INTRODUZIONE

Fino all'inizio del XX secolo, le identità nazionali di Estonia, Lettonia e Lituania faticarono ad ottenere riconoscimenti ufficiali, anzi furono spesso decisamente negate. Nati come Stati indipendenti in seguito agli sconvolgimenti della prima guerra mondiale e agli accadimenti della Rivoluzione d'Ottobre, questi paesi conobbero solo due decenni di sovranità nazionale, in quanto allo scoppio della seconda guerra mondiale non riuscirono ad impedire dapprima l'occupazione nazista nel 1941 e poi quella stalinista, per cui le tre repubbliche baltiche dovettero attendere il 1991 per ottenere nuovamente l'indipendenza.
In ogni caso, alla fine del XVIII secolo, l'intera regione baltica era sotto la dominazione della Russia zarista e maggior parte della popolazione autoctona faceva parte della massa della servitù della gleba.
 
 I fratelli della foresta
 
IL PRIMO, BREVE PERIODO DI INDIPENDENZA
 
La rivoluzione russa del 1917, che rovesciò il potere zarista, consentì a Estonia, Lettonia e Lituania di proclamare l'indipendenza; e come nazioni indipendenti furono riconosciute nel 1920 dalla stessa Russia bolscevica.
 
 
 
Nel suo Proclama ai popoli ed ai governi di tutti i paesi belligeranti datato 8 novembre 1917, Lenin dichiara:
 
[...] Per annessione o conquista di territori stranieri, il governo intende, secondo la concezione del diritto della democrazia in genere e della classe operaia in particolare, ogni unione ad uno Stato grande e potente di un popolo poco numeroso o debole, senza la manifestazione chiara, precisa e libera del consenso e del desiderio di questo popolo, qualunque sia il grado di civiltà del popolo annesso o tenuto con la forza nelle frontiere di un altro Stato [...] Se un popolo è tenuto con la forza entro le frontiere di uno Stato, se, malgrado il desiderio da esso manifestato per mezzo della stampa, o dei comizi popolari, delle deliberazioni dei partiti politici, o per mezzo di sommosse e di sollevazioni contro l'oppressore nazionalista, se questo popolo non ottiene il diritto di scegliere la forma di governo con un libero voto - cioè senza la minima coercizione e dopo il ritiro di tutte le forze militari dello Stato che ha operata l'unione o che è il più forte - una tale unione costituisce un'annessione, cioè una conquista e un atto di violenza. [...]
 
Nella Dichiarazione dei diritti dei popoli di Russia, stipulata immediatamente dopo la presa del potere da parte dei Soviet, si fa riferimento alla ratifica, da parte del Congresso dei Soviet, del diritto dei popoli russi a disporre di sé stessi. Conformandosi alla volontà del Congresso, il Consiglio dei Commissari del Popolo decise di mettere alla base della sua azione nella questione delle nazionalità il principio del diritto dei popoli di Russia (eguali e sovrani) di disporre liberamente di sé stessi, compresa l'eventuale separazione totale, per chi lo volesse, e la costituzione di uno Stato indipendente, con la conseguente soppressione di tutte le restrizioni di carattere nazionale e il libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici viventi sul territorio.
 
Ma negli anni '30 tutti e tre i paesi - schiacciati tra il grande vicino orientale e l'espansionismo della Germania nazista che tornava a propugnare l'antica  "spinta verso Est" - conobbero un'involuzione politica dalla democrazia verso l'autoritarismo e finirono governati da regimi che temevano sia l'Unione Sovietica, sia il Terzo Reich.
 
 
 
LA SECONDA GUERRA MONDIALE E IL DOMINIO SOVIETICO
 
Il 23 agosto 1939 la Germania nazista e l'URSS sottoscrissero il Patto Ribbentrop-Molotov, un accordo in base al quale le due potenze stabilivano la spartizione dell'Europa orientale in due sfere di influenza, rispettivamente tedesca e sovietica. La regione baltica fu assegnata ai sovietici. I tedeschi residenti nel Baltico si affrettarono a lasciare la regione, e nell'agosto del 1940 i tre paesi divennero forzatamente repubbliche federate all'URSS. Il 14 giugno 1941 cominciarono le deportazioni di massa verso la Siberia stabilite da Stalin.
Con l'invasione dell'URSS da parte di Hitler e la conseguente occupazione nazista degli stati baltici tra il 1941 e il 1944 ebbe inizio il periodo più cupo della storia di questa regione, poiché molti dei residenti collaborarono con i nazisti negli eccidi di ebrei e nel massacro di una parte della popolazione locale. La popolazione ebraica della Lituania, ad esempio, fu quasi del tutto sterminata.
Nel 1944-45, nella fase terminale del conflitto, un gran numero di lettoni, estoni e lituani preferì scappare in Occidente per sottrarsi all'avanzata dei russi. Migliaia di persone - partigiani che presero il nome di "fratelli della foresta" - si diedero alla macchia per combattere il regime sovietico.
Gli anni del dopoguerra, sotto il dominio russo, videro la deportazione o la condanna a morte di migliaia di dissidenti. Fu favorito dalle autorità un massiccio afflusso di immigrati provenienti da Russia, Bielorussia e Ucraina, talmente imponente che le popolazioni autoctone temettero di finire in minoranza nei loro stessi paesi.
 
 
 
LA RIVOLUZIONE CANTATA
 
Verso la fine degli anni '80, quando Mikhail Gorbaciov annunciò la politica ispirata ai princìpi di glasnost e perestrojka, le aspirazioni indipendentiste degli stati baltici uscirono allo scoperto. Si formarono fronti popolari che richiedevano le riforme in senso democratico e nel 1988, in tutte e tre le capitali, si tennero imponenti manifestazioni durante le quali i cittadini diedero voce alla loro voglia di libertà intonando i propri canti nazionali, che fino a quel momento erano rigorosamente proibiti; si calcola che a Tallinn ben 300.000 persone - circa il 30% della popolazione complessiva - abbiano assistito nel settembre del 1988 al festival della canzone nazionale. Il 23 agosto 1989 due milioni di persone accorsero a formare una catena umana da Tallinn fino a Vilnius, passando per Riga, per chiedere la secessione dall'Unione Sovietica.
Nel novembre del 1989 Mosca concesse alle tre repubbliche l'autonomia economica e il mese successivo il Partito Comunista Lituano si dissociò dal PCUS. La Lituania divenne così il primo dei tre paesi a legalizzare i partiti non comunisti e a dichiararsi indipendente. Nel gennaio del 1991, a Riga e a Vilnius si verificarono disordini e spargimenti di sangue, che però non impedirono alle popolazioni dei tre paesi di votare in massa il mese successivo al referendum in favore della secessione.
Un mese dopo il tentato colpo di stato a Gorbaciov (19 agosto 1991), per la precisione il 6 settembre  1991, l'URSS riconobbe l'indipendenza di Estonia, Lettonia e Lituania.
Un paio di settimane più tardi i tre paesi entrarono a far parte delle Nazioni Unite, il primo passo per consolidare la sovranità appena conquistata. Nel 1992, per la prima volta dalla seconda guerra mondiale, i paesi baltici parteciparono ai Giochi Olimpici come nazioni indipendenti e nello stesso anno, in Estonia, si tennero le prime elezioni indipendenti ed autonome, seguite qualche mese più tardi dalla Lituania, mentre in Lettonia si svolsero nel giugno 1993.
 
DOPO L'INDIPENDENZA
 
Ciascuna repubblica si dotò di una propria moneta e intraprese il processo di conversione da un'economia pianificata statale al libero mercato, ma inizialmente le conseguenze furono molto disastrose, con picchi di inflazione al 1000%, un brusco aumento della disoccupazione e il potere d'acquisto in picchiata. Molti videro addirittura andare in fumo i risparmi di tutta una vita. Infine vi fu il crollo del sistema di sicurezza sociale di stampo sovietico: non fu certo un ingresso morbido in quelle che ci si ostina ancora oggi a definire le "gioie del capitalismo".
I primi accordi commerciali con l'Unione Europea furono sottoscritti nel 1995. Nell'ottobre del 1999, con lo smantellamento della stazione radar di Skrunda, in Lettonia, gli ultimi rappresentanti delle forze armate di Mosca lasciarono i territori baltici.
Nel corso degli anni, Estonia, Lettonia e Lituania hanno dovuto affrontare diverse spinose questioni, come i diritti di cittadinanza e l'abolizione della pena di morte, prima di poter accedere ai colloqui preliminari all'ingresso nell'Unione Europea, che ebbero luogo nel 1998 per l'Estonia e nel 1999 per Lettonia e Lituania.
Per quanto riguarda Lettonia ed Estonia, una questione particolarmente controversa è tutt'ora quella relativa alla consistente minoranza di madrelingua russa. Nel 2002, tutti e tre i paesi baltici sono stati invitati a entrare a far parte dell'Unione Europea, per diventare membri a pieno titolo nel 2004.
 
ESTONIA  
 
Mentre il paese guarda sempre più a Occidente, le dispute con la Russia, alimentate dalle tensioni tra la maggioranza estone (69%) e la minoranza russa (26%), non sembrano ancora destinate a finire. Uno degli episodi di tensione più gravi, in tempi recenti, si è verificato nell'aprile 2007, quando il governo estone decise di rimuovere la statua nota come "Soldato di Bronzo" dal centro di Tallinn. Si tratta di un monumento eretto in memoria della vittoria dell'Armata Rossa nella seconda guerra mondiale, un evento che suscita emozioni molto differenti tra estoni e russi. Per la maggioranza estone il periodo sovietico resta una tragedia per la quale non esistono giustificazioni storiche, mentre il governo russo ritiene che l'annessione sovietica dei paesi baltici sia da considerarsi parte integrante della guerra patriottica di liberazione dal nazismo. Le discussioni sulla ricollocazione della statua, oggi riassemblata nel cimitero militare della capitale estone, sfociarono in tre notti di scontri a Tallinn, con un morto e in una settimana d'assedio all'ambasciata estone a Mosca. In quello stesso mese, i nazionalisti russi furono accusati di aver organizzato un attacco informatico a danno di gran parte delle infrastrutture online dell'Estonia. I siti interet del governo, delle banche, di giornali e di attività commerciali furono messi temporaneamente fuori uso. L'episodio ha portato nel 2008 all'sitituzione di un centro contro il cyberterrorismo, dove lavorano esperti di tutto il mondo che studiano i rischi e mettono a punto controstrategie.
Le tensioni interne e di confini tra Estonia e Russia si sono accentuate durante la crisi georgiana del 2008, quando la posizione antirussa del governo estone fu interpretata dalla minoranza russa come una provocazione.
 
Nascita del nazionalismo e indipendenza nel 1918
Nel 1819 le province baltiche furono le prime in ad abolire la servitù della gleba e la nobiltà cominciò a concedere sempre maggiore libertà al popolo, libero di possedere terre e muoversi nel contesto urbano. Tutto ciò riflesse lo sviluppo dell'autodeterminazione del popolo estone, con i suoi costumi e le sue tradizioni, il quale prese a far proprio lo spirito nazionalista eccepito nella metà dell'Ottocento in Europa. Un movimento culturale di questo tipo premette affinché nelle scuole fosse insegnata la lingua estone, dei festival in lingua locale furono tenuti regolarmente ogni anno a partire dal 1869 e la letteratura nazionale cominciò a muovere i primi passi: il poema epico Kalevipoeg fu pubblicato nel 1861 in estone, poi tradotto anche in tedesco. Nel 1889 il governo centrale dell'impero promosse una campagna di russificazione del territorio, in accordo al quale molte istituzioni germaniche furono abolite, o comunque adeguate ai canoni imperiali (un esempio ne è l'Università di Tartu).
Quando la Rivoluzione russa del 1905 approdò in Estonia, le autorità locali ne approfittatono per pretendere la libertà di stampa e di assemblea, il suffragio universale, e l'indipendenza. Per quanto di tutto ciò guadagnarono ben poco al termine della rivoluzione, gli estoni cominciarono a intravedere nel clima di tensione che prevalse nella Russia imperiale tra il 1905 e il 1917 la possibilità di costituire uno stato indipendente, come stava avvenendo in Finlandia. Nel 1917, infatti, con la caduta dello zarismo durante la prima guerra mondiale, il governo provvisorio sancì l'autonomia nazionale all'Estonia in aprile: fu eletta un'assemblea nazionale popolare (Maapäev) che ebbe vita breve a causa delle pressioni bolsceviche. Ciò nonostante le autorità estoni proclamarono l'indipendenza il 24 febbraio 1918, il giorno prima che la Germania li invadesse, annettendola all'Ober Ost.
 
Repubblica d'Estonia
La Repubblica d'Estonia ottenne riconoscimento internazionale nel 1920 ed entrò nella Società delle Nazioni nel 1921. L'indipendenza durò 22 anni. In questo periodo fu intrapresa una stagione riformistica per adeguarsi agli standard europei per uno stato sovrano: la più importante fu la riforma agraria del 1919, con cui furono ridistribuite le terre appartenenti alla nobiltà al popolo, in particolare ai volontari durante la guerra di liberazione. Il mercato principale dell'Estonia divenne la Scandinavia e il Regno Unito, l'Europa occidentale e saltuariamente Stati Uniti e Unione Sovietica. La prima costituzione, adottata nel 1920, stabilì una forma di governo parlamentare. Il parlamento (Riigikogu) constava di cento membri eletti ogni tre anni. Tra il 1921 e il 1931 si succedettero undici governi: fu sancita così l'abrograzione dei partiti politici e il parlamento non fu chiamato più fino al 1938. Nel frattempo il potere era retto da Konstantin Päts, la cui carica di Presidente della Repubblica fu formalizzata con le elezioni del 1938.
Il periodo dell'indipendenza segnò un fiorente sviluppo culturale: furono erette scuole in lingua estone e le arti in generale fiorirono. Una delle azioni più importanti in questo senso fu il riconoscimento dell'autonomia culturale delle minoranze che contassero almeno 3.000 persone, compresi gli ebrei: fu un provvedimento assolutamente unico nell'Europa del 1925.
 
L'occupazione sovietica e l'annessione forzata all' URSS (1940-1941 e 1944-1991)
La politica estera dell'Estonia era improntata sulla neutralità, ma ciò non ebbe rilevanza quando la Germania Nazionalsocialista stipulò, il 23 agosto 1939, con l'Unione Sovietica il patto Molotov-Ribbentrop, con cui definirono le sfere di influenza delle due potenze: i tre stati baltici furono costretti alla firma del "patto di assistenza e mutua difesa", che consentiva l'accesso militare ai sovietici. Dopo l'invasione della Polonia, il sottomarino polacco ORP Orzeł cercò riparo presso Tallinn ma fuggì dopo che i sovietici invasero la loro parte di Polonia: l'Unione Sovietica ne approfittò per dichiarare che il governo estone, incapace di disarmare o trattare con il sottomarino, stava aiutando i polacchi e ne dedusse la mancata neutralità. Il 24 agosto 1939 Stalin minacciò di dichiarare guerra all'Estonia se non avesse concesso la creazione di basi militari sovietiche nel territorio e il debole governo estone fu così forzato ad accosentire.
Il 16 giugno 1940 le truppe sovietiche varcarono il confine e occuparono l'Estonia, insediando un nuovo governo-fantoccio filosovietico: similmente alle cugine Lituania e Lettonia, anche in Estonia si tennero le elezioni parlamentari alle quali tutti i partiti, ad eccezione di quelli filocomunisti, erano banditi. Il governo così eletto proclamò il 21 luglio 1940 la costituzione della Repubblica Socialista Sovietica di Estonia e richiese all'unanimità l'annessione all'URSS. L'annessione e occupazione estone, come per le altre repubbliche baltiche, non incontrò mai il riconoscimento da parte delle potenze occidentali, in accordo alla dottrina Stimson. Le autorità sovietiche , dal canto loro, avendo ottenuto il totale controllo del territorio, instaurarono subito un regime del terrore: solo nel primo anno di occupazione furono arrestate oltre ottomila estoni, tra cui i vertici dell'esercito e dei partiti. Circa duemila e duecento degli arrestati furono giustiziati mentre il più dei rimanenti estoni furono deportati nei campi di concentramento in Russia, da cui ben pochi tornarono a casa. Il 14 giugno 1941, quando iniziarono le grandi deportazioni di massa in tutti e tre gli stati baltici, circa diecimila civili estoni furono trasferiti in Siberia, o in altre remote aree dell'URSS, nelle quali quasi la metà di essi morì. Sotto il pretesto della leva obbligatoria dovuta all'Operazione Barbarossa lanciata dai tedeschi, trentaduemilacento uomini estoni furono trasferiti forzatamente in Russia nel 1941: quasi il 40% perì entro l'anno venturo per fame, freddo e troppo lavoro.
 
L'invasione tedesca durante la Seconda guerra mondiale (1941-1944)
Allorché la Germania di Hitler scatenò il suo attacco generalizzato contro l'Unione Sovietica il 22 giugno 1941, la Wehrmacht raggiunse l'Estonia in meno di un mese, gli estoni salutarono immediatamente i soldati del Reich credendoli liberatori dall'occupazione sovietica. L'iniziale entusiasmo cominciò a smorzarsi quando il paese entrò a far parte del Reichskommissariat Ostland. A dimostrazione di ciò, con l'introduzione della leva da parte dei tedeschi, alcune fonti ricordano che circa tremilaquattrocento estoni migrarono in Finlandia per unirsi al fronte di resistenza finlandese Jalkaväkirykmentti 200(Reggimento di Fanteria Finlandese 200). Ciò nonostante, per quanto la Germania non riconobbe mai la piena sovranità dell'Estonia, molti estoni aderirono alla chiamata alle armi contro i sovietici: in particolare nel 1944, quando ormai la vittoria degli Alleati sembrava certa, combattere l'URSS sarebbe stato l'unico modo per dichiarare l'indipendenza della piccola nazione prima che i sovietici si riprendessero nuovamente l'Estonia, una volta capitolata la Germania. In questo senso si distinse la figura carismatica di un colonnello estone, Alfons Rebane, che ottenne durante la sua carriera con l'esercito estone prima, con quello tedesco poi, le massime riconoscenze militari e sfuggito avventurosamente alla cattura dell'Armata Rossa, contribuì alla nascita ed al sostegno - attraverso il MI6 britannico, di cui era collaboratore - del movimento di resistenza dei Metsavennad (Fratelli della foresta).
Tuttavia, la formazione originaria della legione SS di volontari estoni divenne per l'occasione una ben organizzata divisione della Waffen-SS, la ben nota 20. Waffen-Grenadier-Division der SS, nata nel gennaio 1944: questa prese parte all'eroica difesa della Narva durante il 1944. Pressoché annientata nell’ultima disparata difesa del territorio nazionale, venne ricostituita nel’ottobre-novembre 1944 in Slesia, dove si confronterà di nuovo contro l'Armata Rossa, a cui tuttavia si consegnerà l'8 maggio 1945. Gli estoni avevano già combattuto in altri eserciti di Hitler, sempre nell'ambito delle SS: dall'aprile 1943 al luglio 1944 l'SS-Freiwilligen-Battalion Narwa, estone, si era battuta aggregata alla 5. SS-Panzer-Division Wiking, formazione con forte presenza di volontari scandinavi.L'entrata delle truppe del Reich, inoltre, scatenò una dura reazione della popolazione estone contro la minoranza ebraica: l'ondata di sdegno e i sentimenti di vendetta della folla si abbatterono sugli ebrei in quello che prese presto la forma di un pogrom. Gran parte degli ebrei fuggirono in Unione Sovietica e poi nel dopoguerra negli Stati Uniti o Israele, azzerando di fatto il numero di appartenenti a questa etnia nel Paese baltico. Il ritiro dei tedeschi giunse nel settembre 1944. L'ultimo primo ministro della Repubblica, prima dell'occupazione sovietica, Jüri Uluots, si assunse la carica di presidente (in accordo alla Costituzione) e nominò un nuovo governo; contemporaneamente cercò negli Alleati il riconoscimento della perduta sovranità nazionale. Il nuovo governò abbandonato dalla comunità internazionale e temendo una violenta rappresaglia sovietica, volò a Oslo ove operò in esilio fino al 1992, quando Heinrich Mark, primo ministro del governo estone in esilio, in qualità di presidente, si dimise a favore del presidente destinato a succedergli, Lennart Meri.
 
Il ritorno all' indipendenza del 1991 e l'Estonia oggi
Dalla seconda guerra mondiale l'Estonia uscì mezza distrutta: molteplici porti furono rasi al suolo, circa il 45% delle industrie e il 40% della rete ferroviaria fu gravemente danneggiata. La popolazione stessa diminuì di un quinto, circa duecentomila abitanti: più o meno il 10% della popolazione (ottantamila persone) propendette per emigrare in Occidente tra il 1940 a il 1944. Oltre trentamila soldati caddero in guerra e i bombardamenti aerei russi nel '44 distrussero il ponte sulla Narva e un terzo dell'area residenziale di Tallinn. Prima dell'inverno del 1944, le forze sovietiche riuscirono a espellere dall'Estonia le ultime truppe naziste e procedettero agli arresti e alle esecuzioni capitali di tutti coloro ritenuti infedeli al regime. Il movimento di guerriglia armata antisovietica noto come Metsavennad ("Fratelli della foresta") prese piede nelle campagne, acquisendo il massimo dei consensi tra il 1946-1948: si stima, per quando siano dati di difficile verificabilità, che in un determinato periodo fossero attive per il Metsavennad circa trenta-trentacinquemila persone: è possibile che gli ultimi attivisti siano stati catturati nel settembre 1978 e che gli stessi si siano suicidati all'atto della cattura.
Nel marzo 1949, ventimila e settecentoventidue estoni furono deportati in Siberia e entro l'inizio degli anni cinquanta il regime sovietico aveva sedato ogni movimento di rivolta. Dopo la guerra il Partito Comunista della Repubblica Socialista Sovietica d'Estonia (PCE) diventò l'organizzazione preminente della Repubblica: la componente etnica estone tra i membri del partito diminuì dal 90% al 48% nel periodo tra il 1941 e il 1952. Dopo la morte di Stalin, i membri del partito espansero la loro base sociale, includendo più estoni: nella metà degli anni sessanta, la percentuale della componente etnica si stabilizzò attorno al 50%. Alla vigilia della perestroika, il PCE annoverava quasi centomila membri, metà dei quali rappresentativi dell'etnia estone: la loro rappresentanza copriva quindi meno del 2% della popolazione sovietica totale.
Un magro aspetto positivo dell'era post-Stalin in Estonia è rappresentato dalla ripresa dei contatti con l'estero nei tardi anni cinquanta: alcuni collegamenti furono ristabiliti con la Finlandia e, negli anni sessanta, fu aperta una linea di traghetti da Tallinn a Helsinki. Arrivò anche la televisione finlandese. Questa "finestra sull'Ovest" procurò agli estoni ampie informazioni sulla politica estera e sulla cultura occidentale in generale, a dispetto degli altri paesi nell'Unione Sovietica: tutto questo si rivelerà importante quando gli estoni ricopriranno un ruolo d'avanguardia nell'estensione della perestroika sotto Gorbačëv.
Nei tardi anni settanta la società estone fronteggiò la pressione della pesante 'russificazione' delle istituzione culturali, fu minacciata quasi l' identità nazionale del popolo estone: nel 1981 il russo era insegnato in tutte le scuole primarie di lingua estone ed era stato introdotto anche negli insegnamenti prescolastici. Quando Gorbačëv salì al potere, la preoccupazione di preservare la cultura nazionale raggiunse in Estonia livelli critici: il potere del PCE cominciò a vacillare nella seconda metà degli anni ottanta e diversi movimenti politici, associazioni e partiti si affrettarono a procurarsene. Tra questi preminemente fu il ruolo del Fronte Popolare Estone, o FPE, costituitosi nell'aprile 1988 con un proprio statuto e leader; seguì l'avanzata degli ambientalisti e dei dissidenti del partito nazionalista. Nel 1989 la diversificazione del panorama politico era massima e nuovi partiti si formavano ogni giorno. La Repubblica si trasformò presto in un autentico corpo legislatore a livello regionale: questa legislatura relativamente conservativa approvò una dichiarazione di sovranità (16 novembre 1988), una legge sull'indipendenza economica (maggio 1989) rettificato dall'URSS in novembre, una legge che fece dell'estone la lingua ufficiale (gennaio 1989) e leggi elettorali che stabilivano i requisiti di residenza per godere del diritto di voto e candidatura nelle elezioni regionali e politiche (agosto, novembre 1989).
Il 20 agosto 1991 l'Estonia ritornò libera dalla lunga e opprimente occupazione dichiarando l'indipendenza dall'Unione Sovietica, ormai allo sfascio. Il 6 settembre la Russia riconobbe lo status indipendente della Repubblica Estone e il 31 agosto 1994 venne completata l'espulsione delle truppe militari russe dal territorio estone. Dal giorno dell'indipendenza ad oggi in Estonia si sono succeduti ben dodici governi presieduti da otto premier diversi: tra le più importanti conquiste sul fronte internazionale ci fu l'adesione all'Unione Europea promossa nel 1998 e l'entrata nella NATO, avvenuta nel 2004. L' adozione della moneta unica Euro, visto il virtuoso recupero economico estone, è avvenuta il 1 gennaio 2011.
 
LETTONIA  
 
Del totale degli abitanti (2.255.000) del paese solo il 58,8% è di etnia lettone. I russi costituiscono il 28,7% del totale e la percentuale rimanente è costituita da bielorussi, ucraini, polacchi e una piccola comunità ebraica. I lettono rappresentano meno del 50% della popolazione delle città di Daugavpils, Jurmala, Liepaja, Ventspils e della capitale Riga, dove il 43% è di etnia russa e il 41% di etnia lettone.
Il costante calo demografico del paese desta particolare preoccupazione. La popolazione rurale della Lettonia decresce ad un ritmo allarmante per l'ingente inurbamento, ma è la migrazione all'estero dei giovani in cerca di stipendi più alti e di un tenore di vita migliore a costituire la principale ragione del crollo numerico della popolazione del paese. Il tasso di natalità è estremamente basso. Va inoltre ricordato che, in seguito alle invasioni nazista e sovietica si registrò una diaspora di 250.000 lettoni verso Canada, Stati Uniti, Australia, Svezia e Gran Bretagna.
In Lettonia, l'identità etnica è molto sentita, un elemento che viene spesso motivato con la lunga storia di oppressione. Durante la dominazione sovietica i lettoni si servirono del loro ricco patrimonio tradizionale per sottrarsi all'assimilazione e alla russificazione, perfino quando in seguito all'immigrazione di oltre un milione e mezzo di russi si trovarono ridotti ad essere minoranza nel loro stesso paese.
Quando la Lettonia ha riconquistato l'indipendenza fu riconosciuta la cittadinanza, oltre che ai lettoni residenti, anche ai profughi che avevano lasciato il paese prima della seconda guerra mondiale, così come alle minoranze etniche che vivevano in Lettonia da prima della guerra. Coloro che erano entrati nel paese solo successivamente dovettero sottoporsi ad un esame per ottenere la cittadinanza (una prova di lingua lettone in seguito ad un corso di circa due mesi), oppure optare per lo status di residenti stranieri. Di conseguenza molti russi preferirono andarsene. Negli ultimi 12 anni la percentuale di residenti stranieri è crollata fino al 10%. 
 
Nel XIX secolo, il primo Risveglio Nazionale Lettone cominciò a diffondersi nelle menti degli intellettuali lettoni, nell’arco di un risveglio nazionalistico che attraversò tutta l’Europa di quegli anni. Questa corrente fu supportata prima dai "Giovani Lettoni" (jaunlatvieši) tra il 1850 ed il 1880. Ma questo portò anche ad un primo motivo di contrasto con i Germani Baltici.
Con l’impoverimento delle aree rurali e la crescita dell’urbanizzazione, nacque un movimento di sinistra chiamato Nuova Corrente (jaunā strāva), guidato da Rainis e da Pēteris Stučka, redattori del giornale Dienas Lapa; questo movimento fu subito influenzato dal Marxismo e portò alla nascita del Partito Social-Democratico del Lavoro.
La Lettonia del XX secolo attraversò anche una fase di forte scontento popolare che sfociò nella Rivoluzione del 1905.
L’idea di una Lettonia indipendente cominciò a concretizzarsi agli inizi del 1900, e fu aiutata anche dall’esito della Prima guerra mondiale; il territorio lettone fu direttamente coinvolto nella guerra tra Russia e Germania. Il reparto di Fucilieri lettoni (latviešu strēlnieki) è rimasto famosa per il coraggio ed il valore con cui combatterono i tedeschi. Durante la Guerra civile russa (1917-22), i lettoni combatterono divisi nei due eserciti, ma il grosso dei fucilieri lettoni confluì nei Fucilieri Lettoni Rossi (Latviešu sarkanie strēlnieki), schierati assieme ai Bolscevichi.
Nell’autunno del 1919, la divisione rossa lettone partecipò in alcune grandi battaglie contro l’Armata Bianca guidata dal generale russo Anton Denikin ed alla fine della guerra ottennero il più grande riconoscimento militare dell’epoca, la Bandiera Rossa d'Onore di Vtsik.
La Lettonia, comunque, era stata unita nel Ducato Baltico Unito, uno degli stati creati dal trattato di pace con l’Impero Russo del 1917, ma durò solo un anno, perché con la sconfitta tedesca, tutti gli stati satelliti creati in territorio russo furono smantellati. Con la firma dei trattati di pace del 1918, dunque, nasce finalmente, la Lettonia indipendente, tanto che ancora oggi la festa per l’indipendenza è proprio lo stesso giorno dei trattati di pace, ossia il 18 novembre. La prima grande potenza che riconobbe l’indipendenza e l’esistenza stessa della Lettonia fu la Repubblica Socialista Sovietica Federata il 20 agosto del 1920, che si impegnava a rispettare la sovranità lettone e ne riconosceva i confini.
Sei mesi dopo, la Lettonia fu riconosciuta anche dagli altri paesi della comunità internazionale (26 gennaio 1926) ed il 22 settembre di quello stesso anno la Lettonia fu ammessa nella Lega delle Nazioni.
La crisi economica del 1929 che colpì tutto il mondo non risparmiò la giovane nazione baltica, già messa a dura prova dall’inesperienza democratica, ed il 15 maggio 1934, il Primo Ministro Kārlis Ulmanis, uno dei padri dell’indipendenza lettone, attuò un colpo di stato senza spargimenti di sangue, chiudendo sia il Parlamento (in lettone, Saeima) che tutti i partiti politici.
Queste misure drastiche si dimostrarono però efficaci, e sorprendentemente la Lettonia riuscì a raggiungere uno standard di vita elevatissimo per l’epoca. Fu proprio questo a permettere al Primo Ministro Kārlis Ulmanis di esercitare un potere incontrastato senza che nessuno sentisse il desiderio di ribellarsi.
Il 23 agosto del 1939, ad una settimana esatta dallo scoppio della Seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica e la Germania nazista firmarono il Patto Molotov-Ribbentrop che garantiva alla prima libertà d’azione sui paesi baltici (Lettonia, Estonia, Lituania e Finlandia) oltre alla parte orientale della Polonia, mentre ai tedeschi garantiva il non-intervento russo nel conflitto imminente. La prospettiva lettone di una invasione russa si fece dunque sempre più forte e così i tre paesi baltici interessati, firmarono un accordo di reciproco aiuto in caso di invasione.
Ma mentre i tedeschi entravano a Parigi (10 maggio 1940), il ministro degli esteri sovietico Molotov accusò i paesi baltici di cospirare contro l’Unione Sovietica. Il 16 giugno del 1940, l’U.R.S.S. lanciò un ultimatum ai governi di Lettonia, Lituania ed Estonia, chiedendo lo stazionamento di truppe dell’Armata Rossa nel proprio territorio. La Lettonia si preparò a resistere, ma i Sovietici il giorno prima avevano già occupato prontamente la Lituania; consapevoli che il proprio esercito si trovava al confine orientale, mentre ora i russi premevano da nord, la Lettonia dovette accettare le condizioni dell’ultimatum. I Sovietici entrarono il giorno successivo (17 giugno). Un mese dopo si tennero i plebisciti per le annessioni, che furono confermate. Il 5 luglio del 1940, la Lettonia diventava provincia sovietica. Nella primavera del 1941 cominciarono le prime deportazioni sovietiche di dissidenti. Il generale Ivan Serov, già Compagno Commissario della Pubblica Sicurezza dell’Unione Sovietica, firmò il cosiddetto Ordine No. 001223 "Riguardante la Procedura per la cattura e la deportazione di elementi anti-sovietici dal Lituania, Lettonia ed Estonia." Nella notte tra il 13 ed il 14 giugno 1941, 15.424 persone furono catturate (tra cui 1.771 Ebrei e 742 lettoni di etnia russa) e deportate nei Gulag in Siberia; alla fine del primo anno di governo russo, si superarono le 35.000 deportazioni nella sola Lettonia, 131.500 se si contano quelle in Lituania ed Estonia. L'invasione nazista, iniziata una settimana dopo, pose un freno a queste misure.
Le truppe naziste entrarono a Riga il primo di luglio del 1941; dopo l’instaurazione dell’autorità tedesca, iniziarono i nuovi massacri, stavolta in pieno territorio lettone: Ebrei e Rom furono uccisi in massicce quantità, soprattutto a Rumbula. Questi massacri videro la partecipazione anche di diversi collaborazionisti lettoni, che formarono addirittura un’unità vera e propria, la tristemente famosa Arajs Commando, che da sola si rese responsabile della morte di oltre 26.000 Ebrei, e di oltre 2.000 membri dei partiti di sinistra. Alla fine del 1941, la popolazione ebraica lettone era completamente scomparsa dal territorio.
Nonostante la repressione totale nazista, anche in Lettonia nacque la Resistenza, divisa in due schieramenti: il Comitato Centrale Lettone, che sperava in una nuova indipendenza sia dai tedeschi che dai russi, e dal Movimento Partigiano Lettone (латвийский штаб партизанского движения), che sosteneva invece l’unione con l’U.R.S.S..
Tra il 1943 ed il 1944, fu formata la Legione Lettone delle S.S. Combattenti, composta da volontari nazionali intenzionati a combattere al fianco della Germania Nazista contro l’Armata Rossa. Nel 1944, quando i Russi ormai erano rilanciati nella loro Grande Guerra Patriottica, come sarebbe stata ricordata, tutto lasciava intendere il loro ritorno in Lettonia, che puntualmente avvenne. Anzi, si capì subito che i Russi avevano sì liberato la provincia, ma non vi avevano rinunciato. La Lettonia così, tornò ad essere provincia sovietica anche dopo la guerra.
Le purghe del dopoguerra ripresero dove si erano interrotte: altri 120.000 lettoni furono deportati nei Gulag siberiani, altri 130.000 emigrarono in Occidente per sfuggire alla cattura, ed il 25 marzo del 1949 altri 43.000 furono deportati ancora una volta in Siberia.
Tutte le libertà delle minoranze furono represse, e fu ufficialmente imposto il bilinguismo, limitando le solo lingue riconosciuto al russo ed al lettone.
L’economia lettone fu obbligata a farsi sovietica, e tutte le riforme degli anni ’20 e ’30 furono abolite. Le comunità rurali dovettero cedere alla collettivizzazione.
Ciononostante, visto che molte infrastrutture lettoni erano rimaste in buone condizioni, e che da lì provenivano molti specialisti, il governo di Mosca decise la creazione di molte industrie manifatturiere nella provincia lettone: raffinerie, industrie di macchinari e stabilimenti elettrotecnici furono aperti un po' ovunque nel territorio baltico. Questo spinse molti lavoratori russi in cerca di lavoro a trasferirsi in quella provincia, provocando un’alterazione nel rapporto tra lettoni e russi in territorio lettone. Oggi, la popolazione della Lettonia è composta al 60% da lettoni veri e propri (2.375.000), mentre il restante 40% è formato da diverse etnie, tra le quali quella russa è la più numerosa.
Le prime aperture sovietiche alla liberalizzazione dei mercati, nella seconda metà degli anni ’80, portarono in Lettonia alla nascita di diverse organizzazioni socio-politiche: Tautas Fronte (Fronte Popolare Lettone), Latvijas Nacionālās Neatkarības Kustība (Movimento per l'Indipendenza Nazionale) ed il Pilsoņu Kongress (Congresso dei Cittadini Lettoni). La caratteristica comune di questi gruppi è che tutti chiedevano l’indipendenza dall’Unione Sovietica.
Il 23 agosto del 1989 correva il 50º anniversario della firma del patto Molotov-Ribbentrop ed i popoli dei tre paesi baltici coinvolti (Lettonia, Estonia e Lituania) formarono una catena umana di 600 chilometri, che univa le tre capitali: Tallinn, Riga e Vilnius. L'iniziativa, che vide la massiccia partecipazione di oltre due milioni di persone (su una popolazione totale di nemmeno nove milioni di abitanti), fu chiamata Baltic Way (Baltijas ceļš in lettone, Balti kett in estone, Balijaos kelias in lituano). Gli organizzatori della manifestazione, il Fronte popolare lettone, il Fronte popolare estone e il movimento Sąjūdis lituano riuscirono nella straordinaria impresa di coordinare centinaia di migliaia di persone dislocandole su uno spazio di oltre 600 kilometri, creando un segno tangibile e non violento della volonta' di indipendenza dei popoli baltici. Fu un gesto che colpì l’opinione pubblica mondiale, che si rese conto del desiderio indipendentista dei tre paesi.
Il definitivo passo verso l’indipendenza lettone avvenne dopo il crollo del Muro di Berlino; il 4 maggio 1990, il primo governo liberamente eletto dopo gli anni ’30, varò una dichiarazione d’indipendenza che si sarebbe sancita dopo un periodo di transizione. Il 21 agosto 1991 il parlamento votò la fine di quel periodo e il 6 settembre 1991, l’indipendenza fu riconosciuta dalla stessa Russia.
Ottenuta l’indipendenza, la Lettonia entrò subito nelle Nazioni Unite. Nel 1992 aderì al Fondo Monetario Internazionale e nel 1994 divenne membro esterno della N.A.T.O., avvicinandosi definitivamente verso l’Unione Europea. La Lettonia fu anche il primo paese baltico ad entrare nell’Organizzazione Mondiale del Commercio.
Alla fine del 1999, l’Unione Europea riunita ad Helsinki, in Finlandia formalizzò la richiesta di ingresso della Lettonia. Nel settembre 2003 il popolo lettone chiamato alle urne votò l’ingresso nell’UE: il 72,5% dei lettoni andò a votare, ed il 67% di essi si dichiarò favorevole. Il 2 aprile 2004 entrò definitivamente nella NATO ed il 1º maggio, finalmente, nell’Unione Europea.
 
LITUANIA  
 
Da sempre fervente e ribelle, primo paese baltico a proclamare l'indipendenza dall'Unione Sovietica nel 1990, la Lituania ha spesso dimostrato una predilezione per il ruolo di Davide contro Golia. Dopo un periodo di relazioni con la Russia improntate al pragmatismo, nel 2008, il conflitto tra Georgia e Russia (con i paesi baltici apertamente schierati a fianco di Tbilisi) ha nuovamente acceso la tensione. A parte la richiesta di un indennizzo di 19 milioni di euro a compensazione dei danni subiti durante l'occupazione sovietica, i contrasti con la Russia rischiano di condizionare soprattutto la questione energetica, in quanto per i rifornimenti di metano la piccola repubblica dipende totalmente dalla Russia. Nel frattempo di sta lavorando per collegare la rete di distribuzione energetica lituana con quella polacca, il che consentirebbe alla Lituania di connettersi alla rete europea.
L'ingresso nell'Unione Europea ha peraltro comportato anche qualche svantaggio: la generazione più giovane, per esempio, sta emigrando in massa soprattutto verso il Regno Unito, che offre migliori opportunità lavorative.
 

Nel 1812, durante le guerre napoleoniche, la Lituania cercò di organizzarsi per scrollarsi di dosso il dominio russo, ma la infausta sconfitta di Napoleone in Russia fece naufragare tutte le sue speranze. Tornò sotto il dominio della Russia che, dopo aver domato una guerriglia iniziata nel 1831, ordinò la chiusura dell’Università di Vilna, impose la lingua russa, abolì le scuole parrocchiali ed i monasteri e confiscò i beni della Chiesa che così andarono ad arricchire l’erario di Mosca.

Nel 1840 fu abolito lo “Statuto lituano” ed anche il nome di Lituania scomparve ed il paese si chiamò “Provincia del Nord Ovest”.

Nel 1855 divenne zar Alessandro II che abolì la servitù della gleba e distribuì ai contadini, oltre che le terre, anche la libertà personale. E questo fu l’inizio di una rinascita lituana.

Nel 1863, dopo la Polonia, si ribellò anche la Lituania, sotto la guida di Costantino Kalinowski. L’impresa fallì ed egli l’anno dopo fu impiccato, per ordine del generale Murav’ev. Questi poi proibì l’alfabeto latino e lo fece sostituire con quello russo. Ciò dette l’avvìo alla stampa segreta dei libri che andarono in distribuzione clandestinamente in tutto il paese. L’apostolo di questa crociata culturale e patriottica fu G. Basanavicius, che nel 1864 fondò il primo giornale nazionale chiamato “Ausra”, cioè “Aurora”.

Dopo una lotta tenace si ebbe un primo risultato. Nel 1904 fu riammessa la lingua ed anche la scrittura nazionale. Nel 1905, allo scoppio in Russia della prima rivoluzione, anche in Lituania si preparò il terreno per una ampia rivendicazione nazionale ed a Pietroburgo fu richiesta la piena autonomia.

Passate le prime difficoltà, la Russia riaffermò sul paese la sua più totale sovranità. Quando arrivò la prima guerra mondiale i tedeschi invasero la Lituania e la sottoposero ad una amministrazione militare. Per la tutela degli interessi nazionali di fronte agli invasori, si formò un Comitato guidato da Antonio Smetona. Nel 1917 fu fondato un Consiglio, o “Taryba”, riconosciuto dai tedeschi, che il 18 febbraio 1918 dichiarò ricostituito lo stato lituano con capitale Vilna, ed elesse re il principe Guglielmo d’Urach della casa di Wurttemberg, col nome di Mindanaugas II.

Dopo la disfatta dei tedeschi, però, la Lituania proclamò la Repubblica: il 4 aprile 1919 Smetona assunse provvisoriamente il governo. Iniziarono subito le lotte di possesso fra la Polonia e la Russia, che finirono con la stipula di accordi in base ai quali venivano definite le linee di demarcazione con gli stati occidentali e con l’Estonia.

Nonostante l’occupazione di Vilna da parte delle truppe polacche, insorte sotto il comando del generale Zeligowski, la conferenza di Bruxelles aveva stabilito il 10 ottobre 1920 che fosse condizione essenziale della pace orientale, l’assegnazione di Vilna alla Lituania, ciò che avvenne il 9 maggio 1921. Poi nel marzo 1923 anche il territorio della zona del Memel venne attribuito alla Lituania, a condizione che ne fosse mantenuto l’ordinamento vigente.

Nel 1939, con la seconda guerra mondiale, il territorio di Memel fu incamerato dalla Germania. Nel 1940 passò all’Unione Sovietica e poi ancora un anno dopo ritornò alla Germania finchè nel 1944 fu aggregato all’Unione Sovietica, definitivamente.

Quindi, tornata ad essere una delle repubbliche sovietiche, in campo economico subì una netta trasformazione, a cominciare dalla radicale riforma agraria che portò alla collettivizzazione delle terre. Seguirono poi la nazionalizzazione delle industrie e delle banche. Nel paese si verificarono anche vasti cambiamenti di popolazione in quanto i sovietici trasferirono 120.000 lituani negli Urali settentrionali e nelle zone del Caucaso che, per effetto della guerra e delle deportazioni di massa, erano rimaste quasi completamente spopolate. Inoltre, poiché molti lituani avevano seguito i tedeschi in ritirata, nel paese erano affluiti molti russi.

I lituani però si opposero al regime imposto dall’Unione Sovietica, ma subirono vaste deportazioni. Ciò non impedì loro, sia negli anni 60 che negli anni 70 di tentare di liberarsi dal dominio russo. Ed un barlume di speranza iniziò con l’avvento di Gorbacev.

Nacque così il Movimento Lituano per la Ricostruzione, detto Sajudis, insieme ad altre organizzazioni politiche di stampo nazionalista. Queste manifestarono in massa, nel corso del 1988, contro la russificazione del loro stato e per ripristinare il lituano lingua ufficiale. Ciò fu accordato, specialmente per la grande disponibilità del Partito Comunista locale.

Nel marzo 1989 furono svolte le elezioni per il Congresso Pansovietico dei deputati del popolo. Il Sajudis conquistò la maggioranza dei seggi. Questo fu il principale motivo per cui il Soviet il 18 maggio approvò la dichiarazione di indipendenza, che sosteneva la supremazia delle leggi lituane su quelle dell’Unione Sovietica. Poi si ottennero libertà di culto e di associazione, la scissione del Partito Comunista Lituano da quello sovietico e si adottò un sistema multipartitico favorevole all’indipendenza nazionale.

Nel febbraio 1990 vi furono nuove elezioni; presidente divenne V. Landsbergis, leader del Sajudis, che l’11 marzo dichiarò ufficialmente l’indipendenza e riportò in auge la vecchia denominazione dello stato, ossia Repubblica di Lituania.

Ma dopo pochi giorni, il 17 marzo, l’esponente comunista signora K. Prunskiene, fu nominata Primo Ministro mentre il Congresso Pansovietico contestava la dichiarazione di indipendenza e truppe sovietiche occupavano alcuni edifici del partito e le sedi dei giornali.

In aprile l’Unione Sovietica impose l’embargo economico, specialmente del combustibile, che durò fino a giugno quando cioè la Lituania accettò di sospendere per sei mesi la dichiarazione di indipendenza.

E quando nel gennaio 1991 i delegati dei due paesi ancora non si erano riuniti per discutere l’argomento, Landsbergis dichiarò decaduta la sospensione, provocando così l’intervento dei sovietici, che occuparono molti edifici pubblici, compresa la sede della radio. Tredici furono i morti nella circostanza e circa 500 i feriti fra il popolo che si era sollevato in massa.

Ma intanto, a causa di contrasti per la politica interna, il primo ministro era stato sostituito. Il nuovo premier fu G. Vignorius. Il popolo lituano sostenne le scelte del Consiglio Supremo ed il 9 febbraio in un referendum si dichiarò favorevole all’indipendenza.

Ma ciò che facilitò il suo raggiungimento fu il fallimento di un colpo di stato che nell’agosto del 1991 si registrò a Mosca. La controversia finì; le truppe sovietiche furono scacciate dal territorio, il partito comunista fu messo al bando e subito 40 stati riconobbero la Lituania indipendente, così come fece l’Unione Sovietica il 6 settembre. Il 17 settembre la Lituania fu ammessa alle Nazioni Unite.

Si pensò subito all’economia e per prima cosa lo stato confiscò i beni dei partiti comunisti sia lituano che sovietico, poi furono liberalizzati i prezzi delle merci, anche di quelle di prima necessità.

Indi si svilupparono i contrasti per quella legge, approvata nel 1989, che assegnava il diritto di cittadinanza solo a coloro che risultassero residenti in Lituania da oltre dieci anni. Ciò, infatti, penalizzava quei russi e polacchi, minoranze etniche, già prive di autonomia amministrativa in quei paesi dove invece costituivano la maggioranza.

Nel 1992 intervenne una grave crisi economica. Le conseguenze furono grandi: i consensi al Sajudis registrarono un grosso calo ed una proposta di Landsbergis per costituire una Repubblica Presidenziale fu clamorosamente bocciata. E nelle elezioni generali dell’ottobre ebbe la maggioranza il Partito Democratico del Lavoro, guidato da A. Brazauskas.

I rapporti con Mosca continuarono ad essere tesi ed uno dei maggiori problemi, poi risolto definitivamente nell’agosto 1993, fu il ritiro delle truppe sovietiche, che passarono sotto il controllo della Federazione Russa.

Un’altra grave difficoltà era rappresentata dal passaggio sul territorio lituano dei materiali bellici che Mosca inviava regolarmente nella zona di Kaliningrad. Ed anche per questo si raggiunse un accordo nel novembre del 1993.

Tese erano rimaste anche le relazioni con la Polonia, la quale accusava la Lituania di discriminare la minoranza polacca esistente nel paese. Ma anche in questo campo si stabilì un clima di distensione e di pacificazione poiché la Lituania nell’aprile del 1994 firmò un accordo per il riconoscimento dei diritti a tutte le minoranze e nel giugno 1996 si accordò per la formazione di una zona di libero scambio.

Nel dicembre del 1995 fu presentata la richiesta di adesione all’Unione Europea. Intanto il governo di Brazauskas fu implicato in alcuni casi di corruzione e fu coinvolto anche nel fallimento di varie banche. Per cui nelle elezioni dell’ottobre del 1996 fu largamente sconfitto ed il nuovo governo di coalizione di centro-destra fu formato da G. Vagnorius, il quale proseguì il programma di liberalizzazione dell’economia, del resto già iniziato dai governi precedenti.

Nel gennaio del 1998 le elezioni presidenziali furono vinte dal conservatore V. Adamkus. Nel maggio 1999 Vagnorius, contrastato dal neo-presidente, si dimise e la carica fu assunta dal conservatore R. Paskas. Successivamente imputato di coinvolgimento in rapporti d'affari con la mafia russa, Paskas fu sostituito a seguito di nuove elezioni  da Valdas Adamkus, poi sostituito nel 2009 dal primo presidente donna, Dalia Grybauskaite. 

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