Agonia della dittatura.
 

Le performances dell’economia cubana nel 2003 testimoniano tutto il peso dell’isolamento politico del paese, la cui capacità di sostenere la crescente competitività internazionale risulta sempre più limitata dalla difficoltà di trovare partners commerciali. Il principale limite alla ripresa economica cubana è rappresentato dall’embargo imposto dagli Stati Uniti, a cui il regime è riuscito a resistere per un trentennio grazie agli accordi commerciali privilegiati con l’Urss ma che, dopo il 1991, è diventato un peso sempre più difficile da sostenere. Il progressivo aumento del prezzo del petrolio ha avuto pesanti effetti sulla bilancia commerciale, dato che Cuba è costretta ad importare la metà del proprio fabbisogno di energia. Gli investimenti stranieri sono scoraggiati dai frequenti ritardi nei pagamenti, aggravati da una recente stretta finanziaria da parte della banca centrale. La perenne insufficienza di valuta estera e di significative risorse di credito rende dunque l’economia cubana estremamente vulnerabile alle fluttuazioni del mercato. A questi fattori vanno aggiunte le distorsioni economiche provocate dall’esistenza di un doppio regime di cambio, quello ufficiale, in parità col dollaro, e quello non ufficiale, utilizzato solo per le transazioni private interne, in cui il rapporto tra peso cubano e dollaro è di 27 a 1. Nel quadro del peggioramento delle relazioni con i partners tradizionali come Canada ed Unione Europea, le autorità economiche hanno rivolto la loro attenzione al Sud America. Negli ultimi due anni il Venezuela è diventato il maggior partner commerciale di Cuba e il presidente Hugo Chàvez ha provveduto al disperato bisogno di energia dell’isola fornendole petrolio a prezzo ridotto. Tuttavia questa relazione, per la sua natura politica, non può considerarsi stabile, soprattutto per la crescente polarizzazione del clima politico venezuelano. La visita del presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva lo scorso settembre ha suscitato le speranze cubane di ottenere una fonte di credito meno precaria ma, malgrado i toni cordiali della visita, si stima che l’accordo sul prestito che è stato siglato copra soltanto un decimo della valuta estera richiesta. Anche l’accordo sul debito stipulato con l’Argentina va poco al di là del contributo simbolico, malgrado la riattivazione delle piene relazioni diplomatiche e la decisione del governo argentino di cancellare il 75% del debito cubano (1,9 miliardi di US$), in cambio di assistenza medica specializzata gratuita. Il caso di Cuba presenta ben pochi elementi di eccezionalità. Precarietà e debolezza economica sono infatti tratti comuni all’intera area caraibica, colpita pesantemente dalla crisi del settore zuccheriero ed ora minacciata dalla proposta statunitense di creare un’area di libero commercio continentale (FTAA). Una prospettiva di marginalizzazione economica a cui i paesi appartenenti alla Comunità dei Caraibi (CARICOM) hanno reagito chiedendo regole di mercato più eque, il mantenimento dei sussidi all’agricoltura finora percepiti e l’accesso preferenziale dei propri prodotti di esportazione nei mercati esteri (come quello delle banane in Europa). Le difficoltà economiche di Cuba tuttavia non devono dar adito a prospettive catastrofiche. Gli esperti infatti stimano una crescita del 3% nel 2005 grazie allo sviluppo dell’economia mondiale e all’espansione dei settori diversi da quello non zuccheriero, nonché un miglioramento della posizione finanziaria del paese per i progressi attesi negli accordi sulle riduzioni del debito estero. La salute di Castro non sembra essere gravemente compromessa, per cui ci si aspetta che il “Lìder màximo” conservi le leve del potere almeno fino al 2005. Questa prospettiva di continuità rende improbabile qualsiasi riforma politico-economica nel medio periodo. Il regime tuttavia non ha impedito, soprattutto negli ultimi dieci anni, una significativa decentralizzazione del decision-making, ottenuta grazie alla riforma delle imprese, all’influenza degli investimenti esteri e all’espansione delle attività economiche private legali e non, e ci si aspetta che questa tendenza non si arresterà. Nel lungo periodo tali cambiamenti potrebbero creare anche le condizioni per una graduale unificazione dei tassi di cambio. Malgrado nel 2004-5 si prevedano tassi di crescita inferiori a quelli registrati negli anni ’90, il volume degli scambi dovrebbe salire dal 3,4% del 2003 a più del 6% nel 2005. Si conta anche su un’espansione del turismo, al quale si deve in gran parte delle entrate di valuta estera del 2003, ed un aumento della produzione del petrolio. Quale futuro dopo Castro? Il Lìder Màximo ha ormai 77 anni e le sue condizioni di salute sono sempre più critiche. Suo fratello Raul, 72 anni, non rappresenta una sicura prospettiva di continuità per il regime: è infatti tornato sulla scena politica dopo mesi di misteriosa assenza, che avevano fatto pensare ad un suo ipotetico decesso o impedimento permanente. Le autorità cubane non sembrano essere preparate ad un’eventuale successione. Il vuoto di potere dovrebbe essere riempito dalle forze armate, ma la loro capacità di iniziativa è per il momento bloccata dall’assedio propagandistico che immobilizza le coscienze. Per adesso soltanto il leader dissidente Osvaldo Paya, che nel 2002 ha ricevuto il premio Sakharov del Parlamento Europeo per i diritti umani, è riuscito a presentare un’ipotesi organica sul futuro di Cuba. Paya ha elaborato un progetto di transizione politica ed economica che prevede la creazione di un collegio presidenziale di tre membri per gestire le elezioni libere, e si sta adoperando per organizzare dibattiti su una “road map” per l’isola malgrado il divieto oppostogli dal governo. Dal canto suo Washington ha fatto capire chiaramente di essere pronta ad intervenire in qualunque momento, ed ha creato lo scorso ottobre la Commissione per L’Assistenza per una Cuba Libera, presieduta dal Segretario di Stato Colin Powell, allo scopo di favorire nell’isola una transizione pacifica alla libertà democratica. Le assicurazioni di Bush tuttavia non dissipano le perplessità sugli effetti di un intervento diretto degli Stati Uniti all’uscita di scena di Castro, che secondo gli esperti potrebbero provocare ondate di emigrazione disordinata difficili da gestire. L’attenzione degli osservatori internazionali si è perciò concentrata sulle eventuali forme di collaborazione tra le forze di sicurezza per evitare il rischio di un’instabilità permanente. Repressione e propaganda Il regime castrista reagisce alla prospettiva di declino con un irrigidimento sempre più marcato, alternando azioni repressive a manifestazioni propagandistiche ormai sempre meno credibili che accentuano l’isolamento internazionale del paese. Nel 2002, in risposta ad una petizione pacifica e costituzionalmente autorizzata che chiedeva riforme in senso democratico e il rispetto dei diritti umani (il Progetto Varela), Castro ha orchestrato un plebiscito per dichiarare irrevocabile il socialismo sull’isola. Nell’aprile 2003 il Lìder màximo ha imposto il carcere duro a 75 dissidenti non violenti, sperando di passare inosservato per il contemporaneo inizio del conflitto in Iraq. La notizia ha invece influito pesantemente sul prestigio internazionale del regime, sollevando le proteste anche di molti ambienti della sinistra e pregiudicando le relazioni con l’Unione Europea ed alcuni tradizionali partners commerciali latinoamericani. Le organizzazioni che si occupano della salvaguardia dei diritti umani hanno inoltre condannato Cuba per l’esecuzione sommaria, avvenuta lo scorso anno, di tre uomini che hanno dirottato un traghetto nel tentativo di raggiungere gli Stati Uniti. Il regime castrista ha presentato queste critiche come un insulto alla dignità di Cuba e come un tradimento degli ideali di giustizia sociale incarnati dalla rivoluzione cubana. La pressione propagandistica e le azioni repressive impediscono qualunque dibattito pubblico interno. Tuttavia gli organizzatori del progetto Varela hanno dichiarato che esistono nell’isola circa 200 gruppi di fiancheggiatori e che alla fine di settembre è stata presentata un’altra petizione all’Assemblea Nazionale che ha raccolto 14.000 firme, 3000 in più rispetto a quella del 2002. Non Solo. Lo spettro della dissidenza si sta insinuando anche nel cuore della macchina di consenso del regime. Lo scorso 4 dicembre Castro è stato vittima di un blitz satirico sulla prima pagina del Granma, l’organo ufficiale del governo de L’Avana, che ha riportato in prima pagina una foto di Castro ritoccata da mano anonima con i baffetti e la pettinatura resi tristemente famosi da Adolph Hitler. Il governo ha risposto ritirando più copie possibili del giornale (il più diffuso e letto nell’isola) e proibendo l’accesso al servizio telefonico nazionale a basso costo, utilizzato dalla maggior parte dei cittadini cubani per telefonare ma anche per accedere illegalmente a internet con computers e accounts reperiti sul mercato nero. Il progressivo irrigidimento dei rapporti con gli Stati Uniti Contrariamente al senso comune, nel mondo politico americano esiste un clima favorevole alla distensione dei rapporti con Cuba, testimoniato lo scorso 23 ottobre dal voto del senato americano per un allentamento delle restrizioni imposte ai cittadini statunitensi che vogliano visitare l’isola. L’amministrazione Bush sembra invece escludere a priori l’ipotesi della normalizzazione, adoperandosi al contrario per inasprire i rapporti già difficili con il regime cubano. All’inizio di gennaio infatti lo stesso presidente Bush ha annunciato ulteriori restrizioni alle possibilità di ingresso di cittadini americani nell’isola, ribadendo inoltre la strenua opposizione a qualunque tentativo del Congresso di allentare le condizioni di embargo. Le occasioni di attrito non si fermano qui. Il 6 gennaio il Segretario di Stato per l’Emisfero Occidentale Rafael Noriega ha dichiarato che Castro sta cercando di destabilizzare i governi dell’area latinoamericana. Le dichiarazioni di Noriega seguono quelle del portavoce del Dipartimento di Stato Richard A. Boucher su una supposta collaborazione tra Castro ed il presidente venezuelano Hugo Chàvez sul finanziamento di gruppi sovversivi nella regione. Cuba dalle pagine del Granma ha risposto alle accuse dichiarando che i 12.000 cubani presenti in Venezuela, che gli USA credono osservatori militari, non sono altro che dottori, professori, allenatori sportivi ed assistenti sociali inviati a sostegno dei programmi sociali di Chàvez, e che la gran parte di loro sono donne. Gli Stati Uniti hanno anche sospeso i colloqui semestrali con Cuba sull’immigrazione. I colloqui si tengono alternativamente a L’Avana e a New York sin dagli accordi del 1994-95, che posero fine ad un esodo di 37.000 cubani verso le coste della Florida stabilendo un flusso di immigrazione legale negli USA di 20.000 cubani all’anno, oltre alla centinaia di rifugiati politici. L’irrigidimento degli Stati Uniti è stato motivato in vario modo. Secondo alcuni rappresenta una mossa per scoraggiare il Lìder màximo da un eventuale passaggio di poteri al fratello Raùl. Ma esistono anche interpretazioni meno lusinghiere come quella del segretario agli affari per il Nord America del Ministero degli Esteri cubano Rafael Dausa, che ha commentato la recente e espulsione del segretario della Sezione degli interessi cubani a Washington, Roberto Socorro Garcìa, come parte di una campagna orchestrata da Washington per “compiacere la mafia di Miami”. Miami è la sede della più grande comunità di esuli cubani negli USA, le cui lobbies hanno avuto un ruolo fondamentale nel sostenere Bush nelle controverse elezioni del 2000, assicurandogli i voti della Florida. Dausa quindi accuserebbe Bush di essersi piegato alle richieste della Fondazione Nazionale Cubana di Miami di aumentare le pressioni su Castro per favorire la fine del regime, e nello stesso senso andrebbero interpretate le insinuazioni sulle presunte attività sovversive di Cuba in America Latina e l’interruzione dei colloqui sull’immigrazione. Conclusione Il regime cubano non ha dunque molte prospettive di sopravvivere alla morte del proprio leader. L’involuzione autoritaria del paese obbedisce alla regola che impone l’utilizzo della forza in mancanza di strumenti di controllo politico più efficaci. Al lìder màximo non resta che il favore di alcuni governi latinoamericani, che tra l’altro dimostrano più interesse ad utilizzare Cuba come strumento politico nello scontro con gli Stati Uniti che ad offrirle un sostegno effettivo.