Fu Castro a tradire il Che nelle memorie di Benigno.
 
Il nome di Dariel Alarcon Ramirez non dice molto a chi non conosca la storia di Cuba, più noto il suo nome di battaglia “Benigno”. E’ stato il compagno inseparabile di Che Guevara, con lui anche in Bolivia quando fu catturato ed ucciso. Un uomo che ora prova a ricordare ed a raccontare. Ci consegna riflessioni davvero importanti, che spero trovino un editore italiano interessato ai suoi cinque libri, e specialmente all’ultimo, dove racconta la rivoluzione, la conquista del potere, il tentativo guevarista d’esportare la rivoluzione in tutta l’America Latina, l’imboscata e la morte del Che, poi i suoi anni al fianco di Fidel Castro. Il 9 ottobre 1967 una raffica uccide Guevara. I boliviani gli avevano consentito di consumare un pasto, tenendolo prigioniero in una scuola, poi erano passati all’esecuzione sommaria.

Un agente della Cia aveva tentato di fermarli, ma gli ordini dei loro superiori erano precisi. Benigno, con gli altri compagni, aveva avuto la notizia dalla radio, nel mentre ancora lo aspettavano. Un colpo terribile, dopo di che cominciarono il lungo tragitto, braccati dall’esercito, per sfuggire alla morte che attendeva anche loro. Quando riuscirono a rimettere piede a Cuba, il 6 marzo 1968, dopo un viaggio infinito che li aveva portati anche a Mosca, furono accolti in modo trionfale, con un Castro commosso che volle lungamente e pubblicamente abbracciarli. Solo dopo, con il tempo, Benigno seppe che la notizia non era stata data ai cubani, che la manifestazione di giubilo era stata organizzata dallo stesso Castro, il quale, prima di ogni cosa, voleva parlargli.

Benigno non credette all’idea, diffusasi qualche tempo dopo, che a tradire Guevara fosse stato il francese Régis Debray. Anzi, ricorda che quando, dopo tre anni di carcere e le forti pressioni degli americani sui boliviani, Debray fu liberato e poté anch’egli tornare a Cuba fu quest’ultimo, a muso duro, a rimproverare Castro per l’isolamento, e forse il tradimento del Che. Ma andiamo con ordine. Benigno torna a prendere il suo posto, adesso sorretto anche da una grande fama, a Cuba, ma non rinuncia, in modo riservato, a condurre una propria indagine sugli accadimenti boliviani, e mano a mano che osserva Castro e parla con i suoi amici si rende conto che, quanto meno, nulla era stato fatto per aiutare il Che ed i suoi uomini ad uscire dalla trappola. Quanto meno. Il punto nevralgico del suo ragionamento ruota attorno ai rapporti fra Cuba e l’Unione Sovietica. Castro era un protagonista di quei rapporti, mentre Guevara era su una posizione diversa.

E’ bene ricordare quel che il Che aveva detto ad Algeri, il 24 febbraio 1965, nel corso di una seminario presieduto da Ben Bella. In quell’occasione Guevara aveva preso la parola ed aveva detto, chiaro e tondo, che c’era un’alleanza oggettiva fra due imperialismi, quello capitalista e quello sovietico, tutti protesi a dividersi il mondo in aree d’influenza, ed aveva sostenuto che contro quella realtà occorreva battersi. In ragione di quel discorso Castro volle parlargli, cosa che avvenne a Cuba, pochi giorni dopo, nel corso di un incontro tutt’altro che sereno. Terminata quella discussione, durante la quale Guevara aveva ottenuto il sostegno per le sue azioni rivoluzionarie fuori da Cuba, il Che si era ritirato a scrivere tre lettere di addio: una ai familiari, una ai suoi figli e la terza a Castro. Quest’ultima lettera non rimase riservata, perché Castro la lesse, pubblicamente, il 3 ottobre 1965. Guevara commentò: “Eccolo, il culto della personalità (…) questo mi obbliga a sparire dalla scena politica (…) non ho più niente da fare a Cuba (…) è la mia rivoluzione, ma non è la mia Cuba”.

L’esportazione della rivoluzione in America Latina, che era il sogno di Guevara, non era invece nei piani sovietici. E questo elemento deve essere considerato non solo in relazione alla morte di Guevara, ma anche per quel che avvenne in Cile. Benigno, che nel frattempo era giunto ai vertici dell’apparato interno di sicurezza, racconta dei suoi colloqui con Patricio de La Guardia, cubano che era il capo della sicurezza di Salvator Allende, e racconta che l’11 settembre 1973, quando il presidente cileno era assediato nel palazzo de la Moneda, fu proprio La Guardia a convincerlo che un presidente deve morire al suo posto, tant’è che Allende morì sulla sua sedia. Ora, però, ci sono conti che non tornano, perché in quel giorno di battaglia morirono molti cileni che difendevano il palazzo, ma non morì uno solo dei cubani che difendevano Allende. Allora, chi uccise Allende? Domanda tanto più inquietante se poi si apprende che Pinochet era in diretto contatto con i servizi cubani.

C’è un post fatto indicativo: anni dopo i fratelli La Guardia furono accusati di traffico di droga (Benigno scrive che lo facevano in totale accordo con Castro), processati a Cuba e condannati a morte. Naturalmente non poterono avere contatti con nessuno. Uno dei fratelli è stato effettivamente fucilato, ma dell’altro si sa che è ancora vivo, agli arresti in un luogo segreto, avendo avuto salva la vita dopo avere informato Castro che aveva dato ordine, alla sua morte, di rendere pubblici alcuni documenti messi al sicuro, fuori da Cuba. Nel 1981 Benigno si vede assegnare la responsabilità delle prigioni nelle province dell’Avana, Pinar del Rio, Matanzas e Suada Avana. In questa veste mette gli occhi dentro l’inferno dei campi di lavoro, delle torture e dei trattamenti disumani. Scrive di non avere mai condiviso, mai promosso, ma si rimprovera, non a torto, di non avere mai denunciato. Trova, per sé, un’attenuante: ed a chi avrei dovuto denunciare quella situazione?

E’ ancora protagonista di azioni in America Latina, su incarico riservato dello stesso Castro che gli affida materiale riservato avvertendolo: se vai a venderti a qualche diplomatico americano diventi ricco. Ma Benigno non tradisce, arriva ai vertici dello Stato e, oramai, vive in una realtà sdoppiata: da una parte è uno dei papaveri del regime, dall’altra matura la sicurezza che la morte del suo comandante fu dovuta al tradimento di Castro, nel mentre gli scorre sotto gli occhi la terrificante realtà di oppressione e miseria che affligge il popolo cubano. Ci racconta che le contraddizioni esplosero a causa dei suoi figli. Il grande lo sfidò apertamente, chiedendogli che razza di rivoluzione fosse la sua se aveva portato Cuba a non avere alcuna libertà e lui a potere essere studente modello solo se iscritto al partito unico. Il piccolo lo preoccupava per l’opposto: desideroso di imitare e compiacere il padre lo chiamava quando la televisione trasmetteva discorsi di Castro, che poi citava con soddisfazione.

Non sapeva se essere spaventato più per l’uno o per l’altro, di fatto capiva che non era possibile andare avanti. Nel marzo del 1996 chiese ed ottenne asilo politico in Francia, avendo approfittato di un viaggio di servizio per scappare, con la famiglia. Oggi parla di Cuba come di una “prigione che si apre solo per un turismo largamente sessuale”. “Mi fa male constatare che Batista, che io ho combattuto, non era peggio di Castro”. Come si vede, una memoria assai distante dall’iconografia ufficiale e largamente diffusa, redatta da un eroe della rivoluzione che il regime cubano lo conosce bene, ma molto bene, dall’interno. Si può osservare che le sue parole, come le parole di tutti, non devono essere prese per oro colato, ed è probabile che sia stato indulgente con se stesso, ma questo non toglie che il suo racconto avvalora i tanti altri racconti fattici da intellettuali, poeti, uomini e donne libere che sono dovuti fuggire da Cuba.

L’isola cui si rivolge ancora il pensiero di tanti stanchi rivoluzionari da salotto, ma dove la realtà è quella di un dittatore vecchio e feroce, nemico di ogni libertà, affamatore del suo popolo. Un problema per noi tutti, perché non si è mai uomini liberi se ai nostri simili è imposta tanta violenta mancanza di libertà.