grotta dell'acquila

 
 
 
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Gruppo Speleologico: venticinque anni sotto terra.

 

Buca dell’Aquila

 

 

Da Gualdo Tadino è facile raggiungere la località Santo Marzio, l’antica Valdigorgo. Oltre la chiesa, un ponticello valica un fosso per un ombroso belvedere, dotato di tavole e panche: prima che un sentiero prosegua per oliveti, uno sperone roccioso risale ortogonalmente verso la montagna, ben delimitando la verde ed aspra valle di Santo Marzio. Seguendo la base di questo per una quindicina di metri, appena una traccia di sentiero, si ritrova la buca dell’Aquila, uno stretto pertugio nella roccia che, dopo un severo ma breve restringimento, si allarga a campana, un pozzetto verticale di due – tre metri. Il fondo è coperto da detriti e non offre prosecuzioni evidenti. Ben arrampicabile, non presenta altra difficoltà che l’ingresso, una trappola che può incutere qualche timore. Ma anche suscitare curiosità. Così nei primi anni settanta, quando la parola speleologia in Gualdo Tadino era ancora sconosciuta, un quartetto di giovani si trovò a ficcare il naso in quel buco, troppo stretto anche per il più magro: si armarono di mazza e scalpelli, di pazienza e coraggio, cominciarono a scolpire il duro calcare, a testa in giù, cesellando l’accesso ai mondi misteriosi immersi nel buio sottostante. I nomi dei quattro: Gino Bedini, Vittorio Carini, Sauro Lupi, Luigi Vecchiarelli, gli ultimi tre soci fondatori del GSGT nel 1976, il primo interruppe le sue esperienze speleo perché catturato dalla vita politica, sindaco della città dal 1982 al 1989; intorno a loro curiosava un ragazzino, informatissimo sui luoghi e sulla visita, pochi anni prima, di speleologi eugubini, uno dei quali sembra fosse riuscito a penetrare nella strettoia. Il ragazzino era Piero Salerno, nipote di Rino, cui si deve la ricostruzione della chiesa e di gran parte dell’attuale S. Marzio, quel Piero, nel GSGT fin dagli inizi, che scriverà gran parte delle pubblicazioni sulle ricerche portate avanti dal gruppo speleo gualdese. Il lavoro pian piano diede i suoi frutti, si ampliò la strettoia di quel poco che bastava per entrare, per carità di patria evitiamo di raccontare come ci cautelammo da incontri indesiderati nell’ignota cavità: infine qualcuno s’infilò nel buco, scese utilizzando alcuni appigli nella roccia, si trovò in una cavernetta. Un fondo detritico, uno spazio appena sufficiente per starci, niente reperti della Gualdum di Valdigorgo, niente armi partigiane nascoste, niente, solo sassi. La prima lezione impartita a quattro giovani da una grotta: la prima di una lunga serie di grotte in cui il lavoro e l’impegno non sono stati ripagati se non da un brivido, in cui i risultati possono apparire nulli, ma anche il primo momento in cui si esplora, si entra in una dimensione diversa, si attraversa un confine, quello dell’ignoto, dietro al quale può esserci niente o tutte le meraviglie del mondo, il Tutankhamon di Howard Carter, l’America di Colombo, il finis Africae di Guglielmo da Baskerville. Imparammo, in un pomeriggio d’estate in Valdigorgo, a perderci in quegli infiniti attimi prima di appoggiare il piede sulla nostra luna, a voler percorrere l’ignoto, a tracciarne le carte, a ricordare e raccontare. 

 

A cura di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci.

Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – www.gsgt.speleo.it

 

 

BUCA DELL’AQUILA

 

 

Località Santo Marzio, già detta Valdigorgo, monte Serra Santa; comune Gualdo Tadino; quota s.l.m. m 605; carta IGM 123 I SO Gualdo Tadino, long. 0°20’48” Est, lat. 43°13’50” Nord; sviluppo in pianta m 2, dislivello m –5.

 

 

TOPONIMIA.

Con questo nome la cavità era nota ai Gualdesi, non sappiamo con riferimento a che cosa: il luogo in cui si apre ben difficilmente potrebbe essere scelto dal rapace come nido, perché d’agevole accesso ed in località abitata o comunque frequentata da tempi remoti. Buca dell’Aquila può riferirsi ad un episodio o situazione di cui si è persa la memoria: non infrequente invece è la presenza, anche ai nostri giorni, dell’Aquila Reale sull’Appennino Gualdese, sulle rupi del Serra Santa che incombono su Santo Marzio.

 

 

STORIA.

La Buca dell’Aquila fu visitata e rilevata da speleologi Eugubini intorno agli anni ’70. Poco dopo (1972) l’angusto ingresso fu ampliato con mazza e scalpello da giovani gualdesi (Gino Bedini, Vittorio Carini, Sauro Lupi, Luigi Vecchiarelli).

 

 

ACCESSO.

Da Gualdo Tadino si raggiunge in breve la località Santo Marzio (anticamente Valdigorgo). Oltre la chiesa, un ponticello valica un fosso per un ombroso belvedere dotato di tavole e panche: prima che un sentiero prosegua per oliveti, uno sperone roccioso risale ortogonalmente, ben delimitando la verde valle di Santo Marzio. Risalendo la base di questo per una quindicina di metri si ritrova la buca d’ingresso.

 

 

DESCRIZIONE.

Breve pozzo verticale che, dopo una strettoia, si allarga a campana. Il fondo è coperto da detriti e non offre prosecuzioni evidenti. Ben arrampicabile, non presenta altra difficoltà che l’ingresso. Le dimensioni dichiarate dai rilevatori sembrano piuttosto generose, il pozzetto è profondo un paio di metri.

 

 

OSSERVAZIONI.

La cavità si apre nel Calcare massiccio del Giurassico Inferiore.

 

 

BIBLIOGRAFIA.

CARINI VITTORIO, VENARUCCI GIUSEPPE (2001), La Buca dell’Aquila”, L’Eco del Serrasanta, Gualdo Tadino, anno XIII n. 21, pag. 9.

Per la località di Santo Marzio (ma nessun accenno alla grotta):

LODOVICO IACOBILLI (1638), “Vite de’Santi e Beati di Gualdo”.

GUERRIERI RUGGERO (1933), “Storia civile ed ecclesiastica del comune di Gualdo Tadino”, Gubbio.

CANCELLOTTI CARLO (1987), “I Santi di Valdigorgo di Tadino”, Biblioteca Capitolare, Gualdo Tadino.

 

 

Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – anno 2001