Cuba: le prospettive per la successione di Castro


Il 13 agosto del 2006, Fidel Castro compierà 80 anni dei quali, più della metà - 48 per la precisione – trascorsi ad esercitare il suo potere su 5 generazioni di cubani. Il Líder Maximo non appare intenzionato ad “abdicare”e non designa “eredi”; ma i suoi detrattori assicurano che “non potrà vincere questa battaglia da morto”. Un dato incontrovertibile è che, in questo momento, a Cuba, nessuno ha sufficiente carisma per sostituirlo; molti analisti concordano nell’ipotizzare che il sostituto proverrà dall’esercito.

Equilibri.net (05 maggio 2006)

Attualmente, le condizioni oggettive dell’isola fanno pensare che Cuba sia più vicina ad un processo di successione che di transizione. Ufficialmente la questione della successione è ottemperata nella Costituzione, ove viene nominato Raúl Castro, fratello di Fidel, in qualità di suo successore, nel caso di “pensionamento o incapacità” del leader. Kenia Serrano, deputata dell’Assemblea Nazionale e leader del Partito Comunista non crede che vi sarà grande agitazione politica alla morte di Fidel dichiarando che “la successione è già stata preparata: il successore è Raúl e oltre alla sua persona, vi è una classe dirigente che ha appreso da Fidel il necessario per continuare la rivoluzione”. Molti sono convinti, però, che la successione non sarà così delicata. Oswaldo Payá Sardiñas, leader di un gruppo d’opposizione conosciuto come Movimiento Cristiano Liberación de Cuba e principale ispiratore del “Progetto Varela” sostiene che “dopo Fidel, nell’isola vi è un enorme rischio di instabilità e caos”.

“Parola” di Fidel

Nella sua vita, Fidel Castro, oratore infaticabile, ha concesso poche interviste e in quasi 50 anni di potere solo 4 sono state pubblicate. La quinta, concessa al direttore de “Le Monde Dipolmatique”, Ignacio Ramonet, è diventata un libro, “Fidel Castro, biografia a dos voces”, vita e pensiero del Capo di Stato cubano raccolti in 100 ore di conversazione.
L’intervista ha trattato la maggior parte dei temi relazionati col governo dell’isola, l’ascesa al potere, l’amicizia con il Che, rivelando un Fidel quanto mai disposto a svelare aneddoti e sensazioni. Unico irrigidimento del Comandante sul tema successione: “Continuerò al potere fintanto che lo deciderà la Asamblea Nacional del Poder Popular (ANPP), in nome del popolo cubano”.
Fidel ha posto l’accento su quanto dichiarato ai “compagni” della ANPP, il 6 marzo del 2003, “il mio destino non era venire al mondo per riposarmi negli ultimi giorni di vita”, promettendo di guidarli il tempo necessario “né un minuto meno, né un secondo in più”. Alle domande su come preveda il futuro di Cuba senza la sua guida e se crede che la rivoluzione terminerà con la sua morte, Castro, infastidito ha illustrato che la rivoluzione non si basa su idee “caudillistas”, né sul culto della personalità: l’ideale socialista non si concilia con il concetto di capo, né una società moderna concepisce tale idea. La rivoluzione si basa su ideali che appartengono al popolo. Fidel ha poi aggiunto che, al principio, il suo ruolo risultava decisivo in quanto doveva condurre una “guerra di idee” molto ardua, contro pregiudizi antisocialisti. Oggi, questa lotta è stata vinta dagli “ideali rivoluzionari”. In particolare, Castro ha affermato che se dovesse perire, l’Assemblea si riunirebbe per eleggere Raúl come suo successore. L’unica remora del Líder Maximo è un problema generazionale, giacché gli anni passano per tutti. Ma è stata una fortuna che coloro che hanno condotto la rivoluzione siano “sopravvissuti” a tre generazioni. Con la loro guida, sono cresciute generazioni, che hanno beneficiato della campagna di alfabetizzazione, della lotta contro il blocco (embargo) e contro il terrorismo. Pertanto, Fidel ha concluso enunciando che più che una persona, sarà una generazione a sostituire un’altra. “Per cui, nell’immediato Raúl, è poi la nuova generazione. La prima generazione, la mia, coopera con le nuove, la seconda, la terza e la quarta; proprio l’ultima mi concede maggiore speranza, bimbi prodigio, otto milioni di talentuosi fanciulli che dopo il primo anno del “periodo especial”, si dichiarano già socialisti”.

L’eredità di Fidel

Come affermato in varie occasioni, per Castro, la rivoluzione non sarà mai sconfitta. Il leader, però, ha lasciato un monito ai suoi successori: se sarà smarrito lo spirito rivoluzionario, “saremo sconfitti da noi stessi”. Le tre idee-guida, lasciate in eredità da Fidel, per la sopravvivenza degli ideali rivoluzionari sono:
1.Preservare l’autorità morale della dirigenza, mediante un comando basato sull’esempio e senza privilegi rispetto al popolo
2.Garantire l’appoggio della maggioranza della popolazione “non sulla base dei consumi materiali, ma su idee e convinzioni”
3.Impedire la nascita di una nuova borghesia, propensa ad idee pro-americane e transnazionali, oltre che incline alla corruzione
Il 23 dicembre 2005, l’ex segretario personale di Fidel, Felipe Pérez Roque, ha insistito davanti al Parlamento cubano (ANPP) sulla necessità di prestare attenzione alle parole di Fidel: la rivoluzione può essere sconfitta, non dal nemico, che ha già tentato di farlo in ogni modo, ma “dai nostri errori”. I tre anelli di difesa rivoluzionari sono descritti come la ricetta per quando la morte di Fidel “lascerà un vuoto incolmabile, che si potrà tentare di colmare solo con l’unione di tutto il popolo”, evitando “l’attrattiva capitalistica”.

Raúl Castro

Raúl, più giovane del fratello di cinque anni, era al fianco di Fidel, nel 1953, allo scoppio della prima scintilla rivoluzionaria. Mezzo secolo dopo, il taciturno Raúl è al comando delle forze militari, essendo il Ministro delle Forze Armate Rivoluzionarie (MINFAR) ed è il numero due della gerarchia politica cubana, oltre ad essere il più alto dignitario del Partito comunista dopo Fidel. Secondo molti analisti, Raúl ha piazzato da tempo ai posti di comando militari una serie di fedelissimi di modo che, in caso di morte improvvisa di Fidel, difficilmente si troverebbe la strada sbarrata. Raúl appare disposto a pattuire forme di collaborazione volte ad una transizione pacifica verso limitate libertà politiche ed economiche. Di fatto, il “giovane” Castro sembra più propenso a concedere aperture economiche, inspirate ai modelli economici cinese e vietnamita (particolarmente entusiasta delle riforme applicate da Deng Xiaopin). Alcuni economisti lo hanno definito “simpatizzante di un capitalismo economico sotto la direzione politica di un solo partito”. In ultima analisi, il numero due sembra incarnare lo sforzo di unire la vecchia guardia, rappresentata dall’ex ministro dell’Interno Ramiro Valdes, con la nuova generazione, per intenderci quella del Ministro degli Esteri, Pérez Roque. Il limite maggiore del “vecchio dinosauro”, come lo schernisce spesso la stampa statunitense, è l’assenza di carisma rispetto a Fidel e una scarsa “popolarità” fuori dell’isola.

Congetture “isolane”

Secondo alcuni analisti internazionali, la successione era già stata “minuziosamente” pianificata; tre anni fa, durante un incontro tra rappresentanti del potere militare, guidati da Raúl Castro, accompagnato dal colonnello Luis Alberto Rodriguez e da altri generali, con politici e funzionari, quali Carlos Lage, Felipe Pérez Roque, Ricardo Alcarcon, si era disegnato un “percorso viabile” per governare il paese un ventennio dopo la morte di Fidel. Si trattava di un progetto di successione “indolore” tra la sepoltura gloriosa del Comandante e la pubblica adesione irremovibile all’ideologia del Maximo Líder. Il progetto appariva fattibile: una volta sepolto con tutti gli onori del caso il Comandante (nel Cacahual con Antonio Maceo e Blas Roca o nella Piazza della Rivoluzione, secondo la tradizione leninista), si sarebbe iniziata un’apertura economica a Cina e Vietnam, maggiori relazioni con le nazioni occidentali, permettendo una timida ma graduale apparizione della proprietà privata, pur mantenendo un rigoroso controllo politico ed economico, di modo che il governo del paese non scappasse di mano. Gli eredi di Fidel volevano introdurre a Cuba un sistema “ibrido di socialismo” con elementi di mercato, fortemente controllati per lo Stato: la classe dirigente, intorno a Raúl, avrebbe avuto un controllo ferreo della macchina economica, politica e militare per garantire il perdurare del potere. Dal punto di vista ideologico, il progetto risultava congeniale col pragmatismo dei dirigenti post-perestrojka. Il punto finale della successione sarebbe stata la normalizzazione delle relazioni con gli Stati Uniti. Per raggiungere tale obiettivo, con la conseguente abolizione dell’embargo (segnale interno ed esterno di legittimazione), gli “eredi” di Castro erano apparentemente disposti a concedere 3 ricompense a Washington: il controllo dell’immigrazione clandestina, la vigilanza del narcotraffico ed una diminuzione del ruolo di Cuba come campione nella lotta anticapitalista e antiamericana. In parole povere, si sarebbe giunti ad una graduale “cordialità internazionale”, che poneva fine a mezzo secolo di discordia. Gli eredi di Castro ritenevano indispensabile una sorta di riconciliazione con gli Stati Uniti e la morte di Fidel poteva esser un buon momento per tale obiettivo.

L’eredità morale a Chávez

La strategia è stata vanificata da un “beffardo” inconveniente, quanto mai imprevedibile: l’apparizione sulla scena politica cubana di Hugo Chávez, Presidente del Venezuela.
Negli ultimi anni, si è creata una “simbiosi” tra i due leader che poggia sul convincimento della “reciproca necessità”: Chávez ha bisogno di Fidel per la sua astuzia come stratega e dei suoi burocrati per sostenere il proprio potere, mentre Castro necessità di Chávez per sostenere l’impeto rivoluzionario oltre la vicina tomba. Fidel ha sempre visto Raúl come un uomo leale, ma debole, senza troppo peso e con poca volontà (come dimostrato dalla debolezza verso l’alcool); dopo la morte, teme che i suoi pragmatici eredi possano seppellire gli ideali della rivoluzione, mentre Chávez appare un “diligente discepolo” capace di mantenere l’eterna ostilità accesa. Secondo alcuni politologi, Castro ha consegnato, simbolicamente, la “spada del marxismo-leninismo” a Chávez nella lotta per la creazione di un mondo socialista.
Questa simbiosi è stata descritta dal Ministro Pérez Roque in un discorso pronunciato a Caracas nel dicembre del 2005, ove ha dichiarato che in conseguenza del “tradimento del comunismo europeo”, l’aspirazione di “sconfiggere l’imperialismo yankee si trasferisce in America Latina”; l’asse Cuba-Venezuela si fa portatrice di tale missione e i loro leader sono la “coppia” incaricata di comandare la rivoluzione mondiale. Castro, fondatore di un radiante mondo futuro, come Lenin e Mao, investe come suo successore nella “gloriosa utopia” Chávez.
Il vicepresidente cubano Carlos Lage aveva aggiunto che “Cuba ha due presidenti: Fidel Castro e Hugo Chávez”, quasi come se fossero una sola nazione.
In un certo senso, l’investitura di Fidel apparirebbe come un modo per non permettere ai suoi “successori nazionali” di governare la rivoluzione, lasciandola in eredità ad un nuovo leader straniero, perché come sostengono i maligni “non ha trovato nessuno alla sua altezza per sostituirlo in patria”. Per gli eredi di Castro, partitari di una successione pragmatica e ordinata, la rivalutazione degli ideali di “conquista rivoluzionaria” rappresenterebbe, in un certo qual modo, una pessima notizia.

Possibili scenari: successione o transizione?

Sono molti gli esempi di dittatori che hanno tentato, infruttuosamente, di disegnare un futuro “post-mortem”, come Stalin, Salazar, Franco e Mao. Ma la “sparizione” del comandante-dittatore, spesso, è equivalsa ad una riforma profonda del Paese e della forma di governo.
La stampa estera si è occupata in vari editoriali ed articoli del tema. Particolare rilievo ha assunto l’articolo del giornalista ceco Eduard Freisler, che pur coincidendo con altri analisti nella nomina di Raúl a successore, ipotizza qualche possibilità anche per il vicepresidente Lage o per il ministro degli Esteri, Pérez Roque. Alcuni analisti non distaccano la possibilità che nell’isola si verifichi un processo analogo a quello spagnolo, in cui si ebbe un vero e proprio rigetto del franchismo. Ad un'attenta analisi, le differenze sociali ed economiche tra il regime franchista, soprattutto nel periodo in cui morì il “Caudillo”, e il presente castrista sono molto profonde, pertanto potrebbe essere un azzardo prevedere una fase di “apertura totale e indiscriminata”. Il totalitarismo cubano appare messianico e completamente differente da altre dittature totalitarie, perfino del blocco sovietico, ove “l’apparato sosteneva il regime”; a Cuba, la leadership di Fidel è il fondamento del potere in tutte le sue espressioni.
Alcuni docenti dell’Università di Miami (UM) hanno descritto il futuro di Cuba senza Fidel e con Raúl al potere: “ Ciò che avverrà, sarà una successione e non una transizione”, secondo quanto affermato da Jaime Suchlicki, direttore dell’Istituto di studi Cubani della UM. “La transizione è poco probabile nel breve periodo; appare certo che Raúl Castro beneficerà dell’appoggio delle istituzioni militari e del Partito Comunista. La transizione sarà postuma”.
La transizione implica concertazione e dialogo, e la convinzione previa che lo “status quo” senza Fidel sarebbe ingovernabile. Da più parti è avvertita l’esigenza di una transizione politica che eviti la decomposizione dell’ordine stabilito. Morto Fidel, i riformisti dovranno spingere per un dialogo nazionale ed aperto con i membri dell’Assemblea Nazionale e del Partito Comunista.

Casi “estremi”

L’idea di un conflitto armato appare il peggiore scenario possibile per la transizione post-Castro, e sicuramente il più drammatico poiché come ha dichiarato Kenia Serrano “se vi sarà un intervento armato, combatteremo immediatamente; in ogni angolo del Paese, vi è gente disposta a combattere per difendere gli ideali rivoluzionari”.
I dissidenti assicurano che dialogo e riconciliazione saranno la base per un cambiamento graduale della società cubana verso una democrazia più aperta e “occidentale”. Ma i più “estremisti” ipotizzano che, alla morte di Fidel, possa verificarsi un’insurrezione popolare nell’isola. In quel caso, prevedono un intervento degli esiliati che giungerebbero in massa (dalla Florida) per unirsi ai rivoltosi e reclamare le proprietà confiscate dalla rivoluzione. Continuando con questa “alchimia di fantapolitica”, prevedono lo svolgimento di libere elezioni e l’incriminazione di Raúl e altri esponenti del regime per “crimini contro l’umanità”; il sistema sociale cubano, elogiato finanche dall'ex presidente statunitense Jimmy Carter durante la sua storica visita a la Avana, si dissolverebbe con l'introduzione dell'economia di mercato.
Altrettanto inquietante appare un ultimo scenario: Raúl non sopravvive a Fidel o “sparisce” dalla scena politica prima del dittatore stesso; a quel punto potrebbe scatenarsi una lotta intestina nel Partito comunista tra la fazione moderata del vice presidente Carlos Lage e gli ortodossi del ministro degli Esteri Pérez Roque.

USA-Cuba

In molti, nell’isola e non, guardano con interesse alla successione. Il National Intelligence Council (NIC), centro d’analisi statunitense che elabora previsioni sulla base dei rapporti della CIA, ha aggiunto Cuba tra i Paesi a “rischio instabilità nel breve e/o nel largo periodo”, stimando un livello d’attenzione medio e prevedendo un cambiamento in un periodo imprecisato tra un biennio e un quinquennio. La preoccupazione è alimentata dal problema successione: Raúl Castro, successore designato, non appare sufficientemente forte da poter garantire il proseguimento del disegno castrista o una svolta democratica al regime. Raúl, appare disposto a forme di collaborazione che condurrebbero ad una transizione pacifica verso limitate libertà politiche ed economiche, in un contesto che, però, non soddisfarebbe nessuno.
Il segretario di Stato Condoleezza Rice ha deciso di convocare una Commissione – alla stregua di quella che nel 2004 elaborò sanzioni più severe contro Cuba (introducendo restrizioni alle visite dei cubanoamericani ai propri familiari nell’isola) - per discutere il post-mortem di Fidel. L’amministrazione Bush ha così creato una Commissione di Assistenza per “Cuba Libera” con la finalità di accelerare la transizione pacifica e democratica dell’isola, in un periodo definito di “agonia castrista”. Caleb McCarry è stato nominato “coordinatore della transizione” e il suo operato consisterebbe nel favorire una possibile transizione ed aiutare i cubani a “recuperare la libertà perduta dopo anni di dittatura brutale”. L’obiettivo di fondo di McCarry è assicurare che né Raúl Castro, né nessuno degli altri pretendenti, dal vicepresidente Lage al ministro degli Esteri, Pérez Roque, possano continuare l’operato di Fidel. McCarry ha dichiarato che “stiamo appoggiando un processo di transizione che aiuti i cubani a recuperare la sovranità sottratta e ad avere, il prima possibile, libere e giuste elezioni”.

Conclusioni

Attualmente, una successione politica appare la cosa più prevedibile per il futuro di Cuba: Castro gode di una apparente lealtà di chi desidera succedergli, il che implica rispetto per le sue decisioni e per la Costituzione. Inoltre, Raúl può contare sull’appoggio dei militari, provenendo dalle loro file, e dei quadri del Partito comunista, dettaglio da non sottovalutare. Oltretutto, non è da escludere che con Raúl si potrà avere una maggiore apertura, in quanto secondo molti il fratello minore di Fidel ha sempre sognato di creare un amministrazione più razionale ed efficiente, meno dogmatica e combattiva. Invece, allo stato attuale delle cose, la tanto bramata (da parte degli USA) transizione, cui requisito basico è il dialogo politico, un dibattito aperto e franco, non appare viabile, bensì pericolosamente prematura.