Grotta Miniera

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Gruppo Speleologico: venticinque anni sotto terra.

 

La Grotta della Miniera.

 

La Grotta della Miniera è un fortunato connubio tra cavità artificiali e naturali, dove una lunga galleria scavata in cerca di limoniti ed ematiti incontra alcune sezioni di un sistema carsico notevole. Aperta molto probabilmente dall’ing. Angelo Vescovali nel 1858, dista poche decine di metri dalla Cava del Ferro, un poco più in basso, proprio sotto il rifugio oggi in rovina, e si dirige in orizzontale verso la stessa Cava, nell’evidente presupposto di raggiungere i presunti “filoni” di minerale ad una quota più bassa. La trincea che porta all’imbocco della Miniera è ancora oggi evidente, delimitata dalla macchia che cresce intorno, un corridoio verde al cui termine si apre una stretta fenditura oscura, il pertugio che cerchiamo di tener aperto per accedere all’interno. Si scivola carponi in un caos di foglie portate dal vento, di sassi e terra franati dalla paretina soprastante, ma subito dopo si sta in piedi, nella galleria: scavata senza sprechi, un’altezza appena giusta per un uomo, larga quanto le sue spalle, procede diritta in direzione Nordest ed incontra, dopo 35 metri, i primi tratti naturali, sulla destra un camino che sale nel buio per 14 metri, scintillante per i piccoli cristalli di calcite che ne ricoprono le pareti, sulla sinistra una sala, 5 metri più in basso, utilizzata probabilmente per scaricare il materiale di scavo senza portarlo all’esterno. Non abbiamo trovato, nei documenti scritti e nella tradizione orale, nomi che distinguessero le varie sezioni della miniera, per cui, al momento dell’esecuzione della topografia del complesso, abbiamo provveduto noi del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino ad intitolare le gallerie orizzontali ad Italo Scatena (Gualdo Tadino, 1922 – 1998), socio fondatore del Gruppo e suo Responsabile nel 1984, cui si deve il ritrovamento dell’ingresso. La sala bassa, a testimonianza di una Gualdo che sta scomparendo insieme ai ricordi dei nostri vecchi, è stata chiamata “Osteria di Spezzaferro”: realmente esistita in Gualdo Tadino, prima metà del XX secolo, in via de’Duranti, oggi via F. Storelli, nel punto in cui da questa si sale per via del Forno, oggi via Discepoli. Il camino a destra è il “Pozzo del Chioppo”, in ricordo di un’esplorazione avventata fatta nel 1979. Proseguiamo ancora diritti per la galleria principale, in un ambiente umido ricco di fauna ipogea, soprattutto Ditteri e, stagionalmente, farfalle come la Scoliopteryx o alati Tricotteri, insetti predati da pochi Ragni, Coleotteri e dall’Ortottero Dolichopoda. Altre ridotte sezioni naturali risalgono sulla sinistra, poi la galleria, circa a 60 metri dall’ingresso, si biforca, un corto ramo sulla destra, uno più lungo sulla sinistra, che porta a 90 metri nell’interno della montagna. Una decina di metri prima, sulla destra si apre una breve derivazione, che rincorre uno dei pochi filoni di minerale incontrati, forse l’unico degno di nota: qui i nostri minatori incontrarono lo “sprofondo”, un buco apertosi sulla parete sinistra da cui provenivano aria ed il rumore arcano di un discreto scroscio d’acqua. Sicuramente curiosi di sondarne la profondità, gettarono pietre che rimbalzarono a lungo prima di essere inghiottite dal silenzio, fiaccole che presto sparirono nel buio, legarono pesi ad una corda per calcolare la profondità di eventuali ripiani, ma invano. Forse anche per la paura di lavorare in cima ad un baratro sconosciuto, gli scavi si arrestarono lì, sopra la testa il giallo ed il nero metallico della limonite, sotto una gelida finestrella misteriosa. Questa ricordava Italo, per averla vista negli anni della sua gioventù, primi anni quaranta: questa finestra cercammo, trovammo e oltrepassammo, dopo averla resa praticabile, un quarto di secolo più tardi. Qui termina la visita per i non speleologi, per proseguire è necessaria una corda e le attrezzature per la progressione in verticale: inizialmente stretto, il pozzo dopo pochi metri si apre nella vastità di un largo meandro, con lucide pareti concrezionate, che brillano per le miriadi di minuscoli cristalli di calcite. Sotto i piedi il vuoto ed il buio, solo dopo 18 metri ci si avvicina ad una sorta di ripiano e qui si continua a scendere quasi a contatto con le umide rocce fino ad una cornice più marcata, a metà pozzo, dove ci si sposta con cautela e sempre assicurati da un corrimano fino ad una parete liscia, uno “specchio di faglia” che s’immerge verticale nel buio. Qualche manovra è necessaria per ancorarsi agli attacchi dell’ultimo tratto di corda, 25 metri che si scendono veloci, ben presto nel vuoto, in una grande sala che le nostre luci cominciano ad illuminare. Questo è il pozzo della Sassaiola, sul fondo una frana ciclopica che nasconde l’inevitabile prosecuzione, dove lesto s’infila e scompare il ruscello che precipita dall’alto. Ripetuti scavi non hanno saputo inseguirlo, un altro lavoro difficile per gli speleologi di domani. La Grotta della Miniera ha pure una parte che risale in alto, che gli speleo gualdesi raggiunsero nel 1981 cercando l’origine del corso d’acqua che la percorre. Dopo alcune acrobazie, Gianluigi Guerra arrampicò un ultimo camino per una decina di metri, arrestandosi di fronte ad una frana che veniva dall’alto. La “frana sospesa” bloccò gli sforzi del GSGT fino al 1985, quando, fatti precipitare i detriti soprastanti, si ricavò uno stretto passaggio per i piani superiori, i “Rami del Castoro”: un paio di corte gallerie, in alto ancora un cunicolo occluso da una nuova frana sospesa, periodicamente attaccata ma tuttora insuperata. Da qui provengono acqua e aria, la grotta continua, siamo ormai un centinaio di metri abbondanti all’interno della montagna, alla fine qualcuno troverà il modo di passare oltre e proseguire questa storia infinita dell’esplorazione della Miniera.

 

A cura di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci.

Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – www.gsgt.it

GROTTA DELLA MINIERA 106 UPG.

 

 

Monte Penna; comune Gualdo Tadino; quota s.l.m. m 1050; carta IGM 123 I SO Gualdo Tadino, long. 0°21’30” Est, lat. 43°12’45” Nord; sviluppo spaziale m 461, sviluppo planimetrico m 318, dislivello totale m 66 (+15, –51).

TOPONIMIA.

La Grotta della Miniera prende il nome dalla miniera di ferro abbandonata all’interno della quale si apre.

Italo Scatena (Gualdo Tadino, 1922 – 1998): socio fondatore del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, di cui fu Responsabile nel 1984. Appassionato di montagna, saggio uomo di pace con sempre un pensiero ed una buona parola per tutti: a lui si deve il ritrovamento della Grotta della Miniera.

Osteria di Spezzaferro: realmente esistita in Gualdo Tadino, prima metà del XX secolo, in via de’Duranti, oggi via F. Storelli, nel punto in cui da questa si sale per via del Forno, oggi via Discepoli. In ricordo di una Gualdo che fu.

Stroscio: fragore d’acqua che si rovescia con impeto dall’alto, fatto che accade quando il torrente interno della grotta aumenta la portata, solitamente modesta.

Slumping: struttura ben evidente in loco, a pieghe arricciate della roccia, dovuta a fenomeni di slittamento subacqueo di sedimenti non consolidati.

Sassaiola: antico rude gioco gualdese, in cui bande opposte di ragazzi si affrontavano in vere battaglie con lancio di sassi, spesso con l’utilizzo di fionde, talvolta con esiti cruenti. Il nome fu meritato dal pozzo che nei primi tempi accolse gli esploratori con frequenti scariche di sassi.

Castoro: roditore che vive lungo i corsi d’acqua, dove costruisce dighe con rami e tronchi in cui ricava tane sicure.  Più che per la similitudine con questi sbarramenti, qui formati da sassi e fango, che ostacolano la via d’acqua che ruscella nella grotta, i rami alti della Miniera sono dedicati ad un amico, Roberto Matarazzi detto il Castoro, uno dei precursori della speleologia gualdese, sciatore ed arrampicatore naturalmente dotato, che ancora giovane ci lasciò per esplorare le celesti montagne oltre la vita.

Vescovali: ingegnere minerario dello Stato Pontificio, cui sono dovute le prospezioni e lo scavo di gallerie a metà del XIX secolo (vedi bibliografia).

 

STORIA.

Si amalgama con la storia della miniera, le cui vicende si perdono nei tempi, forse fino agli Etruschi (ricordiamo che Rasina si chiama il fiume che nasce dalle acque che percorrono la nostra grotta e che Rasna, in etrusco, indicava l’appartenenza al popolo degli Etruschi). La nostra galleria fu probabilmente scavata verso la metà del 1800, ma solo intorno al 1940, ripresi gli scavi in cerca di ferro, minerale prezioso in quei bellicosi tempi, la galleria intercettò il gran pozzo, destando la curiosità inappagata dei minatori e dei giovani dell’epoca. Uno di questi ultimi, Italo Scatena,

nel 1976 ci condusse nel punto dove si sarebbe dovuta aprire la galleria, all’interno della macchia del monte Penna, nelle vicinanze della località propriamente detta Cava del Ferro. Ma l’imbocco era scomparso, crollato o fatto crollare: ne restava un anonimo fosso e la ricerca dell’ingresso costituì la prima prova per un gruppo, il GSGT, che inconsapevolmente nacque in quel giorno, il 28 agosto 1976, con Italo Scatena, Vittorio Carini, Sauro Lupi, Luigi Vecchiarelli. Il 31.08.1976, al termine di una giornata di scavi, si ritrovò l’ingresso della galleria, che fu percorsa il 2 settembre fino alla finestra che dava sul pozzo inesplorato. La discesa di questo fu tentata il 19 settembre per una quindicina di metri, quindi l’esplorazione completa fu realizzata, con la collaborazione determinante del Gruppo Speleologico CAI Perugia, il 10.10.1976. Nel dicembre 1978 si risale malamente il primo pozzo ascendente a metà della galleria d’ingresso, da allora chiamato pozzo del Chioppo. Agosto 1981: in artificiale si risale il pozzo dello Stroscio ed ancora in arrampicata si raggiunge una frana sospesa che fermerà l’esplorazione fino all’8.12.1985, quando, fatti precipitare i detriti soprastanti, si ricava uno stretto passaggio per i piani superiori del ramo del Castoro, dove saremo ben presto fermati da un’altra frana sospesa. Anche sul fondo, pozzo della Sassaiola, tra marzo e aprile del 1990, sono intrapresi scavi vigorosi alla ricerca di un passaggio che superi la gran frana terminale, con il modesto risultato di penetrare in una piccola condotta laterale.

 

STORIA DELLE ESPLORAZIONI.

Più di trenta anni dopo che i minatori, procedendo allo scavo di una galleria nelle miniere di ferro sul monte Penna sopra il villaggio di Rigali, avevano intercettato un profondo pozzo rimasto inesplorato, Italo Scatena, che aveva conservato precisa memoria del fatto e del luogo in cui la galleria si apriva all’esterno, guidava una piccola spedizione di cui facevano parte Vittorio Carini, Sauro Lupi e Luigi Vecchiarelli. Ma il luogo in cui avrebbe dovuto trovarsi la galleria era ormai un anonimo fosso, l’imbocco era evidentemente crollato e scomparso. In quel giorno, il 28 agosto 1976, nacque inconsapevolmente il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, da quegli sguardi persi verso invisibili vie dentro la montagna e dalla volontà comune di percorrere quelle vie misteriose. Il 31 agosto, dopo un intero giorno di scavi, aiutati da Nello Pascucci, Sauro Lupi e Vittorio Carini ritrovarono l’ingresso perduto, da cui soffiò loro contro il gelido respiro della montagna, forte da piegare gli steli d’erba vicini. Il 2 settembre Sauro Lupi, Mauro Mancini, Pier Giuseppe Moroni e Vittorio Carini completarono la riapertura dell’ingresso e percorsero le gallerie orizzontali giungendo fino alla sommità del pozzo inesplorato, il cui impervio imbocco fu nei giorni seguenti allargato ed armato con chiodi da roccia ed una sbarra di ferro, al fine di poter penetrare in esso, per conoscere quell’orrido buio in cui era chiaramente udibile lo stroscio di un corso d’acqua che precipitava in basso. La prima discesa del pozzo fu tentata il 19 settembre da Luigi Vecchiarelli (corda doppia e bloccanti Dressler per risalire) ma la vecchia corda, troppo corta, non permise di raggiungere nessun ripiano: collaborarono all’impresa Vittorio Carini, Sauro Lupi, Mauro Giubilei, Arnaldo Polidoro, Roberto Mancini, Angelo Sabbatini, Luigi Pascucci, tutti di Gualdo Tadino. L’esplorazione completa avvenne con la collaborazione determinante del forte Gruppo Speleologico C.A.I. Perugia guidato da Francesco Salvatori: il 10 ottobre 1976, mentre un nutrito gruppo di gualdesi e perugini collaboravano alle operazioni in superficie, discesero fino al ripiano poi detto dello Slumping Paolo Boila e Riccardo Rondoni di Perugia, Vittorio Carini, Sauro Lupi e Luigi Vecchiarelli di Gualdo Tadino. Riccardo Rondoni prosegui’ per spittare un frazionamento e raggiungere, dopo altri 25 metri di vuoto, la vasta frana alla base del pozzo, costatando amaramente la fine dell’esplorazione, che fu comunque degnamente festeggiata fino a tarda sera in casa Vecchiarelli. Nei mesi successivi avvenne la costituzione ufficiale del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino che, dopo il reperimento delle attrezzature adeguate e dopo un appena sufficiente addestramento, compi’ la prima autonoma discesa fino al fondo dell’abisso il 5 dicembre 1976: Luigi Vecchiarelli e Marco Rosi sul fondo, Vittorio Carini, Arnaldo Polidoro e Carlo Troni dislocati a vari livelli. Dopo i rilievi topografici della grotta, della parte artificiale, della posizione esterna (21.05.1978 e 11.06.1978), cui presero parte Vittorio Carini, Gianluigi Guerra, Pier Giuseppe Moroni, Arnaldo Polidoro, Carlo Troni e Luigi Vecchiarelli, il 23 dicembre 1978 fu tentata, maldestramente, la prima risalita alla ricerca di prosecuzioni, che fu effettuata da Vittorio Carini, Arnaldo Polidoro e Carlo Troni nel primo ampio camino che, entrando, s’incontra a destra nella galleria dopo una trentina di metri, da allora denominato, per buon ricordo, “pozzo del Chioppo”. Maturate le necessarie esperienze ed acquisite le tecniche giuste, dopo esercitazioni in palestra di roccia, fu approntato un piano operativo per risalire il pozzo dello Stroscio tentando di proseguire verso l’alto l’esplorazione della Grotta della Miniera. 8 e 9 agosto 1981: si risalì in artificiale, a forza di chiodi spit e con l’ausilio della piattaforma d’arrampicata “ragno”, per 11 metri, la levigata e dura roccia dello Stroscio, cercando l’origine del corso d’acqua che percorre la grotta. Terminata nel secondo giorno la risalita della cascata, che in questa stagione era ridotta ad un discreto stillicidio, l’uomo di punta di turno, Gianluigi Guerra, proseguì in libera arrampicando un insidioso camino molto bagnato, innalzandosi per altri 10 metri, fino alla frana che ostruiva, incombente dall’alto, qualsiasi prosecuzione. Parteciparono all’Operazione Miniera: Gianluigi Guerra, Mauro Tavone, Mara Loreti, Piero Salerno, Giancarlo Matarazzi, Vittorio Carini, Graziano Anderlini, Arnaldo Polidoro, Pier Giuseppe Moroni e collaborarono inoltre Serafino Bonci, Angelo Bassetti, Mauro Giubilei. Un rilievo topografico interno accurato fu effettuato (31 ottobre e 1 novembre 1981) da Giuseppe Pasquarelli, Mauro Tavone, Celestino Petrelli, Graziano Anderlini e Fabio Ippoliti, coadiuvati da Vittorio Carini, Piero Salerno, Arnaldo Polidoro e Mara Loreti, provvedendo anche a rinnovare l’armo della grotta, lavoro proseguito il 22 ed il 29 novembre dagli stessi più Giuseppe Venarucci, seguendo una bella linea di discesa lungo uno specchio di faglia ed adottando soluzioni tecniche non banali, caratteristica che Gruppo Speleologico Gualdo Tadino manterrà, armando sempre in modo impeccabile le proprie grotte. Iniziarono nel frattempo i tentativi per superare la “frana sospesa”, pericolosi scavi che intendevano sbloccare l’ostruzione che impediva l’accesso a quei rami alti che saranno poi detti del Castoro. Dopo un paio di tentativi nel 1984, in cui agli stessi speleologi attivi nel 1981 si unirono Aldo Paoletti e Tiziano Bensi, si tornò con più decisione ed anche con mezzi più dirompenti nel 1985: dopo sei giornate di scavo distribuite nel corso dell’anno, l’otto dicembre un lungo palo che stuzzicava la frana nel punto giusto provocò un interminabile flusso di detriti, fino a che uno stretto varco fu arditamente percorribile ed Enzo Bozzi, Mara Loreti, Carlo Traversari passarono oltre, ben presto fermati da un’altra frana sospesa, tuttora insuperata, nonostante alcuni tentativi sporadici negli anni 1987, 1990,1994,1995 di Enrico Bazzucchi, Enzo Bozzi, Vittorio Carini, Alfredo Frillici, Roberto Marcellini, Giuseppe Venarucci. Nel 1986 fu compiuta la risalita del pozzo del Chioppo fino al tetto (m + 14) nei giorni 22 giugno, 2 e 7 luglio per opera di Enrico Bazzucchi, Enzo Bozzi, Vittorio Carini, Alfredo Frillici, Mara Loreti, Celestino Petrelli, Carlo Traversari. Ancora nel 1986 iniziarono, principalmente a cura di Mara Loreti e Piero Salerno, studi sulla fauna ipogea della Grotta della Miniera, con documentazione fotografica e raccolta di esemplari per classificarli, importante ricerca che tuttora prosegue. Sul fondo del pozzo della Sassaiola, tra marzo e aprile del 1990, furono compiuti vigorosi scavi alla ricerca di una prosecuzione oltre la gran frana terminale, con il solo risultato di penetrare in una piccola sala laterale (08.04.1990). Parteciparono Massimo Passeri, Massimo Casagrande, Vittorio Carini, Alfredo Frillici, Celestino Petrelli, Andrea Micheletti, Enzo Bozzi, Carlo Traversari, Mara Loreti, Giuseppe Venarucci, Enrico Bazzucchi, Maurizio Bazzucchi, Alberto Minelli. Il 14 aprile 1991 furono infissi i nuovi attacchi “longlife” da Enzo Bozzi e Vittorio Carini, nell’ambito di una generale revisione degli armi delle principali grotte umbre voluta dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Delegazione Umbra. Altra installazione d’attacchi fissi per un traverso che semplifica il raggiungimento delle parti alte con una breve via ferrata: lo realizzano il 30 gennaio e il 13 marzo 1994 Roberto Marcellini, Vittorio Carini, Enzo Bozzi, Marcello Diso, Giuseppe Venarucci, Andrea Angeletti e Mirko Puletti. Ultima fatica è la realizzazione di riprese video all’interno di tutta la grotta, che il 19 e 26 novembre ed il 2 dicembre 1995 ha visto impegnati Andrea Micheletti, Andrea Santarelli, Andrea Angeletti, Enrico Bazzucchi, Gino Bazzucchi, Enzo Bozzi, Vittorio Carini, Roberto Marcellini, Giuseppe Venarucci, Simone Graziosi, Alfredo Frillici, Pierdomenico Baldelli; con l’occasione sono stati rivisti alcuni dati topografici. Per una nuova topografia, dovuta all’esigenza d’immettere i dati in moderni sistemi computerizzati, nell’anno 2000 Vittorio Carini e Roberto Marcellini hanno ripercorso la grotta con gli strumenti di misurazione, aiutati da Andrea Angeletti, Enzo Bozzi, Renato Carini, Alfredo Frillici, Alberto Minelli, Emanuele Moriconi: l’operazione è in corso. 

 

 

ACCESSO.

Da Gualdo Tadino si raggiunge la frazione di Rigali, da cui, per strade che dirigono verso cave abbandonate, si risale il monte Penna fin sopra la grande cava ora utilizzata come poligono di tiro. Da qui, mentre la strada principale piega verso destra, si sale in forte pendenza dentro una folta pineta in direzione del monte Fringuello. A circa 1000 metri di quota si lascia la strada, che fin qui può essere percorsa con un fuoristrada o un 4x4, per un bel sentiero, recentemente segnato con segni bianco - rossi, che scende tra i pini verso nord; dopo poche centinaia di metri si abbandona il sentiero segnato e si risale verso est per una mulattiera, profondamente solcata in antico dai carri che trasportavano a valle il minerale estratto dalla miniera. La mulattiera dalla pineta ci conduce nel folto della macchia e quando ormai si è persa la speranza di ritrovare alcunché, avendo probabilmente superato l’ometto di sassi e la poco evidente traccia che devia a sinistra per portare direttamente all’imbocco della grotta, si può rimediare arrivando ai ruderi di un piccolo rifugio in pietra edificato dai minatori, invaso dai rovi. Scendendo a rompicollo per pochi metri, si può finire nel fosso in cui si apre la galleria della Grotta della Miniera; oppure oltre i ruderi si può raggiungere con pochi passi la vecchia Cava del Ferro, suggestiva e selvaggia, colorata dal verde del muschio, dal giallo della limonite, dal rosso dell’ematite.

 

DESCRIZIONE.

Al termine di una trincea nascosta nel verde della macchia si apre un buio ingresso, spesso quasi occluso dai detriti e da un tappeto di foglie secche. Qui inizia la parte artificiale della grotta, le Gallerie di Italo. Una galleria rettilinea, scavata dai minatori, intercetta dopo trenta metri alcuni tratti naturali, a destra un camino che risale per m 14 (pozzo del Chioppo) ed a sinistra una sala (Osteria di Spezzaferro) che scende fino a m –7. Proseguendo s’incrociano altri brevi tratti naturali, rifugio di una ricca fauna troglobia, poi la galleria si biforca. Seguendo a sinistra il tratto più lungo, quasi alla fine una corta diramazione porta alla sommità del pozzo. Si scende per m –3 fino al primo frazionamento (longlife doppiabile con spit poco più in alto), dove è possibile traversare (armo fisso) verso il ramo del Castoro oppure proseguire in basso: dopo un altro frazionamento (longlife a m –18) a livello della base dello Stroscio, si scende fino ad un breve traverso, che con qualche difficoltà porta all’attacco (longlife) dell’ultimo tratto (p. 25, Sassaiola) dove si fila lungo un bello specchio di faglia e poi in libera fino al vasto ambiente con imponente frana che limita in basso, per ora, la grotta. Traversando invece per il Ramo del Castoro, si può risalire (p. 10, armo fisso) fino ai vani superiori, sale sovrapposte separate da restringimenti, fino alla frana sospesa che incombe sull’ultimo cunicolo. Oppure, all’estremo distale del traverso, si può scendere il pozzo dello Stroscio (p. 11) e di seguito lo Slumping (p. 6): da entrambe si può traversare per raggiungere la via principale per il fondo.

 

ARMO.

La grotta è dotata di attacchi fissi (longlife) sulla via per il fondo; il traverso (corda m 15) e la risalita (corda m 15) per il ramo del Castoro sono attrezzati in permanenza. Per il fondo è necessaria una corda da m 70: triplo attacco iniziale (chiodi da roccia cementati sulla sinistra guardando l’imbocco), deviatore sulla sbarra sopra l’apertura del pozzo, utilizzando una carrucola in loco, altro deviatore corto dopo appena un metro. Frazionamento a m –3, subito sotto al traverso. Frazionamento a m –18, su uno sperone roccioso; scesi poi sotto una concrezione a tettoia, parte un breve ed impegnativo traverso che con almeno due frazionamenti intermedi porta all’attacco per l’ultimo salto.

 

OSSERVAZIONI.

Percorrendo la grotta si attraversano le formazioni dei calcari diasprini, della corniola, del calcare massiccio ed un banco di rosso ammonitico; modesto è il concrezionamento. Ricca di fauna ipogea, tuttora allo studio da parte del GSGT, è la galleria artificiale, soprattutto le sue tranquille diramazioni: presenti numerosi generi (Oxychilus, Meta, Nesticus, Dolichopoda, Micropterna, Scoliopteryx, Limonia, Speleomanthes, Rhinolophus). Numerosi i Ditteri, come Rhyimosia sp. e Limonia nubeculosa, ben rappresentati i Lepidotteri, soprattutto Scoliopteryx libatrix ma anche Apopestes spectrum e Triphosa sp.. Particolarmente studiati i Tricotteri, ripartiti in tre generi: Micropterna (M. nycterobia, M. sequax, M. testacea), Stenophylax (S. mitis, S. mucronatus, S. permistus) e Mesophylax (M. aspersus). La specie più diffusa è M. sequax, la più rara M. aspersus. Tra i predatori sono presenti Ortotteri (Dolichopoda sp.) ed Araneidi (Meta menardi, Nesticus eremita), un Coleottero, Antisphodrus latialis. Presenti inoltre, sporadicamente, Chirotteri come Rhinolophus ferrumequinum ed il geotritone (Speleomanthes italicus).

 

PROSPETTIVE.

Sul fondo gli scavi non hanno portato risultati. Forse l’errore è stato ignorare il punto più basso, una saletta che merita almeno un tentativo. Anche un’altra breve diramazione alla base della Sassaiola, aperta da Massimo Passeri durante gli scavi del 1990, presenta in alto una strettoia  non ancora allargata . Alla fine del traverso per l’attacco del pozzo della Sassaiola una strettoia non è stata forzata. Frazionamento a m –18: è ben visibile dalla parte opposta una finestra che, raggiunta con un pendolo da Andrea Angeletti il 25.02.2006,  è stata data per chiusa. La frana sospesa del ramo del Castoro è il punto che più può riservare sorprese, soprattutto per la corrente d’aria avvertibile e perché da li origina il torrente.

 

CLIMATOLOGIA.

Temperatura media annuale locale teorica (Tmed)  8,2° C. La temperatura media interna è intorno ai 7°C; le correnti d’aria all’ingresso si comportano come in un ingresso basso. Nella cavità precipita un capriccioso torrente sotterraneo.

 

 

 

 

BIBLIOGRAFIA.

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CARINI VITTORIO, VENARUCCI GIUSEPPE (2002), “Il Gruppo speleo nella Grotta della Miniera”, L’Eco del Serrasanta, Gualdo Tadino, anno XV n. 1, pag. 7.