La verità su Cuba.
 

13 Novembre 2005
 

Un’informazione indipendente e aggiornata su Cuba la possiamo trovare su internet, solo in lingua spagnola, collegandosi al sito www.cubanet.org. Nelle pagine che i giornalisti indipendenti cubani dettano per telefono ai colleghi di Miami, leggiamo notizie da una Cuba che vorrebbe essere libera, ma che non ci riesce a causa di un regime oppressivo e liberticida. A Cuba esiste un vasto movimento di opinione che lotta per una transizione democratica e non è certo finanziato dalla CIA, come qualche commentatore interessato vorrebbe far credere. I cattolici di Oswaldo Payá, i giornalisti indipendenti, i dissidenti per i diritti umani, sono espressione di una società civile che si ribella alle angherie e ai soprusi perpetrati da una dittatura paternalista. Cuba è un regime totalitario senza neppure la parvenza di uno stato di diritto e fa impressione sentire Fidel Castro dire che «la rivoluzione è figlia di José Martí», un libertario che lotterebbe sino alla morte contro il suo regime. Mi chiedo come mai la vera società civile cubana non trova asilo sulla stampa italiana e sulle nostre reti televisive, al contrario sempre disponibili a far raccontare Cuba da Gianni Minà, che si squalifica da solo con certe affermazioni di principio. Le ridicole pagliacciate organizzate da Diego Armando Maradona fanno audience e allora la stampa italiana mostra senza remore l’ex pibe de oro in cura disintossicante per eccessi di cocaina mentre intervista l’amico Fidel negli studi di una televisione argentina. E a noi che purtroppo conosciamo la verità tocca ascoltare ancora una volta la tiritera cucinata in mille salse del “a Cuba abbiamo realizzato la migliore società possibile”, “l’uguaglianza e la solidarietà esistono”, “non ci sono differenze sociali” e amenità varie.

In questi giorni ci capita pure di leggere che le Nazioni Unite vorrebbero la fine dell’embargo contro Cuba, ma gli Stati Uniti, Israele e pochi stati satelliti si oppongono. Nessun dubbio che le Nazioni Unite facciano bene a volere la fine dell’embargo, noi siamo con loro, ci mancherebbe altro, ma il nostro solo dubbio è che sia proprio Fidel Castro a non volere la fine del blocco economico. Cosa racconterebbe dopo a un popolo stanco di mille inutili sacrifici? Come potrebbe far scoccare ancora la scintilla nazionalista antiamericana? A parte il fatto che a Cuba nessuno crede più alla favola dell’embargo, basta andare una volta sull’isola per capire che la Coca Cola (tanto per citare una cosa statunitense) scorre a fiumi e che i prodotti nordamericani si trovano. Fanno solo un giro più largo – di solito passano per il Messico – ma arrivano lo stesso a destinazione. Tutti sanno che i veri problemi di Cuba non sono l’embargo statunitense ma un regime liberticida e affamatore che si disinteressa da tempo delle condizioni di vita del popolo.

La stampa italiana parla anche dell’alternativa bolivarista rappresentata da Hugo Chavez, altro personaggio pericoloso che non ha niente di socialista e che non è neppure paragonabile a Simon Bolivar. Chavez sta al libertador come Fidel Castro sta a José Martí, questa è l’unica equazione veritiera, ma in senso negativo. Chavez è solo un populista, un aspirante caudillo, un dittatore in fieri che si ispira pesantemente al modello cubano.

La triste realtà cubana fa registrare oltre trecento prigionieri di coscienza che sono dietro le sbarre solo per aver espresso opinioni dissenzienti e per aver mosso critiche al governo di Fidel Castro. In Italia nessuno ha scritto che l’otto novembre il prigioniero di coscienza Eduardo Díaz Fuentes, appartenente al Gruppo dei 75, è stato trasferito dal carcere provinciale di Pinar del Rio alla prigione di massimo rigore “Kilo 8”, come vera e propria rappresaglia dopo il suo sciopero della fame. Díaz Fuentes sta scontando ventuno anni di galera per motivi di coscienza, solo per essere stato un oppositore del regime durante la cosiddetta “primavera nera” del 2003. Roberto Santana Rodríguez è un altro prigioniero politico al quale viene negata la possibilità di parlare con la moglie e come scusante è stata addotta una cattiva condotta carceraria. Arturo Pérez de Alejo ha 54 anni e sta scontando vent’anni di galera solo perché nel 2003 era Presidente del Movimento Escambray per i diritti umani. Omar Pernet Hernández è un altro prigioniero politico che ha fatto lo sciopero della fame per attirare su di sé l’attenzione della comunità internazionale, non certo del regime che è sensibile a certi comportamenti solo per inasprire le pene. Hernández sta scontando venticinque anni di galera perché era Presidente del Movimento dei Diritti Umani “Mario Manuel de La Peña”. Oscar Mario Gonzáles, giornalista indipendente, è stato trasferito in un carcere per delinquenti comuni, come se fosse un pericoloso assassino. Non solo, è costretto a vivere in una cella dalle dimensioni di due metri per tre, insieme a due delinquenti comuni, e non gli è consentito di leggere libri, neppure la Bibbia. Mario Gonzáles è stato incarcerato il 22 luglio 2005 senza motivazioni valide, a parte l’accusa di essere un controrivoluzionario e un pericoloso avversario politico. Ricardo Gonzáles Alfonso, altro giornalista indipendente, recentemente è stato operato d’urgenza in prigione, dove sta scontando una condanna per motivi politici dopo i fatti della “primavera nera” del 2003. Gonzáles Alfonso è Presidente della Società dei Giornalisti “Manuel Márquez Sterling” e corrispondente di Reporteros Sin Frontéras. Francisco Chaviano Gonzáles, professore di matematica, è recluso nel Combinado del Este insieme a due detenuti comuni e pure lui fu arrestato nel 1995 per motivi politici. Julio César Gálvez Rodríguez è in galera con lui e sconta la sola colpa di aver fatto il giornalista senza prima consultare le veline di regime. La realtà di Cuba è che sull’isola non si respira certo un’aria di libertà, ma l’unico vento che soffia è quello dell’oppressione verso il popolo e della repressione contro chi ha il coraggio di dissentire. Lopez Peña è una donna coraggiosa, sposa di un giornalista incarcerato, che ha fondato il gruppo apolitico delle Dame in bianco e solo per questo subisce pesanti minacce e intimidazioni da parte di fiancheggiatori del regime.

La vita degli oppositori è in grave pericolo a Cuba, su questo non c’è alcun dubbio, così come lo è quella delle Dame in bianco, mogli dei prigionieri politici che lottano con le armi del dialogo e della non violenza. Per questo hanno deciso di cambiare il colore del loro vestito dal primitivo nero in segno di lutto, al bianco come simbolo di pace. Il Parlamento Europeo, durante lo scorso mese di ottobre, ha assegnato il Premio Sacharov alle Dame in bianco, in considerazione di una loro lotta silenziosa e incruenta per la liberazione dei mariti incarcerati. In ogni caso è certo che il governo cubano negherà il visto di uscita alla delegazione e che nessuna di loro potrà andare in Europa per ritirare il premio. La stampa italiana si è quasi completamente dimenticata di questo importante evento, pure se a me pare strano dare risalto a Maradona che apre bocca a sproposito e poi non fare parola di donne coraggiose che lottano per la libertà. Eppure sarebbe importante tenere alta l’attenzione internazionale su un problema che riguarda la libertà di coscienza e i prigionieri politici.

Si parla tanto delle cinque spie prigioniere negli Stati Uniti e c’è persino qualche comico commentatore più fidelista di Fidel che li chiama “cinque eroi”. Perché non si parla anche dei prigionieri politici a Cuba? Le Dame in bianco hanno inviato un messaggio a Zapatero: «I nostri familiari non hanno commesso alcun reato, esercitavano solo il loro diritto alla libera espressione del pensiero, lottavano per i diritti umani a Cuba. Per questo ne richiediamo l’immediata liberazione». L’obiettivo delle Dame in bianco è la scarcerazione degli oltre trecento prigionieri politici che vengono quotidianamente maltrattati nelle carceri cubane, senza alcun rispetto per i diritti umani. Il Parlamento Europeo ha assegnato il Premio Sacharov alle Dame in bianco, ai Repoteros sin fronteras (certa propaganda ottusa sostiene che sono pagati dalla CIA!) e all’avvocata nigeriana Haiwa Ibrahim, tutte persone che lottano per il rispetto dei diritti umani nel mondo. Oswaldo Payá Sardiñas, lider del Movimento Cristiano Liberacíon e vincitore anche lui del Sacharov nel 2002, ha scritto al Parlamento Europeo: «Queste valorose donne sono le rappresentati della dignità del nostro popolo e rappresentano la riserva morale di una nazione che resiste pacificamente a chi è capace solo di privare della libertà di espressione». Il Premio Sacharov in passato è stato consegnato a Nelson Mandela, alle madri argentine della piazza di maggio, alla piattaforma civica spagnola “Basta ya!”, a Oswaldo Payá…. Non credo si possa dire che si tratta di gente pagata dalla CIA, a meno che non si voglia iscrivere sul libro paga dei servizi segreti statunitensi anche il Parlamento Europeo. Magari leggo il prossimo numero di Latinoamerica e sento Gianni Minà cosa ne pensa, oppure aspetto di vederlo in televisione quando gli chiedono di Cuba e lui parla del Nicaragua mentre se la ride sotto i baffi. La parola non gli manca al buon Minà, vecchia volpe del teleschermo, pure se la musica che canta è sempre la stessa e ormai non convince più nessuno.

L’Avana oltre tutto non è più il luogo sicuro e tranquillo che la propaganda di regime vorrebbe far credere: la violenza regna incontrastata nei quartieri marginali e degradati. Fidel Castro si comporta come Benito Mussolini nel ventennio fascista e a Cuba va tutto bene solo perché le notizie di cronaca nera non sono pubblicate. La pena di morte viene comminata con generosità e per i reati più banali, ma non basta ad attenuare una spirale di violenza in tragico aumento. Povertà, droga, prostituzione, sono la triste realtà quotidiana dei quartieri avaneri più poveri e disastrati. Per averne un’idea basta leggere Pedro Juan Gutierrez e la sua Trilogia sporca dell’Avana, che l’editore italiano E/O ha da poco pubblicato (finalmente) in edizione integrale. Alejandro Torreguitart Ruiz è un altro giovane scrittore che ha il coraggio di dire le cose come stanno e, se avete voglia di conoscere la vera vita cubana, potete leggere Machi di carta (Stampa Alternativa, 2003), La Marina del mio passato (Nonsoloparole, 2004) e Vita da jinetera (Il Foglio, 2005). Tutti libri che ovviamente sono vietati a Cuba, in omaggio a una concezione totalitaria e liberticida della vita politica. Non è ammessa un’opinione diversa da quella rivoluzionaria e la rivoluzione è incarnata da Fidel Castro in persona che ogni giorno spiega al popolo cosa deve pensare. L’Avana è una capitale in stato di degrado assoluto che in questo periodo vive anche un pericoloso clima di tensione. Più della metà dei suoi due milioni di abitanti devono fare i conti con una cronica mancanza di generi alimentari, acqua corrente, elettricità e servizi essenziali. A tutto questo va sommata la differenza di trattamento tra cubani e stranieri, così grande e ingiustificata al punto che un giorno non lontano forse i cubani cominceranno ad aggredire i turisti. Il contrasto tra lo sfarzo esibito negli hotel di lusso per stranieri e la miseria dei quartieri poveri è troppo evidente per non provocare rancori, odio e possibili atti di aggressione a scopo di rapina e di vendetta. Nonostante tutto i politici cubani che siedono accanto al Comandante en jefe pendono dalle labbra della sua retorica e raccontano il niente durante noiosissime trasmissioni televisive. Se Fidel Castro conserva intatto il suo carisma di uomo che - nel bene o nel male - ha fatto la storia, non altrettanto possiamo dire di gente come Abel Prieto o Perez Roque, politici che non hanno niente in comune con i rivoluzionari di una volta. Nessun politico cubano della nuova generazione merita di essere ascoltato, ripetono come pappagalli la lezione appresa dal Comandante e a dire il vero non la recitano neppure troppo bene.

La popolazione è in grande fermento all’Avana, gli animi sono sempre più caldi e la gente è ogni giorno in conflitto con la polizia, braccio armato del regime, che negli ultimi tempi spara e uccide per un nonnulla. È di questi giorni la notizia di un ragazzo ammazzato a colpi di pistola da un poliziotto perché non si è fermato all’ordine di farsi perquisire e di esibire i documenti. Il popolo avanero si è ribellato e ha protestato scendendo in gran numero sul Malecón (e di questi tempi succede spesso), ma il regime ha contrapposto come sempre un corteo di poliziotti travestiti da finti rivoluzionari. Nel mese di settembre a Santiago ci sono stati frequenti episodi di aggressioni ai negozi che vendono generi alimentari in pesos convertibili. Nel municipio avanero di Batabanó, il 28 ottobre, sono comparsi cartelli come: “Vogliamo vivere senza black-out energetico!”, “I black-out sono terrorismo!”, “Abbasso Fidel!”… La gente è stanca delle continue interruzioni di corrente elettrica che con il calore dei tropici rappresentano una vera sciagura. I ventilatori si fermano, mosche e caldo la fanno da padrone, i congelatori si bloccano, il cibo si deteriora e l’acqua diventa imbevibile. La gente è stanca delle carenze alimentari, degli stipendi inconsistenti, del lavoro obbligato per lo Stato senza una vera remunerazione e di dover rubare per campare, inventando il futuro con mille stratagemmi. Il governo risponde con il “tutto va bene” della propaganda di regime, che Fidel Castro esporta in Argentina con la complicità di Maradona. A Cuba invece si vive un periodo di repressione politica senza precedenti e le carceri cubane sono piene di dissidenti che vivono in condizioni disumane. Negli ultimi quattro mesi si registrano ben trenta nuovi prigionieri e il 25 ottobre è stato arrestato anche Daniel Ordoñez Pereira, attivista del Progetto Varela, che ha scontato un giorno di galera per aver espresso opinioni politiche dissenzienti dal pensiero del regime.

Per cercare di attirare l’attenzione della comunità internazionale e soprattutto della società civile italiana, le Edizioni Il Foglio stanno preparando la pubblicazione di un libro intitolato Versi dietro le sbarre - antologia di poesia dissidente cubana. Il volume raccoglierà le liriche di alcuni giornalisti che devono scontare pene detentive per reati di opinione come Omar Moisés Ruiz, Luis Mario Mayo Hernández e Ricardo Gonzáles Alfonso. A questi poeti si aggiungono le opere di Jorge Olivera Castello, giornalista incarcerato a lungo nelle prigioni castriste che ha da poco scelto la via dell’esilio. Le liriche sono state ottenute grazie a William Navarrete, poeta cubano in esilio a Parigi e Presidente dell’Associazione per la Terza Repubblica Cubana. La speranza è che il libro faccia aprire gli occhi a molte persone che dovrebbero occuparsi della tutela dei diritti umani. Siamo consapevoli che esistono situazioni più gravi di Cuba, ma anche la mancanza di libertà nell’isola caraibica non deve passare sotto silenzio.


Gordiano Lupi

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