Cronaca di un viaggio a Cuba.
 

Quella che vi accingete a leggere è la cronaca di un viaggio a Cuba. Vi sono riportate solo cose che ho visto, perché di Cuba tutti parlano, spesse volte esaltandola, ma pochi l’ hanno vista davvero. Il tono con cui espongo i fatti è talvolta spensierato e scanzonato, nonostante descriva cose anche molto gravi. Nessuno si offenda, ma ogni tanto la parola beffarda e ironica può raccontare una realtà seria e complessa, meglio di quanto non faccia quella compunta. Andiamo a cominciare la narrazione del viaggio nell’isola del socialismo caraibico.
Arrivo all’aeroporto dell’Havana dopo un viaggio durato circa dodici ore e da buon italiano e borghese piccolo piccolo, apprendo con giubilo malcelato che il mio telefonino prende. Cribbio penso, hanno le infrastrutture per la telefonia cellulare, non sono mica messi male! Un taxi mi conduce all’albergo nel centro della città. Strade immense, un traffico veicolare quasi inesistente e perlopiù rappresentato da rattoppate auto americane anni ’50, e lungo il percorso immensi cartelloni della propaganda di Regime. Uno in particolare: “ Cuba, el paìs de la indipendencia total”. Cuba il paese dell’indipendenza, dell’emancipazione totale. Come contorno a questa apodittica e demagogica asserzione, un fiume di giovani prostitute assiepate lungo i marciapiedi!
Giungo al mio albergo. Guardie del corpo dall’altezza imbarazzante vigilano a che nessun cubano possa accedere entro le lussuose mura dell’Hotel Plaza. L’ospitalità è inesistente, l’atteggiamento della più parte dei dipendenti è a dir poco scostante. Accedo alla mia stanza. Accendo le luci e d’un tratto mi ricordo di un altro cartellone della propaganda Castrista, questa volta dal contenuto meno utopico e più pragmatico, nel quale si obbliga la popolazione cubana ad un ferreo risparmio energetico. E ne capisco il perché: i lumi ed i lampadari sono tutti accesi, il crepuscolo si affaccia all’esterno, ma nella stanza del lussuosissimo albergo è quasi buio. Sono all’incirca le 19.30 e capisco che grazie a quell’accecante semibuio non posso farmi la barba. Ma allo stesso tempo so che per far arrivare a me quella flebile luce sepolcrale, interi quartieri di Cuba sono al buio e allora mi taccio.
Dopo un riposo ed una salutare doccia abbandono la stanza, ché la fame s’affaccia. Decido, la prima sera, di mangiare nel ristorante dell’albergo. Ambiente triste, tovaglie lerce. Ordino un primo ed un secondo, e da bere dell’acqua. La cucina è accettabile. Peccato che subito dopo aver finito il primo piatto mi arrivi il secondo, della carne, completamente fredda. Intuisco che sia stata cucinata assieme al primo e con una certa strafottenza. L’avrei riscontrata anche nei giorni seguenti e, infatti, capisco da quell’episodio (confermato, ripeto, da eventi successivi) che l’apatia governi il modus vivendi dei cubani. L’analisi sociologica sarebbe lunga, la conclusione invece molto breve: perché impegnarsi, perché eccellere se poi niente di quello che fai è tuo e ti appartiene veramente? Lavori tanto e bene, e guadagni un miserrimo “tot”. Lavori poco e male, e guadagni il medesimo “tot”. Tanto vale non impegnarsi! Finita la cena preferisco il sonno al richiamo di altre sirene, sconto il fuso orario ed è pur sempre il primo giorno. L’indomani mi sveglio, mi doccio e preparo il mio zaino per recarmi al mare. Esco dall’albergo e mi si affianca un giovane. Mi si propone come cicerone (apprenderò più tardi che è una prassi abituale, da parte dei cubani, offrire servigi ed informazioni, pur di accedere alle vietatissime spiagge per turisti). Tutto vietato a Cuba per i cubani, neanche ci fosse l’Apartheid! Accetto la compagnia del “cicerone” con pavida, ma pur sempre circospetta rassegnazione, e raggiungo una delle spiagge che compongono il complesso noto come “Las Playas de l’Este”. Lungo l’autostrada, questa volta, noto un dettaglio che mi era sfuggito il giorno prima: ad ogni chilometro, occhio e croce, c’è un poliziotto. Che comunica alla postazione successiva il numero di auto in movimento e dei passeggeri che trasporta. Lo Stato di Polizia ed il Grande Occhio del Regime fanno la loro comparsa. Giunti alla meta decido di fare il bagno (dopo che il mio “body guard” ha contrattato con il gestore del lido, frodandomi, il prezzo per le sdraio) e mentre cerco di prendere il claudicante sole caraibico, decido di sfruttare la presenza dell’ospite cubano per farmi raccontare la vita a Cuba. Mi dice che per loro Castro è Hitler, che nessuno sa mai dove risieda, perché come ogni dittatore è ossessionato dall’idea di essere ucciso. Che però ha grandi e fascinose doti oratorie. Che sì, a Cuba, la sanità come l’istruzione è gratuita, ma se ti serve un farmaco che esuli dal prontuario medico (gratuito) devi rivolgerti alle Cliniche Private, e lì è un salasso. Mi dice che la disoccupazione è altissima, che i cubani ricevono pagamenti in valuta locale, ma poi sono costretti a cambiarla in dollari perché gli acquisti avvengono in questa moneta. Mi dà un esempio di stipendio locale dicendomi che un insegnante guadagna 18 dollari al mese (!!!), e mi fa capire che i soldi bastano appena per l’indispensabile, e a fatica. Ché se vogliono altro, anche un semplice paio di scarpe nuove, non c’è trippa per gatti. Poi aggiunge qualcosa, che per noi europei ed occidentali potrebbe apparire banale e scontata: mi dice di non essere felice, e come lui, tanti altri a Cuba. Di primo acchito penso: benvenuto alla vita! Ma poi mi rendo conto che quelle parole per lui sottintendono molto di più. Ché lui è nato e cresciuto nel mito della Rivoluzione permanente, di un altro mondo possibile, equo e solidale (e i No Global hanno Cuba come mito???). Che la propaganda comunista lo ha indottrinato a scuola raccontandogli che quel modello economico, politico e sociale è il più prossimo al paradiso in terra, alla felicità sempiterna. La constatazione di quanto menzogneri siano questi postulati, non deve essere facile da accettare.
Continuando nella conversazione, tuttavia, intuisco che il cubano ha voglia di raccontarmi altro. Senza troppi giri di parole mi fa capire che lui può procurarmi, per 50-70 dollari, tutte le ragazze che voglio. Finanche due lesbiche disposte ad avere un rapporto sessuale a tre. E, senza problema alcuno, anche la vietatissima marijuana. Non ho che da chiedere, mi fa capire. Ed io non chiedo!
Approfitto di un attimo di interruzione nella conversazione, e mi immergo in acqua. Questa volta la conoscenza dei problemi e dei lati oscuri di Cuba e della sua povertà, si fa ancora più viva. Mentre sono in ammollo fino al collo, mi si avvicina una donna, due pre-adolescenti al seguito tenute per mano, e mi chiede: “Quieres chica, quieres chica?”. Capisco cosa voglia dire pedofilia!
Esco dall’acqua. Passano delle ore. Decido finalmente di congedarmi dal cubano: gli mollo 20 dollari (altrimenti mai mi avrebbe lasciato libero) e gli faccio capire che la restante parte del viaggio avrei preferito trascorrerla da solo. Lo saluto e prendo un taxi, direzione albergo. Ho il costume bagnato, vedo un giornale, e per rispetto nei confronti del taxista lo ripongo sotto il mio sedere per non bagnargli il sedile. Tuttavia due parole mi colpiscono della rivista appena afferrata, richiamando alla memoria un altro cartellone di propaganda visto il giorno prima: Juventud Rebelde. Gioventù ribelle? Cavolo penso, vuoi vedere che a Cuba esiste un’opposizione anticastrista che ha la possibilità di affiggere manifesti e di pubblicizzare le proprie istanze democratiche? Conoscendo un po’ di spagnolo per studi universitari, afferro il giornale e inizio a leggerlo. Tutto un bluff, m’accorgo subito: la Juventud Rebelde è un’organizzazione giovanile comunista, ovviamente vicina al regime. Di cui, nel giornale, magnifica le capacità e gli obiettivi sempre conseguiti. Ma che vuol dire gioventù ribelle, ribelle a cosa se a Cuba sono perseguitati, con la galera, anche gli omosessuali, i maricones? Soprassiedo!
Torno in albergo, raggiungo la mia stanza-sepolcro-senza luce e questa volta, approfittando della luce esterna ancora presente, mi faccio la barba. La sera decido di andare al Tropicana Club, un locale molto noto, con musica caraibica e latinoamericana. Divertente, apparentemente festoso. Ma pur sempre un troiaio! Si può passare una sera a schivare fanciulle alla ricerca di affari sessuali per racimolare dollari? Sì, ma non per molto. Dopo un po’ me ne vado, ritorno in albergo e decido di dormire.
Il giorno dopo mi sveglio e m’attende una pioggia torrenziale. Capisco che il mare non sia quel giorno ipotesi praticabile, e allora decido di andare a vedere il centro storico. Con i suoi monumenti, ma soprattutto con la sua celeberrima Bodeguita del Medio: il locale cult per ogni radicali-chic borghese piccolo piccolo che si rispetti. E già, perché La Bodeguita del Medio è il ristorante che amava frequentare nientemeno che lo scrittore Hemingway! Prendo l’ennesimo taxi che mi lascia in un vicolo perpendicolare a quello dov’è ubicata la Bodeguita. Come mi approssimo al locale, mi accorgo che la mia italianità non è passata inosservata: 3-4 pusher, in perfetto italiano, mi offrono ogni genere di droga: cocaina, eroina, marijuana. Accelero il passo, timoroso, e raggiungo la Bodeguita: una topaia, un’infima bettola! Mi faccio coraggio, entro e mi siedo. Mi fanno compagnia migliaia di firme apposte alle pareti dai turisti (un’usanza pluriennale per gli avventori occasionali del locale) e una di queste recita testualmente: “ Wanna Marchi è stata qui”. Evidentemente penso io, per qualche consulenza commerciale al Lìder Maximo. Riavutomi dal primo impatto, osservo delle piccole tovaglie a forma rettangolare, poste sotto il piatto ed i bicchieri: recano il vecchio slogan del locale, che in italiano più o meno fa così: “Ciò che bevi lo paghi tu, ciò che mangi te lo offriamo noi”. Wow, mi dico, esaltante! Mangio a sbafo. Troppo presto l’illusione è fugata: è solo uno slogan di altri tempi, altri usi, altre possibilità economiche. Oggi Cuba non può offrire niente o quasi a chi non cerchi altro che sesso.
Palazzi in stile coloniale che cadono a pezzi, tutti pericolanti e fatiscenti. Uno Stato di Polizia che esprime il proprio controllo capillare con agenti che monitorano finanche le spiagge. Con quelle divise e quei baschi che a guardarli sudi. Ma sudi tristezza, disperazione, perché quelle divise danno l’idea della guerra, quella vera, quella imposta da una dittatura ai propri connazionali. Quella giornaliera che dura da 50 anni. Quella che t’impone da una vita di chinare il capo, tacere ed ubbidire se non vuoi morire. Quella che non compare sulle cronache dei giornali internazionali, perché Cuba non è L’Iraq. Non ci sono giornalisti embadded a descriverla. Perché Cuba è un mito. E’ un mito per quelli che ancor non hanno capito che le dittature sono sempre uguali, che siano fascisti o comunisti a farle. Perché la libertà è ovunque la stessa, e i diritti ovunque uguali, senza “Se” e senza compiacenti e assolutori “Ma”!
Un’ultima cosa voglio raccontare. All’andata, sul mio aereo, c’era un signore molto distinto, con moglie al seguito: la Pravda (chiamo così, ovviamente, la Repubblica del duo Mauro-Scalfari), il Manifesto, l’Espresso sotto braccio. Io a Cuba ho visto le cose che vi ho raccontato, ma secondo voi, cosa mai avrà visto il signore distinto e benpensante?
Hasta la victoria, NUNCA!