Storia della colonia italiana a Cuba.
 

La presenza italiana nella “Perla de las Antillas” ha origini lontanissime. Si ha, infatti, traccia di uno stanziamento di italiani a Cuba sin dagli inizi del secolo XVII, quando tra il 1605 ed il 1610 fu fondata, nella parte estrema occidentale dell’isola, la cittadina di Mantua ad opera di marinai italiani (liguri e veneti) reduci dal naufragio del brigantino Mantova [1]. Tuttavia si è deciso di prendere come parametri di ricerca gli anni compresi tra il 1884 ed il 1902 in quanto le due date rappresentano tappe fondamentali rispettivamente per il tentativo di organizzazione della comunità italiana all’Avana e per l’isola di Cuba. Cuba non rappresentò mai una meta ambita per l’emigrante italiano e non poteva essere diversamente a causa della crisi politico-economica in cui versava l’isola e tutto l’impero spagnolo in via di dissoluzione. La prima guerra d’indipendenza (1868-1878), la così detta guerra dei dieci anni, conclusasi con il “Patto di Zanjón”, e la “Guerra chiquita” (1879-1880), avevano messo in ginocchio l’economia coloniale della produzione della canna da zucchero e del tabacco. Il “Patto di Zanjón” aveva inoltre affrancato 200.000 schiavi di colore che destabilizzarono la struttura della società spagnola a Cuba, dove imperavano già disoccupazione, banditismo e malattie endemiche mortali come la febbre gialla [2]. Inoltre Madrid cercava di favorire l’immigrazione nell’isola dei soli peninsulares spagnoli a discapito dell’immigrazione straniera, nel tentativo anche di contrastare l’indipendentismo cubano. Un ritratto desolante quindi, che avrebbe scoraggiato chiunque avesse voluto tentare la fortuna emigrando a Cuba. Ma, nonostante ciò, visse e si sviluppò nell’isola una piccola comunità di italiani, o per meglio dire una colonia, usando il termine impiegato all’epoca per descrivere i nuclei di italiani emigrati all’estero. Si trattò di una emigrazione sporadica che si amalgamò per lo più con la popolazione locale sino a perdere la propria identità nazionale od abbandonò l’isola per le sue difficili e problematiche vicende politiche. Non è stato purtroppo possibile ottenere un elenco dettagliato dei cittadini italiani residenti a Cuba nel periodo preso in considerazione poichè non si è trovato presso l’Archivio storico-diplomatico del Ministero degli affari esteri, nonostante ripetute ricerche, il registro del consolato italiano all’Avana, che sembra essere stato smarrito. Ci siamo così affidati a fonti alternative secondarie, ma non per questo meno importanti, per avere un quadro più fedele possibile della situazione. Gli italiani a Cuba soffrirono, come molti altri emigrati in Paesi dove non vi fossero flussi migratori di rilevanza o commerci significativi, dei disagi causati dall’affidamento della loro tutela e protezione ad agenti consolari di altra nazionalità. Il consolato italiano dell’Avana era infatti retto nel 1883 dallo spagnolo Manuel Rodríguez Baz, contemporaneamente console anche del Portogallo. Una circostanza piuttosto insolita questa se si pensa che invece, a capo del consolato di Santiago di Cuba vi era sin dal 1872 un console onorario italiano (Bottino Luigi). Sarà proprio la cattiva gestione degli interessi italiani da parte di Rodríguez Baz a spingere la piccola comunità italiana “habanera” a redigere il 10 febbraio del 1883 una formale petizione diretta al Ministro degli esteri Stanislao Mancini affinchè fosse affidato il consolato italiano al medico chirurgo Enrico Maiolino “padre filantropo di tutti i bisognosi [3]”. La richiesta si concludeva con le firme di 76 sudditi italiani di cui 43 firmavano con una croce [4]. Non sappiamo quando questi italiani giunsero a Cuba né che tipo di professione esercitassero, ma si desume che dovessero essere per lo più piccoli commercianti operai o braccianti. Dal Ministero degli esteri non giunse nessuna risposta, il che spinse alcuni componenti della comunità a fondare un anno dopo nel 1884 all’Avana l’”Associazione Generale di Mutuo Soccorso” nel tentativo di salvaguardare i propri interessi e tutelare i numerosi indigenti che non potevano contare sull’aiuto diretto dell’autorità consolare italiana. L’Associazione, che aveva sede nella zona centrale dell’Avana in calle Amargura 54 (via tutt’oggi esistente), sopravviveva grazie alle donazioni dei soci ed almeno sino al 1896 aveva concluso il suo bilancio in attivo (800 lire in entrata e 692 in uscita) con un patrimonio sociale di 1.467 lire e 40 centesimi [5]. Una nuova richiesta per la nomina di un console di nazionalità italiana venne inoltrata il 13 giugno del 1884 dalla stessa Associazione, questa volta denunciando con gravi e circostanziate accuse l’operato di Rodríguez Baz. Nello specifico la comunità denunciava il console ad interim di essersi rifiutato nel maggio 1884 di riconoscere come legittimo erede Lorenzo Viglienzoni, giunto appositamente dall’Italia con tanto di lettera del console generale italiano a Madrid per prendere possesso dell’eredità lasciatagli dallo zio, deceduto nel 1879 nel mandamento di Paso Real San Diego; di non aver mai fatto giungere a destinazione le 1.985 lire raccolte dalla colonia nel novembre del 1882 per aiutare gli alluvionati del nord Italia e per la costruzione di un monumento a Garibaldi a Genova, ed infine per non aver aiutato l’operaio italiano Giuseppe Guardelli dopo che era stato accoltellato e derubato in una via dell’Avana. Tutta una serie di fatti che rendevano, secondo la comunità “incompatibile il prolongamento in carica di un uomo che malviso per la sua condotta all’intera colonia italiana non potrebbe che eccitare il giusto risentimento di quanti italiani vivono in quest’isola e nel cui petto è sempre acceso il sacro onore di Patria [6]”. Ma anche questa volta gli appelli caddero nel vuoto. In occasione della visita nel porto dell’Avana del Regio incrociatore Flavio Gioia nel gennaio del 1887, il presidente dell’Associazione Generale, il marmista toscano Pietro Pelliccia, chiese al comandante dell’incrociatore, Eugenio Grandville, che intercedesse presso il Ministero degli esteri affinchè la richiesta della colonia fosse esaudita, inviando un mese dopo una nuova lettera al Ministro Depretis [7]. Il comandante Grandville appoggiò la richiesta del Pelliccia, non solo perché convinto della necessità che le rappresentanze consolari dovessero essere affidate a consoli italiani di carriera od onorari (molti sono i rapporti del Grandville al Ministero degli esteri in questo senso anche per altre comunità italiane nelle Antille), ma anche perché in quel periodo si stava pianificando lo sfruttamento di una corrente d’emigrazione dall’Italia verso Cuba. Proprio infatti durante la permanenza del Flavio Gioia nel porto cubano, era stato stipulato un contratto tra il Banco de Crédito Territorial Hipotecario de Cuba ed il Banco di Credito e Sconto di Napoli per favorire l’immigrazione diretta dall’Italia. L’intenzione sarebbe stata quella di sostituire gli schiavi affrancati, nelle piantagioni di tabacco per la raccolta stagionale, con braccianti italiani provenienti dall’Italia. A tal riguardo Grandville si espresse assai negativamente in una nota diretta al Ministero degli esteri sottolineando come in generale non fosse da auspicarsi l’emigrazione in paesi come Cuba dove “l’abolizione della schiavitù fu accettata a malincuore ed ove non è dimenticato il sistema di oppressione verso il lavoratore obbligato [8]”, descrivendo tra l’altro l’Avana come la città della corruzione per eccellenza, nella quale omicidi, aggressioni, ricatti e sequestri erano all’ordine del giorno, per di più restando impuniti. Comunque il progetto in questione non ebbe alcun seguito e forse non tanto per l'intervento ed i commenti negativi di Grandville, ma più probabilmente per i precedenti tentativi, anche da parte di altre nazioni (come la Germania) che erano clamorosamente falliti [9], e che dovettero pesare sull’annullamento della speculazione in oggetto. Un anno dopo l’ultima richiesta della colonia, fu nominato un nuovo console all’Avana. Si trattava del cavalier Giuseppe Pirrone, questa volta finalmente un console di carriera. Pirrone, che ricoprirà solo per circa un anno l’incarico, essendo sostituito dal console di prima classe Giovanni Luigi Avezzana nel luglio del 1889 [10], farà in tempo a rispondere al formulario della “circolare Damiani” diretta a tutte le legazioni e consolati italiani in America, vertente sulla relazione tra emigrazione e scambi commerciali [11]. Il rapporto del console Pirrone mise in evidenza senza mezzi termini che le condizioni di Cuba non avrebbero permesso lo sviluppo né di una proficua immigrazione, né tantomeno la creazione di scambi commerciali, data la politica protezionista spagnola e la preponderante presenza degli Stati Uniti che commercialmente, secondo Pirrone, avevano già annesso l’isola. Per questi motivi il diplomatico riteneva che l’esigua colonia italiana non fosse chiamata ad “avere in breve avvenire verun sensibile aumento [12]”. Come abbiamo detto Pirrone sarà sostituito di lì a poco dal console Avezzana, un personaggio che sarà oggetto di numerose contestazioni da parte della comunità italiana nei primi anni novanta, pur avendo un curriculum professionale di tutto rispetto [13]. Una di queste proteste, rivolte naturalmente al Ministero degli esteri, dove si censurava aspramente Avezzana e la nomina di un vice-console (Gustavo Della Luna) [14], fu sottoscritta ancora una volta da vari cittadini italiani residenti all’Avana, particolare interessante questo, in quanto tra i firmatari [15] (che non si qualificarono, si badi bene, come appartenenti alla citata “Associazione generale di mutuo soccorso”), non vi figura nessuno di coloro che firmarono la petizione contro Rodríguez Baz nel 1883. Dopo dieci anni quindi, la composizione della colonia italiana sembra essersi modificata totalmente. Ciò ci spinge a formulare diverse ipotesi. Può significare ad esempio che la comunità italiana fosse esasperatamente “atomizzata” e che si riunisse solo sotto determinate necessità o che vi fosse un ricambio periodico di immigrati che non si insediavano stabilmente nell’isola per le già citate difficoltà od anche perché essi aderivano a quel tipo di immigrazione che proprio nel caso di Cuba è stata definita, una emigrazione stagionale o “golondrina” [16] (come le rondini), cioè emigranti, siano essi braccianti, operai o commercianti, che si recavano a Cuba solo in periodi limitati e determinati, sfruttando ad esempio l’inizio dei raccolti, per poi ritornare in luoghi più vivibili. Sino ad ora ci siamo essenzialmente occupati solo della presenza di italiani nella città dell’Avana, ma naturalmente la colonia si estendeva anche in altre parti di Cuba, non si spiegherebbe altrimenti lo stabilimento di agenzie consolari a Matanzas, Cienfuegos e Santiago de Cuba (le prime due rette da agenti spagnoli). Nell’estate del 1896, quando già da più di un anno Cuba era sconvolta dalla seconda guerra d’indipendenza iniziata il 25 febbraio 1895, il nuovo console all’Avana, conte Mario Compagnoni Marefoschi, scrisse una relazione assai importante ai fini del nostro lavoro. Dopo aver anch’egli profuso dettagli sulle precarie condizioni dell’isola e la sua completa inadeguatezza per una immigrazione [17]affermò: “Nel registro dei nazionali di quest’ufficio si trovano inscritti più di tremila italiani. Questa cifrà però è esagerata a causa delle morti, delle partenze e della mancanza di nuovi arrivi negli ultimi anni. Gli italiani tutt’ora residenti in Cuba debbono essere tra i 1500 e i 2000, con tendenza a diminuire, viste le partenze di ogni giorno per gli Stati Uniti e per l’Italia. Le occupazioni principali cui si danno i nostri connazionali sono quelle di piccoli industriali e di venditori ambulanti. Vi è pura qualche casa importatrice. Non mancano artieri, operai, impiegati e commessi. Pochi sono i contadini che si dedicano alla coltura della terra; però una certa quantità ne viene impiegata nelle piantagioni della canna da zucchero durante l’epoca del raccolto, in qualità di addetti alle macchine, sorveglianti, conduttori, facchini”. Le cifre riferite da Marefoschi non sembrano essere del tutto credibili (peccando forse in eccesso), e porta comunque a riflettere il fatto che neanche egli sapesse esattamente quanti italiani fossero presenti nell’isola durante il suo incarico, il che poteva essere dovuto o ad una poco efficiente gestione del consolato o ad un flusso migratorio in qualche modo non propriamente controllabile. L’accenno ai lavoratori stagionali deporrebbe per quest’ultima tesi. Per ciò che riguarda una’altra fonte d’immigrazione “sommersa”, non sono da sottovalutare neanche le miniere di ferro, rame, piombo e manganese nella Provincia d’Oriente appartenenti a compagnie statunitensi, come la Pennsylvania Steel e la Bethelehem Iron Company, le quali preferirono impiegare, sia durante gli anni ’80 e ’90 che immediatamente dopo l’indipendenza, come minatori, ed anche semplici operai, numerosi italiani immigrati negli Stati Uniti e già esperti nel settore minerario, piuttosto che reclutare personale locale [18]. Eloquenti sono le notizie fornite da due periodici dell’Avana (El Avisador Comercial e il Diario de la Marina) i quali nel giugno del 1890 annunciarono che la compagnia nordamericana Sigua Iron Company, dopo l’acquisto di alcune miniere nella Provincia d’Oriente avrebbe costruito un porto artificiale nella Baia di Sigua, utilizzando maestranze italiane. Nell’ottobre dello stesso anno il Diario de la Marina riferì dell’arrivo a Santiago di Cuba di un certo ingegner Smith assieme a 95 operai italiani destinati allo sfruttamento delle miniere della stessa compagnia [19]. Non sappiamo che cosa ne fu di questi italiani, ma è probabile che essi avessero acquisito la cittadinanza statunitense e che forse fecero ritorno negli Stati Uniti quando la situazione si rese insostenibile a causa della guerra d’indipendenza e di quella ispano-americana poi. La seconda guerra d’indipendenza cubana, ed in seguito la guerra ispano americana (iniziata il 24 aprile 1898) fornisce diversi piani di ricerca e nuovi elementi sugli italiani nell’isola caraibica. Sulle vicende degli italiani che si arruolarono tra le fila dell’”ejército libertador cubano” e sulla solidarietà italiana per la libertà di Cuba sono stati già compiuti studi a sé stanti ed a cui rimandiamo [20]. Tra i volontari italiani partiti dall’Italia qui basterà ricordare il dottor Francesco Federico Falco (1866-1944), Guglielmo Petriccione (1873-1954) ed Oreste Ferrara Marino (1876-1972), figure che ricopriranno, dopo la guerra d’indipendenza, incarichi scientifico-politici di rilievo presso la neocostituita repubblica cubana. In special modo Ferrara sarà uno dei personaggi più in vista della politica cubana sino all’avvento della rivoluzione castrista [21]. Ma di altrettanto interesse sono gli italiani che, già stabilitisi a Cuba, furono coinvolti più o meno loro malgrado nell’insurrezione antispagnola. La Consulta, ed in taluni casi anche lo stesso Parlamento [22], si interessò infatti a diversi sudditi italiani che furono arrestati con l’accusa di aver aiutato gli insorti, ed anche, attraverso il Consiglio del Contenzioso Diplomatico, a coloro che lamentarono danneggiamenti alle proprietà e ad attività commerciali a causa degli aventi bellici, reclamando una congrua indennità. La pena riservata per i mambises cubani era la fucilazione, o nei migliori casi il deferimento al tribunale di guerra con il conseguente internamento nelle carceri delle isole Chafarinas o di Ceuta. Il Ministero degli esteri si interessò affinchè ad alcuni italiani catturati dagli spagnoli, con l’accusa di aver collaborato con gli insorti, fosse risparmiato questo destino. Tali sono i casi del diciassettenne Manuel Zitto Betancourt, nato da madre cubana e padre italiano, incarcerato a Santa Clara nel 1896 [23], dei fratelli Enrico ed Edgardo Palma originari di Cascina nella provincia di Alessandria, commessi di farmacia, arrestati all’Avana per aver fornito medicinali ai ribelli, od infine di Mario Divizia, un personaggio misterioso dai trascorsi poco cristallini [24]. Su quest’ultimo italiano come per i fratelli Palma esiste una fitta corrispondenza tra l’ambasciatore italiano a Madrid Renzis, il console Marefoschi ed il Ministro degli esteri, grazie all’intervento dei quali fu evitato il peggio poiché il Divizia fu processato a Barcellona da un tribunale ordinario ed i fratelli Palma furono espulsi riparando poi in Costa Rica. Certamente i casi sopra citati non possono costituire esempi dell’emigrante italiano tipico, rientrando in quell’emigrazione semi-clandestina che sfuggiva al controllo, seppur a fini statistici, del Ministero degli esteri. A questo proposito va ricordato che non solo il console Marefoschi, interrogando personalmente i Palma sulle accuse loro rivolte ottenne pochissime risposte, spiegandosi questa reticenza “col timore di compromettere altri complici, probabilmente italiani, che dalla confessione potevano risentire grave danno [25]”, ma il Ministero dell’interno, dopo aver intrapreso delle indagini, non fu in grado di trovare alcuna traccia dei Palma presso alcun ufficio anagrafico italiano [26]. Come si è accennato, vi furono anche italiani che pur mantenendosi neutrali alla lotta di indipendenza cubana, ebbero danni alle proprietà o commerci a causa della guerra ispano-cubano-americana e che mai furono rimborsati soprattutto per la mancanza di prove sufficienti che potessero dimostrare i loro nocumenti. Seguendo le vicende di costoro si può risalire ad un’altra realtà della colonia italiana a Cuba, facendo emergere aspetti che altrimenti sarebbero stati probabilmente dimenticati per sempre. Questi italiani rappresentano diversi strati sociali: c’è l’agricoltore, il commerciante come il nobile possidente, e voluminosi sono gli incartamenti che riguardano le loro storie personali a cui accenneremo brevemente. Giovanni Dotta, già console italiano a Santiago di Cuba, proprietario in questa città, assieme ad un socio cubano, di una delle più grandi farmacie, la Farmacia del Comercio, dotata persino di telefono e telegrafo, e che come recitava la carta intestata dell’esercizio, vendeva “drogas, productos químicos, especialidades farmacéuticas, aguas minerales, aparatos ortopedicos”, si vide sequestrare il 27 aprile del 1898 al largo dell’Avana dalla marina militare statunitense che assediava l’isola, diciannove colli di medicinali, che viaggiavano a bordo del vapore Guido della compagnia di navigazione spagnola La Flecha [27]. Ogni intervento diplomatico italiano fu vano ed addirittura il caso del Guido finì davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che nel 1899 sentenziò che il vapore ed il suo carico costituivano preda bellica [28]. Un’altra vertenza degna di nota è quella di Biagio Orrico Retundano originario di Trecchina (Potenza), da più di trent’anni residente a Cuba. Nel gennaio del 1899, inviò al console all’Avana, Torrielli (Marefoschi era stato posto in congedo nel maggio 1897), una richiesta di indennizzo, scritta in spagnolo da un suo conoscente cubano perchè egli era semianalfabeta, di 100.000 lire per danni subiti nel settembre 1896 ad opera di truppe regolari spagnole [29]. Orrico, di professione ramaio, ma possidente nella provincia di Pinar del Río delle proprietà agricole denominate “Cayo del toro” e “Arroyo Salofré”, denunciava, oltre alle privazioni subite per essere stato costretto dal bando de reconcentración [30] la propria abitazione e possedimenti dal 1896 al 1898, la confisca del proprio bestiame e l’incendio di numerose capanne (bohíos) nelle quali si trovavano attrezzi, mobili e parte della raccolta del tabacco. Il reclamo si trascinò sino all’ottobre del 1904 quando Tittoni, rispondendo al sindaco di Trecchina, che chiedeva il suo intervento nella vicenda, rispose che “non esistevano sufficienti elementi per rivolgere una formale richiesta d’indennizzo al governo spagnuolo [31]”. Sempre nel 1904 non era ancora stato portato a termine il reclamo contro la Spagna di Pasquale La Rocca, abitante a Baracoa, per animali forniti all'esercito spagnolo durante la rivoluzione, sebbene il governo di Madrid riconoscesse la legittimità di due crediti verso l’italiano di 1514,16$ e 731,95$ in monete d’argento [32]. Il conte Camillo Pecci, sposato con la contessa Sylvia Bueno y Garzón, richiese la liquidazione di danni ingenti subiti nel 1896 presso vari ingenios per la produzione della canna da zucchero della società Bueno & Co. di proprietà della moglie, situati a Guantánamo e Santiago de Cuba e pressochè distrutti dai ribelli cubani [33]. Una richiesta che non fu mai soddisfatta, come quella sottoposta da Ramón Delfín y González, reggente la Regia agenzia consolare italiana di Cienfuegos, il quale comunicò al console Torrielli che la baronessa italiana di Blanc, richiedeva, tramite il proprio procuratore legale Isidoro O’Boucke, di intraprendere contro la Spagna un’azione legale al fine di ottenere un risarcimento di 5.850 pesos oro “per avere le forze cubane insorte sottratto a viva forza n.78 buoy (sic) mentre si trovavano pastorando nelle vicinanze di un piccolo forte occupato dalle truppe spagnole [34]”. Infine è da riferire la vertenza di Augusto Cesare Covani di Lucera, che insieme alla moglie Emilia Puccinelli, aveva fondato a Santiago de Cuba una società d’esportazione di vini, esercitando anche, come venditore ambulante di alto livello, un redditizio commercio di pietre preziose, gioielli ed ottica. Nel luglio del 1898, durante l’assedio di Santiago da parte dell’esercito nordamericano quando la città era nel più completo caos per il timore dei bombardamenti, l’abitazione del Covani fu saccheggiata dai soldati spagnoli che distrussero l’arredamento asportando il vino ed i gioielli causando danni per 28.500 pesos. Il governo spagnolo ammise i danni alla mobilia ed il saccheggio dei vini, ma mai quello dei gioielli adducendo come motivazione che il Covani tempo prima aveva venduto a Kingston in Giamaica la maggior parte dei preziosi [35]. La “vertenza Covani” durerà sino al 1908. Tutti i casi sopra citati rappresentano indici di una comunità di dimensioni non trascurabili che, nonostante le grandi difficoltà della guerra, riuscì in qualche modo a sopravvivere. E’ da prendere altresì atto, al di là della non compensazione dei crediti vantati dagli italiani danneggiati, della protezione diplomatica accordata dalla Consulta e dal lavoro svolto dai consoli Marefoschi e Torrielli. Quest’ultimo, il 26 aprile 1898, proprio alcuni giorni dopo l’inizio delle ostilità tra Spagna e Stati Uniti, richiese la presenza permanente nel porto dell’Avana di una nave da guerra della Regia Marina a difesa dei sudditi italiani presenti nella città, stimati in circa 500 unità [36]. In realtà l’incrociatore corazzato Giovanni Bausan, comandato dal capitano di fregata Candido Ruisecco, si trovava nel porto cubano già dal 23 aprile, tuttavia, l’impossibilità di rifornirsi di carbone, tutto requisito dalle autorità locali, obbligò l’incrociatore a ripartire quattro giorni dopo per Kingston imbarcando undici italiani ed alcuni spagnoli [37]. La guerra ebbe termine il 12 agosto 1898 ed il trattato di pace di Parigi del dicembre dello stesso anno, che stabiliva la rinuncia della sovranità spagnola su Cuba, sancirà l’indipendenza dell’isola, ottenuta ad un prezzo umano e materiale altissimo. Gli anni di guerra dal 1895 al 1898 ridussero la popolazione del 17%, il numero di vedove era il più alto di tutto l’emisfero occidentale, il tasso di mortalità infantile dovuto a malnutrizione e malattie endemiche raggiunse nel 1899 livelli impressionanti, il banditismo, incrementato da reparti dell’esercito di liberazione cubano che rifiutarono di deporre le armi, assunse la forma di piaga sociale, le infrastutture già precarie prima del conflitto ora non esistevano praticamente più e la produzione di zucchero si era drasticamente ridotta [38]. Nonostante queste sconfortanti prospettive si auspicò ancora una volta lo sfruttamento commerciale di Cuba e Portorico (l’altro possedimento delle Antille perso dalla Spagna con la guerra) incanalandovi l’emigrazione italiana dagli Stati Uniti alla quale sarebbe seguita l’esportazione di prodotti, l’apertura di banche e lo stabilimento di una linea di navigazione dall’Italia. Si faceva interprete di questo progetto un lungo e singolare articolo pubblicato dal periodico in lingua italiana L’Italo-Americano di New Orleans e riproposto dal Corriere della sera in Italia. L’Italo-Americano ammetteva che gli italiani emigrati a Cuba e Portorico erano pochi, ma che nel giro di dieci anni ve ne sarebbero stati centomila prevedendo che “dalla Louisiana e dagli Stati del Sud, principalmente i siciliani accorrerranno nelle due isole a dare le ricercate loro braccia alle nuove piantagioni di tabacco e di canna da zucchero e a surrogare nelle vecchie piantagioni gli emigranti avventizi che dava la Spagna. Gli italiani troveranno a Cuba e Portorico clima confacente al loro temperamento, ambiente più affine al loro carattere, condizioni di vita più facili che agli Stati Uniti, ed ogni anno vi emigreranno sempre in maggior numero. Al seguito di questa massa di emigranti, richiamati puramente come braccianti, ne accorrerà un’altra, quella che venderà loro gli alimenti, farine, pasta, olio, conserve, formaggi [39]”. Come è facile immaginare mai un grande numero di italiani accorse nei due ex possedimenti spagnoli, né tanto meno i siciliani della Luisiana, tuttavia vedremo che furono vagliate effettivamente alcune possibilità, compiendo studi e verifiche da parte del nostro governo, il quale in qualche modo tenne in considerazione il suddetto articolo. Gli Stati Uniti dichiararono di lasciare Cuba ai cubani solo dopo che questi avessero dato garanzie di potersi effettivamente autogovernare, così che il 1 gennaio 1899 il generale statunitense John Brooke divenne governatore dell’isola, esattamente come i 166 governatori spagnoli che lo avevano preceduto. Il 21 febbraio 1901 fu approvata la costituzione della repubblica democratica cubana ed il 20 maggio 1902 avvenne ufficialmente il passaggio dei poteri dagli Stati Uniti al nuovo Stato cubano. E’ innegabile che il periodo di occupazione statunitense apportò dei miglioramenti, soprattutto a livello sanitario, ed una accelerazione nel processo di ricostruzione, circostanze di cui il governo italiano dovette tener conto. Nel maggio del 1901 il console generale italiano all’Avana, Felice Beauregard, compilò un dettagliato rapporto sulle condizioni di Cuba prendendo in esame, non solo la situazione politica, ma anche quella economico-commerciale con particolare riguardo ad un eventuale incremento dell’emigrazione italiana. Beauregard, seppur con qualche cautela, si diceva ottimista su quest’ultimo aspetto affermando anche che i pochi lavoratori italiani che si trovavano a Cuba non mancavano di inviare discrete somme alle loro famiglie [40]. La relazione del console fu invece assai meno positiva sullo stato della comunità italiana, e dando notizia della chiusura della Società generale di mutuo soccorso e della presenza all’Avana di poche case commerciali o di professionisti, tra cui il già citato Pietro Pelliccia, stimava la quantità di italiani a Cuba in “un migliaio e non più; le ultime statistiche 501; semplici giornalieri di passaggio, mercanti ambulanti, calderai ed esercenti quelle piccole professioni che son quasi specialità di certe provincie nostre, quasi tutti vivono meschinamente. Son pochi gli agricoltori ed ancora meno i proprietari. V’ha forse una dozzina di piccoli possidenti”. Tuttavia molti erano i figli di italiani, ormai naturalizzati cubani, che avevano assunto ruoli importanti e di stima nella società civile cubana, e che contribuivano a far apprezzare l’Italia e la sua cultura. Il diplomatico dava anche notizia della prossima ed imminente apertura presso l’Università dell’Avana di una cattedra di lingua e letterartura italiana grazie al dottor Francesco Federico Falco. Un progetto che però non ebbe mai alcun seguito. Circa un anno più tardi, nel giugno del 1902, il Commissariato dell’emigrazione inviò a Cuba, il cav. Egisto Rossi, che si trovava a New York per coordinare il locale patronato degli emigranti. Coadiuvato da Beauregard e dal vice console Torrielli, Rossi avrebbe dovuto verificare quale sbocco poteva offrire Cuba all’emigrazione italiana. Quali imprese edilizie, stradali e ferroviarie si stavano compiendo e se si potevano impiegarvi lavoratori italiani. Se inoltre nelle manifatture di tabacco e nelle fabbriche di zucchero questi potevano trovare lavoro e quali coltivazioni potevano essere adatte al contadino italiano. Ed infine se il governo cubano favoriva l’immigrazione e quali leggi la regolavano. Le conclusioni del cav. Rossi non furono dopo tutto così rosee come quelle di Beauregard. Nelle opere edilizie i cubani assumevano per regola solo lavoratori locali e nei casi in cui il consolato era riuscito a far assumere operai italiani questi avevano dovuto abbandonare il lavoro per l’esiguo compenso [41]. In secondo luogo l’opera più importante che si stava portando a termine era la ferrovia che avrebbe unito Santiago, Santa Clara e l’Avana, ma la compagnia statunitense che dirigeva i lavori, i soli italiani che aveva assunto, li aveva fatti arrivare a proprio carico da New York con l’obbligo di riportarli negli Stati Uniti non appena la ferrovia fosse stata conclusa. Il commissario escludeva categoricamente l’impiego di italiani nelle manifatture di tabacchi o nelle fabbriche per l’estrazione dello zucchero dove si preferivano i cubani o spagnoli a causa della lingua, e poi in ogni casi si sarebbe trattato di lavori usuranti ed insalubri. L’unica possibilità era costituita dal lavoro offerto dal raccolto della canna da zucchero, dove tuttavia sarebbe stato necessario a livello sperimentale dirigervi non emigranti dall’Italia, bensì tentare di impiegarvi lavoratori italiani che svolgevano lo stesso tipo di occupazione in Luisiana, coincidendo la chiusura del raccolto in questo Stato con l’inizio del raccolto a Cuba. Questi braccianti sarebbero emigrati solo temporaneamente, poichè una volta conclusosi il raccolto, sarebbero ripartiti per gli USA per riprendere il lavoro in Luisiana. Gli spagnoli, che operavano questo tipo di emigrazione già da tempo, partendo soprattutto dalle isole Canarie, dovendo quindi attraversare due volte l’Oceano, sarebbero stati, secondo Rossi, soppiantati dagli italiani essendo più “vicini”. Rossi ebbe dei colloqui diretti con Carlos de Zaldo, Ministro della giustizia e Segretario di Stato, e con Emilio Terry, Ministro dell’agricoltura, non che ricco latifondista di Las Villas, i quali si dissero più che favorevoli ad un “innesto di emigrazione italiana sul suolo cubano” e pronti persino a favorire la fondazione di colonie agricole italiane. Del resto le leggi regolanti l’immigrazione erano assai permissive respingendo in pratica solo coloro che fossero stati portatori di malattie contagiose ed alloggiando l’immigrante in appositi quartieri sino a che non avessero trovato lavoro. Nonostante questa buona disponibilità l’emigrazione italiana non prese mai piede e continuò a rifuggire Cuba, così che il progetto avanzato dal commissario, per altro ricalcante l’idea dell’Italo-Americano di New Orleans, non ebbe attuazione. Di grande interesse è il rapporto inviato, quasi contemporaneamente a quello di Rossi, dall’ambasciatore italiano a Washington, Mayor de Planches, in merito alle statistiche sull’immigrazione a Cuba nel 1901, con particolare riguardo a quella italiana. Su 22.894 emigranti solo 380 erano italiani, un numero trascurabile è vero, ma che comunque, come si nota nel grafico, faceva collocare l’Italia al terzo posto tra le nazioni europee, tra le quali la Spagna giocava ancora il ruolo determinante [42]. Dei 380 italiani, quasi tutti di origine settentrionale e per la maggioranza di sesso maschile (312 uomini contro 68 donne), solo 40 arrivavano direttamente dall’Italia, gli altri provenivano dagli Sati Uniti (185), dal Messico (48), dall’America del Sud (34), dalla Spagna (29), dalle altre Antille (21) ecc. 71 erano gli analfabeti e 200 possedevano dai trenta dollari in su. 77 erano già stati a Cuba in precedenza, il che deporrebbe, soprattutto se si tiene conto delle loro professioni, per quella “emigración golondrina” a cui avevamo già accennato antecedentemente. I braccianti sono infatti al primo posto (99), seguiti, strano ma vero, dagli artisti di teatro (72). Si hanno poi merciai (69), commessi contabili (19), muratori (17), marinai (16), ed infine 88 appartenenti ad altre professioni, cifra nella quale si comprendevano anche donne e bambini. Non ci si poteva aspettare qualche cosa di diverso, dal momento che anche il commercio e le esportazioni italiane verso Cuba avevano una importanza meno che irrilevante. Nel 1901 Cuba aveva importato dall’Italia merci per circa 160.000$ (contro i 28 milioni importati dagli USA), ed il principale articolo d’importazione era costituito dai cappelli (30.000$) [43]. Certamente il mancato sviluppo commerciale tra i due Paesi inibì conseguentemente qualsiasi incremento nell’emigrazione dall’Italia, a dispetto di un trattato bilaterale di amicizia, commercio e navigazione stipulato nel 1904, che racchiudeva articoli tendenti a favorire il reciproco commercio e la protezione proprio dell’emigrante italiano [44]. Tuttavia, proprio in questo periodo, furono ribadite al Ministero degli esteri le negative condizioni ed i pericoli di uno sfruttamento e speculazioni a cui sarebbero stati esposti i nostri emigranti nell’isola. Pericoli illustrati dal capitano di fregata Gregorio Ronca con una monografia su Cuba durante lo stazionamento nei porti di Santiago di Cuba ed Avana coll’incrociatore Dogali nel luglio-settembre del 1904 [45]. Negli anni a venire la colonia italiana non subì numericamente delle variazioni, a dispetto di altre pertinaci correnti di pensiero che stimolarono e tentarono di introdurre a Cuba nuovi flussi migratori. Ci riferiamo al dottor Francesco Federico Falco, che nel 1912 dette alle stampe in Italia un minuzioso studio sull’emigrazione italiana, commissionatogli dal Ministro dell’Agricoltura, Commercio e Lavoro della Repubblica di Cuba, Emilio del Junco, al fine di stabilire la fattibilità dello stabilimento di coloni italiani nell’isola caraibica [46]. Sino al 1931, secondo stime del censo cubano, vivevano a Cuba 1.178 italiani [47], una quantità non esigua tutto sommato, se si tiene in debita considerazione gli eventi tragici che seguirono l’indipendenza e che caratterizzarono i fragili, quanto corrotti, governi pseudodemocratici cubani. Comunque, con il passare del tempo, il numero degli italiani si assottiglierà abbastanza rapidamente raggiungendo negli anni quaranta le 400 unità. Una drastica riduzione dovuta probabilmente al raffreddamento delle relazioni tra i due Paesi alla vigilia del secondo conflitto mondiale, come alle susseguenti vicende di questo conflitto durante il quale Cuba dichiarerà guerra all’Italia l’11 dicembre 1941 [48]. Negli italiani che emigrarono a Cuba possono essere riscontrati, ed in qualche misura anche in forma accentuata, i difetti e gli aspetti negativi che contraddistinsero l’emigrazione in America Latina. La mancanza di veri e propri imprenditori, salvo poche ed isolate eccezioni, emigrazione clandestina, alti tassi di analfabetismo ed indigenza, sono in ultima analisi i tratti essenziali dell’emigrazione e della colonia italiana a Cuba. Fattori che favorirono anche la mancata coesione tra gli italiani (se esclude la fondazione dell’Associazione generale di mutuo soccorso) con la conseguente perdita della loro identità nazionale. A questo proposito va inoltre ricordato che la costituzione cubana del 1901 favorì il processo di integrazione e naturalizzazione degli italiani.Il titolo II della costituzione all’art.6, comma 1 e 2, prevedeva la concessione della cittadinanza cubana agli stranieri che avevano servito l’Ejército libertador e che entro sei mesi dalla promulgazione della costituzione ne avessero fatto richiesta. Avevano la stessa possibilità gli stranieri che fossero residenti a Cuba prima dal 1 gennaio 1899 e che avessero conservato il loro domicilio dopo questa data [49]. Palese, nel caso di Cuba, è il fenomeno, spesso sottovalutato nella realtà dell’emigrazione verso l’America Latina, di quell’”emigrazione stagionale” a cui più volte abbiamo fatto riferimento e che lo stesso governo italiano cercò di regolamentare e sfruttare. Sarebbe un errore pensare che l’emigrante, una volta intrapreso il suo primo viaggio, metta definitivamente le radici. Al contrario la realtà è che dopo aver spezzato i legami familiari e tradizionali con il suo luogo di provenienza originaria, la sua mobilità ne risulta accresciuta. Certamente questo fenomeno per gli italiani non si verificò a Cuba nelle dimensioni e modi auspicati da Beauregard, ma certamente vi fu, e le statistiche relative al 1901 ne sono una prova. Ma non solo, questo tipo di emigrazione continuò anche negli anni seguenti, come riferì il capitano di vascello Alberto del Bono che in occasione dello stazionamento l’incrociatore Ettore Fieramosca nel marzo del 1907 all’Avana, riferì della presenza nella città di due comunità italiane ben distinte, e cioè, una stabile di circa 200 individui, di condizione sociale e cultura relativamente elevata, e l’altra costituita invece da piccoli commercianti che solevano arrivare nell’isola ogni anno nella stagione invernale portando tessuti, chincaglierie o gioielli che vendevano nei villaggi o città dell’interno, per poi ripartire all’inizio della primavera [50]. In conclusione l’emigrazione italiana a Cuba riveste caratteristiche assai peculiari che difficilmente ritroviamo in altri Paesi Sudamericani, caratteristiche che hanno contribuito a far in modo che non solo non venisse compiuto alcun studio in merito, ma anche che degli italiani a Cuba non rimanessero che esili tracce e che anche coloro che decisero di immigrarvi nei periodi antecedenti a quello preso in considerazione, venissero dimenticati ed inghiottiti dalle rivoluzioni, guerre civili e colpi si stato che costellarono la “Perla de las Antillas” degli anni anni Venti e Trenta.