Scienze‎ > ‎

Luce, visione, colore

LUCE, VISIONE, COLORE

Prof.ssa Luigia Palumbo

Classe III B

Fase I

Il percorso di scienze che ho programmato nelle linee generali e che ha avuto diversi ampliamenti nel corso dello svolgimento, riguarda l’occhio  e la visione. Siamo partiti con un brainstorming, attraverso il quale ognuno degli alunni ha  partecipato riferendo le proprie conoscenze sulle parti che costituiscono l’occhio e sulla loro funzione. Dalla classe ci siamo spostati in laboratorio, dove ho mostrato le parti costituenti l’occhio, integrando le loro conoscenze, con informazioni più tecniche e approfondite.
 

 

Gli alunni sono rimasti particolarmente colpiti dal modello dell’occhio, molto ben fatto, che permetteva, tramite una siringa collegata ad un tubicino di far entrare o aspirare acqua da una sacca di plastica avente la funzione di cristallino. Questo ha permesso di far vedere, attraverso un artificio, dovuto in realtà all’azione di muscoli, come può variare la curvatura del cristallino. Il modello permette di distinguere sulla retina la fovea, indicata da un cerchietto giallo, dal punto cieco (cerchietto nero), punto in cui non vi sono coni e bastoncelli, ma in cui  cominciano le terminazioni del nervo ottico.

 Lo step successivo è stato quello di mostrare come avviene la visione. Per questo, ho tracciato con un pennarello una piccola freccia su una capsula petri trasparente  e ho prima fatto capire che per vederla abbiamo bisogno di illuminarla, altrimenti non si osservava alcuna proiezione della stessa sulla retina. Abbiamo acceso un riflettore che ha illuminato la freccia tracciata e abbiamo osservato la freccia rimpicciolita e capovolta nella fovea. Prima di proporlo agli alunni ho dovuto fare diverse prove, sia sull’oggetto da illuminare, visto che quello fornito dalla ditta costruttrice era troppo grande e pertanto non  riuscivo a proiettarlo all’interno della fovea. Era necessario effettuare movimenti molto lenti e precisi per fare in modo che l’immagine venisse a trovarsi esattamente nella fovea. Ho dovuto trovare degli accorgimenti per migliorare le performance dello strumento, ponendo al di sotto di esso delle capsule per sollevare la parte posteriore. Gli alunni sono rimasti affascinati e a coppie, hanno provato a far proiettare la freccia sulla fovea. Hanno anche notato che quando era proiettata sul punto cieco, non si vedeva alcunché. Nessuno di loro pensava che la scuola disponesse di un apparecchio così sofisticato, che simulasse così bene come un’immagine venga proiettata sulla retina.

 

 

Ho assegnato a casa il compito di descrivere il modello operativo utilizzato e di studiare le  parti dell’occhio e  le rispettive funzioni.

 

Fase II

Ho pensato di far svolgere un esperimento molto semplice, ma chiaro, sul punto cieco. Per effettuare questo esperimento ogni alunno ha utilizzato un semplice foglio di carta bianco e dei pennarelli rossi e blu. Ho detto ai ragazzi di tracciare  un pallino rosso nella parte sinistra del foglio e alla distanza di 8,5 cm un croce blu, nella parte destra del foglio.

 

 

Ho chiesto di immaginare cosa avessero visto chiudendo l’occhio sinistro e guardando con l’occhio destro il pallino rosso, tenendo il foglio a braccia tese davanti a loro,   avvicinandolo lentamente agli occhi. Ho detto che si poteva invertire l’occhio da chiudere e fissare l’oggetto controlaterale. Una volta definita la situazione problematica, gli alunni hanno formulato le loro ipotesi: non succederà niente, vedremo solo un oggetto disegnato, scompariranno gli oggetti dalla nostra vista.

Senza anticipare nulla, ho detto agli alunni di verificare le loro ipotesi, muovendo  le braccia tese verso il loro corpo, in modo che il foglio di carta si avvicinasse sempre più  ai loro occhi. Ho suggerito di effettuare questo movimento molto lentamente e di fermarsi nel momento in cui avessero notato qualcosa di particolare. Quasi tutti gli alunni hanno chiuso l’occhio sinistro e hanno fissato con il destro il pallino rosso. Ad una distanza di circa 10 cm del foglio dagli occhi, la croce non è più visibile perchè la sua immagine cade sul punto cieco. Gli alunni hanno notato la scomparsa dell’immagine e a questo punto sono stata io a chiedere il perché del fenomeno osservato. Qualcuno mi ha risposto correttamente, dicendomi che non si vedeva più l’immagine perché era stata proiettata sul punto cieco. Ho dato da effettuare per iscritto la relazione sull’esperimento, secondo le modalità seguite negli anni passati, indicando il titolo dell’esperimento, il materiale utilizzato, la situazione problematica,  la formulazione delle loro ipotesi,  il procedimento seguito, le osservazioni e le conclusioni.

 

Fase II

Abbiamo svolto un esperimento che simula il funzionamento del cristallino. Per eseguire l’esperimento ci siamo recati in aula magna e nel corridoio della scuola, naturalmente uscire dalle mura dell’aula è sempre molto ben accetto dagli alunni. Dal laboratorio scientifico avevo prelevato le lenti d’ingrandimento (una decina), in modo da far svolgere l’esperimento in coppie, fornite di un foglio bianco. Ho definito la situazione problematica: cosa accadrà se ci mettiamo davanti ad una finestra e teniamo un foglio verticalmente e avviciniamo la lente d’ingrandimento ad esso, in modo che la lente si trovi tra la finestra e il foglio ? Alcuni di loro hanno subito detto che il foglio si sarebbe bruciato, poiché è capitato nella loro esperienza di vedere il fenomeno a cui avevano fatto riferimento, qualcuno ha detto che si sarebbe vista nella lente l’immagine, altri che si sarebbe vista un’immagine sul foglio. A questo punto siamo andati a verificare le ipotesi. A turno, un alunno  manteneva il foglio, mentre l’altro avvicinava pian piano la lente, fino a veder proiettata l’immagine rimpicciolita e capovolta sul foglio di carta. Abbiamo provato prima nell’aula magna, caratterizzata da vetrate decorate, e hanno provato a far comparire le immagini delle vetrate stesse sul foglio, poi abbiamo aperto le porte e gli alunni si sono posizionati in modo tale che fossero loro gli oggetti della visione, disponendosi con le braccia aperte, in ultimo siamo andati nel corridoio, dove essendoci meno luce, l’immagine si poteva vedere meglio sul foglio. Il cielo era azzurro, per cui si osservavano molto bene i palazzi capovolti su sfondo azzurro.
 

 

Gli alunni sono rimasti molto colpiti nel vedere  su un foglio inizialmente bianco, l’immagine rimpicciolita e capovolta dei palazzi. Una volta che tutti hanno effettuato l’esperimento, ho chiesto come mai avessero osservato ciò. E’ stato facile collegare questo esperimento a quello che avevamo fatto in precedenza, per cui c’è stato chi ha detto che poteva essere un esperimento che simulasse ciò che avviene nel nostro occhio, grazie al cristallino, simulato dalla lente d’ingrandimento, perché l’immagine, anche in questo caso risulta rimpicciolita e capovolta.

 

Ho pensato di proporre un esperimento  di grande effetto ,  dal titolo “La mano bucata” che facesse capire il coinvolgimento del cervello nella visione. L’abbiamo svolto in classe e per eseguirlo  abbiamo avuto bisogno di un semplice foglio di carta. Ho detto agli alunni di arrotolare il foglio di carta in modo da creare un tubo da posizionare davanti all’occhio sinistro. Ho definito la situazione problematica : “Ponendo il tubo, davanti all’occhio destro, e fissando in lontananza un oggetto, se avvicinerete la mano sinistra alla parte terminale del tubo, cosa accadrà ?”

 

 
 

Non è stato facile per gli alunni prevedere cosa sarebbe successo. I ragazzi hanno lentamente avvicinato la mano al tubo e mentre c’è stato chi al primo tentativo ha notato che la mano sembrava bucata e che attraverso la mano si vedeva ciò che l’occhio destro vedeva attraverso il tubo, alcuni alunni hanno avuto il bisogno di ripeterlo un paio di volte per riuscire a vedere qualcosa che sembrava impossibile. E’ seguita la spiegazione del fenomeno attraverso la loro collaborazione. Ho chiesto cosa si vedeva solo con l’occhio sinistro e solo con l’occhio destro. Hanno provato a chiudere a turno un occhio e mi hanno risposto correttamente. Hanno provato ad avvicinare la mano in modo che il palmo fosse rivolto verso l’occhio e hanno chiuso a turno un occhio, riportando ciò che vedevano. Quando ho chiesto perché si vedeva la mano bucata, hanno collegato a quanto avevo fatto osservare e mi hanno risposto che le immagini separate si sovrappongono e pertanto ci sembra che la mano sia bucata. Io ho aggiunto che le immagini veicolate dai nervi ottici, destro e sinistro,  alla corteccia  occipitale del cervello si sovrappongono determinando un fenomeno all’apparenza impossibile.

 

Ho continuato con esperimenti che coinvolgessero la retina e il cervello, proponendo un esperimento molto carino intitolato “Il canarino in gabbia”. Per realizzare l’esperimento hanno utilizzato come materiali un cartoncino circolare su cui sono stati fatti due fori, dello spago, dei pennarelli. Ho fatto disegnare su una faccia del cartoncino un canarino; ho fatto girare il cartoncino e sull’altra faccia, capovolta rispetto al canarino ho fatto disegnare una gabbia. Ho fatto legare i due pezzi di spago al cartoncino.
 

Ho successivamente chiesto cosa sarebbe accaduto se avessero fatto girare il cartoncino, muovendo tra le dita lo spago. Qualcuno ha detto che si sarebbero formate delle immagini confuse, altri che non avrebbero visto niente. Siamo andati a verificare le ipotesi, eseguendo un movimento rapido tra le dita  che ha permesso di far roteare velocemente il cartoncino. Con loro stupore, hanno notato che si vedeva il canarino all’interno della gabbia. Quando ho chiesto il perché di tale fenomeno, alcuni alunni sono intervenuti e collegandosi all’esperimento precedente hanno detto che le due immagini della gabbia e del canarino si sovrapponevano e pertanto lo vedevamo in gabbia. A questo punto ho fatto girare lentamente il cartoncino e ho fatto notare che percepivano le due immagini separate. Ho quindi, ampliato ciò che già conoscevano, dicendo che il fenomeno è dovuto al fatto che le immagini permangono sulla retina per un decimo di secondo e pertanto se arrivano due immagini con un intervallo inferiore ad esso, si sovrappongono.

Per tutti gli esperimenti svolti in questa fase e nella successiva, hanno svolto relazioni scritte su Google Document, nei gruppi collaborativi.

 

Fase III

Ho pensato che sarebbe stato interessante trattare le illusioni ottiche, perché riscuotono sempre enorme gradimento da parte degli alunni. Ho introdotto l’argomento facendo vedere una immagine ambigua tratta dal loro libro di testo che può essere percepita come una giovane donna, anni cinquanta, con un capello con una piuma o una vecchia, simile ad una Befana. La maggior parte di loro vedeva una vecchia. Ho spiegato che in questo genere di illusione ottica il cervello elabora alcune informazioni che arrivano tramite i nervi ottici e successivamente le rapporta ad una realtà che ci siamo costruiti in base alla nostra esperienza. Nel loro caso era più facile che vedessero la vecchia, perché simile alla Befana, che tutti i bambini conoscono, che non una giovane donna elegante degli anni cinquanta. L’attività ha determinato un certo fermento in classe, perché ognuno si confrontava con l’altro per scoprire cosa avesse visto il compagno e chiedeva indicazioni per percepire l’altra figura. Ho detto loro che le illusioni ottiche sono moltissime, alcune si riferiscono al confronto e contrasto, altre riguardano figure che non possono esistere nel mondo reale, altre riguardano una interpretazione in senso tridimensionale di una raffigurazione in due dimensioni, altre riguardano il vedere come cerchi concentrici delle corde ritorte.  Visto il loro interesse per l’argomento suscitato dall’aver osservato un’immagine, ho dato da effettuare una ricerca in rete sulle illusioni ottiche.

Il giorno successivo, tranne qualcuno, ognuno di loro ha portato il materiale trovato e stampato.
                                                  

Fase IV

Inizialmente avevo progettato di trattare solo esprimenti che riguardassero la fisiologia della visione, invece mi sono resa conto che era necessario, per un ulteriore approfondimento, visto che avevamo parlato di lenti, di cristallino e  di raggi di luce, di ampliare l’argomento passando a trattare la luce in fisica. Ho escluso a priori ogni teoria riguardante la luce, perché ritengo che siano troppo piccoli per poter recepirla e ho fatto svolgere degli esperimenti che servissero a far capire loro da cosa è composta la luce e come si propaga. 

La sperimentazione l’ho organizzata diversamente dal lavoro precedente, nel senso che non hanno eseguito tutti insieme e contemporaneamente l’esperimento, ma ho assegnato un  diverso protocollo  di sperimentazione ad ogni gruppo, che doveva studiarlo, provarlo a casa, insieme ai componenti del gruppo e poi proporlo in classe ai compagni. Gli esperimenti erano piuttosto semplici e realizzabili con materiale povero, facilmente reperibile. Ho messo alla prova gli alunni, non spiegando assolutamente niente, confidando nella loro capacità di comprensione e interpretazione dei fenomeni. Ho dato qualche giorno di tempo di preparazione, dopodiché a turno i gruppi per circa due ore hanno mostrato l’esperimento seguendo la mia modalità di azione, e cioè creando la situazione problematica, facendo formulare le ipotesi, verificandole e traendo infine le conclusioni.

Il primo gruppo ha presentato l’esperimento intitolato “Il viaggio della luce”. Le ragazze per realizzarlo hanno portato in classe un cartone alto mezzo metro circa, dello spago e un anello di metallo. Hanno impostato la situazione-problema dividendosi i compiti, per cui due alunne mantenevano verticalmente il cartone, un’altra aveva legato l’anello metallico al filo e l’aveva posto sulla cattedra, mentre un’altra compagna manteneva l’altro capo del filo, rimanendo seduta dietro il cartone. Le ragazze hanno chiesto: “ Cosa bisogna fare per vedere l’anello ?” La parte rimanete della classe rapidamente ha risposto che bisogna alzarsi.

 

 
 

 La compagna che era seduta ha fatto notare che se si metteva in piedi, riusciva a vedere l’anello. A questo punto ha posto il capo dello spago in corrispondenza del suo occhio per far capire che la luce viaggia in linea retta e che l’oggetto si vede quando la traiettoria rettilinea del raggio di  luce, parte dall’oggetto e arriva all’occhio. 

 

Il secondo gruppo ha proposto “La parola magica”. Avevano portato per realizzarlo una vaschetta a bordi alti, un pennarello indelebile, un secchio e dell’acqua. I ragazzi hanno mostrato i materiali occorrenti e successivamente hanno scritto la parola occhio nella vaschetta ad un paio di cm dalle pareti. Successivamente hanno chiamato 4 alunni e hanno chiesto di avvicinarsi alla vaschetta in modo da leggere la parola. In seguito li hanno invitati ad allontanarsi  da essa in modo tale da non riuscire a vedere più la parola scritta.  A questo punto hanno posto la domanda stimolo:” Cosa accadrà se verseremo dell’acqua nella vaschetta ?” Hanno, quindi chiesto ai compagni di formulare le loro ipotesi, che sono state le seguenti: si vedrà la parola sull’acqua, cambierà il colore della parola, si vedrà la parola riflessa sull’acqua capovolta, si vedrà la parola sulla parete. Siamo andati a verificare le ipotesi, versando dell’acqua nella vaschetta. Gli alunni in piedi davanti alla vaschetta hanno affermato di aver  rivisto la scritta “Occhio”. Il gruppo che conduceva l’esperimento ha chiesto ai compagni come mai avvenisse ciò, ma nessuno ha proposto la soluzione corretta, così sono stati loro a spiegare il fenomeno, basato sulla rifrazione del raggio di luce nel passaggio dall’acqua (mezzo più denso), all’aria (mezzo meno denso). La traiettoria dei raggi luminosi è rettilinea e se i nostri occhi non sono lungo questa traiettoria ci è impossibile vedere la scritta.  Versando l’acqua nella bacinella, i raggi luminosi subiscono una deviazione (rifrazione)  nel passaggio dall’acqua all’aria, allontanandosi dalla normale nel punto di incidenza sulla superficie dell’acqua e per questo, essendo cambiata la traiettoria, giungono fino ai nostri occhi.
 

Il terzo gruppo ha presentato il “Disco di Newton”. Esso è costituito da un disco suddiviso in settori circolari di diversi colori. A scuola abbiamo due versioni dello strumento, manuale ed elettrico. Ho preferito che usassero quello manuale, poiché si sarebbero maggiormente divertiti a farlo girare. I ragazzi hanno mostrato il disco e spiegata la divisione in settori circolari. Successivamente hanno chiesto ai compagni cosa sarebbe accaduto se avessero girato la manovella, che avrebbe fatto ruotare il disco. Alcuni alunni hanno detto che il disco avrebbe cambiato colore, altri che sarebbe diventato grigio, altri che sarebbe diventato bianco. Siamo passati a verificare le ipotesi. Girando velocemente la manovella il disco appare grigio molto chiaro, quasi bianco. Gli sperimentatori a questo punto hanno chiesto ai compagni come mai fosse accaduto questo. Gli alunni non hanno saputo dare una risposta, allora chi aveva preparato l’esperimento ha spiegato che questo esperimento ci fa capire che la luce “bianca” è  formata da bande colorate di diversa lunghezza d’onda e che il bianco è dovuto al fondersi dei diversi colori.

Ho pensato di dimostrare il fenomeno contrario, dovuto alla scomposizione della luce nelle sue bande, utilizzando un piccolo prisma ottico a base triangolare e  un laser puntatore a luce bianca.  Quando ho chiesto cosa sarebbe accaduto, puntando il fascio di luce sul prisma appoggiato su un foglio bianco, un alunno ha detto che la luce si sarebbe scomposta in diversi colori. Abbiamo verificato l’ipotesi e abbiamo notato che sul foglio erano visibili bande colorate corrispondenti ai colori dell’arcobaleno. Ho spiegato cosa era accaduto: la luce “bianca” in realtà e costituita da colori diversi che il prisma riesce a separare per il fenomeno della dispersione. La luce che colpisce il prisma a base triangolare viene rifratta due volte, in entrata ed in uscita dal prisma, scomponendosi così nei colori dell’arcobaleno.
 

 
 
L’esperimento mostrato da un altro gruppo era intitolato “Smontiamo i colori della materia”. Il gruppo aveva portato per realizzarlo il seguente materiale: bicchieri di carta bianchi, carta da filtro, graffette, pennarelli ad alcol, alcol, forbici. Hanno avviato l’esperimento tracciando una linea orizzontale a due centimetri dal bordo,  di strisce di carta da filtro ( 2 cm x 10 cm), con un pennarello colorato. Hanno cominciato con il verde e poi hanno usato l’arancione,  e il nero. Hanno chiesto ai compagni cosa sarebbe accaduto se avessero immerso l’estremità della striscia e fissato la striscia stessa al bicchiere con una graffetta. Alcuni alunni hanno detto che l’alcol sarebbe diventato dello stesso colore del pennarello, altri che la striscia di carta avrebbe perso il colore, altri ancora che la striscia di carta si sarebbe tutta colorata con il colore del pennarello. Dopo qualche minuto abbiamo estratto la striscia di carta da filtro dai bicchieri e abbiamo mostrato il procedimento denominato cromatografia,  attraverso il quale i colori a spirito si separano nei loro colori primari. Gli sperimentatori hanno chiesto perché era accaduto ciò e dal posto c’è stato un compagno che ha ricordato che l’alcol sale lungo la striscia di carta per capillarità “arrampicandosi” tra le fibre della carta. Gli sperimentatori hanno aggiunto che il colore si muove lungo la striscia perché ha affinità per il liquido posto all’interno del bicchiere, essendo pennarelli a spirito, avevano affinità per l’alcol e a seconda del tipo di colore e del suo peso molecolare, si spostavano a maggiore o minore distanza dal luogo in cui avevamo segnato la linea orizzontale, lungo la striscia di carta. Le cromatografie sono state specie per il nero, decisamente spettacolari. 
 

 

Al termine degli esperimenti, ho fatto i miei complimenti ai gruppi, perché erano riusciti da soli ad organizzarsi, a portare il materiale necessario, e a far capire in maniera chiara e semplice i fenomeni.

 

Fase V

Ho ulteriormente ampliato il percorso originale, visto che avendo trattato la rifrazione, era necessario completare con la riflessione.

Avevo precedentemente detto ad ogni alunno di portare uno specchio piano, un goniometro tracciato su un foglio da disegno o meglio su un cartoncino, e un puntatore laser. Gli alunni hanno lavorato a coppie, poichè era necessario che sullo specchio, appoggiato sul tavolo si disponesse il goniometro, perpendicolarmente ad esso. Successivamente con il puntatore laser, un alunno colpiva lo specchio, in corrispondenza della parte centrale del goniometro.

Dopo aver spiegato agli alunni cosa avrebbero dovuto fare, ho fatto formulare le loro ipotesi, come da protocollo. Alcuni alunni hanno detto che si sarebbe vista l’immagine riflessa allo specchio, altri che si sarebbero viste più immagini. Siamo andati a verificare le ipotesi. Se con precisione si colpiva la parte centrale del goniometro con il fascio di luce, si vedeva il raggio riflesso e si potevano notare l’angolo di incidenza,  formato dal raggio incidente e dalla normale nel punto di incidenza e l’angolo di riflessione formato dalla normale e dal raggio riflesso. Nonostante avessimo svolto l’esperimento in piena luce, si distinguevano bene i due angoli e si notava perfettamente che   avevano la stessa ampiezza. Pertanto abbiamo provato a variare la direzione del raggio incidente e abbiamo notato che gli angoli variavano di ampiezza, ma comunque l’angolo di incidenza aveva sempre la stessa ampiezza di quello di riflessione.

 

Sulla scia di questo esperimento ho proposto un esperimento  sulla riflessione che porta alla moltiplicazione delle immagini. In laboratorio abbiamo due specchi piani di circa 15 cm x 15 cm, con un sostegno su cui appoggiarli, in modo da farli ruotare e un grande goniometro su cui appoggiare gli specchi.

Ho disposto i due specchi in modo tale da avere un ampiezza di 180° tra le superfici riflettenti e ho chiesto cosa sarebbe successo se avessimo posto un oggetto al centro, tra di essi. Gli alunni hanno risposto rapidamente che avrebbero visto l’oggetto riflesso, grazie allo specchio. Successivamente ho chiesto cosa avrebbero visto  variando l’ampiezza del diedro. Un alunno ha detto che si sarebbe vista l’immagine riflessa più volte e che gli era capitato di vedere in precedenza una cosa del genere. Allora ho posizionato i due specchi in modo che l’ampiezza tra i due specchi fosse di 120° e ho posto l’oggetto in dotazione dello strumento davanti ad essi. I ragazzi hanno notato che si vedevano due immagini, perché la luce rimbalza riflettendosi da uno specchio ad un altro prima di raggiungere i nostri occhi.
 

 

Hanno scoperto attraverso la variazione dell’angolo che quanto più piccolo è l’angolo del diedro, tanto più grande è il numero delle immagini visibili. Infatti con un angolo di 90° si vedono 3 immagini e con uno si 60°  se ne vedono 5. Sono andata alla  lavagna a scrivere la seguente  tabella in cui ho riportato l’angolo e le immagini

 

 

Ampiezza dell’angolo

Numero di immagini

180°

              1

120°

              2

90°

              3

60°

              5

Successivamente li ho fatti riflettere su quale potesse essere la relazione che legasse l’ampiezza dell’angolo alle immagini. Con un po’ di aiuto da parte mia, sono riusciti ad individuarla:

numero immagini = 360°/ampiezza dell’angolo  – 1.

Qualcuno si è entusiasmato all’idea di poter prevedere mediante una formula il numero di immagini.

 

Gli specchi attraggono molto l’attenzione degli alunni, pertanto ho pensato di concludere il percorso con la costruzione di un caleidoscopio che avevo già fatto qualche anno fa e che aveva affascinato molto i miei alunni.

Per realizzarlo ho portato 3 specchi piani rettangolari delle stesse dimensioni (20 cm x 5 cm), del nastro adesivo, fogli da disegno, foglio lucido, carta da forno, spillatrice e bottoni colorati trasparenti, forbici e carta da regalo.

 

 

Ho spiegato che il caleidoscopio è stato inventato da un fisico inglese sir David Brewster nel 1817. Il nome è formato da tre parole greche: kaos = bello, eidos = figura e scopio = vedere. Per farlo realizzare agli alunni avevo preannunciato che gli specchi erano decisamente costosi, per cui potevano usare come superfici riflettenti del cartone ricoperto di carta stagnola o dei CD tagliati in forma rettangolare. Per realizzarlo abbiamo costruito con i tre specchi, aventi le superfici riflettenti verso l’interno, un prisma a base triangolare.

 

 

L’abbiamo sigillato con nastro adesivo in modo che gli specchi fossero fissi. Abbiamo tagliato il foglio in cartoncino, in modo che fosse più lungo del prisma,  l’abbiamo arrotolato intorno ad esso  e l’abbiamo fissato con nastro adesivo. Abbiamo ritagliato del cartoncino da mettere sulla base del prisma e al centro con la punta di una matita abbiamo fatto un foro. In corrispondenza dell’altra base, abbiamo creato una camera con un foglio lucido, fissato con dei punti di spillatrice alla base del tubo di cartoncino. All’interno della camera abbiamo posto i bottoni colorati e abbiamo chiuso la camera con carta da forno. Guardando attraverso l’oculare e ruotando il tubo, gli oggetti colorati

si muovono, creando uno spettacolo inesauribile di figure.

 

 

 

 Il fenomeno è dovuto al fatto che l’angolo tra gli specchi è di 60°, pertanto si formano 5 immagini di un oggetto ed essendo tre gli specchi, in totale si osservano 15 immagini di ogni oggetto. Non tutti gli alunni avevano portato il materiale per realizzarlo, ma dato che ha  affascinato tutti vedere figure colorate e imprevedibili, molti alunni l’hanno realizzato a casa e la volta successiva alla lezione mi hanno portato il loro caleidoscopio.

                                    

Fase VI

Durante le ore di compresenza, con un gruppo ristretto di alunni, ho pensato di realizzare un video da caricare su Youtube, su uno degli esperimenti svolti. Per prima cosa abbiamo visionato i video relativi ad esperimenti scientifici su Youtube, valutandoli e criticandoli. Solo alcuni ci sembravano ben fatti, ma per  la gran parte di essi, la qualità del video lasciava a desiderare e in molti mancava la spiegazione del fenomeno, che corrisponde alla conclusione dell’esperimento. Questa ricerca è servita, non per trarre idee, ma per evitare gli stessi errori degli altri.

 Abbiamo scelto insieme “Il canarino in gabbia”, come esperimento e attraverso una discussione molto attiva e proficua, abbiamo delineato come strutturare il video. Ognuno ha fatto la sua proposta e dalla integrazione delle soluzioni di ognuno, abbiamo individuato le linee guida per realizzarlo. Un’alunna ha proposto di creare una serie denominata TG  Scienze con collegamenti dallo studio televisivo al nostro laboratorio, con la presenza di giornalisti, esperti e pubblico. La proposta è stata accolta con grande entusiasmo da tutti e così sono passati alla fase successiva, quale le realizzazione di  uno storyboard, individuando le diverse scene del video.

 

 

Sono stati  scritti i testi dei diversi attori coinvolti per ogni scena e sono stati individuati tra gli alunni del piccolo gruppo, chi avrebbe interpretato la giornalista, l’inviato, il Professore, la sua assistente, il gruppo di ragazzi della III B. Sono stati dati i testi da imparare e abbiamo deciso insieme gli abiti per ognuno di essi. Siamo passati a provare le diverse scene, per alcuni giorni, fino a che i ragazzi mi sembravano sicuri per poter essere abbastanza disinvolti davanti ad una telecamera. Il docente, Prof. M. Martiradonna, funzione strumentale della nostra scuola per l’area informatica, si è proposto di aiutarmi, effettuando le riprese e il  montaggio audio-video. Il video dal titolo “esperimento: dov’è il canarino” è stato caricato l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale su Youtube ed è visionabile all’indirizzo http://www.youtube.com/watch?v=rShwN1-_rAA, pertanto a l nostro ritorno a scuola, seguirà la pubblicità dello stesso.

 

Fase VII

Ho detto agli alunni di ripercorrere per iscritto l’intero percorso, soffermandosi a riflettere su ciò che avevamo fatto insieme.

E’ seguita una verifica orale per tutti gli alunni.

Comments