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Che c'e' nel mondo spirituale?

posted May 29, 2013, 5:46 AM by Manonatha Dasa

Domande

Messaggio da: Roberto
Testo del messaggio:
Hare Krishna Manonatha,vorrei chiedere:esiste la diversità nel mondo spirituale?Che tipo di corpo prende un essere vivente quando passa dal mondo materiale a quello spirituale?
Grazie mille.


Risposte
Hare Krishna.
Le Scritture vediche ci regalano molte descrizioni del mondo spirituale, spesso piuttosto dettagliate. Da li’ apprendiamo che esiste una diversita’ anche molto piu’ variegata rispetto al mondo dove viviamo. 

Ogni essere vivente ha una sua natura intrinseca. Nel caso delle anime condizionate, questa e’ solo potenziale. Si rivelera’ al momento della purificazione dagli elementi materiali. Ognuno di noi ha una sua natura (svarupa), che involve anche una forma fisica, una identita’ spirituale insomma.

Ti segnalo i miei libri, nei quali troverai molte risposte alle tue domande
www.isvara.org/books 


- Manonatha Dasa (ACBSP)

La mia nuova Libreria

posted May 24, 2013, 8:47 PM by Manonatha Dasa


La mia nuova Libreria, con libri in Inglese e in Italiano.

I Veda - Sri Vyasadeva

posted May 16, 2013, 6:49 AM by Manonatha Dasa   [ updated May 16, 2013, 12:18 PM ]

di Manonatha Dasa - 


L'origine 
Non si può parlare di un'origine dei Veda. Quando si costruisce qualsiasi macchina, le istruzioni per l'uso sono create in modo automatico, esistenti almeno in modo potenziale. Dio è eterno, per cui anche la conoscenza che riguarda Lui e la Sua creazione è priva di un qualsiasi inizio. I Veda (dalla radice "vid", conoscere) sono i libri che contengono tale sapere, quindi in nessun modo è possibile datarli. 
Ma da dove provengono? Sono di origine umana o divina? Le scritture ci rispondono in modo netto: 

asya mahato bhutasya nisvasitam etad yad 
rig-vedo yajur-vedah samavedo 'tharvangirasah. 

I quattro Veda (Rik, Yajur, Sama, Atharva) sono emanazioni che provengono dal respiro della Suprema Personalità di Dio. (Brihad- aranyaka Upanishad 4.5.11). 

Ancora: 

yo brahmanam vidadhati purvam yo vai 
vedams ca gapayati sma krsnah. 

"Fu Krishna che all'inizio (della creazione) istruì Brahma sulla conoscenza vedica e la disseminò nel passato." (Atharva Veda, Gopala Tapani Upanishad 1.24) 

Qui si dice chiaramente chi è stato l'autore e il diffusore dei Veda, e viene fatto il nome di Krishna. 

I Veda sono di origine divina. Nella Bhagavad-gita (10.22) Shri Krishna dice "Io sono i Veda." Per questa ragione è impossibile stabilire una data della loro creazione. I Veda sono eterni. 

Studiosi e ricercatori si sono cimentati per secoli nel cercare date attendibili, ma nei Veda stessi queste sono praticamente inesistenti. Proprio perchè non hanno inizio nè fine. Le teorie di costoro sono dunque destinate a rimanere tali. 

Ma è vero che non sempre i testi vedici sono a disposizione dell'umanità. Per ragioni che possono essere le più diverse, talvolta si celano alla vista degli uomini. Quando tale situazione sfortunata si verifica, il caos più totale sopraggiunge a rendere la vita degli uomini davvero miserabile. La conoscenza è sicuramente la cosa più necessaria nella vita; senza non è possibile distinguere il vero dal falso, ciò che è bene per noi e per gli altri e ciò che non lo è. 

Le scritture stesse ci narrano dei momenti in cui i Veda sono scomparsi dalla nostra vista. Lo Shrimad-bhagavatam racconta che alla fine del giorno precedente di Brahma, quando egli sentì il bisogno di dormire, i Veda emanarono dalla sua bocca e un demone di nome Hayagriva li prese con sè e li nascose. Quando quella notte mistica cessò e Brahma stava per destarsi, Vishnu, nell'incarnazione di un Pesce (Matsya), uccise il demone e recuperò i sacri testi vedici. Eravamo all'inizio dell'epoca di Svayambhuva Manu. Dunque erano stati persi per quasi l'intera notte di Brahma. 

Ma non fu l'unica volta. Di nuovo Vishnu ci salvò, alla fine del Manvantara precedente al nostro, durante il regno di Cakshusha Manu. Nella Sua seconda incarnazione di Pesce, li affidò alla cura del santo re Satyavrata, che sarebbe poi diventato Vaivasvata Manu. Ma di storie di questo tipo se ne potrebbero raccontare all'infinito. 

I saggi e i santi sono chiamati para-duhkha-duhkhi proprio per la caratteristica che hanno di sentirsi a disagio di fronte alla sofferenza degli altri. Essi vogliono fortemente vedere tutti felici, e per ultimo realizzati, liberi da ogni illusione materialistica e dalle pene che ne scaturiscono. Per questa ragione vengono in questo mondo a predicare la vera conoscenza nei modi e nella quantità che sono più opportuni al fine di un risultato positivo, quella di attrarre la gente al messaggio della Trascendenza. 

I Veda sono quindi eterni, ma talvolta sono "allo stato manifestato" e altre volte no. 


I Veda fino a Dvapara-yuga 

Di norma, durante Dvapara-yuga, i testi vedici, come ogni genere di conoscenza, non vengono messi per iscritto, ma comunicati a voce dai guru ai loro discepoli, che a loro volta li ripeteranno fedelmente. In questo modo i canoni della sapienza sono tramandati secondo un sistema chiamato parampara, che significa letteralmente "uno dopo l'altro", oppure sampradaya, che vuol dire "comunità" o tradizione". 

In Kali-yuga la gente in genere non è più in grado di capire i sottili concetti filosofici, nè tantomeno di memorizzarli. Kali- yuga è un'epoca terribile dove l'uomo si degrada fino ai livelli più bassi. 

"Una volta egli (Vyasa)... notò anomalie (nel periodo storico in cui viveva)... e grazie alla sua visione trascendentale, prevedette il deterioramento di ogni cosa... (questo fenomeno era) dovuto all'influenza dell'epoca (Kali-yuga). Egli capì che la gente avrebbe avuto una vita molto corta e sarebbe stata tormentata dall'impazienza per mancanza di virtù... egli pensò che i sacrifici insegnati nel Veda avrebbero potuto purificarla, e allo scopo di semplificare il suo avanzamento spirituale lo divise in quattro parti..." (Shrimad-bhagavatam 1.4, versi sparsi) 

"L'intelligente Maharaja Yudhisthira denotò la presenza dell'era di Kali osservando (aumentare) l'avarizia, la falsità, l'imbroglio e la violenza." (Shrimad-bhagavatam 1.15.37) 

Da qui la necessità di mettere tutto per iscritto. 

I Vyasa non inventano nulla, ma sono i portavoce e i commentatori di una conoscenza millenaria adattata ad essere studiata e capita dall'uomo di quest'era. 


I Vyasa 

Prima di soffermarci sull'ultimo autore dei Veda, parliamo un momento della carica che il termine Vyasa denota. 

Secondo gli scritti vedici, Vyasa è l'appellativo che si riferisce a una funzione, e non a una particolare persona. Quei saggi che ricevono l'incarico di disseminare conoscenza per il beneficio della società umana mettendola per iscritto e conferendole un ordine perchè possa meglio essere compresa, vengono chiamati Vyasa. 

La radice sanskrita "as" preceduta dal prefisso "vi" indica l'atto del separare per analizzare. Questo è il compito del commentatore, che divide i testi per esporne in dettaglio il significato. 

Questa funzione è stata ricoperta nel corso dei millenni da diversi personaggi. I Purana ci spiegano che alla fine di ogni Dvapara-yuga in ogni Maha-yuga c'è un Vyasa che "ordina", che mette a posto l'intera conoscenza ingegnata da grandi saggi chiamati Rishi (letteralmente "coloro che vedono la verità"). Ma spieghiamo meglio questo punto. 

Sappiamo che il tempo si divide in quattro Yuga (Satya, Treta, Dvapara e Kali), e che un ciclo completo di questi Yuga viene chiamato Maha-yuga (pari a 4 milioni 320 mila anni). Settantuno Maha-yuga costituiscono un Manvantara (un periodo della vita di Manu), e in un giorno di Brahma ci sono 14 Manu. Questo periodo (che pressappoco equivale a mille Maha-yuga) è appunto un giorno della vita di Brahma, il quale vive cento anni di questi giorni. Noi ora stiamo vivendo nel Manvantara chiamato Vaivasvata (il settimo Manu del primo giorno del 51.esimo anno della vita di Brahma), e dall'inizio dell'epoca del nostro Manu sono passati già 27 Yuga completi. Il nostro è il Kali-yuga del ventottesimo Maha-yuga della vita di Vaivasvata Manu. 

Alla fine di ogni Dvapara-yuga, in previsione della degradazione che è in procinto di devastare l'intero pianeta durante il terribile Kali-yuga, l'epoca che "distrugge tutte le buone qualità dell'uomo", un Vyasa appare per ordinare e mettere per iscritto tutta la conoscenza chiamata Veda. 

Prima del "nostro" Vyasa ne sono passati altri ventisette. I loro nomi sono reperibili in diversi Purana: 
1. Brahma, 2. Vaiva-svata, 3. Ushana, 4. Brihaspati, 5. Savitri, 6. Yama, 7. Indra, 8. Vashishtha, 9. Sarasvata, 10. Tridhama, 11. Trivrisha, 12. Bharadvaja, 13. Antariksha, 14. Vapra, 15. Trayyaruna, 16. Dhananjaya, 17. Kritanjaya, 18. Rina, 19. Bharadvaja, 20. Gotama, 21. Uttama, 22. Vena, 23. Trinavindu, 24. Valmiki, 25. Shakti (il padre di Parashara), 26. Parashara, 27. Jaratkaru, e infine il nostro Krishna Dvaipayana, il figlio di Parashara. I testi succitati ci informano anche del nome del prossimo Vyasa, il celebre Ashvatthama, il figlio di Dronacarya. 


Krishna Dvaipayana Vyasa 

La storia completa della nascita di Vyasa è nel Maha-bharata (Adi Parva, Adivamsavatarana Parva, sez. 63). Qui daremo solo po-chi accenni. 

Satyavati, figlia del re Uparicara Vasu e dell'apsara Adrika, fu adottata da un pescatore. Un giorno il saggio Parashara la vide e le chiese di concepire un figlio con lui. Affinchè la giovane accettasse, le concesse diverse benedizioni. Il giorno stesso dell'unione tra i due, nacque un bambino che fu chiamato Krishna, in quanto scuro di pelle, e Dvaipayana, perchè nato su un'isola posta in mezzo al fiume Yamuna. 

Il Maha-bharata dice: "... E il sapiente Dvaipayana, osservando che la virtù (che possiede quattro gambe) era destinata a diventare zoppa di una gamba per ogni Yuga e che la longevità e la forza degli uomini si sarebbero conformate alle caratteristiche degli Yuga, mosso dal desiderio di ottenere i favori di Brahman (colui che è in possesso di infinite qualità) e dei Brahmana, mise a punto i Veda. E per questo fu chiamato Vyasa. 

"Questa grande personalità che elargiva profusamente benedizioni, insegnò a Sumantu, a Jaimini, a Paila, a suo figlio Shuka e a Vaishampayana i Veda, che hanno il Maha-bharata come loro quinto..." 

Vyasa previde, dunque, la degradazione di Kali-yuga e, volendo facilitare lo studio delle sacre scritture, le mise per iscritto dopo averle divise in quattro parti. In seguito ne avrebbe affi-dato la diffusione a cinque suoi discepoli; a Paila avrebbe consegnato il Rig Veda, a Jaimini il Sama Veda, a Vaishampayana lo Yajur Veda, ad Angira (o Sumantu) l'Atharva Veda e a Romaharshana le Purana. Alla grande anima liberata Shukadeva Gosvami, che proveniva direttamente da Goloka Vrindavana, affidò la crema della conoscenza, il Purana immacolato, lo Shrimad-bhagavatam. 

Ora, certuni dubitano che Krishna Dvaipayana Vyasa sia stato il redattore di tutti i Veda, specialmente dello Shrimad-bhagavatam, che dicono essere sia un'opera di molto posteriore alle altre. Ma in questo campo non abbiamo altra autorità che le scritture stesse: chi può infatti affermare o negare per proprio conto ciò che è accaduto migliaia di anni fa? Lasciamo dunque parlare lo Shrimad-Bhagavatam stesso: 

(E poi)"... emanò dalle labbra di Shukadeva Gosvami (che era il figlio di Vyasa)..." (Shrimad-bhagavatam 1.1.3) 

"... dopodichè nella 17.ma incarnazione Shri Vyasadeva apparve dal ventre di Satyavati attraverso Parashara Muni, ed egli divise l'unico Veda in diverse parti e sezioni, vedendo che la gente sarebbe diventata meno intelligente..." (Shrimad-bhagavatam 1.3.21) 

Tuttavia le evidenze scritturali che dichiarano che Vyasa è l'ordinatore di tutti i Veda e dei suoi corollari (Purana, Upanishad e altri) sono così numerose che sarebbe inutilmente gravoso enumerarle tutte. 

Quest'ultimo verso, poi, ci informa che fra tutti i Vyasa che lo hanno preceduto, Krishna Dvaipayana era speciale, essendo dotato di particolari poteri. Infatti nel Bhagavatam (1.1.7) viene chiamato Bhagavan, intendendo che si tratta di un'avatara di Dio. Addirittura questi compare nella lista delle incarnazioni principali (precisamente la diciassettesima) di Vishnu. 


Sui Quattro Veda 

Originalmente esisteva un Veda solo, lo Yajur Veda, che venne poi scisso in quattro: lo Yajur-veda, l'Atharva-veda, il Rig-veda, il Sama-veda, ognuno dei quali è diviso a sua volta in due parti: Mantra e Brahmana. La prima sezioni contiene, appunto, i Mantra, che sono indispensabili sia per la purificazione che per ottenere risultati di vario genere. La seconda contiene direzioni circostanziate utili per la esecuzione dei sacrifici, durante i quali i Mantra devono essere recitati. In questa sezione generalmente vengono riportate le storie che li riguardano. 

Vediamo in breve di cosa tratta ciascun Veda. 

Lo Yajur-veda tratta delle formule necessarie allo svolgimento dei sacrifici. Il Rig-veda tratta degli inni di lode ai numerosi deva e personalità divine "cantati" da diversi saggi. E' così chiamato perchè è composto di Rica, versi che devono essere recitati a voce alta. Il Sama-veda ha come argomento le funzioni liturgiche. Sama infatti significa melodia. L'Atharva-veda entra nel merito degli ulteriori aspetti tecnici che riguardano i sacrifici e affronta i doveri dei vari sacerdoti che devono presenziare allo Yajna. Sono i Brahmana (che dirigevano l'intera cerimonia), gli Hotar (che si occupavano di condurre le offerte), gli Adhvaryu (che badavano al fuoco sacro) e gli Udgatar (che recitavano i mantra sacri); gli ultimi tre erano gli assistenti del Brahmana. L'opera tratta anche della conoscenza dei Mantra per ottenere o conferire benedizioni o anche per lanciare maledizioni. 

Questi quattro vasti volumi contengono lo scibile umano per quanto riguarda il mondo fenomenico. 

La ragione della divisione è di rendere tutto più comprensibile per un'era in cui la gente è priva delle qualità necessarie allo studio di una scienza così complessa. 


La strategia di fondo 

L'anima in questo mondo materiale è sopraffatta da vari tipi di desideri materiali, che cerca di soddisfare grazie al grande campo d'azione (karma-kshetra) messo a disposizione dall'energia illusoria del Signore Shri Krishna. Tesa com'è alla ricerca della perfetta felicità, compie atti che comportano risultati di vario tipo. 

Ci sono diversi tipi di azioni. 

Quelle chiamate Vikarma sono della specie peggiore, perchè sono fatte in modo autonomo, trascurando i consigli delle scritture, che anzi vanno intenzionalmente contro di esse; sono quelle che risultano nelle reazioni peggiori, distruttive per se stessi, per gli altri e per il mondo intero. Chi le compie non si cura di nulla, se non del proprio illusorio vantaggio. 

Quelli chiamati Karma sono gli atti condotti secondo i consigli delle scritture, le quali specificano minuziosamente come condurre una vita di regolata gratificazione dei sensi e ottenere il doppio risultato di provare soddisfazione materiale e nel contempo di elevarsi in direzione dello scopo finale, che è la spiritualizzazione e per ultimo il servizio d'amore al Signore Supremo Shri Krishna. 

Le attività Yajnartha-karma (o Akarma) conducono alla liberazione, e mai sono fatte per soddisfazione personale. Ahaituki apratihata yayatma suprasidati, dice lo Shrimad-bhagavatam: il servizio devozionale deve essere condotto in modo tale da soddisfare l'Anima suprema (atma suprasidati), cosa che in ultima analisi risulta d'appagamento anche per colui che lo attua. 

I quattro Veda si occupano del secondo tipo di azioni, karma. Attraverso un regolata gratificazione dei sensi la gente si può purificare. I Veda sono quindi codici di comportamento. D'altra parte, essendo di origine divina, il loro Autore originale non poteva voler dare solo un metodo per avere benessere in questo mondo, ma indicare anche la strada di ritorno per il mondo trascendentale. 

Lo scopo dei Veda non è fine a se stesso. "vedaih ca sarvaih aham eva vedya", "lo scopo dei Veda è di far sì che Io (Shri Kri-shna) sia conosciuto". Ciò è così vero che nella stessa Bhagavad- gita (2.42 e 43) i Veda vengono addirittura criticati. Coloro che sono attaccati ai Veda vengono chiamati "avipashcitah", possessori di poca conoscenza, in quanto dichiarano che non esiste nulla di superiore ai pianeti celestiali e alle loro gioie, possibili da ottenere grazie alla stretta osservanza delle ingiunzioni vediche. 

Per questa ragione, cioè per chiarire bene il messaggio vedico, sono venute ad essere anche tutte quelle scritture indicate col nome di Vedanta, ovvero "ciò che è alla fine dei Veda", o il loro vero significato, ciò che essenzialmente vogliono dire. 

Ma delle scritture superiori ai quattro Veda originali, chiamate Vedanta, parleremo in seguito. 

Vogliamo, comunque, ricordare che Vyasa stesso, terminata l'opera, non se ne sentì affatto appagato (eppure aveva scritto i Veda, il Brahma-sutra, il Maha-bharata e altre) e non riusciva a capirne le ragioni. Fu Narada a spiegarglielo: 

"Ti senti soddisfatto nel considerare il corpo o la mente (come il tuo sè e quindi) come oggetti di realizzazione del sè? Non c'è alcun dubbio che le tue ricerche abbiano un valore notevole, in quanto hai compilato un grande e fantastico lavoro come il Maha-bharata, che è pieno di sequenze vediche spiegate nei minimi dettagli. Hai anche chiarito i concetti che riguardano il Brahman impersonale e ciò che ne deriva... (ma ciò non è stato sufficiente) la tua insoddisfazione è causata dal non aver narrato le pure e sublimi glorie della Suprema Personalità di Dio..." (Shrimad- Bhagavatam 1.5 versi sparsi) 

Tutte le cerimonie previste nei Veda hanno la loro ragione nella soddisfazione di Vishnu (yajno vai vishnuh). E come insegnava Shri Madhavendra Puri, il loro siddhanta è ricordare Krishna ad ogni momento e sviluppare nel nostro cuore il più profondo sentimento d'amore nei Suoi confronti e nei confronti dei Suoi devoti. 


Scritto il 14 aprile 1994

Tattva Sandarbha

posted May 7, 2013, 3:34 PM by Manonatha Dasa

Il capolavoro filosofico di Sri Jiva Gosvami spiegato da Manonatha Dasa


Adorare Dio e Satana?

posted May 6, 2013, 3:04 PM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 3:36 PM ]

Prima domanda 
Bryan Niro 
Hare krishna! 
Ho una interpretazione di Dio forse sbagliata... 
Nasco da una famiglia cristiana... Mi è sempre stato insegnato che il dio dei cristiani è lo stesso degli ebrei. Allore ho letto tutto il vecchio testamento! È ho capito che il dio narrato nella Torah non mi appartiene! È un dio malvagio e vendicativo! 

Risposta alla prima domanda
Ci sono due tipi di religioni: una autentica e l’altra falsa. 
La prima e’ quella promulgata da Dio o da un suo rappresentante autentico.
La seconda e’ quella inventata da un uomo. Che abbia, nell’inventare un modo di pensare, buone intenzioni o no non importa. Sta di fatto che l’essere umano e’ imperfetto e di conseguenza la sua immaginazione non puo’ condurre da Dio. Al massimo puo’ far diventare migliori.

Se il Dio della Torah e’ autentico o no non sta a me giudicarlo, essendo io un Vaisnava ed esperto solo in cio’ che mi compete. Tra parentesi, sarebbe bene che tutti parlassero di cose che sanno bene ed evitare di intrufolarsi in cose di cui conoscono solo i rudimenti.

Ammettendo che siamo di fronte a una religione proveniente da Dio e tramandata in modo puro, restando cosi’ immacolata e perfetta, non mi scandalizzerei per un comportamento divino cosi’ apparentemente malvagio e vendicativo. Infatti le religioni autentiche sono rappresentazioni della stessa scienza spirituale applicata per tempo e circostanza. Ad esempio quando eravamo bambini i nostri genitori usavano spesso modi forti per impedirci di farci del male. Ho dei ricordi al riguardo piuttosto vividi della mia propria infanzia ed io li accettavo perche’ appunto ero un bambino.
Se pero’ avessero usato gli stessi metodi 5 o 10 anni dopo non li avrei mai accettati, perche’ appunto mi sarebbero parsi “malvagi e vendicativi”.
La tua presente cultura e stadio di coscienza non potrebbe mai farti accettare una religione come quella degli antichi ebrei, che infatti fu “modernizzata” dal cristianesimo.
Cosi’ come un adulto non puo’ pensare male dei metodi usati con lui da bambino, allo stesso modo non possiamo definire “malvagi e vendicativi” metodi che andavano bene in altre epoche per altri tipi di persone.
E’ comprensibile che tu non ti ci riconosca, perche’ quel tipo di insegnamento non era inteso per persone come te.



Seconda domanda
Allora mi sono chiesto: se Dio è così malvagio e vendicativo Satana (la figura che si oppone a dio) è buono?


Risposta alla seconda domanda
Dio non e’ mai malvagio. Anzi e’ la personificazione stessa della bonta’.
Tuttavia la gente ha spesso difficolta’ a comprendere cosa sia la bonta’. Il chirurgo che si avvicina al paziente con bisturi affilati per rimuovere un tumore puo’ apparire un sadico ma sta facendo il bene massimo.
Per capire chi e cosa e’ Dio, chi e cosa siamo noi e cosa e’ il nostro bene supremo ci vuole studio e pratica.



Terza domanda
Ebbene ho iniziato a seguire questa mia personale interpretazione del vero Dio buono e giusto (l'apposto del dio della Torah)...

È sbagliato credere in Satana (figura simile a Shiva) ?


Risposta alla terza domanda
Non esiste il male come contrapposizione paritaria al bene. Esiste solo il bene. Tuttavia quando le anime individuali si dimenticano di Dio, allora viene fuori il male. Ma non esiste di per se stesso, cosi’ come non esiste la notte come principio assoluto, essendo questa solo la temporanea mancanza del giorno.
Shiva non ha nulla a che vedere col male.



Quarta domanda
È possibile adorare Shiva/Satana e Krisna contemporaneamente?


Risposta alla quarta domanda
Non puoi stare nel buio della notte e nella luce del giorno allo stesso momento. Le due cose si respingono. O l’uno o l’altro. Di nuovo, il buio e’ un principio relativo, perche’ per la sua esistenza dipende dall’assenza della luce.
La stessa cosa non si puo’ dire della luce. Essa non dipende per la sua esistenza dall’assenza del buio. La luce determina, con la sua presenza o assenza, lo svolgersi del giorno e della notte.
Percio’ Krishna e’ l’unico principio assoluto degno di essere adorato.


- Manonatha Dasa (ACBSP)

Definizione in sanskrito

posted May 6, 2013, 3:01 PM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 3:36 PM ]

Domanda 

Volevo chiederti una cosa... 
Esiste una parola in sanscrito per definire la "calma accettazione"? Grazie mille. Hare Krishna 


Risposta 
Quando uno riceve un dono, l'atto di accettarlo si dice "pratigraha". E' un sostantivo pero'. Il verbo accettare in sanskrito e' "adatte" o "aggikaroti".
La parola calma in sanskrito si puo' tradurre in vari modi dipendendo dal contesto logico. Prasada e' un avverbio, santi e' femminile, sama e aksobha sono maschili.



Hare Krishna
- Manonatha Dasa (ACBSP)

Il sistema delle caste e le prostitute

posted May 6, 2013, 2:59 PM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 8:59 PM ]

Domande 

Partiamo dal presupposto che ammiro tantissimo il vaisnavismo e in generale la religione /filosofia dell'antica india quali x esempio il samkya lo yoga e mi interesso quando ho tempo a leggere alcun i testi e ho trovato molto illuminante la bhagavad gita. Non so se ho scritto bene. Però ultimamente ho un mucchio di incertezze e la cosa che ora come ora mi crea dei dubbi sta nella divisione in caste e nella prostituzione. 
Mi spiego meglio. 
Non ricordo da quale sito ho letto qualcosa a riguardo ma si accennava sul fatto di inneggiare la prostituzione e si parlava appunto della divisione di caste che c'era nel tempo vedico. Si affermava inoltre che nel rig veda si "inneggiava"quasi alla prostituzione e diciamo ad una sorta di distinzione tra classi sociali. 
Ora il mio dubbio è questo:
Fino ad ora non ho mai trovato cose negative nel modo di pensare vaisnava ma questa cosa mi ha fatto un certo effetto magari se puoi darmi qualche spiegazione a riguardo giusto x tranquillizzarmi.
Grazie



Risposte

I Veda sono testi di origine divina divisi in settori. Questi si occupano di differenti campi di conoscenza e insegnano il dharma, o la giusta condotta da tenere per elevarsi gradualmente fino alla liberazione (moksa) e oltre (prema-bhakti).

Un testo di medicina non inneggia alla malattia, ma la spiega e la tratta. Non e’ colpa del libro di medicina se c'e' la malattia, non la consiglia, non ne e’ la causa. Prende atto che esiste e funge da soluzione al problema.

Quando l’anima spirituale, che siamo noi alla nostra origine, cade nel mondo materiale agisce in modo tale da causare un cambiamento di coscienza. In realta’ la coscienza non cambia, ma avviene un processo di sovrapposizione (upadhi). Sopra la pura coscienza della jiva (l’anima) si sovrappone qualcosa che la copre e le fa vedere le cose diverse da come sono realmente (maya).

Durante il cammino ognuno sviluppa un certo modo di essere e spesso questo modo di essere puo’ essere utilizzato per un miglioramento della coscienza dell’individuo. Ad esempio, coloro che hanno una natura raccolta, studiosa e ponderante possono essere educati su come meditare, studiare e ragionare secondo i canoni vedici. Cosi’ guidate, la coscienza delle persone migliora. In questo esempio la persona sara’ educato come un Brahmana, che e’ una della casta sociale vedica.

Le caste vediche non hanno nulla a che vedere col concetto odierno, detestabile, delle caste. Queste possono essere definite come delle vere organizzazioni a delinquere, anche in India, dove persone senza qualifica, solo per il fatto di essere nate in una famiglia brahminica, si approfittano del loro rango per ricevere benefici contro l’interesse degli altri.

Il concetto vedico di casta e’ diverso. Il Brahmana e’ Brahmana se e’ qualificato, non gli basta essere nato in una famiglia brahminica. In altre epoche chi nasceva in una famiglia del genere era perche’ aveva “karmicamente” una natura intellettuale e religiosa ma in questa epoca disgraziata, Kali-yuga, questo non avviene. Un perfetto sciocco puo’ nascere in una famiglia di grandi saggi e viceversa.

Il sistema vedico delle caste (varnasrama-dharma) da’ a tutti l‘opportunita’ di agire secondo la propria natura sotto la guida di un maestro spirituale e cosi’ avanzare nella vita spirituale.

Le prostitute vediche non hanno nulla a che vedere con quelle di oggi. Non stavano nelle strade, erano per lo piu’ nobili e si occupavano di far sicuro che i desideri lussuriosi degli uomini non causassero la distruzione della pace sociale andando a caccia di donne sposate, rovinanda cosi’ le famiglie. Erano infatti definite cortigiane e avevano un loro ruolo nella solidita’ sociale.
Se non fossero esistiti i desideri sessuali anche durante l’epoca vedica non ci sarebbero stato bisogno di prostitute.
La parte piu’ nobile dei Veda e’ quella che insegna la trascendenza ma certo i Veda non potevano fare finta che il problema dell’identificazione col corpo materiale non esisteva e che scomparisse cosi’ per conto suo. Il materialismo non evapora in questo modo. Percio’ parte dei Veda si occupano di prescrivere una medicina di risanamento graduale.

- Manonatha Dasa (ACBSP)

Le Scritture che sono alla base del più grande...

posted Jun 23, 2012, 8:22 PM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 2:33 PM ]


Le Scritture che sono alla base del più grande di tutti i mantra


Il canto Hare Krishna, diffuso da Sri Caitanya e dai Suoi seguaci
affonda le sue radici negli antichi testi vedici.



di Satyaraja Dasa


Hare Krishna Maha Mantra


La preghiera più importante del movimento Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna Hare Hare, Hare Rama Hare Rama, Rama Rama Hare Hare — è così tradotta: "O Signore! O energia del Signore! Per favore impegnatemi nel Vostro divino servizio." Essa è tradizionalmente conosciuta come il maha-mantra o "il grande mantra", perché contiene e supera tutti gli altri suoni sacri e perché è una preghiera completamente pura e disinteressata; essa chiede soltanto di servire il Signore Supremo senza aspettarsi niente in cambio. Stando così le cose, è sorprendente che i tre più importanti testi del movimento Hare Krishna, lo Srimad-Bhagavatam, la Bhagavad-gita e la Caitanya-caritamrita non citino il mantra neanche una volta.

Naturalmente Srila Prabhupada, nelle sue spiegazioni e a volte nelle sue traduzioni, c'informa quando un verso sottintende il maha-mantra, anche se il sanscrito e il bengali non lo citano in modo esplicito. Nella sua qualità di acarya, maestro esemplare della successione disciplica che insegna con l'esempio, le sue spiegazioni contengono la vasta gamma degli insegnamenti vedici, come pure le intuizioni dei santi e dei saggi del passato. Sebbene i testi principali sopra citati non contengano riferimenti diretti al maha­mantra, essi certamente glorificano il canto del santo nome. Io però ho pensato che, per coloro che vogliono approfondire la conoscenza, sarebbe utile ricercare le esplicite citazioni del maha-mantra contenute nelle scritture.

Alcuni risultati delle mie ricerche sono riportati sotto. Per i riferimenti più antichi, ho incluso il testo in sanscrito, in particolare per quelli specialisti che possono avere dubbi sulla mia traduzione. Per quanto riguarda le citazioni più recenti raccolte dalla tradizione Hare Krishna o Gaudya vaisnava do solo il testo in inglese, dato che tutta la tradizione a noi più vicina concorda con la traduzione qui riportata.



Hare Krishna Maha Mantra




PERCHÉ IL SILENZIO?

Per quanto ne so, nessun acarya della nostra tradizione ha mai spiegato la vera ragione per cui i testi principali non riportano il maha-mantra per intero. Forse gli acarya non l'hanno considerata una questione importante. Dopo tutto, le nostre scritture principali glorificano il canto del santo nome, anche se il maha-mantra non c'è. Inoltre le scritture e i maestri della tradizione parlano dell' aspetto confidenziale di alcuni mantra. Sri Sanatana Gosvami, per esempio, nel suo commentario Dig-darsinisulla Brihad-Bhagavatamrita, afferma che tali mantra dovrebbero essere cantati solo da persone qualificate che li hanno ricevuti con una vera e propria iniziazione.

Egli dice che, anche quando certe scritture parlano di questi mantra, vengono posti in atto particolari accorgimenti per celarne le sillabe esatte, oppure che la loro spiegazione viene resa intenzionalmente difficile da comprendere per coloro che non hanno familiarità con i codici criptati della letteratura trascendentale. Krishnadasa Kaviraja Gosvami, l'autore della Caitanya­cartamrita, la più autorevole biografia di Sri Caitanya, esprime un'idea simile (Adi 4.231-232): "Tutte queste conclusioni non sono adatte ad essere rivelate pubblicamente, ma se non verranno rivelate, nessuno le capirà. Perciò, le citerò, rivelandone solo l'essenza, in modo che siano comprese dai devoti amorevoli, ma non dagli sciocchi."

In altre parole, talvolta le scritture e i saggi rivelano mantra esoterici come il maha-mantra e qualche volta no. Allora il problema non è tanto capire perché i testi principali non citano il mantra, quanto perché altri testi lo fanno. La risposta è, come afferma Krishnadasa Kaviraja Gosvami, che le anime sincere saranno capaci di capirlo. Inoltre anche i grandi santi, durante le loro estasi, qualche volta non riescono a trattenersi e così il maha-mantra sfugge dalle loro labbra. Per queste ragioni e altre, l'intero mantra appare nei testi sacri e negli scritti dei saggi. Detto questo, non c'è alcuna restrizione per cantare il maha­mantra e, dopo averlo ricevuto in modo appropriato, la pratica del canto è facile e piena di gioia.

Qualcuno potrebbe chiedere: "Che importanza ha? Se la tradizione insegna che il canto Hare Krishna è essenziale per la pratica della coscienza di Krishna, che interesse ha il fatto che il maha-mantra non si trovi nei testi principali del movimento?" ln un certo senso non interessa. E tuttavia la coscienza di Krishna è basata sulla tradizione delle scritture. La verità viene riscontrata nel confronto con tre autorità: il guru, le scritture e i saggi, in particolar modo i grandi maestri spirituali della successione disciplica. La tradizione insegna che se questi tre riferimenti non concordano tra loro, c'è qualcosa che non va.

Nella tradizione vaisnava, i guru e i saggi testimoniano l'importanza del maha-mantra. Ma le scritture? Una lettura superficiale potrebbe far pensare che non lo fanno, anche se i riferimenti lo suggeriscono con forza — i testi più importanti parlano del santo nome, ma non citano mai direttamente il maha­mantra. È solo in quella che gli eruditi definiscono come letteratura "più tarda" che generalmente si trova il mantra. Gli eruditi moderni, che non appartengono alla tradizione, affermano che i quattro Veda e le Upanisad costituiscono i più antichi testi vedici (chiamati Sruti), mentre i Purana e i poemi epici apparvero più tardi. Di conseguenza, seguendo questa teoria, anche il vai snavismo o la coscienza di Krishna sono apparsi più tardi, poiché la loro pratica specifica è riportata solo nella letteratura "più tarda".

Gli eruditi arrivano a queste conclusioni usando il loro sistema di "controlli bilanciati" che è meno affidabile di quello composto da guru, saggi e scritture. Essi usano tecniche di linguistica storica comparata con riferimenti a testi la cui datazione è nota con maggiore certezza. Naturalmente questi metodi sono soggetti ad errori e in genere gli eruditi lo ammettono abbastanza apertamente. Esperti ed eruditi all'interno della tradizione comunque, insegnano che la coscienza di Krishna è eterna e che i testi vedici, sia antichi che recenti, sono basati su una tradizione orale rivelata agli albori dei tempi. Il maha-mantra fa certamente parte della tradizione orale vedica. Inoltre, il mantra stesso, come anche i riferimenti ad esso, può essere veramente trovato negli "antichi" testi vedici che sono sopravissuti nel tempo.



Hare Krishna Maha Mantra




I RIFERIMENTI PIÙ ANTICHI

1l) La Kali-santarana Upanisad, che fa parte dello Yajur Veda, afferma:

hare krishna hare krishna
krishna krishna hare hare
hare rama hare rama
rama rama hare hare

iti sodasakam namnam
kali-kalmasa-nashanam

natah parataropayah
sarva-vedesu driyate



"I sedici nomi del maha-mantra Hare Krishna — Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare — distruggono le iniquità dell'era di Kali. Questa è la conclusione definitiva di tutti i Veda."

Il significato della citazione sopra riportata è importante: questo testo delle Upanishad è un dialogo tra Brahma, il primo essere creato, e Narada, suo discepolo, che gli chiede quali siano i mezzi più efficaci per ottenere la liberazione in questa era. Brahma risponde con i versi sopra citati e in un verso precedente informa Narada che il maha-mantra è "il vero segreto della letteratura vedica", sottolineando in tal modo la natura confidenziale del mantra e la sua importanza per la tradizione vaisnava.

2) La Rama-tapani Upanishad (1.6) spiega il significato del nome Hari (Hare nel maha-mantra):

harati tri-vidham tapam
janma-koti-satodbhavam
papam ea smaratam yasmat
tasmad dharir iti smritah



"Il Signore è conosciuto come Hari perché porta via i peccati — e anche i tre tipi di sofferenza che ne derivano — di coloro che lo ricordano. Questi sono peccati accumulati in milioni di nascite."

Il Mahabharata (Udyoga-parva 71.4) spiega il significato di Krishna:

krishir bhu-vacakah sabdo
nas ca nirvriti-vacakah
tayor aikyam param brahma
krishna ity abhidhiyate



"La radice krish indica il fascino supremo del Signore; il suffisso na indica la gioia suprema. Quindi il nome Krishna indica il Supremo Brahman [spirito], che è il culmine di queste due caratteristiche."
Nel Padma Purana, il Sata-nama-stotra (8) del Signore Ramacandra definisce Rama in questo modo:

ramante yogino 'nante
satyanande cid-atmani
iti rama-padenasau
param brahmabhidhiyate



"Gli yogi o coloro che desiderano unirsi a Dio traggono piacere dal Supremo Sé, che si manifesta con una forma assoluta di eternità, conoscenza e felicità. Questa stessa verità, conosciuta come Parabrahman, è chiamata anche Raa."

3) La Caitanya Upanishad (versi 11-12), parte dell'Atharva Veda, ci dice che il maha-mantra Hare Krishna è composto interamente dai nomi di Krishna:

svanama-mula-mantrena sarvam
hladayati vibhuh sa eve mulam-mantram
japati haririti krishna iti rama iti

harati hridaya-granthim vasana-rupam
iti harih krishih smarane tac ca nas tad
ubhaya-melanam iti krishnah, ramayati
sarvam iti rama ananda-rupah atra shloko bhavati



"Hari è colui che scioglie il nodo del desiderio materiale che si è formato nel cuore. Ci possiamo unire al Signore ricordando la radice krish e il suffisso na che costituiscono il fondamentale inno di glorificazione: Krishna. E Rama è colui che dà piacere a tutto ed è la forma della felicità."

Poiché la parola hare è al vocativo sia per hari (un nome di Krishna) sia per hara (un nome di Radha), alcuni testi, come quello appena citato, interpretano "Hare" del maha-mantra come un'invocazione a Krishna. Commentatori più recenti, comunque, sostengono con forza che, nella sua più estesa e sublime interpretazione spirituale, Hare si riferisce a Radha, l'eterna consorte di Krishna e la vera manifestazione della sua potenza di piacere spirituale. Sri Jiva Gosvami, acarya della linea Gaudiya vaisnava, ci spinge in questa direzione quando nella sua spiegazione del maha-mantra, la Maha-mantratha-vyakhya, scrive (versi 1 e 2):

hare krishna hare krishna
krishna krishna hare hare
hare rama hare rama
rama rama hare hare

sarva-ceta-harah krishnas
tasya cittam haraty asau
vaidagdhi-sara-vistarair
ato radha hara mata

"Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Krishna ruba la mente di tutti gli esseri viventi [che è il significato di "Hari"], ma Radharani ruba perfino la Sua mente quando usa le sue qualità spirituali. Perciò è conosciuta come Hara, come nel maha-mantra."





4) La Ananta-samhita, un altro testo antico, ci dice:



hare krishna hare krishna
krishna krishna hare hare
hare rama hare rama
rama rama hare hare

sodashaitani namani
dvatrimshad varnakani hi
kalau yuge maha-mantrah
sammato jivatarane

varjayitva tu namaitad
durjanaih parikalpitam
chandobaddham susiddhanta
viruddham nabyaset padam

tarakam brahma-namaitad
brahmana gurunadina
kalisantaranadyasu
shruti-svadhigatam hareh

praptam shri brahma-shisyena
shri naradena dhimata
namaitad-uttamam shrauta-
paramparyena brahmanah

utsjyaitan-maha-mantram
ye tvanyat kampitam padam
maganameti gayanti
te shastra-guru langhanah

tattva-virodha-sampriktam
tadrisam daurjanam matam
sravataha pariharyam syad
atma-hitarthina sada

hare krishna hare krishna
krishna krishna hare hare
hare rama hare rama
rama rama hare hare



"Hare Krishna Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare."

Questo mantra di sedici nomi e di trentadue sillabe è il maha-mantra dell'era di Kali ed è con questo mantra che tutti gli esseri viventi possono essere liberati. Non si dovrebbe lasciare questo mantra per seguire altri cosiddetti metodi religiosi praticati da anime meno qualificate, né si dovrebbero cantare combinazioni inventate dei nomi di Krishna che contraddicono le pure conclusioni delle scritture o contengono emozioni incongruenti. A proposito di questo divino maha-mantra spirituale, che libera dall'esistenza materiale, il guru originale, il Signore Brahma, ha detto: 'La Kali-santarana Upanishad ha dichiarato che questo mantra è il miglior mezzo per ottenere la liberazione nell'era di Kali.' Udito questo da Brahma, i suoi figli e discepoli, a cominciare da Narada, accettarono tutti il maha-mantra Hare Krishna e, dopo aver meditato su di esso, ottennero la perfezione."

5) Nel Brahma Yamala tantra, un antico libro di istruzioni sui rituali, si trova ciò che segue:



harim vina nasti kincat
papani-starakam kalau
tasmal-lokoddharanartham
hari-nama prakashayet

sarvatra mucyate loko
maha-papat kalu yuge
hare-krishna-pada-dvandvam
krishneti ca pada-dvayam

tatha hare-pada dvandvam
hare-rama iti dvayam
tad-ante ca maha-devi
rama rama dvayam vadet

hare hare tato bruyad
harinama samud dharet
maha-mantram ca krishnaya
sarva papa pranashakam iti



"Senza Hari, non c'è modo di sradicare i peccati dell'era di Kali e perciò è essenziale che il nome di Hari (hari-nama) risuoni in tutti i mondi. Con il risuonare di questo mantra, tutte le dimensioni possono essere liberate dai gravi peccati dell'era di Kali. Prima si deve cantare due volte 'Hare Krishna' , poi due volte 'Krishna', poi due volte 'Hare', poi due volte 'Hare Rama' ed infine, O Mahadevi, si deve cantare due volte 'Rama' e poi 'Hare Hare'. In questo modo si deve pronunciare l'hari-nama-maha-mantra, che distrugge tutti i peccati."

6) Dal Radha Tantra:



shrinu matarmahamaye
vishva-bija-svarupini
hari namno mahamaye
kramam vad sureshvari

"Ascoltami, O madre Mahamaya, seme dell'universo, amante degli esseri celesti! Ti chiedo per favore di spiegarmi la sequenza dell'hari­nama."



hare krishna hare krishna
krishna krishna hare hare
hare rama hare rama
rama rama hare hare

dvatrimshad aksaranayeva
kalau namani sarvadam
etan mantram suta shrestha
prathamam shrinuyan narah



"Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare." O migliore dei figli, questo è il modo in cui devi cantare queste trentadue sillabe e questi sedici nomi nell'era di Kali. Questo mantra dovrebbe essere ascoltato da tutti gli esseri umani."

7) Dhyanacandra Gosvami, uno dei primi seguaci di Caitanya Mahaprabhu, nel suo Gaura-govindarcana-smarana-paddhati (132-136) per descrivere il maha-mantra Hare Krishna fa riferimento ad un antico testo vedico:

Ci sono tre mantra di Krishna che sono molto puri e potenti. Sono famosi per donare l'amore per Dio a coloro che li cantano. La Sanat-kumara-samhita fa riferimento al primo mantra: "Le parole Hare Krishna sono ripetute due volte e poi Hare e Krishna si ripetono due volte separatamente nello stesso modo. Poi anche Hare Rama, Rama e Hare sono ripetuti due volte. Così il mantra fluisce come segue: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare, Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare."

Anche nella Sanat-kumara-samhita si trova la meditazione che accompagna questo maha-mantra: "Sri Krishna sta giocando nelle fresche acque della Yamuna o all'ombra di un albero kadamba nella bella foresta di Vrindavana. È in compagnia delle mucche, dei pastorelli e di Sri Radha. È molto abile a suonare il flauto, mentre in piedi assume un'affascinante posa a tre curve, riversando sempre misericordia e gentilezza sui devoti."

8) Gopala Guru Gosvami, il successore di Dhyanacandra, fa questa citazione tratta dal Brahmanda Purana, che parla dei nomi del maha-mantra:

Il Signore è conosciuto come Hari perché toglie l'ignoranza ai Suoi devoti. Anzi, rivela loro la Sua vera natura e la Sua forma personale spirituale. Poiché Radha, la gioia di Krishna, ruba la mente di Krishna, è conosciuta con il nome di Hara. Lo scuro Signore dagli occhi di loto, il maestro della più grande felicità, Colui che porta piacere a Gokula, il figlio di Nanda, è conosciuto come Krishna. Egli è noto anche come Rama perché le gioie della vita coniugale sono l'essenza del Suo essere, perché Egli è la divinità incarnata dei divertimenti d'amore e perché dà piacere a Srimati Radharani.



Hare Krishna Maha Mantra




IL MAHA-MANTRA NELLA LETTERATURA PIÙ RECENTE

Mentre quelli riportati sopra sono i pochi riferimenti al maha-mantra che si trovano nei testi vedici più antichi, la grande maggioranza dei riferimenti si trova nel corpus più recente della letteratura vaisnava. In questi riferimenti qualche volta il maha­mantra è riportato interamente, oppure con una semplice abbreviazione con le parole "Hare Krishna". Ecco alcuni esempi di entrambi i casi:

(1) Rupa Gosvami, il più importante dei primi associati di Caitanya Mahaprabhu, nella sua Laghu-Bhagavatamrita (1.4) così loda il canto Hare Krishna: "Le sillabe 'Hare Krishna' pronunciate dalle labbra di Sri Caitanya Mahaprabhu inondano l'universo dell'amore per Dio. Che questi nomi vengano glorificati!"

(2) Sri Rupa desidera intensamente di ottenere di nuovo un'udienza da Sri Caitanya che canta sempre Hare Krishna. Nella Stavamala, Prathama Caitanyastakam (5) "Quando Sri Caitanya Mahaprabhu — la cui lingua danza sempre al canto ad alta voce di Hare Krishna; che conta il numero di volte che canta sulla meravigliosa striscia di stoffa che circonda i Suoi fianchi, legata con nodi per cantare; i cui occhi sono così grandi che sembra si dilatino fino a raggiungere i Suoi orecchi e le cui braccia arrivano fino alle ginocchia — diverrà nuovamente visibile ai miei occhi?"

(3) Baladeva Vidyabhushana, un famoso insegnante della tradizione Gaudiya del diciottesimo secolo, nella sua Stava-mala­vibhushana-bhasya conferma che "Hare Krishna" nel verso prima citato di Rupa Gosvami si riferisce al maha-mantra di trentadue sillabe: "Il mantra Hare Krishna risuonava nella bocca di Caitanya Mahaprabhu. Il mantra che contiene sedici nomi e trentadue sillabe danzava sulla Sua lingua."

(4) Raghunatha Dasa Gosvami, uno dei famosi sei Gosvami di Vrindavana, nella sua Shaci-sunvastakam (5) scrive: "Quando il figlio di Madre Saci [Sri Caitanya] — che, considerando i residenti del Bengala come Suoi, li ispirava a cantare Hare Krishna un numero prescritto di volte al giorno e che come un padre dava loro molte affettuose istruzioni — sarà ancora visibile ai miei occhi?"

(5) Sarvabhauma Bhattacarya, un intimo associato del Signore Caitanya, nella sua Caitanya-satakam (64) afferma: "Vedendo le persone del mondo afflitte dai peccati dell'era di Kali, Sri Caitanya Mahaprabhu in persona dette loro il santo nome e ordinò loro di eseguire ad alta voce il canto congregazionale di questo maha­mantra, danzando e accompagnandosi con strumenti musicali."

(6) L'esempio seguente del modo in cui Caitanya Mahaprabhu cantava il maha-mantra si trova nel Caitanya­mangala di Locana Dasa: "Una volta Mahaprabhu fece visita alla casa di un brahmana e lo abbracciò. Il kirtana che seguì rese quel luogo simile a Vrindavana e una moltitudine di persone si riunì per ascoltare e cantare i santi nomi: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare."

(7) Nella Caitanya-bhagavata (2.23.75­78), la prima biografia di Sri Caitanya, Vrindavana Dasa Thakura cita direttamente il maha-mantra: "Con molta gioia il Signore ordinò a tutti: 'Ascoltate il maha-mantra dei nomi di Krishna: Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. lo ho pronunciato questo maha-mantra. Recitate sul japa questo mantra un numero prescritto di volte e otterrete tutte le perfezioni. Cantate questo mantra in ogni momento. Non c'è nessun'altra regola."

(8) Nella Caitanya-bhagavata (1.14.143­147), Vrindavana Dasa Thakura cita le istruzioni di Sri Caitanya a Tapana Misra: "Tutto viene realizzato dall'hari-nama­sankirtana, compreso lo scopo della vita e i mezzi per conseguirlo. In questa era di Kali, l'unico mezzo per liberarsi è il canto dei nomi di Hari. Non c'è altro modo, non c'è altro modo, non c'è altro modo. Hare Krishna, Hare Krishna, Krishna Krishna, Hare Hare / Hare Rama, Hare Rama, Rama Rama, Hare Hare. Questo verso composto di nomi è chiamato maha­mantra, contiene sedici nomi del Signore ed è formato da trentadue sillabe. Cantare ripetutamente questo mantra risveglierà il germoglio dell'amore per Dio che è nei nostri cuori. Pertanto attraverso il canto si comprende lo scopo della vita e il modo di raggiungerlo."


CONCLUSIONE

I grandi acarya della successione disciplica di Sri Caitanya (la linea rappresentata dal movimento Hare Krishna) hanno dato al mondo numerose indicazioni e istruzioni a proposito del canto del maha-mantra. Perciò, sebbene non esplicitamente citato nei tre principali testi, come detto all'inizio di questo articolo, il riferimento implicito al mantra pervade la tradizione. Tutto lo Srimad-Bhagavatam, infatti, mette al centro l'ascolto e il canto Hare Krishna — con molti riferimenti all'hari-kirtana e all'hari-sankirtana — come pure la Bhagavad-gita. Ambedue i testi glorificano le grandi anime che sanno che il canto dei nomi del Signore è la pratica centrale della vita spirituale. Come anche per la Caitanya-caritamrita, la biografia più approfondita di Caitanya Mahaprabhu, ogni cambiamento importante della vita del Signore è evidenziato dal canto. Per esempio, noi sappiamo come il canto del maha-mantra abbia cambiato presto il corso della Sua vita e come il Suo canto abbia ispirato e illuminato altri.

Ma, come affermato prima, il maha­mantra deve essere trasmesso da un maestro spirituale autentico a un discepolo sincero. Naturalmente, la tradizione insegna che tutti possono cantarlo e che non ci sono regole fisse e difficili per farlo. Ma l'esempio personale di Caitanya Mahaprabhu mostra che Egli, solo dopo aver ricevuto il maha-mantra da Isvara Puri suo precettore spirituale, fu intossicato dall'amore per Dio. In altre parole, il vero frutto del mantra è dato da una persona che sta già gustando questo frutto. E le scritture, mentre incoraggiano i devoti a prendere l'iniziazione, generalmente si limitano ad indicare il mantra e la sua efficacia, ma l'effetto totale si manifesta quando una persona si abbandona al maestro spirituale della successione disciplica.

Ma rivediamo per un momento il problema del perché il maha-mantra non si trova nei testi principali del movimento Hare Krishna. Prima di tutto, originariamente era un mantra della Sruti, che si trovava in testi come la Kali-santarana Upanishad, citata prima. Stando così le cose, era considerato un mantra confidenziale e come tale normalmente sarebbe stato rivelato in modo implicito piuttosto che esplicitamente, come attestano sia Sanatana Gosvami sia Krishnadasa Kaviraja Gosvami. Questo spiegherebbe come mai non si trova citato in modo esplicito nella Bhagavad-gita o nello Srimad-Bhagavatam, anche se queste scritture sottolineano l'importanza del canto del santo nome di Krishna. Comunque, Caitanya Mahaprabhu rese disponibile a tutti l'amore per Dio e così facendo dette inizio alla vera gloria del maha-mantra, nel senso della sua infinita potenza e della sua accessibilità per tutti coloro che lo volessero. Anzi, lo rivelò come una speciale elargizione per l'attuale era di discordia e di ipocrisia.

Perché nella Caitanya-caritamrita non c'è il maha-mantra? Krishnadasa Kaviraja Gosvami scrive che non ripeterà impropriamente ciò che era stato rivelato dal biografo precedente Vrindavana Dasa Thakura, che, come abbiamo visto, aveva citato il maha-mantra. Basandosi sull'informazione esplicita dei suoi predecessori, Krishnadasa Kaviraja Gosvami scrive molti versi che glorificano il canto del santo nome. Quando usa parole come hari-nama e maha-mantra, i suoi lettori sapevano già a cosa si riferiva. In conclusione le scritture e i grandi acarya talvolta rivelano il maha-mantra per intero e talvolta no. Ma una cosa è certa: coloro che sono sinceri alla fine riceveranno il santo nome e perciò otterranno la perfezione.



Satyaraja Dasa, discepolo di Srila Prabhupada, collabora con regolarità a BTG e ha scritto più di venti libri. Vive con la moglie e la figlia vicino a New York City.

Praticare la coscienza di Krishna a casa

posted Jun 14, 2012, 8:17 AM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 2:32 PM ]

Il fatto di vivere in un tempio o in un asrama in compagnia dei devoti di Krsna, rende più facile compiere tale servizio; tuttavia, se si è determinati, si possono seguire gli insegnamenti della coscienza di Krsna a casa, trasformando così la stessa nostra dimora in un tempio.

Come la vita materiale, così anche la vita spirituale significa attività pratica. La differenza sta nel fatto che mentre le attività materiali vengono compiute per il beneficio personale, le attività spirituali devono essere compiute per Sri Krsna seguendo la guida di un maestro spirituale e delle Scritture.

La chiave sta nell'accettare la guida delle Scritture e del guru. Nella Bhagavad-Gita Krsna dichiara che per una persona non è possibile raggiungere la felicità né la destinazione suprema della vita — che consiste nel tornare a Dio, a Krsna, nella nostra dimora originale — se non si seguono le ingiunzioni delle Scritture.
Un maestro spirituale autentico poi insegnerà al discepolo il modo di seguire le regole delle Scritture impegnandosi in un particolare servizio al Signore. Se non si seguono le istruzioni di un maestro spirituale appartenente a una catena autorizzata proveniente da Krsna Stesso in una successione di maestri, non è possibile fare progressi nel campo della spiritualità.

Il metodo delineato qui è quello senza tempo del bhakti-yoga, così come esso è stato trasmesso dal più importante maestro spirituale, esponente della coscienza di Krsna dei nostri tempi, Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swa-mi Prabhupàda, acarya fondatore dell'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krsna (ISKCON).

L'obiettivo della coscienza spirituale consiste nel portarci più vicini a Dio, Sri Krsna. Come Krsna dice nella Bhagavad-gita (18.55) bhaktyà màrh abhijànàti: 

"Posso essere conosciuto soltanto mediante il servizio devozionale." 

La conoscenza ci guida alla giusta azione. La conoscenza spirituale ci guida a soddisfare i desideri di Krsna mediante l'impegno pratico nel Suo servizio d'amore. Senza applicazione pratica, la conoscenza teorica ha scarso valore.
La conoscenza spirituale è destinata a dirigere in tutti gli aspetti della vita. Dovremmo quindi cercare di organizzare la nostra vita in modo tale da poter seguire il più possibile gli insegnamenti di Krsna. Dovremmo sforzarci al massimo delle nostre possibilità per fare più di quanto non sia semplicemente conveniente. Allora diventerà per noi possibile elevarci al livello trascendentale della coscienza di Krsna, pur vivendo fuori dal tempio.

Il canto del mantra Hare Krsna 

II primo principio nel servizio devozionale consiste nel cantare il maha-mantra (maha significa "grande"; mantra significa "suono che libera la mente dall'ignoranza"):



Hare Krsna, Hare Krsna,
Krsna Krsna, Hare Hare
Hare Rama, Hare Rama,
Rama Rama, Hare Hare



Questi santi nomi del Signore possono essere cantati in ogni luogo e in ogni tempo, ma la cosa migliore è fissare un tempo specifico del giorno per cantare regolarmente. 
Le ore del primo mattino sono ideali.

Il canto può essere fatto in due modi: il canto del mantra chiamato kìrtana (normalmente cantato in gruppo), e il canto recitato sottovoce per se stessi chiamato japa (che letteralmente significa "parlare sottovoce"). Bisogna concentrarsi nell'ascolto del suono dei santi nomi. Mentre si canta, si devono pronunciare i nomi chiaramente e distintamente, rivolgendosi a Krsna in un'attitudine di preghiera. Quando la nostra mente comincia a vagare qua e là bisogna riportarla sul suono dei santi nomi del Signore. Il canto è una preghiera diretta a Sri Krsna e ha il seguente significato: 

"O energia del Signore (Hare), o Signore infinitamente affascinante (Krsna), o beneficiario supremo (Rama), per favore, impegnami al Tuo servizio."

Quanto più attento e sincero sarà il canto di questi nomi di Dio, tanto più grande sarà il progresso spirituale ottenuto.
Poiché è dotato di ogni potenza e di ogni misericordia, Dio ha reso questo canto molto facile investendo nei Suoi santi nomi tutte le Sue potenze. Per questa ragione i nomi di Dio e Dio Stesso sono identici. Ciò significa che quando cantiamo i santi nomi di Krsna e di Rama, noi ci troviamo in diretta associazione con Lui e ci purifichiamo. Per questa ragione dovremmo sempre cercare di cantare con devozione e con un senso di reverenza. La letteratura vedica afferma che Sri Krsna danza personalmente sulla nostra lingua, quando cantiamo il Suo santo nome.

Quando si canta in solitudine, la cosa migliore è recitare sui grani della corona chiamata japa-mala (reperibile presso i centri Hare Krsna). Questo non solo aiuta a fissare la mente sul canto del santo nome, ma anche a contare il numero delle volte che il mantra viene recitato giornalmente. Una corona (japa) è composta da 108 grani e da un grano principale. Si comincia a recitare dal grano più vicino a quello principale e si fanno passare i grani tra il pollice e il medio della mano destra mentre si recita il mantra completo Hare Krsna. Poi si passa al secondo grano e si ripete il procedimento. Così si recita su ognuno dei 108 grani, finché si raggiunge di nuovo il grano principale. Questo costituisce un giro di japa. Per iniziare il giro successivo, saltando il grano principale, che non va mai toccato, si cambia direzione e si comincia a recitare a partire dall'ultimo grano su cui si è terminato il mantra precedente.
I devoti iniziati fanno voto dinanzi al maestro spirituale di cantare almeno sedici giri al giorno del mantra Hare Krsna. Tuttavia anche se si canta un solo giro al giorno, il principio da tenere presente è che dal momento che ci si è impegnati a cantare un numero di giri prefissato, si dovrebbe cercare di completarli ogni giorno, immancabilmente. Quando si sente il desiderio di cantare di più, allora si aumenta il numero minimo di giri giornaliero — ma in seguito non si dovrebbe scendere al di sotto quel numero. 



continua.....(dalla Sri Isopanisad)

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Re:Praticare la coscienza di Krishna a casa 26/10/2009 14:37 Karma: 26   

E’ possibile cantare di piu’ di quel numero fissato, ma si dovrebbe mantenere fisso un numero minimo ogni giorno. (Occorre tener presente, che i grani della corona sono sacri e perciò non dovrebbero mai toccare il pavimento o essere poggiati in un luogo sporco. Per mantenere puliti i grani è meglio tenere la corona in un apposito sacchetto).

A parte il canto del japa, si possono cantare i santi nomi del Signore anche nei kìrtana.

Si può cantare anche in solitudine, ma generalmente il kìrtana è compiuto con altri. Un melodioso kìrtana in compagnia della famiglia e degli amici è sicuramente ravvivante per tutti. Per tradizione i devoti dell'Associazione per la coscienza di Krsna si servono di melodie e di strumenti tradizionali soprattutto nei templi, ma è possibile cantare qualsiasi melodia e usare qualsiasi strumento musicale per accompagnare il proprio canto. Come dice Sri Caitanya: "Non vi sono rigide regole per cantare Hare Krsna."
Come sistemare il tuo altare 

Si può facilmente capire che il japa e il kìrtana sono più efficaci quando sono eseguiti dinanzi all'altare. Sri Krsna e i Suoi puri devoti sono così gentili che ci concedono di adorarli anche mediante le loro immagini.
E’ una cosa molto simile alla spedizione di una lettera. Non è possibile imbucare una lettera in una cassetta qualsiasi; si deve usare la cassetta adibita a questo scopo dagli uffici postali. Analogamente non possiamo adorare una rappresentazione immaginaria di Dio; dobbiamo invece adorare l'immagine di Dio che è autorizzata, e in questo caso Krsna accetta la nostra adorazione fatta a quell'immagine.

Sistemare un altare a casa significa ricevere il Signore e i Suoi puri devoti come gli ospiti maggiormente degni di onore. Dove sistemare l'altare? Dove si fa accomodare un ospite? Un luogo ideale dovrebbe essere pulito, luminoso e libero da correnti d'aria e da rumori casalinghi. L'ospite dovrebbe naturalmente avere un seggio confortevole, ma per un'immagine di Krsna ci vorrà uno scaffale a parete,

un'angoliera o il ripiano più alto di una libreria. Non si dovrebbe far sedere un ospite in casa e poi ignorarlo; si deve anche offrirgli la propria compagnia sedendosi per poterlo comodamente guardare e comunicare con lui. Perciò non è il caso di costruire un altare inaccessibile.

Quali oggetti devono essere sistemati sull'altare? Diamo qui l'elenco degli oggetti indispensabili:

1) Una fotografia di Srìla Prabhupàda;
2) Una fotografia di Sri Caitanya e dei Suoi associati;
3) Un'immagine di Sri Sri Ràdhà e Krsna.

Inoltre ci vuole un tessuto di guarnizione dell'altare, coppette per l'acqua, una per ogni fotografia, candelieri e candele, un piatto speciale per l'offerta del cibo, un piccolo campanello, un incensiere e incenso, fiori freschi che possono essere offerti in vasi o semplicemente posti ai piedi delle singole fotografie. Se si è interessati a mantenere un'adorazione più elaborata delle Divinità, è necessario informarsi presso i devoti. 

La prima persona che si deve adorare sull'altare è il maestro spirituale. Il maestro spirituale non è Dio. Soltanto Dio è Dio, ma poiché il maestro spirituale è il Suo più caro servitore, Dio lo ha investito di potenza e per questa ragione gli si deve il medesimo rispetto che si offre a Dio. Egli lega il discepolo a Dio e gli insegna il metodo del bhakti-yoga; è l'ambasciatore di Dio nel mondo materiale. Quando un presidente invia un ambasciatore in un paese straniero, l'ambasciatore riceve il medesimo rispetto che si accorda al presidente e le parole dell'ambasciatore sono considerate altrettanto autorevoli di quelle del presidente. Similmente si dovrà manifestare al maestro spirituale il medesimo rispetto che si deve a Dio e riverire le sue parole come se fossero le parole di Dio.

Vi sono due categorie di guru: il guru istruttore e il guru iniziatore.

Chiunque accetti il procedimento del bhakti-yoga ottiene un debito immenso di gratitudine verso Srìla Prabhupada per il fatto di essere entrato in contatto con l'Associazione per la Coscienza di Krsna.
Srìla Prabhupada lasciò l'India nel 1965 per diffondere la coscienza di Krsna al di fuori della sua terra, cioè dove tutti erano all'oscuro circa la pratica del puro servizio devozionale che si offre a Sri Krsna.
Per questa ragione chiunque ne abbia appreso il procedimento attraverso i suoi libri, attraverso la sua rivista “Ritorno a Krsna”, attraverso le sue registrazioni, o il contatto con i suoi seguaci, dovrebbe offrire a Srila Prabhupada il suo rispetto. In quanto fondatore e guida spirituale dell'Associazione Internazionale per la Coscienza di Krsna, egli è il guru istruttore di tutti noi.

Progredendo nel bhakti-yoga, si può sviluppare il desiderio di accettare l'iniziazione. Prima di lasciare questo mondo, nel 1977, Srila Prabhupada autorizzò un metodo secondo il quale i suoi discepoli avanzati e qualificati avrebbero continuato la sua attività iniziando i discepoli sulla base delle sue istruzioni.
Attualmente nell'ISKCON vi sono molti maestri spirituali. Se si desidera entrare in contatto con loro per ricevere la loro guida spirituale, ci si deve informare presso i devoti del tempio più vicino oppure scrivere al presidente di uno dei Centri del movimento Hare Krsna, elencati nelle prime pagine di questo libro.

Il secondo quadro del vostro altare dovrebbe essere quello del panca-tattva, cioè di Sri Caitanya Mahàprabhu e dei Suoi quattro associati principali. Sri Caitanya è l'incarnazione di Dio per questa era. Egli è Krsna Stesso disceso nella forma di un Suo devoto per insegnarci il modo di arrendersi a Lui, in modo particolare servendosi del canto dei Suoi santi nomi e compiendo altre attività del bhakti-yoga. Sri Caitanya è l'incarnazione più misericordiosa perché ha reso facile per tutti raggiungere l'amore per Dio mediante il canto del mantra Hare Krsna.
Naturalmente sull'altare dovrebbe essere presente una immagine di Dio, la Personalità Suprema, Sri Krsna, con la Sua eterna consorte, Srimati Radharani che è la potenza spirituale di Krsna. Radharani è il servizio personale personificato e i devoti si rifugiano sempre in Lei per apprendere il modo di servire Krsna.
Le fotografie possono essere disposte in un triangolo con la foto di Srila Prabhupàda sulla sinistra, la fotografia di Sri Caitanya e dei Suoi associati sulla destra e nella parte centrale il quadro di Radha e Krsna (se possibile un po' più grande degli altri), su una piccola piattaforma elevata.

Oppure si può appendere il quadro di Radha e Krsna sulla parete, al di sopra dell'altare.
L'altare deve essere scrupolosamente pulito ogni mattina. Nell'adorazione delle Divinità la pulizia è essenziale. Come non trascureremmo la pulizia della stanza di un ospite importante, così dobbiamo tenere presente che, costruendo un altare, stiamo invitando Dio con i Suoi puri devoti a risiedere nella nostra casa come i più importanti tra gli ospiti. Dovremmo quindi comportarci di conseguenza.
Bisogna procurarsi alcune coppette per l'acqua, e dopo averle ben sciacquate, riempirle ogni giorno di acqua fresca e porle adeguatamente vicino alle fotografie.
Dovreste quindi procuravi gli oggetti che abbiamo suggerito finora. In realtà, è una cosa semplice: se si cerca di amare Dio, gradualmente si realizza quanto Egli ci ami. Questa è l'essenza del bhakti-yoga.
Prasàdam: come nutrirsi di cibo spirituale 

Con le Sue immense energie spirituali, Krsna può trasformare la materia in spirito. Se si mette nel fuoco una sbarra di ferro, essa ben presto diventerà rossa e infuocata ed agirà come se fosse fuoco. Analogamente il cibo preparato per Krsna e offerto con amore e devozione, si spiritualizza. Tale cibo offerto è chiamato “Krsna prasadam” che significa "la misericordia di Krsna".

Mangiare prasadam è una pratica fondamentale del bhakti-yoga. In altre forme di yoga i sensi vengono artificialmente repressi, ma chi pratica il bhakti-yoga può impegnare i suoi sensi in una varietà di attività spirituali piacevoli, come gustare il delizioso cibo offerto a Krsna. In questo modo i sensi gradualmente si spiritualizzano e portano al devoto un piacere trascendentale sempre crescente, quando egli accetta di impegnarsi nel servizio devozionale. Tale piacere spirituale supera di gran lunga ogni genere di esperienza materiale.
Sri Caitanya afferma a proposito del prasadam: "Tutti hanno gustato questi cibi prima. Tuttavia, ora che essi sono stati preparati per Krsna e offerti a Lui con devozione, questi cibi hanno acquistato un gusto straordinario e un profumo non comune. Assaggiandoli se ne può sperimentare praticamente la differenza. 

Oltre al gusto anche l'aroma soddisfa la mente e permette di dimenticare ogni altro aroma. A questo punto diventa possibile capire che il nettare spirituale delle labbra di Krsna deve aver toccato questi cibi ordinari e conferito loro tutte le qualità trascendentali."
Mangiare soltanto cibo offerto a Krsna è la perfezione del vegetarianesimo.

Il vegetarianesimo in se stesso non è sufficiente; dopo tutto, anche i piccioni e le scimmie sono vegetariani. Se invece dal vegetarianesimo passiamo al prasàdam, ci accorgeremo che il nostro nutrimento contribuirà a farci raggiungere la meta della vita umana, risvegliando la relazione originale dell'anima con Dio. 
Nella Bhagavad-gita Krsna afferma che se non si mangia solo cibo offerto a Lui in sacrificio, si dovrà soffrire per le reazioni del karma.
Come preparare e offrire il prasàdam 

Mentre vi aggirate tra i vari settori del supermercato per i vostri acquisti già dovreste essere informati su ciò che può essere offerto a Krsna e ciò che non può esserGli offerto. Nella Bhagavad-gita Sri Krsna afferma: "Se qualcuno Mi offre con amore e devozione una foglia, un fiore, un frutto o dell'acqua, accetterò la sua offerta."
Da questo verso risulta chiaro che possiamo offrire a Krsna soltanto cibi preparati con prodotti del latte, con vegetali, frutta, frutta secca e cereali.
Carne, pesce e uova non possono essere offerti. Sono vietati anche alcuni alimenti vegetali, come l'aglio e la cipolla, che si situano sotto l'influenza dell'ignoranza (l’hing o assafetida sono sostituti di quei prodotti e sono facilmente reperibili). Inoltre non si possono offrire a Krsna né caffè né té perché questi prodotti contengono caffeina. In sostituzione si possono acquistare tisane di erbe e orzo tostato. Bisogna quindi fare molta attenzione a non acquistare prodotti che contengano carne, pesce o uova in altre forme; perciò leggete attentamente le etichette degli ingredienti contenuti in ogni prodotto

. Alcune marche di yogurt, per esempio, contengono gelatina, una sostanza fatta con gli scarti della carne (corna, piedi, ossa, ecc.). Assicuratevi anche che i formaggi non contengano caglio animale, un enzima che si estrae dal tessuto dello stomaco dei vitelli uccisi; sono molti i formaggi duri che lo contengono. Si deve quindi fare molta attenzione prima di acquistare formaggi di cui non è possibile verificare l'assenza di caglio animale. Si devono anche evitare i cibi cucinati dai non devoti. Secondo le leggi sottili della natura chi cucina agisce sul cibo non solo fisicamente, ma anche mentalmente.
Il cibo diventa quindi un agente di influenze sottili sulla coscienza individuale. Il principio è il medesimo che si può riscontrare anche in un lavoro di pittura: un dipinto non è soltanto un insieme di colpi di pennello su una tela, ma l'espressione di uno stato d'animo dell'artista, e colpisce chi l'osserva. Perciò, se mangiate cibo cucinato da un non devoto sicuramente assorbirete una dose di materialismo e di karma..

Per quanto è possibile usate soltanto ingredienti freschi e naturali.

Nella preparazione del cibo la pulizia è il principio più importante. A Dio non si deve offrire niente che sia impuro. Perciò la cucina dev'essere mantenuta ben pulita. Prima di entrare in cucina lavatevi sempre accuratamente le mani. Mentre si prepara il cibo non si devono fare assaggi perché non state cucinando per voi stessi, ma per il piacere di Krsna. Le porzioni di cibo devono essere disposte su un piatto che dev'essere usato soltanto per l'offerta. Non si deve mangiare su questo piatto. Il modo più semplice per offrire il cibo consiste nel pregare Sri Krsna affinchè accetti la nostra offerta e nel recitare per tre volte le preghiere che seguono, suonando un campanello:
1) Preghiera a Srìla Prabhupada
nama om visnu-padaya krsna-presthaya bhu-tale
srimate bhaktivedanta-svamin iti namine
namas te sarasvate deve gaura-vani-pracarine
nirvisesa-sunyavadi-pascatya-desa-tarine 

"Offro i miei rispettosi omaggi a Sua Divina Grazia A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupada che è molto caro a Krsna, perché ha preso rifugio ai Suoi piedi di loto. Il nostro rispettoso omaggio a te, maestro spirituale, servitore di Bhaktisiddhanta Sarasvati Gosvami. Tu stai gentilmente predicando il messaggio di Sri Caitanyadeva e liberando i Paesi dell'Occidente dove l’impersonalismo e il nichilismo imperversano."
2) Preghiera a Sri Caitanya:
namo maha-vadanyaya krsna-prema pradaya te
krsnaya krsna-caitanya-namne gaura-tvise namah [i/]
"Tu, la più magnanima tra le incarnazioni, sei Krsna Stesso apparso nella forma di Sri Caitanya Mahàprabhu. Tu hai assunto il colore dell'oro fuso di Srimati Radharani e hai ampiamente distribuito il puro amore per Krsna. Ti offriamo i nostri rispettosi omaggi."
3) Preghiera a Sri Krsna:
namo brahmanya-devaya go-brahmana-hitaya ca
jagad-dhitaya krsnaya govindaya namo namah 
"Offro i miei rispettosi omaggi a Sri Krsna che è la Divinità degna di adorazione per tutti i brahmana, il benefattore delle mucche e dei brahmana, e il benefattore del mondo intero. Offro ripetutamente gli omaggi alla Personalità di Dio, nota come Krsna e Govinda."
Si deve ricordare anche che il vero scopo della preparazione dell'offerta è quello di mostrare a Lui la nostra devozione e la nostra gratitudine. Krsna accetta la vostra devozione, non l'offerta in se stessa.

Dio è completo in Se Stesso — non ha bisogno di nulla — ma a causa della Sua immensa gentilezza Egli ci concede di offrirGli il cibo in modo che sia possibile sviluppare un sentimento di amore per Lui.


Dopo averGli offerto il cibo, occorre aspettare almeno cinque minuti prima di servire le vivande. Poi si dovrà trasferire il cibo dal piatto speciale sui piatti di uso normale, e lavare il piatto e gli altri utensili usati per l'offerta. Ora voie i vostri ospiti potete gustare il prasàdam. Mentre mangiate cercate di apprezzare il valore del cibo, ricordando che Krsna lo ha accettato. Esso quindi non è differente da Lui e consumandolo ci purificheremo.

Tutto ciò che si offre sull'altare diventa prasàdam, misericordia di Krsna. 
I fiori, l'incenso, l'acqua e il cibo — tutto ciò che si offre per il piacere del Signore si spiritualizza. Quando offriamo qualcosa al Signore con amore e devozione, Egli entra nell'offerta e in questo modo ciò che resta non differisce da Lui. Perciò non solo si devono trattare con riguardo le cose offerte, ma si possono anche offrire in dono ad altri. L'offerta del prasàdam è un aspetto essenziale dell'adorazione delle Divinità.
La vita di ogni giorno: i quattro princìpi regolatori. 

Chiunque desideri seriamente avanzare nella coscienza di Krsna deve evitare le seguenti quattro attività colpevoli:

1) Mangiare carne, pesce e uova. Questi cibi sono saturi di passione e di ignoranza e non possono quindi essere offerti al Signore. Cibarsi di questi alimenti significa partecipare a una cospirazione di violenza contro animali indifesi e di conseguenza significa interrompere il corso del proprio progresso spirituale.

2) Gioco d'azzardo e speculazione mentale. Queste attività fanno precipitare l'uomo nell'ansia e alimentano l'avidità, l'invidia e la collera.


3) Uso di intossicanti. Le droghe, l'alcol e il tabacco, come anche ogni bevanda o cibo contenente caffeina, offuscano la mente, eccitano i sensi e impediscono di seguire i princìpi regolatori del bhakti-yoga.

4) Sesso illecito. Si intende qui il sesso al di fuori del matrimonio o anche semplicemente il sesso all'interno del matrimonio, ma praticato soltanto per la ricerca del piacere e non ai fini della procreazione. Questo genere di piacere spinge a identificarsi col corpo e porta lontano dalla coscienza di Krsna. Le Scritture insegnano che il sesso è la forza più potente che ci lega al mondo materiale. Chiunque aspiri seriamente ad avanzare in coscienza di Krsna dovrebbe ridurre al minimo l'attività sessuale oppure eliminarla completamente.
Impegno nel servizio devozionale pratico 

Tutti devono praticare un'attività, ma se si vuole lavorare solo per se stessi, si devono accettare le reazioni karmiche relative a quell'attività.
Come il Signore afferma nella Bhagavad-gìtà (3.9): 

"L'attività deve essere compiuta come sacrificio a Visnu [Krsna] altrimenti lega il suo autore al mondo materiale."

Non vi è necessità di cambiare la propria occupazione, tranne nel caso che ci si trovi impegnati in un lavoro colpevole come quello del macellaio o del gestore di bar. Se si è scrittori, si può scrivere per Krsna; se si è artisti, si può creare per Krsna; se si compie un lavoro di segreteria si può lavorare per Krsna.
E’ possibile anche aiutare direttamente il tempio quando si può disporre di un po' di tempo, oppure si può sacrificare una parte dei frutti del proprio lavoro contribuendo a mantenere il tempio e a diffondere la coscienza di Krsna. 
Alcuni devoti che non vivono all'interno del tempio comprano la letteratura Hare Krsna (libri e riviste) e la distribuiscono ai loro amici e colleghi, oppure si impegnano nei vari servizi del tempio. Vi è anche un'ampio gruppo di devoti che si riuniscono nelle diverse abitazioni per cantare, per fare adorazione e per studiare. Ci si può informare presso il tempio più vicino circa i programmi che vi si svolgono. 

Princìpi devozionali aggiuntivi 

Ci sono molte altre pratiche che aiutano a diventare coscienti di Krsna. Le seguenti sono le due più importanti:

1) Studiare la letteratura Hare Krsna. 

Srila Prabhupada, l’acarya fondatore dell'ISKCON dedicò gran parte del suo tempo a scrivere libri. In uno di questi libri, lo Srìmad-Bhagavatam, troviamo un capitolo che descrive il destino di un uomo di famiglia dedito al peccato. Ascoltare le parole o leggere gli scritti di un maestro spirituale realizzato è una pratica spirituale essenziale. Perciò si dovrebbe trovare un po’ di tempo ogni giorno per leggere i libri di Srila Prabhupada. 



2) Cercare la compagnia dei devoti. 

Srila Prabhupada ha creato il movimento Hare Krsna per dare l'opportunità alla gente in genere di associarsi coi devoti del Signore. Questo è il modo migliore per sviluppare la fede nel metodo della coscienza di Krsna e per diventare entusiasti nel servizio devozionale. Al contrario, mantenere relazioni intime con i non-devoti rallenta l'avanzamento spirituale. Si dovrebbe quindi cercare di visitare il Centro Hare Krsna più vicino e frequentarlo quanto più spesso è possibile.
Conclusione
II vantaggio della coscienza di Krsna è che ognuno può accettarla nella misura in cui si sente pronto. Krsna Stesso promette nella Bhagavad-gita (2.40): "Non vi è perdita o diminuzione in questo sforzo, e anche un progresso minimo su questa via protegge dal pericolo più temibile."
Perciò aggiungi Krsna alla tua vita di ogni giorno e noi ti garantiamo che ne sentirai il beneficio.

Hare Krsna!


[i] (tratto dall’Appendice alla Sri Isopanisad) 


by Hayagriva

COME PREGARE Srimati Radharani

posted Jun 13, 2012, 4:51 PM by Manonatha Dasa   [ updated May 6, 2013, 2:32 PM ]


Con una sua bellissima preghiera, Srila Rupa Gosvami,
ci mostra come pregare Radha e cosa chiederLe

di Dvija-mani Dasa


Fra tutti i devoti di Sri Krishna, Srimati Radharani è quella a Lui più cara, e noi possiamo ottenere il suo favore soddisfacendoLa con le nostre preghiere.





ye me bhakta-janah partha
na ma bhaktas ca te janah
mad-bhaktanam ca ye bhaktas
te me bhaktatama matah

“O Arjuna, figlio di Pritha, coloro che affermano di essere Miei diretti devoti, in realtà non sono Miei devoti, ma coloro che sono devoti del Mio servitore sono i Miei veri devoti.”
Adi Purana (citazione nella Caitanya-caritamrita, Madhya-lila 11.28)

La coscienza di Krishna è un metodo sociale. Secondo le relazioni materiali amare profondamente Krishna implica amare coloro che Egli ama, i Suoi devoti e, com’è chiarito dall’affermazione di Krishna sopracitata, per diventare Suoi devoti non dobbiamo rivolgerci direttamente a Lui, ma farlo attraverso questi devoti. Con questo sentimento Srila Bhaktivinoda Thakura, alla fine del diciannovesimo secolo, scrisse un canto che glorificava i Vaishnava, i devoti di Sri Vishnu o di Krishna. Egli cantava, krishna se tomara, krishna dite para, tomara sakati ache: “Questo Krishna è vostro; voi potete dare Krishna. Questo potere è vostro.”

Tra tutti i devoti di Krishna, Radha è la più elevata. Essa non è una comune mortale come voi o me, ma è l’incarnazione della Sua potenza personale di piacere. Sebbene distinta da Krishna e in grado d’impegnarsi nel servizio devozionale d’amore a Lui, Radha è, infatti, identica a Lui. Egli è il Dio Supremo; Ella è la Dea Suprema. Krishna è il Signore di Vrindavana, il mondo spirituale e Radha ne è la regina. Perciò Radha è conosciuta come Srimati Radharani, “l’illustre Regina Radha”. Radha e Krishna insieme costituiscono la Verità Assoluta completa.

La devozione di Radha a Krishna raggiunge il culmine della perfezione. Come anime limitate noi non possiamo neppure aspirare ad amare e servire Krishna così perfettamente come lo fa Lei; la nostra perfezione consiste nell’assisterLa nel Suo servizio d’amore a Krishna. Il potere del suo amore è effettivamente così intenso che soggioga Krishna. Nello Srimad-Bhagavatam (10.32.22) si trova la risposta di Krishna al servizio d’amore di Radha e delle Sue compagne: na paraye ’ham...sva-sadhu-krityam...vah. “Io non sono in grado di ripagarvi.”

Krishna è perciò pronto ad esaudire i Suoi desideri e come Srila Prabhupada scrive: “Non appena Ella presenta un devoto a Krishna, il Signore accetta immediatamente di ammetterlo fra i Suoi associati. (Srimad-Bhagavatam 2.3.23, Spiegazione) Pertanto non è sorprendente che Rupa Gosvami, un grande teologo e poeta Vaishnava del sedicesimo secolo, abbia composto un gran numero di poemi sotto la forma di preghiere per Radha.


UNA PREGHIERA SPECIALE

I titoli della maggior parte delle poesie di Rupa Gosvami sono semplici e descrittivi, come Sri-radhashtaka (letteralmente Un Poema di Otto Strofe sull’Illustre Radha). Un titolo, comunque, si distingue per la sua importanza: Prarthana-paddhati (La guida per una supplica). Nel comporre questa poesia egli non solo ha espresso i suoi sentimenti personali di devozione, ma ci ha dato un perfetto esempio di preghiera sotto forma di supplica spirituale che dovremmo seguire. Questa preghiera serve da esempio sotto molti punti di vista: per la sua struttura, la sua forma, il suo sentimento e per lo scopo per cui si prega.

Prarthana-paddhati è breve e dolce ed è composta di sole sette strofe. Sebbene “breve e dolce” costituisce un clichè; nel contesto delle preghiere di supplica ha una grande importanza perché, quando s’invocano carità o favori, la brevità s’identifica spesso con la rudezza. Nella poesia di Rupa Gosvami invece, la supplica non appare fino al quinto verso, un poco oltre la metà della poesia. Prima di questo, Rupa Gosvami loda Radha con espressioni poetiche, lusingandoLa, per così dire, prima di esprimere la sua richiesta. I devoti che invocano la misericordia del Signore e dei Suoi associati dovrebbero seguire l’esempio di Rupa Gosvami, iniziando le loro preghiere con parole di lode e di glorificazione.

Le prime quattro strofe di Prarthana-paddhati contengono solo undici descrizioni poetiche di Radha, ognuna delle quali sintatticamente è apposizione dell’oggetto diretto, che si trova nella quinta strofa. L’effetto di questa struttura, sebbene difficile da tradurre, lascia la persona che ascolta questa preghiera nell’incertezza su quale sia l’idea basilare che viene trasmessa; l’attenzione del lettore è diretta semplicemente alla contemplazione di queste meravigliose descrizioni di Radha. Per esempio nella prime due strofe si legge:

suddha-gangeya-gaurangim
kurangi-langimekshanam
jita-kotindu-bimbasyam
ambudambara-samvritam



navina-vallavi-vrinda-
dhammillottamsa-mallikam
divya-ratnady-alankara-
sevyamana-tanu-sriyam



“Le membra sono più dorate dell’oro puro, gli occhi belli come quelli di una cerbiatta e le labbra superano la bellezza di milioni di lune; indossa indumenti simili a nubi cariche di pioggia. Un gelsomino che orna la parte superiore di una crocchia di capelli intrecciati circondato dalle giovani pastorelle, la cui bellezza è accresciuta da gemme celestiali ed altri ornamenti.”

Questi versi mostrano anche la forma ideale di una preghiera, cioè una forma ricca di abbellimenti poetici (alankaras). I critici letterari di sanscrito dividono questi alankaras in due gruppi principali: abbellimenti sonori (sabdalankaras) e abbellimenti di significato (arthalankaras). (Vedasi la Caitanya-caritamrita, Adi-lila 16.72-86) Sebbene il contenuto sia più importante della forma, il Signore e i Suoi devoti sanno riconoscere la devozione dietro al tentativo di offrire preghiere ricche di bellezza poetica. Questi accorgimenti poetici quando sono usati per descrivere soggetti materiali appaiono solamente come un linguaggio fiorito; ma quando la bellezza della poesia è usata per descrivere la bellezza trascendentale del Signore e dei Suoi devoti, il suo scopo è quello vero.

Qui vediamo in particolare lo sabdalankara dell’allitterazione (anuprasa) con la ripetizione di ng nella prima metà del primo verso, la ripetizione di mb nella seconda metà e la ripetizione di ll nella prima metà del secondo verso, insieme ad esempi meno evidenti contenuti nell’intero poema. Questi versi sono dunque ricchi di arthalankaras nella forma di vari tipi di metafore e simili strutture stilistiche che sono significative sia da un punto di vista poetico che teologico.

Per esempio il primo verso presenta Radha che ha le membra di un colore più dorato dell’oro puro. Questo tipo particolare di metafora, dove il soggetto del paragone, in questo caso le membra di Radha, non è un comparativo di uguaglianza, ma si dice che supera l’oggetto del paragone stesso, qui l’oro, in sanscrito è chiamata vyatireka, distinzione. Con un tipico esempio si potrebbe dire che il volto di una donna è più bello di un fiore di loto. Qui, comunque, sembra esserci un’incoerenza nel dire che le membra di Radha sono più dorate dell’oro stesso. Dopo tutto, la qualità di “essere dorato” non è una proprietà essenziale dell’oro? Per risolvere questo, dobbiamo ricordare che qui stiamo parlando della Dea Suprema in persona. L’effulgenza dorata di Radha è l’origine dell'essere dorato”. L’elemento materiale che conosciamo come oro prende semplicemente in prestito il suo nome da Radha, per il fatto che manifesta una minuscola parte della Sua meravigliosa radiosità dorata. Anziché essere un’esagerazione impossibile, le parole di Rupa Gosvami esprimono una profonda verità spirituale.

Allo stesso modo, la descrizione di Radha che indossa “ornamenti simili a nubi cariche di pioggia” suggerisce qualcosa di più profondo di quanto appare superficialmente. Nel suo significato primario, questa è semplicemente una descrizione del colore grigio-azzurrognolo degli abiti di Radha. La parola però usata per una nuvola di pioggia, ambuda, letteralmente “che distribuisce acqua”, suggerisce qui un significato nascosto. Anziché originare acqua comune, la bellezza di Radharani determina il rasa, specificatamente prema-bhakti-rasa. La parola rasa letteralmente significa succo, ma in un contesto poetico indica un’emozione trascendentale e prema-bhakti-rasa significa l’emozione provata nell’offrire il servizio d’amore devozionale al Signore.

In questo mondo c’è una distinzione tra noi e i nostri corpi, cosa dire tra noi e i nostri abiti. Il sé è un’anima eterna spirituale, mentre il corpo è temporaneo e mortale. La bellezza fisica del corpo ha poco a che fare con la natura del nostro vero sé: spesso le persone con un cuore d’oro hanno i visi pieni d’acne e le più belle modelle possono essere egocentriche e crudeli. Questo però non è il caso di Krishna e dei Suoi eterni associati nel mondo spirituale. Il corpo di Krishna e dei Suoi devoti nel mondo spirituale non sono corpi materiali temporanei, ma corpi spirituali identici al loro vero sé. Pertanto, la bellezza di Radha non è un caso fortunato della natura, ma un’espressione diretta della purezza del Suo amore per Krishna. Questo si estende addirittura ai Suoi abiti. La bellezza del Suo abbigliamento rivela l’intensità del Suo amore e perciò evoca questo prema-bhakti-rasa.

Anche la descrizione di Radha come “un gelsomino che orna la parte superiore di una crocchia di capelli intrecciati circondato dalle giovani pastorelle”, che forse suona strano a chi non ha familiarità con la poesia sanscrita, ha vari livelli di significato. Molto più semplicemente, è equivalente alla metafora che descrive qualcuno come “il gioiello più importante” di una qualsiasi particolare categoria. Proprio come il gioiello più prezioso che un re possiede sarà posto sulla parte più alta della sua corona per cui fisicamente occupa la posizione più elevata tra tutti gli altri gioielli del re, così si può capire che una persona descritta come “il gioiello più importante” di un certo gruppo è considerata la più preziosa e la più elevata di quel gruppo. Qui, con questa metafora analoga, Radha è descritta come la più elevata di tutte le pastorelle di Vrindavana, l’ambiente rurale in cui Krishna, per il Suo dolce volere, sceglie di manifestare le Sue relazioni d’amore con i Suoi devoti. Ma invece di usare una metafora adatta al fasto reale, Radharani, la regina di Vrindavana, è paragonata ad un fiore di gelsomino che con la sua immagine mette in risalto la Sua dolcezza, la Sua bellezza e la Sua delicatezza femminile.


UNA PREGHIERA A COLEI CHE E' LODATA

Nella quinta strofa si risolve la tensione sintattica delle prime quattro; infine risulta chiaro che la preghiera si rivolge alla persona che è stata descritta e viene fatta la richiesta.

tvam asau yacate natva
viluthan yamuna-tate
kakubhir vyakula-svanto
jano vrindavanesvari



“Inchinandosi, questa persona Ti supplica balbettando e piangendo pietosamente, o Regina di Vrindavana, rotolandosi sulla terra della riva del fiume Yamuna con il cuore afflitto.”

Il verso seguente identifica la natura di questa richiesta e qui possiamo vedere il carattere esemplare di questa preghiera nel suo aspetto più importante. Quello che Rupa Gosvami chiede pregando non è altro che l’opportunità del servizio di devozione a Radha. La richiesta è fatta da un cuore puro che non ricerca alcuna gratificazione egoistica. Dovrebbe essere emulato anche lo stato d’animo con cui è espressa questa preghiera. Rupa Gosvami mostra una profonda umiltà, una mansuetudine che appare già nella strofa precedente in cui si riferisce a se stesso in terza persona. Qui egli ammette di non essere qualificato per la benedizione che richiede.

kritagaske ’py ayogye ’pi
jane ’smin kumatav api
dasya-dana-pradanasya
lavam apy upapadaya



“Sebbene questa persona possa essere un indegno offensore dalla mente contorta, per favore concedile un piccolo frammento del dono prezioso del Tuo servizio.”

Queste umili parole hanno la struttura di un arthalankara chiamato viseshokti, un’affermazione di differenza che fa riferimento ad un’espressione poetica in cui una persona vede una contrapposizione sbagliata tra causa ed effetto. Qui la conseguenza logica della sua umiltà e del suo riconoscersi come squalificato sarebbe quella di non fare una richiesta sfrontata. Ma egli la fa.


UN MODELLO DI PREGHIERA PER NOI

L’ultima strofa risolve questa apparente incongruenza. Egli mostra una decisiva qualità esemplare della sua preghiera: la perseveranza. In questa ultima strofa, Rupa Gosvami svolge un ragionamento per persuadere Srimati Radharani a concedergli la Sua misericordia, senza badare alla sua indegnità, ma la logica formale non si adatta alla poesia. Allora, Rupa Gosvami adopera un arthalankara detto kavyalinga, causa poetica. Nelle sue parole sono presenti tutti gli elementi di una formula causale, che nella sua poesia sono nascosti.

yuktas tvaya jano naiva
duhkhito ’yam upekshitum
kripa-dyoti-dravac-citta-
navanitasi yat sada


“Una persona così afflitta non merita di essere trascurata da Te, poiché la tua mente, come il burro fresco, si scioglie sempre al calore della Tua compassione.”

Commentando questa strofa, Srila Baladeva Vidyabhushana, il grande teologo e poeta Vaishnava del diciottesimo secolo, spiega il ragionamento logico qui implicito: “Poiché la compassione (kripa) è il desiderio di allontanare la sofferenza dagli altri e io sono pieno di sofferenza, non merito di essere abbandonato.”
Rupa Gosvami ha fornito un modello perfetto di preghiera. Se noi impariamo a pregare il Signore e i Suoi devoti seguendo la stessa struttura che inizia con parole di lode, se mostriamo lo stesso sentimento d’umiltà e la stessa perseveranza e se chiediamo la stessa benedizione, la più elevata di tutte, allora le nostre preghiere saranno certamente ascoltate e riceveranno una risposta. E anche se non ci avvicineremo in alcun modo alla raffinatezza poetica della preghiera di Rupa Gosvami, il Signore guarderà con favore anche il più umile tentativo di comporre le nostre preghiere con una bellezza che si addice al loro oggetto.

Rupa Gosvami però ha lasciato al mondo più di una semplice formula; ci ha lasciato anche raffinate poesie. Per quanto deboli possano essere i nostri tentativi di comporre queste preghiere, possiamo sempre meditare profondamente sulla bellezza delle descrizioni che Rupa Gosvami ha fatto della Suprema Dea, Radharani, e offrendoLe con tutto il cuore questa preghiera, possiamo essere sicuri che ci guarderà con compassione.



Prarthana-paddhati
di Srila Rupa Gosvami



1
suddha-gangeya-gaurangim
kurangi-langimekshanam
jita-kotindu-bimbasyam
ambudambara-samvritam

Con membra più dorate
dell’oro puro, con occhi belli
come quelli di una cerbiatta, con
labbra che superano la bellezza di milioni di lune; vestita di indumenti simili a nubi cariche
di pioggia.

2
navina-vallavi-vrinda-
dhammillottamsa-mallikam
divya-ratnady-alankara-
sevyamana-tanu-sriyam

Un gelsomino che orna la parte superiore di una crocchia di capelli intrecciati circondato dalle pastorelle, la cui bellezza
è accresciuta da gemme celestiali e da altri ornamenti.

3
vidagdha-mandala-gurum
guna-gaurava-manditam
abhipreshtha-vayasyabhir
ashtabhir abhiveshtitam

Guida un gruppo di
affascinanti signore, ornate
di virtù e dignità e
accompagnate da otto dilette
dello stesso rango.

4
cancalapanga-bhangena
vyakuli-krita-kesavam
goshthendra-suta-jivatu-
ramya-bimbadharamritam

Da loro Krishna rimane affascinato attraverso uno
scambio di sguardi dagli angoli di occhi guizzanti; rosse amabili labbra il cui nettare è per Krishna, figlio del re di Vraja, elisir di vita.

5
tvam asau yacate natva
viluthan yamuna-tate
kakubhir vyakula-svanto
jano vrindavanesvari

Inchinandosi, questa persona
T’implora balbettando
e piangendo pietosamente,
o regina di Vrindavana, rotolandosi sulla terra della riva del fiume Yamuna
con il cuore afflitto.

6
kritagaske ’py ayogye ’pi
jane ’smin kumatav api
dasya-dana-pradanasya
lavam apy upapadaya

Sebbene possa essere un offensore indegno con una mente contorta, per favore concedi a questa persona un piccolo frammento del dono
prezioso del Tuo servizio.



7
yuktas tvaya jano naiva
duhkhito ’yam upekshitum
kripa-dyoti-dravac-citta
navanitasi yat sada

Non è opportuno che
una persona così afflitta
venga trascurata da Te, poiché
la Tua mente, come il burro fresco, si scioglie al calore della Tua compassione.






Dvija-mani Dasa, discepolo di Ravindra Svarupa Dasa, ha una borsa di studio Benjamin Franklin per il sanscrito all’università della Pennsylvania. Vive con la sua famiglia nel tempio ISKCON di Filadelfia e coopera con il suo guru alla traduzione e al commento del Manah-siksha di Raghunatha Dasa Gosvami.






(Tratto da Ritorno a Krishna)

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