La cagna
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Abbandonata la società, un disegnatore di fumetti vive in un'isoletta a nord della Sardegna in compagnia del cane Melampo. Lo raggiunge una donna, uccide il cane e ne prende il posto come compagna muta e fedele. Dal racconto di Ennio Flaiano Melampus (1970) che lo sviluppò in una sceneggiatura rielaborata poi da Ferreri con J.C. Carrière. Doveva essere l'esordio alla regia di Flaiano. Apologo amarissimo sulla solitudine in un mondo degradato, condotto in uno spazio chiuso, con soprassalti ironici e misogini. Alto livello stilistico. Il rapporto centrale è raccontato senza sadismo né compiacimenti morbosi.
dal dizionario "Il Morandini"
 

«Straziami, ma di baci saziami», canta un vecchio grammofono nella tana di Robinson in cui s’è rifugiato il cartoonist Giorgio, avendo come solo compagno il cane Melampo, sopra un’isola delle Bocche di Bonifacio. è un motivo profetico perché la bella Lisa, sopravvenuta per caso, ucciderà il cane, ne prenderà il posto e finirà per riempite il vuoto sentimentale dell’uomo-padrone annientandosi insieme con lui. «Impossibilità di possedere la totalità dell’amore. Si amano: ma soltanto distruggendosi, o degradandosi, potrebbero essere l’una dell’altro totalmente, forse...» Queste poche righe dell’esemplare racconto Melampus di Ennio Flaiano (dal volume Il gioco e il massacro, Rizzoli) andrebbero bene come epigrafe della traduzione bella e infedele che ne ha fatto Marco Ferreri. La cagna comincia dove finiva Dillinger è morto: l’eroe di Ferreni si è conquistato la sua nuova libertà, ma non sa come usarla e patisce la nostalgia di una compagna. Badiamo alle date: nel 1968, in piena contestazione, Ferreni affermava con Dillinger che «per vivere bisogna sparare»; oggi scopre, nella favola che ci propone, l’inutilità della solitudine e l’impossibilità della coppia. L’autore ho fa alla sua maniera, prendendo in giro l’amico Antonioni (il motivo della ragazza scomparsa sull’isola, l’aeroplano dipinto), calcando il pedale della misogina, torchiando al gioco della verità l’ardita Deneuve e un Mastroianni tornato alle trasparenze ironiche della stagione felliniana. Non certo adatto al pubblico del dopocena, non tutto da spiegare in soldoni per non guastarne il fascino, La cagna è il film di un artista vero, ricco di umorismo e dei coraggio di guardarsi vivere.
di  Tullio Kezich