Un mito per violenti e ignoranti.

 

 

La storia d’Ernesto Guevara diventò dopo l’incontro con Castro in Messico del 1956: scelto come medico della guerriglia. Raccontano i guerriglieri che durante il primo combattimento Guevara lanciò violentemente la valigetta dei medicinali. “Datemi il fucile”, fu la sua storica leggenda che i castristi attribuiscono al guerrigliero argentino. Da quello stesso momento il mito incominciò a crescere fino ad acquistare dimensioni internazionali. In ogni modo, la freddezza era ciò che definiva il suo carattere. Il suo gran merito era la volontà di lottare contro di quello che gli dava più fastidio, l’asma cronica ed il capitalismo; ma il dramma della sua personalità consisteva nel fatto che proiettava la malattia sul presunto nemico. Questa forma fredda di concepire la vita, lo portò, non solo a diventare implacabile col nemico, ma anche a sacrificare la vita di coloro che lo’hanno seguito.

Chi conosce da vicino il dramma della prigione La Cabaña, fortezza militare spagnola diventata carcere, non può fare altro che distruggere con rabbia il mito di Guevara. Insieme ai muri, rimangono i testimoni delle fucilazioni, organizzate e ordinate da Che Guevara, capo del sinistro carcere, nei primi mesi del 1959.

Bisogna creare: uno due, tre…tanti Vietnam, questo il messaggio di Che Guevara alla Tricontinentale, raduno di rivoluzionari del “Terzo Mondo”, svoltasi a Cuba nel 1966. Era un appello alla violenza all’odio. Sapeva che lì si disegnava un piano di terrore contro l’occidente.

Guevara paradossalmente nacque quando morì in Bolivia nel 1967, occasione in cui l’esercito locale, uccidendolo fece un ottimo servizio a Fidel Castro, al comunismo internazionale e anche ai violenti del Sessantotto . Fu da allora che Che Guevara divenne il simbolo dell’eroe morto per la giustizia sociale. Un vero pretesto alla violenza per chi caccia senza scrupoli gli avvenimenti storici per strumentalizzarli e tenere nel buio al comune cittadino.

Probabilmente senza la morte in Bolivia, Che avrebbe fatto la fine di tanti stretti collaboratori di Castro, di cui, per ragione di spazio, risparmio i loro nomi. Ma bisogna rilevare che degli strettissimi collaboratori del dittatore cubano, solo Raul suo fratello, una figura insignificante è riuscito a sopravvivere.

Insomma, così come il Che vivente creava interferenze al potere assoluto, il Che Guevara morto si è convertito in materiale per l’opera di strumentalizzazione di Castro e suoi complici di tutto il mondo. Castro s’impadronì del simbolo per la sua propaganda e ai russi conveniva solo il fedelissimo, che vendette l’anima al diavolo stalinista.

Prima della morte, Che inviò il suo messaggio chiave al raduno dei rivoluzionari d’Asia, Africa e America Latina con parole d’odio e di morte . Sapeva tra l’altro che lì si disegnava un piano di lotta violenta contro l’occidente e contro gli americani: “Il rivoluzionario deve imparare ad odiare e ad uccidere, uccidere, uccidere”. Odio e morte erano i messaggi di Guevara. Morte e oddio è oggi quello d’Osama ben Laden. Il messaggio dei portatori di bandiere della pace con la foto di Guevara sul petto, ha per me due interpretazioni:

-         Un ignorante che non si rende conto di essere un portatore di violenza

-         Un vero violento, capace di uccidere che strumentalizza i concetti per confondere il comune cittadino.

 

Carlos Carralero.