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EVROPA ONSTRAN MEJE

Glasovi italijanske poezije

na knjižnem sejmu v Ljubljani

L'EUROPA OLTRE CONFINE

Voci della poesia italiana

alla Fiera del Libro di Ljubljana

Mario Benedetti, Pierluigi Cappello,

Ivan Crico, Gianmario Villalta

traduzioni / prevodi di Gašper Malej

Pordenone 2010


Soča

 

Čez prodišča, svetla od niča, stopam,

v krajih pustega sijaja, zlizanih kamenčkov,

ki jih od nekdaj slepíjo tišine. Zračno

razbeljenost blaží šibki vonj cvetov

topinamburja; tam dôli, razjedeni

od svetlobe, neznanci počivajo

tiho, brez pričakovanj. Iz samopozabe

moj spomin znova oživi v jasninah,

ki zažare - kakor napoved nevihte -

visoko nad vrhovi dreves, proti čisti sinjini.

("Isonzo", Ivan Crico)



De arzènt zu (D'argento scomparso) poesie in tergestino
Presentazione di Gianfranco Scialino, nota di Pavle Merkù
Istituto Giuliano di Storia e Documentazione, Trieste, 2008

Vincitore del Premio nazionale di Poesia
Biagio Marin, 2009.

Vincitore del Premio di Poesia
Caterina Percoto, 2010.

 

 

Uiàrs el mar

 

Dopo se tirèua sù riènt la muràja

de la zità in tòl gniènt liziér de l’aria

tiènera de maj - l’arzent atòr dei aulìu

impizà - e com chèla pièra inzalida

ficiàda in tòl mur chèlis tòue

paràulis de drènto mai fauelàde (fauelàdis?).

Se zièua uiàrs el mar. Clar el claméua

de lontam, im fond del troz blank,

la nauàda luèngia dei àrboi im flor.

L’àga duta la impegnèua chèl tièmp.

  

 

Verso il mare

Poi si proseguiva costeggiando la muraglia / della città nel niente leggero dell’aria / tenera di maggio - attorno l’argento degli ulivi / acceso - e come la pietra ingiallita / incastrata nel muro quelle tue / parole mai dette dentro di te. / Si andava verso il mare. Chiaro chiamava / da lontano, in fondo al sentiero bianco, / la navata lunga degli alberi in fiore. / L’acqua tutta riempiva quel tempo.

 


 

 "In queste sequenze sonore passano antiche civiltà, residui di natura, tradizioni del lavoro e della vita contadina, il prorompere della nuova follia tecnica.

  Ivan Crico è anche pittore e disegnatore. È quindi quasi naturale che lui sappia con pochi tratti offrirci un mondo, una specie di elegia della "radice scoperta del ricordo", che però non tralascia di seguire con lo sguardo "il miracolo più in là", il continuo eterno miracolo "dei primi fiori sul rosso" e le "gemme da un altro tempo nel primo sole".

  Davvero un bel libro di poesia".

 

Franco Loi 

(dalla motivazione del VII Premio Nazionale Biagio Marin, Grado, 17 ottobre 2009)




Segni della metamorfosi, presentazione di Giancarlo Pauletto
liriche in bisiàc e disegni ed incisioni di Ivan Crico
libro catalogo dell'esposizione presso la Biblioteca Civica di Pordnone
20-28 settembre 2007, Comune di Pordenone Editore, 2007.Piova

 

Piova


Me ’nsunia como éla mili loghi

difarenti pelar dolza la piova

’ntant che ta le só guséle zèlare

le maure se sconde ta le canele.

 

De fora ’na note negra de aqua

e drento un sol prisunier de stele

al brusa, cun ti che te lo sfurìghe

pian, le tagne de un tenp romai

sbruià. Le man tove, i cavei contra

al lusor e po più gnente par éssar

 

dut. E l’era de segur ta’l fundi de ti

l’istà che ’l torneva, torneva ’l mar

a naltri la nozenza de l’oc’ la prima

volta che i l’à lumà, par salvarne.


 

Pioggia


Mi sogna come lei mille luoghi

diversi sfiorare dolce la pioggia

mentre tra i suoi aghi veloci

le folaghe si nascondono tra i canneti.


Di fuori una notte buia d’acqua

e dentro un sole prigioniero di schegge

brucia, assieme a te che muovi le braci

lentamente, le litanie di un tempo ormai


sfrondato da ogni foglia. Le mani tue, i capelli 

contro la luce e poi più nulla per essere

tutto. Ed era di sicuro l’estate nel fondo di te

che ritornava, ritornava il mare

a noi l’innocenza dello sguardo la prima

volta che l’ha guardato, per salvarci. 






Ostàne (germogli di rovo), 

Poesie in bisiàc del 1989

presentazione di Tiziano Pizzamiglio e Mariuccia Coretti

Edizioni Consorzio Culturale del Monfalconese, Ronchi dei Legionari, 2006


La glicìnia


I xe bei i fiori de la glicìnia

de la curta vita, te me disée.

Fóghi viola de seda, scuri òri

 

senza memoria e senza mai modo

de catarse, desfadi como neve

in ta ’l sol cu’i secreti del só color...

 

Vàrdeli. Te xe como lóri.

Anca ti te arde in ta ’l vòido.



Il glicine


Sono belli i fiori del glicine 

dalla breve vita, mi dicevi.

Fuochi viola di seta, oscuri ori


senza memoria e senza mai modo

di trovarsi, dissolti come neve

al sole con i segreti del loro colore...


Guardali. Sei come loro.

Anche tu ardi nel vuoto. 


(12.07.1989)

 

“Una poesia splendidamente innovativa, con una ricchezza fascinosa di metafore, di figure, di immagini. È come la ricreazione della natura, del paesaggio, del mondo delle esperienze sensibili, attraverso la forza e la sapienza della parola”.

 Giorgio Bárberi Squarotti

 

"Nessun colore locale, nessun riferimento preciso, solo il paese dell'anima in una terra amata, da sempre stampata negli occhi, una espansione di immagini ogni volta nuove nell'invenzione e negli accostamenti felici.

  Egli sente che il dialetto suo, dei suoi padri, gli sfugge ormai dalle mani, s'inquina sempre più, sempre più attinge all'italiano parlato, agli slogan dei mass media, sempre più si contamina di termini nuovi, di suoni spuri, di prestiti, velleitari e gratuiti. Inizia quindi un'operazione di recupero, di ricerca del linguaggio delle radici, di voci ormai conosciute soltanto da certi vecchi, di suoni arcaici, crudi, di espressioni nate chissà quando nelle nebbie dei cortili antichi e poi ripescate per la sua felicità e registrate solo nel grande vocabolario bisiaco.

  Ma il pregio di Ivan Crico è di saperla usare tanto bene da farla assurgere ad alta lingua poetica poi tutta sua, originalissima, unica nei suoi accostamenti lessicali, nel sapore gioioso delle immagini nate da una fantasia fervida, brillante nelle sue impennate, nei suoi risvolti pensosi. Una tale operazione di recupero già di per se stessa meravigliosa deve però ovviamente poggiare su basi descrittive e non dell'impegno gridato, dove la parola può esplodere libera o chiusa a seconda dello stato d'animo e librarsi nelle sfere del paesaggio che diventa metafora del sentire del poeta".

 Mariuccia Coretti

 

 





Maitàni, presentazione di Antonella Anedda
illustrazioni di Ivan Crico
Collana "La Barca di Babele" diretta da Amedeo Giacomini
Circolo Culturale di Meduno, Sequals, Aprile 2003


 

Zorni

 

Zorni che i xe ta i passi su la piéra

del salizo. Ta la zente che passa

cu'l vardar che 'l luma 'l so disparir,

al roàn de la glicinia, curuda

del vént, che se 'ngranpa ta 'l modon brusà.

Musi missiadi cu'la sdruma zidìna

 

de le fòie che le casca, menade

de un réf fin ta i taulìni, fra naltri

che stemo fermi senza dir a. Senza

gnente de zontar al zito del lusor

che 'l plozca tra un ciap de tortoréle

sora i coèrti, comòdo de l'alt

 

drento i pinsiéri - speciada su l'àqua

dei goti - la firida biava del ziél.

Un ziél péna 'ndivinà più che vidù.

Che un sést pìzul de la man al basta

(zirando straviàda al guciarìn)

par sbregar contra i òri de véro.

 

 

Giorni

 

Giorni che sono nei passi sulla pietra

del selciato. Nella gente che passa assieme

allo sguardo che ne fissa la scomparsa, al viola

del glicine, corso dal vento, che si aggrappa

al mattone bruciato. Volti mescolati con la folla

 

silenziosa delle foglie che cadono, portate

da un soffio di vento in mezzo ai tavoli, fra noi

che stiamo fermi senza parlare. Senza

niente da aggiungere al silenzio della luce

che precipita tra un gruppo di tortore

sopra i tetti, come dall'alto

 

nei pensieri - specchiata sull'acqua

dei bicchieri - la ferita azzurra del cielo.

Un cielo più presentito che visto.

Che un minimo gesto della mano basta

(girando distratta il cucchiaino)

per infrangere contro i bordi di vetro.

 

L'acqua si increspa, il vento si alza, le nuvole si addensano o si diradano, il fumo sale dai fuochi, e tutto questo per la comparsa di una visione terrena che unisce cose a pensiero, dettagli (schegge rosse che dai vasi fuggono verso l'insonnia “ampia, stellata di spine / del cielo) a un mondo interiore che non è mai separato da quello fisico. Questo è ciò che maggiormente incanta di questo libro (“Maitani”): come il corpo della poesia viva e si moltiplichi proprio nel pulviscolo delle sensazioni, delle immagini, delle apparenze e come là respiri tutta quella vita che esiste anche nella lingua d'uso, ma che questa lascia spesso scorrere e perdersi senza riuscire a fermarla. Forse allora il dialetto può e deve essere la “materia” ulteriore della nostra poesia. E da libri come questo affiora una materia ricchissima che esiste rintoccando, suonando sulle cose, nelle cose, nell'uso (vero) di chiamare le piante, le bestie, provando a dare un nome più fondo al visibile.

 

Antonella Anedda 




Piture, presentazione di Giovanni Tesio

Collana "Incontri", Edizioni Ij Babi Cheucc, 

Mondovì, dicembre 1997.


 

LISONZ

 

Par giaroni ciari de gnente me 'nvïo,

loghi de disért spiandor, onde che 'l còdul

al se frua saldo 'nzeà de ziti. Al vént

de boi se 'ndulzisse cu'l udor fiéul

dei pirantoni; là in cau, smagnada

del ciaro, zente foresta la polsa

zidìna, senza spetar. Del desmentegarme

al me recordo de nóu al se ànema

cui lusori che in alt - virtindo del burlaz -

i se 'npïa ta le ponte, contra al biau nét.

 

ISONZO

 

Lungo greti chiari di niente mi avvio,

luoghi dal deserto splendore, dove il ciottolo

si consuma da sempre abbagliato di silenzi. L'aria

infuocata si addolcisce con l'odore sottile

dei fiori di topinambùr; là in fondo, erosa

dalla luce, gente sconosciuta riposa

in silenzio, senza aspettare. Dal dimenticarmi

il mio ricordo si rianima con i chiarori

che in alto - preannunciando il temporale -

si accendono sulle cime degli alberi, contro l'azzurro puro.


“Siamo infatti nel cuore del senso di “Piture”. Un fermo- immagine sotto cui scorre il movimento continuo (…). Non c'è né principio né fine, ma tutto scorre in un circuito mai uguale e tuttavia dall'apparenza sempre uguale. Il sopra che annuncia il sotto, il moto nascosto che ribolle di voci, di vite - ed è un verso assai bello - “cussì desmentegade de èssar nostre”. Di cose che sfuggono alla devastazione del tempo. È poesia, quella di Crico, fatta di pochi elementi essenziali. Su di un fondo di bianco invaso di luci e di splendori, di ori, di argenti, di chiarità mai scompagnate dai riflessi d'ombre presaghe, si muovono le apparizioni corporee degli azzurri, dei vinati, dei viola, dei rosa, dei rossi, dei neri, dei gialli (…). Il “gnente” di Crico, beninteso, non è dunque da leggere come nihil ma come vuoto ricettivo di uno spazio che si fa traccia, di un'assenza che si fa casa, di un silenzio che si fa voce incidendosi in parola vergine (il "bisiàc") rinvenuta alla periferia estrema di un dialetto senza galloni. Il più vicino alla frontiera (orientale) del lontano. Il più aperto sulla soglia geografica e mentale di quell'altrove, "semplice e sublime", a cui la poesia di Crico non cessa di guardare".

 

Giovanni Tesio

 

 

Cosa significa a questo punto leggere il piccolo libro di Ivan Crico (“Piture”),le sue quattordici poesie, facendo interagire l'italiano con una lingua di sconosciuta struttura, storicamente “avulsa”, magari artificiosa (io cosa ne so)? Una cosa di valore, certamente, e non si pensi che mi stia contraddicendo. Uno straniamento all'altezza dei tempi, oserei dire, all'altezza della crisi del poetico. Ci si trova infatti di fronte a un “poetico” (in particolare penso alla raffinatezza, alla preziosità della partitura sonora) che si è reso autonomo, separato dalla vita delle cose le quali sono immobilizzate in una fissità di icona (valga la sequenza che riporto in italiano: “l'icona / ferita delle tue labbra / sigillata in un sorriso”, p. 24), in parole che elencano una “vecchia” natura di farfalle, rondini, peschi, lucherini, ecc., senza più parlanti, senza mondo.

   Mi sembra che Crico ci dica: ho questo paesaggio che non situo, che indoro, che infioro con questa lingua “che vieta all'occhio (vivente) ormai oscurato di vedere”, p. 19; che “rendo poetico” ancora, forse come possibile ultima presenza del poetico o, comunque, mettendo in luce le sue difficoltà, la sua problematica dimora odierna, e a me sembra un'ottima cosa.

 

Mario Benedetti

 

Sorprendente definirei la sicurezza della forma, quel “senso della composizione” - che forse deriva anche dall'esercizio nelle arti figurative e visive - capace di disporre con naturalezza l'artificio (dico sorprendente perché mostra una maturità che non è certo degli anni). Concreta, viva, collocata al giusto livello tra immediatezza ed evocazione, la lingua, sempre nitida, al punto da acquisire una sua autonomia quasi in contrasto con il tema.

 

Gian Mario Villalta

 

Ogni parola, ogni verso chiama “una riserva di energie ctonie emergenti dal profondo” e diventa il luogo privilegiato dove è ancora possibile entrare in contatto con l'altro da sé. Perché Crico, che si è nutrito di Leopardi e Ungaretti, di Hölderlin e Celan, e che ha trovato in Giacomini un modello e un maestro, la parola poetica ha la forza dirompente di un ariete che abbatte muri, sgretola confini, dissolve distanze per creare uno spazio luminoso di silenzio nel quale il lettore possa riconoscersi. “Un nudo spazio vuoto pronto ad accogliere il riverberarsi di un senso, una luce vegliata che indica, nella notte, la sua attesa”.

 

Anna De Simone

 

Crico è pittore, oltre che poeta: ed ogni poesia va “guardata” appunto, come un dipinto in cui si rivelano ai nostri occhi diversi piani di profondità. Sono della pittura quei colori tenui, quei baleni di luce, quei “véri” (“vetri”) che imprigionano volti e sguardi, come specchi, o come ghiaccio su cui scorre l'acqua. Pittura è anche quel mai enunciare, ma presentare ai nostri occhi ed al nostro cuore immagini e paesaggi incantati in cui penetriamo a cogliere essenza di sentimento e meraviglia. Sono sempre immagini e suoni di una natura colta nei suoi aspetti minimi, meno appariscenti, come segreti che si rivelano ad un cercatore paziente. Tutto è sobrio, essenziale: una grazia concisa e pudica che ci apre, a spiragli, le vie dei meandri dell'anima.

 

Bianca Dorato

 


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