La letteratura sotto il regime castrista.
 

Letteratura e censura a Cuba
29 Aprile 2006
 

La Rivoluzione trionfa nel 1959 e a partire da quella data comincia una politica di censura ufficiale da parte del regime, che cala come un’ombra sopra le idee libertarie e indipendenti. Cuba si distingue sempre più per intolleranza e totalitarismo, sullo schema di altri governi monarchici e dispotici, unificando la Rivoluzione sotto il potere di un solo uomo. Fidel Castro, il 14 giugno del 1961, dice agli intellettuali cubani: «Dentro de la Rivolución todo, fuera de la Revolución nada». (“All’interno della Rivoluzione tutto, fuori dalla Rivoluzione niente”). Parole che segnano l’indirizzo della politica ufficiale del regime dell’Avana sino ai giorni d’oggi. Nessuno può avere un punto di vista diverso da quello ufficiale e non c’è artista o scrittore che possa esprimere liberamente la realtà cubana.

Il regime non cessa di propagandare lo sviluppo della cultura e della Rivoluzione, mentre ha creato solo una pseudo cultura perché i veri intellettuali liberi sono fuggiti dal paese. A Cuba esiste una politica di censura ufficiale che obbliga all’obbedienza le case editrici e che dimostra una completa mancanza di libertà di espressione. Fidel Castro, nel 1972, durante una riunione con diversi editori, ha affermato che a Cuba circolavano molti libri che non meritavano di essere pubblicati. Queste parole confermano la demagogia dei discorsi che da sempre assicurano una teorica libertà, di fatto inesistente. La censura ufficiale permane e, pure se Fidel Castro afferma il contrario, è impossibile negare che la libertà intellettuale viene costantemente violata.

Nel febbraio 1998, durante la Settima Fiera Internazionale del Libro dell’Avana, Fidel Castro ha sostenuto che a Cuba non esistono libri proibiti, ma che manca il denaro per comprarli. Sono parole che meravigliano, se si pensa che molti intellettuali cubani nascondono in casa molti libri che per il governo sono politicamente scorretti e di conseguenza proibiti.

La dissidenza interna al regime sta portando avanti il progetto delle biblioteche indipendenti, un’alternativa culturale che rompe il controllo assoluto dell’informazione da parte del regime. Questo progetto è stato creato da Berta Mercidor e Ramón Humberto Colás e riesce a ritagliare uno spazio culturale dove le persone possono incontrare la letteratura vietata nelle biblioteche statali. Sono state fondate le biblioteche indipendenti José Ángel Buesa e Juan Gualberto Gómez, una in Città dell’Avana e l’altra in provincia di Pinar del Rio. Per non danneggiare chi teme ritorsioni da parte della polizia politica, i creatori del progetto si fanno carico di portare i libri (nascosti in un borsone) all’indirizzo del richiedente. Tanti bibliotecari indipendenti hanno aderito a questa iniziativa con entusiasmo e si sono trasformati in vere e proprie biblioteche ambulanti. In questo modo la cultura censurata arriva fino al più recondito luogo di Cuba e il popolo può conoscere autori proibiti come: Guillermo Cabrera Infante, Leví Marrero, Lydia Cabrera, Reinaldo Arenas, Heberto Padilla, Gastón Baquero, José Ángel Buesa, Lino Novas, Martín Luther King, Eugenio Florit, Raúl Rivero. Tra questi scrittori troviamo molti cubani che hanno scritto opere eccellenti e che hanno dato un grande contributo alla letteratura universale. Eppure si tratta di scrittori sconosciuti nel paese di origine che non permette la diffusione di opere non allineate. Questi autori cubani non vengono pubblicati in patria perché definiti gusanos (vermi), appellativo con il quale la cultura ufficiale bolla i cosiddetti controrivoluzionari. Fidel Castro dovrebbe leggere José Martí (che spesso cita a sproposito) quando scrive: «Saper leggere vuol dire essere in grado di andare avanti». Di fatto accettare la cultura alternativa aumenterebbe il grado di conoscenza del popolo, ma si sa che al governo cubano non piace chi ha il difetto di pensare troppo con la sua testa.

La cultura alternativa a Cuba circola grazie al progetto delle biblioteche indipendenti che portano nelle case scrittori proibiti dalla cultura ufficiale. Si tratta di un progetto che rappresenta uno spazio di sviluppo culturale importante per il futuro di Cuba, perché nelle biblioteche indipendenti si insegna la democrazia e il rispetto della libertà intellettuale. Il regime dell’Avana teme il potere dei libri perché ha sempre avuto paura della verità che può far aprire gli occhi al popolo. Per questo nel discorso del 1961, Castro ha detto che si possono pubblicare solo cose in linea con la Rivoluzione. Niente di nuovo sotto il sole. Un libro che parla di valori universali, libertà e democrazia, può essere molto pericoloso per una dittatura. Basta vedere quanto è accaduto nella Russia di Stalin, nei paesi dell’Est e nelle dittature di destra dell’America del Sud. Hitler ha bruciato molti libri, ma Fidel Castro non è stato da meno, perché ha fatto scempio di troppa cultura cubana classificata come controrivoluzionaria. Il governo cubano teme ogni spazio libero che può far conoscere al popolo come stanno le cose. La censura non colpisce solo autori cubani come Reinaldo Arenas e Heberto Padillas, ma pure le opere di Vargas Llosa, uno dei più importanti scrittori sudamericani. Lo scrittore peruviano ha criticato Fidel Castro e il suo regime illiberale e il lider maximo non è tenero con chi lo riprende. Octavio Paz è proibito perché nel suo libro Labirinto de la Soledad, non risparmia critiche al sistema di Fidel Castro, pure se in un primo momento lo aveva appoggiato. A Cuba nessuno conosce Carlos Ranger, uno dei migliori scrittori dell’America Latina, morto suicida alla fine del secolo scorso. Ranger ha scritto: Buen Salvaje, Buen Revolucionario, un saggio che ogni cubano dovrebbe leggere. Il libro spiega che i problemi dei popoli latinoamericani non dipendono tanto dagli Stati Uniti d’America, quanto da un’incapacità a governare e da una pericolosa tendenza al caudillismo. Altri problemi dei paesi dell’America Latina sono la corruzione, la mancanza di responsabilità nei confronti del popolo e il furto generalizzato.

A Cuba, dopo il 1959, sono scomparsi misteriosamente saggi come quello di Eudocio Ravines, un comunista che vide con i propri occhi i primi anni del potere sovietico e li descrisse ne La Gran Estafa. Questo libro è una delle tante opere bruciate da una censura eccessiva e aberrante che non si cura dell’importanza di uno scrittore, ma solo delle cose che dice. Se un domani Gabriel Garcia Marquez condannasse la politica dittatoriale di Fidel Castro, le sue opere verrebbero additate come controrivoluzionarie. Non solo, le distruggerebbero nel corso di comiche tavole rotonde televisive, dove ridicoli politici che si abbeverano alle parole di Castro prendono di mira il nemico del momento. Questo tipo di trattamento è stato riservato persino a Václav Havel, definito servo dell’imperialismo per aver lottato contro il comunismo e aver difeso la democrazia. Per lo stesso motivo a Cuba non si conosce l’opera del saggista John Milton, colpevole di aver descritto l’importanza dell’Inghilterra nel periodo dello sviluppo industriale. Molti scrittori sono proibiti soltanto per aver raccontato la verità e tra questi possiamo citare Alexander Solschenizyn, premio Nobel per Arcipelago Gulag, libro proibito e misconosciuto. Solschenizyn è stato il primo a raccontare le nefandezze del sistema sovietico e a denunciare i mali del comunismo, ma a Cuba non se ne sospetta neppure l’esistenza. Albert Camus è un altro Premio Nobel che il regime non ama, forse perché eccessivamente liberale e democratico. Enrique Miret è uno studioso di sociologia spagnolo che a Cuba nessuno conosce, così come Fernando Sabatér Basco, entrambi per le loro posizioni critiche verso il regime. Fidel Castro, come tutti i dittatori, teme la cultura e vuole tenere il popolo nell’ignoranza, abbeverandolo alle bugie propagandistiche degli scrittori di regime.

Troviamo lo stesso fenomeno della censura anche nel cinema, nella musica e nelle arti figurative. Ci sono film che a Cuba non si possono vedere perché giudicati immorali e fuori dalle regole della Rivoluzione. Negli anni Sessanta ascoltare i Beatles era considerato il massimo del deviazionismo e bastava quello per finire in galera o in un campo di rieducazione e lavoro. I giovani che cantavano musica rock e che imitavano i Beatles venivano condannati come controrivoluzionari. Adesso le cose sembrano cambiate perché il regime ha fatto costruire una statua nel Parquet de los Obreros in onore di John Lennon. In realtà quel monumento in bronzo è soltanto un’attrazione turistica, perché Fidel Castro non ha cambiato opinione sulla musica che viene dal Nord America e soprattutto sul rock. Tra i cantanti proibiti del passato ricordiamo José Feliciano, Paul Anka e molti altri, soprattutto quelli che cantavano in inglese, la lingua del nemico. Ci fu un periodo in cui ascoltare musica inglese era considerato un delitto ideologico. Il regime cercò di insegnare al popolo la lingua russa e una cultura così lontana dal modo cubano di intendere la vita. La televisione trasmetteva pessimi cartoni animati sovietici e i bambini dovevano guardare quelli al posto del vecchio Topolino della Disney.

A Cuba ci sono 318 biblioteche pubbliche, alcune si trovano nelle università, altre nei centri scolastici, però sono biblioteche che non offrono un ampio spettro di informazioni, a causa della censura letteraria. I piani 13 e 14 della Biblioteca Nazionale José Martí, ubicata accanto agli uffici di Fidel Castro e suo fratello Raúl, sono soprannominati El infiernillo, perché conservano i testi proibiti dal regime per motivi ideologici. Non è una situazione molto diversa che ai tempi della Inquisizione, quando la Chiesa concentrava le opere proibite per motivi religiosi e subito dopo le bruciava. Provate a domandare a un professore dell’Università dell’Avana se conosce le opere di Leví Marrero, Reinaldo Arenas, John Milton, Lino Novas, Gastón Baquero, Adam Michnik, Álvarez Guedes o Paul Jonson. Di sicuro nessuno di questi nomi gli suonerà familiare. Ed è davvero incredibile. Da notare che tra i contemporanei nessuno conosce Armando Rivas e Carlos Alberto Montaner, autori pubblicati in Spagna ma non a Cuba.

A Cuba tutto viene politicizzato. Persino la Carta Universale dei Diritti Umani è un documento proibito per il popolo, che non ne conosce neppure l’esistenza. Naturale, visto che Cuba è indicata come uno dei paesi che meno rispetta i diritti umani…

La censura del regime ostacola la diffusione di certi documenti, al punto che alcuni dei bibliotecari sono stati condannati solo per aver dato in prestito la Carta Universale dei Diritti Umani.

Il regime esercita la repressione senza che esista una legge che impedisce di offrire libri al pubblico e di possedere libri di un certo tipo. Il regime sostiene che non ci sono libri proibiti ma di fatto condanna chi diffonde opere contrarie alla politica rivoluzionaria. Il 16 novembre del 1999, Fidel Castro ha firmato all’Avana una carta che lo impegna insieme agli altri governanti latinoamericani per la libera circolazione del libro in America. Si vede che Castro intendeva solo i libri che piacciono a lui, dato che durante la Primavera Nera del 2003, molti intellettuali sono stati condannati solo per il possesso dei libri di Raul Rivero e di altra letteratura proibita. Alla dogana è storia recente che molti libri contrari alla ideologia del governo vengono regolarmente sequestrati. Un esempio per tutto è il saggio Contro tutte le bandiere, scritto da un certo Martin Luther King, un pericoloso imperialista…

Uno dei modi migliori per favorire un cambio di governo a Cuba (voluto dai cubani, certo, e non favorito da fattori esterni) è proprio quello di far circolare un buon numero di libri proibiti e di sana controinformazione. Il popolo cubano deve essere messo in condizione di sapere come stanno le cose e deve conoscere la verità attraverso la lettura. Il libro può essere il miglior alleato per costruire un futuro democratico a Cuba.


Gordiano Lupi