buco bucone

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Gruppo Speleologico: venticinque anni sotto terra.

 

Buco Bucone

 

Grotta emblema del Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, principale cavità carsica nel nostro comune, è difficile dire qualcosa che non sia stato ancora detto, è difficile raccontare in una pagina tutto quanto fa parte ormai della storia e del mito di questo abisso. Visibile da lontano sulla costa del Serra Santa, una macchia bianca quasi sotto le croci dell’eremo è il risultato di cinque anni di scavi per la disostruzione del pozzo iniziale, un lavoro ben fatto, sasso dopo sasso, dalle grandi concrezioni ai minuscoli granelli che le nostre mani hanno portato fuori vuotando la cavità per ben undici metri, “con abilità e magia”, come direbbe Tolkien paragonandoci ai suoi piccoli e tenaci hobbit. Buco Bucone fu così un punto d’incontro di quanti vollero scommettere in quell’improbabile e meticoloso lavoro, creando un forte ed affiatato nucleo d’uomini, testardi e pazienti, capaci di credere nei sogni, che caratterizzarono la speleologia gualdese negli anni ’80. Raggiungere l’ingresso è facile, sia scendendo dall’eremo del Serrasanta sia traversando dal piazzale Santo Stefano, camminando per pochi minuti fino all’antenna della stazione di rilevamento d’onde sismiche, purtroppo non operativa. Un piccolo spiazzo, due grate che evitano cadute accidentali pur consentendo l’accesso, il buio del primo pozzo: qui termina la “visita” per i non speleologi, qui inizia l’abisso, una grande spirale fatta da pozzi non lunghi, comunicanti attraverso strettoie, dove si procede quasi sempre su corde. Buco Bucone è una dimensione sotterranea che rimarrà inaccessibile per i più, data la sua configurazione prevalentemente verticale, che è priva di grandi ambienti e di spettacolari concrezioni, una grotta resa difficile da massi instabili, dalla fragilità degli strati di selce, dalle strettoie che collegano un pozzo all’altro. Abbiamo prodotto topografie, immagini, filmati, pubblicazioni, abbiamo studiato i pollini fossili dei fanghi del fondo (cfr. Loreti Mara, Salerno Piero, 1997, “Ricerche palinologiche nel paleoinghiottitoio Buco Bucone”, Speleologia, Città di Castello, n. 36), abbiamo reso accessibile la grotta agli speleologi di tutta Italia, che la utilizzano volentieri per corsi d’apprendimento per la progressione in verticale, apprezzandone le soluzioni adottate per affrontare i delicati passaggi tra strettoie e pozzi, per evitare il pur minimo contatto delle corde con le selci taglienti, un armo innovatore, almeno per i primi anni ottanta, in gran parte dovuto all’attenta lettura di “Techniques de la Spéléologie Alpine” (Marbach – Rocourt, 1980). Quale futuro per questa cavità, inesorabilmente ferma a pochi metri dal contatto con il Calcare massiccio, dove potrebbe assumere sviluppi imponenti? Quali confini gli speleologi non hanno potuto o saputo ancora raggiungere, dopo tre anni di accaniti scavi sul fondo? Già ci chiedemmo, con forza e passione, il senso d’impegnare le migliori capacità in campo esplorativo per una grotta difficile da immaginare, che non ha mai regalato facili prosecuzioni, che ha reso arduo con ripetute ostruzioni in spazi ristretti anche il pensare di passare oltre (cfr. Vittorio Carini, 1981, “Serrasanta, il buco, il vento”, Speleologia Umbra, Perugia, anno II-III n. 1). Eppure la grotta, m – 216 di profondità per m 385 di sviluppo, fu percorsa, fino al fango dell’ultimo “Mazzaburello”, nome dato alle perfide e strette parti terminali, fino ai cunicoli di Brenco (l’incubo che sveglia di notte, inquietante presenza in sogni agitati, “Brenco, fantasma di mari lontani al di là della memoria e dell’immaginazione, un sogno cattivo, un soffio sottile che turba la mente, la ragione che si contorce in squarci di roccia, si offusca di fango, sogna vuoti dietro l’ombra di niente, nel buio disperante oltre l’ultima fessura…”), ultima speranza in cui s’infransero dopo altri anni di scavi i tentativi del Gruppo. Risaliti alti camini, scese rare vie secondarie, ficcato il naso nelle più piccole fessure, Buco Bucone affida il suo futuro ad uno scavo diverso nel pozzetto terminale, per tentare una via opposta a quella dei cunicoli di Brenco, o alla leggendaria base del pozzo Cecapolli ingombra di pietre, dove un resoconto delle attività del GSGT in data 05.12.1982 parla di un’eco particolare che un masso precipitato, per rendere sicura la via, dal soprastante terrazzino produsse, sull’asse del pozzo e non lungo la parallela via di discesa. Cinque dicembre, è il giorno stesso dell’esplorazione di un altro grande pozzo, è la sera in cui, a Gualdo, San Niccolò si aggira per le vie con i suoi paramenti per portare regali ai bambini e così il pozzo avrà il nome del Santo. Toponomastica speleologica, prerogativa degli esploratori, nomi lasciati per sempre ai luoghi che hanno percorso o topografato per primi, un compito impegnativo che è stato affrontato con responsabile serietà dal Gruppo Speleologico Gualdo Tadino, che ha ritrovato nelle tradizioni del luogo, nella storia, nei ricordi, nella cultura di un popolo i nomi: il San Niccolò della sera del 5 dicembre, la Tagina di Procopio ma anche di un giornale dei giovani tra gli anni ’60 e ’70, il Narciso, fiore dei prati caro ai gualdesi ma anche mito greco di una vana bellezza, i Mazzaburelli, spiriti burloni, invisibili e rumorosi folletti della tradizione locale, la Truppella, trappola per passeri realizzata dai monellacci di Gualdo; Bucone, dal soprannome di una famiglia gualdese un tempo dimorante in Santo Marzio, da cui discende Augusto, il solitario uomo dei monti che ci condusse nel 1977 fino a quel modesto buco seminascosto dal falaschio sulla costa del Serrasanta, innescando la scintilla che illuminerà quel mondo sotterraneo. La saga continua, molti i ricordi che si affollano e si confondono nella memoria del Gruppo: quando si usciva alla luce delle stelle, con la tramontana gelida della notte a temprare corpi sudati da veloci risalite, quando in una notte di nebbia ci si perse in quattro, in quattro direzioni diverse, nel breve spazio tra la grotta ed il piazzale, quando roteava su quei colorati esseri spuntati dal sottosuolo un’aquila incuriosita che poi si allontanava con due colpi d’ala verso i Quarti, quando trovammo un cagnolino precipitato incolume sotto i primi due pozzi, oltre venti metri di volo, e lo riportammo fuori in un sacco lasciandolo libero e scodinzolante, quando i massi, rotolando in stretti tubi come incubi all’Indiana Jones, ti sfioravano di un pelo, quando il 29 aprile 1984 la scossa di VII-VIII grado Mercalli delle ore 07.03 bloccò la partenza di ben tre squadre verso la grotta, quando il 19 maggio seguente cinque speleo gualdesi furono oltrepassati da una scossa di V grado sul fondo di Buco Bucone senza averne consapevolezza alcuna. Infine una tradizione, ormai radicata nel Gruppo: tutti gli anni, a maggio, gli speleologi gualdesi scendono fino al fondo di Buco Bucone per portare fiori alla Madonna che hanno posto in una nicchia, la Madre che veglia su questi figli scavezzacollo, deviando all’ultimo momento i sassi che precipitano, ritardando di un attimo l’uscita di un chiodo spit da una roccia che va in frantumi e, chissà, riservando loro un posto per esplorare le celesti montagne oltre la vita. Strana gente, gli speleologi.

 

A cura di Vittorio Carini e Giuseppe Venarucci.

Gruppo Speleologico Gualdo Tadino – www.gsgt.it

BUCO BUCONE 643 UPG

 

 

Monte Serra Santa; comune Gualdo Tadino; quota s.l.m. m 1270; carta IGM 123 I SO Gualdo Tadino, long. 0°21’32” Est, lat. 43°14’19,8” Nord; sviluppo spaziale m 385, sviluppo in pianta m 169, dislivello m –216.

 

 

TOPONIMIA.

Bucone è il soprannome di una famiglia gualdese un tempo dimorante in località Santo Marzio. Da questa discende Augusto, che ha segnalato al GSGT il Buco.

Truppella: trappola in dialetto gualdese, abilmente costruita nei mesi invernali per la cattura di piccoli uccelli.

San Niccolò: tradizionalmente la sera del 5 dicembre percorre le vie di Gualdo Tadino con i paramenti da vescovo e la lunga barba, accompagnato da due servitori, passa di casa in casa e porta doni ai bambini.

Tagina: “Totila…giunto sui monti detti Appennini, vi si accampò, restando vicino ad un villaggio che gl’indigeni chiamano Tagina” (da Procopio di Cesarea, “La Guerra Gotica”). Questo villaggio probabilmente è il misero erede del municipium dei Tadinates, posto nella piana ancora detta di Taìno. Tagina è anche il nome di una pubblicazione mensile, in ciclostile, cui dettero vita i giovani gualdesi dal 1970 al 1972.

Narciso: è un elegante fiore diffuso nei pascoli montani del Serra Santa, sboccia a maggio anche nei dintorni della grotta; Narciso, punito da Artemide per la sua indifferenza verso la ninfa Eco, s’innamora della propria immagine riflessa nell’acqua. Narciso, un pozzo che sale verso niente, bello ed inutile, specchia la sua immagine splendida nel Tagina e nel Tagina scompare.

Mazzaburelli: sono gli spiriti burloni, invisibili e rumorosi folletti della tradizione locale, come Brenco è l’incubo che sveglia di notte, inquietante presenza in sogni agitati.

 

 

STORIA.

Segnalato il 04.06.1977 dal sig. Augusto Bossi al GSGT, il modesto buco era sottoposto a scavi per ben 11 metri di profondità ed il 30.08.1982 (Vittorio Carini, Mara Loreti) si aprì un passaggio verso il pozzo sottostante, tappato ancora da una frana a m –40. Nel corso del 1982 il GSGT superava anche quest’ostacolo, scendeva i pozzi Po e Cecapolli, oltrepassava sul fondo di quest’ultimo un’altra frana ed il 05.12.1982 esplorava fin quasi in fondo il pozzo San Niccolò. Riprese le esplorazioni nell’aprile successivo, il GSGT giungeva in fondo all’abisso, a m –207, il 19.06.1983 (Giancarlo Matarazzi, Celestino Petrelli, Giuseppe Venarucci). Nello stesso anno iniziavano strenui scavi sul fondo, alla ricerca di prosecuzioni. Nel 1984 il GSGT risaliva in luglio il pozzo Narciso e penetrava nei cunicoli di Brenco in novembre, a m –216, profondità che scavi successivi non riusciranno a superare.

 

 

STORIA DELLE ESPLORAZIONI.

Al termine di una visita alle Cave delle Macine, modesta cavità artificiale sul monte Serra Santa, in cui Augusto Bossi ci fu guida, lo stesso, dal piazzale dell’eremo della Trinità, c’indicò un vago punto sulla costa sottostante in cui avrebbe dovuto aprirsi un piccolo buco. Dopo un infruttuoso tentativo per ritrovarla, il 04.06.1977 ricorremmo ancora ad Augusto, che condusse sul posto Vittorio Carini, Arnaldo Polidoro, Marco Rosi, Luigi Vecchiarelli, prestando loro una pala per i primi saggi di scavo. Pur trattandosi di una modesta buca seminascosta nel prato, in cui a stento un uomo poteva accovacciarsi, intrigante fu il ritrovamento di frammenti di concrezioni calcaree, perciò scavi via via più imponenti furono intrapresi, complice la facilità con cui la zona poteva essere raggiunta e la caparbietà che contraddistingueva i soci fondatori del Gruppo. Da allora la lunga opera di disostruzione portata avanti dal GSGT (m 11 di profondità in un pozzo del diametro di circa m 2) proseguì con impegno per tutta l’estate del 1977, poi con alterne vicende nel ’78, ’80, ’81, fino a riprendere con vigoria nel 1982, per un totale di 63 giornate di scavo. Incredibile la tenacia dimostrata dal Gruppo, di formazione recente, che di Buco Bucone fece il punto d’incontro di tanti giovani gualdesi che vollero credere nell’avventura, creando così un forte ed affiatato nucleo d’uomini che caratterizzarono la speleologia gualdese negli anni ’80. Vittorio Carini, Gianluigi Guerra, Fabio Ippoliti, Mara Loreti, Giancarlo Matarazzi, Pier Giuseppe Moroni, Giuseppe Pasquarelli, Celestino Petrelli, Arnaldo Polidoro, Sergio Spinosi, Mauro Tavone, Carlo Troni i più assidui agli scavi, ma anche Graziano Anderlini, Tiziana Fusaro, Mauro Giubilei, Rosanna Guerra, Sauro Lupi, Giovanni Mancini, Luigi Pascucci, Marco Rosi, Piero Salerno, Marco Trionfera, Luigi Vecchiarelli: se si elencassero anche le presenze occasionali, registrate nelle relazioni d’attività del Gruppo, avremmo un totale di 53 persone che presero parte in questi anni alla disostruzione di Buco Bucone. Dal primitivo treppiede con pali di legno, cui era appesa una carrucola, si progredì fino all’incastellatura di ferro con tiro elettrico e gruppo elettrogeno, che solo in ultimo fu d’ausilio alla forza delle braccia, principale motore che ha sollevato quintali di detriti, dai più minuti ai massi più pesanti. Dopo un’ennesima domenica consumata a riempire secchi di sassi, ad alternarsi agli scavi sul fondo ed al tiro all’esterno, che aveva impegnato Tiziana Fusaro, Mara Loreti, Giuseppe Pasquarelli, Celestino Petrelli, Piero Salerno, Sergio Spinosi e Mauro Tavone, martedì 30 agosto 1982, in un pomeriggio come tanti altri in cui si scendeva nel pozzo a controllare l’avanzamento dei lavori e si saggiava qua e là per cercare un indizio, un soffio d’aria che indicasse una prosecuzione, Vittorio Carini, assistito all’esterno da Mara Loreti, perforò uno strato di fango e, intuendo di aver raggiunto uno spazio vuoto, dopo frenetici scavi liberò un passaggio oltre il quale il pozzo proseguiva, finalmente nel vuoto. Ripetuti lanci di sassi sondarono l’abisso, ogni eco dei quali alimentava i sogni vagheggiati negli anni trascorsi a guardare con occhi chiusi oltre quelle rocce. L’avventura ebbe inizio il giorno dopo, 31 agosto, quando, allargata ed armata con spit la strettoia, Gianluigi Guerra scese fino ad un primo ripiano, poi frazionando raggiunse il fondo di quello che sarà chiamato Pozzo Mara (p. 22). Col fiato sospeso Vittorio Carini e Mara Loreti aspettavano per raggiungere il compagno sul fondo, col fiato sospeso attendevano nel primo pozzo ed all’esterno Mauro Tavone, Sergio Spinosi, Giuseppe Pasquarelli, Giuseppe Venarucci, Pier Giuseppe Moroni, Celestino Petrelli, Serafino Bonci, Arnaldo Polidoro, Moira Passeri, Fabio Ippoliti: ma la grotta si prese gioco dei suoi esploratori, non per la prima né per l’ultima volta. Nessuna prosecuzione evidente, solo un pavimento con grossi massi, a m –40 di profondità. Dopo alcuni lavori di consolidamento del pozzo e miglioramento dell’armo, il 12 settembre si ricominciò a scavare, tra i macigni che venivano in parte spostati, in parte assicurati con cavi d’acciaio alle pareti, fino a liberare un cunicolo, poi detto “la truppella”, ossia la trappola, in cui il 19 settembre s’incuneava Vittorio Carini fino a sbucare sull’orlo di un nuovo gran pozzo. L’urlo “continua !” raggiunse di là dalla strettoia Celestino Petrelli, Giuseppe Pasquarelli, Giuseppe Venarucci e Mara Loreti, che uscirà malconcia per un ribaltamento nella foga degli scavi. L’urlo raggiunse poi l’esterno, dove attendevano Fabio Ippoliti e Pier Giuseppe Moroni. Il 9 ottobre si attaccò il pozzo (P. 25), chiamato in tale occasione Po per l’ossessionante motivetto intonato da Venarucci: armandone la sommità e frazionando due volte, scese Graziano Anderlini, seguito da Vittorio Carini, Mauro Tavone, Giuseppe Venarucci, Mara Loreti, Carlo Troni, con Pier Giuseppe Moroni in appoggio esterno. Si uscì con le stelle, dopo la mezzanotte, come si amava fare in quei tempi, per dormire a Valsorda, e la mattina seguente si avvicendava un’altra squadra (Gianluigi Guerra, Giancarlo Matarazzi, Arnaldo Polidoro, Giuseppe Pasquarelli, Celestino Petrelli, con Pier Giuseppe Moroni, Tiziana Fusaro ed Italo Scatena in appoggio esterno ed in contatto telefonico con i primi). Dal fondo del pozzo Po, dove due faglie s’incrociano, si proseguì scendendo il pozzo Cecapolli (P. 10), alla base del quale un’altra frana occludeva la via. Dopo altre uscite dedicate a migliorare la via di discesa, bonificando i pozzi dai massi in bilico e curando l’armo, il 21 novembre, dopo breve disostruzione, si praticò un passaggio nel caos di massi fino ad una strettoia che immetteva in una buia voragine (P. 16, pozzo Speranza), in cui irruppe la squadra composta da Celestino Petrelli, Mara Loreti e Mauro Tavone, atterrando in un terrazzo sotto al quale più vie proseguivano in verticale. Il 28 novembre scesero nell’abisso, per il rilevamento topografico e per esplorare, Giuseppe Pasquarelli, Celestino Petrelli, Mara Loreti, Mauro Tavone, Giuseppe Venarucci, Vittorio Carini e Giancarlo Matarazzi. Mara Loreti discese il primo pozzo (P. 30, Cometa Rossa) irrimediabilmente chiuso, poi si proseguì per un breve salto verso un secondo pozzo, che presentava due ingressi comunicanti. Quest’ultimo, chiamato pozzo San Niccolò (P. 29) proprio perché raggiunto nella sera del 5 dicembre, quando a Gualdo Tadino si rinnova la tradizione del San Niccolò vestito di paramenti sacri e con una gran barba bianca che, accompagnato da due servitori, passa di casa in casa e porta doni ai bambini, questo pozzo bello e imponente fu sceso fin dove sarebbe stato necessario frazionare, ma ne mancò il tempo e così Vittorio Carini, in squadra con Celestino Petrelli e Mara Loreti, risalendo senza aver toccato il fondo, pose fine alla campagna esplorativa del 1982, prima che la neve e l’inverno si riappropriassero della montagna. Il Gruppo Speleologico Gualdo Tadino aveva condotto con saggezza l’esplorazione, centellinandone l’emozioni e ripartendo tra tutti i componenti le responsabilità ed il piacere dell’avventura, operando per quanto possibile in sicurezza, in una grotta resa difficile da massi instabili, dalla fragilità degli strati di selce, dalle strettoie che collegano un pozzo all’altro. Una cura particolare fu dedicata all’armo, con soluzioni nuove, in gran parte dovute alla lettura di “Techniques de la Spéléologie Alpine” (Marbach - Rocourt 1980). Fu installata una linea telefonica che permetteva di comunicare con l’esterno, dove c’era sempre qualcuno del Gruppo in contatto. Un modulo esplorativo pesante, con tanti uomini affollati in grotta, con tanto materiale, apparentemente spropositato, un modulo che ha voluto previlegiare la ricerca collettiva, la crescita di un Gruppo intorno alla sua grotta, senza fretta, senza bruciare un sogno durato molte stagioni. Il 10.04.1983 Mara Loreti, Celestino Petrelli, Mauro Tavone completarono la discesa del pozzo San Niccolò e proseguirono lungo una faticosa faglia fino ad affacciarsi in un altro pozzo. Un bel pozzo, il Tagina (P. 26), sceso il primo maggio da Giancarlo Matarazzi e Giuseppe Venarucci, con Vittorio Carini e Carlo Troni ad attenderli sull’orlo. Fu individuato, sul fondo, il meandro dei Mazzaburelli, poi, usciti in una notte di nebbia, ci si perse sulla costa del monte Serra Santa fino a che non vedemmo il faro provvidenziale del pulmino del Gruppo, con i soliti Fabio Ippoliti e Pier Giuseppe Moroni in paziente attesa. 08.05.83: Vittorio Carini, Mara Loreti, Giuseppe Venarucci penetrano nei Mazzaburelli, superando in arrampicata i primi tre salti ed arrestandosi in cima all’ultimo, che fu armato e disceso il 19 giugno da Giuseppe Venarucci, Celestino Petrelli e Giancarlo Matarazzi. Era questo il fondo della grotta, m –207. “Brenco, fantasma di mari lontani al di là della memoria e dell’immaginazione, un sogno cattivo, un soffio sottile che turba la mente, la ragione che si contorce in squarci di roccia, si offusca di fango, sogna vuoti dietro l’ombra di niente, nel buio disperante oltre l’ultima fessura…”: venne il nome della prosecuzione prima della sua scoperta, tanto caparbia era la volontà di proseguire oltre il fondo. Gli scavi verso le terre di Brenco, il sogno cattivo che sveglia di notte nell’immaginario del popolo di Gualdo, cominciarono subito, a oltre m –200 di profondità. Sette uscite nel resto del 1983, in cui si prodigarono Mara Loreti, Arnaldo Polidoro, Vittorio Carini, Giuseppe Venarucci, Sergio Spinosi, Celestino Petrelli, Giuseppe Pasquarelli e Mauro Tavone; poi nel 1984 altre 21 uscite con 79 presenze complessive: agli speleologi citati per l’anno precedente si aggiunsero Giancarlo Matarazzi, Tiziano Bensi, Aldo Paoletti, Piero Salerno, Mauro Bianchini, Enzo Bozzi e Pierdomenico Baldelli. Solo in ultimo, liberando un cunicolo ostruito, si penetrò prima in una cupoletta poi in altri cunicoli, dove il 24 novembre irruppe Tiziano Bensi vedendo, per una di quelle allucinazioni che talvolta colpiscono gli esploratori del mondo sotterraneo, vasti ambienti dove a stento si riusciva a girarsi: quelle erano le terre di Brenco, vero incubo di cunicoli e di fango. Il 1984 fu l’anno del terremoto: il 29 aprile la scossa di VII-VIII grado Mercalli delle ore 07.03 bloccò la partenza di ben tre squadre verso la grotta. Ma il 19 maggio Mauro Tavone, Piero Salerno, Mara Loreti, Giuseppe Venarucci e Vittorio Carini, entrati in grotta alle 15.30 per uscirne alle 01.30 del mattino dopo, furono oltrepassati da una scossa di V grado sul fondo di Buco Bucone senza averne consapevolezza alcuna: né altri danni in ogni modo il sisma provocò nella grotta, tanto che rimasero nella loro incerta posizione alcuni massi in bilico, ancora visibili sulla destra di chi scende il pozzo Cecapolli. L’ultima frase può esser ripetuta anche dopo il più forte terremoto che colpì Gualdo Tadino nel 1997-1998, che nessuna conseguenza portò alla morfologia delle nostre grotte: di quali più tremende forze, di quali violenti movimenti sotterranei sono allora testimoni le fratture ben visibili nei tratti concrezionati dei Mazzaburelli, fratture poi saldate dal lento trascorrere dei millenni? Brenco conobbe altri scavi nel 1985, ben 11 giornate, ma ormai era difficile sperare in continuazioni percorribili: dopo un paio d’uscite nel 1986 si abbandonò l’operazione di disostruzione sul fondo, anche se il definitivo disarmo della grotta avvenne solo nel 1988. Agli ultimi scavi partecipò anche una nuova generazione di speleologi, accanto alla “vecchia guardia”: Massimiliano Anderlini, Carlo Traversari, Andrea Ragugini, Luca Santarelli, Enrico Bazzucchi, Alfredo Frillici. Nel frattempo si erano tentate altre vie di prosecuzione, affrontando risalite di camini e fratture. Il 17.07.1983, una breve risalita di una colata calcitica in zona Cecapolli aveva impegnato Vittorio Carini, Mauro Tavone e Mara Loreti, senza portare a nuove scoperte. 01.07.84 e 06.07.84: è la volta del pozzo Narciso (P.34), prolungamento verso l’alto del Tagina, “una via che sale verso niente, bella e futile, così Narciso specchia la sua splendida immagine nel Tagina e nel Tagina scompare”. Ne furono protagonisti Mara Loreti, Piero Salerno e Mauro Tavone. Probabilmente il Narciso è la continuazione di un pozzetto (P.10) accanto al pozzo San Niccolò, esplorato il 26.06.83 da Mauro Tavone, Vittorio Carini e Mara Loreti, ma tale connessione non è stata provata. Per ultima l’alta frattura che sale alle spalle degli attacchi del Cecapolli, risalita senza trovare altre vie da Tiziano Bensi e Aldo Paoletti il 15.06.1985. L’opera di rilevamento topografico, dovuta maggiormente al lavoro di Giuseppe Pasquarelli e Celestino Petrelli, fu completata il 02.07.1983, con aggiunte posteriori per le parti di nuova esplorazione: la precisione del rilievo è stata ampiamente confermata da successivi controlli delle quote con altimetri digitali. Interessanti le ricerche effettuate sui pollini fossili dei fanghi di Brenco, a cura di Mara Loreti, presso l’Università di Modena, lavoro protrattosi per più anni. Buco Bucone fu protetto da un cancello di ferro, posto dal GSGT il 01.10.1981 (Pier Giuseppe Moroni, Graziano Anderlini, Mauro Tavone). Per il successivo e progressivo allargarsi di un altro ingresso comunicante col vecchio, fu necessario ricorrere ad un’altra grata di protezione, messa in loco il 12.06.1987 (Enzo Bozzi, Vittorio Carini, Andrea Micheletti, Piero Salerno). L’armo fu rafforzato con attacchi longlife in occasione di una campagna per la prevenzione d’incidenti in grotta voluta dal Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico, Squadra di Perugia, il 17.03.91 ed il 24.03.91 (Enzo Bozzi, Vittorio Carini, Celestino Petrelli, Carlo Traversari, Giuseppe Venarucci). La grotta è stata più volte utilizzata per esercitazioni delle squadre di soccorso del CNSAS, per corsi sezionali di speleologia, per corsi della Scuola Nazionale di Speleologia, per esami d’accertamento per istruttori di speleologia, per prove d’usura delle corde a cura della Commissione Materiali del CNSASS, per prove di localizzazione interno – esterno con apparecchiature tipo Arva. Infine nella grotta è stato posto un rilevatore di fenomeni sismici a cura dell’Osservatorio Sismico di Perugia.

 

 

ACCESSO.

Da Gualdo Tadino si giunge a Valsorda, da cui si prosegue, sempre in auto, per il monte Serra Santa. Quasi sotto l’eremo, si arriva nel vasto piazzale Santo Stefano, da dove in circa cinque minuti, camminando in direzione sud per le spoglie pendici del monte, senza salire né scendere di quota, si raggiunge l’evidente cumulo di detriti che segnala l’imbocco, protetto da un cancello di ferro.

 

 

DESCRIZIONE.

Sul fondo del franoso pozzo iniziale (P. 11) una breve strettoia immette nel Pozzo Mara (P. 22), alla base del quale, tra massi di frana ingabbiati da cavi d’acciaio, è stato reso praticabile un cunicolo (la Truppella) che conduce al Pozzo Po (P. 26): in questo è degno di nota uno specchio di faglia, dove è piazzato un corto deviatore. La stessa faglia è visibile sulla parete a sinistra e poi alle spalle di chi scende. Sul fondo, oltre un arco di roccia, il Pozzo Cecapolli (P. 10): una parete concrezionata, risalita ma priva di prosecuzioni, un’alta diaclasi senza altre vie degna di nota, alla base del pozzo invece la solita ostruzione di pietre e massi, sotto i quali si vuole che il pozzo prosegua, a prezzo di difficili scavi. Una stretta via prosegue invece in basso sulla destra, liberata dai pietroni che la ostruivano: si scende il Pozzo Speranza (P. 16) fino ad un ampio terrazzo che si affaccia su altri pozzi. Il primo è il Cometa Rossa (P. 30), a fondo cieco, pericoloso perché non offre ripari in eventualità di frane, poi due imbocchi del Pozzo San Niccolò. La via principale prosegue con un salto di m 6, cui segue un restringimento prima del P. 29. Un terzo pozzetto (P. 8) stretto e franoso si apre in coda a questa lunga diaclasi, ma chiude. Giunti alla base del San Niccolò finalmente si cammina, scendendo tra detriti, per una diaclasi che porta fino al Pozzo Tagina (P. 7+19). Sopra al primo salto sale un camino, il Pozzo Narciso, risalito per m 34 fino ad un definitivo restringimento: la verticale Narciso-Tagina, complessivamente m 63, è una delle parti più belle della grotta. Al Tagina segue il faticoso tratto dei Mazzaburelli, una serie continua di strettoie e brevi salti, spesso a buca da lettere, fino al pozzo terminale (P. 3+5+9), dove improbi scavi hanno dato accesso ai cunicoli di Brenco, strettoie e fango fino ad un condottino orizzontale, a volte semiallagato, dove gli scavi sono stati interrotti.

 

 

ARMO.

L’abisso è dotato d’attacchi fissi (longlife e spit con placche artigianali) in ogni pozzo ed inoltre la profusione di chiodi spit consente armi in tutta sicurezza e con soluzioni diverse. Sono necessari almeno 30 moschettoni; riguardo alle corde, poiché il susseguirsi dei pozzi spesso permette un loro collegamento, s’indica una delle tante possibilità. Nei Mazzaburelli i salti I, II, III sono solitamente dotati di corde fisse e sono comunque arrampicabili. Il pozzo Narciso è attrezzato con cordelette.

 

POZZI

CORDE

NOTE

P.11 – Iniziale

 

 

P.22 - Mara

 

 

m 50

Attacco al cancello;

deviatore a m – 3;

frazionamento prima della strettoia, in fondo al pozzo.

Frazionamento, doppio, dopo la strettoia, a tetto;

due frazionamenti ravvicinati a metà pozzo (terrazzo).

P.26 – Po

m 35

Attacco corrimano, può essere doppiato;

doppio attacco a y;

deviatore corto a m – 5;

frazionamento a m – 20, sotto il terrazzo.

P.10 – Cecapolli

 

 

P.16 – Speranza

 

P.6+29 – San Niccolò

 

 

 

m 85

Doppio attacco a y;

deviatore al bordo del pozzo;

attacco corrimano inizio strettoia.

Due frazionamenti ravvicinati dopo la strettoia;

eventuale frazionamento su spit a metà pozzo.

Doppio attacco (terrazzo);

frazionamento sopra la strettoia (base P.6);

frazionamento sotto la strettoia;

frazionamento a 2/3 del P.29.

P.7+19 - Tagina

 

m 35

Doppio attacco;

frazionamento a m –7, sul bordo del P.19;

frazionamento in parete a metà pozzo.

Mazzaburelli

P.7 – I salto

 

P.5 – II salto

P.3 – III salto

P.3+5 – IV salto

 

P.9 - Terminale

 

m 10

 

m 8

m 5

m 10

 

m 10

 

Attacco (spit sul pavimento del cunicolo);

frazionamento dopo la strettoia.

Attacco naturale e spit.

Attacco naturale.

Attacco naturale;

deviatore dopo la strettoia.

Attacco, può essere doppiato o collegato alla corda precedente.

 

 

 OSSERVAZIONI.

L’abisso si sviluppa nel Calcare Maiolica del Cretaceo Inferiore, strati di calcare di modesta potenza alternati a sottili strati di selce; è costituito da un susseguirsi di pozzi impostati su evidenti fratture, collegati da brevi strettoie. Frequenti i fenomeni di crollo, modesto il concrezionamento. Ricerche palinologiche sono state effettuate da Mara Loreti nei depositi argillosi dei cunicoli di Brenco, a m –210 di profondità: il sedimento è risultato molto povero di pollini, però perfettamente conservati. I reperti pollinici, identificati con l’assistenza dell’Istituto Botanico dell’Università di Modena (prof. Daria Bertolani Marchetti e collaboratori), si riferiscono, per le specie arboree, maggiormente a Quercus sp.d., Castanea sativa, Salix sp., Fagus sylvatica, più sporadicamente a Juglans sp., Pinus sp., Ulmus sp., Alnus sp., Platanus sp. e ad un’Ericacea. Tra le specie erbacee: Leguminosae, Graminaceae, Chenopodiaceae, Plantaginaceae, Asteraceae, Resedaceae, Caryophyllaceae, Liliaceae, Polygonaceae, tra cui i generi Rumex, Plantago, Trifolium, Artemisia. Una vegetazione probabilmente appartenente ad una fase quaternaria postglaciale a clima atlantico temperato continentale, forse una fase tarda del periodo anatermico (20.000 – 2500 a.C.). Modesta la fauna ipogea: il primo pipistrello è stato osservato solo il 30.10.1983 in cima al pozzo Tagina.

 

 

 

 

CLIMATOLOGIA.

Temperatura media annuale locale teorica (Tmed)  6,7° C. La temperatura interna media è intorno a 8°C, non ci sono corsi d’acqua interni e solitamente è scarso anche lo stillicidio; correnti d’aria si avvertono nei restringimenti, soprattutto d’inverno, quando la grotta soffia verso l’alto.

 

 

 

BIBLIOGRAFIA.

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