Archivio 2005-2006     Liberacuba

30/12/2006

Castro invia uno scarno mesaggio alla radio, una voce incerta che sembra venire dall'aldilà. Evidentemente non è presentabile in video.

L'AVANA - Fidel Castro ha inviato questa sera un messaggio di auguri ai cubani. Il presidente dell'isola caraibica, durante un collegamento radiofonico, ha voluto fare un cenno anche alla sua malattia: " Ho sempre detto che si trattera' di un lungo percorso, ma non e' una battaglia perduta". Castro ha poi ringraziato il suo popolo per il coraggio dimostrato durante il suo lungo ricovero. (Agr)

28/12/2007

SALUTE FIDEL, PER ESULI E' ULTIMO GRANDE INGANNO.< XML="true" PREFIX="O" NAMESPACE="">

di Giulio Gelibter

Fidel Castro sta morendo, forse non di cancro ma sta morendo, e vuol gestire, "da grande manipolatore" qual è, anche la sua morte, per dar tempo al fratello Raul di assicurarsi il controllo totale dell'isola. Né é convinta l'opposizione cubana esule in Spagna che definisce come "ultimo inganno" del Comandante e "una grande operazione di disinformazione" le notizie positive sulla sua salute, portate ieri a Madrid dal medico spagnolo José Luis Garcia Sabrido che lo ha visitato.

 "E' l'ultimo inganno di Castro: una grande operazione di disinformazione per guadagnare tempo in vista dell'inevitabile fine del regime" dice all'Ansa Rigoberto Carceller, presidente della principale organizzazione degli esuli cubani in Spagna, 'Cuba Democrazia, adesso!'. "Dubitiamo persino che abbia davvero visitato Castro" giunge ad affermare ricordando che il chirurgo spagnolo ha ammesso di avere viaggiato spesso a Cuba e di mantenere da tempo contatti con il regime. Secondo l'ex prigioniero politico cubano, anche le notizie sul fatto che Garcia Marquez non abbia potuto vedere il Comandante "possono far parte della strategia di disinformazione".

 "Prima il regime si serviva del presidente venezuelano Hugo Chavez per diffondere informazioni - sostiene - adesso Chavez già non è più credibile e per questo hanno scelto il medico spagnolo, passando, dalla notte alla mattina, da una strategia di ermetismo totale alla conferenza stampa di Garcia Sabrido". Garcia Sabrido, un rispettato specialista di chirurgia generale e dell'apparato digerente, aveva ieri affermato di ritorno dall'Avana, dove era stato invitato dalle autorità dell'isola, che Castro "non ha il cancro" e "sta recuperando lentamente". Secondo il medico, il Lider Maximo è affetto da un "processo benigno" conseguenza della grave operazione subita nel luglio scorso.

E se tutto andrà bene potrebbe persino tornare alla guida del governo. Tutta la stampa spagnola riporta stamani in prima pagina le affermazioni del chirurgo, definite il "primo bollettino medico 'ufficiale' sulla salute di Fidel" che ne ha smentito la morte imminente. Carceller sostiene che "non è importante sapere se Castro abbia il cancro o un'altra malattia, il fatto certo è che le sue condizioni sono molto gravi e a Cuba si rischia un vuoto di potere. Per questo era necessario guadagnar tempo, soprattutto per consentire a Raul di assumere il controllo". Interrogativi sulle buone notizie portate a Madrid da Garcia Sabrido sono stati manifestati all'Ansa anche da Gustavo de Aristegui portavoce di politica internazionale del Partito Popolare (PP, opposizione di centrodestra).

"Se si tratta di un processo tanto benigno non si capisce perché da mesi Castro non sia riapparso e tutto resti avvolto nel segreto di stato", dice, pur sottolineando di non aver alcun motivo per porre in dubbio la buona fede o la diagnosi del medico spagnolo. Secondo Aristegui in ogni caso qualunque sia la malattia di Castro, tutto lascia pensare che la fine sia prossima, probabilmente prima delle elezioni politiche spagnole del 2008. "E purtroppo la Spagna vi giungerà, a causa della politica sbagliata di Zapatero, nel modo peggiore, senza alcun peso o influenza sul processo di transizione". Ma se ci fosse ancora il tempo e il PP tornasse al potere, Aristegui assicura che il nuovo governo "cambierebbe radicalmente politica nei confronti di Cuba" per favorire una transizione simile a quella spagnola senza traumi e violenze. "Per promuovere la democrazia da dentro, senza rancori o vendette".

 

24/12/2006

I tanto decantati medici cubani chiedono aiuto a un medico spagnolo, la salute di Castro peggiora.

24 dic. (Adnkronos/Dpa) - Un famoso specialistBarcellonaa spagnolo e' stato chiamato a Cuba per visitare Fidel Castro. Lo rivela oggi il quotidiano catalano ''El Periodico de Catalunya'', precisando che Jose Luis Garcia Sabrido, chirurgo dell'ospedale Gregorio-Maron di Madrid considerato uno dei maggiori luminari del paese, e' gia' arrivato a Cuba su richiesta del governo dell'Avana. Dopo aver visitato il lider maximo, il medico spagnolo dovra' suggerire ai colleghi cubani se sia raccomandabile o meno sottoporre l'80enne ad un nuovo intervento chirurgico, dopo quello dello scorso luglio. Sabrido, che e' volato a Cuba con un aereo affittato dal governo cubano, avrebbe portato con se' equipaggiamento medico non disponibile nell'isola caraibica.

I medici hanno vietato al famoso scrittore colombiano Gabriel García Márquez grande amico personale di Fidel di visitarlo asserendo che non è in grado di ricevere nessuna visita, lo scrittore si era recato a Cuba credendo alle false notizie di un recupero del dittatore.

 

23/12/2006

Autocritica ma nessun cambio.

Sia sul fronte dell'economia disastrosa di cuba che su quello del collasso dei trasporti dell'isola inaspettate critiche sono state fate da Raul Castro e dal ministro dell'economia José Luis Rodríguez che ha candidamente dichiarato che l'attuale economia dell'isola non è neppure in grado di sopperire alle minime necessità della popolazione. Due ottime autocritiche che implicitamente indicano l'ammissione del totale fallimento della strategia imposta dall'ideologia socialista castrista ma che da sole non hanno senso di esistere, semmai hanno quello di aggravare i rischi di rivolta della popolazione se non seguite rapidamente da fatti concreti. Con l'assenza di Fidel che ormai non è più in grado neppure di far sentire la sua voce il governo cubano sembra aver cominciato a rendersi conto di quanto sia imminente il fracasso totale delle instituzioni. Cuba ha immediato bisogno di entrare nel mercato globale, ha una disperata necessità di investimenti stranieri ed in quantità tali da sovvertire l'ordine autarchico imposto da Fidel da sempre, e su questo argomento i dirigenti cubani sono con le spalle al muro, non c'è altra scelta. La possibilità che il sottile filo che ha mantenuto Cuba appesa al battito d'ali di una farfalla si rompa con effetti catastrofici si fà sempre più vicina. Com'è impossibile conoscere la reale situazione della salute di Fidel Castro così non si conosce il livello di coesione e la reale forza dei vari gruppi dissidenti presenti a Cuba in grado di organizzarsi per lottare per ottenere la libertà, e sebbene il controllo del regime sia ferreo in questo momento più che mai, i generali dell'esercito di Fidel non dormono sogni tranquilli, dopo quasi mezzo secolo di dittatura i cubani hanno imparato a dire e fare qualsiasi cosa all'insaputa delle forze di repressione. In questo momento sia chi sta governando Cuba che chi cerca di liberarsi della dittatura sta cercando di capire cosa fare per evitare lo scontro diretto. Essendo milioni i cubani che ormai ridotti alla miseria non hanno niente da perdere basterebbe una scintilla per innescare una bomba sociale inarrestabile. I rischio di guerra civile esiste nel paese, sebbene i cubani siano per loro indole mansueti e timorosi del governo che li controlla resta alto il rischio di gravi disordini man mano che passano i giorni senza alcuna notizia di Fidel Castro, la tecnica di far scivolare silenziosamente il potere nelle mani di Raul Castro non pare stia funzionando. I dissidenti di Miami sostengono che a Cuba ci sono abbastanza armi per una rivolta che rapidamente acceleri il processo di cambio del governo verso la democrazia, non si sa bene se si riferiscono ad armi in possesso dei cubani o ad armi che verrebbero sottratte all'esercito, fatto è che se chi governa in questo momento non saprà vendere bene il sogno di un rapido e sostanziale cambiamento nella direzione della libertà i cubani molto probabilmente saranno costretti a cogliere al volo questa finestra di possibile rivoluzione che la perdita di potere del dittatore Castro ha lasciata aperta. Quello che i cubani hanno sopportato per anni è il conduttore di un autobus ubriaco, non possono umanamente sopportare adesso che quell'autobus senza il conducente vada alla deriva in mano a dei generali dell'esercito che non hanno ancora capito che la festa è finita.

 

18/12/2006

Nessuna grossa novità sulla salute di Castro. Lo status è questo:

 

I generali che assieme Raul Castro mantengono Cuba nell’equilibrio dell’attesa della morte di Fidel si  rendono conto che il vecchio dittatore non è presentabile ne in televisione ne in foto, una sua apparizione nelle condizioni in qui è avrebbe effetti negativi sulla popolazione.

Sono iniziate le prime ammissioni che Fidel non tornerà più al potere, si dice non abbia un tumore ma si fa capire che è comunque in gravi condizioni.

Il panico della reazione della popolazione cubana alla morte di Fidel della ha spinto il governo cubano ad invitare senza un reale motivo logico a Cuba una delegazione statunitense a trattare non si sa bene cosa nel convincimento errato che se problemi ci saranno verranno dall’esterno del paese.

Considerazioni:

La morte di Fidel molto probabilmente verrà annunciata come improvvisa e inaspettata per causa di qualche complicazione, naturalmente qualche giorno o settimana dopo il decesso.

Probabilmente gli stessi membri del partito comunista cubano hanno perso motivazione nel proseguire la cosiddetta “battaglia di idee” da sempre imposta da Fidel Castro contro il capitalismo e sono propensi a cercare di aprire l’isola all’economia globale, anche se questo rappresenta un grave pericolo per il loro potere personale, ma non hanno altra scelta.

Fidel Castro stesso ha iniziato un processo di distruzione di ciò che aveva creato, fino a qualche anno fa Fidel si era attorniato di una fitta rete di uomini al suo servizio ripagandoli con tutti i privilegi possibili, case di lusso, auto di grossa  cilindrata ma sopratutto chiudendo uno o tutti e due gli occhi su corruzione e fughe di capitali all’estero, provenienti dalle attività turistiche, bancarie di lavaggio di denaro e fino agli anni ottanta persino dal narcotraffico, ma negli ultimi anni ha deciso di porre fine a questa situazione iniziando una lotta alla corruzione e arrestando molti gerenti e generali che si occupavano della gestione delle varie imprese statali dell’isola, di fatto togliendo a chi lo aveva protetto e sostenuto le vere motivazioni di tanta foga “socialista” e di questo tradimento potrebbe pagarne le conseguenze il fratello Raul adesso. Da prima Fidel ha ignorato del tutto le necessità primarie del popolo cubano, poi probabilmente dopo aver perso il contatto con la realtà ha persino tolto il foraggio indispensabile a molti dei suoi uomini. Adesso che la sua morte è vicina l’intera struttura che gli ha permesso di esistere non ha più senso di esistere, se i generali e i membri del partito comunista cubano avessero dovuto vivere con lo stipendio ufficiale col quale vivono milioni di cubani Fidel sarebbe rimasto al potere solo qualche mese. L’economia di Cuba ha toccato il fondo da un pezzo, le nuove generazioni di cubani sentono le idee di chi li governa assurde e inaccetabili, la stragrande maggioranza dei cubani si aspetta un cambio di rotta radicale dopo la morte di Fidel e la stabilità del paese è in grave rischio se questo non avverrà, la morte di Fidel avrà un effetto devastante sulla disponibilità dei cubani di proseguire nella miseria una “battaglia di idee” ormai inutile, illogica e incomprensibile in un mondo completamente diverso da com’era nel 1959.

 

16/12/2006

Cominciata la visita di dieci parlamentari americani: è l'inizio della transizione?

Mentre Fidel Castro si sta avvicinano alla morte mentre all’Avana è sbarcata la più importante delegazione ufficiale americana degli ultimi 48 anni rilanciando lo scenario di una possibile apertura nelle relazioni bilaterali. A dare notizia dell’inesorablità della malattia che affligge il leader cubano è stato il direttore nazionale dell’intelligence Usa, John Negroponte, che durante un incontro con la direzione del «Washington Post» lo ha definito «in condizioni gravi», aggiungendo che sarebbe oramai «prossimo alla morte». «Tutto quanto abbiamo modo di vedere - sono state le parole di Negroponte - suggerisce che non gli resta molto tempo da vivere, potrebbe trattarsi di mesi ma non certo di anni». I commenti dello zar dell’intelligence seguono la decisione di Fidel di disertare lo scorso 2 dicembre all’Avana le imponenti celebrazioni che erano state organizzate per il suo 80° compleanno ed il 50° anniversario della rivoluzione cubana. Proprio in quell’occasione il discorso di Raul Castro - fratello di Fidel, successore designato e titolare del ministero della Difesa - fece scalpore per l’inattesa inclusione di un passaggio in cui si invitavano gli Stati Uniti a «trovare una soluzione ai disaccordo bilaterali di lunga data». Il riferimento era in primo luogo all’embargo economico degli Stati Uniti contro Cuba, facendo capire che solo affrontando questo nodo il dialogo con Washington potrebbe ripartire.

Da qui l’importanza dello sbarco all’Avana di una delegazione di dieci deputati della Camera dei Rappresentanti accomunati dal fatto di essersi battuti in passato proprio per l’abolizione delle sanzioni governative a Cuba. La delegazione è guidata da Jeff Flake, repubblicano dell’Arizona, e William Delahunt, democratico del Massachusetts, e costituisce la più importante missione ufficiale degli Stati Uniti sull’isola di Cuba da quando la rivoluzione guidata da Fidel Castro nel 1959 spodestò la dittatura di Fulgencio Batista. L’agenda degli incontri della delegazione americana resta al momento coperta dal riserbo ma una fonte vicina ai deputati ha fatto sapere ad un giornale della California che l’intenzione è di «avere colloqui sulla situazione politica ed economica venutasi a creare dopo il passaggio dei poteri da Fidel a Raul Castro lo scorso 31 luglio». Non si esclude dunque l’ipotesi che proprio Raul decida di ricevere i deputati americani dando vita ad un incontro che, secondo l’analista di studi latinoamericani Julia Sweig del «Council on Foreign Relations», potrebbe «aprire il primo capitolo di una nuova era nelle relazioni fra i due Paesi vicini».

L’amministrazione Bush ha dato tacitamente luce verde alla partenza dei deputati sebbene mantenga con i suoi portavoce una posizione di chiusura nei confronti dell’Avana. Non a caso l’assistente Segretario di Stato per l’America Latina, Tom Shannon, ha respinto al mittente le aperture di Raul Castro osservando che «si potrà dialogare solo quando a Cuba non ci sarà più la dittatura ma una democrazia» puntando l’indice contro «il giro di vite avvenuto nei confronti degli oppositori da quando Fidel ha ceduto i poteri». Le parole di Shannon hanno innescato la pronta replica dei portavoce cubani che hanno rilanciato le accuse all’amministrazione Bush di «dilapidare ingenti fondi per sovvenzionare dei mercenari» a causa degli aiuti in libri, radio ed accessi ad Internet che la sezione di interessi Usa all’Avana - che opera sotto bandiera svizzera - avrebbe fatto avere a numerosi gruppi di dissidenti.

 

10/12/2006

Scontri tra picchiatori dei servizi segreti castristi  e manifestanti pacifici all'Habana.

Un gruppo di manifestanti pacifici che sfilavano per le strade dell'Habana chiedendo il rispetto dei diritti umani si è scontrato con picchiatori organizzati dai servizi di sicurezza castristi, decine di contusi. Una evidente prova che qualcosa si sta muovendo a Cuba, lo scontro fisico è purtroppo l'ultima possibilità dei cubani contro una dittatura irrazionale che non ha mai mostrato nessuno spiraglio di cambiamento verso la libertà e il rispetto dei basilari diritti umani. Il fatto che decine di cubani hanno avuto il coraggio di affrontare la dittatura esponendosi alla vigliacca rappresaglia che li colpirà significa che la gente cubana è disposta a lottare per la libertà. Il governo cubano deve stare molto attento da adesso in poi, la sensazione di dissoluzione del governo data dalla morte ormai vicina di Fidel abbassa molto il limite di sopportazione del popolo cubano nei riguardi di una repressione a questo punto ancora più irrazionale ed inutile di prima. Praticamente fine a se stessa. Il proceso di coesione tra gruppi dissidenti che fanno lotta per ottenere la libertà è ormai iniziato, la dittatura comincia a perdere una delle sue più oscure prerogative, adesso a Cuba non è più Tabù dissentire a viso aperto in strada, e questo per chi conosce Cuba non è assolutamente poco.

07/12/2006

Cuba. Vietato al dissidente Farinas viaggio in Germania.

Il governo cubano ha negato al giornalista dissidente Guillermo Farinas Hernandez, fondatore della 'Cubanacan Press', il permesso per un viaggio in Germania dove domenica era atteso per ricevere il Premio per i Diritti umani della città di Weimar.

''Un funzionario dei servizi è venuto a casa e mi ha detto che la mia foto sulla sedia a rotelle potrebbe danneggiare l'immagine della rivoluzione cubana'', ha detto Farinas, secondo quanto pubblicato dal settimanale tedesco 'Die Zeit'.

A testimoniare del divieto al viaggio di Farinas è anche il portavoce del consiglio comunale di Weimar, ma l'ambasciata dell'Avana a Berlino non ha potuto confermarlo. Il giornalista cubano è stato in sciopero della fame per 7 mesi, in segno di protesta contro le autorità che gli hanno tagliato l'accesso a internet.
In seguito allo sciopero della fame, concluso a settembre, Farinas soffre di problemi cardiaci ed è costretto a muoversi su una sedia a rotelle.

Dal 1995 la città di Weimar consegna un premio annuale, di 2.500 euro, nella Giornata internazionale dei Diritti Umani che cade il 10 dicembre. La candidatura di Farinas al premio è stata proposta da un gruppo di ex detenuti politici della ex Rdt e dalla associazione dei cubani in esilio.

Sempre tramite il settimanale 'Die Zeit', il giornalista cubano ha ringraziato i tedeschi per il riconoscimento assegnatogli e perchè ''non dimenticano la tragedia di Cuba''.

( fonte Adnkronos)

06/12/2006

BRASILE: LULA VUOLE ANDARE A CUBA PER ADDIO A CASTRO.

 

Rio de Janeiro, 6 dic. - (Adnkronos/Dpa) - Il presidente del Brasile, Luiz Inacio Lula da Silva, vuole recarsi all'Avana in gennaio per dire 'addio' al leader cubano Fidel Castro il cui stato di salute si sarebbe aggravato. Lo scrive sul quotidiano brasiliano 'O Globo', spiegando che Lula ha chiesto alla Cancelleria di inserire una breve tappa a Cuba nel viaggio che fara' in Nicaragua, per assistere al giuramento del neo presidente Daniel Ortega.

 

06/12/2006

Ospitiamo il testo di un'intervista di Fausto Biloslavlo de Il Giornale al dissidente cubano Osvaldo Alfonso Valdés. L'invito al governo italiano a sostenere la dissidenza. Quanto a Fidel Castro, "potrebbe già essere morto".

 

L'Ambasciata d'Italia all'Avana riapra le porte alla dissidenza interna cubana e diventi per essa uno spazio d'ascolto. Non solo in occasione della festa nazionale del 2 giugno, ma tutti i giorni dell'anno. E' questa la principale richiesta avanzata al Governo italiano da Joel Brito e Osvaldo Alfonso Valdés, due dei 75 dissidenti cubani incarcerati da Fidel Castro durante la primavera di Cuba (marzo 2003) ed oggi rifugiatisi uno in Svezia e l'altro negli Stati Uniti. La proposta dei due dissidenti è stata presentata ieri a Roma durante una conferenza stampa, al termine dell'audizione al Comitato diritti umani della Commissione Esteri della Camera. Osvaldo Alfonso Valdés aveva avuto modo di esprimere il suo pensiero in un'intervista a Il Giornale, pubblicata ieri mattina. Vi proponiamo il testo integrale....

"Comunisti tutti uguali, a Cuba e in Italia"

 

di Fausto Biloslavo - Il Giornale

"Il governo italiano deve aiutare i dissidenti cubani", sostiene in questa intervista esclusiva al Giornale, Osvaldo Alfonso Valdés, 41 anni, oppositore del regime di Fidel Castro, che lo aveva condannato a 18 anni di galera. Ex presidente del Partito liberaldemocratico cubano, nel 2003 è stato arrestato assieme ad altri 75 giornalisti e dissidenti. Due anni dopo è riuscito ad ottenere asilo politico in Svezia. Oggi (ieri ndr.) sarà alla Camera, su iniziativa del partito radicale transnazionale,per denunciare la repressione a Cuba al Comitato per i diritti umani.

Cosa dirà alle autorità italiane che incontrerà, come il ministro Emma Bonino?
"Il messaggio più importante è che la dissidenza interna cubana ottenga l'aiuto del governo italiano, così come chiediamo agli altri Paesi democratici. Se vengono rispettati i principi della democrazia a casa propria, in ugual maniera bisogna esigerne il rispetto all'estero. Gli unici democratici a Cuba sono i dissidenti e quindi chiediamo al governo italiano di aiutarci".

Aiuto in che termini?
"Innanzitutto considerare l'opposizione interna cubana un vero e proprio interlocutore politico. Un altro aiuto concreto potrebbe venire dall'ambasciata italiana con un atteggiamento “aperto” nei confronti dei dissidenti, nel momento in cui abbiano qualcosa da comunicare. Un atteggiamento più aperto anche nel fornire strumenti, risorse o mezzi a seconda dei bisogni dell'opposizione. Il regime cubano sostiene che gli oppositori vengono pagati e sostenuti dagli Stati Uniti Se ci fossero altri governi ad aiutare la dissidenza, anche questo pretesto cadrebbe".

I comunisti italiani, che fanno parte della maggioranza di governo, inneggiano a Castro e hanno inviato festanti delegazioni a Cuba per gli ottant'anni del lider maximo.
"Non mi sorprende. Quello che interessa ai Comunisti italiani è la familiarità ideologica con Cuba. I Comunisti italiani sanno benissimo che Castro è un dittatore, che molte persone vengono incarcerate per reati d'opinione e sono a conoscenza dei delitti commessi contro i dissidenti.Il problema è che i comunisti rispettano la democrazia quando si trovano all'interno di un Paese come l'Italia, perché fa loro gioco, altrimenti quando vivono in tutt'altra situazione (come a Cuba, ndr) non sono affatto disponibili a riconoscere le idee altrui. Il comunismo è in realtà una grande setta che si adopera per nascondere crimini e reati. Quindi ripeto che non mi sorprende affatto l'atteggiamento dei Comunisti italiani nei confronti di Cuba, perché fa parte della loro natura".

Il 2 novembre Fidel Castro non era presente alla grande parata dedicata al suo ottantesimo compleanno.È uscito definitivamente di scena?
"Forse sì. In passato, quando non appariva in pubblico venivano trasmessi videomessaggi alla popolazione cubana. Questa volta tutti si attendevano qualcosa del genere, ma non si è visto nulla. Questo ci fa pensare che Castro sia uscito di scena, perché le sue condizioni di salute sono estremamente critiche".

Vuole dire che il lider maximo è in coma o moribondo?
"Può essere che sia in coma o che sia già morto. Quella di mantenere il segreto sulle condizioni di salute è una caratteristica dei regimi comunisti. L'abbiamo già visto in passato con Stalin, Breznev e Tito. Se un giorno venisse annunciata la scomparsa di Fidel il popolo cubano lo interpreterebbe come la fine del regime comunista".

Il fratello Raoul è il vero successore del lider maximo?
"La legge promulgata dal regime lo indica come successore, ma non ha né l'autorevolezza, né l'autorità del fratello, né la sua furbizia. Prima o poi dovrà “aprire” il Paese. Non sappiamo quando accadrà, se fra uno, due o tre anni, ma sarà inevitabile".

Lei è stato arrestato anche per l'uso controrivoluzionario di Internet. Ci spiega di che reato si tratta?
"A Cuba avere un accesso a Internet in casa è illegale e quindi l'ambasciata americana ha messo a disposizione un locale con dei computer per poter navigare in rete. Il governo cubano lo considera un reato e accusa chi utilizza questa possibilità di essere al soldo della Cia, un mercenario degli Stati Uniti e così via. Che nel ventunesimo secolo si commetta un reato perché ci si scambia informazioni in rete dà un'idea molto chiara della situazione di Cuba".

I radicali denunciano che la compagnia telefonica cubana è controllata dalla polizia segreta per monitorare i dissidenti. È vero?
"Etecsa, la compagnia telefonica cubana, è interamente controllata dalla polizia segreta. I dirigenti sono ex militari del ministero degli Interni. Tutti i telefoni a Cuba sono sotto controllo. Purtroppo c'è anche una società italiana che detiene una quota azionaria di Etecsa (la Telecom con una partecipazione del 27 per cento, ndr). Parliamoci chiaro, la tecnologia e gli investimenti di Telecom Italia non vengono utilizzati per migliorare le linee telefoniche, ma per mantenere sotto controllo i dissidenti cubani. Le intercettazioni sono poi utilizzate come pretesto per sbatterli in galera. Noi chiediamo a Telecom Italia di non collaborare più con questa sistema, di lasciare Cuba".

 

05/12/2006

Non credete al pentimento di Cuba. L'ex sindacalista, ora oppositore, Joel Brito smonta le aperture agli Usa di Raul: è un dittatore, come Fidel.

«Un processo di successione da Fidel a suo fratello Raul». Ecco cosa sta accadendo a Cuba. Altro che apertura del regime agli Stati Uniti. Altro che spiraglio verso l'agognata transizione alla democrazia. Il dissidente Joel Brito, ex funzionario del sindacato ufficiale cubano - la Centrale dei lavoratori di Cuba, Ctc - smorza sul nascere gli entusiasmi occidentali per l'offerta di Raul Castro, quella disponibilità a «risolvere in un tavolo negoziale la lunga disputa tra Stati Uniti e Cuba». Le parole dell'hermanisimo, spiega, servono solo a consolidare la dittatura: «Il cane, anche con un collare diverso, non cambia. E’ sempre un cane». Da qui, dopo aver difeso l'embargo americano, l'invito all'Unione europea ad unirsi agli Usa nel «far leva sugli investimenti» per indebolire la leadership dell'Avana.
Brito è in Italia, ospite del Partito radicale transnazionale su iniziativa di Matteo Mecacci, rappresentante all'Onu, per promuovere «una rete di solidarietà nei confronti dei sindacalisti cubani che sono in prigione». Scappato da Cuba nel 1997 approfittando di una conferenza internazionale in Bolivia, oggi Brito vive negli Stati Uniti, dove ha ottenuto asilo politico e da dove guida il "Gruppo internazionale per la responsabilità sociale e delle imprese a Cuba". Attività che illustrerà stamattina in Parlamento in un'audizione al Comitato sui diritti umani della Camera.

L'invito di Raul Castro al negoziato rivolto agli Usa ha suscitato nella comunità internazionale speranze per una possibile svolta del regime. Sono speranze credibili?

«No, io non vedo nessun cambiamento. Nessuna prospettiva di apertura democratica nella cosiddetta "era Raul" che si sta aprendo. Sta emergendo, al contrario, ancora di più l'immobilismo della società cubana, il suo blocco interno. A livello di informazione, di formazione, di accesso all'istruzione».

Cosa sta succedendo all'Avana, allora?

«Fidel Castro non appare da un po'. E’ semplicemente in atto il processo di successione a Raul e questo è il momento decisivo. Le sue sono "pseudoaperture", non cambierà nulla. I cubani, però, non vogliono questo, ma una vera transizione alla democrazia».

I rapporti con gli Stati Uniti possono migliorare?

«Per adesso è impossibile. Non c'è alcuna normalizzazione all' esterno senza una preliminare pacificazione interna. Con la liberazione dei prigionieri politici e la transizione alla democrazia».

Quali sono gli obiettivi della sua visita italiana?

«Stringere rapporti di solidarietà nei confronti dei sindacalisti in prigione a Cuba. Nel marzo 2003 c'è stata un'ondata repressiva contro i sindacati che cercavano di rivendicare diritti per i lavoratori cubani. Ricordo che a Cuba c'è una sola organizzazione sindacale. Strettamente legata al partito unico del regime».

Oggi parlerà a Montecitorio. Cosa si aspetta dall'audizione?

«Voglio sensibilizzare il Parlamento italiano sulla realtà dei lavoratori cubani al fine di rafforzare l'opposizione interna al regime» .

Vuol dire che finora questa solidarietà non l'ha avvertita?

«E mancata una posizione comune europea verso Cuba. Ed è mancata la solidarietà, ma non solo italiana».

Cosa dovrebbe fare l'Occidente?

«Indicare alla civilizzata Europa una ricetta per far fronte alla tirannia è difficile... Non va dimenticato, tuttavia, che l'Unione europea ha investimenti molto forti a Cuba. Bisogna fare leva su questo per esercitare pressioni e per migliorare la situazione dei lavoratori cubani e della popolazione in generale. Telecom Italia, ad esempio, è azionista di "Etecsa", società mista italo-cubana per le telecomunicazioni, strumento per la repressione del regime. Serve un piccolo passo verso la democrazia: Cuba è l'unico Paese dell'America Latina senza elezioni democratiche negli ultimi cinquant’anni».

Eppure in Occidente molti auspicano la revoca dell'embargo americano.

«Il fine dell'embargo è quello della democratizzazione di Cuba. Si tratta di una misura che gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1960 per rispondere ad un governo totalitario. Scelta che ha comportato restrizioni a livello economico e finanziario. La politica dell'Unione europea, che non ha adottato l'embargo, non mi sembra che abbia prodotto risultati. I Paesi dell'Unione dovrebbero alzare la voce».

In Italia c'è un partito, i Comunisti italiani, apertamente schierato contro il "bloqueo"...

«Quello stesso partito non si è forse schierato in passato contro i regimi di Cile e Sudafrica? I comunisti hanno chiesto o no misure dure contro i due Paesi? Bene, adesso c'è Cuba. E comunque non c'è un "blocco". Blocco significa che uno Stato è completamente chiuso, che non può avere relazioni commerciali con nessuno. Cuba può comprare prodotti da moltissimi Paesi. L'unica cosa che non può fare è avere accesso al credito di banche statunitensi. Il problema, semmai, è che Cuba non paga: ha il debito estero pro-capite più alto dell'America Latina».

 

04/12/2006

Fuori Telecom-Italia da Cuba: Lettera aperta di Matteo Mecacci a Guido Rossi, Presidente di Telecom Italia

Dopo Telekom Serbia, Telecom Italia dismetta anche la partecipazione nella compagnia telefonica cubana ETECSA, controllata dal regime cubano e utilizzata per incarcerare dissidenti e giornalisti.

Segue il testo della Lettera aperta che sarà inviato domani a Guido Rossi, Presidente di Telecom Italia.

02/12/2006

Egregio Prof. Guido Rossi Presidente di Telecom Italia,

Le scrivo oggi, in occasione del 50mo anniversario della Rivoluzione Cubana, per ricordare a lei, e ai cittadini italiani, che Telecom Italia ha una responsabilità particolare nel consentire che il regime di Fidel Castro possa continuare a vivere ed a impedire la trasformazione di Cuba in un sistema politico democratico.

Telecom Italia, infatti, dopo averla acquisita negli anni ’90, continua a detenere il 27% della proprietà della società telefonica italo-cubana ETECSA, che e’ ormai divenuta uno strumento essenziale per il regime, che se ne serve per mettere in atto la repressione e la censura della libera informazione a Cuba, come testimoniano gli attivisti e i dissidenti democratici cubani.

ETECSA, infatti, oltre ad essere l’unico operatore di telefonia fissa, controlla in modo esclusivo anche l’accesso alla telefonia mobile e ad internet. Altre organizzazioni, come Reporters Sans Frontiers, hanno ampiamente documentato come l’accesso per i cittadini cubani ad internet ed alla telefonia mobile sia assolutamente vietato, salvo nei casi di speciale autorizzazione da parte del Governo, o nel caso in cui avvenga presso luoghi monitorati dalla polizia politica, come gli Internet Cafe’ dell’isola. Inoltre, per i cittadini cubani che riescano in qualche modo ad accedere ad internet, il sistema di censura messo in piedi dal Governo cubano impedisce di avere accesso a motori di ricerca come google o, quando si digitano parole “invise” al regime, si provocano messaggi di allarme.

La partecipazione cubana di Telecom Italia ha implicazioni politiche molto simili a quella che la Sua azienda detenne per cinque anni in Telekom Serbia (29% delle azioni, acquisite nel 1997, sotto il regime di Milosevic); ora come allora, si tratta di puntellare o meno una dittatura. Anche allora, nel 1999, i radicali chiesero formalmente al suo predecessore, Roberto Colaninno, di dismettere la partecipazione serba; non ebbero risposta; solo nel dicembre 2002, con Milosevic in galera all’Aja, il Dr. Tronchetti Provera rivendette la partecipazione al governo democratico di Belgrado. La vicenda di Telekom Serbia, pur non essendo state ancora chiarite fino in fondo le responsabilità politiche, ha comunque suscitato grande attenzione nel nostro paese. Lo stesso non si può certo dire per l’acquisizione da parte di Telecom Italia della partecipazione nella società ETECSA. Una disattenzione tutt’altro che giustificata, visto l’attivismo di questa compagnia a fianco della polizia politica nel censurare e monitorare le attività dei democratici cubani.

Mi e’ noto che oggi Telecom Italia e’ divenuta una società interamente privatizzata, e dunque non vi sono, a differenza dell’affaire Telekom Serbia, delle istituzioni pubbliche alle quali rivolgersi per decidere se sia opportuna la partecipazione di una società telefonica italiana in attività di repressione di libertà fondamentali, da parte di un governo come quello cubano.

Resta, però, la responsabilità aziendale, sua e degli azionisti di Telecom Italia, nel decidere se continuare a fare profitti grazie al sostegno a un’azienda che incarcera cittadini cubani che non intendano più vivere sotto una dittatura.

Per parte nostra, lunedì e martedì prossimi, cercheremo di coinvolgere il Parlamento e il Governo italiano sulla situazione di repressione a Cuba, ospitando in Italia Osvaldo Alfonso (ex presidente del Partito Liberal Democratico Cubano, arrestato nella primavera del 2003 insieme ad altri 75 giornalisti e dissidenti cubani, e condannato anche per “l’uso controrivoluzionario” di internet, poi rilasciato nel 2004) e Joel Brito (ex sindacalista cubano, attualmente rifugiato politico negli Stati Uniti, che si occupa di monitorare il rispetto dei diritti dei lavoratori a Cuba).

Sarei naturalmente lieto se anche Lei decidesse di volerli incontrare, per sentire direttamente da loro quali sono gli effetti per milioni di cittadini cubani dell’attività di Telecom Italia, tramite ETECSA, a Cuba.

Le allego anche una lista, che si limita solo ad episodi recenti, di azioni prese da ETECSA contro la libertà di espressione a Cuba.

Nella speranza di un Suo cortese cenno di riscontro, le invio i miei migliori saluti,

Matteo Mecacci

Rappresentante del PRT all’ONU

Roma, 1 dicembre 2006

ETECSA - CONSORZIO TELEFONICO ITALO-CUBANO:CRONOLOGIA DEL COLLABORAZIONISMO CON IL REGIME CUBANO

DICEMBRE 2004. El Popular, Canada, 14 dicembre 2004. L’oppositore cubano Osvaldo Payá, presidente del Movimento Cristiano Liberación, promotore del Progetto Varela, e premio Sacharov 2002 dell’Unione Europea per i diritti umani, ha denunciato l’esistenza di cimici elettroniche nella sua abitazione, installate da tecnici dell’azienda ETECSA e che lo stesso dissidente, ingegnere delle telecomunicazioni, ha provveduto a smontare. Secondo quanto spiega Payá i microfoni sono stati installati nei mesi di agosto-settembre scorsi, quando la famiglia ha chiesto l’installazione di due collegamenti telefonici interni.

NOVEMBRE 2005. Cienfüegos - (www.cubanet.org) – Lunedì 21 novembre, un’autovettura dell’azienda per le telecomunicazioni ETECSA si ferma davanti alla casa di Alejandro Tur Valladares, giornalista dell’agenzia indipendente Jagua-Press; l’addetto, con l’alibi di installare una nuova linea telefonica, ha collocato una telecamera ad angolo perpendicolare che copre l’intero isolato. Questo risponde ad una direttiva del Sistema per la Sicurezza dello Stato, interessata a frugare nelle attività del giornalista indipendente il quale è stato vittima di atti provocatori e di perquisizioni nella sua abitazione. I vicini del luogo hanno battezzato il gigante elettronico ETECSA con il nome di Polifemo, poiché il suo simbolo fa pensare al ciclope con un solo occhio immortalato da Omero.

DICIEMBRE 2005. L’Avana, 10 de dicembre (www.cubanet.org) - Laura Pollán, moglie del giornalista indipendente e presidente del Partito Liberal-Democratico Héctor Maseda, condannato a 20 anni di carcere, ha denunciato lo spionaggio delle loro conversazioni telefoniche quando ha mostrato alla stampa internazionale alcuni piccoli dispositivi elettronici nascosti all’interno del telefono installato in casa e che i Servizi per la Sicurezza dello Stato impiegavano per ascoltare, in modo clandestino, le conversazioni. Le cimici sono state messe alcuni mesi fa, quando dei tecnici della società mista cubano-italiana ETECSA le hanno sistemate adducendo a pretesto dei lavori per frequenti interruzioni del servizio.

GENNAIO 2006. L’agenzia di stampa cubana indipendente Cubanacán Press, ha reso noto, il 25 gennaio, che nella sede dell’Azienda per le Telecomunicazioni ETECSA, nella città di Santa Clara, sono stati installati sofisticati sistemi di spionaggio elettronico al fine di controllare le conversazioni degli oppositori pacifici e al contempo delle alte cariche di organismi militari, repressivi, amministrativi, governativi e di partito.  II Dipartimento KT o unità di controllo telefonico del Ministero degli Interni si avvale di un moderno dispositivo noto come "DNA della voce", che elabora 28 parametri fisico-acustici che rendono inconfondibile qualsiasi voce umana e da qualunque telefono si parli, anche se è del servizio pubblico. Inoltre può registrare in modo automatico la voce programmata come sospetta.

GENNAIO 2006. L’Avana - 27 gennaio (Agenzia Patria / www.cubanet.org) – Alla fine dell’anno scorso, l’Azienda Telefonica (ETECSA) ha avviato un massiccio piano di assegnazione di linee telefoniche nella città di Ciego de Ávila, luogo in cui si trova la casa del giornalista indipendente Antonio Femenías Hechemendia.

Dopo aver ricevuto la visita a casa della polizia politica, che lo ha accusato di spingere svariate persone ad esercitare il giornalismo indipendente, alcuni funzionari di ETECSA, ventiquattro ore dopo, si sono presentati al suo domicilio e gli hanno ritirato l’apparecchio telefonico e strappato i cavi dell’allacciamento. Femenías ha segnalato che la cancellazione di questo servizio dimostra ancora una volta che la joint venture cubano-italiana, ETECSA, è legata a filo doppio al governo cubano e in molti casi diventa il braccio operativo della polizia politica, come nella fattispecie, e quando sospende il servizio telefonico ad oppositori, vittime dei noti atti di ripudio perché il mondo non arrivi a conoscere i fatti.

FEBBRAIO 2006. Il 13 febbraio, il giornalista indipendente Roberto Santana Rodríguez è stato convocato nella sesta stazione di Polizia di Mariano, Città dell’Avana, per un interrogatorio davanti ad un ufficiale del controspionaggio. In questa sede, Santana è stato minacciato di essere perseguito in base ad un fascicolo che contiene documentazione dell’Azienda Telefonica (ETECSA) con chiamate fatte verso gli Stati Uniti, stazioni radio e l’agenzia di stampa CubaNet..

FEBBRAIO 2006. L’Avana, Cuba - Guillermo Fariñas, soprannominato “El Coco”, direttore dell’agenzia di stampa indipendente Cubanacán Press, ha iniziato, nel febbraio 2006, uno sciopero della fame, per chiedere che tutti i cubani avessero accesso ad “Internet libero”. Le autorità hanno dovuto ricoverarlo a forza e sottoporlo a trasfusioni per porre fine alla sua azione, che era stata ripresa dai mass-media internazionali.

   “El Coco” afferma di essere disposto a morire affinché il suo popolo abbia finalmente il diritto di informarsi. Dal 20 agosto viene tenuto in un reparto di terapia intensiva per problemi renali e alterazioni cardiache. Le autorità gli hanno offerto un accesso”limitato” ad Internet, ma lui ha rifiutato spiegando di non poter esercitare, in modo dignitoso, la sua professione di giornalista consultando esclusivamente informazioni filtrate dal governo.

   Cubanacán, fondata nel 2003, è l’agenzia di stampa più importante della nuova generazione di giornalisti indipendenti. Tuttavia, nessuno dei 17 reporter ha diritto di usare Internet, o un fax per mandare il proprio articolo all’estero. Sovente devono interamente dettarli da un telefono pubblico. Siccome le tariffe sono piuttosto alte, fanno chiamate con addebito dell’importo al ricevente.

FEBBRAIO 2006. L’Avana, Cuba - 28 febbraio (Jaime Leygonier / www.cubanet.org) – La società mista per le telecomunicazioni cubano-italiana nota con la sigla di ETECSA, ha ricevuto l’ordine dal Ministero per le Comunicazioni di Cuba di ispezionare e tagliare i fili illegali di televisione, secondo quanto indicato da addetti della stessa impresa. ETECSA è stata denunciata, in numerose occasioni, da giornalisti indipendenti e oppositori pacifici come complice del governo nella repressione, mediante spionaggio telefonico e taglio del telefono per gli oppositori.

MARZO 2006. Ciego de Ávila, Cuba - 27 de marzo (Abel Escobar Ramírez / www.cubanet.org) - Waldímar Parra Santana, Presidente della Liga de Campesinos Independiente, ha denunciato, in data 21 marzo, il fatto che l’azienda ETECSA non gli abbia ancora ripristinato il servizio telefonico sospeso dallo scorso 9 febbraio, nel comune di San Luis. Secondo quanto ha affermato Parra, la sospensione ha avuto luogo dopo che il presidente dei Comitati per la Difesa della Rivoluzione gli ha mostrato una registrazione telefonica fatta su una chiamata a Radio Martí, in cui si sentiva la voce di Santana in un programma radio. Recatosi più volte presso la sede di ETECSA, si è sentito rispondere dal personale preposto che il suo servizio era stato soppresso “per ordine del governo”.

APRILE 2006. L’Avana, Cuba - Aprile (www.cubanet.org) – Il giornalista indipendente Roberto Santana Rodríguez, ha presentato una denuncia pubblica internazionale degli atti repressivi perpetrati nei confronti della sua persona da parte dei Servizi per la Sicurezza dello Stato e della compagnia cubano-italiana ETECSA. In data 7 aprile Santana è stato convocato presso la decima unità della PNR (Polizia Nazionale Rivoluzionaria) e si è incontrato con un maggiore chiamato Moisés che si è presentato in veste di responsabile della lotta contro i giornalisti indipendenti, e che ha minacciato di applicargli la legge 88, più nota come “bavaglio” mostrandogli un fascicolo che includeva documenti di ETECSA sulle chiamate da lui effettuate ad emittenti radiofoniche come Radio Martí e agenzie di stampa come Cubanet che si trovano negli Stati Uniti. Santana accusa lo Stato cubano e la compagnia cubano-italiana ETECSA di violare il diritto alla libera espressione, facente parte della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, sottoscritta da Cuba e Italia nel 1948, nel quadro delle Nazioni Unite.

APRILE 2006. L’Avana - 26 aprile (www.cubanet.org) – Due sistemi satellitari di ricezione sono stati sequestrati dalla polizia martedì 17 a Sonia Beltrán, casalinga e a Aurelio Estévez, marinaio. Una pattuglia della polizia locale, un veicolo dell’azienda telefonica ETECSA e un’autovettura del Dipartimento Tecnico Ricerche (DTI) del Ministero degli Interni si sono recati presso i due domicili, nel comune di San Miguel del Padrón. In loco, le varie persone hanno perquisito e sequestrato, oltre ad aver fatto una multa per un importo di 5.000 pesos per possesso di strumenti satellitari, cosa illegale a Cuba.

MAGGIO 2006. Svariati sindacalisti indipendenti a Cuba dovevano partecipare, il 4 maggio, via telefono, alla II Conferenza sulla Responsabilità Sociale dell’Impresa a Cuba, organizzata dal GIRSCC, presieduto dal sindacalista ed economista cubano Joel Brito Delgado, e che aveva luogo il 3 e 4 maggio a Madrid, capitale della Spagna; in questa Conferenza sarebbero stati trattati temi fra cui la realtà del lavoro sull’isola, la responsabilità sociale dell’impresa degli investitori esteri e le norme del lavoro internazionali rispetto a Cuba. Dal giorno prima dell’apertura della Conferenza, la società mista ETECSA ha bloccato tutte le linee telefoniche che portavano ai sindacalisti indipendenti e ha ripristinato il servizio solo il 6 maggio, un giorno dopo la chiusura della Conferenza.

LUGLIO 2006. Santa Clara, 20 luglio (Cubanacán Press / www.cubanet.org) – L’azienda ETECSA, in questa città, ha tenuto senza servizio telefonico, per ben otto giorni, i giornalisti indipendenti Belkys Rodríguez Bravo y Diolexis Rodríguez Hurtado. Il servizio telefonico è stato interrotto sin dal 9 luglio, per far tacere le loro voci che da Cuba denunciano gli abusi e gli eccessi commessi dalla dittatura.

AGOSTO 2006. In agosto, il giornalista indipendente dell’agenzia di stampa Cubanet, Juan González Febles, ha denunciato la partecipazione dell’azienda telefonica a capitale misto ETECSA agli atti di aggressione e slealtà contro attivisti pacifici, vittime dei progrom “habaneros”; a queste persone viene tagliato il telefono alcuni istanti prima di essere arrestati o aggrediti.

SETTEMBRE 2006. L’Avana, 9 settembre (Lux Info Press / www.cubanet.org) – L’allacciamento telefonico previsto per pazienti affetti da insufficienza renale cronica terminale, che hanno bisogno di emodialisi tre volte alla settimana, viene invece negato al sindacalista indipendente Lázaro Cuesta Collazo perché fa parte dell’opposizione pacifica. Da tre anni chiede all’azienda cubano-italiana ETECSA di mettergli il telefono per ragioni umanitarie, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Lo scorso 20 agosto, dopo aver ribadito il reclamo a ETECSA, gli hanno comunicato di lasciar perdere in quanto sarebbe stato l’unico paziente con insufficienza renale cronica nella capitale che non avrebbe mai avuto un telefono.

OTTOBRE 2006. L’8 ottobre Nivaldo Díaz Castellón, attivista pacifico del Movimento Cristiano Liberación è stato arrestato dai servizi per la Sicurezza dello Stato e portato via in un veicolo della società mista ETECSA. Il fatto è successo dopo che Castellón aveva inviato una lettera a Ricardo Alarcón, presidente del Parlamento cubano, in cui denunciava violazioni commesse dalla polizia succitata contro la sua persona.

OTTOBRE 2006. L’avvocato non vedente Carlos Gonzáles Leyva, che vive a Ciego de Ávila, ed è dissidente, si è visto tagliare la linea telefonica da parte di ETECSA per le sue costanti denunce di violazioni dei diritti umani. Dolia Leal Francisco, Dama de Blanco, strenua sostenitrice dei diritti cívici, moglie di Nelson Aguiar Ramírez, uno dei 75 prigionieri della “Primavera Nera” del 2003 e presidente del Partito Liberale Ortodosso, si è vista negare da ETECSA l’installazione del telefono.

 

04/12/2006

Raul si arrende?

Qualcosa si muove a Cuba. Ma sono falsi movimenti. Raul Castro nel discorso durante la parata militare di ieri ha proposto agli USA di “negoziare”…..un messaggio molto strano, un messaggio di apparente apertura che fa capire quanto gravi siano le condizioni di Fidel Castro. Fidel non avrebbe mai pronunciato quella frase, e probabilmente sarà saltato sul letto dell’ospedale ascoltandola in TV. Ma Raul non ha il potere di decidere cosa dire e cosa non dire in pubblico, probabilmente quella strana richiesta è solo una mossa per illudere l’esausto popolo cubano che una sorta di volontà di uscire da quel’ incubo di miseria che è la vita a Cuba esiste nei generali che comandano l’isola. Ma è solo una mossa per poi poter incolpare gli USA e l’intero mondo capitalista di non aver colto quel messaggio. Questo perché parlare di “negoziati” non ha alcun senso a Cuba, cosa si dovrebbe negoziare? Gli USA in realtà non fanno nulla per distruggere Cuba come Castro ha sempre detto per mantenere il suo potere personale, molte imprese statunitensi commerciano con il governo cubano nonostante le enormi difficoltà ad ottenere i pagamenti delle forniture o persino se non è economicamente conveniente, in molti casi infatti lo fanno solo per assicurarsi un posto al sole quando il regime crollerà e Cuba sarà libera, una specie di investimento a medio termine, una sorta di embargo esiste ma solo con alcune forniture tecnologiche e solo con società statunitensi, ma è ormai abbondantemente superato potendo Cuba importare ed esportare con oltre cento nazioni nel mondo. Insomma, non si può dire "noi siamo rivoluzionari e del capitalismo criminale ce ne infischiamo" e poi mettersi a piangere se un paese capitalista obbidendo alle leggi di mercato ti taglia fuori da alcuni dei suoi commerci, semplicemente perchè il suo stesso ideale di libertà e le regole del capitalismo lo permettono o semplicemente perchè considerano alto il rischio di vendere ad un cattivo pagatore.Il popolo nord americano a parte qualche parlamentare anticastrista che ha ben poco potere all’interno della democrazia americana semplicemente ignora Cuba, per la gran parte degli statunitensi Cuba è un bizzarro paese sotto una dittatura dove andare a fare le vacanze al caldo dei caraibi, niente di più e niente di meno, peggio è quello che pensano gli europei per i quali Cuba è un vero e proprio bordello a cielo aperto, una specie di paradiso della prostituzione, ma in definitiva nessuno trama o fa qualcosa contro il popolo cubano, non ho mai visto un imprenditore europeo o americano che non commercia con Cuba per motivi ideologici, se non lo fanno è solo perchè al momento con questo regime c'è solo da rischiare di perdere molto denaro, trovandosi magari un giorno a Cuba in qualche ufficio statale con davanti un solerte impiegato con la camicia a righe che ti dice che non c'è un centesimo per pagarti. La miseria cubana è dovuta a molti fattori, ma tutti fattori interni all’isola, il solo fatto che il “socialismo” imposto ai cubani non contempli la libertà di fare libera impresa stronca in partenza ogni forma di economia o persino micro economia che possa rimetter in moto la voglia di vivere e di lavorare dei cubani, ogni possibilità di nascita di una economia dignitosa è stroncata sul nascere da leggi fatte scientificamente per impedirlo in nome di una dell'ideologia socialista del tutto falsa, gli enormi dazi imposti all’ingresso di cuba per le importazioni annullano ogni possibilità di fare impresa per gli stranieri seppure in società con lo stato cubano, ma soprattutto il governo cubano si rifiuta di accettare di entrare a far parte del commercio globale e di dare la libertà di impresa ai cubani, rifugiandosi in inutili e misere alleanza commerciali con altri paesi poveri come il Venezuela o la Bolivia (vedi ALBA), alleanze a base di petrolio, favori reciproci tra dittatori e nulla per i popoli affamati. Sono centinaia le società straniere che sono state raggirate dal governo cubano che ha ricevuto le merci e si è rifiutato di pagare il dovuto, sono ormai pochi che hanno voglia di rischiare facendo accordi commerciali con Cuba. Cuba non ha semplicemente il denaro per pagare le forniture e questo non per colpa degli USA o di un inesistente embargo ma semplicemente perché le sue scelte ideologiche non permettono nessun tipo di miglioramento economico, a Cuba  tutte le attività economiche sono  in mano a grosse aziende statali dove nulla funziona, il rendimento è prossimo allo zero e dove la corruzione è la normalità da sempre. Castro si è sempre divertito a dire che quello che conta per cuba è il “capitale umano”, bene, ed è di quello che cuba vive, non può per sua stessa fede possedere o maneggiare capitale monetario, e senza quello si muore di fame purtroppo, le chiacchiere non riempono la pancia. Questi concetti sono molto semplici da capire, se Fidel Castro e i suoi collaboratori non hanno mai voluto ammettere la verità che il sistema socialista non funziona è stato solo per una ragione: il potere, dover mantenere il potere a qualsiasi costo, tenere il popolo nella miseria e non dargli la possibilità di avere una cultura in grado di svegliare desideri di libertà o ribellione. Quindi adesso Raul Castro propone agli USA di trattare, ma trattare cosa? Non c’è nulla da trattare, non secondo la logica, ci sarebbe solamente da  cambiare totalmente sistema economico e regime politico annullando del tutto un sistema dittatoriale che ha devastato l’intero popolo cubano, indire libere elezioni e cominciare a far camminare i cubani con le loro gambe e farli ragionare con la loro testa. Io non credo che il cervello dei governanti cubani funzioni al contrario di come dovrebbe, non è possibile che mentano a loro stessi, quindi questa inutile mossa di Raul credo sia solamente rivolta al popolo cubano in previsione di dover annunciare la morte di Fidel, una mossa preparatoria, un piccolo pezzo di una serie di mosse strategiche per mantenere il potere, un modo come un altro per giustificare che, anche quando il vecchio Castro sarà interrato le condizioni di miseria e mancanza di libertà dei cubani non cambieranno. Il solo messaggio che leggo dietro questa irrazionale proposta di Raul Castro agli Stati Uniti è uno e non è diretto agli USA: Castro sta morendo.

 

01/12/2007

Onu, diritti umani: Germania sostiene denuncia contro Cuba.

 

Berlino, 30 nov  - Cuba è stata denunciata alle Nazioni Unite per violazione dei diritti umani e il governo tedesco intende adoperarsi affinché la denuncia non cada nel vuoto. L’iniziativa è stata formalizzata a Ginevra presso l’apposito Consiglio dell’Onu, presieduto dalla canadese Louise Arbour, e porta la firma della Società Internazionale per i Diritti Umani (Igfm), organizzazione non governativa tedesca che ha sede a Francoforte. “Con il nostro atto di accusa vogliamo attivare presso il Consiglio per i diritti dell’uomo un procedimento a carico del governo cubano in base alla risoluzione 1503 dell’Onu – ha affermato Martin Lessenthin, presidente della Igfm, in conferenza stampa oggi a Berlino – Dal 1977 siamo impegnati per la difesa dei prigionieri politici a Cuba e dopo l’ondata repressiva scatenata dal regime di Fidel Castro nel 2003 abbiamo intensificato la nostra vigilanza sulla situazione nell’isola”. Alla conferenza stampa ha assistito l’incaricato del governo tedesco per i diritti umani, Günter Nooke, il quale ha voluto farsi fotografare con Blanca Rosa Gonzales, Elisabeth Trelles Alvares e Georgina Shelton, le dissidenti cubane in esilio del Mar (Mothers Against Repression) giunte a Berlino per fornire una testimonianza attuale delle persecuzioni a Cuba.

 

Günter Nooke si è distinto fra gli animatori della dissidenza anticomunista nella Repubblica Democratica Tedesca sfociata nel 1989 nella caduta del muro di Berlino. Interpellato dal VELINO al termine della conferenza stampa, Nooke ha dichiarato che durante il prossimo semestre di presidenza tedesca dell’Unione europea il governo di “Grosse Koalition” della cancelliera Angela Merkel ha in programma un rilancio delle iniziative per fare rispettare i diritti umani e le libertà politiche a Cuba. “La nostra ambasciata all’Avana mantiene contatti con i dissidenti”, ha fatto notare Nooke polemizzando velatamente con altri governi comunitari meno severi con il regime castrista. Nella denuncia al Consiglio per i diritti umani dell’Onu, la Igfm notifica, con una voluminosa documentazione, i casi di 22 dissidenti imprigionati nell’isola. “Nella nostra banca dati a Francoforte – ha detto il presidente Lessenthin – abbiamo le prove attuali della persecuzione castrista contro 304 persone”.

 

“Mio figlio Normando nel 2003 è stato condannato a 25 anni e sta rischiando di morire in carcere – ha detto in conferenza stampa Blanca Rosa Gonzalez, una delle “donne in nero” del Mar – È gravemente malato di gastrite, denutrito al punto di pesare soltanto 55 chili e gli danno da bere acqua sporca. Come lui, sono dozzine i prigionieri politici maltrattati in carcere. Il mondo non può chiudere gli occhi e deve aiutarci”. La Igfm ha assegnato quest’anno il Premio per i diritti umani al giornalista cubano Guillermo Farinas Hernandez, fondatore dell’agenzia di stampa indipendente Cubanacan, protagonista di un lungo sciopero della fame per protestare contro le limitazioni all’accesso in internet decretate dalle autorità cubane. Che ora gli hanno negato il permesso di espatrio per ritirare in dicembre il premio della Igfm in Germania..

 

29/11/2006

Castro non migliora.

Come sempre le notizie sulla salute di Castro risultano false, si era detto con grande enfasi che il dittatore sarebbe stato presente alla grande festa dei 50 anni dallo sbarco del Granma a Cuba e del suo ottantesimo compleanno (in realtà avvenuto il 13 Agosto scorso e rimandato ad oggi seguendo le irrazionali direttive della propaganda che voleva Castro perfettamente ristabilito oggi). Anche questa è risultata solo una mossa della instancabile e irrazionale propaganda di regime. Castro è debilitato e non potrà partecipare a nessuna festa, ne probabilmente potrà mai più farlo. Nelle ultime immagini Castro appare magro e poco lucido, in pessime condizioni, forse a causa del fatto che essendo tutto in pessime condizioni sull'isola di Cuba i signori della propaganda del regime non si rendono conto che il loro metro di giudizio nel definire o no in buone condizioni un uomo è parecchio alterato. Nessun legame tra propaganda e realtà, come sempre a Cuba, fino alla fine. Le immagini della propaganda mostrano un uomo allo stremo che si sforza in maniera penosa di apparire in buona forma, avrebbero potuto evitare al vecchio Castro una simile farsa, uno spettacolo davvero poco dignitoso. Il regime è in crisi, la "rivoluzione" castrista definita da Castro stesso che l'ha creata e che ne è il centro di gravità, eterna, si sta scontrando con la realtà, nessuno è eterno, Castro sta morendo. Cosa sarà di Cuba senza Castro? come si reggerà una dittatura invasa dal denaro del turismo, con un flusso continuo di informazioni provenienti dall'estero, senza il suo storico dittatore e con decine di gruppi di dissidenti? Troppi dubbi e domande a Cuba perchè possano dormire sogni sereni, coloro che per quasi 50 anni hanno fatto festa, generali, membri del partito cominista, migliaia di privileggiati che Castro ha creato per mantenere il suo potere personale che tra poco non avranno più motivo di esistere. Anche per le decine di criminali internazionali che Castro ha accolto e protetto sulla sua isola non sono giorni sereni.Cuba è sull'orlo del baratro oggi più che mai.

21/11/2006

Il rimorso o la paura?

Non servono a nulla le menzogne dei dirigenti del governo cubano che annunciano Castro in miglioramento e presto di nuovo al potere, sono solo un'ulteriore mancanza di dignità che rivela semplicemente la vera natura della dittatura castrista. Se potessero quando sarà morto lo impaglerebbero e lo mostrerebbero alla televisione spacciandolo per vivo pur di non perdere il potere. Castro è finito e lui lo sà bene, non importa se morirà tra sei mesi o un anno è finito comunque. Forse per la prima volta da quando si è impadronito di Cuba e dei suoi abitanti sta mostrando davanti la morte timore, chissà forse anche il dubbio che quello che ha fatto è stata una brutale assurdità, saranno i fantasmi di migliaia di uomini e donne che ha fatto fucilare, sarà la consapevolezza di aver fatto perdere l'anima alle migliaia di donne che ogni giorno sono costrette a prostituirsi per le strade delle città cubane, sarà per tutti i fantasmi che ha sempre finto di non vedere, sarà perchè guardando dai finestrini delle sue auto blindate mentre passava dai larghi vialoni dell'Habana ha notato la differenza tra le sue lussuose residenze e la devastazione e la miseria che invece devono vivere i cubani, fatto è che dopo decenni di persecuzione alla chiesa cattolica anche lui ha fatto chiamare un prete al suo capezzale. Un sacerdote Brasiliano di nome Carlos Alberto Libanio Christo detto anche "Frei Betto", così anche lui come tanti è crollato, chissà se è ancora abbastanza lucido da capire, magari pensa che tener la mano a un sacerdote lo aiuterà ad ottenere il perdono, di questo Dio che perdona tutto e tutti comunque, ad ogni costo, a costo che se esistesse o no non cambierebbe nulla, questo Dio che ha accolto tutte le anime degli uomini che lui ha fatto ammazzare e che adesso dovrà accogliere anche lui con un'amorevole carezza severa..un dio che non lo potrà punire.....Castro è finito, per sempre.

19/11/2006

Parla Alina, la figlia ribelle di Fidel Castro

"Ora pensa più che a Dio che a Cuba". Per il futuro Raul ha un asso nella manica

17 novembre 2006 - Le ultime notizie sulle condizioni di salute di Fidel Castro e sul futuro di Cuba arrivano da Alina Fernández Revuelta, la 50-enne figlia del leader cubano, esule negli Stati Uniti dal 1993.

Alina non ci sarà, a L'Avana, dal 28 novembre al 2 dicembre, quando Cuba festeggerà l'ottantesimo compleanno del vecchio "barbudo", assieme al 50-esimo anniversario della rivoluzione. La festa per Fidel avrebbe dovuto svolgersi il 13 agosto, ma è stata rinviata a causa dei gravi problemi di salute del presidente.

Lo ha detto al Corriere la stessa Alina, seconda dei 7 figli di Fidel (la madre è l'ex ereditiera cubana Naty Revuelta), oggi commentatrice politica in CNN.

I rapporti di Alina con il padre sono interrotti da anni. "La mia tragedia - ha detto al Corriere - è che papà mi considera un nemico ideologico e politico da quando fuggii dall'isola, nel '93. Da allora lui mi ha ostracizzato, io l'ho cancellato. Nessuno di noi due ha mai fatto nulla, in questi anni, per tentare di riavvicinarsi".

"Negli ultimi tempi - ha detto ancora Alina - Fidel Castro si è riavvicinato alla religione: ha riscoperto Gesù, alle soglie della morte. Ciò non mi sorprende perché papà è stato allevato dai gesuiti".

"Non so se chiamarla proprio paura [di morire]. Ma sono convinta che oggi lui sia più interessato alla sorte della propria anima che non al futuro di Cuba".

Non sente il desiderio di dirgli addio, prima della sua morte ?

"Se un padre e una figlia vogliono dirsi cose carine, tenere e affettuose debbono farlo quando sono entrambi vivi e vegeti e possono apprezzarle. Non credo nella solennità dell'attimo della morte" ... per me lui è stato "un padre diverso, un'ombra che ti seguiva ovunque, onnipresente senza esserci mai. Io sapevo che non era a casa con me perché lo vedevo parlare alla tv nove ore al giorno. Ma in carne e ossa chi lo incontrava mai ? ... Ricordo che all'età di tre anni i cartoni animati di Topolino furono rimpiazzati in televisione dalle esecuzioni ordinate da mio padre. Fu per me un trauma e ne parlo nella mia autobiografia Alina, la figlia ribelle di Fidel Castro".

Riguardo al futuro dell'isola, Alina rivela che il trapasso di Fidel non coglierà il governo di sorpresa.

"Zio Raul, che ha già preso le redini, intende introdurre gradualmente il modello cinese: aperture ma solo economiche. Non aspettatevi una democratizzazione politica: sarebbe un'inversione a 180 gradi, impensabile per uno come lui, da decenni braccio destro e fedele alleato di Fidel".

Per quanto riguarda eventuali azioni degli esuli cubani, "tantissimi e ben finanziati ... mi pare che il loro lavoro sia più emotivo e passionale che non organizzativo e propositivo".

Come spiega che Fidel Castro continui per molti a essere un mito ?

"La sinistra europea, i paesi non allineati e le star di Hollywood lo vedono come l'ultimo dei mohicani. L'hanno talmente idealizzato da non riuscire più a vedere di là dallo schermo da essi stessi creato. L'idea di una rivoluzione proletaria nei Caraibi è molto più esotica per la sinistra europea che non le purghe staliniane. E lo dico da persona di sinistra ... Uno dei Paesi che l'hanno idealizzato di più resta l'Italia. Ogni volta che la visito vedo più t-shirt di mio padre e di Che Guevara che non nel resto del mondo. Nell'immaginario collettivo degli italiani lui sarà legato per sempre a Guevara: insieme sono gli eterni rivoluzionari. L'ultimo pretesto dei marxisti per difendere la loro ortodossia. Questa gente non conosce la realtà cubana e farebbe meglio a vivere nel Paese per un po', prima di parlare".

Un giorno riuscirà a perdonare suo padre ?

"Non spetta a me perdonarlo. Io sono solo una delle tantissime donne, figlie, madri e cubane obbligate a vivere in esilio per ciò che Fidel Castro ha fatto al nostro Paese. La sua resa dei conti sarà con la storia" ma "anche dopo la morte continuerà a dividere e far litigare il mondo".

12/11/2006

La salute di Castro si è deteriorata.

WASHINGTON. Il governo americano rietiene che la salute di Fidel Castro si stia deteriorando e che il leader cubano non sopravviverà al 2007. La notizia, attribuita a fonti del governo e della difesa, ha trovato oggi grande spazio sui media statunitensi.

Secondo le fonti vi è ancora molto mistero sulla malattia di cui soffre l'80enne «lider maximo», il trattamento medico cui è sottoposto e il modo in cui reagisce. Tuttavia si ritiene che Castro soffra di tumore allo stomaco, al colon o al pancreas. Il leader cubano è apparso dimagrito e indebolito nelle foto ufficiali diffuse il mese scorso e si considera improbabile il suo ritorno al potere o che riesca a sopravvivere fino alla fine dell'anno prossimo. Con la chemioterapia, Castro potrebbe vivere per 18 mesi, riferisce una fonte della difesa americana, senza non potrà durare più di tre-otto mesi.

Non è stato spiegato come siano state ottenute queste informazioni sulla salute di Castro, ma le agenzie americane d'intelligence dispongono di medici che esaminano le foto, i video, e le dichiarazioni provenienti da Cuba. Molta attenzione sarà dedicata il mese prossimo alle previste celebrazioni per il compleanno di Castro. È attesa la partecipazione di Castro ai festeggiamenti, che furono rinviati al momento della data ufficiale del 13 agosto.

Markus Wolf e i cinesi che si mangiavano la carta.

I comunisti cinesi si mangiavano anche la carta. Interi faldoni. Il racconto nella splendida autobiografia ormai quasi introvabile, di quel pezzo di storia scomparso ieri, Markus Wolf, per tre decenni alla guida della Hauptverwaltung Aufklärung (Hva), il dipartimento per lo spionaggio estero della famigerata Stasi, i servizi segreti della Germania Orientale.

E' il gennaio 1965. Wolf, l'"uomo senza volto", è in volo su un turboelica Antonov 124, «il più grande velivolo da trasporto della flotta aerea dell'Urss». Direzione Cuba, quattro anni dopo la caduta di Fulgencio Batista, per insegnare l'arte dello spionaggio a Fidel Castro Ruz e ai suoi sgherri. Gli unici non russi sull'aereo sono due corrieri diplomatici cinesi. L'aereo carico di spie è costretto ad atterrare a New York, aeroporto John F. Kennedy. E' bloccato sulla pista. Le "barbe finte" hanno il terrore che gli americani entrino nel velivolo, requisiscano tutto il materiale e fotografino e interroghino gli occupanti. Racconta Wolf:

«Passai in rassegna le implicazioni della mia presenza a New York dal punto di vista dello spionaggio. Di cosa avrei potuto essere accusato, se fossi stato identificato? C’erano capi di imputazione che permettessero di trattenermi, o addirittura di processarmi qui? (...)

Questo corso di pensieri fu interrotto da un colpetto sulla spalla di uno dei miei colleghi. Vidi che accennava ai cinesi seduti di fronte a noi: i due corrieri diplomatici avevano aperto le valigette, e avevano cominciato a mangiare le carte che si trovavano all’interno. Il loro senso del dovere ci commosse. Masticare e inghiottire erano le sole armi che avessero a disposizione in quel momento contro il nemico di classe. Ma i fascicoli erano spessi, e loro non avevano neanche un po' d’acqua. Dovevamo aiutarli, nel nome dell'internazionalismo proletario? Ci consultammo brevemente, e concludemmo con un certo sollievo che un gesto simile poteva rappresentare un’indebita ingerenza nelle questioni interne cinesi, con imprevedibili conseguenze sui rapporti tra i nostri paesi. Nel frattempo, la temperatura all’interno dell’aereo era precipitata. L’unica forma di ventilazione era costituita dalla fredda aria invernale che entrava da fuori. Il termometro segnava una temperatura inferiore a zero, e i passeggeri rabbrividivano, vestiti com’erano in previsione del clima mite di Cuba. Trascorsero ore sempre più sgradevoli, finché comparve il console sovietico con un thermos di tè bollente. Quanto a quello che stava succedendo, apparentemente ne sapeva poco anche lui. "Mosca e Washington stanno negoziando" ripeté più di una volta. L’aereo era stato costretto ad atterrare perché aveva esaurito il carburante. All’indomani della crisi dei missili del 1961, tutte le facilitazioni di atterraggio e rifornimento ai velivoli del blocco sovietico erano state sospese, nel quadro delle sanzioni al regime di Fidel Castro.

Nell’insieme, passarono diciotto ore prima che la gentile hostess del Kgb mi sussurrasse che Washington stava per autorizzare l’Antonov a fare rifornimento e a decollare, a condizione che a bordo ci fossero due ufficiali dell’Air Force come osservatori — e si poteva star certi che avrebbero osservato, a cominciare dalla fisionomia dei passeggeri.

Cercai di comunicare la buona notizia ai cinesi, col solo risultato di allarmarli ancora di più. Nel frattempo, la loro capacità digestiva si era esaurita, ed essi avevano cominciato a utilizzare la toilette a turno, per completare l’orgia di distruzione. Per un momento, attraverso la porta socchiusa, scorsi uno dei due che, chinato sul lavandino, si indaffarava con la dura saponetta sovietica su un foglio di seta, che doveva essere coperto di messaggi cifrati. Forse, si trattava di istruzioni per le organizzazioni della guerriglia latino-americana, molte delle quali si consideravano direttamente agli ordini del presidente Mao. Comunque andasse a finire, era chiaro che le istruzioni sarebbero state impartite solo oralmente. All’incirca ogni cinque minuti, l’acqua scorreva nel water. Ripartimmo verso mezzanotte; finì così il mio primo, fortuito soggiorno negli Stati Uniti. Non ne avevo visto molto: solo il profilo dei grattacieli, in lontananza, e un tratto dell’autostrada che conduceva all’aeroporto».

Non so se a tutti fa lo stesso effetto. Ma io il racconto dei cinesi che passano ore a mangiarsi i pesanti faldoni del compagno Mao l'ho trovato divertentissimo. E mi è tornato in mente appena ho letto della scomparsa di Wolf.

A proposito della Germania Est e del Muro di Berlino: Berlino Est 1961-1989: si scappava così, su questo stesso blog.

 

29/17/2006

Castro riappare alla televisione di stato cubana. 

Con lo sguardo smarrito di chi non ha ben chiaro cosa gli sta succedendo, con la paura della morte negli occhi, fà tenerezza mentre cerca davanti la telecamera di far credere che tra poco tornerà al potere muovendosi come un soldatino, non fosse per il suo inmancabile "Patria o morte vinceremo!" ci si potrebbe quasi scordare anche di chi stiamo parlando.Castro è finito, come se la natura si vendicasse su di lui la sua è diventata una lunga e dolorosa agonia, il suo sogno folle di rivoluzione eterna si sta scontrando con la realtà terrena della fine del suo universo.

 

24/10/2006

LIBERA INFORMAZIONE.

Da oggi iniziano le trasmissioni televisive da un Hercules C 130 statunitense attrezzato come emittente televisiva che invierà trasmissioni televisive di intrattenimento e due notiziari al giorno diretti al popolo cubano sorvolando sul cielo della Florida,le emissioni avverranno ogni giorno dalle 18 alle 23 ora della Florida sul canale 20 VHF. Il governo cubano è già pronto a interferire le trasmissioni con appositi trasmettitori come ha già fatto in passato.Le irrazionali lamentele del governo cubano non si sono fatte attendere naturalmente, il diritto all'informazione libera è sempre stato negato al popolo cubano.

 

24/10/2006

E Chavez apparve nei manifesti di hezbollah, in Libano. 

Alla fine ciò che ripeto da anni è diventato così esplicito da non poter più essere confutato se non dai socialbabbei: i marxislamici operano insieme, sono alleati diretti, mentre le socialdemocrazie mondiali sono "equivicine".
Oggi molte gigantografie di Nasrallah e Hugo Chavez sono comparse sui muri di Beirut sud, la zona sciita. "Grazie, Chavez!" era scritto sui manifesti della manifestazione che ha celebrato la "vittoria" del Libano su Israele. Nelle immagini Chavez appare vestito con una camicia rossa mentre alza il pugno al cielo, secondo la iconografia dei santi comunisti.  

Caracas ha ritirato i suoi diplomatici da Israele e ha rotto le relazioni diplomatiche con Gerusalemme da un paio di mesi.
In un secondo manifesto Chavez appare al fianco di Nasrallah, vicino a uno dei ponti distrutti dalla aviazione israeliana. E' riportata una frase del capo degli hezbollah, che menziona "la alleanza che unisce Gaza a Beirut, passando da Damasco, Teheran e dal fratello Chavez". Più chiaro di così...

 

26/09/2006

Terrorismo di stato a Cuba.

Cuba. Il dissidente Payà: se Castro muore la mia vita è in pericolo.

Il giorno che Fidel Castro morirà, verranno fucilati tutti i detenuti politici e i leader della dissidenza cubana; ne è convinto Oswaldo Payà, il cinquantaquattrenne fondatore del Movimento cristiano di Liberazione, tra i principali esponenti della dissidenza interna sull’isola dei porci e due volte nominato per il premio Nobel per la Pace.

Guardato a vista da un'auto della sicurezza sempre parcheggiata sotto casa sua all'Avana, in un’intervista al quotidiano spagnolo 'Abc' Payà spiega che “gli agenti si avvicinano ai prigionieri politici e dicono loro: 'se Fidel muore, ti fuciliamo'. Ci sono agenti della sicurezza - racconta - che hanno detto ai miei compagni: abbiamo l'ordine di uccidervi, insieme al resto della vostra famiglia”.

Sono minacce di morte e “la mia vita è in pericolo dal momento che ci sono queste minacce”, dice il dissidente cattolico che si batte per un cambiamento sull’isola del ‘comunismo messianci’ (si fa per dire ovviamente) e afferma di non odiare Castro. Perché “come essere umano - spiega - non gli auguro alcun male”.

Piuttosto spiega il proprio pensiero: “Parlo di un cambiamento e della fine di questo regime, ma questo non significa liquidare tutto quello che esiste a Cuba perché ci sono cose buone, e neppure di liquidare persone ma di un processo di riconciliazione e partecipazione. Ma per come si esprimono ora i gerarchi del regime non ne hanno la minima intenzione. Parlano con arroganza - continua il dissidente - e hanno deciso che prima della caduta del regime bisogna liquidarci tutti, noi e i detenuti”.

“Sono nelle mani di Dio - risponde Payà alla domanda su cosa farà il giorno della morte di Castro - Succeda quel succeda, continuerò a starmene in questa casa. Non sto qui seduto ad aspettare ma neanche penso a fuggire. Se questo significa la mia morte, che sia”, taglia corto.

Speriamo che nel frattempo il sole sulla splendida isola di Cuba porti altre certezze: libertà di pensiero per tutti e possibilità di immaginare il proprio destino oltre i sigari e le parole di regime.
 
25/09/2006

Ugo Chavez l’involuzione.

Ugo Chavez si allontana sempre più dal suo genitore Fidel Castro, più il vecchio dittatore cubano si avvicina alla fine, più il dittatore venezuelano alza la voce e si fa notare come il vero leader che ne prenderà il posto. Ma Chavez è molto diverso da Castro, per quanto sia possibile essere peggiore di Castro Chavez lo è. E’ più brutale, ignorante, maestro nell’arte di opporsi a tutto e tutti senza misurare la sua reale forza, le sue esternazioni sono sempre più grottesche, è ormai diventato un personaggio impresentabile e persino alle riunioni dell’ONU arriva a insultare il presidente degli stati uniti dandogli dell’ubriacone e del diavolo con un linguaggio da bettola. Il suo nuovo amico fraterno Ahmadinejad lo ha spinto verso paranoie di tipo mistico, come dire che il diavolo è uno solo, per gli islamici e per i cattolici, quel diavolo è Bush. Il suo tentativo di creare un asse Cuba-Venezuela-Iran-Bolivia si potrebbe definire un’atto eversivo  in grande stile, sia lui che il presidente iraniano non hanno fatto altro che delegittimare l’ONU in tutti i sensi, la sintesi dei loro deliranti concetti è uno solo: l’ONU non serve a niente e i suoi membri sono dei reietti criminali. Ma Chavez pur essendo banale e ignorante, pur non essendo un genio della dialettica e della politica, è purtroppo  esattamente ciò che fa sognare i poveri del suo paese e di parecchi paesi del sud e centroamerica, e questi sono i suoi elettori, e a loro non farà mancare il minimo per vivere, forse anche peggio di come vivevano prima ma con l’ubriacatura di fiumi di parole e sogni. Naturalmente il suo scopo è mantenere e rendere vitalizio il suo potere personale, un solo, semplice abiettivo. Quanto durerà il suo potere è difficile da dirsi, il suo maestro Castro a Cuba pur sbraitando contro il nemico di sempre USA ha sempre mantenuto un profilo più basso, ha sempre vomitato veleno all’interno della sua isola contro il capitalismo, cosciente del fatto che per mantenere il potere stabilmente era necessario solare la sua isola dal resto del mondo  e praticare un sistematico lavaggio del cervello ai suoi cittadini e la sua stragia è stata vincente per quasi mezzo secolo pur vivendo i cubani nella miseria più nera. Chavez ha deciso per una strategia completamente diversa, ha deciso di cercare alleati e dirigere i suoi comizi a una platea di milioni di cittadini anche fuori dai confini venezuelani, il suo sogno delirante è una sorta di nazione socialista di tutto il centroamerica con lui come comandante in jeffe e alleati in quanti più paesi nel mondo. Per adesso il suo sogno si è infranto contro il brasile di Lula che ne sembra delineare i confini verso sud, ma il rischio di destabilizzare parecchi paesi vicini è reale. Ai poveri che purtroppo vivono in centroamerica raccontare favole di ricchezza distribuita equamente e medicina e istruzione gratuita è come promettere a un bambino di vivere per sempre a Disney World. La sua attività di propaganda è comunque uno strano compromesso, in realtà in Venezuela, Chavez non è mai riuscito a schiacciare l’opposizione interna, milioni di venezuelani non credono affatto che Chavez possa mantenere le promesse che fa a squarcia gola nei suoi comizi interminabili o nelle trasmissioni Radio e TV a reti unificate che impone a tutte le emittenti, anche a quelle dell’opposizione. Ciò che propone Chavez è semplicemente il classico schema cubano che ha già fallito in modo evidente, il suo modello non contempla una opposizione o un cambio di potere, comprende il più completo isolamento economico dal mondo capitalista creando un circuito chiuso di scambi tra paesi poveri, questo sistema commerciale è rimasto  pura teoria non essendo mai riuscito a innescare nessun traffico commerciale degno di nota. Il suo sistema economico è talmente inefficace che persino con i proventi del petrolio il Venezuela sta precipitando dritto nel baratro della miseria, le sue faraoniche spese per armarsi lo stanno dissanguando, la stessa sovranità del Venezuela è ormai in grave rischio, con le migliaia di agenti e militari cubani che ormai vivono stabilmente nel paese e con i paramilitari delle FARC colombiane che hanno le loro basi al sicuro all’interno del paese e che hanno ormai fatto del Venezuela la loro base per il narcotraffico internazionale. Il Venezuela è diventato uno dei posti più pericolosi del centro america, la povertà non è affatto diminuita, semmai è aumentata da quando molte imprese straniere hanno lasciato il paese a causa degli espropri e delle nuove tasse "bolivariane" che colpiscono i capitalisti. Farsi uccidere per un orologio nelle strade di Caracas è diventato molto facile. Chavez sta tentando di fare quello che neppure Castro è riuscito  a fare, sta tentando di legittimare il suo potere creando attorno a se il consenso di altre nazioni, sfruttando semplicemente il carburante più diffuso in centroamerica: l’ignoranza, milioni di cittadini venezuelani, boliviani e di altri paesi confinanti non hanno neppure la minima idea di cosa li aspetterebbe realmente se i loro paesi si piegassero alla teoria Chavista, dalla povertà estrema passerebbero in un tunnel senza uscita che li porterebbe a restare poveri ma a perdere l’unica ricchezza che hanno: la libertà.

Video del delirio di Chavez.

Hugo è figlio dell’ignoranza, del bullismo e della sozzeria. Se riusciste a cogliere espressioni e sottigliezze della lingua castellana venezuelana, vi rendereste conto a quale livello scenda la maleducazione e la cafoneria del presidente Chavez.
Quando senti le sue parole, e sei costretto ad ascoltare perché parla anche dieci ore di seguito in Tv e alla radio, ti domandi da dove sia arrivato questo flagello di Dio. Informandoti un po’ scopri che arriva dal niente, nessuna cultura scolastica, nessuna appartenenza a qualsiasi partito o corrente che abbia potuto dargli un etica professionale o valori morali.
Durante una riunione ufficiale in presenza di un rappresentante del Vaticano, quest’ultimo, che ha espresso un suo personale parere circa l’andamento sociale in Venezuela, è stato apostrofato dal jefe con la parola ‘marico’ traducibile con ‘finocchio’, ma molto più volgare. Divertito dalla reazione derisoria dei suoi scagnozzi, el ‘campeador’ ha pensato bene di continuare a prendere in giro il prelato. Certamente un modo di fare non adatto a un presidente.
Torniamo alla struttura governativa venezuelana, scopriamo che i consiglieri del señor sono tutte fiere assetate di potere e di denaro. Capo consigliere il vecchio terrorista Fidel. La cosa peggiore è che un rozzo come lui non può fare a meno di questi consiglieri, da solo non saprebbe nemmeno da dove cominciare. Ama mettersi sul piedistallo nella convinzione di diventare la brutta copia di Castro per i prossimi trent’anni. Non è in grado d’ imbastire un discorso migliore di quello fatto da un ubriacone in osteria.
Anche Lula, che inizialmente sembrava pappa e ciccia con lui, ha cominciato a prenderne le distanze. Il Brasile dà piccoli segni vitali e certo Lula non vuole essere la causa della regressione del proprio paese e, conscio della necessità di una manovra fiscale, l’ha concretizzata senza aver messo mano alla proprietà privata di milioni di persone . Certo Lula si è fermato in tempo,  non disdegna l’Alca, il libero mercato dell’area geografica che va dal Canada, USA fino alla Patagonia. Al “loco”, però, non piace quest’idea, lui sogna un popolo sudamericano di disperati,  in contrasto con l’America e il mondo emancipato e per ottenere il suo scopo è disposto a tutto. Stesse distanze sono state prese  anche dal Messico, che proprio di suicidarsi non ha voluto saperne. La Colombia si allontana da lui e teme una sua reazione.  In compenso si affaccia all’orizzonte ‘el indio Morales’ neo eletto in Bolivia che pare sia un suo sostenitore. Come poteva essere diversamente? Uno che lucha per rendere libera la cocaina e odia l’America non poteva che essere suo amico. Ma che mondo vogliamo consegnare ai nostri figli e ai nostri nipoti? C’è un vero allarme rosso per la democrazia.
Non ne possiamo più di estremismo di ogni tipo, di demagogia, di povertà. Urge essere rappresentati da moderati, da gente aperta al lavoro e al libero scambio in modo da assicurare una buona qualità di vita. Non ero attratto dalla politica ma non ho dovuto prendere atto di quanto sta accadendo nel mondo, a cominciare dal Venezuela, dove sta crescendo la povertà e la delinquenza. A Caracas gli omicidi non si contano più. Bisogna estirpare questo male da subito, con la moderazione e la libertà. Urge un trattamento d’urto contro questo male che vuole espandersi in America latina, un male incurabile alimentato dall’ignoranza e dalla mancanza di libertà.
 
Cosmo de La Fuente
 
Venezuela, chavismo sempre più isolato

La situazione del Venezuela, all’indomani della vittoria di Hugo Chavez, è complicata. Alcuni leader della sinistra non chavista, come Pablo Medina, hanno scelto la clandestinità. L’opposizione ritiene che il risultato sia stato alterato in qualche modo, e alcune indiscrezioni, che circolano in forma di samizdat, riferiscono un conteggio di 6.025.227 per Rosales, contro 5.724.013 di votanti per Chavez. Il paese latino americano riveste una grande importanza anche per la nostra economia, come produttore di petrolio. Sotto questo profilo l’Italia può trovare spazi commerciali, come ci ha confermato l’ex ambasciatore Onu Milos Alcalay, intervistato in esclusiva per L’Opinione. Un aspetto di particolare rilievo, in questa intervista, è la possibile prossima crisi di Cuba, con due fazioni (una chavista) pronte a gestire il dopo Fidel.

Lei conosce molto bene il contesto internazionale, per esperienza diretta. Può parlarcene?
Sono un diplomatico, e ho prestato servizio in diversi paesi del mondo per nove governi diversi: socialdemocratici o democratico-cristiani. Sono stato segretario generale del Parlamento andino e per cinque anni delegato latino-americano al Parlamento della Unione Europea di Bruxelles. Quando Chavez è salito al potere ero ambasciatore all’Onu. In ogni occasione ho sempre lottato contro ogni autoritarismo e contro le dittature militari. Mi sono dimesso dall’incarico alle Nazioni Unite nel 2004, quando è iniziata una brutale repressione della opposizione, per mezzo della Guardia Militar, e contemporaneamente si sono accentuati gli attacchi del governo contro il presidente nordamericano Bush, mentre avvenivano altri gravi episodi nella politica nazionale e nell’America latina. Chavez si è allontanato dalla dialettica democratica e dalle regole della diplomazia. Inoltre ha abbandonato la tutela dei diritti umani. Ora insegno diritto internazionale all’università di Caracas, scrivo, sono Segretario generale della unione dei partiti democratico-cristiani mondiali, e ho fatto parte dell’opposizione di Manuel Rosales alle elezioni presidenziali.

Parliamo di queste elezioni: Monica Frassoni, responsabile della delegazione di osservatori della Ue (eurodeputata del gruppo Verde, ndr.), ha dichiarato che ci sono state diverse irregolarità e che la campagna elettorale non è stata paritetica. Altri hanno segnalato uno sbilanciamento del 400% a favore di Chavez, nella propaganda televisiva…
La missione degli osservatori Ue ha sottolineato l’asimmetria di condizioni tra i due candidati. Con regole alterate si hanno elezioni alterate. Possiamo dire che il candidato Manuel Rosales non si è confrontato con un altro candidato, ma direttamente con un apparato statale determinato a utilizzare ogni espediente per mantenere il potere e far vincere la “rivoluzione bolivariana”. Per la eccessiva presenza dei militari, inoltre, in molti seggi i rappresentanti di lista di Rosales, sono stati intimiditi e non si sono presentati. In questo modo non possiamo sapere cosa sia davvero successo. Comunque Rosales ha riconosciuto la vittoria di Chavez, al di là delle percentuali rilevate, e continuerà a dare il suo contributo per la costruzione della democrazia nel nostro paese e la promozione dei diritti umani. Il governo invece vuole radicalizzare la sua rivoluzione anti-imperialista e antidemocratica, anche se almeno il 40% dei venezuelani ha votato contro questa politica.

La possibile morte di Fidel Castro può aiutare la causa democratica in America latina?
La megalomania è il tratto fondamentale del chavismo. Di conseguenza, la rivoluzione non si pone un orizzonte continentale, ma vuole piazzarsi al centro degli eventi mondiali. Nei suoi discorsi Chavez non parla ai governi, parla ai popoli di tutto il mondo.

E’ il nuovo alfiere dell’internazionalismo…
Una parte della sinistra mondiale vive ancora nel culto della personalità e usa la doppia morale marxista. Questi gruppi vedono in Chavez il leader della guerra contro gli Usa, il possibile successore di Fidel Castro. Mi sembra però che Cuba non vada in questa direzione: Raul Castro parla di “dialogo” e va verso una specie di “glasnost”. D’altra parte, un’altra parte della nomenklatura cubana preferirebbe Chavez. Forse ci sarà uno scontro tra queste fazioni.

Le relazioni con l’Iran e la Russia sono strategiche, oppure sono solo accordi commerciali, utili a tenere alto il prezzo del petrolio?
Chavez ha stabilito relazioni strategiche con i paesi che fanno parte della comunità delle nazioni latinoamericane. Per quanto riguarda i suoi rapporti con Bielorussia, Russia, Cina, Siria, Corea e Iran, bisogna fare un altro tipo di analisi. Russia e Cina hanno organizzato le loro relazioni col Venezuela nell’ambito di una strategia legata al mercato del petrolio. Lo stesso faranno gli Usa: a tutti serve un fornitore ricco di materie prime. Gli accordi con Siria, Corea del nord e Iran sono invece strettamente politici. Ciò è avvenuto a causa dell’isolamento internazionale del Venezuela, attuato anche dalla sinistra democratica, che vede con preoccupazione il nuovo totalitarismo, il riarmo nucleare della Corea del nord, le ingerenze iraniane e siriane in Libano, le minacce di distruzione dello stato israeliano. Ciò ha prodotto un ulteriore irrigidimento del regime, ma i buoni rapporti con quel tipo di stati non rappresentano il sentimento comune alla popolazione venezuelana.

Può confermare le notizie su Norberto Ceresole, ex comunista poi divenuto “cara pintada” e consigliere della giunta militare argentina di Videla? Successivamente fu grande amico di Chavez ed è stato scelto come suo consigliere politico personale, quando quest’ultimo ha conquistato il potere. L’argentino Ceresole tra l’altro proclamò per primo la necessità di un’alleanza con l’Iran…
Ceresole era una personalità ambigua. Certamente è stato un fascista (è morto: si può leggere un suo interessante “in memoriam” da parte dei “camerati della Catalogna” all’indirizzo webhttp://es.geocities.com/msr_catalunya/Inmemorian, ndr). La cultura “bolivariana” è una miscela di fascismo e trozkismo, un mélange molto particolare. Il peggiore misfatto di Ceresole è aver architettato una triangolazione micidiale, offrendo al popolo l’immagine artefatta di un leader carismatico, e completando l’opera con la militarizzazione del potere. Popolo, esercito, e un Grande Leader che parla ai popoli di tutto il mondo. Grazie a Norberto Ceresole il Venezuela non ha avuto un’alternativa di potere tra liberal-popolari e la sinistra democratica, come in Brasile, in Cile, in Argentina. Ceresole ha progettato l’ALBA (Alternativa Bolivariana per le Americhe), col binomio Castro-Chavez e i militari a gestire il potere. Fu Ceresole a lanciare l’antisemitismo di massa in America latina, dicendo che l’Olocausto è un’invenzione degli ebrei. Alla fine diventò impresentabile e se ne andò in Spagna, ma la sua cattiva semina ha germogliato ovunque, dalla diffusione dei Protocolli dei savi di Sion all’accusa di deicidio contro gli ebrei, al ritiro del rappresentante diplomatico in Israele. Tutto ciò avviene con argomentazioni di stile siriano-iraniano.

All’inizio di novembre Lei ha partecipato a un convegno al Parlamento europeo. I gruppi socialista e popolare europei parteggiavano con Chavez o col candidato dell’opposizione?
Ho partecipato alle riunioni del gruppo euro-latino come membro del Parlamento andino. Nel 2006 l’unità di tutti gli oppositori al governo è stato un segnale importante. Mi sono confrontato con il gruppo popolare europeo e quello socialista, e anche con quello dei verdi, che prima avevano una posizione più vicina a Chavez, mentre in seguito hanno colto il segno della tentazione totalitaria di Chavez. Certamente ancora molti politici europei, segnatamente di sinistra, proiettano l’immagine di Chavez come grande leader amato dagli oppressi. Tuttavia sono convinto che il chavismo sarà sempre di più isolato, in America latina come in Europa.

Come si può intervenire nel contesto venezuelano?
In ogni occasione internazionale la situazione del nostro Paese diventa sempre più conosciuta. Purtroppo poi intervengono altri fattori, per esempio una cautela dovuta al pragmatismo, alla “real politik”. Su questa cautela pesa il ricatto petrolifero, visto che il Venezuela è un grande produttore. In secondo luogo i media integralisti presentano Chavez come il difensore dei poveri. A dire il vero questa è una balla colossale, perché Chavez ha prodotto un incremento della povertà, e le enormi entrate dovute allo smercio del petrolio non sono andate a beneficio del popolo. Certamente questa immagine fittizia ha avuto successo, ed è passata l’idea che in Venezuela le oligarchie e la plutocrazia sono state sconfitte da un uomo di sinistra. L’opposizione democratica deve riprendersi lo spazio dell’informazione ed evitare che il Venezuela cada nella cubanizzazione. In effetti la cattiva politica ottiene cattivi risultati: ultimamente molti diplomatici “bolivariani” sono stati espulsi, in Cile come Argentina, e si trattava di paesi che avevano buone relazioni con Caracas. Lo stesso è successo in Perù e in Messico.

Gli oppositori hanno paura?
Si vive nella paura ma senza paura. Di fronte a ciò che si è potuto vedere all’Assemblea generale dell’Onu, c’è di che essere preoccupati: sono cose già viste ai tempi del nazismo in Germania, del fascismo in Italia e con lo stalinismo in Russia. La tentazione è sempre la stessa: tutto ciò che è al di fuori dello Stato è demonizzato.

C’è un futuro nelle relazioni commerciali tra Italia e Venezuela?
Direi di sì. Il leader maximo, il caudillo, ha in mano il controllo dell’intera economia, e non c’è alcun dubbio che sarà costretto a incrementare il commercio non solo con l’Iran e la Russia, ma anche con i paesi europei, e persino con gli Stati Uniti, paese col quale c’è stato un incredibile incremento dell’interscambio. Il problema è il commercio interno in Venezuela. Hanno spazio solo i grandi e piccoli imprenditori che dichiarano la loro lealtà chavista. Gli altri invece sono esclusi da un’economia essa stessa militarizzata. La stessa cosa avviene per i sindacati: le organizzazioni amiche sono esaltate, i sindacati di opposizione vengono attaccati e intimiditi con ogni mezzo. Gli osservatori europei e la loro responsabile Monica Frassoni hanno visto ciò che succede. Probabilmente assisteremo a un crescente isolamento politico del Venezuela.

 

19/09/2006

 

Grazie a Chavez! 

Ahmadinejad  sbalordisce tutti e si schiera accanto il Papa contro gli attacchi degli estremisti islamici di queste settimane, roba da fantascienza! ma quando ci sono di mezzo gli affari............tutto si può, certo l'iran non poteva attaccare il papa mentre sta allacciando legami commerciali col cattolico venezuela. Meglio così comunque, anche se questo dimostra che davanti i dollari le guerre sante si scordano facilmente.

17/09/2006

Si rafforza l'asse islamico-caraibico.

Il legame tra il governo di Ugo Chavez e l'Iran fondamentalista coinvolge come prevedibile anche Cuba, uniti dalla necessità di fare fronte al comune nemico virtuale Statunitense. L'antiamericanismo Iraniano e quello del blocco Venezuela-Cuba ha basi totalmente diverse sia ideologiche che pratiche, anche se ha alcuni punti in comune come per esempio il mantenimento del potere dei rispettivi governanti, ma Chavez  ha fiutato la possibilità di costruire un blocco di paesi che sotto la minaccia nucleare, nonostante la povertà di forza morale e razionale possa avere potere di contrattazione. La cultura Caraibica è lontanissima da quella islamica, ne la lingua ne la religione sono però per Chavez un problema, ciò che importa è che l'Iran sta tenendo testa all'ONU almeno in questo momento, sta ignorando tutte le richieste di interrompre l'arricchimento dell'uranio, e questo ha spinto il brutale Chavez a rischiare. Ovviamente la storia dell'antiamericanismo iraniano è molto diversa da quello del dittatore venezuelano, lui vuole solamente mantenere a vita il potere e il controllo del fiume di dollari della vendita del petrolio, quindi un alleato che sta per diventare una potenza nucleare e che potrebbe fornire tecnologia nucleare militare è esattamente quello gli serve, preso com'è da una crescente paranoia di perdere il potere per complotti esistenti solo nella sua mente. E così, come per miracolo i venezuelani e i cubani sembrano essersi scoperti i migliori amici degli iraniani, decine di viaggi di diplomatici e ingegneri, abbracci e baci, addirittura le radio cubane on line trasmettono per ore in lingua araba, una cosa alquanto ridicola, visto che quella lingua è totalmente sconosciuta ai venezuelani e ai cubani. Mischiare le culture caraibica a quella islamica iraniana è un'acrobazia socio-politica che solo motivazioni esterne alla logica possono creare, esse sono praticamente l'esatto opposto, provate a immaginare una donna islamica che beve Ron e balla su una spiaggia in tanga, e poi provate a pensare a una cubana sotto un burka che cammina in una strada di Teheran a occhi bassi, o pensate al fatto che i caraibici dovrebbero cambiare religione e diventare tutti islamici....questa unione virtuale è la prova concreta che Chavez ha in mente solo una cosa: il potere. Da tempo la dissidenza venezuelana avverte che ingegneri venezuelani stanno effettuando continui viaggi in Iran. Infondo Chavez sta giocando questa partita senza mettere troppo in gioco, lui aspetta che gli eventi seguano il loro corso, se l'iran riuscirà a tenere in scacco la comunità internazionale e a fornirsi di armi nucleari lui vincerà lui la partita riuscendo a diventare un rispettabile tiranno fornito di atomica, se le cose dovessero andare male.......pazienza, le cattive figure non lo spaventano, è lui stesso la cattiva figura fatta uomo. Alcuni giorni fà Chavez ha dichiarato che se gli stati uniti attaccassero l'Iran lui manderebbe subito il suo esercito a difendere la repubblica islamica, ovviamente questa è una dichiarazione totalmente assurda, ma siccome Chavez sa benissimo che gli stati uniti non attaccheranno fare questo genere di annunci fà parte di un banale gioco di propaganda. E nonno Castro? il governo cubano ormai con il comandante in jeffe vicino alla fine dei suoi giorni non ha niente da perdere ormai, si getterebbe a capofitto persino in un'alleanza con gli alieni di un'altra galassia pur di tentare di mantenere privilegi e potere. Nonno Castro respira ancora ma ormai è un uomo morto che cammina, non ha più margine per prendere decisioni che assicurino il potere alla struttura capillare che si è creato attorno in quasi 50 anni di feroce dittatura, non ha mai considerato l'eventualità di doversi interessare della sorte di Cuba dopo la sua scomparsa. Dal canto suo il presidente iraniano in questa faccenda dimostra la sua necessità di trovare alleati, evidentemente si sente solo contro tutti, schiacciato dal timore di essere disalcionato di sella a causa delle sue decisioni dettate dalla follia mistica e l'evidenza di questo è che è disposto ad allearsi persino con un dittatorello caraibico come Chavez, un infedele di un popolo di infedeli in maggioranza cattolici..........il desiderio di potere e il profumo dei dollari fanno miracoli, quelli veri. Una cosa è certa, non c'è rischio di islamizzazione ne a Cuba ne in Venezuela, c'è semmai la possibilità che la guerriglia di stampo comunista delle FARC che sconfina dalla Colombia e viene ospitata in Venezuela possa mescolarsi con il terrorismo islamico e mettersi in testa di provare a colpire il satana americano, in questo caso difficilmente l'amministrazione USA non perderà la pazienza davanti una simile imbecillità. Ma anche questa eventualità fà parte del gioco di Chavez, alzare il livello dello scontro con gli USA gli serve per giustificare il suo potere, vecchi metodi di nonno Castro che funzionano sempre. E tutto questo mentre gli USA sono il principale compratore del petrolio venezuelano. Mi chiedo seriamente se Chavez e Ahmadinejad hanno le capacità mentali per evitare di cacciarsi in seri guai. L'ultima notizia è che Venezuela e Iran hanno deciso di costruire una raffineria da 150 mila barili al giorno in Siria.

La fonte della fratellanza Iran-Venezuela: i dollari.

CARACAS - I presidenti di Venezuela e Iran, Hugo Chavez e Mahmud Ahmadinejad, hanno firmato a Caracas 29 accordi di cooperazione nei settori petrolifero, petrolchimico e siderurgico, e creato un fondo di investimenti del valore di due miliardi di dollari.
Nel corso della firma degli accordi, avvenuta nell'Accademia militare di Fuerte Tiuna, zona a sud-est di Caracas, Chavez ha spiegato che i paesi firmatari gireranno immediatamente 1.000 milioni di dollari ciascuno al Fondo pesante strategico, così lo ha definito, per avviare progetti comuni.
Ahmadinejad, che ha partecipato al Vertice del Movimento dei paesi non allineati a L'Avana, termina oggi una visita di due giorni in Venezuela e proseguirà per New York dove assisterà all'Assemblea generale dell'Onu.
Fonti venezuelane hanno confermato oggi che Iran e Venezuela si sono accordati per la creazione di una impresa mista fra le compagnie statali PetroPars e Pdvsa per la prospezione e lo sfruttamento petrolifero dell'area "Ayacucho 7" della Fascia dell'Orinoco, dove si trovano le più grandi riserve mondiali di greggio pesante ed extrapesante.

FIDEL CASTRO: GLI FANNO VISITA CHAVEZ, MORALES E AHMADINEJAD

L'Avana, 17 set. (Ap) - Alcuni capi di Stato che hanno partecipato al vertice dei Paesi non allineati, svolto nel fine settimana a L'Avana, hanno colto l'occasione per rendere una visita al presidente cubano Fidel Castro, da settimane in convalescenza, dopo un'operazione all'intestino. Il Lider maximo, eletto per i prossimi tre anni presidente del movimento dei non allineati, ha ricevuto il presidente venezuelano Hugo Chavez, quello boliviano, Evo Morales, oltre al capo di Stato iraniano Mahmoud Ahmadinejad. Lo ha riferito il quotidiano ufficiale "Granma".

 

15/09/2006

Castro incontra Kofi Annan.

Le condizioni di salute di Castro sembrano peggiorare, la propaganda di regime sostiene il contrario ma l'evidenza dei fatti rivela un Castro debole e magrissimo. Ha perso circa 20 Kg di peso e non presiederà al summit dei paesi non allineati che si svolgerà all'Habana.

La salute di Castro falsata dall'informazione filoregime

Il regime comunista cubano continua a mostrare foto del dittatore Fidel Castro come strumento di propaganda contro il «nemico imperialista». Le foto della settimana scorsa mostrano un Castro visibilmente dimagrito, molto debole e malato. Quelle di questa settimana lo mostrano ugualmente magro, ma seduto in una sedia della sua camera d'ospedale mentre tiene in mano una copia di un quotidiano governativo ed abbozza un timido sorriso. Queste ultime foto sono state diffuse dal regime dopo che le precedenti avevano suscitato un'ondata di commenti che dubitavano delle affermazioni ufficiali secondo le quali Castro si stava riprendendo.

Più che «rassicurare» i cubani (che hanno ben altri problemi nella loro vita quotidiana), il regime pare volersi autoconvincere di ciò che non corrisponde alla realtà. Lo stesso dittatore è stato costretto ad ammettere di aver perso ben venti chili di peso. Voci non confermate che dicono di basarsi su fonti di regime dicono che Fidel abbia un cancro in fase terminale. Basta guardare le ultime foto per credere che queste voci abbiano un qualche fondamento. Altrimenti, come può essere che il dittatore sia dimagrito di ben venti chili nonostante le cure specializzate e privilegiate al quale è sottoposto?

Purtroppo, vari telegiornali italiani ripetono la propaganda castrista circa il «miglioramento» della salute di Castro, per rassicurare i comunisti nostrani. Pare che ai telegiornali italiani, sopratutto i Tg della Rai, interessi di più informare circa la salute di Castro che circa la recrudescenza della repressione contro il popolo cubano e contro i movimenti e leader dissidenti. Proprio qualche giorno prima della diffusione delle nuove foto del dittatore, dodici auto della polizia politica hanno circondato l'edificio del dottor Darsi Ferrer, un medico indipendente che giorni prima aveva rivolto un invito alla disobbedienza civile ed alla non cooperazione con il regime. Erano le prime ore del mattino quando Ferrer è stato trascinato con la forza dalla polizia che lo ha prelevato in casa, scalzo e ancora assonnato. L'oppositore ha urlato disperato affinchè almeno gli permettessero di portarsi con sè suo figlio di soli cinque anni che ancora era in casa dormendo (sua madre si trovava a casa di una parente). Ma i repressori comunisti non hanno voluto sentire ragioni e, prima di andarsene via con il dissidente, hanno persino aperto il gas di cucina della casa ed hanno chiuso la porta. Per fortuna, alcuni vicini sono corsi ad avvertire la moglie del dissidente, che è arrivata di corsa in casa e, rompendo i vetri,è riuscita a salvare il piccolo che ancora dormiva. Il medico è stato rilasciato ma su di lui pende una minaccia di arresto definitivo, ma - quel che è peggio - anche il pericolo che gli venga ucciso il figlioletto, perchè è questo quello che la polizia, su ordine del «vice» Raul Castro, ha voluto tentare di fare.

Nonostante ciò, quello che sembra preoccupare tanto certi telegiornali e quotidiani italiani, influenzati dalla sinistra, è la salute del dittatore più violento e sanguinario che l'America Latina abbia mai conosciuto. Se facessero sapere agli italiani cosa accade a chi, a Cuba, si oppone alla dittatura, i nostri giornalisti farebbero vera informazione, invece che propaganda.

 

26/08/2006  

Castro alla TV di regime.

Castro è già apparso alla TV di stato cubana, tutto sommato in buone condizioni. Dall'analisi di di ciò che sta succedendo a Cuba in queste settimane si evince la pressochè totale mancanza di attività anti governativa da parte dei cubani, il regime si è chiuso a riccio continuando a dare per scontato che Castro si riprenderà e tornerà al potere e martella la popolazione con le solite menzogne di un possibile attacco militare da parte degli stati uniti nella remota eventualità che il loro comandante dovesse morire. Una sorta di terrorismo di stato, come dire: se muore Castro nessuno sarà in grado di difendere Cuba da un rovinoso attacco militare, naturalmente è una teoria assurda e infantile appositamente studiata a tavolino allo scopo di creare un clima di paura tra la popolazione. Ovviamente la propaganda sta martellando la popolazione tramite la radio e la TV di regime con tutte le teorie possibili sul futuro di cuba senza Fidel ed esercito e  polizia si rendono molto visibili con lo scopo di intimorire la popolazione, così come fanno le squadracce di picchiatori delle "brigate di intervento rapido", sempre pronte ad intervenire per umiliare gli oppositori al regime. Il metodo è chiaro, prendere tempo, la strategia del regime è semplicemente quella di prendere tempo evitando che la popolazione si ribelli o i numerosi gruppi clandestini dell'opposizione abbiano l'ardire far sentire la loro presenza, non credo ci sia una strategia a lungo termine ben definita, tranne quella ovviamente di provare a far scivolare lentamente il potere nelle mani dei grigi generali dell'esercito cubano che ormai da decenni comunque controllano l'economia del paese. Comunque al momento al comando del paese sono i generali, non lo è di certo il povero Raul Castro che non ha attorno una struttura di potere sufficiente a prendere il posto del fratello Fidel,il regime comunque nella propaganda non tralascia in contraddizione con la teoria del Fidel comandante insostituibile, di ricordare che Fidel non è indispensabile per proseguire nella follia della "rivoluzione", una gran confusione mediatica. Rivoluzione fino alla morte, quella di Fidel e di ogni singolo cubano. Raul Castro sta dimostrando di non avere il polso necessario per essere un lider, ha candidamente dichiarato che suo fratello Fidel è ancora vivo e che dunque Cuba è salva dall'attacco degli stati uniti, come dire.....senza Fidel è la fine, una chiara ammissione di incapacità a prenderne il posto. Queste confuse e contrastanti dichiarazioni del regime militare cubano e di Raul Castro fanno capire in quale stato di panico e di scoordinamento si trovano i centri di potere di Cuba, poteri apparentemente troppo frazionati e molto probabilmente in lotta tra loro. Neppure concordi sulla strategia da seguire quando Fidel sarà evidentemente e senza ombra di dubbio dentro una bara. E allora sarà il caos.                        

13/08/2006

Ecco Castro che mostra un giornale con la data per dimostrare di essere vivo. 

Ed eccolo durante una visita di Chavez e Raul:

 Parla Hidalgo, ex braccio destro del nuovo leader
"Il capo designato beve, ha crisi depressive e piange"

"La Cuba segreta dei Castro
così Fidel sorvegliava Raul"

MIAMI - "Fidel e Raul si vedono molto raramente, si parlano poco ed hanno sempre svolto compiti molto diversi. La loro è un'alleanza di ferro, di sangue - dice Alcibiades Hidalgo - ma Fidel non si è mai fidato pienamente nemmeno del fratello. Lo ha sempre fatto spiare e seguire dai servizi segreti. A Cuba c'è un gruppo speciale che controlla tutti i massimi dirigenti del partito e riferisce direttamente a Fidel".

Quali sono i rapporti tra Raul e Chavez?
"Non c'è molta simpatia tra i due. A RaulAlcibiades Hidalgo, sessant'anni, è l'ultimo alto dirigente del regime cubano fuggito dall'isola. E' stato per quasi dieci anni il capo dello staff della segreteria di Raul Castro, ambasciatore di Cuba all'Onu e primo vice ministro degli Esteri. Ha abbandonato clandestinamente l'isola nel 2002.

Chi spia Fidel Castro?
Hidalgo ride: "Nessuno, cercano di ascoltarlo tutti con l'orecchio attaccato alle porte".

Che cosa sta succedendo a Cuba?
"Quella che è in corso a Cuba è una prova generale della successione. Questo non vuol dire che Fidel Castro non sia stato operato, che le sue condizioni di salute non siano state gravi. Ma vuol dire, per esempio, che le persone citate nella lettera di successione non corrispondono affatto alla vera cupola del potere. Il numero tre, dopo Fidel e Raul, oggi a Cuba è il ministro degli Interni, il generale Abelardo Colomé Ibarra, detto Furry. E qualsiasi civile, come Carlos Lage o Ricardo Alarcon, conta molto meno di un generale delle Forze armate".

C'è uno scontro di potere tra Raul e le Forze armate da una parte e i "chavisti" come il ministro degli esteri Perez Roque dall'altra?

"Certamente. Fidel Castro ha sempre creato dei "governi paralleli" rispetto al partito e alle Forze armate. Oggi, la cupola del partito e quella delle Forze armate coincidono. Nella segreteria del partito comunista e nel governo sono presenti tutti i generali più importanti. Poi c'è un altro centro di potere che ruota intorno a Felipe Perez Roque e alla gioventù comunista. Questo gruppo, nel quale ci sono anche i cosiddetti "talibani" di Fidel come il vice segretario della gioventù comunista, Hassan Perez Casabona, gode di relazioni privilegiate con il presidente venezuelano Hugo Chavez, e trae la sua influenza dal rapporto diretto con Fidel, dalla vicinanza a Fidel. E' stato negli ultimi cinque anni un governo parallelo rispetto al partito e alle Forze armate. Ma, scomparso Fidel, questo gruppo non ha nessuna possibilità di opporsi all'ascesa di Raul".

Vuole dire che in questo momento a Cuba sta governando una giunta militare?
"Senza dubbio alcuno. Se domani si riunisse la segreteria del partito, accanto a Raul ci sarebbe il generale Colomé Ibarra, il capo dello Stato maggiore Alvaro Lopez Miera, il generale capo dell'esercito d'Oriente, etc. Il nucleo duro dell'esercito corrisponde al nucleo duro del partito. Sono le stesse persone". 

non piace affatto essere così dipendente dal petrolio di Chavez e cercherà sicuramente altre strade per il futuro dell'economia cubana".

Qual è l'atteggiamento di Raul Castro nei confronti della corruzione così diffusa nell'isola?
"Lo stesso del fratello: per essere corrotti e non rischiare nulla bisogna avere il permesso dei fratelli Castro. Tutti i grandi mandarini dell'esercito sono corrotti, molti di loro hanno figli che studiano o vivono all'estero, che lavorano nelle imprese di import-export. Essere nella nomenclatura a Cuba vuol dire avere numerosissimi privilegi rispetto alla gente comune. Possono entrare ed uscire dall'isola, possono avere affari e conti bancari nei paradisi fiscali".

Che uomo è Raul Castro?
"Raul è un uomo molto incerto e insicuro che si appoggia moltissimo, anche sul piano affettivo, alle persone che ha intorno. Ma è anche un uomo estremamente cinico che si libera degli amici dopo averli utilizzati. Io trascorrevo tutto il mio tempo con lui, andavo a casa sua, mangiavo con sua moglie e giocavo con i suoi figli. Lui conosceva la mia famiglia, mia moglie. Passavamo sempre insieme il weekend. Ma, dal momento in cui sono caduto in disgrazia, non l'ho mai più visto".

Beve molto?
"Raul beve moltissimo. Ha spesso delle profonde depressioni e piange. Piange anche davanti ai suoi collaboratori. Ma quando riprende il controllo di se stesso è feroce e determinato. Non guarda in faccia a nessuno".

Perché si deprime?
"Per tante cose. Ma molto spesso per il suo rapporto con Fidel. Perché Fidel non ha alcuna considerazione delle sue opinioni. Fa sempre il contrario di quello che dice il fratello più piccolo quando discutono di qualcosa".

E' vero che Raul Castro dorme ancora oggi nel letto che appartenne al dittatore Fulgencio Batista?
"Sì assolutamente. Il letto dove dorme a casa sua è uno di quelli di Batista. Lo prese nel 1959 quando occupò la caserma Columbia dell'esercito batistiano insieme a Che Guevara e a Camilo Cienfugos. E lo conserva come una reliquia".

E' un nostalgico del comunismo sovietico?
"Raul era un fanatico dell'Unione Sovietica. Ogni volta che viaggiava in Urss voleva conoscere una repubblica diversa".

Perché a Cuba non c'è un Congresso del partito comunista da nove anni?
"Perché non c'è alcun progetto di società per i prossimi anni. Il potere vive alla giornata. A seconda di quello che passa per la testa di Fidel".

Cosa farà Raul se alla fine riuscirà a governare da solo?
"Cercherà di ripetere l'esperimento cinese: apertura al mercato senza riforme politiche".

Perché non lo ha fatto Fidel in questi anni?
"Perché Fidel è contrario a qualsiasi riforma. E' convinto che il sistema può sopravvivere solo se si barrica in se stesso".



17/03/2005
 

             Patetico e feroce. 

Patetico e feroce, così può essere succintamente descritto l’incontro di vertice del Mercosul occorso in questi giorni a Cordoba, città argentina. Il Venezuela vi ha partecipato per la prima volta come membro di pieno diritto, accompagnato come osservatore da Evo Morales, il suo scugnizzo prediletto, il presidente indio della Bolivia. La personalità più importante, il padre di tutti loro, l’esempio rivoluzionario imprescindibile, quasi alla soglia della eternità, il comandante supremo, Fidel Castro, era là anche lui. Formalmente per firmare un mero trattato di tariffe preferenziali tra il blocco e Cuba, in realtà in missione nostalgia, a Alta Gracia, cittadina vicino a Cordoba, dove esiste ancora l’abitazione, oggi museo, in cui visse la gioventù il medico motociclista, poi rivoluzionario professionista e infine modello di ispirazione spirituale per tutti i giovani scalmanati del mondo intero, Che Guevara. Il leader cubano, piombando con un volo notturno a Cordoba, dichiarava che andava a visitare la casa del companheiro scomparso, chissà quanti rimpianti, rimorsi e magari una lacrima sul ciglio dell’occhio! E qui si spiega il termine patetico.

Il termine feroce ha invece tutt’altra motivazione. L’entrata del Venezuela di Chavez nel blocco ha lasciato non poche persone ed entità abbastanza irritate e preoccupate per quello che potrà essere il suo destino, poiché molti temono l’irruenta e convincente azione del presidente venezuelano, sostenuta dal sempre più caro petrolio, e si teme quindi che avvenga una correzione di rotta verso il populismo bolivarista, il che annullerebbe per un bel pezzo le possibilità che il Mercosul stringa accordi economici con gli USA e renderebbe più difficili quelli con l’Unione Europea. Chavez, alla vigilia della riunione, ha dichiarato che intende proporre ai nuovi partners di incentivare la costruzione del gasdotto di ben ottomila chilometri, dal Venezuela attraverso il Brasile e terminando in Argentina, come esempio di integrazione economica, in realtà un vero capestro per chi non ha autosufficienza energetica in questo settore, come la lite tra Bolivia e Brasile dei mesi scorsi ha dimostrato, in cui il cappio e la corda sono in mano al Mastro Titta venezuelano e gli stati attraversati dal gigantesco tubo sono solo i suppliziati. Il gioco politico che soggiace agli aspetti economici dell’incontro è ben più importante e riguarda una lotta al coltello tra fratelli ideologici per la supremazia sul sub continente.

Chi è più preoccupato di tutti è Lula-Utopos, non si aspettava che il suo modo di far politica estera e di porsi come primus inter pares fosse minacciato da un pupillo tanto attivo da essere imbarazzante. Un incontro dei due, previsto prima del vertice, è stato rinviato all’ultimo momento e riprogrammato per subito dopo l’incontro di Cordoba; la giustificazione apparente offerta dalla diplomazia è una incompatibilità di agende, in realtà Chavez pretendeva nell’incontro farsi paladino delle insoddisfazioni di Uruguay e Paraguai nell’ambito Mercosul, dovute alla supremazia esercitata da Brasile e Argentina. Tanto per dare un calcio in più negli stinchi di Lula-Utopos, e giocando a tutto campo, i due monelli Chavez, Morales e nonno Castro hanno partecipato al vertice alternativo a quello ufficiale o dei presidenti, un “vertice dei popoli”, organizzato dai sindacati, ongs come “Las madres da plaza de Mayo” e partiti della sinistra argentina. Come si sa, è difficile essere maggioranza e opposizione, governare e contestare allo stesso tempo, ma questo sembra quello che hanno voluto dimostrare alla platea internazionale e soprattutto al Brasile prendi tutto i tre esponenti del nuovo e vecchio rivoluzionarismo sud americano. Questo modo di condurre la politica estera sembra condiviso dal nostro attuale governo, spaccato su tutta la questione della presenza militare nelle missioni internazionali, tra moderati e massimalisti, come si diceva un tempo, purché si possano coprire tutte le possibilità. Dura minga, non può durare.

 

       La montagna di menzogne del dittatore Chavez.

 

MARACAIBO. Puoi dire quel che vuoi a Francisco Perez, che la democrazia s’eclissa e il Paese si militarizza, che il sogno bolivariano è la maschera di un nuovo imperialismo, che il settore privato langue e il debito cresce. Non importa: Hugo Chavez è il presidente che il popolo aspettava. Gli preme solo che la rivoluzione sia eterna, come ha detto il presidente: «Il Venezuela è cambiato, non per un giorno o per un anno, ma per sempre. Nessuna marcia indietro, usciamo dalle catacombe».
Non è facile la vita di Francisco Perez. A 45 anni è chimico di giorno e taxista la notte. Mestiere pericoloso a Maracaibo, si può finire uccisi per qualche bolivar. Ma, grazie ai suoi due lavori, la famiglia mangia. È dai «missionari» perché ha bisogno di occhiali da vista. È felice che il suo adorato presidente, con l’aiuto del non meno venerato compagno Fidel Castro, abbia creato molti centri sanitari, uno proprio vicino a casa sua. È l’operazione Barrio Adentro (Nel quartiere): una rete nazionale di centri diagnostici e di primo soccorso che fornisce gratis anche le medicine. L’obiettivo del governo è aprirne uno ogni 250 famiglie, in tutto il Paese. Siamo nel distretto Luis Hurtado Higuera, un quartiere popolare. I medici del dispensario sono tutti cubani, tranne una giovane dentista venezuelana. Spiegano che sono spiacenti, non possono parlare, nè farsi fotografare, è la consegna: «La nostra presenza spesso è mal interpretata e suscita polemiche».
A questi dispensari si aggiunge Barrio Adentro 2, con laboratori analisi e di diagnosi avanzata. Ci sono apparecchi per le ecografie e le radiografie, servizi d’urgenza, un parco ambulanze, sale operatorie ad alta tecnologia. Nella sola provincia di Zulia, di cui Maracaibo è la capitale e che conta 2,4 milioni di abitanti, sono già nati 63 centri di diagnosi avanzata, 15 blocchi chirurgici e 3 laboratori di alto livello. In meno di tre anni una nuova sanità pubblica è sorta dal nulla: Chavez ha creato queste missioni nel 2003. Obiettivo dichiarato: «approfondire la rivoluzione bolivariana e consolidare la democrazia sociale partecipativa per pagare al popolo il debito di decenni di capitalismo selvaggio». Una farmacista di Maracaibo, con negozio vicino a piazza della Repubblica, sospira: «Per noi e per i medici liberi professionisti sono una concorrenza terribile».
Mai, dice Francisco Perez, si chiedono soldi al paziente o la dimostrazione del suo stato di bisogno. Prima, dice, si sarebbe tenuto la sua vista calante: impensabile andare da un oculista e poi da un ottico per farsi fare un paio di occhiali. Anche all’ospedale pubblico, spiega, «è molto difficile, perché c’è tanta gente, pochi medici e gli occhiali non sono gratis. Noi poveri eravamo dimenticati. Potevamo morire, a nessuno importava. Ora, con Chavez, è diverso». Tutti possono farsi visitare gratis in un dispensario, fare analisi o interventi, ricevere le medicine, senza firar fuori in bolivar. O anche andare a Cuba per un’operazione di cataratta o per un altro problema agli occhi, grazie alla missione Milagro (Miracolo).
«Avanti verso il nuovo socialismo», proclama Chavez. «Con queste missioni - sostiene Aljimiro Fleires, davanti al centro sanitario del comune di Mara, periferia Nord di Maracaibo - gli oppositori sono meno numerosi. Del resto, ci vanno anche loro». All’ingresso, tre donne; arrivano da un villaggio sulle montagne che circondano l’immensa baia, un giorno di viaggio. La nonna, dai lunghi capelli bianchi, s’appoggia a un muro. La figlia tace. La nipote spiega che la nonna sta male, racconta il cammino per arrivare fin lì e la prospettiva di passare la notte all’aperto. Solo suo figlio, un bimbo, sembra trovare divertente l’avventura. «Le missioni non sono ancora dappertutto - spiega Aljimiro - ma prima questa vecchia sarebbe morta senza cure».
Nessun dubbio che sia urgente alleviare l’evidentissima povertà. Anche Javier Munoz, deputato all’assemblea regionale della provincia di Zulia e avversario di Chavez, lo riconosce. Occorre che qualcuno infine si occupi dell’alfabetizzazione e dell’accesso alle cure sanitarie per i poveri: «Sì, la gente è contenta di queste missioni». Va oltre: il sistema politico aveva raggiunto un tale grado di decomposizione, dice, che, «se non fosse arrivato Chavez bisognava inventarlo». Tuttavia, aggiunge, «guardatevi attorno. Malgrado i programmi di assistenza aumentano la povertà e la disoccupazione e il numero delle imprese in crisi, e gli investimenti declinano. Il populismo autoritario e benevolo di Chavez è un fallimento. La politica sociale, da sola, non può sostenere lo sviluppo». Maracaibo dovrebbe prosperare: qui si estrae il grosso dei 3,2 milioni di barili di greggio prodotti ogni giorno dal Venezuela. Invece è una città immensa e desolata, sotto un sole plumbeo. Il vecchio centro, vicino al porto, è invaso da venditori ambulanti. Nella baia pullula un’alga verde e puzzolente che uccide i pesci. I larghi viali sono attraversati da taxi collettivi, vecchie e scalcagnate auto americane degli Anni ‘70. Grandi blocchi di edifici fatiscenti e qualche residenza più elegante, sorvegliata come Fort Knox, punteggiano un orizzonte piatto di strade fiancheggiate da povere case e da piccoli appezzamenti di terreno incolto. Qualche grattacielo attorno a piazza della Repubblica offre l’illusione della metropoli. I fast food illuminati al neon, un paio di terrazze invase dalle zanzare, un giardino pubblico ben tenuto e un ristorante con un bar dominato da uno schermo gigante ricordano che siamo in centro. Per entrare bisogna lasciarsi palpare da un gorilla in smoking che controlla la presenza di armi. Il deputato Munoz guarda sconsolato il piatto di gamberi pescati nell’acqua iridescente di idrocarburi della baia. «Cosa possiamo fare noi dell’opposizione? Siamo di fronte a una dittatura costituzionale. Chavez è arrivato al governo 8 anni fa con mezzi democratici, poi ha militarizzato le istituzioni. Ha statalizzato la povertà, si è appropriato di tutte le missioni. Alla gente piace, ma bisogna liberarsi del clientelismo per un progresso sociale durevole. Dobbiamo essere più creativi».
Ma la creatività dell’opposizione è in panne. Un possibile avversario di Chavez alle presidenziali d’autunno, il governatore di Zulia, Manuel Rosales, non ha trovato di meglio che copiare. Delle unità mobili si spostano da un quartiere all’altro per offrire medicine e cure dentistiche gratuite agli abitanti. Il programma si chiama «Barrio a Barrio» (Da un quartiere all’altro), una risposta diretta a «Barrio Adentro». Ma Rosales non ha le stesse risorse di Chavez, che ha devoluto il 28% del pil al finanziamento dei suoi programmi di assistenza sociale, approfittando del petrolio, quest’anno vettore di una crescita economica del 9% e delle missioni ha fatto un sistema di governo: rimpiazzano i servizi esistenti, pubblici o privati e permettono uno stretto controllo sociale tramite i coordinatori di quartiere. Ogni cittadino viene identificato, riconosciuto, reso dipendente. Sotto sembianze benevole lo stato «bolivariano» estende così il controllo politico. E «Barrio Adentro» non è la sola missione. «Robinson 2» cura l’educazione gratuita degli analfabeti e in due anni li porta al completamento della scuola primaria. «Ribas» offre a chi non ha concluso le superiori un diploma in due anni. E «Sucre» i corsi a distanza dell’Università bolivariana del Venezuela. Poi ci sono «Habitat», per dare un tetto a chi ne è privo e «Zamora», per applicare la riforma agraria sancita dalla Costituzione, che dichiara «contrarie all’interesse sociale» le grandi proprietà agricole. Senza scordare «Mercal», che ha aperto oltre 2.000 punti vendita per «combattere la fame attraverso la commercializzazione e la vendita diretta di alimenti di base a prezzi solidali».
Un tale sistema è tanto socialmente efficace quanto economicamente perverso ed è curioso che uno dei principali oppositori di Chavez tenti di riprodurlo. Che fare? Attendere la caduta del prezzo del petrolio e con esso quella del regime? «Non so - risponde Munoz - forse dobbiamo aspettare che passi la “febbre” per Chavez».

Omaggio alla dittatura.

 
Forza Hugo Chavez. Bertinotti è già di lotta

 

Bertinotti esordisce molto male come presidente della Camera dei deputati, ricevendo con tutti gli onori il presidente del Venezuela Hugo Chavez. Una foto del Corriere della Sera immortala l’abbraccio caloroso tra i due leaders, mentre il titolo a commento minimizza l’episodio richiamando una metafisica vicinanza a Chavez “anche” da parte del governo Berlusconi. Effettivamente alcuni accordi commerciali sono stati sottoscritti dal governo uscente: questo è vero ed è poco commendevole. E’ tuttavia, altrettanto vero che negli ultimi anni nessuna alleanza politica è mai stata realizzata tra l’Italia e la “post democrazia” venezuelana. Quanto agli accordi economici, gioverà ricordare che l’ENI si è dovuta ritirare dal mercato venezuelano, dopo la nazionalizzazione decisa da Hugo Chavez e tasse così alte da rendere inevitabile l’abbandono delle trivellazioni. E’ quindi opportuno ricordare le matrici politiche di Hugo Chavez ai troppi commentatori che stanno chiudendo gli occhi, tappandosi le orecchie, cucendosi la bocca e gettando alle ortiche la propria intelligenza. In occasione delle celebrazioni per il Primo maggio, piazza Maggiore a Bologna era piena di bandiere di Cuba e del Venezuela. Gli attivisti di Rifondazione Comunista indossavano una t-shirt rossa che aveva sul davanti un’immagine di Chavez e sulla schiena una del Che.
La motivazione per questa eclatante passione bolivarista, raccolta e riferita dalla commentatrice di un blog, è stata: “I Comunisti rappresentano il Venezuela e il governo di Chavez è l’unico governo latino-americano con un futuro”. Sembra che ben 500.000 di queste magliette rosse siano state donate dalla Ambasciata venezuelana in Italia agli amici del nuovo Che Guevara sudamericano. Bertinotti non si è limitato a indossare una maglietta: ha proposto a Prodi di prendere esempio dai governi di Lula e Chavez, dimenticando che il Partito dei Lavoratori guidato dall’ex sindacalista Lula, è risultato uno dei più corrotti della storia mondiale.Il caso di Hugo Chavez è più complesso: si tratta di un Caudillo con esplicite origini peroniste e fasciste e una forte deriva nazionalista. Nonostante i proventi derivati dalla vendita del petrolio, Hugo Chavez è riuscito a ribadire l’antica legge del socialismo reale secondo la quale l’economia viene livellata al basso attraverso la distribuzione della povertà, mentre la ricchezza va nelle mani dei leader che hanno le chiavi del “capitalismo di stato”. Il mito neo comunista predica che è un bene scacciare il capitalismo nordamericano, nazionalizzare le imprese, allontanare le multinazionali e distribuire terre e ricchezza tra il “popolo”.
La realtà è ben diversa: “Corrente Comunista internazionale” macella ferocemente queste fanfullate alla Gianni Minà: “Uno studio recente dell'Istituto venezuelano di ricerche scientifiche sostiene che un terzo dei bambini tra i due ed i 15 anni che abitano nel centro del paese soffrono di anemia. Questo livello terribile va fino al 71% dei bambini di meno di due anni in uno di questi Stati. È bene ricordarsi che, negli anni ‘80 la percentuale era vicina a quello dei paesi evoluti. L'istituto nazionale di statistiche segnalava che la povertà era passata dal 42,8 % nel 1999 al 53 % nel 2004. Un recente studio dell'impresa Datos segnala tuttavia che la povertà tocca l'81 % della popolazione, e cioè circa 21 milioni di persone (El Nacional, 31 marzo 2005)”. Eppure, nemmeno lo sfacelo economico (in presenza del raddoppio del prezzo del petrolio!) turba la voglia di baci e abbracci bertinottiana: la teologia rossa non si cura degli aspetti economici, e l’Italia dei lanzichenecchi non si scandalizza nemmeno per il fatto che Hugo Chavez è grande amico di uno dei primi terroristi internazionali, il venezuelano Carlos lo Sciacallo, figlio di un’ultracomunista, ultraricco, inviato a studiare alla Sorbona, poi andato all’università Lumumba di Mosca dove effettuò studi per conto del Kgb. Carlos fu uno dei primi comunisti a varcare la soglia dell’Oriente: ha combattuto per i palestinesi dell’FPLP, è stato dirottatore, assassino e intimidatore (fu autore di un attentato al TGV sul quale viaggiava Jacques Chirac); si è convertito all’Islam.
Lo Sciacallo (che di recente è stato implicato nella strage di Bologna) è detenuto in Francia e intrattiene una “affettuosa corrispondenza” col leader venezuelano ricevuto da Bertinotti. Non tutte le lettere sono state segretate (si veda questo indirizzo web: http://www.analitica.com/bitblioteca/hchavez/carta_chacal.asp). Ma le Affinità elettive di Chavez non si fermano certo qui, come ricorda uno studio della INCA CGIL. Imprigionato per due anni dopo aver tentato un golpe nel 1992, l’allora tenente colonnello entra in contatto epistolare con personaggi come: “Raùl De Sagastizàbal, appartenente al gruppo neo nazista argentino dei carapintadas capeggiato da Raùl Seineldin e Aldo Rico. Il rapporto inizia in seguito ad alcune critiche al peronismo mosse da Chàvez. Raùl De Sagastizàbal, che si considera peronista, lo invita in Argentina per fargli conoscere meglio quella dottrina. In effetti, all’uscita dal carcere, nel 1994, Chàvez farà tre viaggi che segneranno il suo futuro politico.
Il primo in Argentina. Lo riceve all’aeroporto la moglie di De Sagastizàbal che lo porterà a casa di Norberto Ceresole”. Ceresole, argentino che ha studiato anche in Italia, morto nel 2003, è l’uomo chiave per capire l’evoluzione politica dell’America latina attuale. In origine Ceresole è membro del movimento dei Montoneros, rivoluzionari argentini a metà tra Potere Operaio e le Brigate Rosse. In seguito diventa consulente del generale peruviano Velasco Alvarado (un’operazione condotta in tandem con i servizi sovietici, via Cuba). Quando l’Argentina cade sotto la dittatura, Ceresole va in Spagna a dirigere l’Istituto di studi latino-americani e a compilare il programma elettorale del Partito della Democrazia Sociale, guidato da Emilio Massera, membro della giunta militare Videla e legato alla P2. In seguito, tornato in Argentina diventa consulente dei carapintadas e contribuisce all’arresto di molti ex compagni di lotta, tanto da far pensare a un suo antico doppio gioco, secondo quanto dichiarato nel 2000 dalla organizzazione Nizkor, che si occupa di diritti umani. Le teorie di questo uomo-ombra sono state fondamentali per Hugo Chavez, che lo ha voluto come proprio consigliere all’indomani della conquista del potere.
Dopo un anno di proficua collaborazione, Chavez ha dovuto licenziare Ceresole solo perché quest’ultimo era diventato impresentabile a causa del suo esplicito antisemitismo. Tuttavia, le sue idee sono state seguite passo per passo dal presidente venezuelano. Ceresole era un fanatico del multipolarismo anti-statunitense, e questo significava una doppia strategia: da una parte la partnership commerciale e strategica con Brasile, Cina, Francia e Russia, dall’altra una alleanza energetica con gli altri paesi produttori, in particolare con Iran, Irak e Libia. La teoria politica di Ceresole venne esposta da un libro scritto durante la sua permanenza in Venezuela come consulente del governo, dal titolo “Caudillo, Ejercito, Pueblo” (1999), basato sul concetto di “post democrazia”. Ceresole e Chavez convengono che il caudillismo è una micro dittatura, ma giustificata dal fatto che nell’America latina non c’è una classe dirigente rivoluzionaria; pertanto il potere può legittimamente essere esercitato da una sola persona, mentre l’esercito diventa il sostituto dei partiti… Mussolini spiega Chavez e Chavez spiega Mussolini.
Come se non bastasse, è sempre Ceresole a guidare la ventata antiebraica latino-americana – la stessa perseguita da Carlos lo Sciacallo, per conto dei palestinesi dell’FPLP -. La “Lettera ai miei amici iraniani” di Ceresole spiega come mai Ahmadinejad sia stato ricevuto per primo proprio da Hugo Chavez. Ceresole era un antisemita convinto: scrisse che gli attentati dell’11 settembre erano opera degli “ebrei”. Nel suo scritto sulla “questione giudea” nega di essere nazista, ma afferma di essere revisionista: “Faccio parte di un nuovo revisionismo che ha per oggetto quello di dimostrare che il canone sulla deportazione e la morte dei giudei sotto il sistema nazista è una mitologia”.
Questo “mito” servirebbe a giustificare l’“impresa coloniale” compiuta ai danni della “Palestina araba”. Naturalmente gli ebrei governano il mondo e in particolare gli Stati Uniti d’America… vecchie teorie che risalgono le fogne della Storia. E’ ovvia – in questo quadro - l’alleanza di Chavez con l’Iran. Quando Khatami venne in visita ufficiale a Caracas (gennaio 2005), il dittatore latino definì l'Iran un "modello di sviluppo" per il Venezuela, elogiando, soprattutto, il suo programma nucleare e il suo “coraggio” contro Usa e Israele. Questo è l’uomo abbracciato politicamente dallo schieramento al governo e abbracciato fisicamente da Fausto Bertinotti. Quanto alla visita di Chavez al Papa, non può certo costituire una foglia di fico: anche Mussolini venne ricevuto Oltretevere. In compenso il neo comunismo non può pretendere di far abbeverare un’intera Nazione alle sorgenti avvelenate dai nemici della democrazia.

Ecco il nuovo eroe della nuova sinistra
 
Chavez, appena vinse le elezioni, definì le quattro televisioni private venezuelane come “i quattro cavalieri dell’apocalisse” e poi passò subito alla censura di tutti i loro programmi culturali e politici. Con la “Legge sulla Responsabilità Sociale della Televisione” del 2004, in Venezuela, tutti i programmi sono soggetti a censura in base a criteri estremamente arbitrari decisi dal Direttorato per la Responsabilità Sociale: un organo in cui 7 membri su 11 sono nominati da Chavez. Con la riforma del Codice Penale del 2005, esprimere dissenso o manifestare, o criticare i pubblici funzionari (anche in privato) può costare dai 6 mesi ai 3 anni di carcere. Finisce in galera chi parla male del presidente, dei ministri, degli alti comandi dell’esercito. I media che “diffondono panico” tramite le loro informazioni sono soppressi e i responsabili punibili con detenzioni da 2 a 5 anni di carcere. Anche noti giornalisti locali, come Patricia Poleo, Ibeyise Pacheco, Napoleon Bravo, Leopoldo Castillo e Marta Colomina, sono stati processati. È solo la punta di un iceberg: sono frequenti le aggressioni fisiche ai danni dei giornalisti, gli assalti di squadre filo-governative (bolivaristi) alle redazioni dei media, le aggressioni dei bolivaristi ai danni di reporter, sia venezuelani che stranieri, durante le manifestazioni.
Otto anni di Chavez hanno completamente cancellato la libertà di espressione nel Paese. In compenso il presidente impone a suo piacimento la diretta a reti unificate (sia pubbliche che private) per tutti i suoi discorsi. Non solo i giornalisti subiscono la repressione, ma anche gli oppositori politici. Le 19 vittime della repressione delle manifestazioni dell’aprile 2002, non hanno mai ottenuto giustizia. Cinque bolivaristi che sono stati colti in flagrante mentre sparavano sulla folla, sono stati assolti e trattati da eroi dallo stesso presidente. In compenso, quei poliziotti che tentarono di proteggere i manifestanti dalla violenza bolivarista, sono tuttora in carcere. Mezzo milione di venezuelani aveva firmato la petizione per indire un referendum confermativo della presidenza di Chavez, una battaglia che fu persa dall’opposizione. Ora, molti di loro hanno perso il posto di lavoro e faticano a trovarne un altro. I loro nomi e la loro identità è stata resa pubblica in una lista nera chiamata Lista Tascon, dal nome del deputato chavista Luis Tascon che pubblicò in Internet i nomi dei firmatari.
Non serve nemmeno essere degli oppositori politici per subire il peso del regime di Chavez. Fin da piccoli si deve subire un’educazione dettata dall’ideologia del regime. La nuova legge sull’istruzione prevede infatti il controllo governativo dei programmi scolastici e delle assunzioni del personale, sia nella scuola pubblica che in quella privata. Il progetto di riforma cita testualmente: “I posti strategici dirigenziali devono essere riservati a quei professionisti che si identificano con il Processo Bolivariano” per realizzare “la creazione del perfetto repubblicano bolivariano”. Il clima di delazione e di intimidazione cresce per tutti: telefonate private di individui sospetti di dissidenza vengono registrate (ovviamente senza il consenso delle parti) e i loro contenuti diffusi, usati per ricattare e intimidire gli accusati. Duecento persone sono in carcere per motivi politici, senza aver potuto difendersi in un regolare processo. Eppure Chavez può impunemente presentarsi in Italia, venire accolto e abbracciato da Bertinotti (così come l’anno scorso era stato accolto e abbracciato da Berlusconi), essere ricevuto in udienza dal Papa, essere ascoltato da tutti i media come colui che si presenta come il leader di un “rinascimento cristiano” dell’America Latina.
 
Cuba, dissidenti sorvegliati e pestati, ecco il modello “alternativo” di Fidel


C’è chi ha trascorso un 25 aprile inneggiando alla rivoluzione sotto le bandiere rosse, quelle cubane e quelle di Che Guevara e chi ha trascorso lo stesso giorno subendo la violenza della rivoluzione cubana. Quella vera, non quella mitizzata. Fra questi ultimi si annovera Martha Beatriz Roque, nota dissidente cubana, conosciuta in tutto il mondo per aver organizzato l’Assemblea per promuovere la società civile cubana. Già arrestata dal regime, la dissidente viveva a casa sua ma era costantemente sotto sorveglianza. Nell’appartamento contiguo al suo vive permanentemente un agente della polizia politica che ascolta tutti i suoi movimenti. Il 25 aprile, Martha doveva recarsi ad un’assemblea dell’opposizione democratica. Ed è scattata la repressione: “Mi hanno dato tante botte, un uomo grosso, fortissimo mi ha dato un pugno in un occhio e a momenti me lo facevano perdere. Mi hanno picchiata in faccia, mi hanno buttata a terra e trascinata…” racconta in lacrime, al telefono con l’emittente Waqi di Miami. Ci sono anche le foto: i lividi su tutto il corpo, i vestiti a brandelli, i volantini lasciati in casa sua dalla polizia politica con scritte inneggianti alla rivoluzione di Castro e intimidazioni. “La comunità internazionale deve fare qualcosa per noi, perché noi non possiamo continuare con queste umiliazioni, non possiamo continuare a sopportare questa mancanza di libertà, siamo veramente in una situazione insopportabile”.
Proprio in questi giorni, Cuba, assieme al Venezuela e alla Bolivia, ha rinnovato l’alleanza bolivarista sudamericana, l’Alba, quella che dovrebbe essere l’alternativa all’Alca, l’area di libero scambio. Castro sta realizzando uno dei suoi sogni di politica estera: formare un’alleanza nell’America Latina che sia, allo stesso tempo, un blocco politico anti-statunitense e un modello alternativo al libero mercato. Un modello che sia in grado di dare l’esempio al resto del mondo, anche dopo il crollo del blocco sovietico. La realtà, all’interno di Cuba è molto meno romantica: da marzo il regime ha dato un altro giro di vite alla sua repressione. A cavallo del 18 marzo scorso, giorno in cui l’opposizione commemora la “Ola Represiva”, l’ondata di repressione castrista del 2003 contro stampa indipendente e dissidenti, il regime ha ripetuto gli arresti, le intimidazioni e i processi sommari di tre anni fa. Da marzo ad oggi, si sono moltiplicati i processi sommari, le detenzioni politiche in carceri sempre più affollate, i pestaggi e le intimidazioni. È questa la realtà del modello “alternativo” cubano.

 Dollari e potere.

Con un patrimonio di 900 milioni di dollari, il presidente cubano Fidel Castro è uno dei dieci capi di stato più ricchi del mondo. Per la precisione, si piazza al settimo posto della classifica di "Re, regine e dittatori" più facoltosi stilata ogni anno dalla rivista finanziaria Forbes. Eppure il leader comunista, che compare in un elenco di principi arabi, petrolieri e teste coronate, continua a dichiarare con insistenza che il suo reddito è pari a zero.
Secondo quanto riportato da Forbes, però, le cose non stanno proprio così. Anzi: il patrimonio di Fidel è quasi raddoppiato, se si considera che l'anno scorso la stessa rivista gli aveva attribuito una fortuna personale di circa 550 milioni di dollari. Lui, naturalmente, aveva negato, ed era andato su tutte le furie: "Pensano che sia come Mobutu (ex presidente dello Zaire) o uno di quei miliardari, quei ladri e saccheggiatori che l'impero ha protetto?", aveva detto commentando la classifica 2005. E aveva persino minacciato di portare in tribunale il periodico americano. A chi obietta che è difficile, almeno in teoria, separare il patrimonio dello stato da quello personale, risponde la pratica, quella dei numeri e dei conti in banca. Secondo la rivista, Castro avrebbe il controllo economico di una rete di compagnie statale: tra le più redditizie, El Palacio de Convenciones, un centro che ospita convention, nei pressi di L'Avana, e Medicuba, azienda farmaceutica che vende vaccini e altri medicinali prodotti a Cuba. Alcuni ex ufficiali cubani affermano che Fidel Castro, che viaggia solo su Mercedes nera, abbia fatto scivolare una parte dei profitti sui suoi conti, che in molti sostengono si trovino al sicuro in Svizzera.
Fidel non è però l'unico dittatore nell'elenco dei più ricchi: con 700 milioni di dollari in tasca è seguito dal presidente della Guinea Equatoriale, Teodoro Obiang. "Possono anche dire che sono soldi del Paese", sostiene uno dei direttori dell'associazione Human Right Watch, che da anni studia come l'amministrazione Obiang usa i guadagni derivati dal petrolio."Sotto il governo Obiang, la ricchezza del Paese è diventata sostanzialmente il bancomat del presidente".
Il petrolio resta, comunque, la principale fonte di reddito per i 'paperoni' del mondo: a conquistare le prime cinque posizioni della classifica sono re e sceicchi degli Stati del Golfo persico. Primo, il re saudita Abdullah, con una fortuna pari a 21 miliardi di dollari, seguito dal sultano del Brunei (20 miliardi) e dal presidente degli Emirati Arabi Uniti (19 miliardi). Tra gli europei, il principe del Liechtenstein, con 'solo' 4 miliardi di dollari e Alberto di Monaco (1 milardo). Solo in fondo alla classifica troviamo la regina Elisabetta d'Inghilterra e Beatrice d'Olanda: pur essendo titolari di fortune secolari, i loro patrimoni personali ammontano rispettivamente a 500 e 270 milioni di dollari.

5/5/2006

Povera Boliva........

Povera Bolivia e poveri boliviani, Evo Morales l'ingenuo cocalero è finito come prevedibile nelle grinfie di Castro e Chavez, plagiato fin l'osso ha abbracciato la strada della dittatura e della miseria. Il vecchio Castro col suo fare da nonno affidabile e di Chavez da bravo venditore di auto di seconda mano hanno avuto facile gioco sull'ingenuo Evo Morales. Ingenuo si, ma solo finchè non si sarà reso conto del potere che è nelle sue mani e anche lui perderà l'anima tra i labirinti del peggio che si nasconde nella sua anima. Morales si è abbandonato alla follia in pochissimo tempo, non ha retto neppure qualche mese alla tentazione di seguire i suoi due maestri di vita, ha direttamente mandato i soldati a presidiare i pozzi di petrolio e di gas naturale, di fatto nazionalizando tutte le fonti di energia del paese, le compagnie petrolifere dovranno accettare le sue improponibili condizioni o andare via. Che fine faranno le installazzioni di estrazione se le compagnie straniere lasciassero il paese? semplice, la fine che hanno fatto quelle venezuelane dopo la salita al potere di Chavez, avranno un inesorabile crollo della produzione causato dalla mala gestione degli impianti e dalla mancanza di manodopera altamente specializzata e tutti i ricavi dell'estrazione serviranno per instaurare e mantenere la neodittaura finto-comunista. In Venezuela per esempio si è passati da 3,3 milioni di barili al giorno agli attuali 2,5 milioni di barili dopo lo sconvolgimento socio economico voluto da Chavez, in oltre Chavez ha già praticamente regalato in cambio all'appoggio dei servizi segreti cubani da quando è tornato al potere 92.000 barili di greggio al giorno a Castro, contro una richiesta interna cubana di 50.000 barili al giorno stimati, permettendo all'amico Castro di vendere a paesi terzi il surplus per mantenere le sue forze armate. In sostanza la famosa ALBA alla quale il povero Morales si è aggregato non è altro che una specie di sodalizio di mutuo soccorso tra paesi del terzo mondo, tu mi dai 5000 soldati e io tu pago in petrolio, tu mi aiuti a mantenere il potere, mi mandi medici e insegnanti per indottrinare le nuove generazioni e io ti mando ogni giorno il petrolio che ti serve......l'ALBA muove chiacchiere non denaro, di denaro ne gira poco e le chiacchiere non aiutano i poveri ingenui che pensano che diventare comunisti significhi giusta distribuzione della ricchezza e giustizia sociale. In definitiva Chavez ha tra le proteste di moltissimi venezuelani ha gà regalato a Castro ben milleecinquecento milioni di dollari in petrolio comportandosi come se le risorse del venezuela fossero cosa sua personale. Perchè era così importante per il duo Castro-Chavez assoldare anche Morales nel club dell'ALBA?, semplice perchè la ricchezza del Venezuela derivante dal petrolio è in parte solo un bluf, a prescindere dal fatto che al popolo venezuelano non và un dollaro, le riserve di petrolio venezuelano sono si vaste, ma il petrolio leggero e medio, cioè quello che ha mercato per la raffinazione ammonta a solo il 2-3% delle riserve, riserve che stanno velocemente assottigliandosi. Il pertolio pesante al momento non ha mercato ed è difficile e costoso raffinarlo. Evo morales ha quindi attirato immediatamente l'attenzione di Castro e Chavez, le sue riserve energetiche di petrolio e sopratutto di gas immesse nel circuito chiuso dell'ALBA saranno di vitale importanza. In cambio i due dittatori offrono all'ingenuo cocalero tutto l'appoggio logistico e militare per rafforzare e rendere vitalizia la sua posizione al potere, naturalmente per i boliviani questo non significherà più ricchezza, ma solo repressione e fame come succede  nella Cuba di Castro e come sta avvenendo in Venezuela, diventato dalla presa di potere di Chavez uno dei posti più pericolosi, divisi socialmente e affamati del sudamerica. E naturalmente significa la fine della democrazia. Poveri boliviani, stavano male e staranno peggio. Non è da trascurare neppure che con l'appoggio di parte delle forze armate il traffico di cocaina sta avendo un periodo d'oro in questi anni in Venezuela che è diventato il porto di partenza per tutte le destinazioni di tonnellate di droga e la Bolivia con la sua produzione legale di coca è un'inesauribile fonte di ricchezza.

Un ex generale venezuelano spiega come avvengono i traffici.

Picchiata Marta Beatriz Roque.

29 Aprile 2006
L'aggressione di cui è stata vittima Martha Beatriz Roque martedì 25 aprile deve essere divulgata e denunciata ai governi del mondo democratico, alle istituzioni per i diritti umani, alle personalità e ai mezzi di informazione nazionali e internazionali. Nell'ambito di questa iniziativa di denuncia, M.A.R.(Madres y Mujeres Anti Represión, Madri e Mogli Anti Repressione) por Cuba ha commissionato a una compagnia internazionale di inviare a un milione e mezzo di istituzioni e/o persone il seguente comunicato (ci scusiamo per la traduzione, alquanto approssimativa – ndr):

¡GOLPEADA MARTHA BEATRIZ ROQUE!

La sera del 25 aprile, la dirigente dell'Assemblea per la promozione della società civile a Cuba Martha Beatriz Roque Cabello, è stata colpita e trattenuta nella sua abitazione dalla polizia politica del regime castrista, che le ha impedito di uscire di casa per assistere a una importante riunione. Di seguito, dalle sue proprie parole, la trascrizione delle dichiarazioni rilasciate da Martha Beatriz tramite le onde radio di WAQI, immediatamente dopo aver subito la brutale aggressione:

«...mi hanno inferto tanti colpi, mi hanno colpito a un occhio, un grosso uomo fortissimo, un pugno in un occhio che quasi me lo cava... mi hanno picchiato in faccia, (...), mi hanno dato calci... (...) sto dicendo questo ai miei fratelli di Miami perché conoscano la situazione tanto difficile che stiamo vivendo... solo perché io stavo andando a casa di Parmly a un ricevimento, una conferenza per la televisione... (...) è una situazione molto difficile, molto difficile; la comunità internazionale deve fare qualcosa per noi perché noi non possiamo proseguire subendo queste umiliazioni, non possiamo proseguire in questa mancanza di libertà; veramente questa è una situazione insostenibile, desidererei poteste vedere com'è conciata la mia faccia, com'è conciato il corpo, sono vestita con veste bianca ed è tutta sporca e strappata... (...) Vi prego di prendere nota di questo e facciate qualcosa perché noi che stiamo qui soffrendo sull'isola... non posso continuare a parlare, veramente, non posso continuare a parlare...»

[la documentazione fotografica è ora pubblicata sul sito ufficiale dell'Assemblea per la promozione della società civile a Cuba] >> VAI

In successive dichiarazioni, l'attivista ha precisato che la squadraccia non era integrata da vicini di casa, ma da persone a lei sconosciute, salvo una donna che la polizia politica aveva collocato in un appartamento vicino al suo, la quale pure l'ha picchiata.Mentre era trattenuta e picchiata, Martha Beatriz valorosamente gridava: «Abbasso Fidel!».Ascolterai l'appello urgente di questa donna cubana, e ti attiverai in solidarietà per evitare che violazioni dei diritti umani come questa continuino a perpetrarsi contro i democratici cubani?Tu hai la possibilità di parlare. Tu puoi fare qualcosa. Tu puoi alzare la tua voce. Invia questa denuncia ai governi democratici, agli organismi internazionali di diritti umani e ai mezzi di informazione nel tuo paese. L'oppresso popolo cubano spera in te!

ADESSO BASTA! PER CUBA QUESTA È L'ORA!

Per ulteriori informazioni:

Martha Beatriz Roque Cabello – (011-537-406-821 a L'Avana)

www.asambleasociedadcivilcuba.info

mbroque1712@yahoo.es

24/04/2006  

Fine di internet libera in Venezuela.

Ugo Chavez come previsto non può permettere la convivenza della sua dittatura e quella dell’utilizzo di internet. Così si avvicina la fine della libertà di utilizzare internet dal venezuela. Il governo venezuelano ha spedito a milioni di cittadini una lettera di minacce molto esplicite, la lettera proveniente da tale Yesùs Asuya che si autodefinisce vicedirettore del servizio antiterrorismo e delitti cibernetici. Nelle minacce ricevute dai cibernauti venezuelani è scritto che il governo venezuelano sa tutto della navigazione effettuata e come prova sono stati inviati i log delle connessioni effettuate, moltissimi cibernauti sono stati accusati di aver complottato contro il governo avendo visitato siti dell’opposizione interna venezuelana, cosa per altro

sarebbe perfettamente legittima in uno stato democratico. In Venezuela sono milioni i cittadini che utilizzano internet nella loro lotta alla dittatura di Chavez e moltissimi di loro si sono lasciati intimidire chiudendo immediatamente centinaia di siti internet  blog e forum. Questo è solo il primo passo che Chavez dovrà fare, il prossimo sarà limitare gli ip collegabili dai server su territorio venezuelano, sullo stile della censura cinese, ma trovandosi in una situazione ben più difficile del consolidato partito comunista cinese Chavez alla fine dovrà vietare internet del tutto prima o poi, esattamente come succede nella Cuba di Castro, le dittature sgangherate e fuori tempo come quella Venezuelana nel mondo dell’informazione hanno vita dura, devono assolutamente chiudere ogni via di ingresso di libera informazione e internet è il loro veleno. Grande è comunque lo scocerto tra i venezuelani che ancora non hanno compreso la tremenda fine che li aspetta se non riusciranno a liberarsi della dittatura prima che questa li chiuda in un girone infernale del tipo cubano.

17 Aprile 2006
Nuova Gerona - Isola di Pinos, Cuba 17/04/2006) – Lux Info Press e il Punto informativo Cuba Miami rendono noto che il Dipartimento di Sicurezza dello Stato ha intensificato l’attività repressiva nell’isola di Pinos con accuse e persecuzioni nei confronti degli oppositori al governo di Fidel Castro che fanno parte delle organizzazioni civili Progetto civico-culturale Julio Tang Texier, Coalizione Giovanile Martiana, Fondazione Isola di Pinos…, Progetto delle Biblioteche Indipendenti, l’agenzia Lux-Info-Press, l’ufficio di stampa indipendente del Punto informativo Cuba Miami e Azione Democratica Pinera.

 12 Aprile 2006

Guillermo Fariñas Hernández, psicologo e direttore della Agencia Independiente Cubanacán Press, ha iniziato uno sciopero della fame dal 31 gennaio di quest'anno, nella città di Santa Clara, Cuba, chiedendo che il governo di Castro gli installi un libero acceso a Internet dal suo studio. Fino a questo momento il regime ha rifiutato di soddisfare questa domanda e il Dr. Fariñas è in fin di vita.Ci appelliamo alla coscienza di tutte le persone di buona volontà che hanno modo di leggere questo appello urgente affinché vogliano chiedere al regime di Fidel Castro di concedere al Dr. Fariñas un libero accesso a Internet.Non vogliamo un martire in più per la libertà e la giustizia a Cuba! Già sono decine di migliaia! Basta!Per la vita del Dr. Guillermo Fariñas e il suo giusto reclamo, inviate le vostre petizioni e comunicazioni a:

Gli oppositori pacifici Sergio Santa Cruz de Oviedo, Noel DelaPhena Rivera, Vladimir Araña Rosa, Ana Berta Juliat Núñez, l’ex prigioniero politico Pedro Reyes Fuentes, Yoveni Céspedes Martí, Ramón Salazar Infante, Elena Valerena Veselova,Pedro Pablo Meneses,Gerly Pérez la Rosa, Yuran DelaPhena Rivera, David Pérez Placeres, Sandra Proenza Rodríguez, Nurbis Mejias Morales e il giornalista Carlos Serpa Maceira continuano ad essere strettamente sorvegliati da militanti del Partito Comunista de Cuba, membri dell’Associazione dei Combattenti della Rivoluzione Cubana e altri seguaci del governo diretti dalla Polizia Politica.

L’Agencia Lux-Info-Press e l’Ufficio di stampa indipendente del Punto Informativo Cuba Miami confermano che la Dama in bianco Clara Lourdes Prieto Llorente, sorella del giornalista e prigioniero di coscienza Fabio Prieto Llorente è stata vittima della repressione imperante. Nell’ultima visita effettuata alla Prigione di massimo rigore El Guayabo è sta denudata e maltrattata corporalmente, le è stato impedito di andare a l’Avana e le è stato tolto il suo impiego lavorativo.
Dal discorso pronunciato dal governante Fidel Castro, il 26 luglio 2005 a l’Avana, la Sicurezza dello Stato mantiene una attiva persecuzione contro il movimento oppositore nell’Isola di Pinos, facendo circolare le fotografie degli oppositori nei quartieri, così come al Terminal marittime e all’aeroporto.
 
(Corrispondenza dall’Isola di Pinos per il Punto Informativo Cuba Miami di Carlos Serpa Maceira, giornalista indipendente della Agenzia LUX-INFO-PRESS e direttore dell’Ufficio di Stampa Indipendente del Punto Informativo Cuba Miami, in data 13 aprile 2006

Fidel Castro Ruz Presidente de los Consejos de Estados y de Ministros La Habana, Cuba Fax +53 7 8333085 (tramite il Ministerio de Relaciones Exteriores)E-mail (contatto tramite il sito ufficiale del governo cubano): webmaster@one.gov.cu

Cuba : gravi due carcerati in sciopero fame per libertà espressione
di osservatoriosullalegalita.org


Sono gravi le condizioni di salute di due dissidenti imprigionati a Cuba e in sciopero della fame, Juan Carlos Herrera Acosta e Guillermo Fariñas Hernández.

Herrera sarebbe in sciopero della fame da 23 giorni nella sua cella della prigione di Camagüey, e si sarebbe cucito la bocca in un nuovo gesto di protesta il 23 marzo. Secondo una organizzazione cubana per i diritti dell'uomo, Herrera avrebbe fatto questo dopo essere stato battuto dalle guardie per due giorni.

Herrera, un giornalista che ha lavorato per un'agenzia di notizie indipendente, deve scontare una pena di 20 anni cui e' stato condannato dopo essere stato arrestato insieme ad altri giornalisti dissidenti nel marzo del 2003. Sarebbe anche malato, ma non starebbe ricevendo il trattamento medico adatto.

Fariñas sta invece soffrendo di febbri periodiche, di emicranie violente e di perdita di forze. Egli ha cominciato a rifiutare di mangiare e bere il 31 gennaio per chiedere l'accesso ad Internet per tutti i Cubani, interrompendo lo sciopero della fame occasionalmente per ricevere il trattamento medico.

Reporter senza Frontiere ha chiesto un gesto umanitario dalle autorita' cubane ed un intervento delle ambasciate straniere a L'Avana, chiedendosi come "interpretare questa indifferenza all'agonia di due individui che stanno chiedendo semplicemente il diritto di esprimere le loro opinioni e navigare liberamente in Internet?".

27/03/2006

            Venezuela e nucleare.

La dittatura venezuelana si scopre sempre più pericolosa per il sud america ma anche per il mondo intero, i legami con l' Iran e la Corea del Nord non fanno presagire nulla di buono. Forte dell'impotenza della comunità internazionale, il presidente Chavez molto probabilmente annuncierà presto di voler sviluppare un suo programma nucleare, l'unione anti americana e anti europea dell'asse di Corea del Nord, Iran, Cuba e Venezuela potrebbe in caso di mancata reazione europea di diventare un blocco nucleare in grado di stravolgere gli equilibri mondiali. La Corea del Nord, già in possesso di tecnologia nucleare, ha già inviato tra i 100 e i 200 suoi uomini in Venezuela a Fuerte Tiuna, soldati ufficialmente Cinesi, ma che di cinese avevano solo la divisa e i viaggi di militari venezuelani in Corea del Nord si sono moltiplicati. Guillermo Garcia, un importante esponente del governo venezuelano ha fatto già otto viaggi in Corea del Nord per ultimare l'acquisto di tecnologia nucleare. Ormai la tecnica che pare funzionare in Iran del muso duro contro il pacifismo americano ed europeo pare aver preso il sopravvento, prima degli equilibri militari si sono rotti gli equilibri di forza e di persuasione. Ma le cose non sembrano filare del tutto liscie in Venezuela, dove Chavez ha ancora problemi a far mettere le radici alla sua dittatura, i mezzi di comunicazione sono sempre in mano alla opposizione, e ultimamente ben 22 radio e televisioni venezuelane sono state multate dal governo per non aver diffuso la propaganda Chavista come è ormai obbligatorio fare per tutti i mezzi di comunicazione venezuelani, in oltre Chavez che non si fida del suo esercito sin dal suo fallito golpe del 1992 ha ben pensato di convertirsi in un piccolo Fidel Castro, ha istituito un  esercito parallelo a quello ufficiale ai suoi diretti comandi, diventandone il comandante in jeffe, alla fine dei campi di addestramento saranno milioni di soldati suoi fedeli e da lui comandati che gli serviranno come assicurazione sul suo mandato vitalizio, infatti poco tempo fà Chavez ha deciso che resterà il presidente del Venezuela praticamente per tutta la sua vita. Il suo piano è ovviamente di avere in totale controllo l'intero esercito, ma probabilmente per accordi con gli alti ufficiali dell'esercito venezuelano per adesso si dovrà accontentare di questa bizzarra soluzione per non tirare troppo la corda. Acceteranno gli Stati Uniti che il Venezuela in mano a un dittatore paranoico possa avere armi nucleari a pochi passi dai suoi confini? e l'europa accetterà che l'unione di Corea del Nord, Venezuela e Iran tenga sotto ricatto il mondo intero, con la probabile reazione a catena di far unire a questo  minaccioso gruppo di paesi in mano a deliranti dittatori pieni di  pericolose ideologie e fanatismi religiosi  anche Cuba e Bolivia e chissà quali altri paesi? dovremmo considerare alcuni paesi come abitati da imbecilli pericolosi evitando di suscitare la loro ira per cose che neppure comprendiamo? cosa c'è da capire quando vediamo quelle masse di poveracci che bruciano le bandiere e ci saltano sopra ?diciamo la verità, sono scene patetiche, cosa potrebbe succedere se paesi dove milioni di cittadini sono bombardati dalla propaganda del loro regime, manipolati e privati della libertà di comprendere spingessero il loro dittatore di turno ad usare la minaccia nucleare? il vero problema è questo: i dittatori modellano i loro popoli per ottenere e mantenere il potere, ma per farlo trasformano le masse in potenziali cloni mentali delle loro paranoie, che vere o inventate alla fine rendono quelle masse poco controllabili e aggressive. Il mondo sembra diviso in due, è una situazione assurda che viene alimentata dalla necessità di tutti i dittatori di giustificare il loro potere con la potenziale aggressione del mondo libero nei loro confronti, da qualsiasi parte del mondo i dittatori dichiarano di essere sotto attacco o di poterlo essere a breve, con questa scusa si sta tornando al rischio nucleare. In realtà nessuno vuole attaccare nessuno, assistiamo solo alla irrazzionale corsa agli armamenti di paesi alla fame dove vengono spese cifre enormi col solo risultato di mettere a rischio la pace ne mondo e l'esistenza stessa di miliardi di uomini. L'unico vero fattore che genera tutto questo è l'ignoranza, la bestiale ignoranza che i dittatori causano nei loro popoli per ammaestarli. La situazione attuale è molto più rischiosa di quella della passata guerra fredda tra Russia e Stati Uniti, a quel tempo a reggere le fila delle potenze nucleari c'era gente più cosciente dei rischi e meno accecata dall'ideologia, oggi il potere nucleare sta per frazionarsi tra parecchi imbecilli fanatici a cui dovremmo affidare la nostra vita e la cosa non mi piace per niente. Su questo pianeta sta per finire anche la libertà di decidere se vivere o no, la stessa stabilità e conomica mondiale, stanno per finire in mano a dittatori ignoranti e mentecatti come Chavez o il nuovo nazi-islamico presidente dell'Iran. Se finirà così ad averla vinta sarà la dittatura su questo pianeta.

28/02/2006

Vietato sopravvivere a Cuba.

Come tutti sappiamo a Cuba è prassi comune darsi da fare in tutti i modi per tirare a campare, quasi nessuno riesce a vivere con quello che il governo passa per vivere, non è sufficiente ne il cibo ne sono sufficienti le misere pensioni degli anziani o i quasi inesistenti stipendi dei lavoratori. Sebbene tutti a Cuba sanno benissimo che i fatti sono questi il governo cubano ha deciso di dare un giro di vite alla guerra al contrabando, moltissime famiglie che vivono nelle campagne facevano commercio di carne di maiale, formaggi, frutta e altri prodotti che finivano al mercato nero delle città cubane, da qualche settimana le auto che si muovono da una città all'altra vengono sistematicamente fermate dalla polizia e perquisite, se vengono trovati prodotti alimentari questi vengono requisiti assieme all'auto e il conducente arrestato. All'Habana come in tutta cuba i cubani non trovano più di che vivere al mercato nero, secondo l'irrazionale governo cubano i cittadini dovrebbero comprare tutto nei negozi statali, ma nei negozi statali una bottiglia di olio o una bottiglia di Ron costano quanto mezo stipendio di un mese intero, la gente è all'esasperazione. Castro ha ormai perso il controllo delle sue azioni, è malato di morbo di alzheimer e non connete più le idee in modo logico, probabilmente le decisioni non vengono più prese da lui personalmente ma dal fratello Raul o da qualche burocrata corrotto a cui non manca mai cosa mettere in pancia. La vita stessa dei cubani si è sempre retta sul mercato nero, ora che questo è diventato così rischioso non resterà ai cubani che far di tutto per aguzare l'ingegno....il famoso "invento cubano",  continuare a rubare tutto quello che si può dal posto di lavoro ecco l'unico modo di sopravvivere nel paradiso dei caraibi. Naturalmente la prostituzione per ottenere denaro dai turisti è in questa situazione penosa  sempre più praticata dalle donne cubane, sia nelle città che nelle campagne. Nessuna pietà per il popolo cubano da parte della dittatura.

Cuba : continuano pressioni su giornalisti
di red

In nessun altro Paese del mondo, eccetto la Cina, vi sono tanti giornalisti in carcere, e che oggi Cuba ha 24 operatori dei media in prigione e continua a esercitare pressioni sui media che vogliono praticare il diritto alla libera espressione.

Lo ricorda il Comitato internazionale per la protezione di giornalisti, che ha sede a New York, secondo cui, peraltro, alcuni giornalisti in carcere non hanno ricevuto il trattamento medico di cui avrebbero bisogno (alcuni di essi sono in sciopero della fame).

Fra i casi recenti di persecuzione, il giornalista cubano indipendente Jorge Olivera Castillo - rilasciato a dicembre 2004 per ragioni mediche - ha ricevuto da una corte municipale di L'Avana l'ordine di lavorare in un ufficio controllato dallo Stato che sarebbe stato individuato dal tribunale stesso. L'inotteperanza a tale misura, volta ad evitare che gli continui a collaborare con testate straniere on line, comporterebbe la revoca della 'parola'.

Il giornalista - che era stato condannato nel 2003 a 18 anni di prigione in concomitanza con l'arresto di decine di giornalisti - ha dichiarato al Comitato internazionale per la protezione di giornalisti di aver ricevuto l'interdizione dai pubblici uffici e il divieto di lasciare la capitale cubana.

03/02/2006

Morire per la libertà di avere una linea internet.

Guillermo Fariñas  è disposto a morire per una connessione a Internet. Fariñas, cubano, psicologo e giornalista indipendente dell'agenzia stampa Cubanacán Press è dallo scorso martedì 31 gennaio in sciopero della fame e della sete. È «pronto a morire», come si legge in una lettera aperta indirizzata direttamente a Fidel Castro, se il governo cubano non gli permetterà di usare Internet per il suo lavoro di giornalista. «Voglio che tutti i cubani - si legge nella lettera inviata al lider maximo - abbiamo il diritto di connettersi a Internet. Ma voglio anche che la stampa indipendente possa informare sull'operato del governo».

Una sfida al regime, contro la censura che a Cuba proibisce il libero accesso al web (anche per i turisti non è per niente facile). E la proibizione del governo si trasforma in repressione se a richiedere la connessione sono giornalisti indipendenti. Come Fariñas. Come molti altri che o sono finiti in prigione, o spinti all'esilio, o costretti a barcamenarsi tra notizie non date o edulcorate pur di continuare a informare il mondo di quel che succede nella «perle del Caribe». «Se devo diventare un martire dell'accesso all'informazione - dice Fariñas - lo diventerò». E con queste parole, Fariñas ha iniziato il suo decimo sciopero della fame.

Arrestato nel dicembre del 2003 per «aver letto a voce alta» il Progetto Varela, quello della dissidenza moderata che invitava il Parlamento de L'Avana a tiepide riforme, il direttore di Cubanacán Press ha denunciato la sua situazione a Reporter senza Frontiere (Rsf) che da anni, e tra qualche polemica, raccoglie testimonianze sulla censura dell'informazione a Cuba. L'agenzia di Fariñas opera a Santa Clara - la città che vide «Che» Guevara dare il colpo di grazia alla dittatura di Batista - e fino a qualche settimana fa aveva il permesso di inviare articoli via web al sito indipendente Cubanet. Ma dal 23 il governo castrista ha spento la connessione. «Al di là delle mie idee politiche - ha scritto Fariñas a Castro - leggo che il suo governo, durante l'Incontro dell'Onu sull'accesso all'informazione (Rabat, 2005), ha dichiarato che tutti i cubani hanno accesso a Internet e se non ce l'hanno è colpa dell'embargo».

Difficilmente Castro risponderà a questa lettera. Difficilmente il suo governo si rimangerà le parole dette in Marocco alla fine del 2005. Ma questo decimo sciopero della fame di un giornalista indipendente porta fuori da Cuba la difficile situazione della libertà di stampa. E non solo. «Internet o muerte», ha detto Guillermo Fariñas parafrasando lo slogan della Rivoluzione «Socialismo o muerte».

Mettere il bavaglio alla libertà. 

Castro con una  patetica decisione sta facendo erigere un monumento alle spalle del palco della tribuna che sta difronte l'ufficio di interessi USA sul malecon dell'Habana. Si Trata della rappresentazione di una falsità storica che da sempre Castro sostiene inventandosi numeri e circostanze, secondo la dittatura castrista le 138 bandiere nere con una stella bianca che svettano sul monumento rappresentano le vittime di misteriosi e mai documentati attentati fatti dagli Stati Uniti ai danni di Cuba che avrebbero fatto ben 3400 vittime. Il monumento è la dispendiosa e inutile risposta all'insegna luminosa esposta sulla facciata dell'edificio della sede della sede dell'ufficio di interessi USA che riporta a chiare lettere luninose frasi di Martin Luther King sulla libertà dei popoli. Castro ha condotto l'ennesima marcia popolare nel grande piazzale della tribuna aperta e ha deciso che quelle scritte alle sue spalle rovinavano il senso dei suoi interminabili comizi, così da qualche giorno decine di mezzi pesanti da costruzione forniti di bandiere cubane stanno lavorando giorno e notte ad erigere quello che sembra la metafora della sua volontà e capacità di capire che la libertà è un diritto dei cubani che prima o poi insegne luminose o no la libertà i cubani se la riprenderanno con le buone o con le cattive. Il monumento sarà probabilmente il più triste ricordo che resterà di lui un giorno. Tra le inutili e costose opere che ha fatto erigere in oltre quaranta anni di dittatura mentre il suo popolo è alla fame questo monumento è di sicuro l'opera più oscura, ottusa e inutile che abbia mai fatto costruire, con l'unica conseguenza di deturpare il già degradato malecon e di essere inutile.

Libero  pensiero a Cuba.

“Cuba è una dittatura nella quale si perseguitano i poeti, i liberi pensatori, i sindacalisti e gli omosessuali. Guidata da un uomo al quale il potere e la gloria hanno fatto perdere il senno.
(…) La rivoluzione cubana non è stata democratica perché ha generato in sé le classi sociali destinate ad impedirlo: la rivoluzione ha partorito una borghesia, apparati repressivi disposti a difenderla dal popolo e una burocrazia che questo popolo allontanava. Ma soprattutto è stata antidemocratica per il messianismo religioso del suo leader. Ergersi a salvatore della patria è un discorso: esserlo, per sempre, un altro. È vero, Fidel liberò Cuba dalla banditesca dittatura di Batista, ma con la sua ostinata permanenza non è riuscito ad ottenere altro che diventare, lui stesso, un dittatore."
"In qualche momento del suo percorso, Fidel Castro ha cominciato a credere in se stesso: non bastandogli, ha obbligato tutti noi a credere in lui. Invece di combattere per una società scettica, critica e di libero pensiero, ha applaudito la credulità, la sottomissione e l’obbedienza assoluta del suo popolo. Tutto quello che contestava del vecchio regime, lo ha riprodotto triplicato nel "nuovo". (…) Siamo sinceri, un giovane ribelle come fu Castro, nella Cuba di oggi verrebbe immediatamente fucilato, non condannato all’esilio.”
così scrive canek sánchez guevara, nipote di ernesto che guevara, in una lettera al settimanale messicano “proceso” per l’anniversario della morte del nonno guerrigliero in bolivia.

Aumentano i prigionieri politici a Cuba.                           

Fidel non ha capito niente. Non si è accorto di niente. Oppure se ne è accorto e ne ha tratto le deduzioni più ciniche e più sbagliate. È girato un momentino il vento nell'America Latina. Alcuni Paesi si stanno di nuovo spostando a sinistra, in un moto confuso di delusione e di protesta. Hanno dei leader bizzarri come il venezuelano Chavez o, più fresco e pittoresco ancora, il boliviano Evo Morales. Che sono stati eletti sotto la spinta di una rabbia generalizzata e non hanno programmi né idee né punti di riferimento. E allora, nella fretta raffazzonata, hanno ritirato fuori lui, Castro.
Lo esaltano in discorsi dissennati più ancora che febbrili, vanno a trovarlo, lo riveriscono. Morales è andato all'Avana addirittura da pellegrino, ma perfino un presidente conservatore, il colombiano Uribe, ha scelto Cuba come «terreno neutro» per avviare le trattative di pace, o almeno d'armistizio, con i capi della guerriglia maoista.
È un'occasione per Fidel: se non per tirare su Cuba dalle rovine della sua dittatura quarantennale, se non per rinnegare il suo «modello» economico, che è quello della povertà assoluta, almeno per «rifarsi la faccia» su un tema che dovrebbe costare meno, quello della persecuzione degli avversari politici, dei diritti civili.
Invece Castro fa tutto il contrario: da quando, per un rigurgito surreale della storia, qualcuno si è ricordato della sua esistenza o ha addirittura ricominciato a fargli la corte, lui ha stretto ulteriormente la vite della repressione. Lo denuncia la statistica, dolorosa ma asettica, che tiene una delle organizzazioni della dissidenza cubana, la Commissione per i Diritti Umani e la Riconciliazione Nazionale. Sei mesi fa i prigionieri politici all'Avana erano 306. Oggi, dopo il rifiorire di simpatie castriste dell'America Latina, il numero dei detenuti è salito a 333. «Un incremento netto di quasi il 10 per cento - spiegano, più accorati ancora che indignati, gli autori del Rapporto, Elizardo Sanchez e Carlos Menendez - che riflette il persistente e anzi accelerato aggravarsi della situazione cubana dal punto di vista dei diritti economici, politici e civili». Sono parole sobrie, non contengono appelli a rovesciare il tiranno. Ma per questo colpiscono di più, soprattutto a confronto con i toni e la sostanza dei peana di coloro che, mossi da furioso odio antiamericano e anche da una confusa voglia di cambiare qualcosa, non trovano niente di meglio che rispolverare frettolosamente, acriticamente uno dei miti più logori e schiaffeggiati dalla Storia. Si tratta di persone che o non sanno nulla o hanno dimenticato tutto o giocano cinicamente la carta della fama residua di un regime che tutti sanno condannato e di un uomo di cui i più, nel mondo, avevano cominciato a pensare che in qualche modo fosse morto, utilizzabile pertanto come il suo compagnone Che Guevara, la cui figura è stata salvata dalla decomposizione proprio dalla morte.                                                 

06/01/2006

Ho letto su La Repubblica del 24 dicembre un ottimo intervento di Omero Ciai che ha reso noto un sondaggio indipendente effettuato sull’isola dai ricercatori di una Ong spagnola. Da quel sondaggio, ovviamente segreto e svolto nella più totale clandestinità, emerge che i cubani vorrebbero la democrazia e che sono stanchi della dittatura castrista. I giovani dai 18 ai 29 anni non hanno dubbi in merito e sono in gran parte contro il regime assoluto, ma in ogni caso un buon 53% degli intervistati sceglie la democrazia e solo il 20% la dittatura, mentre il resto rappresenta la quota degli indecisi. Non sappiamo come è stato realizzato il sondaggio, certo che la situazione politica cubana non è ideale per raccogliere libere opinioni e quindi è probabile che anche molte risposte a favore della dittatura siano state influenzate dal timore di repressioni. In ogni caso siamo certi che i cubani vorrebbero la democrazia, la libera espressione di parola, la libertà di stampa, ma crediamo anche che in prima istanza vorrebbero risolvere il problema alimentare che è il vero problema. A Cuba le cose vanno male e su questo il gruppo di intervistati è compatto e dalle risposte viene fuori un quadro che necessita di urgenti cambiamenti. Il problema fondamentale del cubano sono i salari inesistenti per lavori scarsamente professionali e quasi inutili, retribuiti con cifre che non servono a risolvere neppure il problema alimentare. La fame è il secondo problema perché non basta la propaganda di regime a riempire la pancia e la popolazione fatica anche a procurarsi un piatto di riso e fagioli. In questa situazione negativa possiamo inserire anche il desiderio di libertà e di democrazia, ma solo al terzo posto, perché non è il principale obiettivo del cubano medio. La famiglia cubana cerca una casa degna di questo nome, un lavoro retribuito in maniera adeguata e la fine del razionamento alimentare. La democrazia è un obiettivo da raggiungere ma riguarda il cubano più intellettuale, la persona che ha obiettivi diversi da quello di mettere insieme il pranzo con la cena.Le rivoluzioni e le grandi proteste sociali sono sempre state un’iniziativa della borghesia e non dei bassi strati della popolazione. La difficoltà di operare un cambiamento a Cuba sta proprio nel fatto che manca una vera e propria borghesia, eliminata da anni di egualitarismo e populismo castrista. I dissidenti interni rappresentano una speranza di cambiamento, ma con loro il regime è molto duro. Molti prigionieri di coscienza vivono una situazione allarmante di salute a causa delle pessime condizioni di incarceramento. Ogni tanto ne viene liberato qualcuno, come è stato per Mario Enrique Mayo Hernández, che il primo dicembre 2005 ha ottenuto una licenza per motivi di salute. Hernández è un poeta-giornalista vittima della ondata repressiva della primavera nera del 2003, quando venne incarcerato insieme ad altri 74 dissidenti. Tra l’altro il pubblico italiano potrà apprezzare le sue liriche nel libro di prossima pubblicazione Versi dietro le sbarre (Edizioni Il Foglio, 2006). Il giornalista ha una licenza valida un anno, dopo di che dovrà tornare in prigione, a meno che non riesca a prendere la via dell’esilio.A Cuba essere contro il regime, anche solo criticarlo un poco, vuol dire mettersi dalla parte del torto e porre a rischio la propria libertà personale e la sicurezza dell’intera famiglia. La situazione dei prigionieri politici cubani è del tutto insostenibile e i governi democratici europei dovrebbero fare qualcosa per stigmatizzare questo atteggiamento. Amnesty International sta lavorando in tal senso ma da sola non basta. Tra l’altro “le dame in bianco” (così vengono chiamate le mogli dei dissidenti incarcerati) si sono viste negare dal regime cubano il visto per recarsi presso il Parlamento Europeo, dove avrebbero ritirato il Premio Sacharov per la pace. Un’altra dimostrazione di intolleranza e di autoritarismo di puro stampo dittatoriale. Castro non concepisce alcun tipo di contrasto al suo modo di intendere quello che è bene per Cuba: soltanto lui lo sa.Cuba sta attraversando un grave momento di crisi politica, economica e sociale soprattutto per le mancanze del sistema politico che è retto da un padrone unico e dispotico. Fidel Castro ormai si comporta come un padrone assoluto che si fa portavoce di una politica di impostazione finto-populista. Il popolo non può godere del prodotto del suo lavoro e diventa sempre più povero, l’unico proprietario assoluto è il regime che invece diventa ogni giorno più ricco. Tutto questo produce malcontento sociale e proteste spontanee che vengono represse duramente dalla polizia, ma produce anche un esodo massiccio verso gli Stati Uniti e verso l’Europa che i cubani tentano con ogni mezzo a loro disposizione. Vorrei chiedere a chi sostiene che Cuba è un Paradiso socialista: quando mai la gente scappa dal Paradiso? Di solito si fugge dall’Inferno… L’opposizione interna esiste ma viene falcidiata dalla polizia e dalla repressione e l’unica cosa che può fare è stare accanto al popolo e lottare per i suoi bisogni. Ma in una realtà come quella cubana non è per niente facile. I metodi della polizia sono tipici di uno stato dittatoriale che arresta e incarcera persino i potenziali antisociali, come le persone che non lavorano, che non studiano e soprattutto quelli che (per mangiare) esercitano attività commerciali illegali.A Cuba è impossibile campare esercitando solo attività legali, chi non ruba è perduto e non arriva alla fine del mese se crede di contare solo sugli alimenti concessi dalla tessera di razionamento. In questa situazione la Carta dei diritti umani ha per Fidel lo stesso valore della carta straccia, le ingiustizie sociali sono all’ordine del giorno e se qualcuno prova a manifestare dissenso rischia grosso. Il regime rispetta solo lo straniero perché porta valuta pregiata e ricchezza (che non viene condivisa con la popolazione ma finisce nelle casse del governo) ed è aggressivo e arrogante con il cubano. Fidel Castro si circonda di personaggi senza spina dorsale allenati a recitare a memoria i discorsi del capo. Basta vedere la fine che hanno fatto i dirigenti del partito che si erano messi a ragionare con la loro testa, in modo indipendente dal volere del capo. Roberto Robaina era un valente primo ministro molto in auge negli anni Novanta, forse troppo per i gusti di Fidel, tanto che oggi deve occuparsi di problemi di poca importanza in un ufficio vicino al Rio Almendares. Di Robaina non si sente più parlare da diversi anni, per certo era diventato molto popolare e le sue idee forse non erano troppo rivoluzionarie. Fidel Castro teme le personalità forti che possono contrastare il suo potere assoluto e un altro di questi suoi ex collaboratori è José Luis Padrón che si è dileguato nel nulla. Ma ci sono esempi classici di ex uomini fidati del Comandante che sono morti in un ospedale psichiatrico (José Abrantes), oppure che sono stati abbandonati al loro destino (Ramiro Valdés) o presi come capro espiatorio delle cose che non vanno (Marcos Portal). Per non parlare della fine del generale Arnaldo Ochoa che era diventato troppo popolare per continuare a vivere.A Cuba nessun cittadino ha diritto alla libertà e questo fatto è molto grave, non esiste libertà di pensiero e le persone contrarie alla ideologia del regime subiscono torture fisiche e psicologiche. Per chi vuole esprimere idee in contrasto con il castrismo ci sono soltanto due possibilità: la galera o l’esilio. Il cubano non ha neppure libertà di movimento e non può viaggiare né all’interno dell’isola né all’esterno, a meno che non venga autorizzato dal governo. Va da sé che il regime decide arbitrariamente sulla possibilità di far uscire dal paese una persona che lo chiede e investiga sui motivi che lo conducono a intraprendere il viaggio. A Cuba esiste un regime totalitario che nega al cittadino ogni diritto di espressione del pensiero.La situazione economica non è migliore. Le feste di Natale a Cuba non sono riconosciute, ma vengono comunque celebrate dalle comunità cattoliche che dopo la visita del Papa sono state autorizzate a farlo. A Cuba si festeggia solo il primo giorno dell’anno che è l’anniversario della entrata all’Avana delle truppe rivoluzionarie. In ogni caso le feste di Natale per il cubano rappresentano l’apice della mancanza alimentare, perché arrivano proprio alla fine del mese quando gli alimenti concessi dalla tessera di razionamento sono ormai finiti. La situazione economica andrà peggiorando sempre di più perché al regime non interessa minimamente la povertà della popolazione. Questa è la tragedia più grande di un governo che non può certo dirsi socialista, se non arbitrariamente e nel senso più negativo del termine. Le ricchezze che arrivano dal turismo finiscono nelle casse dello Stato e non si sa dove e per cosa vengano utilizzate. Forse servono a costruire nuovi alberghi e attrezzature turistiche, ma non sono certo impiegate per risolvere i problemi della popolazione.

Jorge Olivera Castillo (altro poeta che sarà pubblicato in Italia nel volume Versi dietro le sbarre) dice che «si sta avvicinando una nuova ondata repressiva, simile a quella del 2003, e saranno proprio i politici che parlano in televisione nelle tavole rotonde a condurre le operazioni». Olivera Castillo aggiunge che è stato incarcerato a lungo dal regime e «trattato come un maiale, punito come un criminale, tenuto in mezzo agli scorpioni, ai topi, alle zanzare, sfamato con alimenti putrefatti, in un ambiente insalubre, a contatto con delinquenti comuni, pazzi e aspiranti suicidi…». Sono parole di un uomo che sta ancora lottando a Cuba a suo rischio e pericolo contro una dittatura infame.

Tutto quello che abbiamo detto però non vuole essere un’apertura incondizionata alle tesi statunitensi che parlano di «accelerare la transizione democratica a Cuba». Condoliza Rice deve limitarsi a parlare dei problemi di casa propria perché a Cuba devono pensare soltanto i cubani. Non pensiamo certo che una democrazia imposta dall’esterno a colpi di bombe intelligenti possa essere migliore della dittatura castrista. Le nostre critiche a un regime ormai fuori dalla storia non sono aperture filoamericane e niente sarebbe più sbagliato che condurre contro il regime cubano una guerra assurda come quella che sta travagliando l’Iraq. Gli USA devono pensare a rinsaldare la loro democrazia traballante e ingiusta e ai grandi debiti in materia di crimini di guerra, forse superiori agli stessi crimini commessi da Fidel Castro in quarantasette anni di regime. Cuba deve tendere alla democrazia perché il suo popolo lo chiede, ma la transizione verso la Terza Repubblica deve essere un movimento spontaneo che nasce dall’interno dell’isola. I cubani hanno già combattuto le guerre di indipendenza per scacciare gli invasori e hanno fatto una rivoluzione per liberarsi di Batista. Adesso forse è giunto il momento di lottare contro chi aveva promesso giustizia sociale, umanesimo e una società nuova e invece ha regalato al popolo soltanto una squallida dittatura paternalista.                     

Chávez pensa al dopo Castro ed allunga le mani su Cuba. Il “Directorio Cubano” punta il dito contro i militari

A Cuba non solo è in atto l’ennesima recrudescenza repressiva nei riguardi della dissidenza anticastrista ma, secondo il Direttorio cubano, si sono notevolmente allungate sull’isola le mani del dittatore venezuelano Hugo Chávez. A lanciare quest’allarme sono i dissidenti cubani residenti a Miami (Florida). L’appello è stato puntualmente raccolto dall’Internazionale Femminile Democratica di Centro (IFDC), presieduta dall’italiana Anna Maria Cervone (responsabile Onu, presidente della Commissione diritti umani della Internazionale Dc). Maria Lima (responsabile femminile del Direttorio Democratico cubano di Miami) non ha dubbi: “il dopo Castro è più vicino di quel che si pensa, e bisogna evitare che l’isola cada dalla padella nella brace”. “Infatti - continua la Lima - sembra che il dopo Castro possa avere solo due soluzioni.

La prima che a succedergli possa essere il fratello, Raoul Castro, generale che ha dalla sua una parte dell’esercito, e la seconda che possa essere un altro militare appoggiato dal dittatore venezuelano Hugo Chávez: in entrambi i casi si temono atti dimostrativi sulla popolazione da parte del successore che, per dimostrarsi forte, potrebbe anche pianificare le esecuzioni sommarie dei detenuti politici. E certo che Chávez ha già rinforzato le proprie opzioni sul territorio cubano, forte dell’essere il miglior amico di Fidel Castro ed il dittatore centro-sud americano più stimato dall’esercito castrista”. Intanto fonti autorevoli parlano di vere e proprie società, costituite tra gli eredi di Castro e la famiglia Chávez, per garantire nel tempo lo sfruttamento turistico, logistico (portuale) ed agricolo dell’isola (ottima terra per produrre sostanze allucinogene). Quindi se la comunità internazionale non intervenisse dopo la morte del dittatore cubano, e per garantire una rapida evoluzione democratica, il domani dell’isola potrebbe concretizzarsi in una dittatura militare che gestirebbe il territorio in accordo d’affari con i venezuelani.

Tutto questo significherebbe un rafforzamento del fronte terroristico anti-Usa nel centro e sud America. “Durante la decolonizzazione - ha spiegato Anna Maria Cervone Cervone (durante la riunione della commissione Onu) - l’Europa e l’intero Occidente non dovevano permettere che i paesi poveri venissero schiavizzati dallo stalinismo”. L’opinione ha chiesto alla Cervone di spiegare la pericolosità di questo accordo tra i militari cubani e la famiglia Chávez. “La realtà della Cuba castrista è fin troppo martoriata, una recrudescenza militare, spalleggiata da la famiglia Chávez, rafforzerebbe nell’isola corruzione ed azzererebbe ogni diritto umano. Il Venezuela e non è un esempio di democrazia - spiega la Cervone -. Agli inizi del 1800, come in tutta l’America latina, in Venezuela si sviluppò un forte movimento indipendentista, fallito dopo pochi anni. Chávez ha in mente di riedificare la Grande Colombia, con dentro anche Cuba: il suo è il grande sogno del blocco che si contrappone, anche violentemente, alle democrazie occidentali.
Le voglie dittatoriali di Chávez su Cuba hanno una radice storica: nel 1899, con Cipriano Castro al potere (parente di Fidel), il Venezuela si oppose a vari paesi democratici europei, tra cui Gran Bretagna, Francia, Germania e Italia; solo 1902 le potenze europee decretarono un embargo. Nel 1908 Castro venezuelano venne deposto dal generale Juan Vicente Gómez, che garantì una ennesima rigidissima dittatura, che durò fino alla sua morte, nel 1935. Quindi il legame tra il castrismo cubano e le violente dittature venezuelane è storico - continua la delegata Onu - è un ciclo perverso che va spezzato. Chávez farà di tutto perché a Cuba non possano svolgersi elezioni democratiche, anche perché solo una dittatura può garantire le sue speculazioni sull’isola. Chávez ha fatto fare un salto indietro al Venezuela, ha abolito il sistema bicamerale istituendo l’Assemblea nazionale, e poi ha cambiato il nome ufficiale del paese in Repubblica bolivariana di Venezuela, sottolineando la continuità ideale con la Grande Colombia, da contrapporre all’Occidente.
Attualmente in Venezuela sono stati sospesi tutti i sindacati - spiega la Cervone - Chávez ha speciali poteri che gli consentono di promulgare leggi senza dover affrontare il dibattito in Parlamento né ottenere da questo il consenso. Al vertice del paese ha posto un’organizzazione centralizzata, formata da lui e da un ristretto gruppo di fedelissimi. E’ fuori ombra di dubbio che il dittatore venezuelano sia emulo e discepolo del cubano Castro. Chávez ha inaugurato un’audace diplomazia, ed oltre all’aver stabilito relazioni con Cuba, ha in passato intrattenuto rapporti ufficiali con Iraq di Saddam Hussein, con le Farc colombiane e con gli zapatisti del subcomandante Marcos. Ben si comprende - conclude la delegata - come l’influenza nefanda di Chávez su Cuba possa allontanare il futuro democratico”. “Il dopo Castro - chiarisce Maria Lima - è la più grande incertezza dei cubani. E su questo aspetto necessita che lavori la comunità internazionale, e per evitare che i militari possano lanciarsi in una violenta repressione. Attualmente non è possibile ottenere una documentazione minuziosa su ciò che si consuma nell’isola, anche perché i luoghi del potere castrista sono ben distinti e distanti da quelli che mostrano un’isola caraibica in cui si balla e si prende il sole. La nostra comunità a Miami fa molto affidamento sugli Usa e poi sull’Europa, e chiede loro che inizino a gestire da oggi il dopo. Il mio pensiero va alla terribile fine che potrebbe toccare - continua Maria Lima - ai prigionieri politici ed ai loro congiunti, perché se Castro ha pianificato torture e reclusioni, chi gli succede potrebbe pensare all’eliminazione di chiunque non condivida i progetti dei militari. Credo che il governo democratico della nuova Cuba debba essere da oggi preventivamente organizzato all’estero, in esilio, e poi subentrare a Castro. Ma perché questo possa concretizzarsi - chiosa Maria Lima - i potenti della terra devono lavorare affinché nessun dittatore possa nel frattempo organizzare la successione in combutta con i militari”.


20/10/2005
 
Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta all'Arcivescovo Tarcisio Bertone di Joel Rodriguez, esule cubano, dopo il recente viaggio a Cuba del cardinale.

Signor Bertone, non appena lette le sue dichiarazione al ritorno di Cuba, dove ha espresso che «Fidel Castro ci chiede aiuto per combattere la piaga dell'aborto a Cuba», ho provato a telefonarle, volevo soltanto spiegarle alcune cose, purtroppo non mi stato impossibile parlare con lei perché impegnato in un'altra telefonata, e purtroppo dopo il dialogo con il suo segretario mi è stato detto che era molto impegnato e non poteva ascoltarmi. Signor Bertone le cose che volevo spiegarle sono queste. Mi pare molto strano che Fidel Castro chieda aiuto per risolvere un problema creato per lui, per il suo regime l'aborto per tutti gli anni di questo regime è stato un affare, non so se lei lo sa o non lo vuole sapere, però il prezzo dell'aborto a Cuba è pari a una donazione di sangue, cioè ogni donna che doveva abortire, non importa l'età, non importa il tempo di stato di gravidanza, doveva portare un donatore, che donasse il sangue, non da usare in caso di emorragia della donna, no signor Bertone, questo sangue serviva per la raccolta di donazioni «volontarie» che poi il regime usava per vendere ai Paesi dove non ci sono molte donazioni. Signor Bertone, se questo affare sangue - aborto non dovesse bastare le racconto ancora di più.
Non so se lei sa o se le interessa sapere che a Cuba c'è una dottoressa di nome Hilda Molina che ha un figlio in Argentina, nonostante i diversi tentativi del figlio di portare sua madre in quel Paese è stato impossibile, le motivazione di questa detenzione nell'isola prigione della dottoressa Molina riguarda l'arbitrario affare dell'aborto promosso dal regime. La dottoressa Molina lavorava nel Cirem, Centro internazionale di restaurazione neurologica (dove lavorano anche i medici del dittatore Castro), in questa istituzione del regime di Fidel Castro a quanto pare ha scoperto la sostanza chiamata «nigra fetale», costituita da cellule spinali e tessuto neurale dell'embrione umano. Questa sostanza è stata denunciata per avere effetto rigenerativo del tessuto nervoso dell'adulto deve essere trapiantato da un embrione umano vivo. Il direttore del Cirem, Dott. Julian Alvarez in un libro dal titolo «Artigiani della vita» spiega che attualmente a Cuba si realizzano 100mila aborti all'anno. Il suo centro si trova per questo ad ottenere con relativa facilita il tessuto embrionale per il trattamento. Inoltre dichiara il Dott. Alavarez che il giorno che si deve realizzare un neurotrapianto, una équipe di loro specialisti si sposta a uno degli ospedali materni dell'Avana. Così ottengono il tessuto embrionale, la donante viene trasportata al Cirem dove avviene l'intervento, secondo loro con il consenso della donante.
Chi conosce la realtà cubana sa bene che le pazienti non possono decidere e che molti aborti avvengono secondo la necessità del Cirem. La dottoressa Molina era una delle direttrice del Cirem, e questa la preoccupazione del regime, cosa succederebbe se una volta uscita da Cuba la signora Molina decidesse di raccontare cosa succede in quella fabbrica «artigiana della vita» e di dollari, perché oltretutto non è a disposizione della popolazione cubana, ben sì di stranieri disposti a pagare in dollari americani. Potrei andare avanti con i retroscena di questa storia del Cirem e di quella che viene definita da alcuni cubani fabbrica dell'orrore, ma forse lei non capirà, o non vorrà capire, forse a lei semplicemente non interessa capire o forse mi risponderà come il suo segretario, «Castro è veramente pentito di aver promosso l'aborto», e allora le dirò come al suo segretario, se è veramente pentito, perché non libera il Dott. Oscar Elias Biascet, condannato a 25 anni di prigione tra i cui reati c'è quello del rispetto alla Vita, lui ginecologo, si è rifiutato di fare aborti, lui ginecologo, fedele cristiano si è permesso di accendere candele a quelle che lui considera vittime dell'aborto.
No signor Bertone, forse lei si è sbagliato, non doveva andare da Castro, doveva andare da Oscar Elias Biscet, nella sua cella di un un metro e veti per un metro, doveva andare nella sua cella di punizione, dove ogni tanto ci resta tanti giorni per «pretendere» una Bibbia, doveva andare nella cella di Jorge Luis García Pérez (Antunez), come minimo dove depositare un fiore nella tomba di Pedro Luis Boitel, quel giovane cattolico morto per la sua fede, morto per il suo amore a Cristo, morto Urlando «Viva Cristo Re». Sì lo so, questo non le darebbe nessuna pubblicità, questa non fa notizia, ma moralmente... Signor Bertone lei ha usato una frase in parte giusta ma forse sbagliata «La diffusione dell'aborto, come ha sottolineato Fidel Castro, è tra le cause della crisi demografica del Paese. Ed è anche una conseguenza della piaga del turismo sessuale. È naturale che Castro sia preoccupato e che io mi vergogni del comportamento di certi italiani all'estero». La diffusione dell'aborto a Cuba è solo colpa di un regime totalitario che per oltre quarant'anni ha diviso le famiglie, ridotto alla povertà totale e alla fame, ha tolto ogni speranza, ha tolto la moralità e la possibilità di decidere sulla propria vita, anche sull'aborto, e sulla vita del nascituro, che a Cuba trova come una speranza la prigione o la zattera. Signor Bertone lei ha detto «mi vergogno del comportamento di certi italiani all'estero», e poi «ho invocato la benedizione del Signore su Fidel», responsabile di tutto questo, veda un po' lei su quale dei due piani si mette, veda un po' lei chi si deve vergognare di chi. Distinti saluti
Nota: Il vescovo di Holguin ha denunciato lo scorso 13 ottobre 2005, una bastonata da parti del gruppi del regime contro il diacono Andrés Rodríguez Tejeda, forse sarebbe il caso di approfondire, soprattutto da parte del Vaticano che di questo mese celebra assieme all'Ambasciata del regime alla Santa Sede i 70 anni di «eccellenti» relazione.

Joel Rodriguez
Cubano
rifugiato politico in Italia
A questo punto
ex cattolico.
Portavoce dell'Unione
per le Libertà a Cuba                           



16/03/2005
 

Cuba / D’Elia: “Per certi difensori dei diritti umani è un’isola felice”

News del 16-03-2005

Alla lettera-petizione in difesa del regime cubano sottoscritta da 200 intellettuali di fama mondiale, Nessuno tocchi Caino risponde con una nota in cui sono riportati alcuni fatti che provano le gravi violazioni dei diritti umani perpetrate dal regime di Castro.

I firmatari della lettera, tra cui figurano i premi nobel Josè Saramago, Rigoberta Menchù, Adolfo Perez Esquivel, Nadine Gordimer e gli italiani Claudio Abbado, Luciana Castellina e Gianni Minà, affermano tra l’altro che a Cuba “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria” e che la rivoluzione ha consentito il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente.”

Secondo il Segretario di Nessuno tocchi Caino, Sergio D’Elia, “la lettera non tiene conto minimamente della realtà cubana e dei misfatti compiuti dal dittatore di più lungo corso al mondo”. “Cuba ha due facce, una sotto i riflettori, l’altra nascosta. Per certi difensori dei diritti umani, esiste solo la prima: quella della base americana di Guantanamo dove sono detenuti i talebani.” “Ma Cuba non è solo Guantanamo – prosegue D’Elia -, è anche Combinado del Este, Canaleta, La Pendiente, Ceramica Roja, Kilo 8...” “La Perla dei Caraibi non è tutta sole, mare e sabbia. E’ anche galera e centri di ‘rieducazione’”.

Quanto all’isola felice dove “non esiste un singolo caso di scomparsa, tortura o esecuzione extra-giudiziaria,” Nessuno tocchi Caino invita i firmatari della petizione pro-Castro a riflettere su quanto accaduto nel 2003 e che tutti hanno potuto leggere sui giornali di tutto il mondo e a quanto denunciato da importanti organizzazioni umanitarie.

NOTA

A)
L’11 aprile 2003, Fidel Castro ha fatto giustiziare tre componenti un gruppo di cubani che una settimana prima si era impadronito di un traghetto con l’intento di raggiungere la Florida. Enrique Copello Castillo, Barbaro Leodan Sevillan Garcia e Jorge Luis Martinez Isaac sono stati fucilati all’alba.

Quattro loro compagni sono stati condannati all’ergastolo, uno a 30 anni di prigione e altri tre a pene detentive comprese fra 2 e 5 anni. L’imbarcazione, rimasta a secco a 45 chilometri dalle coste cubane, era andata alla deriva per 24 ore e i sequestratori si erano arresi alle autorità cubane, senza che ai 50 ostaggi fosse stato torto un capello.
I dirottatori erano stati processati per direttissima e condannati per atti di terrorismo l’8 aprile. Nel giro di tre giorni, gli appelli sono stati respinti sia dalla Corte Suprema che dal Consiglio di Stato, il più alto organo esecutivo di Cuba presieduto da Fidel Castro, quindi giustiziati.
La Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) ha condannato il carattere sommario del processo celebrato in spregio delle regole minime di giustizia internazionalmente riconosciute e ha stabilito essere il fatto “una privazione arbitraria della vita."

B)
Quanto alla rivoluzione cubana che ha permesso il “raggiungimento di livelli di salute, educazione e cultura riconosciuti internazionalmente,” basta leggere i rapporti sui diritti umani, sulle condizioni nelle prigioni cubane e il trattamento dei detenuti politici.

Sia la Commissione Inter-Americana sui Diritti Umani (IACHR) che l’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani hanno denunciato nel 2004 la presenza nelle carceri di casi diffusi di scabbia, tubercolosi, epatite, infezioni varie e malnutrizione. Una ventina di detenuti sarebbero morti nel corso dell’anno a causa di mancata assistenza medica.
Detenuti per ragioni politiche o di coscienza sono stati rinchiusi in celle di isolamento umidissime, infestate dai topi, con un buco come gabinetto e un letto di cemento, senza acqua e senza il conforto della Bibbia che gli era stata sequestrata.

Quelli non in isolamento sono stati costretti a indossare le uniformi del carcere, a mettersi sull’attenti all’entrata delle guardie nelle celle, messi insieme a detenuti comuni, violenti, intimiditi pesantemente e picchiati dalle guardie e sessualmente aggrediti da altri detenuti.
Nel 2004, il regime ha messo agli arresti domiciliari 14 dei 75 dissidenti arrestati nella primavera del 2003, per lo più anziani e ammalati.
Il numero è stato ampiamente compensato da altri trenta dissidenti incarcerati nel corso dell’anno, ha denunciato la Fondazione Cubana dei Diritti Umani.
C)
D’altro canto va anche detto che chi fornisce informazioni sulla situazione di diritti umani a Cuba rischia pene severissime. Marcelo Lopez, membro del Consiglio Direttivo di Nessuno tocchi Caino e già portavoce e segretario della Commissione diritti umani e riconciliazione nazionale, è stato condannato nel 2003 a una pena di 15 anni di carcere per aver trasmesso informazioni ad organizzazioni internazionali come Amnesty International e Human Rights Watch su casi di condannati a morte nel suo paese. Marcelo è stato condannato anche per essersi fatto inviare copia della risoluzione di condanna emessa dalla Commissione diritti umani dell’ONU di Ginevra.

21/02/2005
 

Cuba ha bisogno del tuo aiuto!.

Fidel Castro è al potere da oltre 45 anni, senza elezioni democratiche. L'opposizione è proibita; la censura è totale; la propaganda e la violenza del regime sono ovunque. La pena di morte, istituita da Castro nel 1959, è applicata indiscriminatamente: basta una fotografia sbagliata. Le sole fucilazioni di dissidenti politici denunciate e dimostrate sono 12.486. I tribunali sono totalmente controllati dal Partito Comunista. I cittadini la cui condotta è giudicata contraria agli interessi del partito non hanno più diritti. "Chiunque faccia fotografie, solleciti od ottenga informazioni a danno della sicurezza dello Stato e senza apposita autorizzazione, è soggetto ad una pena detentiva da 10 a 20 anni o alla pena di morte" (art.97 della Costituzione cubana) Dal 1959, il regime di Castro ha torturato, imprigionato, esiliato centinaia di religiosi; proibito i riti e la lettura dei testi sacri; confiscato o ridotto in rovina i luoghi di culto; negato con la violenza la libertà di fede, perseguitato e discriminato i fedeli cristiani ed ebrei. I prigionieri politici vengono murati vivi per anni interi in celle completamente buie dette "tapiadas", per sconvolgere il loro equilibrio mentale ed impedire che rivelino al mondo cosa accade a Cuba. Nell'isola ci sono 241 tra carceri e campi di concentramento. Tutte le organizzazioni umanitarie (come Amnesty International) denunciano carenze di cibo ed acqua, estese epidemie, negazione di cure mediche, percosse e torture giornaliere, che spesso provocano il decesso dei detenuti. Un sopravvissuto ricorda così l'esito di un corteo pacifico di protesta: "Ci spararono, fummo presi. A mio figlio di sette anni diedero un colpo in testa che richiese otto punti di sutura. Ci torturarono con l'elettrochoc, ci spensero sigarette sulla pelle, dovemmo marciare con scarpe di ferro. La mia famiglia è stata distrutta" A Cuba lo stato è l'unico datore di lavoro. L'istruzione è solo pubblica. Il tasso di disoccupazione supera il 40%. Il Governo trattiene il 95% del salario dei lavoratori, già così basso da attirare speculatori di tutto il mondo. Gli scioperi sono proibiti. Chi non dimostra apertamente di sostenere il regime viene espulso da scuole e università o licenziato. La popolazione subisce continue privazioni e pullulano le baraccopoli; Castro è il 10° uomo più ricco del mondo e possiede 54 residenze di lusso per uso personale. A Cuba ospedali e negozi sono di due tipi, uno riservato all'élite del Partito e ai turisti; l'altro, per la gente comune, dove non si trova il cibo, mancano le medicine, non ci sono anestetici per le operazioni. Castro sta per completare due reattori nucleari di concezione sovietica, che violano gli standard di sicurezza internazionali. In caso di esplosione, una nube radioattiva coprirebbe Cuba e raggiungerebbe l'America centrale in meno di 24 ore. Cuba è uno dei più lucrosi mercati di sesso del pianeta, protetto da un regime affamato di soldi. Ai pedofili di tutto il mondo si offrono bambini a due dollari, il salario di un mese. I cittadini cubani non possono lasciare Cuba, questo è il vero embargo. A decine di migliaia sfidano l'oceano alla volta della Florida, a bordo di fragili zattere di fortuna, attaccate e affondate dalla guardia costiera cubana. Uno su quattro ce la fa. Per i suoi familiari rimasti nell'isola, la rappresaglia è durissima. NON RESTARE INDIFFERENTE, 'CUBA LIBERA' HA BISOGNO DEL TUO AIUTO !

Sogni pericolosi.

09.02.2005 |

I sogni imperialistici del caudillo venezuelano sono una minaccia per tutto il continente. E’ possibile che scoppi una guerra latinoamericana nei prossimi anni. E, a differenza di quello che è accaduto nel secolo XX, quando tutti gli scontri si sono originati a causa di dispute di frontiera, non è da scartare che questa volta si tratti di un sanguinario conflitto multinazionale alimentato da ragioni ideologiche. Dietro a questa probabile disgrazia, come lo indicano tutti i sintomi, ci sarebbe l’irresponsabile comportamento del presidente Hugo Chavez, un caudillo illuminato che si impegna in ricostruire il continente secondo le sue fantasie rivoluzionarie. Il recente episodio di Rodrigo Granda ne è solo un campione. Granda, uno dei leader delle narcoguerriglie comuniste delle FARC colombiane, è stato sequestrato a Caracas da militari venezuelani che hanno intascato una milionaria ricompensa da parte del governo di Uribe. Granda era uno dei centinaia ( o chissà migliaia) di sovversivi colombiani che hanno ottenuto rifugio ed aiuti in Venezuela. Il tenente colonnello Chavez, con arroganza, ha chiesto spiegazione a Uribe, ma sarebbe stato più ragionevole le avesse date invece di chiederle: Cosa faceva questo sinistro personaggio in territorio venezuelano invitato ad un incontro semiufficiale e con passaporto venezuelano in tasca? Cosa ci fa la narcoguerriglia comunista colombiana accampata in territorio venezuelano e perchè i suoi leader entrano ed escono liberamente dalla cosidetta Repubblica Bolivariana? Il Venezuela ha soppiantato Cuba come quartier generale della sinistra violenta. Poche settimane fa un ex ufficiale peruano delle forze armate, Antauro Humala, dopo essersi autoproclamato discepolo di Hugo Chavez, accompagnato da varie dozzine di insorti ha preso una delle istallazioni militari, ha assassinato quattro poliziotti ed ha cercato senza esito di far scoppiare una rivolta nazionale. In ottobre 2003, il presidente boliviano Gonzalo Sanchez de Lozada è stato obbligato a dimettersi dopo una serie di disordini popolari organizzati da gruppi radicali a quanto pare finanziati dal Venezuela. A capo di queste proteste marciava Evo Morales, un dirigente cocalero indigenista profondamente antioccidentale. Allo stesso tempo Chavez sta utilizzando il fiume di petrodollari che sta entrando nel paese come risultato del prezzo dei combustibili per rafforzare la capacità offensiva del suo esercito. E’ previsto l’acquisto di 50 aerei Mig-29 alla Russia ed un numero rilevante di carri armati, elicotteri e materiale blindato. Il destino di questi equipaggiamenti è facile da dedurre: un eventuale scontro con la Colombia, finalizzato non solo a liquidare il governo “oligarchico e pro nordamericano” di Alvaro Uribe, ma anche ad iniziare la ricostruzione della Gran Colombia, quella patria grande che già Simon Bolivar aveva cercato infruttuosamente. Però questo pericoloso sogno imperialista bolivariano ha un’altro aspetto ancora più minaccioso: la guerra con il Cile per distruggere il bastione del “neoliberalismo”. Il Cile, anche se governato da democristiani o socialdemocristiani – come accade oggi dal prestigioso Ricardo Lagos-, con la sua difesa al mercato, alla democrazia ed al libero commercio internazionale, è visto come una minaccia dalla sinistra rabbiosa. Non gli perdonano il suo Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti o gli accordi presi con l’Unione Europea ed il Giappone. Neppure il successo di misure liberali del governo che hanno ottenuto una riduzione della povertà dal 42% al 18%. La Bolivia ed il Perù sono la strada scelta da Chavez per aggredire il Cile. La sua strategia consiste in risvegliare vecchie ferite della Guerra del Pacifico (1879-1883) e la perdita di territori che allora entrambe le nazioni hanno avuto, per creare un’alleanza che restauri la vecchia cartografia decimonona della zona. Questo è quello che ad alta voce difendono i chavistas tanto in Perù come in Bolivia, ma quest’obbiettivo si può ottenere solamente con la sconfitta militare del Cile grazie ad una coalizione di stati “bolivariani” capeggiati da Caracas da Hugo Chavez. Si tratta di un piano demenziale, ma non nuovo. A metà degli anni settanta Fidel Castro ideò un progetto simile per defenestrare Augusto Pinochet, dopo il golpe contro Salvador Allende nel 1973. Castro allora contava con la complicità del dittatore di sinistra peruano, generale Juan Velasco Alvarado. Pensava invadere il Cile dal nord con un esercito peruano-cubano che contava con un vantaggio logistico: entrambe le forze erano generosamente equipaggiate dai sovietici, i quali vedevano in questa avventura una perfetta occasione per aprire un fronte nelPacifico del Sud contro gli americani. Per scongiurare questi pericoli sarà necessario un’intenso lavoro diplomatico tra Stati Uniti, Messico e l’OSA, mentre paesi come il Brasile e l’Argentina decidono se si lasceranno trascinare nel conflitto dalla mano di Chavez o se attueranno con saggezza. Se la Guerra del Chaco tra il Paraguay e la Bolivia(1932-1935) ha avuto un saldo di novantamila morti, quella che il caudillo venezuelano ha tra le mani potrebbe triplicare quella quantità.

Che il Signore ci accompagni.