C'

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ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ

 

NOTA: MOLTE PAROLE IN DIALETTO DI AIROLO E VAL BEDRETTO COMINCIANTI CON LA C' SI TROVANO IN QUESTO DIZIONARIO SOTTO LA LETTERA  C

C' -  Suono caratteristico del dialetto leventinese e di altri dialetti dell'area alpina, insieme alla meno comune g': due suoni caratteristici definiti dai linguisti "consonanti esplosive mediopalatali". Chi non è del posto le pronuncia come le iniziali di "chiodo" e "ghianda". Ci vorrebbero segni diacritici per la c e la g che purtroppo la mia tastiera non ha. Uso dunque l'apostrofo come hanno già fatto altri. La pronuncia della c' - molto frequente nel dialetto di Airolo e Val Bedretto (e di Biasca), meno in quello di Quinto, Prato Leventina o Dalpe - è un suono tra la c dura e la t: si avvicina un po' a quello che si avrebbe pronunciando - in hochdeutsch, non in tedesco svizzero  - la "dch" della parola  Mädchen o la "tch" di Hütchen a tutta velocità. In romancio il suono è reso con tg (Valle del Reno) e ch (Engadina). La g', suono tra la g dura e la d, è molto meno frequente, salvo che nel dialetto di Airolo e VB.  Chi volesse esercitarsi può provare a dire "c'èrn séc'a 't c'àura biénc'a", o l'airolese c'èrn sèc'a d' c'èura cèc'a (carne secca di capra bianca/pezzata) Di difficoltà nettamente superiore il mio scioglilingua personale "I ò c'ö 'nc'a un c'égn biénc' ic'ö 'n c'è a C'inc'énc'": "Tengo pure un cane bianco qui in casa a Chinchengo" ("sobborgo" di Faido)!

C'adàn - Della Val Antigorio (persona o animale), termine usato ad Airolo e in Val Bedretto. Secondo Beffa cit. forse dal nome del villaggio di Cadarese in Val Antigorio. In passato i contatti con gli abitanti di questa valle italiana, oltre il Passo S. Giacomo e la Val Formazza colonizzata dai Walser, erano molto stretti.

C'aè - Cacare (Airolo, dove caghèda si dice c'aèda.

C'amós - Camoscio, ad Airolo e in Val Bedretto; sotto Stalvedro camós (v.). Beffa cit. distingue tra c'amos busc'irö (camoscio il cui habitat è il bosco) e c'amos scimirö (camoscio il cui habitat sono le cime, l'alta montagna), una distinzione presente anche altrove ma oggi non più ritenuta valida -> v. in merito la voce Camós alla pagina ANIMALI IN LEVENTINA. Beffa chiama inoltre sción il caratteristico fischio-sibilo, avvertibile a buona distanza, dell'animale in situazione d'allarme: v. sciè. Dà inoltre plandon come voce gergale per il camoscio.  C'amós dal ciuchin = capra (scherzoso = camoscio con il campanaccio). Foto mie > Camosci. - (c'amos, camos)

C'arg'èiscia - Gerla a stecche larghe. V. jèrla.

C'aréisc - Anice selvatico o cumino dei prati, Carum carvi (it.wikipedia - foto Google). Beffa cit. lo dà a Fontana. Sotto Stalvedro: caréisc (v. a questa voce). - (c'areisc, chiareisc, chiareisch)

C'arnisc - Pascolo cespuglioso e poco pregiato (LSI). Termine bedrettese: si ritrova sulle cartine nei toponimi Carnisc, Carniscio, Carniscione. Altri ancora sono citati in dialetto per Bedretto sul VSI, secondo cui c'arnisc "designa il pascolo pianeggiante, con boscaglia, cespuglioso e non troppo buono". Il VSI (Dario Petrini) mette in dubbio l'etimologia proposta da Lurati ("Terminologia" cit. p. 161) che lo fa derivare dal gallico calma = regione brulla + -iceu, e propone un collegamento con i vallantronesi karner, karnel = rovo e il leventinese carnèla = pianta secca ancora in piedi (mai sentito, conosco solo carnél (v.) per Dalpe). A mio avviso c'arnisc potrebbe essere un diminutivo-spregiativo di crèn (v.) = albero secco rimasto in piedi (al momento della nascita del toponimo, s'intende).  Quale alternativa, proporrei timidamente una derivazione da carduus = cardo, via il tardo latino cardo, -onis > it. cardone (> vecchio dialetto c'ardon? ***) = cardo, carlina e simili, con suffisso -isc di senso spregiativo: pascolo infestato dai cardi. V. in proposito alla voce LöitaLöita carnera. (*** Cardon = cardo è citato dal VSI, come termine ticinese senza specificazioni regionali; in milanese è dato dal Cherubini, e in piemontese (= cardo selvatico) da Casimiro Zalli. È dunque pensabile un bedrettese c'ardon oggi in disuso. Io ho sentito solo puijon (v.), ma penso che persone meno ignoranti conosceranno termini più precisi).

C'àura -  Capra; femmina di camoscio, capriolo, cervo (VSI). Airolo: c'èura: c'èura cèc'a = capra pezzata (v. scioglilingua sopra), Val Bedretto c'èvra (Lurati, "Terminologia"). C'àura pèrza = capra sperduta, appellativo che si riferisce verosimilmente all'allocco, v. Oróc, uróc. Il VSI riporta appellativi simili per rapaci notturni in Ticino, spiegandoli con la somiglianza tra il loro verso e il belato lamentoso di una capra. Per meglio giudicare, ascolta il lamento dell'allocco su Ornitho.ch . In Leventina dà per Osco c'aura squarscèda = rapace notturno, assiolo, gufo, allocco. Véi i c'auri a méz = avere una tresca amorosa , per lo più illecita, o anche essere soci in affari, più o meno leciti. Magginetti-Lurati cit. dicono "vivere assieme senza essere sposati". Penso che il senso proprio fosse quello di tenere le capre in una stessa stalla.  (c'aura, chiaura, c'èura, chieura)

C'auréi = capraio - (c'aurei)

C'aurét, plur. c'aurìt - Capretto nei primi mesi di vita fino alla maturità sessuale, dice il VSI, che in Alta Leventina lo dà solo a Dalpe. Altrove è o era detto un tempo iöu (v.) o (Airolo), fem. iòra. Anche Jelmini dà però c'aurét per Quinto, mentre non dà iöu. Per Dalpe mi scrive Marco Viglezio: "I capretti in genere sono c'aurìt, se si specifica il sesso iòra o bosc. Significativo è il toponimo Sass di c'aurit in Valle Piumogna dove venivano portate le caprette destinate all'allevamento, lontane dai becchi affinché non venissero coperte, onde evitare un parto già ad un anno di età e per lasciar loro il tempo di svilupparsi appieno (in Valle di Blenio la giovane capra di un anno che partorisce viene chiamata  iöo fa iöo e il capretto che ne nasce si chiama iöo d'un iöo fa iöo, mentre che a Dalpe si diceva carènàt). - (c'aura, chiaura, c'auret, chiauret, chiaurett, chiaurit, chiauritt)

C'auri e péuri - "Capre e pecore": fiori della orchide sambucina, Dactylorhiza sambucina (it.wikipedia - foto Google), alcuni di colore rosso scuro, altri giallini. Un tempo molto comuni, oggi mi sembra quasi scomparsi dai nostri prati. - (c'auri e peuri)

                                               C'auri e péuri - da orchid-rhoen.de


C'aval, plur. c'avài - Cavallo ad Airolo e Val Bedretto, ma anche sinonimo di scamon, -oi (Airolo) e scamùn, -ui (Val Bedretto), travi secondarie del tetto poggianti sul crumanè: cf. Beffa e Lurati "Terminologia" p. 39. -> scamon.

C'avì - Capelli, ad Airolo e in Val Bedretto (sotto Stalvedro: cavì). C'avì 't la strìa (Airolo), c'avì du diauru (a Nante) = capelli della strega, capelli del diavolo: nome dato all'infruttescenza filamentosa dell'anemone sulfurea, Pulsatilla alpina (foto Google), dice Beffa cit, il quale precisa che a Fontana e in Val Bedretto essa è detta craspion. Da una breve ricerca su Internet apprendo che l'anemone sulfurea, o più com. anemone sulfureo, nome scientifico Anemone sulphurea, di colore giallo, è una sottospecie dell'anemone alpino, Pulsatilla alpina, fiore di colore bianco o giallo, leggermente velenoso, utilizzato in passato per curare varie affezioni principalmente respiratorie. Da ogni ovario deriva un achenio provvisto di una coda piumosa (v. foto sotto), che ne facilita la disseminazione ad opera del vento.

Image:Pulsatilla alpina fruit.jpg

C'avì t la stria, c'avì du diauru, craspion, da en.widipedia


C'è - Casa. Plur invariato. Vaca da c'è = vacca tenuta in paese durante la stagione d'alpeggio, per il fabbisogno di latte o perché malata. - (chiè)

C'égn (pl. c'éi)  - Cane. Diminutivo: c'égnatin, plur. c'égnatìtC'éi (cani) è il  soprannome degli abitanti di Madrano (Airolo). "Ui passa int un c'ègn cun 'na fassina in boca", diceva un mio compagno di scuola di una ragazza con le gambe un po' storte. Altri modi di dire, dal VSI: "drizzè i gamp ai c'éi" = "raddrizzare le gambe ai cani", ossia fare un lavoro inutile, "stè begn cumé 'n c'égn in gésa" = "star bene come un cane in chiesa", ossia trovarsi a disagio. Val di c'éi = Valle dei cani: valletta sassosa tra il Pizzo Meda e il Poncione di Tremorgio. Un nome che mi ha sempre intrigato. Scorrendo Il VSI alla voce can ho trovato (p.365) il modo di dire di Mendrisio "l'ann mandà sü par la val di can", per dire "lo hanno mandato in un luogo sperduto". Poiché la capanna di Leìt, vicina alla Valle dei cani, appartiene alla SAT Mendrisio mi chiedo: è il detto mendrisiese all'origine del toponimo leventinese (che sarebbe dunque recente) o il detto mendrisiese a far riferimento al toponimo? Beninteso può anche non esserci alcun rapporto tra i due, ma la coincidenza è curiosa. - (c'egn, c'ei, chiegn)

C'èr - Caro, costoso. C'èr 'me 'l föi = caro come il fuoco, carissimo. C'èro 'l mé ti = caro mio. Véi c'èr = aver piacere, tenerci: "se ti é c'èr da nè" = se ci tieni ad andare. - (c'er) 

C'èra - Nome di due alpi, uno in terriorio di Quinto (Cara sulle cartine, 1833 m slm, sopra Ambrì) uno in territorio di Osco. L'etimo del toponimo, verosimilmente cugino di Cala, maggengo di Chironico (Cara nel dialetto locale?), è incerta. Sfogliando il libro Alpenwörter romanischen und vorromanischen Ursprungs di Johannes Hubschmid (1951) mi sono imbattuto nella parola prelatina *kala (altrove: cala) = capanna, baita di alpigiano, da cui deriverebbe anche la parola francese chalet, con questo stesso senso. Altrove ho però trovato *cala = burrone, scoscendimento, fianco scosceso di un monte (-> Quilici, Pellegrini). Cortellazzo cit. dà a sua volta *cala = luogo riparato, da cui anche calabria = pernice bianca.

C'èrn - Carne. C'èrn séc'a t c'aura biénc'a = carne secca di capra bianca, scioglilingua leventinese. V. voce c' in cima a questa pagina. - (chèrn, chiern)

C'ignó - Cognato. Più recente: cugnó. Plur. c'ignéei, cügnéi. Femminile: c'ignèda, cügnèda. - (c'igno, cügno, c'ignei, cugnei, c'igneda, cügneda).

C'inc'énc' - Chinchengo, piccolo nucleo staccato da Faido, ma non considerato propriamente una frazione ("Faido" op. cit. p. 47), sulla strada verso Carì poco dopo l'"Ospedalone". Chi riesce a pronunciarlo bene è un vero leventinese! E può buttarsi nello scioglilingua di mia invenzione: i'ò c'ö 'nc'a 'n c'égn biénc' ic'ö 'n c'è a C'inc'énc'. Illeggibile per i troppi apostrofi? Lo scrivo in modo più tradizionale senza elisioni: iò chiö ènchia un chiégn biénch ichiö in chiè a Chinchiénch. Significato: ho anche un cane bianco qui in casa a Chinchengo. - (c'inc'enc', chinchench)

                                                                     C'inc'enc' - Chinchengo



C'ö (o ic'ö) - Qui - (chiö)

C'öz - Le foglie enormi del farfaraccio maggiore, o tossilaggine maggiore, nome latino Petasites hybridus (foto Google), in dialetto di Airolo. Dette anche sc'özz a Nante e  c'aploi a Madrano, v. Beffa, op. cit. Non so come si chiamino a sud di Stalvedro. Ne crescono molte appena fuori Cornone, sotto la strada bassa del Cioss. Io un tempo le chiamavo lavàz, che sono però altra cosa, v. alla voce lavazza.

                                                           C'öz - foto Tabasio


C'üu, c'ü - Culo. "Bofum in u c'ü(u)" = "soffiami nel culo", apostrofe molto più genuina del subapenninico "vaffanculo" oggi gridato dai tifosi dell'Ambrì alla Valascia. Sembra siano state le ultime parole del dalpese Giuseppe Sartore il 2 giugno 1755 a Faido prima di essere decapitato con altri due presunti caporioni della "rivolta leventinese" contro gli urani. Così almeno credevo. Su un libro di storia la frase (non citata) è attribuita al capitano Lorenzo Orsi di Rossura. Beffa di Airolo op. cit. (p. 185) la mette invece in bocca all'alfiere compaesano Giuseppe Antonio Forni e l'allunga anche: "c'im bofian i lu c'ü cun una paia storta"! = "che mi soffino nel culo con una paglia storta". "Vés 'mé c'ü e mèrda": più intimo ancora di "vés 'mé c'ü e camisa" = essere come culo e camicia. "Ut va méi che 'm dét in u c'üu" = "Ti sta proprio bene, te lo sei meritato" ("ti sta meglio di un dito nel culo"): la mamma dice che era un tempo espressione corrente, usata anche da persone non volgari.   - (chiüu, chiü)

                                       Bofum in u c'ü(u)! - esecuzione a Faido 1755


C'üróni - Chironico, villaggio della media Leventina (it.wikipedia) (de.wikipedia) (Dizionario storico della Svizzera), con un dialetto tutto suo anche se con caratteristiche in parte simli a quelli della Traversa Anzonico-Sobrio: mi ricordo di aver assistito da bambino a Chironico a una farsa in dialetto locale: esilarante, al di là delle battute! Oltre alla sostituzione della c' con la c di cena e della ü con u spiccano in questo dialetto le parole femminili in cui la "a" finale è sostituita dalla stessa vocale della penultima sillaba, con esiti parecchio divertenti all'orecchio degli altri leventinesi e certamente non solo: "in cassini ciölö a la Piòto mèngium polente storno e bévum biri s-ciuru" dovrebbe più o meno dirsi (non posso garantirlo) per significare "in cascina qui alla (alpe della) Piòta mangiamo polenta fatta con la panna e beviamo birra scura"! Beffa cit. menziona l'ironia airolese pulizia da C'üroni, per dire sporcizia, condizioni igieniche precarie. In dialetto locale dicono Cironi. Secondo il DTS si tratta di un toponimo prediale, legato cioè a un podere, appartenente a un ipotetico personaggio di nome Curius. Ma Lurati ("In Lombardia..." cit. p. 16) pensa che, insieme a Calonico, abbia a che fare con "canonici": "terra relativa ai canonici, che doveva una decima ecclesiastica". Soprannome degli abitanti: ciurli (v. SOPRANNOMI)


C'üroni - webcam
da Leventina.ch


ABCC' DEF GIJLMNOPQ R STUVZ