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Transfăgărăşan? Eh!?!? Puppaaaa!!! (2015)



DIARIO DI BORDO

16/08/2015 16:20

Ooooooh… finalmente a Venezia!!! Peccato che nel nostro programma ora dovevamo essere con le palle a guazzo tra i laghi e le cascate di Plitvice in Croazia.

Cosa è successo? Facciamo un attimo il punto della situation.

Due giorni fa eravamo ancora nel caos dei preparativi. Dovevamo preparare i bagagli e pensare a come dividerli e caricarli sui mezzi ma cosa ancora più importante, come tutte le volte, il giorno prima della partenza la Lambretta doveva  subire ancora degli interventi meccanici.

Per prima cosa dovevo ripensare a come ancorare il portapacchi visto che negli ultimi viaggi aveva sempre ceduto e poi montare ammortizzatore posteriore e copertoni che Dean di Rimini Lambretta Centre si era scordato di spedirmi nei giorni precedenti facendolo solo il 13 Agosto. (cioè il giorno prima)

I mezzi, nonostante mancassero ancora i pezzi, erano stati collaudati con due viaggetti separati: per Marco circa 60km tra andata e ritorno da Pavana,  mentre io ho approfittato del turno di notte a San Marcello per un totale di circa 70km. Rientrato a casa da lavoro alle 9 la mattina non avevo ancora il materiale di Dean sottomano (che speravo arrivasse a momenti), potevo preparare i bagagli ma non l’ ho fatto perché la nonna compieva 98 anni ed era giusto festeggiarla.

Fatta anche questa, finalmente arrivano i pezzi da Rimini, anche se ho dovuto rincorrere il corriere per mezza Pistoia per averli. Corro da Marco e mi faccio dare una mano a montarli. Per l’ ammortizzatore non ci sono problemi, mentre per il cambio copertoni, colpevole la fretta, ho bucato due camere d’ aria durante il rimontaggio e di conseguenza ho dovuto girare tutta Sant’ Agostino il giorno prima di ferragosto per trovarne altrettante nuove (che ovviamente non erano per Lambretta ma sono state adattate all’ uso).

Sono le ore 18:00 del giorno antecedente la partenza e come tutte le volte TAAAAAAAAAAC…. La bega delle beghe. Mentre rimontiamo la ruota posteriore avvertiamo un “tic” e notiamo con piacere che un pezzo del mozzo posteriore della lambretta si spacca e ci rimane in mano… ottimo…e ora? I saldatori sono tutti chiusi e non ci rimane altro che provare a chiamare Dean a Rimini per dirgli che come al solito, nel fare le cose di fretta all’ ultimo momento c’ era stato un intoppo. Dean mi da un suggerimento, partire come se niente fosse la mattina dopo e dirigersi verso la sua officina a Rimini prima di andare a verso il confine a nord come previsto… tutto questo con il mozzo rotto e quindi un dado in meno a bloccare il cerchio posteriore. Dean dice che ce la dovrei fare…. Io gli credo cecamente come al solito.

Benissimo… tutto sembra fattibile, finiamo di preparare gli attrezzi da portarci dietro,  la sera torniamo a Piteccio, prepariamo i bagagli e carichiamo le moto… E’ l’ una passata e la sveglia sarà alle 4.45.

Quindi la mattina del 15 suona la sveglia e alle 5.30 circa partiamo alla ricerca di un bar aperto per fare colazione (è ferragosto). La prima idea sarebbe stata quella di andare da Buccino come tradizione, ma temendo che fosse chiuso ci fermiamo alla pasticceria di Capostrada che ci delizia con cappuccio e pasta: la giusta carica per mettersi in viaggio.

Via… è fatta davvero, si parte! Dopo 200 metri a esagerare siamo già fermi: Marco ha strappato il filo del gas. Pit stop di 10 minuti davanti a casa del Giuliani e poi rivia…

Passiamo davanti a Buccino che è incredibilmente aperto… non resistiamo… un altro caffè e foto di rito con Paolino che ci augura buon viaggio

Questa volta è quella buona, si parte per davvero. Siamo in ritardo di un’ oretta ma il morale è alto.  Procedendo con cautela sulle curve (viaggiavo con tre bulloni su quattro alla ruota) affrontiamo l’ appennino, ci concediamo una pausa focaccia poco prima del passo del Muraglione e poi dritto giù a Forlì e poi a Rimini da Dean.

Arrivati a Rimini Lambretta Centre, Dean ci aspettava e ci mettiamo subito al lavoro per sostituire il mozzo. E’ la prima volta che vede la mia Lambretta e non si risparmia sui commenti scherzosi e non, riguardo alla “precisione e accuratezza” del mio tagliando che avrei dovuto effettuare prima di partire ma che non ho fatto per mancanza di tempo (chi è che non parte con un mezzo di trent’ anni per un viaggio di 4000 Km senza farlo). Fili staccati, rondelle mancanti, guaine incrociate male, parti non ingrassate… insomma ce n’ è da benedire e santificare e anche il Cagiva non viene risparmiato dai commenti di Dean.

Ci mettiamo con lui a sistemare l’ essenziale per partire e sostituiamo il mozzo danneggiato (in questi 200km si era già incrinata un’ altra vite e ci stava per lasciare). Pago il dovuto per ricambi e manodopera e dopo un sentito abbraccio con Dean (che ringrazio per la sua professionalità e disponibilità) ripartiamo… obbiettivo Trieste per cercare di incrociarsi con la Giulia e la Laura di ritorno dalla Croazia per una cena insieme.

Viaaaaaaa come le palle di fooo…. I primi cento chilometri passano in un baleno, dopo una sosta panino per il pranzo e un pieno benzina ci separano da Trieste circa 270 km. Pianificando la giornata sembrerebbe essere plausibile arrivarci per le 21 circa.

Senonché passata Chioggia, a circa 20Km da Venezia, mentre sfrecciavamo a circa 80km/h  la Lambretta ha un sussulto… il colpo è secco e decisamente metallico, si spenge di colpo sferragliando e mi costringe ad accostare. Ancora in sella, mi giro verso Marco e gli dico: “ Marco… è un danno grosso, da non ripartire”

Senza farci prendere dal panico prendiamo possesso di una pensilina per autobus e la trasformiamo in un officina… operazione a cuore aperto… dopo aver smontato testata e cilindro il menù offerto dalla casa è il seguente: Pistone con grippata di privilegio, servito su un letto di biella spezzata di netto con contorno di sbriciolona di gabbia a rullini e vellutata di olio motore con frammenti di rondelle spezzate annegate.

Il danno è veramente grosso… si tratta praticamente del cuore del motore e nonostante avessimo un bel po’ di attrezzi, capaci di guarire anche una eventuale grippatura non possiamo certo sostituire un albero motore e tutto il gruppo termico. Non ci rimane che chiamare il nostro fidato Dean e sentire cosa dice.

Vedendo le foto che gli inviamo tramite whatsapp esordisce con il suo accento inglese dicendo: “Mai visto roba di genere! Complimenti!” ma ci tranquillizza subito dopo spiegandoci che il grosso problema sarebbe stato quello di far arrivare la Lambretta di nuovo tra le sue mani in questi giorni di festa… per il resto, se ce la facciamo a portargliela, lui e i suoi operai  in un giorno la rimettono in pista.

I problemi a questo punto sono tre:

1)      Decidedere se sotenere le ingenti spese necessarie per sitemare la povera Lambretta

2)      Come riportarla a Rimini

3)      Continuare o no il viaggio?

La lambretta certamente non la butto via quindi prima o poi la dovrò aggiustare… tanto vale farlo subito a prescindere dai costi (che vuoi essere il più ricco del cimitero?). A questo punto il grosso problema  è come portarla a Rimini.

Marco parte con il Cagiva per un giro di perlustrazione in cerca di aiuto, a un certo punto affianca un furgone e urlando e sbracciando al conducente riesce a farlo fermare. Purtroppo inutilmente  perché la famiglia che occupava il mezzo (visibilmente scossa dall’ abbordaggio) rientrava dalle ferie e non avrebbe proseguito fino a Rimini. Io intanto ho fatto alcune telefonate ad amici della zona che avevano frequentato con me il corso per vigili del fuoco a Roma due anni fa: Manuel Biban  e Francesco Schiavon (detto Frenk). Entrambi hanno fatto del loro meglio per cercarci un furgone. Frenk ci avrebbe anche ospitato a casa sua, ma io la Lambretta non la mollo!!!  Dopo altri vari tentativi di far fermare furgoni e camion dei Rumeni che fanno in su e giù dal loro paese su questa via, visto il maltempo in arrivo dal fronte sud, (lampi e tuoni si facevano già sentire) decidiamo di fare baracca e burattini della lambretta ormai  a pezzi e cerchiamo  un riparo più sicuro spostandoci 500 metri più avanti,  dove un distributore ci da un tetto sotto cui stare.

La tempesta infuria,  il vento ci schiaffeggia e fa arrivare la pioggia anche sotto la tettoia del distributore… cosa fare? Marco nota nelle vicinanze un autolavaggio che  dopo un sopralluogo risulta essere il posto più coperto e al sicuro della zona. Ci spostiamo lì con tutti i mezzi e iniziamo una serie di telefonate con lo scopo di trovare un furgone. Frenk e Manuel ci confermano che non hanno trovato niente, i vigili del fuoco dei distaccamenti locali hanno tutto il personale impegnato nel domare la tempesta che infuria in zona e non possono aiutarci nonostante fossi un collega e tutti i centralini dei vari autonoleggi (compreso quello dell’ aeroporto) sono tutti già chiusi o in ferie (è ferragosto).

Via… niente da fare, ci arrendiamo alla realtà dei fatti: fino a domattina nessuno ci può aiutare e dobbiamo passare la notte qui. A questo punto Marco decide che è arrivato il momento di prendersi una pausa e di farsi un buon caffè con  l’ immancabile kit che gli appartiene sancendo così l’ effettivo salto della cena… come per magia in quel preciso istante quello che per tutti fino ad allora era un semplice autolavaggio per noi diventa casa. Dopo il caffè passiamo alle telefonate di rito per tranquillizzare fidanzate e parentado e iniziamo a prepararci la cuccia: le moto sono messe a “L” per pararci dal vento e dagli occhi indiscreti consentendoci di ricavare uno spazietto protetto tra quest’ ultime e la parete del lavaggio. Modulo, sacco a pelo, cuscino gonfiabile di privilegio, cellulari in carica alle moto e dopo aver dato la buona notte alle prostitute che prestavano servizio al distributore proviamo a dormire.

La nottata passa tra sussulti, sveglie, dolori alla schiena, galli che cantano,  camion e auto che sfrecciano ma fortunatamente nessuno si accorge di noi. Ci alziamo, smontiamo la baraccopoli creata la sera prima e tra le case nei paraggi cerchiamo qualcuno disposto a tenerci lambretta e bagagli mentre noi andremo a Venezia in cerca di furgoni da noleggiare.

Al primo tentativo ci va subito bene e un’ anziana signora di 85 anni con un dialetto strettissimo ci dice che non ci sono problemi. Possiamo lasciare tutto lì fino a lunedì (visto che molto probabilmente di domenica non riusciremo a trovare niente).

A questo punto ci dirigiamo prima a Mestre ai vari autonoleggi della stazione ma è tutto chiuso, facciamo varie telefonate (anche con l’ aiuto di un poliziotto fermato per strada) e l’ unico che risulta aperto è all’ aeroporto. Ci dirigiamo quindi là ma purtroppo in tutto l’ aeroporto nessuno noleggia mezzi commerciali, solo trasporto persone. L’ ultima chance è Venezia, ma anche lì picche. La cosa buona è che tutte le compagnie hanno anche la sede a Mestre (dove stamani era tutto chiuso) e lì dovrebbero avere anche i famosi furgoni. Non ci resta che aspettare lunedì mattina le 8.30 quando apriranno. Ora cosa fare? Decidiamo di cogliere l’ occasione per fare un giro a Venezia e prenotiamo un campeggio nei pressi di Mestre per essere già lì domattina. Nel mentre tutti gli spostamenti sono stati fatti con il Cagiva di Marco che si spera tenga duro fino alla fine!


 16/08/2015 Parte 2°

Per farla breve, Venezia era esattamente come ce la ricordavamo: acqua di sotto e acqua di sopra. Giunti a una cert’ ora, visto che eravamo rimasti d’accordo con Frenk che ci saremmo visti prima di cena, decidiamo di avviarci verso la moto per poi dirigersi al campeggio e fare una doccia di privilegio.

Arrivati alla moto troviamo su di essa la risposta alla domanda che ci eravamo posti in mattinata: “perché non ci sono moto parcheggiate nei dintorni?” La risposta in effetti non l’ abbiamo avuta, però la multa da pagare per divieto di sosta era di 28 euro e spiccioli se pagata entro cinque giorni.

Prima che la multa diventasse un problema, se ne è subito presentato un secondo più grosso del primo: in lontananza (la nostra lontananza, cioè quella lontananza che noi dovevamo raggiungere) si stava preparando una delle più grosse tempeste che Venezia ricordasse… e allora viaaaaaaa! Inforchiamo il mitico Cagiva senza nessun tipo di antipioggia e ci dirigiamo verso l ‘ occhio del ciclone, ovvero il centro del campeggio. Arrivati a due chilometri da quest’ ultimo ancora asciutti, sembrava ormai fatta ma proprio quando lo pensavamo, uno scoscio ci ha ricoperto e magicamente in un attimo la strada è diventata un fiume, tanto che nonostante Marco cercasse di evitarlo, a un certo punto siamo finiti dentro trenta centimetri d’ acqua che ha coperto la marmitta e con gli schizzi ci ha mezzato quasi fino alle ginocchia.

Presi dalla disperazione abbiamo accostato e sotto la pensilina dell’ autobus (dopo a una regia pisciata nei dintorni forse stimolata da tutta quell’ acqua) ci siamo vestiti con l’ antipioggia (ormai inutile) e abbiamo percorso il chilometro mancante.

Check in al campeggio, sistemazione nel mini chalet (un buo di due metri per due con due letti) e poi di corsa a buttare tutto quello che avevamo addosso nell’ asciugatrice: pantaloni, maglie, zaini, scarpe, cinture… insomma tutto dentro con grande gioia per l’ apparecchio che tra botte e schianti dovuti alle fibbie di metallo e plastiche di tutto l’ ambardan in qualche modo ci ha asciugato l’ asciugabile.

Nel mentre, il mio grande amico Frenk  (Chioggiotto DOC) arriva baldanzoso come sempre al campeggio con una sacchettata di birre scolate quasi subito nel mitico mini micro chalet. Non rimane altro che andare a cena tutti insieme ed è così che ci lasciamo poratare da Frenk in un locale dove si mangiano noccioline buttando in terra i gusci e dove si cucinano solo galletti con patate fritte. Gran serata, risate, racconti, aneddoti, bevute, sgranate e soprattutto  GALLETTOOOOOOO (Frenk ricordatelo GALLETTOOOOOO).

E’ ormai la mezzanotte passata e decidiamo di tornare in campeggio, salutiamo e ringraziamo Frenk per la splendida compagnia (rincontrata dopo un anno solo perché ho distrutto la lambretta) e dopo una doccia di privilegio andiamo a stramazzare dui rispettivi mini micro letti del mini micro chalet.

 

17/08/2015 23:30

Sono le ore 7:30 e la sveglia suona indisturbata fino alle 7:50, orario in cui decidiamo di alzarsi per iniziare le grandi manovre. Lavaggio viso, lavaggio denti, pisciata di privilegio, carico cagiva, ceck out campeggio e viaaaaa… alla ricerca del furgone da noleggiare alla stazione di Mestre. La Hertz ci fa il preventivo migliore e caricata la moto di Marco partiamo per andare a recuperare la lambretta e i bagagli dalla signora dietro all’ autolavaggio che ci ha ospitato ieri. Nel mentre avverto Dean che arriveremo da lui verso le 11, ma mi chiama e mi dice che ha buone notizie per noi. Ha contattato un  amico nei pressi di Treviso che ha un’ officina e tutti i pezzi necessari per eseguire la riparazione sul nostro mezzo. Si chiama Fabio, è un pazzo scatenato per quanto riguarda le Lambrette e riuscirebbe a montarvi una nuova biella dentro la vostra (parole di Dean). Di Dean mi fido ciecamente e preso l’ indirizzo della nuova officina (assai più vicina di Rimini Lambretta Centre) , recuperata la Lambretta con tanto di foto di rito con la signora, ci dirigiamo a foo verso Treviso dove arriviamo in meno di un’ ora.

Fabio ci stava aspettando con il suo collega ma non sapeva cosa li stava attendendo… un lavoro che sarebbe durato tutto il giorno. Smontando il motore a modino comincia a delinearsi il vero menù riservato dalla casa che da quello precedentemente descritto diventava:

-          ANTIPASTO  rullini sgabbiati adagiati su un letto di biella spezzata accompagnati da una schiavettatura dell’ albero motore su scaldata del pistone

-          PRIMO  scampanatura di frizione con sugo di prigionieri slabbrati

-          SECONDO spezzatino di tendicatena passato su corona di privilegio

-          CONTORNO insalata mista di dadi e prigionieri allentati

Dopo pranzo, mentre Fabio e collega si rimettono a lavoro, noi ci dirigiamo verso Mestre per riportare il furgone e successivamente tornare all’ officina con il Cagiva. Sono le ore 18.30 e dopo aver preso l’ ennesima acquata (a 2 km dall’ officina) arriviamo che il lavoro è a buon punto: manca solo da chiudere il carter, rimontare il cilindro, testata, messa in fase, rimontaggio pedane e il “gioco” è fatto. Si fa per dire, Fabio e compare lavorano incessantemente e solo in rari momenti riusciamo a dargli una mano senza intralciarli.

“Sono le ore 20:36” annuncia la radio accesa e Fabio di tutta risposta: “Zio can!!!”. Capiamo che è un ‘ oruccia e facciamo di tutto per tirare a finire ma ormai ci siamo, questione di momenti e avremo risentito il rombo della Lambretta.

Così è stato e dopo aver rimesso in ordine gli attrezzi usati, ci dirigiamo in ufficio per fare “i conti”. La cifra non è uno scherzo ma devo dire che visto il lavoro fatto non poteva essere diversamente, anzi, siamo stati trattati benissimo. In più si sono anche resi disponibili a offrirci un posto dove passare la notte, per la precisione sotto la tettoia dell’ officina all’ interno del loro furgone a noi ben noto: il famosissimo Mercedes MB 100 che ha accompagnato le tre M (Marco Mattia Matteo) in molte delle loro avventure con annesse dormite al suo interno, Risultato? Pare di essere a casa anche stasera.  A questo punto salutiamo Fabio e compare con un caloroso abbraccio e la promessa di una cartolina dal punto più lontano che raggiungeremo, dopo una cena di privilegio alla taverna “L’ ultima spiaggia”, (che consigliamo a tutti se passate in zona) ce ne veniamo via mezzi ciucchi e arrivati di nuovo all’ officina prepariamo il giaciglio nel furgone… intanto fuori DI-LU-VIA. Con il rumore della pioggia battente sulla tettoia noi vi diamo la buona notte dall’ immortale MB 100. Buonanotte!!!

 

18/08/2015 ore 22.25 (Kriz – Mali Pub)

Come al solito la sveglia suona(5.30)  ma noi da buoni vacanzieri la lasciamo suonare. L’ intenzione era quella di partire alle 6 ma tra il fatto che ci siamo svegliati tardi, che c’ era da ripristinare i borsoni, ricaricarli e fare due chiacchere con la nonna di Fabio il meccanico, prima delle 7 non c’ è stato verso di partire.

Finalmente sembrava il meteo potesse reggere e la partenza è senza l’ ausilio del kit antipioggia. Con questa configurazione riusciamo ad arrivare fino Trieste, dove ci concediamo la colazione al tiepido solicello che aveva fatto capolino. Effettuato il pieno ai mezzi, ripartiamo verso la frontiera Slovena e mentre stiamo per scollinare il confine, all’ orizzonte si presenta una situazione poco promettente: nel cielo plumbeo già si intravedono le funi d’ acqua che stanno bagnando il terreno sloveno. Scatta a questo punto l’ ormai testata vestizione:

-Versione Marco- pantalone corto con sopra pantalone lungo con sopra pantalone antiacqua (che copre il marsupio), maglia a maniche corte, giacchetto e k-way, ai piedi ghette da montagna

-Versione Mattia- pantalone corto con sopra pantalone antiacqua, t-shirt con sopra giacchettino e k-way

In questo modo affrontiamo quella che poi si rivelerà una tempesta di acqua che in pochi minuti allagherà l’ autostrada slovena e penetrando strato dopo strato dentro ai nostri scafandri da palombaro… palle vizze!

Dopo mezz’ ora di pioggia battente, Tonino sembra darsi una calmata e tra una schiarita e l’ altra ci asciughiamo un po’ continuando verso Lubiana, dove arriviamo intorno alle 14.00.

Qui, appena scendiamo dalle moto ci accorgiamo che un bel sole ci sta scaldando e asciugando, concedendoci così di poter fare un rapido tour della città di un paio d’ ore, incluso il pranzo in un pub del posto. Cittadina molto spaziosa, pulita e ordinata che come tutte le volte stupisce il tipico italiano che va all’ estero.

Verso le 16 rimontiamo in sella ai nostri mezzi e improvvisamente, dopo lo splendido sole che ci aveva regalato Lubiana, “si fece buio su tutta la terra” costringendoci a riscafandrarci di tutto punto. Altri 20 minuti di acqua (un po’ meno battente della precedente) e poi dritti fino a Zagabria tra una nuvoletta e l’ altra. (125 Km). Altra sosta di rito e mini tour del centro cittadino, di nuovo  in una cornice di sole inaspettato. Zagabria si rivela più “tipica” del previsto, addentrandoci nel cuore della città, scopriamo viette e viuzze che brulicano di persone. Locali, ristoranti, pub, negozi, il tutto in una cornice di una città che nonostante le sue dimensioni riesce a mantenere una sua intimità.

Ci regaliamo una birra ad un pub e prima di ripartire ci affacciamo sulla piazza del duomo che ovviamente era chiuso. Ci dirigiamo in fretta verso le moto perché l’ ora è tarda ed era nostra intenzione percorrere un altro centinaio di chilometri in direzione serba (Belgrado).  Sleghiamo le moto, le cavalchiamo e subito qualche goccia cade sulle nostre visiere: porca maiala! Ci sta inseguendo come la nuvola di Fantozzi… Viaaaaaaa, ha inizio di nuovo la fuga dall’ acqua che ci porta alle ore 20 .30 a Kriz, uscita obbligata causa riserva dei mezzi e avvisaglia di scaldata al cilindro della lambretta nel momento del passaggio dal pieno alla riserva. In pratica, nel mentre spostavo la levetta in riserva, il motore  (viaggiavamo a 80km/h) ha avuto un momento in cui gli è mancata la benzina e girando a vuoto per inerzia ha fatto un verso che non mi è piaciuto, si è spenta di colpo forzando sul cilindro… mmmmh…

Ho tirato subito la frizione per evitare danni e dopo 100 mt ho provato a riaccenderla. Con qualche difficoltà è ripartita ed abbiamo pensato bene di uscire dall’ autostrada il prima possibile.

Ed eccoci qua, al Mali Pub con Melita che ci ha servito due birre e ci ha raccontato che venire in vacanza in Italia per lei sarebbe troppo costoso. Tramite un tizio al banco ci hanno detto che possiamo montare la tenda dietro la Chiesa… perfetto!!! Andiamo a montarla perché il pub chiude.

Notte da Kriz

 

19/08/2015 (Scrive Marco)

La sveglia suona alle ore 7.00  . La nottata è stata un pò movimentata a causa del vento che scuotendo la tenda non ci ha fatto godere di un sonno profondo. Ci alziamo dopo qualche ”posponi” della sveglia ed iniziamo i rituali mattutini: lavaggio dei denti, insacchettamento tenda, carico dei mezzi con i rispettivi bagagli (già insacchettati a prova di acquata… non si sa mai visto che già era nero di mattinata). Per precauzione do un occhiata al livello olio motore e faccio un “rabbocchino” ma nel cercare di centrare il foro di carica olio….mi ribalta di mano il barattolo e faccio il cosi detto “lago di genezaret” sul motore: adesso è tutto untissimo!  Dopo aver ripulito andiamo a cercare il bar del paese per la colazione, lo troviamo e prendiamo due cappuccini…. Non male. C’è da dire che dalla serbia in poi nei bar hanno l’usanza di servire bevande come caffè, bibite ed alcolici ma non vi è traccia di cibo, per cui insieme al cappuccino ci finiamo di mangiare dei dolcetti comprati la sera prima proprio in previsione di questa mancanza dei bar dell’est europa. Ci dirigiamo a questo punto al benzinaio per il pieno e poi via…come le palle di foo. La direzione di oggi è il confine serbo e la città di Belgrado. Iniziamo a macinare qualche chilometro e subito in lontananza si vede la nuvola che ci sta accompagnando in questi giorni, siamo cosi costretti ad indossare il nostro kit anti acqua. Cosi, insacchettati a modino, ripartiamo e minaccioso vediamo avvicinarsi il nuvolone con le tipiche funi d’acqua che fanno presagire niente di buono. La pioggia non tarda ad arrivare ma noi, a denti stretti, non ci facciamo cogliere sorpresi e viaggiamo per circa un ora sotto l’acqua che alterna momenti di vera bufera ad altri di pioggia contenuta. Per i restanti chilometri che ci separavano da Belgrado veniamo graziati, la pioggia cessa, e con al vento ci asciughiamo un pò. Stop obbligato alla frontiera dove Mattia passa senza problemi, mentre a me vengono fatte tutta una serie di domande: dove va? Quanto sta? Quando torna? Perché… per come…. Io con il mio inglese fluente me la cavo di gran classe e passo anche io!  Più facile del previsto, queste frontiere non ci spaventano. Maciniamo una sbraciata di chilometri ed il cartello Belgrado si materializza come in un lampo davanti a noi. Sembra fatta! Belgrado è nostra! Invece no! Giriamo come trottole  sbagliando direzione un paio di volte, trovare il centro di Belgrado è un impresa.  Innanzitutto ci confonde il fatto che Belgrado (una delle città più antiche d’Europa) è divisa parte vecchia e nuova. La città infatti è stata bombardata almeno 4 volte (2 volte nel ’41 una nel ’44 ed una nel ’99), ci resta quindi difficile individuare un “centro” inteso come ce lo immaginiamo noi: tanti palazzi sono nuovi (la fontana del centro città è datata 1987) e la parte ancora da ristrutturare è chiusa al traffico ed alla vista da paratie da cantiere. Parcheggiamo in una piazzetta ed io mi dirigo subito verso la prima passante per porle le seguenti domande: Ma siamo a Belgrado? E seconda domanda: dov’è il centro? Mi viene prontamente risposte che sì siamo a Belgrado e nel centro… ci siamo dentro! La strada principale era davanti a noi! Percorriamo la via principale (tutta pedonale) e scorgiamo la fortezza della città che non possiamo fare a meno di visitare. Il castello ospita il museo della guerra dove sono esposti decine e decine di armamenti tra cannoni carrarmati, mitragliatrici, bombe, siluri ecc. ecc. ecc. Ci colpisce la scritta”FIAT” sulle ruote dei carri armati. Proseguiamo sulla terrazza del castello dove Mattia  cerca di sfruttare al meglio le potenzialità della sua nuova super fotocamera per eseguire la “foto perfetta” della città attraversata dal Danubio; io me ne sto un attimo a riposarmi su una panchina di tutto privilegio a pochi metri da lui. Torniamo in centro alla ricerca di una merenda sfiziosa; un forno ci ammalia con le su prelibatezze che ci mangiamo in piazza vicino ad una speciale esposizione dei Robot del film ”tranformers” a grandezza mastodontica.

E’ giunta l’ora, si riparte, ci dirigiamo ai nostri mezzi. Faccio una constatazione: abbiamo visitato la città con un sole splendente in pantaloni corti e maglietta. Adesso, che dobbiamo ripartire, alziamo gli occhi al cielo e come spesso ci sta accadendo in questa vacanza….si fece buio su tutta la terra! Sta per piovere! Indossiamo il kit anti acqua e ripartiamo. Come difficile è stato l’ingresso altrettando difficile è stata l’uscita dalla città. Trovavo però il bandolo della matassa puntiamo direzione “Pancevo”. Guidiamo fino al paese di “Vladimirovac” nel quale cerchiamo un posto “tipico” dove mangiare. (sono le ore 21.00). Chiediamo ad un Pub dove trovare un pasto caldo (possibilmente tipico del luogo) e lui ci indica il locale accanto (l’unico del paese) dove fanno udite udite: Pizza e solo Pizza nient’altro. Non essendoci altro ci accomodiamo alla tipica cena serba: Prosciutto e funghi per me e Napoli per mattia (da tutti risaputo essere una pizza con crudo ed olive). Dopo la cena eravamo indecisi se cercare un posto per la tenda o chiedere di un eventuale affitta camere, ostello o similare. Ogni dubbio ci viene tolto dalla perenne nostra compagna: “sorella pioggia”. Prima che le flebili gocce diventassero tormenta, chiediamo alla cameriere dove poter andare e ci spiega la strada, circa 6 km da li. Con il buio ormai giunto, partiamo e facendosi luce un po’  con il Cagiva ed un pò con i fulmini che si avvicinavano minacciosi arriviamo all’albergo “Plava Dama” . Facciamo in tempo ad entrare dentro, chiedere la camera che si scatena uno dei diluvi universali più grossi che la storia della Serbia abbia ricordo. Tuoni e fulmini fanno da padroni e la corrente salta non tornando più fino al giorno dopo. Stremati dalla stanchezza ci addormentiamo di colpo non riuscendo neppure a scrivere il diario.

 

20/08/2015 (Scrive Mattia)

Ore 7:00, sveglia e come tutte le mattine (altrimenti non sarebbero vacanze), c’ è mezz’ ora di grogiolamento sotto le coperte. Ripresi i sensi mi viene in mente una cosa: ma il mondo là fuori esisterà ancora? Ieri sera l’ acqua veniva a fiumi e i fulmini pareva cadessero in camera dal boato che facevano. In effetti il fuori esisteva ancora ma le conseguenze della nottata erano ancora evidenti nonostante un flebile sole avesse fatto capolino. La corrente non era ancora tornata e stavano montando un gruppo elettrogeno che però non ce la faceva a dare tutta la potenza necessaria facendo quindi “singhiozzare” a momenti la luce che andava e veniva.

Mentre Marco ieri sera aveva fatto la doccia (prima che andasse via la corrente), io mi ero buttato sul letto con l’ idea di farla stamani prima di partire. Vado in bagno e per prima cosa mi rendo conto che lo scaldabagno elettrico ovviamente non funziona, “vabeh” penso “la farò fredda”: peccato, manca anche l’ acqua e con lo sgocciolo della cannella mi lavo a malapena i denti.

Non ci resta che partire, carichiamo le moto, le copriamo di default con i sacchi neri ma quest’ ultimi svolazzano troppo… ci vogliono altre cinghie elastiche.  Mentre torniamo al villaggio ci accorgiamo subito che la strada buia che avevamo fatto la sera prima costeggiava un campo ancora minato… ottimo! Al villaggio chiediamo nei due market ma non ce li hanno ed è lì che sbuca fuori il buon Aurelio (Rumeno residente in Serbia) che con un italiano sgarrupato e un inglese raccattato, non solo ci dice dove poter trovare gli elastici ma ci fa lasciare le moto in custodia al suo babbo (un anziano signore), ci carica nella sua macchina devastata (la mia delta in confronto pare nuova) e ci porta ad un piccolo e infrattato market cinese che come al solito ha tutto. Con poche centinaia di denari serbi (1 denaro=0,008€) compriamo il necessario e partiamo verso Vrsac per poi arrivare al confine rumeno. Prima di Vrsac attraversiamo altri tre o quattro villaggi sciaguratelli  (in uno dei quali ci concediamo una colazione) e scansando lungo la strada carri, cavalli, cani randagi e quant’ altro raggiungiamo dopo circa 40 chilometri il confine. Colpo di genio… ma i documenti??? In un attimo ci accorgiamo che nel casino della sera prima, tra acquate, bagagli mezzi e corrente che saltava ci eravamo scordati di riprendere i documenti. Porca puttana ci tocca tornare indietro!!! Ottanta chilometri in più tra anda e rianda… oggi non arriveremo mai.

Quando torniamo alla frontiera è quasi mezzogiorno, fortunatamente anche qui nessun problema e i doganieri rumeni ci sbeffeggiano un po’ bonariamente ma augurandoci comunque buon viaggio.

A questo punto, visto l’ orario dobbiamo rimetterci subito in viaggio e facciamo una tirata fino a Timisoara (circa 100km) dove ci fermiamo un attimo per visitare la cattedrale e mangiare un boccone in centro: qualcosa al forno ed un caffè. Si riparte come le schegge ma purtroppo non è facile rinfilare la strada per andare via dalla città nel verso giusto (complice anche Marco che ha il senso dell’ orientamento di una pentola a pressione e che cerca di farmi sbagliare strada). Ci siamo… trovata, direzione Lugoj. La strada è un casino, per loro è un’ autostrada ma in realtà ha una sola corsia un po’ più grande del solito. Il problema è che tra un centro abitato e l’ altro il limite di velocità è 120km/h, quindi le macchine ci sfrecciano e i tir o spingono per sorpassarci (facendoci il pelo tutte le volte) oppure siamo noi che dobbiamo aumentare di poco la velocità sugli 80 km/h per  toglierceli di torno ed evitare guai. Di questo passo arriviamo a Lugoj e da qui a Deva ma facendo anche un tratto di zona montana dove la temperatura si abbassa sui 15 gradi. Qui arriva anche la tanto attesa acqua che fino ad adesso ci aveva graziato. Ci vestiamo di tutto punto anche con il kit “sacco nero” e continuiamo sotto l’ acqua per tutto il tempo restante.  Umidi e infreddoliti passiamo Deva, entriamo nella nuova autostrada e decidiamo di puntare verso Sibiu. E’ una città grande e nonostante la pioggia troveremo un posto dove dormire facilmente.

Nel mentre non ci siamo resi conto che abbiamo anche cambiato fuso orario e quelle che noi pensavamo essere le 20, magicamente erano le 21. Non sostiamo mai perché è arrivato il buio e continuiamo aiutati dai nostri fari, uno dei quali, (il mio) è semicoperto dai bagagli del portapacchi anteriore… praticamente inutile. Non mi rimane che viaggiare dietro a Marco tenendo il suo faro posteriore come riferimento… per il resto non vedo una sega.

Intanto, a quaranta chilometri da Sibiu finisce anche la benzina e solo la tanica di scorta ci salva. Le macchine e i camion sfrecciano schizzandoci ma ormai non ci ferma nessuno, siamo alle porte di Sibiu. Qui ci fermiamo al primo MC Donald che troviamo… wi fi sicuro e possibilità di cercare su internet un posto dove dormire.

In realtà non ce n’ è bisogno, un ragazzo rumeno che ci sente parlare capisce che siamo italiani, viene da noi per sapere da dove veniamo e per dirci che lui domani tornerà in Italia perché lavora in un ristorante a Brescia. Ovviamente ne approfittiamo per chiedergli dove poter dormire, lui ci risponde che se lo seguiamo ci porterà a una pensione vicino casa dei suoi genitori dove si spende poco.

PECCATO! Proprio in questi giorni Sibiu ospita un rally famoso a livello mondiale (correranno anche sul Transfagarasan) e non solo quella pensione è piena, ma anche gli altri 10/15 alberghi che proviamo a sentire con lui. Dario è dispiaciutissimo e dopo un giro a piedi per gli alberghi del centro (tra l’ altro bellissimo) e tra i racconti della dittatura, dei coprifuochi, delle violenze della polizia e di quanto però secondo lui la città funzionava meglio a quei tempi (si parla della fine degli anni 80), decidiamo di tornare appena fuori città, vicino al Mc Donald di prima dove dopo altri tre o quattro tentativi troviamo finalmente una stanza, quella da cui sto scrivendo.

Dopo i saluti e i ringraziamenti con Dario, ci facciamo una foto di rito, ci salutiamo con la promessa di rivedersi in Italia e portiamo i bagagli in camera (una doppia a60€ con colazione compresa).

Qui gran doccia, gran lavata e ora gran dormita… anche se oramai sono le 3 e Marco è partito da una qurantina di minuti. Notte, domani Transfagarasan!!!


21/08/2015 (Scrive Mattia)

E’ un casino! Il fuso orario ci ha sballato. Ieri sera in realtà con il nuovo fuso, non ho scritto fino alle 3, ma fino alle 4, motivo per cui stamani  non c’ è stato verso di svegliarsi: il cellulare ha suonato per ben tre volte ma eravamo talmente cappottati che fino alle 9 non ci siamo accorti di nulla.

A questo punto ormai, tardi per tardi, ci siamo concessi la colazione all’ Hotel (in realtà un troiaio con qualche affettato del posto e due marmellate) e dopo di che abbiamo fatto il pieno e siamo partiti verso il famoso Transfagarasan. Dopo circa 50km, superato il paese di Avrig, ci troviamo ai suoi piedi e riempita la tanica di sicurezza con miscela al 4% cominciamo la scalata. Neanche 3km che inizia a piovere. Di nuovo fermi e montaggio dell’ ormai collaudato kit antipioggia. A questo punto la media velocità scende drasticamente e proseguiamo per i primi 15km senza intoppi. Su un tornante sbuca dal niente un mercatino e mentre la pioggia rinforza decidiamo di fermarci per dare un occhiata e uno spuntino. Ci salta subito all’ occhio una considerazione: se in Italia una famiglia decide di andare al mare ma poi piove, molto probabilmente non partirà neanche. Com’ è che qui, pur essendo che piove da giorni, tutta questa gente ha deciso di venire a fare girate e pic nic sotto l’ acqua? Sti poveri rumeni sono tutti fradici e girovagano tra i banchini del mercato che nonostante la pioggia battente rimangono aperti, qualcuno addirittura senza copertura, con tutta la merce all’ acqua… mah.

Intanto sale anche la nebbia e il clima si fa novembrino. Noi dopo l’ assaggio di un tipico “rociolo” di pasta dolce, ripartiamo tra i cani randagi del mercatino e puntiamo alla vetta. Il percorso è pieno di insidie a partire dalla nebbia che ci impedisce di vedere a più di un palmo dal naso, gli stretti tornanti resi viscidi dall’ acqua e le macchine che ci affiancano che ci vengono contro.

La strada è bellissima nonostante il maltempo e decido di aprire la visiera, voglio riuscire a vedere il più possibile. La pioggia schiaffeggia il viso e l’ aria pungente si fa sentire ma con la musica negli orecchi e gli occhi impegnati a guardare quella meraviglia di paesaggio il gelo alle mani e ai piedi si fa sentire meno.

La scalata continua tra gli sguardi incuriositi e allibiti dei turisti e dei loro pastori che sotto ai loro nylon in testa, ci vedono arrampicarsi con quei mezzi…ci scambiamo sorrisi di incoraggiamento…

A un certo punto, nonostante la visibilità scarsissima, il panorama è mozzafiato, veramente particolare e ci costringe ad alcune foto di “rito”. Arrivati in vetta una galleria scavata nella roccia nuda e cruda ci porta dall’ altra parte dove stranamente piove, ma non come prima, di più! Ovviamente una sosta è improponibile, la mano non è più capace di frenare e di sfrizionare: la sensibilità se n’ è andata da un pezzo e le mani fanno male.  Durante la discesa  (altrettanto suggestiva) troviamo la cascada capra dove facciamo una rapida sosta per fotografarla in compagnia dei nostri mezzi. Sempre grazie alla pioggia, ripartiamo velocemente e ci rifermiamo solamente in prossimità della diga del lago sottostante, una delle più grandi di Europa: veramente imponente e architettonicamente importante.  Siamo in piena Transilvania e il conte Dracula fa valere il suo influsso malefico. Mentre la pioggia dirada e quasi prendevamo gusto a fare le curve, i molti sbalzi dovuti al fondo stradale dissestato danno il colpo di grazia al portapacchi del Cagiva il quale si spezza di netto facendo cadere a terra bauletto e bagaglio che rimangono ancorati alla moto e strascicati a terra solo dal cavo usb usato per ricollegare il cellulare. La botta è forte ma Marco fortunatamente non cade. Nuovo problema: come ancorare tutti i bagagli di Marco? Usando il posto per il passeggero carichiamo tutto legato sulla sella e in una v entina di minuti siamo pronti per ripartire, ancora più posticci di prima (che già s’ era un pezzo avanti). La strada a sud del Trasfagarasan è molto dissestata costringendoci ad abbassare ancora di più la nostra media ma finiti tutti i tonanti e le curve ci fermiamo comunque ad un piccolo market lungo la strada dove acquistiamo caffè e biscotti (vinchi da morire perché conservati scrupolosamente all’ ria aperta. Per la prima volta in tutto il viaggio ci viene fatto un avvertimento con il classico gesto universale della mano che sgraffigna. In questo modo l’ anziana signora del market ci avvertiva che se avessimo lasciato le moto incustodite ancora per poco non avremmo trovato neanche la marmitta. “Grazie signora!!! Ottimo ragguaglio! Ne faremo tesoro”

Da qui è stata tutta una tirata fino a Slatina. Sono le 20:00  e decidiamo di cercare un posto dove dormire… senonché a  Marco salta la catena di trasmissione del Cagiva. Dopo un primo attimo di panico capiamo che la ruota è leggermente fuori asse: danno da poco ma ci vorranno comunque gli attrezzi. Decidiamo comunque di trovare il posto dove dormire e riceviamo aiuto da un tassista che ci indirizza verso il Parchotel, a circa 1 km da dove siamo. Decidiamo allora di procedere con i mezzi a spinta  e una volta davanti all’ albergo sbudelliamo sia il Cagiva che la Lambretta (che intanto aveva iniziato a fare un rumoraccio) sul marciapiede. Fortunatamente non ci scacciano e una volta risistemata la catena al  Cagiva e scritto a Dean e Fabio del problemino alla lambretta, decidiamo che è arrivato il momento della doccia. Poi usciamo al pub vicino per un paio di birre medie (a 2€ l’ una) e dopo una telefonata alla  mia bella Potenti rientriamo in stanza per scrivere il diario…  è mezzanotte e mezzo e sono qui a chiudere per oggi. Domani forse decideremo di tagliare qualcosa e di accorciare il percorso: la media velocità è più bassa del previsto causa maltempo e il guasto iniziale ci ha tolto due giorni… speriamo smetta di piovere… la pioggia oggi ci ha sfiniti!


22/08/2015

Buongiorno! Ma lo è davvero? Io personalmente mi sono svegliato con un gran mal di testa e mi devo subito sparare una tachipirina sapendo quello che mi aspetterà, Marco con uno slancio di positività vuole dare una svolta a questa vacanza e andando verso la finestra dice: “ora sposterò questa tenda e magicamente comparirà il sole”. La mestizia ci pervade… piove di già, le nostre moto sono sotto l’ acqua e già a caricarle e a vestirci ci mezzeremo. Può questo fermarci? Per ora no, consapevoli che sarà una lunga giornata scendiamo giù, ci beviamo il classico caffè sciaquone, che dobbiamo anche pagare e iniziamo le manovre di allestimento bagaglio che ovviamente durano più degli altri giorni, visto che dovevamo sistemare in altro modo tutta la roba che Marco aveva sul portapacchi (distrutto ieri). Tra tutto, prima di essere pronti per partire ci vogliono la bellezza di 40 minuti: caricare e legare il bagaglio, rivestirlo con tutti i sacchi (se si bagna siamo spacciati) e  indossare il comodissimo kit antipioggia.

La tachipirina intanto inizia a fare effetto e i primi 40km già ci provano fisicamente e mentalmente… la temperatura è sotto i 15°, le mani sono ghiacciate e i piedi pure… il kit per ora regge su tutto il resto del corpo. Approfittiamo dell’ arrivo a Craiova per riposare il culo e sgocciolare un po’ mentre facciamo il pieno ai mezzi. Qui chi ti troviamo??? Un benzinaio rumeno che ha lavorato in Italia per tre mesi solamente, in una città vicino Firenze… ebbene sì!!! Quella città è Pistoia e lui lavorava all’ ospedale sul viale Matteotti… quando si dice il caso!!!

Salutato l’ amico pistoiese andiamo di fronte a comprare l’ olio per la miscela… l’ unico che avevano era un oliaccio senza etichetta color verde ramarro… meno male che Fabio (il meccanico di Treviso) si era raccomandato di usare olio buono, questo va bene a malapena per il tagliaerba.

Fatta anche questa non abbiamo più scuse, aspettavamo spiovesse ma non c’ è verso, qui il diluvio continua. Visto il meteo e le tempistiche decidiamo definitivamente di saltare Sofia e Skopje tagliando per quel lembo di Bulgaria che separa Romania e Serbia. Prendiamo una strada in mezzo al niente dove non incontriamo né città né villaggi. Sono 100km di acqua, vento  e nebbia soprattutto nel tratto in mezzo alla foresta. Le moto cominciano a essere zuppe e gli impianti elettrici danno qualche segno di cedimento, soprattutto il Cagiva che stenta a partire con la pedalina e costringe Marco alla tipica accensione “alla Bersagliera”. La velocità media ovviamente è bassa: la strada è viscida, la visibilità è scarsa e le poche macchine che passano sfrecciano a velocità elevata (per la Romania quel tratto di strada è considerato autostra)

Alla dogana come al solito siamo lo zimbello dei poliziotti che, vedendoci intabardati di tutto punto con il corredo sacco nero, ci chiedono dove andiamo ma soprattutto come abbiamo fatto ad arrivare fin lì con questo tempo. Tra uno scherzo e l’ altro la cosa buona è che siamo talmente ridicoli e pazzi ai loro occhi che in nessuna dogana ci hanno mai chiesto di aprire i bagagli. Una facilitazione non da poco visto come erano ricoperti.

La sbarra si apre e noi crediamo di partire… Marco parte come ormai da tempo “alla bersagliera” ma questa volta, dopo 200mt di corsa sfrenata sotto il diluvio… ha il fiatone e stremato si deve fermare. Inizia per entrambi la fase “risaiola”: presi dalla disperazione è l’ unica reazione che ci viene… siamo alle lacrime.

Ripreso fiato decidiamo che l’ unica cosa da fare è provare a sostituire la candela, anche se questo comporta lo spacchettamento sotto l’ acqua della borsa attrezzi… che palle! In 10 minuti il pit-stop da i suoi frutti e il Cagiva finalmente romba di nuovo al primo colpo di pedalina… viaaaaaaa sotto le funi d’ acqua mezzi come pucini! Attraversiamo il Danubio (enorme ai nostri occhi) che fa da spartiacque tra il confine rumeno e quello bulgaro e qui c’ è da fare una piccola parentesi: in questi giorni di pioggia lo stradario era inconsultabile e ci siamo dovuti affidare al gps del mio cellulare che una volta caricata la mappa e la destinazione (spesso nel posto in cui avevamo dormito e quindi con a disposizione il wi-fi) tiene in memoria il percorso anche senza la connessione internet.

Detto questo, tornando a pochi chilometri dopo il Danubio, il navigatore (che tenevo in cuffia sotto il casco) ci dice di girare a sinistra. Controllo meglio e purtoppo vedo che a sinistra c’ è realmente una strada… anche se chiamarla così è un po’ eccessivo. Roba da enduro!!! Si tratta di una traversa dell’ autostrada che non è altro che una redola asfaltata nel 15-18 e che scorre in mezzo al bosco con rami, ramicci, pozze, fango e ghiaia a fare da contorno. Purtroppo non c’ è tempo per le considerazioni e ogni momento che stiamo fermi è solo acqua in più che prendiamo… dopo un rapido controllo sulla mappa gps  decidiamo che essendo la direzione giusta ci fidiamo… viaaaaaa in mezzo al bosco.

Ci verrebbe da dire che una strada stretta come questa può essere solo a senso unico ma dopo che rischiamo di salire per un paio di volte sul cofano di varie macchine (che ovviamente la percorrono a gasse in fondo) capiamo che non è così… speriamo bene. La strada si arrampica su un monte, incrociamo  un villaggio di pastori fatto di capanne e recinti posticci arrivando così in vetta dove la strada raggiunge l’ apice di devastazione e le moto diventano quasi inguidabili cercando di zigzagare tra le enormi pozze, il fango  e i pezzi di asfalto saltati via. Per un attimo ci guardiamo e ci chiediamo dove siamo finiti… ne usciremo? Il navigatore ci da altri 5 km di percorso minato ma alla fine intravediamo l’ autostrada dove riattaccarsi: facciamo l’ ultimo pezzo che ci fa attraversare un passaggio a livello di altri tempi e poi solo 200 mt ci separano dall’ innesto, peccato che siano pieni di buche enormi di cui noi, non conoscendone la profondità perché piene di acqua, cerchiamo di scansare. Nel farlo io rischio di stramazzare al suolo: il posteriore slitta dentro a una buca e solo mettendo un piede in terra (o meglio in fango) riesco a riprenderlo rimanendo in piedi per miracolo. Marco, vista la scena da dietro decide di provare il guado. E’ fatta, siamo di nuovo in autostrada e con un gesto di esultanza ridiamo gas in fondo… 34 km ci separano dal prossimo centro abitato: direzione Nis (ovviamente piove ancora).

Sono le ore 17 , siamo rientrati in Serbia e attraversiamo il villaggio di Minicevo. A un certo punto entrambi i nostri sguardi vengono rapiti dalla stessa cosa: una bettola di legno con qualche tavolino fuori corredato di tovagliette a quadri, ha tutto l’ aspetto di essere il posto che cercavamo da giorni… è incredibile, neanche ce lo siamo dovuti dire: ci siamo fermati, abbiamo fatto inversione e quando abbiamo visto che era aperto abbiamo esultato come due ragazzini!!! Finalmente abbiamo trovato il posto che sicuramente ricorderemo per secoli… la bettola della nonna che cucinerà sicuramente un piatto tipico in modo squisito.

In effetti è proprio così, nonostante l’ orario, la padrona del “locale” (che non parla Inglese né tantomeno Italiano) al nostro gesto della classica mano in bocca (della serie “è possibile mangiare?”) risponde con un “Da” e ci aggiunge un bel “grill”. FANTASTICO, abbiamo una fame da leoni e un freddo boia, ci sbrighiamo a mettere le moto al coperto e a toglierci il kit antipioggia e varchiamo la soglia di quello che risulterà essere un posto di privilegio raro. Altra cosa incredibile che ci rende felicissimi: tornando in Serbia abbiamo riguadagnato un’ ora di fusorario, l’ ora che ci gusteremo con questo pranzo.

La donnina è subito all’ opera e mentre noi ci diamo una lavata di mano in bagno (indescrivibile senza vederlo di persona), lei spella i peperoni che sta per grigliare: dopo 10 minuti ci troviamo a tavola con una vassoiata di salsicce, pollo (di quello che rischiamo di investire tutti i giorni), manzo, pomodori, peperoni, formaggio, cipolla e chilI, il tutto contornato da un bicchiere di vino rosè del posto. FANTASTICO!!!

Da qui cambia tutta la giornata… smette di piovere e per la prima volta dopo 5 giorni viaggiamo su asfalto semiasciutto. Gli ultimi 70 km fino a Nis sono di tutto relax e nonostante le nuvole e la nebbia da tagliare con il coltello sui monti a noi ci pare di essere al mare sulla gislonga.

A Nis giriamo un po’ per trovare il posto dove dormire ma alla fine lo scoviamo e con 36€ in due ci sistemiamo in un b.b. Dopodichè usciamo per una passeggiata in centro, al castello e sul fiume ritornando poi in centro per una birra e la scrittura di queste righe. La città è superviva, un sacco di locali e di gente… è l’ una passata e noi non ne possiamo più, il maltempo ci ha distrutto e l’ umido nell’ ossa si fa sentire… Bona Ugo! A domani!

P.S. Purtroppo la Lambretta fa ancora quel rumoraccio… anzi di più. Mi sa che domattina dovremo trovare un’ officina che ci presti un ponte per lavorare e aprire il cilindro o controllare il volano, altrimemti dovremo farlo per strada

P.S.S. Il cellulare di Marco, inzuppato dall’ acqua, ha lasciato questa terra. Pregate per lui (il cellulare). Il mio per ora resiste ma se piove ancora sarà dura…

 

POSTILLA AL 22/08/2015

Sembrava che non avessimo più nulla da raccontare, invece Marco ci regala la perla: è tutto bello soddisfatto dalla birra appena bevuta e sta già pregustando la dormita rinvigorente, quando a un certo punto gli leggo la classica faccia dubbiosa. Senza dire niente si tocca la tasca destra, poi la sinistra, poi quella sul petto, poi i pantaloni ed esclama: ma la chiave dell’ ostello???

Persa!!! Dopo essersi accertati che non fosse nei dintorni del tavolo, l’unica soluzione possibile è ripercorrere paro paro il percorso fatto a piedi. Uno da una parte della strada e l’altro dall’altra ci incamminiamo perlustrando e cercando il cosiddetto ago nel pagliaio. Fra tutti i posti dove Marco poteva aver perso le chiavi,  il più plausibile poteva essere sopra le mura dove era accidentalmente inciampato in un tondino di ferro che spuntava dal terreno (la 626 in Serbia è applicata di default). Arrivati sul luogo dell’ inciampo, quando ormai  le speranze sono perse, siamo quasi arrivati alla fine della nostra passeggiata ma tornando indietro e guardando meglio con la luce del cellulare l’esultanza è massima quando le vediamo proprio lì, dove Marco manca poco bocca per terra! Evitata nottata insonne alla polizia e spiegazioni varie alla proprietaria dell’ostello. Tutti a letto… secchi stecchiti dopo 30 secondi!

23/08/2015 (scrive Marco)

La mattinata inizia come ci eravamo prefissati, verificando sulla lambretta il motivo del rumore metallico che si stente all’avviamento ed a bassi giri del motore. Il voler verificare tutto quanto al giorno dopo non era casuale ma perché volevamo cercare un meccanico per farci prestare il ponte sollevatore per operare al meglio sulla lambretta. Peccato che quel “giorno dopo” era Domenica!!! TUTTO CHIUSO. Ci guardiamo negli occhi e ci diciamo: quale migliore officina (ormai collaudata) del marciapiede! Il rumore sinistro a nostro avviso proviene dal cilindro quindi cominciamo con lo smontare le pedane e la cuffia del motore. Smontiamo tutto il necessario per arrivare al cilindro; nello smontare il perno che sostiene il motore ci si incastra un cacciavite che soqquadra con il perno stesso. Tutto bloccato, attimi di panico. Ci vorrà più di mezz’ora solo per cercare di scastrarlo per fare meno danni possibili. Vari passanti si fermano incuriositi da questa singolare officina a cielo aperto. Uno in particolare ci avverte del rischio “polizia” viste le varie perdite di benzina sul marciapiede e l’occupazione indebita di suolo pubblico. Quando tutto sembra perduto (avevamo già chiamato con l’aiuto di una persona l’assistenza più vicina) riusciamo a sbloccare il perno! Il motore si abbassa ed è possibile sfilare testa cilindro e visionare le fasce che secondo Dean (contattato telefonicamente) una poteva essere rotta. In realtà aperto il motore sembrava tutto in ordine. Mentre stavamo rimontando il tutto si avvicina a noi un ragazzo in Vespa. Si presenta, è Nikolas appassionato di Vespe e Lambrette, membro attivo del Vespa club di Nis con il quale chiacchieriamo un sacco. Ci invita una volta rimontato il tutto ad andare al vespa club li vicino per una sontuosa colazione (che diventa il pranzo delle 13). Richiuso tutto e rassettati gli attrezzi accendiamo la Lambretta ed il rumore è miracolosamente sparito. Anche per il Cagiva piccola verifica dell’olio e del tensionamento catena che non mi piace per nulla, infatti si allenta spesso. A questo punto con i mezzi carichi di tutti i bagagli andiamo al vespa club dove Nikolas ci ha già preso due pezzi di torta salata tipica del posto, due jogurt e due caffè; tutto rigorosamente offerto!! Ci da qualche dritta per il percorso da fare per raggiungere il Kosovo e ci accompagna dopo la colazione sulla via da seguire. In questi 100 metri si stacca il filo del Gas al Cagiva. 10 minuti e tutto viene sistemato. Ripartiamo dopo aver fatto il pieno ed aver ringraziato calorosamente Nikolas alla volta di Pristina, Kosovo.  

Va detto che finalmente la giornata è di privilegio! Abbiamo si perso tutta la mattina per accomodare la Lambretta ma il sole è alto nel cielo, ci scalda ed il morale è al massimo! Facciamo circa 100 km che ci separavano dalla frontiera ed arrivati li la delusione è massima. Ci respingono al mittente con tanto di foglio di espulsione! La motivazione è che è necessario il passaporto, la semplice (ma valida in tutti gli altri stati) carta di identità a questi kossovari non basta. Siamo costretti a percorrere a ritroso circa una cinquntina di kilometri per intercettare una deviazione che ci farebbe aggirare il Kosovo.  Ci fermiamo per una pausa e per il ricalcolo del percorso. Facendo due rapidi conti con i giorni che ci mancano al traghetto valutiamo che l’unica soluzione possibile è puntare direttamente a Sarajevo in Bosnia tagliando dall’interno attraverso le montagne. Non possiamo permetterci altre città di transito non avendo più tempo a disposizione. Il percorso è tutto un Sali scendi, la strada è pessima, piena di buche e la temperatura molto bassa in certi punti. Passando attraverso l’ennesimo paesino con strada sconnessa il Cagiva emette un colpo secco! Mi spavento subito pensando al peggio ma scendendo dalla moto mi accorgo che è la catena che è saltata. Non capisco come mai si allenti cosi spesso nonostante serri bene tutte le viti. Nel rimontarla al suo posto mi accorgo che la catena (fatta di un metallo piu duro) sta letteralmente consumando i denti della corona. Non è un danno che mi impedisce di ripartire però da ora in poi starò molto piu attento ad eventuali allentamenti della catena. Lubrifico il tutto e ripartiamo. ( non prima di aver rubato una sacchettata di susine dagli alberi bordo strada)

I km che ci separano da Sarajevo sono troppi ed avendo viaggiato solo per mezza giornata facciamo tappa intermedia a Kraljevo dove arriviamo a buio. Chiediamo informazioni su dove poter dormire e ci viene indicato un ostello. Una signora in particolare (a gesti) ci fa capire che ci avrebbe accompagnato lei ed il nostro stupore è tanto quando ci accorgiamo che anche lei…vi  soggiornava!

Dopo aver sistemato i bagagli ed esserci docciati abbiamo fatto un giro in città alla ricerca di un pasto ed una birra. CI fermiamo ad un posto in centro dove il “grill” fa da padrone. Altra piattata di carne arrostita e birra a profusione. Belli sazi finiamo il giro del centro città e torniamo in camera. Mattia chiama la Chiara scoprendo che in Serbia una telefonata di 2 minuti costa 14 Euro. Io intanto mi ero sdraiato sul letto per “riposare gli occhi”…. Li ho riposati un po’ troppo. Quando rientra Mattia sono li che dormo della grossa! Rimandiamo la stesura del diario cercando di recuperare più forze possibili; il viaggio per i monti è stato devastante!

 

24/08/2015 (scrive Mattia)

Stamani colazione da Tiffany. La Tiffany in questione è la figlia della proprietaria dell’ ostello, che ci propone un menù dal quale io scelgo una frittata ed un caffè (anche se mi viene portato un bicchier  di latte) e Marco rimane sul classico con pane, marmellata, miele e latte.

Tutto sommato riusciamo a partire presto, la fase del caricamento bagagli dura meno del solito perché oggi c’ è già il sole di mattinata e quindi siamo pronti in una mezz’ ora. La prima tappa è raggiungere Cacak, collegata da Kraljevo tramite una strada nella vallata che scorre tra vari villaggi. Da qui seguiamo per Uzice ma la strada inizia a salire arrampicandosi sulle alpi Dinariche che attraversano per lungo Croazia, Bosnia fino a arrivare in Albania. Il paesaggio è molto bello: tanto verde, villaggi di contadini, animali allo stato brado e soprattutto sole!!! Lungo questi chilometri ci sono innumerevoli monasteri ortodossi (almeno uno ogni 10km) e vedendone uno aperto lungo la strada ci siamo fermati: siamo entrati dal portone socchiuso e dentro le mura, protetto da sguardi indiscreti e dal traffico delle macchine e dei camion , si è aperto davanti a noi una specie di villaggetto tenuto benissimo nei minimi dettagli. Erba tagliata, piante curate, fiori sbocciati, pareti imbiancate, persiane verniciate, tendine alle finestre, orticelli ben tenuti e innaffiati, fienili perfetti… insomma sembrava di essere in una favola. Sembrava non esserci nessuno, ma in realtà si vedevano sgattaiolare suore indaffarate in qua e là che ci buttavano uno sguardo e poi continuavano il loro lavoro. Visto che nessuno ci considerava e che la chiesa ortodossa (XIII secolo) era aperta, simo entrati. Lì subito una suora che era dentro ha iniziato a farfugliare un sacco di cose e più le facevamo intendere  che non capivamo più lei parlava veloce. Per un attimo sembrava volesse che facessimo dei gesti o che ci inginocchiassimo verso l’ altare, poi sembrava ci volesse vendere qualcosa, poi presa dalla disperazione e avendo capito che eravamo italiani, penso ci abbia chiesto se sapevamo il latino, almeno in quel modo potevamo capirci secondo lei… peccato abbia beccato due periti meccanici sfegatati che di latino non sanno una pippa. Insomma per farla breve ci mette al braccio due braccialetti con delle croci, in tasca un immagine di un’ icona che a gesti ho capito proteggere i guidatori e poi ci ha salutato. A quel punto non ci è rimasto altro che tornare alle moto rimanendo con la curiosità di tutto quello che “brulicava” dentro quelle casupole.

Di nuovo in sella abbiamo continuato per una trentina di chilometri, fino a che lungo la strada accanto a una fonte, abbiamo visto un banchino che vendeva prodotti locali fatti da una famiglia: miele di acacia, marmellate, piccoli oggetti di legno e maglioni, calzini, cappelli, sciarpe e altro, tutti di lana fatti dalla signora che stava dietro al banchino. Qui siamo intorno ai 1500 mt e a vedere dai cartelli stradali che si trovano riguardanti la neve, d’ inverno deve fare molto freddo e le mogli dei contadini rivestono tutta la famiglia con la lana. Abbiamo acquistato un paio di cose, riempito l’ acqua, chiaccherato con un signore delle nostre moto e della sua auto Zastava. Marchio diffusissimo in tutta la ex-Jugoslavia, ce ne sono a migliaia anche vecchissime. La Zastava era una ditta Jugoslava che produceva armi e automobili in accordo con la fiat, tanto che le auto Zastava spesso montavano motori Fiat come quella di questo tizio che, aperto il cofano ha rivelato il motore di una 127. Gli stabilimenti serbi della Zastava sono stati acquistati da Fiat nel 2011 per produrre la nuova 500.

Si riparte e si punta al confine con la Bosnia che raggiungiamo dopo venti minuti di sali scendi tra splendidi panorami verdeggianti (brividi alle gambe e giacchetto nonostante il sole). Arrivati alla dogana fortunatamente non ci fanno problemi e ripartiamo quasi subito in quello che si rivelerà il tratto più bello: la strada corre tra le Alpi Dinariche costeggiando un fiume che poi di venta uno splendido lago di color verde smeraldo incastonato tra le pareti rocciose che si tuffano a strapiombo in esso. Si alternano ponti, gallerie, canyon, crepacci, cascatelle… paesaggio meraviglioso. Ed ancor più meraviglioso deve essere poterlo percorrere sul treno le cui rotaie compaiono tra i monti, a volte su ponti, a volte in gallerie e a volte affiancando la strada… incredibile!

A proposito di gallerie, piccolo problema: da queste parti non tutte sono illuminate e io purtroppo ho il borsone che mi copre il faro anteriore (tanto si viaggia di giorno). Risultato? Entrato in galleria la prima volta mi sono trovato al buio pesto e solo dopo qualche decina di metri ho iniziato a vedere un qualcosa di bianco sfrecciare in terra… era la riga che divideva le corsie e senza quella penso che non sarei arrivato in fondo.

A un certo punto in un centro cittadino scendendo dalle Alpi si sfiora la tragedia: come insegnano a scuola guida stavo consultando il gps sul cellulare mentre viaggiavo per orientarmi al prossimo bivio. A qualche decina di metri da me avevo una macchina che nel mio cervello credevo in movimento, in realtà era ferma con la freccia inserita e pronta a svoltare  a sinistra. Un’ occhiata al cellulare una di nuovo sulla strada ed ero a un metro dal suo parafango: di riflesso schiaccio il freno posteriore e la Lambretta con tutto il suo carico,sgomma, stride e  scoda violentemente su un fianco ma complice forse le gomme nuove che non perdono aderenza, con un bel colpo di reni raddrizzo il peso la riporto dritta e poi mantenendomi in equilibrio passo a un pelo dallo specchietto della macchina. Dopo 20 metri mi fermo perché ho sudato freddo e mi tremano le mani… Marco da dietro aveva già pensato al peggio… è andata di lusso.

Sono le 17 passate e Sarajevo è ormai vicina, facciamo gli ultimi tornanti e d’ improvviso infatti ci troviamo all’ ingresso della città. L’ impatto è spettacolare: campanili, torri, chiese e minareti che svettano: accoppiate che non è facile vedere a giro per il mondo. A questo giro ci mettiamo pochissimo a trovare una sistemazione, al secondo tentativo avevamo già trovato un’ ostello a 30 euro a notte (15 franchi bosniaci) se non che, praticamente mentre scaricavamo i bagagli ci sentiamo chiamare: “Italiani!!!”. Un omino sulla settantina ci brocciola in un mezzo italiano sporco che vuole offrirci una camera nella città vecchia per 20€ a notte in due. Beh, non possiamo resistere, non tanto per il prezzo, quanto per il soggetto che avevamo tra le mani, non so come mai ma io e Marco in casi del genere dopo un’ occhiata ci fidiamo e non resistiamo. Il bello della vacanza per noi è questo, non passare per le guide, gli alberghi fissati e i posti da vedere  ma adattarsi a quello che succede cercando di avere a che fare con più gente possibile, in modo da avere racconti, capire come vive la gente in posti diversi dal tuo, cosa pensa, a cosa crede, ecc, ecc..

In 5 minuti a piedi arriviamo a casa sua dopo che, strada facendo ,ci ha indicato i monumenti che incontravamo (cattedrale cristiana, scuola di musica, biblioteca, museo della Serbia). La location era proprio come pensavamo: in poche parole il buon Jamal, ha chiuso una porta che dava in una stanza di casa sua, ne ha aperta un’ altra da questa sulla strada, realizzando così una camera con due letti a castello e un bagnetto… il tutto ovviamente abusivo. Scarichiamo i mezzi, paghiamo Jamal (che intanto non si era chetato un attimo e ci aveva raccontato tutta la sua vita pover uomo) e ripartiamo a piedi per il vicino centro che, nonostante fosse lunedì sera, pullulava di gente di tutte le razze e colori.

Al buio non abbiamo avuto modo di apprezzare molto ma siamo passati dalla cattedrale cristiana, il quartiere mussulmano, la moschea, la torre dell’ orologio, la biblioteca e un sacco di stradine con negozi che vendono di tutto. Colori e odori si mescolano creando in testa una sensazione piacevole e di benessere… che spettacolo!

Dopo un paio di ore decidiamo che dopo aver saltato il pranzo è arrivata l’ ora della cena e un ristorantino che ci riempiva l’ occhio, poco dopo ci avrebbe riempito anche lo stomaco: ravioli bosniaci,  verdure ripiene, polpette di carne e una bella birra Sarajevski… gonfi come rospi!  La cena ci ha dato la botta finale, se già prima eravamo stanchi ora siamo cotti come fegatelli: pancia piena, braccia, schiena e culo dolenti per la posizione in moto… un se ne pole più! Facciamo ritorno alla nostra “camera” ed ora è un miracolo se sono ancora qui a scrivere, è l’ una e mezzo e voglio dormì… Notte!!!


Breve sunto della situazione in cui verte il Cagiva (Scrive Marco)

Attualmente la moto ha una perdita costante di olio sotto al carter, una guarnizione probabilmente sta cedendo. Questo olio che perde goccia a goccia cadendo sulla marmitta l’ha completamente colorata di un marrone chiaro nascondendo tutta la cromatura. Ormai da giorni ogni mattina do una verificata al livello per non viaggiare senza olio. La catena si allenta continuamente e la corona verte in uno stato mai visto su nessuna moto. L’usura è profonda, i denti sono diventati appuntiti e dovrà essere sostituita al ritorno. Il portapacchi, come già detto in precedenza, si è rotto di netto e sto continuando a caricare i bagagli sulla sella nella parte del passeggero. La leva del cambio si è allentata e fuoriesce nonostante la vite sia inserita nella scanalatura; probabilmente il mille righe del perno del selettore si sta limando piano piano. Il filo frizione è agli sgoccioli ma fin qui ha retto bene. Dal filo del gas (ricollegato due volte) sento fare il tipico clic che noto sempre quando sono prossimo ad una rottura. Forse prima di Ancona dovrò ripararlo nuovamente. Tornato a Pistoia il Cagiva avrà bisogno di un’accurata revisione!!!!

Postilla al 24/08 (scrive Marco)

Ci siamo dimenticati un particolare incontro avvenuto ad una sosta benzina in un paese tra le alpi Dinariche. Fermati al distributore ci attacca bottone un tipico signore che un po’ capisce e parla l’italiano.. lo biascica comi si suol dire perché ha lavorato a Trieste. Ci fa un sacco di domande: da dove veniamo, dove andiamo, quanto valgono i nostri mezzi…Quando Mattia gli dice che in Italia la sua Lambretta potrebbe valere sui 3000€ lui pensando a tutte le moto scatafasciate che ha nel suo giardino comincia a farfugliare esclamazioni di ogni genere (incomprensibili a noi poveri mortali) . Dopo un sacco di chiacchiere lui ci chiede se abbiamo bisogno di cambiare gli euro in denari (la moneta serba) Noi diciamo di no, che avremmo prelevato al bancomat però poi ripensandoci bene ci siamo detti: un bancomat quassù sui monti sarà introvabile. Visto che dobbiamo cenare e trovare da dormire conviene farci aiutare dall’ “uomo banca” . Dopo aver deciso di voler cambiare 25€ lui di tutta risposta tira fuori dalle tasche 3 rotoli, 3 volgoli di soldi tra euro e denari tutti mescolati fra di loro fra i quali si scorgono vari pezzi da 50€ ed attenzione attenzione… un foglio rosa da 500€ mai visto neanche in Italia, introvabile come il Gronchi rosa. Se volessimo fare un rapido conto; 500€ convertiti in denari al cambio di 120 Denari/€ viene la bellezza di 60.000 denari!!! Senza considerare tutti gli altri pezzi nel volgolo.  Prendiamo quanto ci spetta, cioè 3000 denari e ripartiamo.

25/08/2015 (scrive Mattia)

La distruzione fisica ci perseguita e la mattina è sempre più difficile svegliarsi. Appena mi metto  a sedere sul letto sento già che il culo “eh mi dole” (come direbbe il Necchi di Amici Miei) nonostante il materasso e la schiena fatica a raddrizzarsi ma dopo un po’ di stretching pare ripartire: forse ci si fa!

La giornata dovrebbe essere molto densa e le ore a disposizione sono poche, decidiamo quindi di partire con una colazione nel bar che fiancheggia la cattedrale. Proprio lì di fronte notiamo una delle così dette “Rose di Sarajevo” (sparse per tutta la città). Quest’ ultime non sono altro che i crateri lasciati dai colpi di mortaio dell’ ultima guerra (’91-’95) riempiti con della resina rossa in modo da riportare il pavimento al livello originale ma lasciando memoria di quei colpi. Mentre ci prendiamo un caffè notiamo anche che di fronte alla suddetta Rosa, sulla parete della cattedrale, in effetti ci sono i segni lasciati dalla deflagrazione del colpo di mortaio: grosse schegge di pietra sono saltate via.

Una volta terminata la colazione ci dirigiamo verso la vicina galleria “11/07/95” che racconta del genocidio di Srebrenica (una città situata nella Bosnia ed Erzegovina orientale e appartenente all'entità della Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina “Republika Srpska”). Qui la giornata cambia radicalmente, anche non volendo veniamo calati in quella che da piccoli ricordavamo come la guerra serbo-bosniaca attraverso i racconti dei nostri genitori e le immagini alla tv spesso di una Sarajevo bombardata.

Abbiamo la fortuna di acquistare il biglietto (12 marchi a testa) proprio mentre una giovane guida stava iniziando il tour (ovviamente tutto in inglese) all’ interno della galleria presentando le prime foto. Nella prima parte ci troviamo di fronte una panoramica della citta di Srebrenica circondata da circa 600 foto delle oltre 8000 vittime bosniaco musulmane del genocidio ad opera delle truppe serbo bosniache: l’ impatto è subito forte anche perché la guida ci spiega che le uccisioni avvenivano in modo sistematico cercando di cancellare intere generazioni e discendenze (padri, madri, fratelli, zii, cugini, ecc…)

Tralasciando i dettagli (che purtroppo non sono di poco conto ma bisognerebbe scrivere un libro per rendere l’ idea di quello che è stato questo tour), passiamo alla seconda stanza dove sono raccolte foto del momento dell’ identificazione dei corpi ritrovati. Se escludiamo i cadaveri ben visibili in città nei primi giorni e quindi facilmente identificabili (si fa per dire visto che spesso dopo le uccisioni, i militari serbo bosniaci, nascondevano mine tra i cadaveri in modo da colpire anche gli eventuali familiari che andavano a recuperare i corpi dei loro cari), gli altri sono stati ritrovati anni dopo (nel 2003 sono stati celebrati i funerali di 600 vittime riconosciute) in una vastissima zona intorno alla Srebrenica: i civili bosniaci musulmani venivano trucidati nei boschi mentre cercavano di scappare dalla città ma solo pochi sono riusciti a raggiungere  confine. Il loro riconoscimento è tutt’ ora in corso grazie all’ analisi del dna comparato con quello degli eventuali parenti in vita e con il riconoscimento di effetti personali rinvenuti sul corpo.

Nella terza parte sono raccolte varie foto di scene di guerra in varie zone della ex-Jugoslavia tra cui Sarajevo, Srebrenica, Kossovo e altro. Impossibile raccontare qui quello che si prova non tanto nel vedere le foto, quanto nel sentire narrare dalla guida di cosa parlano. Quest’ ultima infatti era molto coinvolta emotivamente e metteva anima e cuore nel cercare di farci capire cosa era accaduto realmente. Per esempio, parlando di una foto che raffigurava uomini denutriti e seminudi ci raccontava che queste immagini (che arrivavano anche ai tg europei) venivamo manipolate politicamente facendole passare come campi profughi di rifugiati ma in realtà erano veri e propri campi di concentramento in pieno stile Auschwitz tuttora  negati dalle autorità nonostante di sappiano nomi e cognomi dei responsabili delle stragi e delle deportazioni documentate da foto e video (visto che si sta parlando di una guerra avvenuta negli anni ’90).

Nella quarta ed ultima parte, dopo una conclusione sull’ attuale situazione politica (tuttora non di facile gestione tra Bosnia Herzegovina e Repubblica Serba) viene lasciato lo spazio a un video di circa un’ ora che documenta il genocidio, la fuga dei bosniaci musumani (bosniacchi) nei boschi da Srebrenica e l’ assedio di Sarajevo. Scioccante!!! Una guerra di venti anni fa di cui pochissimi conoscono la vera storia e che nei libri viene riportata solo in parte, una guerra in cui vedo la mia casa, i miei vestiti, le mie scarpe, la Fiat Uno dei miei genitori, la faccia dei miei nonni, le mode di quegli anni… tutto evidenzia una distanza quasi nulla dall’ Italia, solo l’ Adriatico ci divideva da quelle storie di guerra

Dopodiché rimaniamo con la guida per farle alcune domande (per esempio sulla pericolosità di tenere aperto un museo che parla di un genocidio di cui viene negata l’ esistenza tutt’ oggi, con foto che dimostrano l’ evidenza e i volti dei responsabili che la guida nomina spesso e volutamente con nomi e cognomi) e acquistiamo due t-schirt riportanti il graffito “UN – Union Nothing” di protesta contro il comportamento delle truppe Forza di protezione delle Nazioni Unite (UNPROFOR) a Srebrenica che pare abbiano favorito in qualche modo il genocidio non opponendo resistenza all’ ingresso dei serbo bosniaci in città quando in effetti avrebbero dovuto difenderla essendo un'"area di sicurezza" controllata da essa.

Usciamo veramente provati da questa immersione totale e ci dirigiamo in uno di quelli che sono dei veri e propri cimiteri in città: negli anni dell’ assedio a Sarajevo infatti era impossibile uscire dalla città e tutti i morti causati dai bombardamenti e dai cecchini che continuamente sparavano dalle montagne che la circondano dovevano essere seppelliti all’ interno della città stessa. Si stimano più di 12.000 vittime…

…sono le 3.30, non ce la faccio più… to be continued


...Nel tentativo di arrivare a uno di questi cimiteri, arrampicandosi su salite da prima o al massimo seconda marci, giungiamo casualmente a quel che resta di una fortezza costruita circa alla fine dell’ 800 per proteggere la città dall’ invasione turca. In effetti la posizione è strategica e da qui possiamo vedere tutta Sarajevo sotto ai nostri occhi: paesaggio fantastico. Addentrandosi nella fortezza mi viene subito voglia di salire sulle mura per poter fare delle foto ma non individuiamo accessi facili. Cercando con gli occhi scorgiamo un gruppo di ragazzetti arrampicati su quello che resta di un arco e mi viene subito da chiedergli se qualcuno di loro parla inglese e eventualmente come fare per arrivare da loro. I ragazzi capiscono subito quello che vogliamo e spingono a parlare con noi uno di loro che alla fine scopriamo sapere l’ inglese meglio di noi (ci vuole poco): si chiama Nadin, ha 16 anni e prende subito incredibilmente a cuore la nostra situazione. Da questo momento Nadin e “la sua banda” diventeranno le nostre guide ufficiali per tutta la mattinata e il mio desiderio di salire sulle mura viene subito esaudito mostrandoci qual’ è la via migliore per arrivarci. Si tratta di una piccola arrampicata su sassi crollati che portano in cima al muro dove lo spazio per camminare è largo circa 50cm (anche se in alcuni punti si stringe assai), a destra e a sinistra il vuoto. Loro ovviamente sgattaiolano sopra rapidamente e io per un attimo torno bambino… li seguo senza esitare non ricordandomi che Marco non ha simpatia per le altezze, soprattutto se non munite di quanto prevede la legge 81 (vecchia 626). Infatti quando mi giro lui sta temporeggiando ma alla mia richiesta e soprattutto all’ incitamento dei ragazzi non si fa grossi problemi e sale anche lui in cima al muro dove il panorama è mozzafiato e Sarajevo si mostra ai nostri occhi  in tutto il suo splendore: nella parte più vicina a noi la città vecchia si snoda con mille viuzze arrampicate sui monti e tante casupole chiese e minareti mentre spostando lo sguardo verso la vallata si apre la città nuova con i suoi grattacieli e le costruzioni più recenti.

In mezzo a questo splendore saltano all’ occhio due cose:  qua e là si scorgono grandi chiazze bianche in mezzo alle case dovute al colore delle lapidi dei cimiteri di cui scrivevo prima e ogni tanto guardando meglio si notano alcuni edifici colpiti dai colpi di mortaio durante la guerra e rimasti tali e quali fino ad oggi.

Non avremmo mai pensato ad un momento del genere venendo qua, sicuramente è uno dei più emozionanti e dà un nuovo slancio alla vacanza finora segnata dal maltempo: finalmente scaldati da uno splendido sole ,siamo seduti sul muro della fortezza ad ammirare la città di Sarajevo e quattro ragazzetti scherzano con noi spiegandoci la loro città come nessuna guida sarebbe mai riuscita a fare: loro sono i ragazzi di Sarajevo!

Una volta scesi dalle mura sentiamo delle grida e uno di loro compare dalle macerie con una scatola di legno in mano, l’ aveva aperta e nell’ altra teneva un biglietto e alcuni dolcetti confezionati. Si stavano chiedendo cosa fosse e vedendo un adesivo sulla scatoletta mi viene un flash di qualcosa che avevo visto su internet anni prima: avevano appena trovato una “gift box”. In pratica esiste un sito su internet dove sono mappate le posizioni di alcune scatole a giro per il mondo nascoste dagli utenti registrati. Mentre divido i dolcetti con i ragazzi, spiego loro le “regole del gioco” che ricordavo: una volta aperta la scatola e preso il “regalo” al suo interno, loro dovranno scrivere sul biglietto  il loro nome e la data del ritrovamento e inserire un nuovo regalo per il prossimo fortunato e nascondere nuovamente la scatola segnalando su internet la nuova ubicazione (ogni scatola ha un nome).

Entusiasti e galvanizzati dal ritrovamento decidono che il nuovo nascondiglio per la scatola sarà in un edificio disabitato bombardato durante la guerra e vogliono portarci con loro. Essendo distante un chilometro circa io e Marco ci scambiamo uno sguardo d’ intesa dei nostri e decidiamo di fargli una “pazza proposta”: “vi va di salire in moto con noi e andarci insieme?” Ovviamente la risposta è scontata e un attimo dopo ci ritroviamo in tre sulle rispettive moto, tutti senza casco, giù per le discese della città vecchia con i ragazzi seduti in fondo che urlano ridendo a ogni buca che gli sfonda il culo.

Arrivati al famoso edificio non possiamo entrare perché un custode ce lo impedisce e i ragazzi rimandano il momento “gift box”. Qui però incontriamo un altro ragazzo, più grande dei precedenti (venti anni circa) con cui parlando del più e del meno, chiediamo consigli su come raggiungere quello che era per noi il prossimo obbiettivo: la vecchia pista di bob dei giochi olimpici invernali di Sarajevo ’84 che noi sapevamo essere stata usata dai cecchini come postazione di tiro sulla città e che ormai è abbandonata a se stessa nei boschi sul monte Trebovic.

Tutto quello che sapevamo ci viene confermato ma si offre subito di accompagnarci per alcuni motivi: la strada è difficile da trovare, ci sono ancora alcune zone del monte Trebovic che sono minate (anche se le strade sono sicure) e c’ è la possibilità di trovare delle noie con alcuni personaggi che “abitano” quelle zone.

Noi accogliamo di buon grado la sua disponibilità e mentre Marco carica Nadin, io carico quest’ ultimo ragazzo di cui non ricordiamo il nome ma gli ammortizzatori della Lambretta ricordano  benissimo il suo peso (stasera mi sono accorto che il parafango ha raschiato sul pneumatico posteriore tracciando un bel solco). Il sito olimpico dista pochissimo dalla città, appena cinque chilometri ma tutti praticamente in verticale (roba da fare invidia a Siena) tanto da obbligarci a viaggiare quasi sempre con la prima a gas in fondo… e guai fermarsi perché sarebbe stato impossibile ripartire. Arrivati sul posto il paesaggio è da film: la pista è realizzata in cemento, corre sulla nostra testa e si infila nel bosco sembrando quasi essere mangiata da quest’ ultimo. E’ stranissimo, stiamo camminando dentro ad un tracciato di bob di un impianto olimpico che fino ad ora avevamo visto solo in televisione ricoperta di ghiaccio ed adesso vediamo abbandonata a se stessa nel bosco e ricoperta di murales coloratissimi… che sensazione strana! La voglia di buttarci le moto dentro e percorrerne un tratto è quasi indomabile ma i ragazzi di 16 anni dicono a quelli di 30 che se ci vedesse per caso la polizia passeremmo una brutta nottata.

Dopo una mezzoretta passata dentro la pista, torniamo a valle fermandoci prima in un edificio abbandonato e bombardato che ci raccontano essere stato un albergo poi trasformato in carcere durante la guerra. Anche qui il panorama è bellissimo e la foto di rito non può mancare, dopodiché ringraziamo i ragazzi del tour con una bevuta e li riaccompagniamo a casa.

A questo punto sono ormai le 18.00 ed il nostro prossimo obiettivo è il  “tunnel” che si trova dall’ altra parte della città vicino all’aeroporto. Si tratta di un percorso sotterraneo costruito dagli abitanti di Sarajevo e poi protetto dalle forze ONU che veniva usato durante l’assedio per fare arrivare in città aiuti, viveri ed armi. In mezz’ora arriviamo lì ma purtroppo il sito chiudeva alle cinque e riaprirà soltanto domattina. Visto che tornerà anche di strada decidiamo di ripassare di lì il giorno successivo mentre verremo via e ci muoviamo verso un altro sito olimpico di Sarajevo ‘84: il trampolino di salto con gli sci ubicato sul monte “Igman” altra cima che domina la città. Manca poco al tramonto e dobbiamo fare velocemente ma ci vogliono una quarantina di minuti per trovare, prima quello che era l’albergo degli atleti (anch’esso trasformato in carcere dopo la guerra)  e dopo aver chiesto mille indicazioni (che prontamente ci venivano date in direzioni diametralmente opposte) raggiungiamo il trampolino alle cui pendici era situato il podio per le premiazioni. Anche qui la foto è d’obbligo e ne vengono scattate un sacco ma dobbiamo scappare al più presto perché la temperatura sta scendendo intorno ai 10 gradi e l’umido ci attanaglia le ossa (siamo a circa 1800 metri di altitudine). Torniamo a Sarajevo che sono le 21.00 e tutto sommato l’orario è quello giusto per cenare e redigere il consueto diario senonché , mentre chiudevamo le moto, questa volta tiro fuori io la perla dal cappello: “ma lo zaino???”.  “Noooooo via!! L’ hai lasciato là??? Sei un cretino!!! Ma come hai fatto???”

 Basta un attimo per capire che la frittata è fatta: era rimasto sotto al podio sul monte Igman, al buio, al freddo ed a 25Km da Sarajevo (che avevo percorso senza accorgermi dell’ assenza!). Non possiamo fare a meno di andarlo a prendere e nonostante lo sfavio generale  ci scervelliamo su come fare. Mentre vociamo per la strada, un ragazzo si avvicina ed esclama: “What’s happened guys?”.  Gli facciamo un breve riassunto ed anche lui, come tutti quelli che ci hanno incontrato fino ad adesso, prende a cuore la situazione e ci trova un amico disposto ad accompagnarci (anda e rianda) ad un prezzo irrisorio rispetto a quello di un taxi (andarci con Lambretta e Cagiva era improponibile per via del buio pesto e della temperatura proibitiva). Per le 22.30 siamo nuovamente a Sarajevo e dopo aver salutato i due membri dell’equipaggio che ci hanno accompagnato in questa missione, un poliziotto ed un militare liberi dal servizio increduli del fatto che una volta  arrivati lassù tra i lupi lo zaino c’era veramente, decidiamo di concludere la serata regalandoci un momento di “dolcezza” e ci spariamo un gelato ed un pezzo di dolce ma mentre rincasiamo siamo rapiti dal profumo del fornaio aperto che ci obbliga a regalarci un altro momento…questa volta salato.

La giornata è stata stracolma di eventi e il diario è stato scritto in due pezzi perché eravamo stracotti.  Ci aspettano 380 km per andare a Zadar... e in mattinata vogliamo andare a vedere il tunnel, speriamo di farcela!!!

 



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