto a combattere tale indirizzo politico, la decisione del presidente venezuelano sembra voler andare oltre tale lotta, pur importante. Dopo aver ottenuto la riconferma elettorale con oltre il 63% dei voti, la cui regolarità democratica è stata attestata da varie organizzazioni internazionali, Chavez intende ora completare il consolidamento del proprio potere e avviare la trasformazione definitiva della società venezuelana.

Secondo molti osservatori, tra cui il deputato repubblicano della Florida Connie Mack, l’esito di tale evoluzione non potrà essere che una completa cubanizzazione del Venezuela, seguendo l’esempio dell’amico Fidel Castro. In realtà i propositi di nazionalizzazione espressi da Chavez, più che la ripetizione di vecchi modelli vetero-comunisti, ormai superati dalla storia, appaiono come ulteriori tentativi di consolidare il proprio potere non verso le masse, che glielo hanno confermato con grande entusiasmo, ma verso quelle oligarchie, spesso ricche, che non lo hanno mai accettato e che sono al comando in vari gangli della società venezuelana, anche nel mondo dei media.

Del resto, secondo un sondaggio Associated Press-Ipsos, compiuto poco tempo prima delle elezioni presidenziali dello scorso 3 dicembre, il 62% della popolazione venezuelana si era detta favorevole a progressi nelle nazionalizzazioni, mentre l’84% si diceva contraria all’adozione di un sistema politico simile a quello esistente a Cuba. Con la Cantv, il presidente si era già scontrato lo scorso agosto quando i vertici della società non avevano voluto accettare la sua richiesta di adeguare le pensioni dei propri dipendenti alla paga minima nazionale.

Ulteriore dimostrazione dell’attuale conflitto interno alla società venezuelana è anche l’intenzione di Chavez di voler eliminare l’autonomia della Banca Centrale in quanto i suoi rappresentanti, espressione di quelle élite a lui contrarie, si sono spesso opposti alla politica di riutilizzo dei proventi delle esportazioni petrolifere per le classi meno abbienti della popolazione per il timore che tali iniziative potessero favorire l’inflazione, secondo i più tradizionali dettami delle teorie economiche neoliberiste.

La struttura economica che Chavez sembrerebbe preferire per la società venezuelana è quella che i suoi consiglieri economici definiscono di “sviluppo endogeno”, fondata cioè sulla produzione interna di beni agricoli e industriali da parte di cooperative di lavoratori, ma in cui lo spazio per gli imprenditori privati non è escluso, anzi, per molti versi appare necessario. Chavez è infatti ben consapevole che non potrà fare a meno degli investimenti delle grandi imprese private nazionali ed estere per ammodernare la realtà economica del suo Paese.

Sia gli investitori stranieri sia gli Stati Uniti sembrano aver compreso la reale portata delle decisioni di Chavez, la cui valenza appare essere più interna che esterna. Se è vero che all’inizio i mercati internazionali hanno reagito con fastidio alle affermazioni del leader di Caracas, in seguito, a mente fredda, hanno agito in modo differente. Un esempio su tutti, Richard Francis, un analista di Standard and Poor si dice pronto a una strategia di ‘wait and see’ e a chi gli ha chiesto se le mosse di Chavez vanno intese come uno spostamento in direzione della trasformazione comunista della nazione venezuelana, questi ha espresso molti dubbi in proposito.

Anche gli Stati Uniti, i cui interessi economici rischiano di venire colpiti direttamente dalle nazionalizzazioni, dopo iniziali commenti molto negativi, come quelli del portavoce dell’amministrazione Bush, Tony Snow, si sono orientati verso una posizione molto più comprensiva. “Se - ha sostenuto Gordon Johndroe (portavoce del National Security Council della Casa Bianca) - le imprese statunitensi interessate alla nazionalizzazione venissero adeguatamente risarcite, la decisione di Chavez dovrebbe essere considerata del tutto legittima”.

Del resto Washington, dopo la fallimentare gestione del rapporto con il Venezuela di Chavez e con l’intera America Latina (in particolare dopo il fallito colpo di stato contro il leader di Caracas dell’aprile 2002), sembra intenzionata ad adottare un atteggiamento meno conflittuale con le nazioni sudamericane e in particolare il Venezuela. Lo scorso 14 dicembre l’ambasciatore statunitense a Caracas William Brownfield si è incontrato con il ministro degli Esteri venezuelano Nicolas Maduro e molti hanno definito i colloqui una vera e propria svolta nelle conflittuali relazioni bilaterali Washington-Caracas.

 

10/01/2006

Chavez inizia il rituale classico di tutte le dittaure, i posti chiave del governo vanno a parenti e amici. Parla di lotta alla corruzione.... e poi incorona ministro suo fratello.

A pochi giorni dall'insediamento per il secondo mandato il prossimo 10 gennaio, il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, prosegue con il rimpasto del governo, nominando il fratello Adan ministro dell'Istruzione. Ad annunciare il cambiamento, il quarto in due giorni, e' stato il ministro uscente Aristobulo Isturiz, mentre il presidente ha affermato che si tratta di cambiamenti necessari ''per affrontare in pieno le nuove sfide: corruzione, burocrazia e sviluppo economico verso il socialismo''.

 

08/01/2007

Venezuela: Chavez chiede poteri speciali per nazionalizzazioni.

CARACAS (Venezuela) - Il presidente venezuelano Hugo Chavez ha chiesto al Congresso poteri speciali per nazionalizzare le telecomunicazioni e alcune imprese del settore energetico. Chavez ha citato esplicitamente il caso della compagnia di telecomunicazioni venezuelana CANTV. (Agr)

n.b 

Qualche settimana fà Chavez ha minacciato di non rinnovare le licenze di trasmissione delle radio e delle TV non governative in mano all'opposizione. Chavez sà bene che Castro è vicinissimo alla morte e ha fretta di stabilizzare il suo potere prima che questo succeda. I prossimi passi saranno la censura totale, l'isolamento del paese da internet e il controllo sulle comunicazioni telefoniche, Chavez adesso si gioca il tutto per tutto mettendo a rischio di blocco totale il paese ad opera dell'opposizione che detiene di fatto l'economia del paese e che non ha nessuna intenzione di assoggettarsi a un regime di tipo cubano.

Tra le imprese che Chavez intende nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (Edc) e la Compania anonima nacional telefonos de Venezuela (Cantv).
Passeranno inoltre sotto la mano pubblica tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta Cintura petrolifera dell’Orinoco, ora controllate da Compagnie straniere.
«Andiamo verso il socialismo, e niente e nessuno potrà impedirlo. Continueremo la nostra rivoluzione bolivariana», ha detto Chavez nel discorso, probabilmente il passo più deciso e importante nella direzione della rivoluzione socialista e della ristrutturazione economica da lui propugnate.
«Bisogna recuperare la proprietà dei mezzi di produzione strategici. Tutto quello che era stato privatizzato deve essere nazionalizzato», ha sottolineato, tra gli applausi delle circa 2.000 persone – perlopiù funzionari, dipendenti pubblici e simpatizzanti – riunite nel Teatro Carreno, nel centro di Caracas.
Per raggiungere tale obiettivo, Chavez conta di far adottare dal Parlamento – interamente sotto il suo controllo dopo il boicottaggio delle elezioni legislative del 2005 da parte dell’ opposizione – una legge-quadro che gli conceda poteri speciali per le nazionalizzazioni, anzitutto dell’elettricità e della telefonia.
Egli ha definito tale «Ley habilitante» la «madre di tutte le legislazioni rivoluzionarie». «Stiamo procedendo alle ultime revisioni, in modo tale da poterla inviare nei prossimi giorni all’Assemblea nazionale per richiedere poteri speciali», ha aggiunto.
«Un anno è un termine ragionevole», ha detto Chavez riguardo all’iter di tale legge-quadro, da cui deriveranno altri testi che rafforzeranno la presenza dello Stato in settori economici, sociali, della sicurezza e difesa.
L'elettricità è fornita dalla compagnia nazionale Cadafe in tutto il Paese tranne che a Caracas, dove opera la ditta privata Edc. Quanto alla telefonia e alle telecomunicazioni, il colosso del settore, la compagnia nazionale Cantv, privatizzata nel 1991, è controllata dall’americana Verizon Communications, che voleva cedere la sua partecipazione al gruppo Telmex, del magnate messicano Carlos Slim.
Secondo Chavez, poi, la Banca centrale «non deve essere autonoma, questa è una tesi neoliberale». «Come la Pdvsa (la compagnia petrolifera pubblica) dipendeva da laggiù (Washington, n.d.r.), anche la Banca centrale dipendeva da laggiù», ha dichiarato Chavez, che vuole ricorrere alle riserve dell’istituto d’emissione (37 miliardi di dollari a fine 2006) per sviluppare l’agricoltura, le infrastrutture e l’ edilizia abitativa.
Chavez – al potere dal 1999 e che giurerà domani (mercoledì) per il suo terzo mandato presidenziale, con scadenza nel 2013 – ha annunciato inoltre di voler utilizzare la legge-quadro per porre fine al controllo delle raffinerie della Cintura petrolifera dell’Orinoco da parte delle Compagnie straniere, tra cui l’americana Exxon e la francese Total.
Nel 2001, Chavez aveva già ottenuto poteri speciali per promuovere la legge petrolifera (applicata con ritardo) e la riforma agraria, ciò che aveva provocato una levata di scudi nel settore privato e fortemente polarizzato il Venezuela.
«Se nel 2001 (la legge) aveva avuto un forte impatto sociale ed economico sul Paese, stavolta sarà ancora più importante», ha assicurato il capo dello Stato.

Nella scorse settimana è stato vietato a Chavez di visitare Fidel Castro, un chiarissimo segnale di come si sono aggravate le condizioni del dittatore cubano. E' stato vietato ai medici che hanno in cura Castro di tornare a casa e di avere contatti con estranei o familiari, sono praticamente sequestrati fino la fine del loro paziente. Raul Castro e i generali che governano Cuba si preparano a comunicare al popolo la morte di Castro nei tempi e nei modi che credono meno rischiosi.

 

08/01/2007

La fine vicina di Castro accelera il processo di instaurazione della dittatura di Chavez in Venezuela, il dittatore venezuelano getta la maschera.

CARACAS - Due poltrone eccellenti sostituite e il presidente Chavez che promette "una revisione generale" per arrivare a un sistema socialista: giornata politicamente intensa quella di oggi in Venezuela. A saltare sono stati il vice presidente, Jose Vicente Rangel, e il ministro degli Interni e della Giustizia, Jesse Chacon, come ha annunciato il capo di Stato in un'intervista telefonica con la tv di Stato. Chavez ha inoltre annunciato di voler contrastare la corruzione e la burocrazia e instaurare invece "un'economia di stampo socialista". (Agr).

 


 

Il presidente venezuelano Hugo Chavez, nel discorso pronunciato in occasione del giuramento dei ministri, ha annunciato che intende procedere a un vasto programma di nazionalizzazioni, arrivando ad affermare che «tutto quello che è privatizzato sarà nazionalizzato.

Chavez ha citato in particolare i settori dell'energia elettrica e della telefonia, preconizzando inoltre che la Banca centrale venezuelana dovrà perdere la sua autonomia. Il capo dello Stato ha precisato che presenterà un testo di legge in base al quale il Parlamento gli affiderà poteri speciali, tali tra l'altro di consentirgli di assumere il controllo dei settori strategici dell'economia, considerati di importanza vitale per la sicurezza e la difesa del Paese. Più in generale, egli vuole riformare «in profondità» la Costituzione, per andare verso una «Repubblica Socialista del Venezuela», in sostituzione dell'attuale «Repubblica Bolivariana del Venezuela». Tra le imprese che Chavez intende nazionalizzare figurano la Electricidad de Caracas (EDC) e la Compania Anonima Nacional Telefonos de Venezuela (CANTV). Passeranno inoltre sotto la mano pubblica tutte le attività di raffinazione del greggio che si svolgono negli impianti della cosiddetta Cintura Petrolifera dell'Orinoco, ora controllate da compagnie straniere. Il solo annuncio, ha sferrato un duro colpo alla Borsa di Caracas che, dopo aver chiuso l'anno al massimo storico (+156% nel 2006), è crollata a -18,96%, mentre le azioni della CANTV perdevano 30,27 punti e le operazioni su quelle dell'impresa Electricidad de Caracas sono state sospese quando hanno superato quota -20%.

Nello stesso tempo, a Washington, Gordon Johndroe, uno dei portavoce del Consiglio di Sicurezza Nazionale della Casa Bianca, ha avvertito che nel caso Chavez concretizzasse il suo proposito, «le imprese USA colpite dovranno essere compensate in modo rapido e giusto». La CANTV è controllata dalla multinazionale USA Verizom con il 28,5% delle azioni. Ne fanno parte anche la Telefonica spagnola, lo stesso governo venezuelano e i suoi dipendenti. Il leader del Venezuela, apertamente, anti-americano, stà suscitando scalpore e preoccupazione col suo progetto di Repubblica Socialista. L'opposizione ha accusato Chavez, al potere dal 1999, di voler trasformare il quarto esportatore di petrolio verso gli Stati Uniti in un'economia centralizzata sullo stile di Cuba. Chavez, che a dicembre ha ottenuto il 63% delle preferenze, ha fornito ulteriori elementi per un parallelo con Fidel Castro formando un partito unico per guidare la sua rivoluzione, ma insiste sul fatto che tollererà sempre l'opposizione.

«Combattente delle cause giuste», «fratello», «rivoluzionario». E dopo la ratifica di una serie di accordi nei settori energetico ed industriale, anche alleato per una nuova politica di «integrazione dei popoli e costruzione di un mondo bipolare». Il dittatore iraniano Mahmoud Ahmadinejad è stato accolto da Hugo Chavez, al suo arrivo a Caracas, al grido di «Morte all’imperialismo USA !». I due capi di Stato si sono riuniti nel palazzo presidenziale di Miraflores, nella capitale venezuelana. L'incontro si è concluso con la firma di una serie di accordi strategici relativi ai settori energetico ed industriale. I due presidenti hanno detto di essere pronti a spendere miliardi di dollari per aiutare i paesi del mondo a liberarsi dal dominio americano. La strana coppia, Chavez e Ahmadinejad, ha anche rivelato l'esistenza di progetti per realizzare un fondo congiunto del valore di 2 miliardi di dollari per il finanziamento di investimenti in Iran ed in Venezuela. Tali fondi dovranno servire anche alla realizzazione di progetti in paesi terzi amici. Chavez e Ahmadinejad hanno poi auspicato nuove riduzioni della produzione di greggio da parte dei paesi OPEC, per salvaguardare gli attuali livelli del prezzo dell'oro nero, sceso del 14% dall'inizio dell'anno. I due leader si sono impegnati a «decuplicare gli sforzi» per convincere l'organizzazione dei paesi esportatori di petrolio della bontà delle loro ragioni. Il presidente venezuelano ha aggiunto che i due paesi «continueranno ad agire come sempre e a parlare con una stessa voce». Il presidente iraniano ha iniziato così i quattro giorni di visita in America Latina alla ricerca di partnership economiche e politiche. Destinazioni: Nicaragua, attualmente presiduto dall'ex guerrigliero marxista, Daniel Ortega; Ecuador, per partecipare alla cerimonia di investitura del neo-presidente Rafael Correa, un economista di sinistra; Bolivia, per un incontro con il presidente socialista boliviano Evo Morales.

La visita del dittatore iraniano ha suscitato però anche qualche critica. Come quella del brasiliano Lula, che ha messo in guardia dal «flirt con l'autoritarismo» del presidente venezuelano. Chavez, da parte sua, tutto preso dalla sua retorica socialista, dopo Castro, Che Guevara e Mao Tse-Tung, ha aggiunto alla sua lista di riferimenti ideologici Trotzki e due italiani: Antonio Gramsci e Toni Negri. Confermando la sua ferma intenzione di trasformare il Venezuela in una sorta di Unione Sovietica vecchio stampo, leninista e trotzkista. Del rivale di Stalin esalta il concetto della «rivoluzione che non finisce mai». Quanto al modello economico, promette una completa «rivoluzione del sistema produttivo», l'abbattimento della proprietà privata e la sua trasformazione in «proprietà condizionata», in cui ci sia una «relazione diretta fra le scelte delle aziende e la comunità sociale». L'idea del profitto rimane, ma «liberata» dai legami con la produttività. La formula è quella del «guadagno per tutti», da realizzare mediante la direzione delle aziende da parte dei “consejos obreros”, (consigli di fabbrica), che dovranno prendere in mano i rapporti con i Comuni e, in particolare, gestire le tasse. In pratica, dirigere. Il concetto è tradotto paro paro dal russo, dal termine “soviet”, che è rimasto nella «ragione sociale» dell'ex-URSS fino alla sua dissoluzione, ma che già al principio degli anni Venti, il partito di Lenin, Stalin e Trotzki aveva collocato, come pratica, in soffitta. Il portavoce di Chavez, il ministro del Lavoro José Ramon Rivero, ha evitato di usare il termine soviet, precisando che i consejos verranno «riadattati alla realtà nazionale». Pressappoco come l'amato modello di Chavez, Fidel Castro, aveva proclamato di voler fare a Cuba.

Il programma di Chavez si prospetta dunque come il tentativo di un ritorno alle primissime esperienze del comunismo, come fanno intendere alcuni slogan “arcaici” ripresidal presidente venezuelano: «Tutto il Potere ai Consigli» e «Socialismo o Muerte». Uno dei fogli superstiti dell'opposizione, Tal Cual, è uscito con un fondo dal titolo «Il Monarca», in cui denuncia come il «socialismo del ventunesimo secolo» promesso da Chavez stia degenerando rapidamente in nazional-comunismo (nazi-comunismo, ndr). Mentre, incredibilmente, la pagina finanziaria del New Yorker rassicura gli investitori che il Venezuela rimane un Paese aperto e promettente per gli investimenti stranieri, grazie anche al dilagare del consumismo dovuto al prezzo del petrolio quintuplicato da quando Chavez è al potere. «Sebbene la sua retorica non sarebbe fuori posto nel Libro Rosso di Mao, la vita per molti venezuelani assomiglia di più al catalogo di Neiman-Marcus» e dei negozi di lusso. Il titolo dell'articolo è «Sinergie col Diavolo» (l'epiteto che Chavez adopera a proposito di Bush) ed è illustrata da un disegno con la falce e il martello costituita la prima dal getto del petrolio da un barile e il secondo da un braccio che regge un pacco di dollari.

Secondo Lula: «Chavez sta superando i confini della democrazia, perderà l'appoggio dei settori moderati della sinistra mondiale e finirà prigioniero delle correnti più estremiste. Il suo piano di nazionalizzazione delle imprese ridurrà gli investimenti esteri, porterà recessione a tutto il Sud America, bloccherà il processo di integrazione economica continentale e rischia di isolare completamente il Venezuela nel mondo». Nel frattempo, il nuovo presidente dell'Ecuador, Rafael Correa, si è insediato facendo appello all' Unione Latino-Americana, alla presenza attiva ed entusiasta del collega iraniano fondamentalista. Circondato e confortato dai suoi compagni della nouvelle vague di sinistra del Sud America, dal boliviano Evo Morales al venezuelano Hugo Chavez, Correa ha annunciato: “I nostri Paesi si stanno liberando e muovono verso un’integrazione continentale. Non negozieremo più con nessuno la dignità della patria, perché la fine dell'illusione neoliberale significa anche e soprattutto questo: la patria non è più in vendita. Quello cui ci troviamo di fronte non è semplicemente un'epoca di cambiamenti: è un cambiamento di epoca”.

È vero che l'esperimento neoliberale e le ricette del “consenso di Washington” hanno avuto in Ecuador e in altri Paesi un risultato disastroso. “Sotto il mantello del libero mercato e delle privatizzazioni” - ha continuato Correa - "con il totale appoggio degli organismi finanziari internazionali, è stata spacciata come scienza un'illusione tecnologica, che ha portato miseria e che ha messo in pericolo nei nostri Paesi la credibilità del sistema democratico». Correa ha 43 anni e ha compiuto una rapida carriera come economista. La sua «ricetta» è quasi identica a quella dei suoi colleghi della rivoluzione neo-socialista, con la differenza che, mentre il Venezuela da alcuni anni «nuota nei petrodollari», la Bolivia può nazionalizzzare i suoi giacimenti, all'Ecuador queste risorse mancano, soprattutto quelle finanziarie. Non è un caso che Chavez abbia promesso grossi finanziamenti per consentire a Quito la costruzione di oleodotti che permettano il transito di greggio da vendere alla Cina, in alternativa al mercato USA.

L'Ecuador, che è pieno di debiti, darà il buon esempio rifiutando di pagarli. Correa ha sostenuto che questo è un diritto, «perché non è giusto che il rimborso divori fondi di cui c'è bisogno per la lotta alla povertà. Ci sono debiti che vanno rinegoziati e altri che semplicemente non debbono essere pagati, ad esempio quelli illegittimi contratti dalle dittature militari per acquistare armi». E ha aggiunto che un Paese europeo, la Norvegia, annuncerà di aderire a questa cancellazione. Il neopresidente ha firmato subito un decreto con il quale ha indetto, per il prossimo 18 marzo, un referendum in cui la popolazione dovrà decidere se istituire un'Assemblea Costituente con pieni poteri per formulare una nuova costituzione. Il neopresidente ha poi sottoscritto un altro decreto col quale ha stabilito che nessun funzionario pubblico può avere uno stipendio superiore al suo, autoridotto da 8.000 a 4.000 dollari al mese (il governo di Correa è composto di 17 ministri, tra i quali otto donne (una è india); tra gli uomini, per la prima volta, vi è anche un afro-ecuadoregno).

Ahmadinejad ha concluso a Quito il suo viaggio latinoamericano iniziato con gli abbracci di Caracas e culminato, almeno simbolicamente, con la presenza alla cerimonia di ritorno al potere a Managua del leader sandinista Daniel Ortega. Ahmadinejad ha esaltato i «fraterni legami» fra Iran e Nicaragua, tanto profondi che fino a ieri l’altro Teheran neppure aveva una rappresentanza diplomatica a Managua. Ortega ha invocato un “nuovo cammino” per lottare contro povertà e analfabetismo perché “il modello liberista non è riuscito a risolvere i problemi della gente”, quando, dopo la cerimonia di investitura, insieme con Chavez e Morales, si è trasferito nella piazza più grande di Managua, gremita da oltre 100.000 simpatizzanti, provenienti da tutto il Paese. Ortega ha snocciolato alcune cifre: l'80% della popolazione è povera, l'1,5% dei 5,4 milioni di abitanti fa la fame ed il 35% sono analfabeti, mentre “quando io ho lasciato il governo nel 1990 era solo il 12%”. Il leader del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLNn), tornato al potere dopo 17 anni e tre elezioni perdute, ha comunque assicurato che terrà conto delle proposte di banchieri ed imprenditori "poiché solo l'unità può portare alla vittoria" e che manterrà l'accordo di libero commercio con gli USA, “pur se dovrà essere rivisto, perché svantaggioso per il Nicaragua”.

Ha poi anche annunciato l'adesione all'ALBA, l'Alternativa Bolivariana delle Americhe, ideata da Chavez, con il quale ha firmato un accordo decondo cui Caracas si impegna a far fronte ai problemi del settore energetico e alla lotta alla fame. Ortega ha arringato la folla dicendo che “quando diciamo Nicaragua Trionfa (nome dell'alleanza elettorale guidata dal FSLN), intendiamo che vogliamo vincere per farla finita con questo capitalismo selvaggio”. Ha Ppoi avvertito i nicaraguensi che il 5 novembre prossimo saranno chiamati a scegliere tra la continuità di un modello economico neoliberista e un mercato giusto, promosso dal FSLN.

Data articolo: aprile 2007
Fonti: l'Unità online, Il Giornale online, Peacereporter