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COGNOMI DELL'ALTA LEVENTINA                                           SOPRANNOMI  

DIALETTI SVIZZEROITALIANI                                     DIALETTI DEL MONDO

 

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ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ

Pacéta -  Pietanza del passato a base di farina. Ricetta, passatami da mia cugina Maria di Deggio: acqua, latte, sale -> bollire; farina bianca -> aggiungere e cuocere mescolando fino a ottenere una massa densa e liscia, versare nelle fondine; acqua,vino, zucchero, freddo o tiepido -> versare sopra. Il LSI dà per Dalpe pacéta = pantano, zona fangosa. una relazione fra i due significati è probabile. - (paceta) 

Pachèt - Peccato (plur. inv.). Brüt 'me 'l pachèt = brutto come il peccato, che più brutto non si può. Airolo: pac'èt, plur. pac'ìt (Beffa cit.).

Pachét - Pacchetto, plur. pachìt. - (pachet)

Padèna - Orma, traccia di animale o persona. Plur. padèi o padèn (-nn). Airolo: pédàna (Beffa cit.) - (padena, padei, paden, pedana).

Padlic', padlon - Campano di poco valore. V. sull'argomento campani il capitolo dedicatogli in Vicari cit. 

Padümàs - Calmarsi, quietarsi; p. est.: adattarsi. Il LSI dà anche padümè = calmare, placare e padüm, padümos = umido, acquitrinoso, che non so se abbia un rapporto con il verbo. Lurati "Dialetto" cit. (p. 65) fa derivare padumè dal greco pathema = dolore, sofferenza (da pathein = soffrire, da cui il latino pati -> it. patire,). - (padümas, padümass).  

Padüra (pl. padüu, padü) - Pantofola. Nè in padüra = camminare con le sole calze, senza scarpe. Zòiru im padüra = loffa silenziosa (Airolo, Beffa. cit.) Padüron = pantofolaio, ciabattone.

Paesàn, paisàn, plur., paisèi - Contadino. Paìs = paese, villaggio

Paijon - Gracchio alpino, Pyrrhocorax graculus (it.wikipedia - foto Google), corvide nero con le zampe e il becco giallo che bazzica spesso nei dintorni dei rifugi alpini. Così è chiamato nel dialetto di Airolo, negli altri non so, lo dà però anche Franscini cit. traducendo monacchia o pola delle Alpi. Il LSI dà nomi simili anche in val di Blenio. Un giorno dalla stazione di Airolo ne ho visto con sorpresa un vero e proprio stormo volare sopra le case del villaggio; in un primo tempo pensavo fossero corvi. Il LSI  dà anche pangion e altre variazioni del nome in tutto il Sopraceneri. A Biasca Magginetti-Lurati cit. danno pajon (pasgion) nel senso di cornacchia (errore di identificazione poi corretto da Claudio Strozzi cit.) e come soprannome degli abitanti di Cugnasco in Val Pontirone. In Verzasca Lurati-Pinana danno pajom (pasgiom) = gracchio. Paijói sarebbe il soprannome degli abitanti di Fontana (Airolo) secondo Gilardoni cit. --> v. SOPRANNOMI. Pensavo che il toponimo Pagionera a Dalpe (il tratto di bosco prima della cascata) derivasse dal nome di questo uccello, ma mi dicono di no: a Dalpe non ci sarebbe neanche un nome perché non ci sono gracchi. Forse in passato? - (paisgion, paisgioi)

Paissè = pensare. I péisi = io penso. Paisséi = pensiero, preoccupazione - (paissei) 

Pampìs - A Dalpe chiama(va)no così quei dolci piatti con attaccata l'immagine di San Nicolao o Babbo Natale che si trova(va)no nei negozi prima di Natale. Noi a casa li chiamavamo spampézzi, che però sono in realtà altra cosa (v.) Il LSI dà pampìs -> pan d'episs = pane al miele (Mesocco), ma non dice niente dei dolci che intendo io.

Pan e vin - "Pane e vino": secondo Beffa cit. si tratta delle foglie di sapore acidulo dell'acetosa, Rumex acetosa (foto Google), il cui stelo e la cui spiga di colore rosso sono detti sc'azzòia ad Airolo e scazzòia (v.) a Quinto. Cercando le foto con Google ho tuttavia notato che quello che chiamavamo noi "pan e vin" da bambini a Dalpe sono piuttosto le foglie, pure di gusto dolce-acidulo, del Rumex scutatus (foto Google), che non crescono di solito nei prati ma più spesso sui vecchi muri. A Dalpe li trovavo in particolare su quello (ormai sostituito)  vicino alla scuola (essa pura distrutta e ricostruita), sulla strada verso Cornone. Beffa dice che le foglie di pan e vin venivano masticate quale antidoto alla sete e usate per preparare la minestra. Il nostro pan e vin era invece solo un surrogato gratis delle caramelle ...

 

Pan e vin, Rumex acetosa; Pan e vin = Rumex scutatus. Le due foto sono tratte da cavies.lightskies.net

 

Panè - Fare il burro, sbattendo la panna nella panègià (v.).

Panègia - Zangola, apparecchio per fare il burro (anche lombardo: penagia, penegia) . C'è quella a stantuffo e quella rotatoria, detta panègia tudésc'a. -  (panegia)

 

                                   "Panègia tudésc'a", zangola rotatoria. Foto trovata in casa, clicca per ingrandirla in formato maxi.

                                                                          Panègia a stantuffo, Museo di Leventina - foto (poco riuscita) Tabasio


Panét (da nès)
- Fazzoletto. Airolo: panèt. Plur. panít - (panet, panett)

Panìscia - Pietanza i cui ingredienti sono riso, latte e zucchero. Così ho sentito io, ma Jelmini "Glossario" dice minestra di solo latte, riso e sale. Forse sono due variazioni sul tema. - (paniscia)

Pantòla o pan tòla - Pietanza del passato a base di riso e farina di granturco. Ricetta, passatami da Maria, cugina di Deggio (che ha scritto "pan tola" come fosse "pane di latta"): acqua, sale -> bollire; semola gialla -> aggiungere; riso (non troppo) -> aggiungere più tardi, cuocere e versare in una scodella larga, formare delle piccole buche con un cucchiaio; cipolla tritata -> rosolare e versare sopra. - (pan tola, pantola) 

Panzél (z = dz) - Bioccolo, batuffolo; fig. fiocco, falda di neve (LSI, che lo dà a Osco e in varie località ticinesi). Mai sentito personalmente, ma la mamma mi ha indicato l'espressione ni jü i panzeloni (accrescitivo di panzelói) = nevicare a larghe falde. - (panzel, panzell, panzeloi, panzeloni)

Paparossa - Fragola. Curioso nome usato a Fontana (Airolo) , Beffa cit. 

Pardègn - 1) Ripiano o scompartimento di armadio ecc. 2) Separazione o scansia fatta di pali, assi o stanghe che nella stalla separa una bovina dall'altra (Jelmini, "Glossario" cit.); in questo solo senso Beffa cit. dà per Airolo pradègn, da cui pradagnè = separare con un pradègn e pradagnó = separato con un pradègn. - (pardegn, pradegn)

Pardéi - Aiutante nella fienagione. Airolo: pradéi = lavoratore del prato, falciatore, spec. bergamasco (Beffa cit.). Da ragazzo i cugini di Deggio che aiutavo a far fieno mi chiamavano pardéi, anche se non falciavo, ma forse era per darmi importanza... - (pardei, pradei)

Parént - Parente. Plur: parénç. - (parent, parenç, parenc)

Parghignè - Scontare, espiare, pagare il fio. Sentito dalla mamma, più o meno sinonimo dell'oggi più usato püriè. Parghignala = pagare il fio di qualcosa che si è fatto e si sarebbe potuto evitare, o di un piacere che ci si è concessi e che sarebbe stato meglio non concedersi: "i l'ho bé parghignèda". Il LSI dà il verbo solo per Rossura, ma la mamma dice che si usava spesso a casa sua ad Ambrì.

Parlè - Parlare. Parlàs = parlarsi, eufemismo ancora utilizzato da qualche anziano, come mia mamma, per i fidanzati che intrattengono una relazione suppostamente pudica. Parlè fò (fòra) da 'm sciüéi = parlare a vanvera: "u parla mia fòra da 'm sciüéi" = "non parla a vanvera, sa quello che dice" (espressione sentita a Deggio). Parlè in déca = parlare in deca, particolare linguaggio un tempo utilizzato a Osco per non farsi capire dagli estranei, documentato da Mario Vicari (-> Vicari 4, pp. 83-90) e ancora noto ad alcuni abitanti del villaggio. Si tratta di un gergo analogo al francese largonji des louchébem (= jargon des bouchers, gergo dei macellai), da cui un gruppo di emigrati oschesi ha verosimilmente preso lo spunto nell'Ottocento utilizzando come base il dialetto (taron) locale. Eccone le regole (ibid. p. 86), che escludono per lo più articoli, presposizione e congiunzioni. 1) Al posto della consonante o delle consonanti iniziali si mette una "l". 2) A fine vocabolo si inserisce l'infisso "de", seguito dalla o dalle consonanti iniziali con la rispettiva vocale. Esempi: pan = landépa; trop = lopdétro; vaca = lacadéva. 3) Nelle parole inizianti per "l" questa è sostituita da "v": legn = vegndéle. 4) Nelle parole inizianti per vocale è premessa una "v", e una "v" precede anche la vocale nella sillaba finale: èsan = vèsandéve. Un tempo invece di parlè in deca si diceva parlè in lidésci = parlè inscì = parlare così (ma seguendo la regola dovrebbe essere "parlè in vinscidevi", lidesci = sci!). Il "deca" sembra essere il solo gergo di questo genere in Ticino, assieme al più noto larpa iudre (= parlà indré) di Mendrisio, che però è assai meno complesso, essendo una semplice inversione di sillabe come il francese verlan (= l'envers).

Parpaiòra - Farfalla (non si sente più usare). Est. vulva (sentito a Dalpe da ragazzo in questo senso). Airolo: parpaòra. Curiosità che mi ha sorpreso: si dice(va) parpaiòra anche a Castelnuovo d'Asti (Piemonte), parpaiòla in diverse località piemontesi, parpaia in Emilia Romagna e parole molto simili in Sicilia! (AIS, carta 480). Il Grande dizionario della lingua italiana di S. Battaglia dà Parpaglia, region. = Farfalla, falena, voce d'area sett. e in particolare lombarda e emiliana, il diminutivo Parpagliola = tignola, tarma, nonché Parpaglione, it. antico e lett. = farfalla, falena. Ci sarebbe pure il provenzale Parpalhol. - (parpaiora, parpaora) 

Parnìsa - Coturnice, Alectoris graeca (it.wikipedia - foto Google, scheda caccia-ti). - (parnisa)

  Parnisa - da  www.tierpark.ch

 

Parsanè - Risanare, rimettere in sesto. Parsanàs = guarire; di tempo: rasserenarsi, rimettersi al bello. 

Parsóni - Personico (it.wikipedia) (de.wikipedia ). Quando andavo al ginnasio di Biasca mi sorprendeva come il dialetto di questo villaggio della Bassa Leventina fosse assai simile al nostro rispetto a quello degli altri paesi della regione, ormai in pieno ticinese standard (Biasca escluso). Personico sarebbe un toponimo prediale, ossia relativo a un podere, il quale sarebbe appartenuto a un ipotetico Persius o Perso, conclude il DTS, ma secondo Lurati cit. la radice Perso- viene da persona = membro del clero" (?) e il nome starebbe dunque per "terreno che deve dare decime per il sostentamento del clero". Soprannomi degli abitanti: Salvèdi (selvatici), bósc (becchi, caproni) (Gilardoni cit.)- (Parsoni)

Parsüra - Spersola. v. Farsüra 1.

Parsüt - Prosciutto. Oggi si dice di più giambon, mi pare - (parsütt)

Parüsc - Grosso chiodo o cavicchio di legno utilizzato un tempo nella costruzione, lungo ca 10 cm (perlomeno in Val Bedretto, v. Lurati "Terminologia" p. 39). Secondo Beffa cit. i parüsc servivano a fissare le scandole - i sc'andri - sui tetti e sono più piccoli dei tùbas (v.). Al plurale, soprannome dato agli abitanti della Val Bedretto dagli airolesi, ma anche di Freggio (Osco) e di Osogna.  In quest'ultimo caso almeno vuol però dire passeri secondo Gilardoni cit.. Anche Magginetti-Lurati cit. per Biasca danno parüsc = passero, cinciarella, ma Claudio Strozzi aggiunge "chiodi di legno che assicurano i latt sui scamoi", sui tetti di piode. Anche Flavio Bernardi, in "Parole e locuzioni del dialetto di Lodrino", dà parüsc = chiodi di legno per fissare travi e travicelli. Quanto al soprannome degli osognesi dice che "forse deriva da parüscia, parüsciora, che significa capinera" (= uccellino dal canto melodioso, con becco sottile, capo nerissimo nel maschio e rosso-bruno nella femmina , ord. Passeriformi, Garzanti online). Parüsc si usa anche in Val Verzasca col significato di "grosso cavicchio per unire i legnami del tetto" (Lurati-Pinana p. 306). V. anche tubas

Parzè (z = ds) - Bucare, perforare, trapassare. V. anche sparzè, con lo stesso significato e, mi sembra, più usato.

Parzéu (z = ds) - Mangiatoia (stessa origine latina di presepio: praesepium). Airolo: prazéf- (parzeu, prazef)



                                                                                                    Parzéu - foto Tabasio


Parziala, parziasla (pron. -zz- - ts-) - Rassegnarsi, darsi pace: "u pò parziasla mia". Parziè = accettare, perdonare, ammettere (Lev.), dice il LSI. - (parzziè, parzziala)

Passél - Scalino, gradino, piolo. Sentito dalla mamma, alternato a basél. Beffa per Airolo dà basél. Idem AIS per Osco (cartina 873). Anche nel basso Ticino si sice basèl. - (passel, passell, basel, basell) 

Pastüra - Pascolo. Pastürè = pascolare.

Pasturésc, pastorésc - Totale delle spese d'alpeggio diviso per il numero di capi di bestiame, pagato dai singoli proprietari (Jelmini, "Glossario" cit. > fè fò l pasturesc*** = fare i conti per vedere quanto ognuno deve pagare a fine stagione); quota di spese d'alpeggio pagata dai singoli proprietari di bestiame (Lurati, "Terminologia" cit., che dà pasturéisc per la Val Bedretto). Il LSI dà "spesa complessiva dell'alpe divisa tra proprietari", mentre per Quinto dà anche "tassa pagata per poter pascolare il bestiame sui terreni patriziali" (ma questa dovrebbe essere più correttamente érbèdi, italianizzato in "erbatico"). Fransioli Ordini cit. dà per Dalpe pastorésc: 1) Conteggio delle spese dell'alpe calcolato in base al numero delle vacche; 2) Quota da versare per la custodia e la monta delle capre.    *** Beffa cit. dà l'espressione con il senso generale di "fare i conti": "Ognün l'à da fàssal fò lüi u sö pasturésc cun San Pedru" = "ognuno dovrà fare i propri conti con San Pietro". - (pastoresc, pasturesc, pastureisc, erbedi) 

Pata -  Tessuto a maglie larghe usato per estrarre la pasta di formaggio (crènc'a; bügn ad Airolo e in Val Bedretto) dalla caldaia, prima di comprimerla nella binda (v.). In Val Bedretto è chiamata blèca (v.).

Pàuta - Fango. Ticinese: palta. Anche bòza. - (pauta)

- Palo, tra Stalvedro e il Piottino, dove piede si dice (v.). Ad Airolo è invece piede come in buona parte del Ticino, plur. péi. - (pe, pei)

- Piede. Ad Airolo e in Val Bedretto . Plur. péi = piedi (non peli, che si dice pir) per tutti. Nella sua "Terminologia" della Val Bedretto (p. 98 ss) Lurati dà anche nel senso di diritto d'alpe di ogni patrizio, diritto di godimento dei beni alpestri, mantenutosi fino a pochi anni (oggi: decenni) fa -> dè u pè = dare il piede = cedere l'usufrutto di tale diritto. Beffa conferma per Airolo e rimanda a VSI 601 (alp?).- (pe, pei)

Pè t g'alina = Trifoglio delle Alpi, Trifolium alpinum (foto Google), le cui foglie ricordano una zampa di gallina (usato ad Airolo, Beffa cit.).  

Péç - Mammella di mucca o capra, volg. di donna. - (peç, pecc, pecch)

Pécian - 1) Pettine, per i capelli ma anche di rastrello o falciatrice, come pure  l'attrezzo apposito per raccogliere mirtilli. 2) Pizzo Pettine (-> cartina; foto), caratteristica cima dotata di una grande croce in metallo dal 1901 e - sul versante sudovest - di una faraonica opera di muri antivalanga costruita negli anni 1889-1892 su iniziativa del Patriziato di Catto e Lurengo (v. la cronologia 1889-1993 pubblicata nel "Corriere di Quinto", dic. 2009, pp. 14-15). Noto il detto contadino "quant ché Pécian u mét u capél, mòla la fàuç e ciapa 'l rastél" = "quando il Pizzo Pettine mette il cappello (è coperto da nubi), molla la falce e prendi il rastrello", ossia "smetti di falciare e affrettati ad ammucchiare il fieno perché minaccia di piovere". Ad Airolo si guarda invece al monte Cavanna e si dice  "quant c'é l C'avèna u fa c'apel ..." (Beffa cit. p. 364). Mi pare che lo stesso detto esista altrove, cambiano solo le montagne. Se ben ricordo, in una chiacchierata con il parroco di Prato/Dalpe, questi sosteneva che il nome Pecian (montagna) non ha nulla a che fare con il pettine ma deriva piuttosto da péç. Effettivamente, visto da dal territorio del comune di Quinto la sua forma tondeggiante richiama una mammella (mentre da Dalpe è una piramide). Pécian può nondimeno essere il corrispettivo del tedesco Kamm = pettine, ma anche cresta di montagna. In questo caso l'appellativo calzerebbe tuttavia maggiormente se riferito al più alto Pecianét. Alcuni decenni fa sulle cartine 1:25'000 (es. 1977) figuravano scambiati "Pecian" e "Pecianett". Poi l'errore è stato corretto. Ma è davvero un errore? Le due montagne erano così chiamate anche qualche secolo fa? Perché allora si trovano un Pos Pécian (= dietro Pécian) e un Lago Pécian proprio dietro Pecianét? E un Pos Pécianett a ovest  di quest'ultimo dietro la cresta che va verso il passo Forca? Questa stranezza mi ha sempre intrigato. Anche nelle ottocentesche carte Dufour e Siegfried Pecianét è chiamato Pzo Pettano, mentre Pecian non ha nome. Luigi Lavizzari, nel 1850, a spasso in Val Piora chiama senza ombra di dubbio Monte Pettine l'odierno Pecianét, dandogli anche la quota di 2766 metri ("Escursioni nel Cantone Ticino", ed. Dadò 1988, p. 341). Johan Gottfried Ebel (1764-1830), nel suo Manuel du voyageur en Suisse (ed. 1810, p. 15, ed. ted.) parla di Petina, nome che i topografi del XVIII secolo attribuivano al Lucendro, dice il "Dictionnaire géographique de la Suisse" (1905). Anche Hans Rudolf Schinz (1745-1790) in "Descrizione della Svizzera Italiana nel Settecento, dà l'impressione di intendere il Lucendro quando parla di Pettine. Altri viaggiatori di fine '700 lo danno però chiaramente come sinonimo di Fibbia (2739 m), pizzo gemello del Lucendro se visto dalla piana di Ambrì. Si veda al riguardo "Viaggiatori del Settecento nella Svizzera italiana" a cura di Renato Martinoni ("la Fibia altrimenti chiamata Petino" scrive Ermenegildo Pini nel 1781, citando al riguardo G. S. Gruner, autore di varie pubblicazioni sul mondo alpino: op. cit. pp. 226 e 228 -> testo). Il succitato "Dictionnaire géographique", che indica il monte Pettano come "formé de deux sommets", descrive anche due passi, il Pettano occidentale (= Passo Comasnengo?), 2500 m ca, tra la Punta di Murinascio (ca 2530, senza nome sulle odierne cartine) e la cima del Pettano, che collega Piora a Rodi Fiesso in 5 ore, "accesso facile", e il Pettano orientale (= Bassa di Pos Lèi?), 2500 m ca, pure "facile", tra il Pizzo Lucomagno (oggi P. Sole) e la "cima Nord" del P. Pettano, che collega Piora a Faido in 6 ore. Sul Pettine e le sue variazioni di nome v. anche G. Brenna, "Guida delle Alpi ticinesi", 3, p. 225. - (pecian, pecianet, pecianett)

                                                    Pizzo Pettano è l'odierno Pecianet in questa cartina del 1920 ca


Pèi - Paio; pl. pèira (f.) = paia: un pei cauz, do peira d'cauz - (pei)

Péisc - Peggio. Peggiorare = péjurè, péijorè.

Pél - Pèlle. Airolo: pèl. Pél da quèç (Airolo pèl da quèç) = abomaso (l'ultima delle quattro sacche dello stomaco dei ruminanti) dei vitelli lattanti un tempo usato per ottenere il caglio (quèç) per fare il formaggio. - (pel da quecc)

Pélaté - Conciatore, pellaio, mercante di pelli. Termine ormai estinto, ma usato nella notta filastrocca  "L'Epistula da Vòsc'" (la pél ai pélaté...). Bontà cit. dà come sinonimo ormai disusato ghèrbar, dal tedesco Gerber = conciatore. - (pelaté, pelatei, gherbar)

Péliàta - Fibra o cartilagine nella carne. "L'é tüta péliàt", ci si lamenta a tavola quando la carne è un po' fibrosa. - (peliata, peliat, peliatt)

Pélòia - Carta da gioco di poco o nessun valore: "i ò scè dumà pélòi" - (peloia, peloi) 

Péltréra - Termine non proprio di apprezzamento per donna o ragazza ritenuta troppo leggera di costumi: sgualdrina, puttana. Vedi in proposito le considerazioni personali alla voce Zamforgna. Il significato primo del termine, diffuso, credo, in tutta l'area lombarda (si trova anche in Carlo Porta),  è quello di credenza per stoviglie di peltro, reso in italiano anche con piattaia. Franscini cit. alla voce Peutréra del suo dizionarietto dice: "Sorta di armadio aperto su cui si dispone ad uno o più ordini il vasellame di peltro di una famiglia". V. illustrazione qui sotto. Beffa per Airolo dà pautréra. Lurati "Terminologia" per la Val Bedretto dà paltréra, con il significato anche di vacca vecchia e cadente. - (peltrera, peutrera, pautrera, paltrera)

Pén ( pron. pénn), lèç pén - Latticello, parte sierosa del latte che si separa durante la fabbricazione del burro (Jelmini "Glossario" cit), v. anche latticello in it.widipedia. - (lecc pen, lecc penn)

Pèn (-nn) - Panno = tessuto di lana follato, in cui non si distingue l'intreccio delle fibre per l'infeltrimento superficiale | (estens.) qualsiasi tessuto pesante (Garzanti online). Plur. pègn, nel senso più esteso di panni, vestiti. - (pen, penn, pegn)

Pér - Pelo (non pero, che si dice pisòra). Pl.: pir 

Pèra - Paletta da cucina, mestolo. In tempi meno fortunati per i bambini, la pèra dla polénta (mestone), insieme al batipàni (battipanni) era lo spauracchio dei nostri sederi infantili. Pérèda, pèrèda = colpo di pèra (di solito sul sedere, appunto). Pèra è anche la parte del bastone da hockey (stèca) con cui si manovra e si tira il disco. - (pera, pereda).

Pérzic - Pesca (frutto) - (perzic) 

Pérzighìn - Gallinaccio, Cantarellus cibarius (foto Google), piccolo fungo giallo delizioso specialmente nel risotto. Pl.: pérzighìt, detti anche sciantrél (fr. chanterelles, ticinese sciantarèl) e giaudìt (giallini). Ho imparato il termine perzighin da bambino ma non so se sia autoctono o importato da qualche "fungiatt" di altra regione. - (perzighin, perzighit, perzighitt, sciantrell, giaudit, giauditt)

                                                                                          Pérzighìt - foto Tabasio


Péscia - Abete rosso, o peccio, Picea abies (it.wikipedia - foto Google). Ad Airolo almeno, secondo Beffa cit., è così chiamata anche la coda cavallina, Equisetum arvense (it.wikipedia - foto Google), erba infestante spec. nei campi di patate, per la sua somiglianza con un piccolo abete. Plur pésc. - (pescia, pesc)

Pétèca - Ragazza o bambina un po' leggera, anche affettuoso - (peteca) 

Péter - Fresa da neve: spazzaneve a turbina che soffia la neve a lato. Dal nome della ditta costruttrice delle prime frese da neve in circolazione in Ticino (e non solo), la Konrad Peter AG Maschinenfabrik di Liestal (BL), fondata nel 1894 e rilevata nel 1990 dalla Rolba di Wetzikon (ZH), a sua volta rilevata nel 1991 dalla Bucher (che ha mantenuto il marchio Rolba).V. anche Lurati-Pinana cit. p. 312. Diminutivo: péterina (piccola "peter" a uso privato).  - (peter)



Péura - Pecora, Ovis aries. Plur.: péuri . V. anche c'auri e peuri. - (peura, peuri)

Pezza comüna - "Pezza comune": appezzamento, in genere pascolo, appartenente un tempo a due comunità viciniali che ne usufruivano entrambi (Fransioli, "Ordini"); pascolo sfruttato in comune dalle varie "boggie" - v. bògia - (Jelmini, "Glossario").

Pia - Pila, catasta di legna, mucchio di fieno pressato nel fienile. In quest'ultimo senso in Val Bedretto e ad Airolo si dice anche stòc (< ted. Stock, v. Beffa cit. e Lurati "Terminologia"). Una pia 't bòt = un fracco di botte. Impiè = ammucchiare, accatastare (pronunciato impi-è).

Piachè - Tacere. Piaca! = sta' zitto! Una perla di saggezza della mia zia Carmen: "Méi piachè che dì nóta": meglio tacere che non dir niente.

Piaséuro, piaséuru - Affabile, cortese, simpatico - (piaseuro, piaseuru) 

Piatlina - Tazza grande per il latte, quella del caffè è la chicra (entrambe le parole non si usano più, credo)  

Pic' - Molletta per stendere i panni. Mèiro 'me 'm pic' = magro come un chiodo, magrissimo.

                                                                                           Pic' - foto Tabasio
 

Pic'apésc  - "Picchia-abeti". Ad Airolo nome generico per picchio, in particolare picchio nero, Dryocopus martius (it.wikipedia - foto Google) e picchio rosso maggiore, Dendrocopos major (it.wikipedia - foto Google) , per il tipico martellio dell'uccello in cerca di cibo (Beffa cit.). - (picapesc, pichiapesc) 

Picè, spicè - Aspettare. Pécia! = aspetta! Anche péciè, spéciè, oggi forse più comune ma probabilmente meno genuino, ricostruito sull'indicativo presente.

Picianè - Pettinare. Fig. strigliare, dare una lezione, una ramanzina, una strigliata. 

Picóndria = Ipocondria, nel senso di grave malinconia, depressione, prostrazione. Non solo lev.. Oggi usato perlopiù  in senso scherzoso: "i ò dös la picondria", un po' come "i ò dös u poiàn" (v.) - (picondria)

Piciurè, plur. piciuréi - Trave orizzontale secondaria del tetto, una a ogni lato del crümanè (le altre andando verso la grondaia dovrebbero chiamarsi terzéra e rasè o radìs). - (piciure, piciurei, terzera, radis)

                                                                           I due piciuréi sotto il crümanè - foto Tabasio



Picri (plur.) - Piccole asperità su una superficie liscia.

Pidriöu - Imbuto. Plur. pidriöi.

Pidrissìn - Prezzemolo, Petroselinum hortense (it.wikipedia - foto Google), P. crispum (foto Google). Airolo: pédrissìn. - (pidrisin, pidrissin, pedrisin, pedrissin)

Piéisc - Piangere. Piéijüda = pianto (con un senso di durata): "in ò fèç una piéijüda" = "ho pianto a lungo" - (pieisc) 

Pigna - Stufa, un tempo quella tradizionale di sasso, oggi anche quella elettrica o a nafta, o il calorifero a muro. All'italiano pigna = strobilo corrisponde in dialetto vacòia (v.). Alla fine degli anni '50 la maestra chiese ad alcuni ragazzi della scuola di Dalpe, che allora contava otto classi in una sola  piccola aula (una trentina di allievi!) di "pitturare le pigne". Inutile dire che loro ignorarono le pigne raccolte nel bosco e verniciarono i caloriferi... Storn 'me na pigna = sordo come una campana. Sulla stufa tradizionale di sasso si veda lo studio di Massimo Lucchinetti, "La 'pigna' bedrettese: i risultati di una ricerca", Prosito, 1988, 57 pp.. Alle pp. 26-27 sono riportati i termini dialettali delle parti che compongono la 'pigna'.

                                                         Vecchia pigna, Museo di Leventina - foto Tabasio 

      

Pignöu - Giovane abete. Dim. pignörin.

Pìncali - Emigrati italiani, secondo Alina Borioli ("La Vecchia Leventina", p. 34), che forse li confonde però coi Cìncali (insulto dato dagli svizzerotedeschi agli italiani ma anche ai ticinesi, da cinc = cinque nel gioco della morra). Mia mamma sostiene invece trattarsi dei pitói (v.) svizzerotedeschi che giravano per i villaggi chiedendo la carità e a volte alloggio: "Se avevano cinque centesimi in tasca li spendendevano in alcool. Mi ricordo di una coppia che dava da bere grappa al bebè per farlo tacere e dormire prima di andarsene in giro". Immagino si trattasse di "matlosa" = Heimatlose (v. Heimatlose in DSS). Sul LSI non lo trovo, ma vedo che 'pinca', nel gergo verzaschese e delle Centovalli, significava 'ladro'; c'è un rapporto fra i due? - (pincali, cincali)

Pionda - Più, di più (Airolo: piünda). Da plus + abunde secondo Sganzini op. cit.

Piòra - 1) Pollastra, pollastrella, giovane gallina, gallinella. Plur piòi. Ma furmèç det Piòra non è formaggio di gallina, anche se c'è u lèç det galina... Dimin.  piorin, piurin = pulcino, plur. piorìt, piurìt. 2) Alpe dal rinomato formaggio, nel comune di Quinto, citato nel 1227 come Pigora (MDT, RL). V. l'interessante relazione manoscritta di Luigi Jelmini (Parigi 1900 - Lurengo 1979) riprodotta in "Quinto", Pp. 126-139, come pure, sul web, la tesina "di Ivan Baldessarelli "L'alpe di Piora e il suo formaggio". Sul Centro Biologia Alpina in Piora, v. Raffaele Peduzzi, ibid. pp. 145-166. Sulla regione v. anche il sito Ritom.ch. L'etimo del toponimo sembra controverso. Piora sarebbe, secondo il glottologo Carlo Salvioni, "la forma leventinese del valmaggese 'piola', scure (...). La rassomiglianza d'un punto qualsiasi della montagna con una 'scure' ne avrà determinato il nome" (cit. in Plinio Grossi, "Va sentiero", 1987, p. 297). Ottavio Lurati ("In Lombardia e in Ticino", 2004, pp. 151-152) ipotizza invece, come per il valtellinese Piuro, una derivazione - mi pare un po' fumosa - da un ipotetico petrariu(m) = "pietraio, accumulo di pietre, posto dove si andavano a cavare pietre".  La g del Pigòra medievale sarebbe a suo avviso "una g anetimologica, che veniva immessa per evitare lo iato".  Sulle cartine trovo un toponimo Piora all'imbocco della valle vicino all'attuale diga (immagine sotto). Mi chiedo se non sia questo il Piora originale, che ha dato il nome alla valle intera, al lèi Piora, oggi lago Ritom (v.), e quindi all'alpe Piora, vicino al lago Cadagno. Non ho mai sentito piòra per scure come indica Salvioni. Piòra nel senso noto di gallinella penso possa indicare in genere anche la femmina di grossi uccelli selvatici, in particolare del fagiano di monte. Toponimi con il nome galina non sono rari (sass galina, pian galina, piz galina) e potrebbero essere invenzione di più o meno antichi cacciatori. Il Möt Poléi vicino al Pizzo Lambro (Dalpe/Prato) trae per esempio il nome dall'essere (stato) luogo frequentato dai fagiani di monte.  - (piora, pioi)

Il Piora che ha dato il nome alla valle e poi all'alpe?

Piorin, piurin - Pulcino. Plur. piorìt, piurìt. V. Piòra.

Piòta - 1) Pioda, sasso piatto, roccia sporgente più o meno liscia; spesso anche toponimo 2) Piotta, frazione di Quinto. Secondo Maggi cit. il luogo è stato colonizzato, per motivi ignoti, solo fra il '400 e il '500 dagli abitanti di Scruengo, sul lato sinistro del Ticino. Prima c'erano solo alcune stalle, i "tiç da la piòta": v. Scruenc'. Soprannome degli abitanti (perlomeno ad Ambrì): scioirói (diarroici)> la maratìa di chi da Piòta = la diarrea, v. alla pagina SOPRANNOMI: ABITANTI E FAMIGLIE. - (piota) 

Piotéi - Tetto di piode. Si dice a Dalpe e credo anche a Quinto, dove è forse però più comune quèrt = tetto in generale (in famiglia usiamo solo questo termine). Ad Airolo: pitéi. - (piotei)  

Piòu - Piovere. Ad Airolo: piòf. A Dalpe: pióu - (piou, piof)

Piràca - Tasca (dei pantaloni), saccoccia. Non solo lev.: secondo il LSI è anche il soprannome di quelli di Ponto Valentino, in Valle di Blenio. Bontà cit. lo deriva dal latino pira = sacco , che non trovo su nessun dizionario. "Cui mèi in piraca" = con le mani in tasca. A Dalpe péràca secondo il LSI.- (piraca)

Pìscian - Piccolo (f.: pisna, plur. piscian) - (piscian)

Pisòra - Pero, Pyrus (it.wikipedia). I nomi degli alberi da frutta sono in genere femminili. Il frutto, la pera, è il pisöu, ad Airolo pisö. - (pisora)

Pisöu - Pera. Airolo: pisö. Pero si dice pisòra (v.).

Pissagüç - Pignolo (Beffa cit.), cavilloso, pedante. In casa mia si usava solo al femminile, senza un senso ben preciso.  

Pisséra - Termine spregiativo per donna o ragazza. - (pissera)

Pistrè - Spettegolare, sparlare (verrebbe dal latino tardo epistulare). Pistri (sing. pistra), piströgn = pettegolezzi; Pistron /a = pettegolo/a 

Pitanzin, (plur. pitanzìt) - Manicaretto - (pitanzit)

Pitéi - Tetto (Airolo, Osco). Contrazione di piotéi (v.) = tetto fatto di piode, direi così a occhio, ma Beffa, che cita a sua volta Sganzini e REW 6589, lo fa derivare dal latino plautus + -arius, che il mio vecchio dizionario non riporta. Attenzione a non fare come quel parroco airolese che volendo parlare dialetto disse pitèi (= puttane, sing. pitèna), suscitando l'ilarità generale (Beffa cit). V. quèrt. - (pitei)

                                                                             Pitéi, piotéi - Foto Tabasio.

 

Pitèla - Toponimo dalpese (passo tra l'alpe Morghirolo e Croslina, vecchio sentiero non più usato tra Pianaselva e Faido) e airolese. Suppongo sia contrazione di piotèla, piutèla, diminutivo di piòta. In dialetto di Quinto viene la pronuncia Pitéla. - (Pitela, Pitella)

Pititögna - Prelibatezza, leccornia. La mamma dice che lo usavano i suoi genitori ad Ambrì. Il LSI lo dà per Calpiogna e dà petitögna per Airolo, anche nel senso di golosità, predilezione per alcuni cibi.

Piton, pl. pitói - Mendicante, pitocco. In genere il termine era applicato ai girovaghi matlosa (Heimatlose), un tempo abbastanza frequenti anche per i villaggi della Leventina. Molti erano svizzerotedeschi ma ce n'erano anche di ticinesi. Trèç sü 'me 'm piton = vestito in modo molto trasandato. Pitonè = mendicare. V. anche Pìncali - (pitoi)

Piüç - Pidocchio, Pediculus humanus capitis (it.wikipedia - foto Google). Fig. avaro (in questo senso anche piügiàt). Scherzoso: la carè di piüç = la scriminatura = la riga con cui pettinandosi si spartiscono i capelli.- (piücc, piügiatt)

http://www.nlm.nih.gov/medlineplus/ency/images/ency/fullsize/2641.jpg  

Piüç (Fead Louse), piàtola  (Pubic Louse), da www.nlm.nih.gov

 

Piva - Termine spregiativo per donna o ragazza civetta e antipatica, alle mie orecchie. Beffa op. cit. traduce invece "persona indolente, irresoluta".

Pizzièda di ucéi - Probabilmente il farinaccio (bianco) o farinello comune, Chenopodium album (de.wikipedia - foto Google), dice Beffa (ma non dà questi nomi italiani), secondo cui il nome sarebbe (stato) in uso ad Ambrì, mentre a Fontana (Airolo) si dice Piz d'ucél. La mamma non lo ha mai sentito ad Ambrì. - (pizieda, pizzieda di ucei)

Pizzòcan (-nn)- Gnocco fatto di uova, farina e latte e cotto nell'acqua bollente. Plur. invariato. Niente a che fare con i pizzoccheri valtellinesi. - (pizocan, pizzocan)

Planda - Sottana nera da prete. Bütè via la planda = gettar via la sottana, spretarsi. Plandon = sottanone, lungo cappotto, persona così vestita. Beffa op. cit. lo dà come voce gergale per "camoscio" (ad Airolo). Planda deriva dall'italiano pelanda, o pellanda (v. Treccani).

Plitàla - Discutere animatamente: "cus i évat da plitàla?" (mamma dixit). - (plitala)

Plönzar - 1) Giocatore fittizio a tressette (gioco con le carte). Jüiè cul plönzar = giocare col "morto" (a carte). Airolo: plùndar. 2) Straccio, cencio, tessuto a brandelli, traduce il VSI come primo significato alla voce Blöndar. Esso dà la variante plönzar solo a Giornico, cui aggiunge per la Leventina plöndar, plonzer, plonzen, blondri, menzionati pure da Bontà cit. (con blodri), nel senso di vestiti logori, biancheria in senso spregiativo, stracci. Il termine verrebbe dal tedesco Plunder, che vuol dire anche stracci (Lumpen) oltre a ciarpame, anticaglie, rottami. Questi significati di "vestiti usati" e "cose senza valore" spiegherebbero l'accezione di "giocatore supposto", ritiene il VSI (Broggini), che rimanda allo Schw. Idiotikon -> Plunder I (-ü-) 5,114 e seg. Una mia defunta conoscente, cresciuta a Prato, usava plönzar in senso scherzoso per "vestiti" tout court, senso che il VSI menziona per Giornico ("tira sü i plönzar" = mettiti i vestiti). Plönzar è anche soprannome degli abitanti di Rossura e Tengia.

Póbia (sost. f.) - Pioppo bianco, Populus alba (it.wikipedia - foto Google) e altre specie di pioppo. Non solo lev.. Fig. spreg., sost. m.: persona da nulla, povero diavolo (perché quello di pobia è un legno che non vale niente, mi spiega un falegname). "Ti sé pròpi um pobia!" = "sei proprio una nullità". - (pobia)

Pociàca, puciàca - Poltiglia di acqua e neve. Scherz., infantile, anche pociciàca (non solo lev.). Beffa per Airolo lo dà nel senso di melma. - (pociaca, puciaca, pociciaca, puciciaca)

Pòfan (-nn) - Comò, comodino, secondo una cugina di Deggio, che si ricorda del termine quando glielo sottopongo, dicendo che è ormai in disuso da tempo. Il LSI dà armadio, credenza, cassettone (Airolo, Quinto, Faido).

Poiàn, puiàn - Pigrizia, indolenza, sonnolenza: "iò dös u puian". "Tal töi fò mi 'l puian du c'üu", mi diceva mio padre, per dire "te la tolgo io la paglia dal c." (scambio di termini paia-puian?). Beffa cit. dà come senso primo di puian: gas soporifero che si forma in galleria allo scoppio delle mine, termine del gergo dei minatori. E' a suo avviso erronea la derivazione da poiana (= puiana), anche se c'è l'espressione: fas bèchè dal puian. Vicari cit. dà "sonnolenza, malavoglia provocata dal caldo" e considera un'accezione locale airolese quella indicata da Beffa. Cortellazzo e Marcato cit., tuttavia, alla voce "ciapèr al pojàn", dopo aver precisato che pojan è voce ampiamente diffusa nell'arco alpino lombardo-veneto con vari significati, lo mettono in relazione a poiata e varianti (io conosco poiat) = carbonaia, catasta di legna per fare il carbone attraverso una lenta e fumosa combustione (-> immagini). "Il senso primitivo di pojan era, dunque, quello di 'sonnolenza che prendeva i carbonai per esalazioni di acido carbonico' e 'malore che contraggono i minatori per le fughe di gas'". Nello stesso senso v. Etymologisches Wörterbuch des Dolomitenladinischen (EWD) pp. 333-334. - (poian, puian) 

Poléisc, Puléisc - Pollegio. Soprannome degli abitanti: gòs (gozzi, malformazione un tempo condivisa con gli abitanti di Biasca, che hanno pure questo soprannome) (it.wikipedia) (de.wikipedia) (sito web ufficiale). "La végia da Puléisc um bòt la ghigna um bòt la piéisc", filastrocca, v. Végia. - (Poleisc, Puleisc, goss)

Pom - Mela (pom pianta), patata (pom tèra), coltivata in Leventina dal 1770 circa secondo Mario Fransioli. Poma = melo 

Pörc' (pl. pörsc) - Maiale (a Dalpe è chiamato bisc'öu). Pörc'ögna, pl. pörc'ögn = oscenità

Pörti - Portico. Narrano che un tempo il villaggio di Dalpe, come Berna, potesse essere percorso tutto sotto i portici.

                                                                        Pörti, Dalpe - foto Tabasio


Pos - Dietro, dopo (latino post), oggi meno usato di un tempo. Si trova anche in certi toponimi come Pos Pécian, Pos Pecianét, Pos Méda. Dalla stessa radice latina "de post", riscontrabile nel dialettale da pos,  deriva il romancio davo(s) (RNB, II, p. 264), anch'esso ritrovabile in parecchi toponimi, ma non in quello della nota cittadina, che in romancio si chiama Tavau,  mentre Davos è termine tedesco, pur derivando verosimilmente da una radice latina: tubus = tubo, condotto, canale> *tovum = Tobel = stretta gola di torrente (RNB, I, p. 241; II, p. 673).

Pòs = Raffermo (pan pòs = pane raffermo, fig. anche persona);  stantio: in senso fig. per barzelletta stantia (pòssa) o persona che racconta barzellette che non fanno ridere nessuno = barzélét pòs = possèt (sing. possèda), possögn. Tale persona è un pòsson, o pusson, che ha anche il senso di noioso in generale.

Pòssa - Riposo, pausa, breve sosta per riposare: "lassum fè 'na pòssa". Verbo: pòssè, possè, pussè.- (possa)

Possögna, pussögna - Storia noiosa o barzelletta stantia, che non fa ridere.

Pöst - Gran disordine, casino: "che pöst!". Curiosamente il LSI dà invece il significato contrario, di ordine (Airolo, Biasca). In tale senso lo vedrei al massimo con intento ironico: "ti é c'ö un bel pöst", "hai proprio qui un bell'ordine". Beffa op. cit. dà effettivamente per Airolo le espressioni dè pöst = mettere ordine, dàs pöst = aver cura della propria persona. Io non le ho mai sentite.

Pöstu - Espressione idiomatica difficilmente traducibile: 1) diamine! 2) pöstu che: almeno che, bisognerebbe proprio che. Il LSI definisce il termine, non solo lev. "formula introduttiva di suppliche o di imprecazioni". Beffa op. cit. traduce "che tu possa", in espressioni che non ho mai sentito tipo pöstu miurè = che tu possa migliorare.

Prafondè - Sprofondare. Mi sembra sia usato solo in senso figurato, nel senso di "andare al diavolo": "cu prafóndi" = "che vada al diavolo", "prafonda!" = "(va) al diavolo", usato anche come esclamazione non diretta a una persona, ma in generale, parlando tra sé, quando qualcosa va storto. In senso proprio direi piuttosto sprafondè: "sprafondè 'n la néu" = sprofondare nella neve.

Praiè, préiè, préè - Pregare. I préii = io prego -, praiém = preghiamo - preiè, preè)

Prasì - Mietere (falciando a una certa altezza da terra), scherz. o di rimprovero a falciatore poco pratico:  falciare l'erba troppo alto rispetto al terreno. Figurato: abbuffarsi, mangiare avidamente.

Prati (agg.) - Pratico, nel senso di esperto: "ti ché ti sé prati" = "tu che sei pratico". Pràtia = pratica, esperienza - (pratia)

Prévat, plur. prìvat - 1) Prete. V. anche Pró (villaggio). 2) Nome dato (da mia mamma, perlomeno) al Giglio rosso, Lilium bulbiferum (it.wikipedia - foto Google). Ad Airolo, secondo Beffa, il termine designa invece le genziane azzurre (Gentiana clusii - foto Google, Kochiana - foto Google) e le genzianelle (come la Gentiana verna - foto Google), mentre il giglio rosso è chiamato c'antaléura (plur. c'antaléuri). Sempre ad Airolo indica anche un insetto, la zigena o zighena, Zygaena filipendulae (foto Google), "assiduo frequentatore dei cardi, le cui ali bluastre macchiate di rosso disposte a triangolo rievocano la veste talare". - (prevat, privat)

                                                                  Prévat, giglio rosso - foto Tabasio


Pró  - Prato. Plur. préi - (pro, prei)

Pró - Villaggio e comune (it.wikipedia) (de.wikipedia). "U prévat da Pró" era, quando ero bambino, la classica risposta a domande tipo "chi è stato?", "chi ha fatto la tal cosa?" quando l'adulto non aveva voglia di impegnarsi in una risposta. A proposito di prévat da Pro, v. anche l'aneddoto alla voce cüsè. Soprannome degli abitanti:  Dughègn (doganieri, certo per via del Dazio del Piottino) (Gilardoni cit.) - (Pro, dughegn)

                                                                Pro - chiesa di S. Giorgio - foto Tabasio


Prüc - Ciuffo, d'erba o capelli. Airolo: prüc'. Prüchè = brucare, rosicchiare: prüchè un ös = rosicchiare un osso. - (prücc, prüch)

Pruét, pruvét - Fare la spesa (lett. provvedere): nè a pruét = andare a far la spesa. - (pruet, pruvet)

Pruìna - Brina (come in latino). Verbo: pruinè - (pruina)

Puàl - Piccolo fornello a legna (franc. poêle).

Puésma (pronunciato pués-ma, non -shma) - Forse, sembra, a quanto pare (difficile da tradurre, esprime dubbio, letteralmente = può essere ma) - (puesma)

Puf - Debito. Pufàt = persona piena di debiti. - (puff, pufat, pufatt). Colloquiale. Termini diffusi anche nel resto del Ticino.

Püfa - Neve farinosa, leggera. In Val Bedretto muschio, cuscino muschioso (LSI).

Puijón - Pungiglione; pianta spinosa in generale, in particolare la foglia della carlina, Carlina acaulis (foto Google), e del cardo, Carduus (it.wikipedia - foto Google), di cui esistono diverse specie. Di solito al plurale: puijói. L'AIS per Osco dà puijùn alla voce "cardo". Pujon ad Airolo, v. Beffa cit., che dà anche Puijoi buruméi = arbusto dell'olivello spinoso, Hippophae rhamnoides (foto Google), detto anche puijoi da scuf perché usato per fare scope (Villa Bedretto). - (puijon, puijun, puisgion, puisgiun, puisgioi, puisgiui, burumei)

                                                                         Puijoi - foto Tabasio       


Pul (pl.: pui) - Nòcciolo. Chégapùi = pedante, pignolo (letter. cacanòccioli). - (chegapui)

Pulénta - Polenta. Pulénta storna = polenta fatta con la panna, molto sostanziosa. Pulénta e lèç = polenta e latte, uno dei miei piatti preferiti da bambino. - (pulenta storna)

Pulìt, pulito, pulitu - Bene. "Ti é fèç pulit" = hai fatto bene. - (pulit, pulitt)

Pulpétéi, pulpété - Macellaio. Termine non più in uso, come bic'éi (v.), e mai sentito da nessun parente anziano, ma lo si trova nella filastrocca "L'Epistula da Vòsc' ("la polpa ai pulpetéi"). - (pulpeté, pulpetei) 

Punciröu - Acino d'uva. Airolo: puncirö

Punta - Polmonite, grave affezione polmonare; termine ancora in uso fra i pochi contadini rimasti, mi indica Marco Viglezio, veterinario e dalpese di adozione. Un tempo almeno riferito anche agli umani, mi confermano la mamma e una cugina a deggio: ciapè 'na punta = beccarsi una polmonite. Anche Beffa lo dà per polmonite, ad Airolo. Una piccola ricerca in Google Libri mostra che un tempo punta o ponta per polmonite o pleurite era termine diffuso in tutta Italia. Probabilmente per il dolore acuto, come una punta conficcata nel petto, causato dalla malattia.

Pupa - Bambola. Pup, al maschile, sta per "bambolotto", nel senso di ragazzo viziato, troppo coccolato dalla mamma. Pupantè - Coccolare, viziare.

Püras - Pulce, in particolare Pulex irritans (it.wikipedia - foto Google).
Anche fig.; diminutivo vezzeggiativo, per una persona minuta, pürasin, pürasina.

Püria - Purga. Püriè - Purgare, fig. scontare una pena, espiare: püriè i pachèt = espiare i propri peccati.  

Puscìn - Vitellino (termine affettuoso). "Pusc, pusc, scè pusc!": richiamo per i vitelli. - (puscin)

Pusc'in (pronuncia pushc'in) - Bruscolo, granello di polvere che finisce in un occhio, sinonimo di bródi.  

Pussè, possè - Riposare.

 

ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ