D

HOMEPAGE    IL TARON LEVENTINESE     PRONUNCIA      BIBLIOGRAFIA

 

COGNOMI DELL'ALTA LEVENTINA                                           SOPRANNOMI  

DIALETTI SVIZZEROITALIANI                                     DIALETTI DEL MONDO


Clicca  una lettera per cercare le parole che cominciano con essa:

ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ

 

 

Dadè - Ditale

Dafréç - Rafreddore, infreddatura. - (dafreç, dafrecc)

Dajarè - Sgelare. Ind. pres.: I dajèri, ti dajèrat, u dajèra, i dajèrum, i dajarì, i dajèran. Dalpe: dajérè - (dajerè) 

Dalp - Dalpe (it.wikipedia ) (de.wikipedia ) (Dizionario storico della Svizzera DSS) (veduta dall'alto Google Maps). Il nome deriva con ogni probabilità da alpe (così dice anche il  DTS), cosa che il luogo doveva essere in tempi remoti, forse prima o all'inizio del cosiddetto Periodo caldo medievale, quando gli alpi sono saliti fin oltre i 2000 metri, anche se le denominazioni sui vecchi documenti - 1217 Albe, 1284 Albo, 1356 Albio - potrebbero lasciare supporre una derivazione dal latino albus = bianco. In questo caso, più che al vicino ghiacciaio del Campo Tencia evocato da qualcuno mi verrebbe da pensare alle rocce calcaree ("caucistri") presenti in zona, forse già sfruttate nel Medio Evo nella costruzione delle case (l'uso della calce è noto fin dall'antichità). Da notare che "alpe" deriva da una radice preindoeuropea Alp/Alb = altura, montagna, dalla quale sembra venire anche il latino "albus". Nel "Vocabolario celtico" su Melegnano.net si trovano alba, albe, alp, alpes = montagna, cima. Nel 1459 si dice già "Dalbe" (v. doc. in P. Rocco cit., p. 62), con agglutinazione della d. Secondo il VSI (voce Alp, Sganzini), Dalp si spiega con le espressioni "na ad alp, ni dad alp", documentate da Vicari in Val di Blenio ma che non mi sembrano corrispondere al dialetto locale, perlomeno quello attuale (forse più al latino: "ire ad alpem"). Per conto mio tenderei a considerare un'agglutinazione della d di specificazione: det Alp> d'Alp > Dalp: es. pian/möt/orél d'Alp > pian/möt/orél Dalp; ricordo che in dialetto la preposizione det diventa d' o 't o si elide del tutto, facilitando le agglutinazioni. Per informazioni attuali vai al mio nuovo sito  CORNONE E DALPE, con maxifoto e cartine. Soprannome dei dalpesi: maiói (mangioni) e, sembra, pultrói (Gilardoni cit.). "Vegnì da Dalp"  = essere affamato, dice il LSI (corretto sarebbe però "ni da Dalp"!).

  

                                                                                        Dalp - foto Tabasio

 

Damangè - Cibo per le persone. Damaiè = cibo per gli animali.

Damòni - Demonio; oggetto, persona o animale di dimensioni molto più grandi della norma: un damòni d'un arègn = un gran ragnone.

Daranéra - Lombaggine, colpo della strega (mal di schiena). Dalpe: darénéra, Osco daranéira (LSI) - (daranera, daraneira)

Daranó, daranato = acciaccato, sfiancato, stanco morto. Lurati-Pinana cit. p. 215 danno per la Verzasca darrenato = pesto, estenuato dalla stanchezza, letteralmente "di-renato", da rene. 

Dardélè - Tremare dal freddo (o per la febbre). 

Daromp - Temperare, intepidire: "ui va daromp un grèi la témpéradüra 't la tèrmos prima da impiinila d'aqua büiénta" = "si deve intepidire un po' la thermos prima di riempirla d'acqua bollente".

Dasanì - deperire, lasciarsi andare, languire. Dasanìt: deperito, esaurito, distrutto, senza energia. Secondo il LSI: magro, gracile, macilento. - (dasanit)

Dascantàs - Svegliarsi, sbrigarsi. Dascantó = sveglio, accorto, intraprendente. - (dascantas, dascantass, dascanto) 

Dascengè, das-scengè - Soccorrere persone o animali liberandole da una cengia  in cui erano finite.

Dartüi - Colatoio, grande imbuto di legno, un tempo munito di stoppia o altro vegetale (= faliscion, v. ). Appoggiato su un trespolo - tréspat - serviva sull'alpe per filtrare il latte (dèrsc u lèç). Successivamente i vegetali - varianti da luogo a luogo - sono stati sostituiti da stoffa o reticolo metallico. In Val Bedretto e Airolo è detto dartü, a Osco è pure dartüi (AIS cartina 1202). Senza filtro poteva essere usato come megafono per richiamare gente e bestie. In senso figurato si usa anche per "bocca grande". Beffa cit. per Airolo lo dà anche nel senso di colatoio = canalone ripido (c'è anche come toponimo:
Dartü di giübin) e di persona irriflessiva che parla a vanvera senza filtrare quello che dice. In quest'ultimo senso c'è l'espressione dartüi senza faliscion.

                                                            Dartüi sul tréspat, Museo di Leventina - foto Tabasio 

 

Dascipéri - Disastro, rovina, grave sciocchezza o danno, gran disordine, casino. Airolo: dasciapéri (Beffa cit., LSI). Faido discipéri, col significato di schiamazzo, disordine (LSI) - (dasciperi, dasciaperi, disciperi)

Dasmantiè - Dimenticare. Anche dasmanc'è quando pronunciato in fretta. Dasmantiéuro, dasmantiéuru - Smemorato - dasmantieuro, dasmantieuru)

Dasmèisró (pron. dashmèissró) - Scoticato, privato di zolla erbosa (scispat), detto per esempio di tratto di prato rovinato dagli zoccoli delle mucche durante il "très" (libero pascolo). Sentito da un cugino di Deggio. LSI non lo riporta. Il termine dovrebbe venire da mèisra (pron. mèissra), che il LSI dà solo per Rossura e Calpiogna = "strato sodo, compatto situato alla superficie del terreno". Io tradurrèi cotica erbosa (agr., strato superficiale compatto del terreno erboso con le relative radici), da cui dasmaisrè, dasméisrè o dasmèisrè (opterei per il primo, a orecchio) = scoticare (agr., non com., asportazione dello strato superficiale di un terreno erboso, Diz. De Mauro online). - (dasmeisro, meisra, meissra, dasmeisrè)

                                                                               Pro dasmèisró 


Daspiaséuro, daspiaséuru - Antipatico, sgradevole, odioso - (daspiaseuro, daspiaseuru)

Dasprési - Dispetto. Mangè par daspresi = mangiare per pura golosità, non per fame (di dolci o altre cose buone), o anche più del necessario. - (daspresi) 

Dassonàs - Svegliarsi (dassonè = svegliare, dassonó = sveglio, anche fig.). Dassónat = svegliati! Airolo: dassunàs ecc. - (dassonas, dasonas, dasonè, dasonó, dassunas, dassunó, dassunè)

Dastabiè - Far uscire il bestiame dallo stèbi per portarlo al pascolo.  Dastabiàs lo userei scherzosamente nel senso di uscire di casa a fare una passeggiata o altro: "dastabiémas che i én jè i dés!" = "usciamo che sono già le dieci!".

Dasütro, dasütru - Oggetto ingombrante, anche persona grande, grossa e ingombrante (scherzoso). Il LSI lo dà come variante locale di disütil.

Dazzi - Dazio, dogana. Per antonomasia il Dazio Grande a Rodi, inaugurato nel 1561 (sito web, storia), che ha sostituito il dazzi véç, il dazio vecchio, di cui rimangono le rovine ad alcune centinaia di metri. Mariann dal dazzi: erano tre vecchie carampane truccate da signore parigine che comparivano ogni tanto alla stazione di Rodi dove prendevo il treno da ragazzo (fine anni '60) e che abitavano appunto nel Dazio. Da Mario Fransioli (in AA. VV. - "La rivolta della Leventina", Locarno 2006, p. 73) e scorrendo la storia del Dazio sul suo sito web apprendo che si trattava di tre sorelle Sartore, proprietarie dello stabile fino al 1988. Vi venivano in vacanza da Mulhouse (Alsazia) dove un loro antenato, discendente del Giuseppe Sartore di Dalpe decapitato nel 1755 a Faido, era emigrato e aveva fondato una vetreria nell'800. Da un documento passatomi per le mani successivamente ho potuto appurare che si chiamavano Rosalie (nata il 21.2.1887), Marie (24.12.1901) e Delphine (20.3.1905), tutte "célibataires". La prima era figlia di Adolphe Sartore e Rosalia nata Gianella-Minore, le altre due erano figlie di secondo letto dello stesso Adolphe e di Sabine nata Gianella-Minore (suppongo fossero sorelle; forse figlie di Giuseppe Gianella "Minore", titolare dell'ufficio postale federale al Dazio Grande, citato nella storia del Dazio? La proprietà complessiva del Dazio Grande nel 1868 era passata dal Cantone alla famiglia Gianella-Sartore). - (dazi)



A sinistra il Dazio grande, esattamente in mezzo alla foto, a destra il dazio vecchio (foto tabasio). 

 

- Dare. Indicativo pres.: i dèi, ti dé, u dà, i dam, i dét, i dan (-nn). Dè più gnè ment gnè sens = non dare più segni di vita, detto di persona morta o svenuta.

Déç - Deggio, frazione di Quinto. Secondo Alberto Jelmini ("Quinto" op. cit. p. 43, che cita il Dizionario di toponomastica, Torino, 1990 per Dego) il nome fa pensare al latino DECUS, abbreviazione di DECUSSIS, la X incisa sui cippi come segnale di direzione di un confine e conservata nei dialetti lombardi alpini. Carlo Salvioni vi ravvisava invece un derivato del plurale latino "aediculae", nel senso, non di tempietti, ma di abitacoli, casette (cit. da M. Gualzata, fonte). Mi chiedo se non vi si possa trovare anche un plurale téç dell'ormai estinto tégia = capanna, cascina (v. Téija), o più semplicemente il sopravvissuto téç = stalla, con la t diventata poi d col passare del tempo e la perdita del senso originale. - (Decc, tegia, tecc)

Déghègna - Degagna. Così descritta da Chiara Orelli nel Dizionario storico della Svizzera:   "Ente viciniale presente spec. in Leventina quale sottodivisione della Vicinanza . Nata come unità ecclesiastico-territoriale, si è progressivamente trasformata in suddivisione a carattere economico con l'attribuzione ai suoi membri di alcuni diritti di godimento sui beni comuni; con tale evoluzione ha assunto le caratteristiche di una corporazione di diritto privato. Tra le competenze della degagna vi erano la gestione degli alpeggi e dei boschi, dei diritti di soma, la manutenzione delle strade; retta da un console, essa designava suoi rappresentanti nell'esecutivo della vicinanza". Nella vicinanza di Quinto è stata in pratica sostituita dalla Corporazione dei Boggesi (Maggi, "Patriziati" cit.). Già per il solo nome ;-) (big smile!) merita menzione la Déghègna 't Fic'énc', la Degagna di Fichengo, tuttora attiva, con capitale Calpiogna e comprendente Primadengo, Campello, Fontanedo (abbandonato nel XVIII sec.), Chinchengo - C'inc'énc' (v.) - e parte di Faido. M. Fransioli ("Ordini" cit.) dà anche düghègna.- (deghegna, düghègna)

Dégurdìt - Svelto, sveglio (di comprendonio), sinonimo di dascantó.  Forse è dalpese. Il LSI dà per Quinto digordìt = agile, sciolto, tuttavia mai sentito.  Dal francese "dégourdi" con lo stesso significato. Ad Airolo dasgurdìt = svelto, attivo (Beffa cit.). - (degurdit, dasgurdit)

Déi - Solaio (ticinese: spazzacà). E. Bontà cit. (pp. 12-13) lo fa derivare dallo sv. tedesco Dili = tavola, tavolato, dall'alto tedesco Diele con lo stesso significato, e aggiunge: "Ritengo che la fortuna del vocabolo da noi derivi dall'impiego di mano d'opera d'oltre Gottardo nelle costruzioni di legno". Il sito Dialekwoerter.ch dà Dili = soffitta, solaio, precisando che è termine della Svizzera orientale attualmente non più usato. In dialetto urano c'è Tiili con lo stesso significato (F. Aschwanden, "Urner Mundart-Wörterbuch"). Secondo Orelli cit. déi è invece "l'esito di area, aia, con agglutinamenti di d", derivazione che Bontà rifiuta riferendosi al dirom rilevato dal linguista Carlo Salvioni a Poschiavo. Per pronunciarsi con maggiore competenza sarebbe necessario saperne di più sulla storia dell'edilizia abitativa in Leventina, in particolare sull'influsso urano e svizzerotedesco in generale (v. per esempio il termine stüa, da Stube, o cucaüs). Noto tuttavia che la parola deryum = solaio si trova già in un documento del 1455, latinizzazione del vocabolo dialettale pronunciato da una persona di Dalpe: "Et ipse ivit super deryum sue domius" = e salì nel solaio di casa sua (MDT, RL, n.890*, p. 1753). In Ticino i solai fungevano in passato effettivamente da aia, soprattutto nel Sottoceneri ma "qualche volta" anche nel Sopraceneri, scrive Giovanni Bianconi, "Costruzioni contadine ticinesi", Locarno, 1982, p. 32. Poiché in leventinese aia = éira (v.), con l'agglutinamento citato da Orelli dovrebbe però dare déira. A Fusio si dice diron, che sembra corrispondere a un accrescitivo leventinese déiron ("Fusio" cit.). A Sobrio e Chironico si dice dèr. In Valle di Blenio c'è il termine déir (Bianconi ibid.). Déi è italianizzato in dari nei vecchi documenti leventinesi. Se déi viene da "d+aia" potrebbe trattarsi di un plurale femminile "d+éiri" trasformato e interpretato, col tempo, come un singolare maschile. Potrebbe aver influito foneticamente anche il tedesco svizzero Tenn (hochdeutsch Tenne), che significa appunto aia, luogo situato "meist in der Scheune, zum dreschen des Getreides" (= perlopiù nel granaio, per trebbiare i cereali)" secondo il dizionario Brockhaus Wahrig, che fa derivare il termine tedesco dal latino volgare "danea" (= lat. area, che deriva a sua volta dal verbo areo, -ui, -ere = essere secco, disseccato, da cui anche l'italiano arido). - (dei, deir)

Dént, plur. dénç - Dente. Ad Airolo e in Val Bedretto dénç anche al singolare (Beffa, Lurati "Terminologi" cit.)- (dente, denç, denc, dencc, dench)

Dèrsc - Colare (v. trans. = far passare un liquido attraverso un filtro, o attraverso uno o più fori, per purificarlo o per eliminare da esso delle sostanze, Garzanti online). Dersc u lèç: filtrare il latte. Fig.: "piovere a catinelle", nel qual senso Lurati cit. dà derç per la Val Bedretto. Fig. 2: orinare: nè a dèrsc = andare a far pipì. V. anche dartüi  - (dersc, derc, dercc, dersch, dersh)

Dèsa (plur. dès) - Fronda verde di conifera, spec. di abete e abete bianco. Un tempo usata come sostituto del fieno quale alimento per le capre d'inverno. Gnè dèsa = neppure fronde di abete, ossia "niente di niente". L'espressione ha un significato amaro-ironico basato sul paradosso: dire "neppure fronde d'abete" in alta Leventina dove gli abeti abbondano è un po' come dire "neppure sabbia" in Libia. In origine potrebbe però anche essere stata una pia distorsione per non dire "gnè dèus", con lo stesso significato, ma rasentante la bestemmia nella Leventina in cui era giovane mia mamma, che mi ha fornito questa interpretazione alternativa; v. Dèus. Su dèsa, voce diffusa anche altrove, daxa negli antichi documenti in latino, v. le indicazioni di R. Zeli, in MDT, RL, pp. 600-601.   - (desa)

                                                                                                            Dèsa  



Déstro, déstru (pl. distri) - Gabinetto, latrina. Usato anche come insulto: "brüt déstro!". Il senso primo è di luogo destro, comodo. Si diceva anche in italiano. Non senza meraviglia ho trovato la parola in un testo di Leonardo da Vinci: "Ecci alcuni che altro che transito di cibo e aumentatori di sterco e riempitori di destri chiamar si debbono, perché per loro alcuna virtù in opera si mette"... ("Cinque pensieri di filosofia e morale", in Antologia della letteratura italiana, I, casa editrice G.D'Anna, Messina-Firenze 1960 p. 1104). Fréç me 'n déstro si dice di locale particolarmente freddo. "A San Silvestro si spazza il destro": verso inedito del poeta leventinese Giorgio Orelli, noto solo ai conoscenti di Prato e pervenuto fino alle mie orecchie. - (destro, destru)

Dét - Dito. Plur. dit. - (det) 

Dét - Di (prep. semplice). Du = del, det la, dla , rec. dala = della, di = degli, delle. Dét è spesso eliso in d' o 't o addirittura omesso, un'abitudine quest'ultima che mi pare però perdersi: Lèi Scima = Lèi det Scima, Lago di cima (toponimo), u téç Batista = u téç det Batista, la stalla di Battista, u büi méz = u büi det méz, la fontana a metà villaggio (a Dalpe).

Dèus - Dio in latino, spesso ripetuto nelle preghiere in chiesa (con la è aperta, dice la mamma). Al plur., fig. complimenti, cerimonie, smancerie (LSI), storie, commedie: "fa mia tènci dèus" = non fare tante commedie. Le persone pie, per non nominare il nome di Dio invano, dicevano "fa mia tènci mèus", aggiunge la mamma. Gnè dèus = proprio niente, niente di niente: "um fa gnè dèus" = "non mi fa proprio niente". Mia mamma interpreta l'espressione "gnè dèsa" (v. sopra) = "niente di niente" come una pia distorsione di "gnè dèus", ai tempi poco meno di una bestemmia, usata solo da qualche raro miscredente (come un certo parente che evito qui di nominare...). Perché "gnè dèus" = niente di niente? "Dèus ricorreva all'inizio delle preghiere in chiesa, senza Dèus non c'era preghiera, non c'era niente", spiega sempre mia mamma.  Inoltre "Dèus è parola breve, gnè dèus è come dire neppure quelle quattro lettere, ossia nulla". Quindi véi gnè 'l témp da dì Dèus vuole dire non avere il tempo di dire niente.

Dialét, plur. dialìt - Dialetto. Dialét d'iijü, dialét daijü (accento tonico sulla ü), dialèt d'ingió - "Dialetto di giù", ossia il dialetto parlato nella bassa valle del Ticino - già a partire da Faido ormai - e nel Sottoceneri, assimilabile al dialetto ticinese standard. (dialet, dialit, dialett, dialitt)

Dinadè - Natale. Non credo sia ancora usato, salvo forse da qualcuno ad Airolo. Dovrebbe essere una contrazione di "dì 't Nadè" = giorno di Natale. A Dalpe: danadè (LSI)

D'in dèna, d'indèna, dindèna - A mano a mano - (d'in dena, dindena, d'indena)

Dislipó - Sfortunato, scalognato. Ad Airolo daslipó. Usato anche l'elativo displipato, dislipatu. Dislipaa è termine usato fino in Lombardia, e trovo dislippa = iella e simili persino su qualche dizionario italiano online.

Dobiè, dubiè - Piegare. Figurato: domare, sottomettere.

Dòi (plur.) - Trucioli, detti anche uradüsc. Il singolare è dòia secondo Beffa op. cit. - (doia, doi)

Dondè, dundè - Dondolare, barcollare. Dondè int = ciurlare, non star saldo (nel manico). Dondàla, dundàla = tirarla per le lunghe, tentennare: "Ti é finìt da dundala?" = hai finito di tirarla per le lunghe?"

Dorè, durè - Adoperare, usare, utilizzare. Ma "io adopero" = "mi i dòri". 

Dòva, plur. dòu - 1) Doga (ciascuna delle assicelle di legno che formano il corpo di botti, barili e simili, v. p. es méutra, budéla). 2) Spessore: "ciuchìn cula dòva fina" (Vicari cit. p. 216)

Draghè - Piovere a dirotto, diluviare (Airolo, Beffa op. cit). Io non l'ho mai sentito, ma lo cito qui perché mi chiedo se abbia un rapporto con il toponimo Dragon e simili. V. sotto a questa voce.

Dragon - Canalone, avvallamento, burrone; sedimento di detriti alluvionali, cono di deiezione (Quinto, Biasca, Val Blenio), dice il LSI. Una decina almeno di "riali" del Sopraceneri - ma molti, perlopiù quasi sempre secchi, non sono neppure riportati sulle cartine - si chiamano Dragon, Dragoi, e c'è il Dragonato a Bellinzona. Per Airolo Beffa dà il nome dialettale Draón e pl. Draói: = "n . loc. di torrente o riale pericoloso, convogliatore di materiale alluvionale". Sulla cartina riprodotta alla pagina TOPONIMI di QUINTO trovo un Dragoni  sul "delta" del Vallon da Bola vicino a Varenzo e  un Dragoi per designare la parte alta del Riasc, vicino a Cassin di Quinto (che Alberto Jelmini in un suo testo chiama però Ragoi). Nel comune di Dalpe, il ruscello, di solito praticamente asciutto ma temibilissimo in caso di piena, che scende dalla frana del Pizzo Lambro verso Piumogna è chiamato Dragonasc (foto dall'alto) e prima di Polpian c'è anche il Dragonét (Dragonetto sulla carta patriziale del 1909), che di solito è del tutto asciutto tanto che ci passa la strada. Il senso è uguale. C'entra il mitico brutale dragone, personificato dalla furia del torrente in piena, il verbo raghè (abbattersi, precipitare, trans. abbattere, sradicare) o il draghè riportato sopra? Il "Dizionario di toponomastica", UTET, Torino, 1999, alla voce Dragoni (Caserta) parla di diversi toponimi facenti capo a drago, draghi e derivati che sembrano indicare fenomeni atmosferici turbolenti (dragunara = acquazzone in siciliano), smottamenti frane, torrenti a regime tortuoso e/o impetuoso. A drago (latino: draco, draconis) fanno capo anche dargun e drun in romancio sursilvano, con il senso di "Rüfe (="buzza"?), Bergbach (=ruscello di montagna)", v. RNB, II, p. 130. Il villaggio di Sedrun, attraversato da due torrenti chiamati Drun, era chiamato Surdragun nel 1483, ossia "sopra il dragone" (ibid., che cita anche REW 2759 e FEW 3, 150).



Dragonasc: un rigagnolo normalmente, ma quando s'infuria niente lo ferma, clicca e riclicca per ingrandire - foto Tabasio


Drapon - Grande telo di canapa un tempo steso sul prato dell'aia e utilizzato per raccogliere i chicchi durante la battitura della segale (Fransioli, "Ordini" cit.). V. Zéira.

Drèi, drèisc - Drago, nella curiosa espressione curéija du drèisc (cintura del drago) = arcobaleno (v.). L' LSI dà drèi (Osco, Quinto) = drago, poi  drèisc (Lev.), drèigh (Quinto) = "uccello fantastico". Drèi, riportato anche sull'AIS (carta 371) per Osco, mi sembra più conforme alle norme fonetiche di trasformazione in dialetto del latino draco o dell'italiano drago (v. lacus -> lago -> lèi). Per arrivare a drèisc nell'espressione suddetta hanno forse influito foneticamente o nell'immaginario le parole drèisc = grosso crivello per vagliare i cereali (Quinto, Rossura, Giornico, v. LSI) oppure dèrsc (colare), o  drèija (pl. drèisc) = piccola quantità di acqua o altro liquido (a Nante, Beffa op. cit.). Il LSI (ma non Beffa cit.) dà anche per Airolo la locuzione nè a drèisc = perdere, lasciar passare acqua, di recipienti rotti o del tetto malandato, come pure sudare abbondantemente. Cercando su Internet ho trovato un libro in cui si parla anche di arcobaleno come cintura del drago: Gian Luigi Beccaria  I nomi del mondo. Santi, demoni, folletti e le parole perdute, Nuova edizione riveduta XXXVI, pag. 374, Einaudi Tascabili. Saggi n. 722, ISBN 88-06-15480-X --> link link2 - (drei, dreisc, cureisgia du dreisc) 

Drès - Tordela, Turdus viscivorus (it.wikipedia - foto Google), altri tipi di tordo (foto Google) e uccelli affini, dice il LSI; termine non solo lev., usato anche in parte della Lombardia e con parenti in altre lingue (romancio engad. dresch, ted. Drossel, ingl. thrush). Ad Airolo: dris = tordela, conferma Beffa cit. (un plurale diventato singolare?). Più o meno sinonimo di viscarda, che è più propriamente la cesena (Turdus pilaris, (it.wikipedia - foto Google). Il LSI dà anche per Dalpe il diminutivo drissin** = tordo sassello, Turdus iliacus (it.wikipedia - foto Google),  mentre drissin dal scispat, sempre a Dalpe, sarebbe lo scricciolo, Troglodytes troglodytes (it.wikipedia - foto Google). (** In milanese è dressin, dice Francesco Cherubini,  il quale dà pure dress e viscarda, ma identificando il primo con il Turdus pilaris = cesena e la seconda con il Turdus viscivorus = tordela, all'opposto di quanto da me indicato). - (dres, dress)


                                                                         Drès - da biologie.uni-hamburg.de
 

Driç  - Diritto; ripido. Mi sembra si dica ormai sempre più driz.

Dricia - Destra. A dricia: a destra. La dricia: la mano destra. Anche qui, mi pare che dèstra abbia ormai il sopravvento.

Drizzàm - Placenta delle bestie. È femminile: la drizzàm. Il LSI lo dà solo per Airolo e Peccia, e drizzama per La Val Bedretto, mia mamma  conferma drizzàm per Quinto, anche con il senso fig. di animale in condizioni pietose: "u pèr una drizzàm tirèda fò dal tasìn" = "sembra una placenta tirata fuori dal fiume/dal Ticino".  - (drizzam)

Dròsa (pl. dròs) - Ontano nano, ontano montano, ontano verde, alno verde, Alnus viridis (foto Google). Dal prelatino *drausa (REW 2767a). I dròs sono fitti cespugli che rendono difficile il passaggio a chi se li trova sul cammino. Beffa op. cit. dà dròs come sost. maschile singolare e precisa che a Villa Bedretto è così chiamato il rododendro (rosa delle alpi), mentre a Piotta lo stesso rododendro è detto fio' di dròs. V. artasìn. - (drosa, dros)


Dròs - foto Tabasio

 

Duanè - Dipanare, avvolgere, arrotolare, attorcigliare. Riflessivo duanàs. "La bissa las duanava sü tüta" = la biscia si attorcigliava tutta. - (duanas, duanass)

Dücia - Salita, strada o viottolo ripido, erta (= salita ripida e malagevole). Dal latino ducta secondo Sganzini cit., citato da Beffa cit.

Düméng'a - Domenica. Airolo: duménia - (dümeng'a, dumenia)


ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ