Capitolo 01 - Quando sogni a occhi aperti



Non respirava.

Ranma cercò di scacciare da sé l’atroce pensiero come se fosse un nemico immaginario. Ma perfino sconfiggere Safulan era stato più semplice, dovette ammettere, mentre l’idea tornava a tormentarlo con assiduità perfino maggiore, forte del fatto che corrispondeva a un dato reale. 
  
Akane non respirava. 
  
“Tutto questo perché hai cercato di salvarmi…” 
La vide ancora una volta. Lei che girava il Kinjakan, arrestando l’acqua della fonte di Jusendo e impedendo ai filamenti del principe-fenice di estendersi ulteriormente.  
“… ma non era una faccenda che ti riguardava.” 
Vide ancora la fidanzata che svaniva dalla sua vista, rivide i suoi vestiti che d’un tratto avevano preso a ondeggiare nel vuoto per posarsi infine tra le proprie braccia. 
E più nient’altro. Le tenebre lo avevano inghiottito nelle loro fauci. 
In un istante, tutto era finito. 
“Stupida… sei una stupida…” 
Si bloccò di scatto. Dopodiché, senza pensarci troppo, si assestò da solo un violento pugno. Se l’era meritato, e lei non avrebbe potuto 
(non potrà mai più) 
sferrarglielo al posto suo. 
“No, scusami…” 
Ranma prese un profondo respiro. 
“A dire il vero, ciò che volevo dirti è… grazie.” 
E continuò a parlarle. 
Si convinse che non sarebbero state parole gettate al vento, perché lei lo avrebbe ascoltato. Perché non poteva essere davvero tutto finito. 
“Mi dispiace… non sono bravo in queste cose. Non riesco mai a essere sincero, così finisco solo per insultarti e farti arrabbiare…” 
Lo stava facendo. Per la prima volta, le stava aprendo il suo cuore, confidandole pensieri che non era mai riuscito a rimuovere dalle prigioni del proprio orgoglio e della propria timidezza. Per questo… per questo, ora lei non poteva fargli il torto di non ascoltarlo… giusto? 
“Svegliati, Akane… c’è una cosa che voglio dirti… tu puoi sentirmi, non è vero?” 
Sicuramente era così. Certo che poteva 
(non potrà mai più) 
sentirlo. Doveva ascoltarlo. 
  
Voglio dirti che ti amo! 
  
Ma… 
(Mai più.) 
Le cose stavano diversamente. 
(Mai più.) 
Lei non avrebbe più potuto farlo. 
(maipiùmaipiùmaipiùmaipiù…) 
“AKANEEEEEEEEEEEEEE!” 
Non gli avrebbe mai risposto. 
Perché tutto era veramente finito. 
  
  
Aprì gli occhi. Lo avvolse un buio più intenso di quello delle proprie palpebre sigillate. Abituò poco a poco la vista all’ambiente che lo circondava. Concluse che la quiete irreale in cui era sprofondato stava a indicare che l’alba non era ancora sorta, che gli altri inquilini della casa erano ancora succubi del torpore di un sonno immobile: il sonno della notte. Forse ‘ristoratore’, pensò distrattamente rievocando il luogo comune, ma soprattutto immobile. 
Silenzio. Non un cenno di vita. Il nuovo giorno era ancora morto, e così parevano esserlo pure i suoi protagonisti. Anche lui doveva esserlo stato, sebbene per non più di qualche minuto. D’altronde, ultimamente, aveva perso la voglia di dormire. Anche perché, quelle poche volte che si abbandonava alla stanchezza, ripeteva quel sogno. E lui, piuttosto, avrebbe preferito restare sveglio in eterno. 
I sogni sono strani. Indizi premonitori di ciò che sarà, si è creduto dalla notte dei tempi. Lo specchio dell’anima, si dice attualmente. Il riflesso delle proprie paure. Oppure dei desideri proibiti. O ancora, molto più semplicemente, ricordi, sia pure alterati dalle proprie emozioni. 
Quale fosse il suo specifico caso, gli era chiaro. Certo, non comprendeva un granché di psicanalisi o analoga roba da strizzacervelli, lui, ma intuiva che in fondo non c’era molto da capire. 
Semplicemente, odiava ripetere quel sogno. Odiava soprattutto il momento del risveglio. E ancora di più, l’attimo in cui la sua coscienza si riprendeva pienamente e tornava a distinguere tra immaginazione e realtà. La confusione provocata dalla fine del sonno durava parecchi, troppi secondi, e ciò rendeva più duro separare l’una dall’altra. Il buio della notte, in questo contesto, non era certo d’aiuto. 
Allora come mai non lo fuggiva? Alzarsi in piedi, accendere una luce: queste azioni avrebbero costituito un rimedio efficace per scrollarsi di dosso i fantasmi che affollavano le sue tenebre. 
Invece era rimasto ancora in quello stesso punto, avvolto nell’ombra sulla base delle scale, mantenendo la posizione quasi fetale che aveva assunto durante il sonno. Sentiva in lui qualcosa che lo spingeva a non muoversi, che lo incoraggiava a intestardirsi a mantenere la propria posizione, la nuca sopra il braccio schiacciato sul secondo gradino, a dispetto dei muscoli dolenti che, risvegliatisi, chiedevano tregua invano. 
Non si sarebbe mosso. Era in attesa di qualcosa. Le orecchie erano tese, come a voler sfidare il silenzio che dominava l’ambiente circostante e cogliere in fallo anche il minimo rumore che la notte si fosse lasciata inavvertitamente sfuggire. Era, in verità, in momenti come questo che lui attendeva con maggiore convinzione: forse per istinto, forse perché confuso dal dormiveglia. 
Gli altri non avrebbero potuto comprendere. Non poteva spiegarlo. Poteva solo aspettare. Quel qualcosa sarebbe arrivato. Lui sarebbe stato pronto. 
E infine avvenne. 
Vinse la sua sfida. 
Come sempre. 
Come quasi sempre. 
Prima udì un rumore sordo. Ancora qualche istante di silenzio. Infine uno e più passi farsi largo dal piano di sopra. 
Tuttavia, Ranma non si mosse ancora dalla propria posizione. Aveva trattenuto il respiro per una frazione di secondo, prima di capacitarsi che quei rumori non erano ciò che voleva sentire. In realtà non sapeva nemmeno lui cosa stesse attendendo. Era certo, però, che non si trattava di questo. E nessun’altra cosa che non fosse ciò che aspettava, per lui, aveva più molta importanza. 
Come per inerzia, tuttavia, l’udito continuò a svolgere il proprio lavoro… Nuovamente il silenzio. Altri rumori sordi. Passi. Le assi del pavimento del corridoio di sopra che cigolavano. Di nuovo nulla. 
Perché preoccuparsi? Tutti i componenti della famiglia Tendo, per non parlare dei genitori, erano nelle loro stanze da diverse ore, ma forse qualcuno si era svegliato, proprio come lui. Magari Kasumi, o più probabilmente Nabiki, si era alzata a prendere un bicchiere d’acqua. 
Cos’altro? 
Però… se le cose stavano così, quanto ci metteva Nabiki – o Kasumi – a scendere le scale, incrociarlo e dirigersi in cucina? Perché quei passi erano invece così timorosi? Come mai si erano arrestati, quasi che la persona che li guidava stesse in qualche modo esitando? Inoltre, quelli non erano i passi di Nabiki. Né di Kasumi. Troppo poco controllati, troppo poco placidi: troppoirruenti, per appartenere a una delle due. 
Suo padre, dunque? Inutile immaginarlo, sapeva benissimo che le cose non stavano nemmeno così. La mente lo fece vagare inavvertitamente, per qualche secondo, nei meandri più reconditi della propria fantasia. E vide nella sua testa quei passi corrispondere a un estraneo, intrufolatosi furtivamente in casa Tendo, chissà, per esempio attraverso una finestra non chiusa bene, in cerca di qualche oggetto di valore. 
Eppure… 
Quei passi gli erano così familiari. 
Se solo… 
Ma non poteva essere ciò che lui si figurava. 
Doveva scuotersi. L’ipotesi ‘estraneo’ era incredibilmente plausibile. Ebbene? Per quanto ancora lui sarebbe dunque rimasto passivo? Quei passi avevano, da un punto di vista esclusivamente razionale, la loro importanza, anche se non corrispondevano – perché lui si era svegliato, no?, e l’immaginazione doveva lasciare il posto alla realtà – né sarebbero mai potuti corrispondere alle sue assurde speranze. 
La realtà era più pericolosa. Poteva essere un ladruncolo da due soldi, ignaro di trovarsi in una casa popolata da artisti marziali. Ma poteva anche trattarsi di un qualche delinquente o maniaco.
Doveva scuotersi, prima che accadesse 
(ancora) 
qualcosa di brutto. 
Ranma si levò finalmente in piedi. Era pronto ad accogliere lo sventurato che aveva osato violare quelle sacre mura domestiche. Dopotutto, non poteva sottrarsi a tale dovere: era anche lui un artista marziale. Lo era ancora, nonostante avesse abbandonato gli allenamenti dal giorno del suo rientro. 
Percorse di soppiatto le scale, ponendo attenzione a non far cigolare i gradini. Quando fu in cima, i rumori di prima erano cessati da parecchi secondi, ma nell’oscurità del corridoio di fondo, che dava alle camere delle sorelle Tendo, Ranma avvertiva chiaramente la presenza dell’estraneo. La cosa più importante, l’estraneo non aveva ancora percepito la sua. 
Era il momento giusto. Ora o mai più. Ranma scattò in avanti, annullando in pochi istanti la distanza che lo separava dall’altro. 
Sei mio! 
La figura nell’ombra – né Kasumi né Nabiki, indubbiamente – si irrigidì e accennò a reagire, come spaventata. Troppo tardi. Ranma scansò facilmente il colpo e afferrò il braccio di quell’incauto. L’adolescente con il codino aveva giusto bisogno di scaricare ciò che covava dentro da ormai troppo tempo: doveva sfogarsi e, in definitiva, quel ladro aveva indubbiamente scelto la notte meno felice per-- il pensiero s’interruppe di colpo. 
Quella… quella sagoma! E quel polso, molto più sottile rispetto al suo. 
(“Non me n’ero mai accorto… la sua mano è così piccola!”) 
Non poteva essere vero. Ranma non poteva essere sveglio. Stava ancora sognando! Era certamente così! Eppure… doveva sapere! Si voltò per guardarla in faccia, ma la misteriosa figura aveva approfittato del momento di distrazione per sfuggire alla presa del giovane Saotome e scavalcarlo. 
“No! Fermati!” Tuonò Ranma, che stava sudando freddo. La figura si dileguò più veloce, in direzione opposta da quella da cui era venuto lui. 
“Fermati, ho detto! Non puoi scappare da nessuna parte!” 
Effettivamente, quello che doveva essere un comune ladro era praticamente in trappola. Percorse tutto il corridoio con un poco di vantaggio sul ragazzo con il codino, che lo rincorreva ormai sicuro di poterlo prendere. Fu poco prima delle scale che, inaspettatamente, la figura s’infilò nella stanza degli ospiti. 
Poco male, pensò Ranma. Raggiunse anche lui la porta scorrevole e la spalancò violentemente, ansimando per la corsa e per l’agitazione. Ora avrebbe saputo. 
Cercò con affanno l’interruttore, la mano che tremava nervosa. Quando infine lo trovò, ciò che vide lo sorprese non poco. 
  
  
Occhi sorpresi. Occhi scrutatori. 
Occhi accusatori. 
Gli occhi di papà, che sorseggiava placidamente una bevanda da un thermos, ma allo stesso tempo con una severità che incuteva un certo rispetto: un riguardo che lui non era chiaramente abituato a portargli. 
Gli occhi di Ucchan, che lo fissava impaurita, avvolta per intero e stretta energicamente alla propria coperta. 
Gli occhi di sua madre, che emerse lentamente dal proprio letto con aria più addolorata che sorpresa. 
E basta. Nella piccola stanza, non c’era nessun altro. 
“Ranma… cosa è successo?” Domandò Nodoka, con manifesta inquietudine. 
“Vogliamo una spiegazione.” Bofonchiò gravemente Genma, non distogliendo da lui quell’odioso sguardo nemmeno per un attimo. “Si può sapere che cosa ti salta in mente, di svegliarci con tutto quel baccano a quest’ora della notte?” 
“Io… io…” Mormorò Ranma, spaesato e non cessando di guardarsi intorno. Possibile che loro non se ne fossero accorti? 
“Tu cosa? Parla!” Ribatté il padre. 
“La stavo inseguendo… l’ho vista entrare… Perché diamine non l’avete fermata?!” 
Ukyo lo fissò sconvolta. 
“Ran-chan… chi avremmo dovuto fermare?” 
Genma sembrò trattenere a forza un fremito di rabbia. 
“Qui non è entrato nessuno. Non lo vedi?” 
Già, così sembrava. Tutto lo dava a vedere. Che avesse veramente sognato? Che non fosse ancora in grado di distinguere la realtà dal sogno? Eppure… no, Ranma poteva giurare di averla vista! Aveva stretto il suo polso! Lei c’era, era reale. Non era un frutto della sua immaginazione. 
“Tutto questo è assurdo! Assurdo!” Gridò, sfogando tutta la sua frustrazione. “State sicuramente mentendo! Non può essere scomparsa nel nulla!” 
“Chi, Ranma? Chi hai visto entrare qui?” Urlò con veemenza ancora maggiore il padre. 
Il ragazzo esitò per un attimo. 
Prese coraggio. 
E diede finalmente voce ai propri pensieri. 
“Io ho visto entrare… Akane.”     
Ukyo sussultò. Nodoka parve sul punto di piangere. Genma sembrò, al contrario, calmarsi. 
Il resto della famiglia Tendo si era, nel frattempo, radunato attorno a Ranma. 
“Cosa succede?” Domandò a nome di tutti Soun Tendo. 
Né Ukyo né tantomeno Nodoka riuscirono a rispondere. 
Fu Genma ad alzarsi in piedi e affrontare l’amico. “Ranma ha detto di aver visto… Akane… entrare in questa stanza.” Mormorò, ora con voce roca ma allo stesso tempo calma e posata. 
Neppure uno dei Tendo commentò quell’affermazione. Si limitarono tutti a fissare l’adolescente con il codino. Nessun occhio accusatore, stavolta. Nei loro sguardi non si poteva leggere del biasimo, anzi. Tuttavia… era una sua sensazione oppure… sembravano tutti compatirlo? E questo sarebbe stato ancora meno sopportabile. 
“Smettetela di guardarmi così! Vi dico che era lei!” 
Kasumi si accorse che suo padre stava tremando e si affrettò a prendergli la mano. 
“Ora piantala, Ranma! Lo sai che Akane non si è mossa dalla sua stanza!” Sbottò Nabiki, con tono duro. 
Improvvisamente Genma si scosse, afferrò il figlio per il colletto della camicia e lo trascinò per il corridoio. 
“Cosa fai?!” Protestò il Saotome adolescente. 
“Tu ora vieni con me,” intimò il Saotome anziano, “a trovare Akane.” 
  
  
Sulla porta troneggiava, come di consueto, la sagoma a forma di paperella con inciso il suo nome in caratteri occidentali. Genma girò la maniglia senza tanti complimenti e, mentre l’uscio si apriva, l’insegna traballò pericolosamente. 
Il genitore accese la luce. “Perdonami, ma lo faccio per te! Ecco… guarda, guarda con i tuoi occhi!” Disse, con appena un filo di voce. 
Ranma fissò l’interno. Dunque aveva veramente sognato? Veramente immaginazione e realtà avevano varcato, solo per lui, il reciproco confine? 
Akane non si era mai mossa. Akane era ancora sdraiata sul proprio letto. Le palpebre abbassate in un’espressione serena, era l’unica persona a non essersi svegliata in tutto quel trambusto. 
Né avrebbe potuto mai più. 
Così, era vero.
Il sogno era sogno e la realtà immutabile. 
Il corpo senza vita di Akane Tendo non aveva mai abbandonato il suo posto.