La Cuba dei prigionieri politici, il silenzio della diplomazia

 

 

di Matteo Spicuglia/ 18/03/2006

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Tre anni fa, decine di attivisti per la democrazia, in gran parte cattolici, furono arrestati e condannati con pene fino a 26 anni di carcere. Il dramma privato dei prigionieri, l’inadeguatezza della diplomazia, compresa quella della Santa Sede.

 


 

 

Il 18 marzo è un giorno triste per Cuba. Nel 2003, gli agenti della Seguridad del Estado prelevarono dalle loro case oltre 70 dissidenti, che dopo l’arresto furono condannati seduta stante a pene durissime, fino a 26 anni di carcere. L’unica colpa? Coltivare il sogno di un futuro democratico per l’isola, incarnato dal cosiddetto Progetto Varela, promosso dall’ingegnere Oswaldo Payá, vincitore del premio europeo Sacharov per i diritti umani nel 2002. Facendo leva sulle norme costituzionali sui referendum, il movimento di Payá si proponeva di raccogliere le 10mila firma necessarie, per permettere ai cittadini di esprimersi su alcune riforme cruciali: le libertà di espressione, associazione e impresa, il multipartitismo, la liberazione dei prigionieri politici.

U
na provocazione inaccettabile per il regime di Fidel Castro, rimasto spiazzato di fronte al successo imprevisto dell’iniziativa di Payá, che riuscì in poco tempo a raccogliere molte più firme del dovuto, attraverso un’azione capillare sul territorio e il passaparola. La richiesta di referendum fu presentata in Parlamento e subito respinta, anche attraverso una modifica della Costituzione che sancì in via definitiva e immodificabile il carattere socialista delle istituzioni cubane. Fu allora che Castro portò in piazza centinaia di migliaia di persone in difesa della rivoluzione e dispose una delle azioni repressive più violente degli ultimi anni, nonostante la visita di Giovanni Paolo II nel 1998 avesse fatto pensare ad un'inversione di tendenza.

L
e persone arrestate tre anni fa erano quasi tutti militanti del Movimento Cristiano Liberación, promotore del Progetto Varela, ma anche semplici giornalisti che avevano appoggiato la causa democratica, attivisti per i diritti umani, esponenti del mondo delle professioni. Dal 2003, di loro non si sa più nulla: nella maggior parte dei casi le famiglie non hanno alcun contatto diretto e non conoscono il carcere in cui sono rinchiusi, i medici e i sacerdoti non sono autorizzati a visitarli, il regime di detenzione è durissimo. Lo dimostrano le denunce di alcuni detenuti, secondo cui il sistema disumano e corrotto ha portato molte persone a preferire soluzioni estreme.


Oswaldo Payá


 

L'APPELLO DI PAYÀ. Oggi, in occasione del terzo anniversario degli arresti, è lo stesso Oswaldo Payá a rivolgersi alla Comunità internazionale, mettendo in evidenza la contraddizione di chi a ragione condanna la situazione dei prigionieri afghani nella base Usa di Guantanamo, e tace quanto sta avvenendo a pochi chilometri di distanza. “Ci sono decine di migliaia di prigionieri in condizioni inumane – si legge in un documento firmato anche da Minervo Labaro Siret ed Ernesto Martini Fonseca – con razioni di viveri da campo di concentramento, dove si è umiliati e colpiti fisicamente senza essere difesi”. Uno stato di cose che riguarda anche i dissidenti della Primavera di Cuba, affetti da malattie gravi causate dalle “condizioni igieniche” al limite, dalla scarsa “attenzione medica”, dalla mancanza di acqua corrente, dai continui soprusi dei carcerieri. Oswaldo Payá chiede al popolo di Cuba, alle Nazioni Unite e a tutta la comunità internazionale "coerenza morale" e un impegno concreto perché chiedano “senza ambiguità e direttamente”, la liberazione di chi “ha solo difeso i diritti dei cubani”. “Fare questo non è condannare Cuba, è difenderla: non farlo è un’incoerenza”, scrive, rivolgendosi anche “a tutti gli uomini di buona volontà nel mondo”, affinché si solidarizzi in maniera aperta e permanente con la causa”, difendendo “i diritti umani di tutti i cubani e di tutta l’umanità” e coltivando così la speranza che Cuba rinasca “nella riconciliazione e nella povertà”.

Un pensiero inequivocabile che il promotore del Progetto Varela ha ulteriormente specificato in un’intervista pubblicata giovedì da Cubaencuentro.com, uno dei tanti siti della dissidenza. Payá punta il dito contro il silenzio e l’indifferenza generali, i pochi sforzi della Comunità internazionale e i limiti di una diplomazia che agisce in ordine sparso. Su tutto, la richiesta di una presa di coscienza che deve coinvolgere la società civile, gli studenti, i lavoratori, le comunità religiose e i cittadini, al di là del ruolo che possono svolgere i governi e i partiti. Un invito che suona quasi come una sveglia. “Oswaldo Payá cerca di scuotere il cuore e la mente, consapevole che non è possibile lasciare il problema cubano soltanto alle logiche della politica e delle superpotenze”, spiega a Korazym.org Michele Trotta, portavoce del Movimento Cristiano Liberación. “Lui usa spesso l’espressione ‘uomini di buona volontà’, riferendosi a quel protagonismo cristiano che permette di risvegliare le coscienze”.

LA DIPLOMAZIA. Eppure, nelle parole di Payá è facile cogliere anche l’amarezza, per una situazione gravissima che non sempre viene compresa. “Oltre a quella dei prigionieri, – continua Trotta – anche la vita degli attivisti del Progetto Varela che sono in libertà  è ormai insostenibile, segnata da vessazioni, manifestazioni sotto casa, pedinamenti, minacce ai familiari, atti di violenza. In un contesto così difficile, il silenzio della comunità internazionale fa male”. Da una parte, pesa il totale disinteresse delle diplomazie latinoamericane che – spiega Payá – “non sono interessate alla nostra realtà e non dialogano con noi”; dall’altra l’ambiguità dell’Unione Europea che dopo aver abbracciato la causa del Progetto Varela, l’anno scorso ha messo da parte
la logica delle sanzioni politiche contro Castro, delegando ai singoli Stati ogni eventuale azione diplomatica, sminuendone di fatto l’efficacia. L’Europa ha altro a cui pensare? Pagare un prezzo per Cuba è forse inutile, data l’età avanzata del lider maximo? “Premesso che la politica dovrebbe essere sempre orientata al rispetto dei diritti umani – spiega Michele Trotta - è assurdo che si aspetti la morte di Castro per trovare una soluzione, anche perché non è questo il primo pensiero dei cubani: i promotori del progetto Varela si interrogano piuttosto sulla assenza della questione dall’agenda politica internazionale e soprattutto sul silenzio dei massmedia”. “In un regime scricchiolante come quello di Castro – continua Trotta – l’autocelebrazione è la chiave di tutto. Se nessuno parla, è come se i problemi non esistessero. Al contrario, un dibattito internazionale su Cuba avrebbe eco immediato nell’opinione pubblica interna, grazie a quanto sarebbe riferito dagli esuli che vivono all’estero. Non è un caso che il vero problema dell’azione di Payá era il credito che aveva ricevuto fuori da Cuba. Una minaccia seria per un regime ormai fragile”.

IL RUOLO DELLA CHIESA. Il ragionamento può coinvolgere anche il ruolo della Chiesa, specie in un momento in cui le dichiarazioni di un suo autorevole rappresentante, il cardinale Renato Raffaele Martino, hanno creato non poco disagio. Di ritorno da una visita ufficiale nel Paese, durante la quale ha avuto modo di incontrare Castro, il presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace e del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei Migranti e degli Itineranti ha spiegato che il Líder Máximo “conosce i contenuti del Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa” e che il periodo di persecuzione è finito. “Oggi tutto questo non esiste, - ha detto - la Chiesa può operare nel sociale, in campo sanitario: si ha fiducia nel futuro”. Nella sua intervista a Cubaencuentro.com, Oswaldo Payá non ha voluto commentare le frasi del cardinale, ma ha espresso il suo punto di vista, replicando in sostanza che esiste sì una certa libertà di culto che, tuttavia, non cancella l’oppressione. È quanto avviene per esempio con la Caritas, la cui azione è fortemente limitata dalle autorità, oppure con il sistema di controllo delle celebrazioni eucaristiche da parte della Seguridad del Estado, che in alcuni casi è arrivata anche ad “intimidire le comunità”. Per non parlare poi della vigilanza su “sacerdoti, pastori, religiosi” a cui sono imposte numerose restrizioni, specie riguardo la libertà di espressione e i diritti personali.


 


La gigantografia di Cristo nella Piazza della Rivoluzione a L'Avana
in occasione del viaggio di Giovanni Paolo II del 1998


 

I tempi in cui Giovanni Paolo II veniva accolto con tutti gli onori nella storica visita del 1998 sono davvero lontani. “La situazione in questi anni è peggiorata – spiega Michele Trotta – a tal punto che i rapporti con la Chiesa locale non sono più gestiti dal Ministero degli interni, ma direttamente da un ufficio del partito comunista. Non esistono contatti organici e il confronto è molto difficile”. Gli stessi arresti del 2003 sono eloquenti perché, sebbene le sfere siano distinte in modo netto, gran parte degli attivisti del Progetto Varela sono cattolici, rappresentanti di una comunità ecclesiale che nel tempo ha dato un contributo importante alla vita politica e sociale dell'isola. Eppure la posizione della Chiesa locale e della Santa Sede si presta a più chiavi di lettura. Oswaldo Payá, interpellato sulla questione, ammette la presenza di anime diverse all’interno della comunità locale: persone che “hanno una visione e una attitudine più aperta e disposta a compromettersi” e altre che “mantengono una posizione più defilata”. Un discorso che vale in linea generale, ma a maggior ragione sulla questione dei 75 prigionieri politici. “Le aspettative di una svolta dopo la visita del papa erano molto forti, mentre oggi in alcuni ambienti regna una certa delusione”, ammette Michele Trotta.  Sentimenti naturali per cattolici che hanno vissuto di riflesso l’esperienza polacca di Solidarnosc e il sogno di una rinascita democratica, grazie anche al ruolo più incisivo della Chiesa.

In realtà, dopo il viaggio del papa, la linea seguita dalla Segreteria di Stato si è mantenuta su posizioni attendiste. Il 13 aprile del 2003, a nome di Giovanni Paolo II, il segretario di stato, cardinale Angelo Sodano inviò un telegramma a Fidel Castro per chiedere un  "significativo gesto di clemenza per i condannati", ma da allora non è stato fatto più alcun passo, rifiutando anche ipotesi di mediazione politica con il regime. Al contrario, non sono mancate gaffe, come quella del cardinale Crescenzio Sepe che nel marzo del 2003 (pochi giorni prima degli arresti) arrivò a L’Avana insieme a suor Tekla Famiglietti, badessa generale delle Brigidine, per incontrare Castro e inaugurare un nuovo convento delle religiose, con tanto di cerimonia ufficiale. Un episodio che attirò il disappunto del cardinale Jaime Lucas Ortega y Alamino, che disertò l’incontro, e della Chiesa locale che stigmatizzò “gli eccessi, nelle parole e nei gesti, da parte di personalità della Chiesa, di cui siamo stati testimoni”.

Se la diplomazia a volte segue itinerari non sempre lineari, sta di fatto che il capitolo dei prigionieri non è stato più affrontato, causando tra l’altro una spaccatura in seno all’episcopato, tra chi ritiene giusta una presa di posizione e chi si limita a condurre una politica dei piccoli passi, capace di andare oltre le contingenze. Posizioni tenute insieme dal cardinale Ortega, figura battagliera e dialogante insieme, che tuttavia non sempre ha condiviso la posizione defilata e accondiscendente della Santa Sede, dovuta – secondo alcuni osservatori autorevoli – alla convinzione di Giovanni Paolo II (maturata durante il viaggio nell’isola) che in fondo con il regime di Castro si potesse dialogare in modo costruttivo.

Intanto, non è un mistero che i dissidenti si aspettassero di più, a cominciare dal ruolo del nunzio apostolico, mons. Luigi Bonazzi, trasferito da Haiti nell’aprile 2004; ma sarebbe importante anche una posizione ufficiale del papa, per la risonanza che avrebbe in tutto il mondo. “La vicinanza pubblica del pontefice a chi è prigioniero da tre anni – spiega una fonte della dissidenza, raggiunta a Cuba – darebbe una spallata dirompente al regime. È vero che la diplomazia vaticana deve fare i conti con la Chiesa locale, tutelandola, ma è bene ricordare che la Chiesa non è formata solo da vescovi, clero e religiose, ma da tutto il popolo, che versa oggi in una situazione insostenibile”. E nonostante tutto, non si arrende. “Chi è in carcere vive il miracolo della fede – dice Michele Trotta – capisce perché sta lì e sa qual è la propria missione. È proprio vero: cammina bene l’uomo quando sa dove andare”.