Fiaba paesaggio dell'anima

    Lo scritto che segue, redatto dall'autore come tesi conclusiva nell'ambito del percorso di formazione per insegnanti steineriani, vorrebbe offrire una chiave di lettura rispetto al linguaggio fiabesco. 
    I contenuti sono interamente ispirati alla scienza dello spirito antroposofica e sono dedicati a quanti, insegnanti, genitori o appassionati, vogliano cimentarsi nella lettura o nella composizione di fiabe, anelando a sviluppare sempre maggiore consapevolezza del loro potenziale educativo.
    Dal questo punto di vista, l'essenza del linguaggio fiabesco va ben al di là dell'ingenuità fanciullesca di un racconto fantasioso ma, al contrario, seppure velatamente, cela immagini di profonda saggezza sul divenire dell'uomo e del mondo. 
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FIABA PAESAGGIO DELL’ANIMA
di Shàntih Pintor - Ultima revisione del testo - primavera 2008

Sull’origine delle fiabe

Le narrazioni fiabesche sono esperienze di gente del popolo che si trovava in stati intermedi di coscienza. Così pure i grandi miti degli dei sono rappresentazioni di quello che gli iniziati sperimentarono sul piano astrale e sui piani superiori. (…) Tutto nella fiaba sorge in modo che i diversi avvenimenti e le immagini altro non sono che narrazioni di esperienze astrali, come le avevano tutti gli uomini di una certa antichissima epoca. In seguito esse divennero sempre più rare e gli uni le raccontarono agli altri che le accoglievano e le portavano di luogo in luogo. Così riapparvero nelle lingue più diverse, e se riusciamo a enuclearne le esperienze astrali che stanno alla loro base, possiamo riconoscere la somiglianza del tesoro delle fiabe in tutto il mondo.[1]

Queste parole di Rudolf Steiner vogliono indicare che alla base delle rappresentazioni fiabesche vi siano esperienze chiaroveggenti, grazie alle quali gli uomini di un antico passato potevano sperimentare interiormente le realtà del mondo spirituale in modo spontaneo. Vi sono quindi fiabe che sorsero in antichi tempi nei quali l’umanità poteva ancora avere, anche se in modo sognante e nebuloso, rivelazioni di elevate verità spirituali, in modo del tutto naturale. Le vere fiabe non furono quindi frutto della fantasia popolare o della creatività di singole individualità, ma di elevate rivelazioni, ottenute mediante una chiaroveggenza istintiva. La somiglianza del corredo di immagini che caratterizza le fiabe di tutto il mondo è quindi giustificata dal fatto che non si tratti di creazioni fantastiche, ma di descrizioni di un mondo nascosto alla percezione sensibile, ma non per questo meno oggettivo di quello fisico.

 

Come lo sguardo fisico offre la base di osservazione per descrivere il mondo sensibile, così lo sguardo spirituale la offre per il mondo soprasensibile. Ma queste descrizioni, per essere comunicate, devono essere rivestite di immagini tratte dal mondo ordinario. Le fiabe si rivestono quindi di immagini diverse a seconda del popolo dal quale traggono origine ma, se sono vere fiabe, fanno tutte riferimento alle medesime realtà spirituali. Il fatto che le fiabe russe contengano rappresentazioni e coloriture di sentimento diverse rispetto a quelle germaniche, cinesi o arabe, deriva soltanto dalle diverse immagini delle quali sono rivestite; immagini che sono tratte, a mo’ di simboli, dai diversi contesti sociali e culturali dei popoli d’origine.

 

Tuttavia non tutte le fiabe sgorgarono in modo spontaneo dall’antica chiaroveggenza atavica; esistono fiabe che sorsero in sedi misteriosofiche di secoli più vicini al nostro. Vi furono iniziati, guide dell’umanità, che donarono le fiabe al mondo con il deliberato scopo di consentire agli uomini, attraverso quelle immagini piene di sapienza e di verità, di progredire nel loro sviluppo.

La fiaba, nel corso della storia, fu quindi un mezzo per divulgare profonde conoscenze in un linguaggio immaginativo a tutti accessibile; un linguaggio che parlava, nutrendole, alle anime di uomini semplici. Esse ebbero un tempo il preciso scopo di educare l’umanità e di guidarla nel corso della sua evoluzione. Ed anche oggi possiamo ritenerle un nutrimento per l’anima ed un prezioso strumento pedagogico.

 

            Se vogliamo comprendere il contenuto delle vere fiabe e leggende, anzitutto non dobbiamo ritenere che esse siano poemi scaturiti dalla fantasia del popolo. Esse non lo sono mai. L’origine loro risale a tempi antichissimi, allorché gli uomini non erano ancora maturati a una civiltà razionale e viveva in loro una chiaroveggenza più o meno accentuata, residuo di una chiaroveggenza originaria. In uno stato intermedio tra veglia e sonno, essi sperimentavano effettivamente il mondo spirituale nelle più svariate forme. Non si trattava di un sogno come quello che abbiamo attualmente che, per la maggioranza degli uomini è caotico. In tali antichi tempi questa veggenza era così normale che, in persone diverse, le esperienze erano eguali o almeno tipicamente simili.

Ormai sono in pochi a ritenere che le fiabe siano un semplice diletto per bambini, vi sono numerosi e celebri autori che si sono cimentati nella loro creazione e molti studiosi hanno sottolineato con grande fermezza la portata del loro valore, anche educativo. Tuttavia, da una prospettiva diversa, come quella che ci viene offerta dall’antroposofia di Rudolf Steiner, le fiabe assurgono ad una dignità elevatissima, come dipinti che raffigurano paesaggi nascosti dell’anima e svelano profondi segreti sull’evoluzione umana.

 

Se con gli occhi potessimo cogliere i più profondi misteri dell’esistenza e, per descriverli, li rivestissimo di immagini, se fossimo in grado di far ciò, potremmo essere creatori di vere fiabe, come lo erano gli uomini di quell’antico passato, che vivevano in uno stato di coscienza diverso dal nostro.

 

Quando gli uomini si trovano entro il loro corpo fisico, percepiscono il mondo circostante come lo si può fare con organi fisici di percezione, ma dietro ad esso sta il mondo spirituale. Negli stati intermedi tra la veglia e il sonno era invece come se il velo del mondo fisico si sollevasse per rendere visibile il mondo spirituale. Tutto quanto stava nel mondo spirituale era in stretto rapporto con quanto vi era nell’interiorità dell’uomo.[2]

 

Nelle fiabe, se impariamo a leggere fra le righe, possiamo trovare descritto quanto quegli antichi uomini vedevano coi loro occhi dell’anima; questa è la dignità delle fiabe.

 

Sulla dignità artistica della fiaba

L’arte è uno specchio di impulsi spirituali.[3] Questa, tra tutte le definizioni di arte, è forse la sola che abbracci realmente, in tutta la sua portata, l’essenza stessa dell’elemento artistico. A tutta prima, agli occhi di chi non abbia famigliarità con il mondo fiabesco, potrebbe sembrare eccessivo annoverare le vere fiabe tra le creazioni più alte e mirabili cui l’anima umana possa aspirare. Ma la loro semplicità e la fanciullesca giocosità che le caratterizza, sono solo un velo dietro il quale si celano contenuti inaspettati. Molto più profonde di quanto si creda giacciono nell’anima umana le sorgenti dalle quali sgorga la vera poesia delle fiabe, che ci parla magicamente, lungo i secoli di evoluzione  dell’umanità.[4]

 Così si espresse Rudolf Steiner nel corso di una conferenza sulla poesia delle fiabe e, in seguito, per descrivere le regioni dell’interiorità umana dalle quali nascono, le confrontò ad un altro genere letterario, molto distante da esse: la tragedia.

Chi, dal punto di vista della ricerca spirituale, cerchi di raggiungere le sorgenti della poesia delle fiabe, le trova nell’anima umana in posizione assai più profonda di quelle cui essa attinge quale creatrice o spiritualmente fruitrice di altre opere d’arte, anche delle più entusiasmanti tra di esse, per esempio le tragedie più sconvolgenti. (…)

Le sorgenti della poesia e dell’atmosfera fiabesca sono più profonde di quelle in cui si intreccia l’elemento tragico. (…) Nella tragedia e in altre opere d’arte incontriamo una cerchia circoscritta dell’elemento umano. Quando poi cerchiamo di destare in noi un sentimento per quanto è presente nelle fiabe, siamo portati a dire che quanto si esprime in esse non è riconducibile all’uomo in una determinata situazione di vita, non è un’esperienza umana strettamente circoscritta, ma è tanto profondamente ancorato nello sperimentare umano da meritare la qualifica di universalmente umano. Non possiamo dire che qualunque anima umana, in una determinata epoca della vita e in una determinata situazione, possa provare qualcosa di simile; quanto si esprime nella fiaba ha radici tanto profonde nell’anima che l’uomo sperimenta il medesimo fatto, indifferentemente se si trova nell’età infantile, nell’età di mezzo o se è già vecchio. Per tutto il corso della nostra vita quello che le fiabe esprimono ci riporta alle più profonde esperienze dell’anima. Solo che la fiaba è un’espressione libera, spesso giocosa, immaginosa, di un’esperienza fondamentale. (…) Nella fiaba sentiamo vibrare disposizioni d’animo che si svolgono effettivamente nelle profondità dell’anima e in modo che l’anima umana non le conosce solo in determinati periodi della vita, ma proprio per il fatto che l’uomo è uomo, indifferentemente se sia bambino o adulto. (…) Nelle fiabe vive un elemento generalmente umano che accompagna l’anima dal primo all’ultimo respiro, lungo tutte le età della vita.

(…) Nel seguire attentamente determinati processi animici intimi, succede per esempio che i conflitti animici che l’uomo vive anche nel profondo dell’anima e che rappresenta in opere d’arte, nelle tragedie, sono relativamente più facili da afferrare in confronto ad altri conflitti animici, più generalmente umani, dei quali nulla sa la vita quotidiana, e che tuttavia ogni uomo attraversa in ogni età della vita.(…)

Di fronte a nessun’altra opera d’arte quanto alla fiaba, si può sentire di avere una gioia intima dall’immagine immediata e nello stesso tempo sapere dell’esperienza animica profonda dalla quale è scaturita la fiaba stessa.[5]

Se accettiamo questa prospettiva, non è più lecito mettere in dubbio il valore artistico delle vere fiabe. Dalle parole di Steiner risulta invece che esse scaturiscano da profondissime sorgenti dell’anima umana, talmente profonde dall’essere nascoste alla coscienza abituale. Le fiabe, a differenza delle tragedie, non narrano eventi paragonabili a quelli della vita comune. Chi assiste ad una tragedia, può porsi nei panni dell’uomo colpito dal fato, rapportando a se stesso i tragici eventi ch’egli è stato destinato a sopportare; mentre chi ascolta una fiaba non può paragonare i fatti della propria vita a quelli vissuti dai personaggi fantastici, che uccidono draghi o superano in astuzia giganti. Può invece tentare di scoprire cosa si celi dietro a quelle immagini e, sorprendentemente, vi troverà incantate profondissime verità, che nessun evento esteriore, per quanto tragico, avrebbe mai potuto rappresentare. Le fiabe narrano eventi interiori dell’anima umana e, come in essa, possiamo trovarvi dei tesori segreti.

 

I tesori segreti nelle fiabe

L’adulto che si addentri nel mondo fiabesco lo può fare in modo elementare, come fanno i bambini, lasciando semplicemente agire su di sé le immagini senza alcuno scopo conoscitivo; oppure può provare a scoprire cosa si celi dietro a quelle immagini e tentare di coglierne il significato, interpretandole come rappresentazioni di profonde realtà spirituali. Questo lavoro è indispensabile per l’educatore; infatti, quanto più profondamente si sarà immerso nella fiaba, tanto più il suo modo di raccontarla, l’intonazione della sua voce ed il suo atteggiamento generale, saranno comunicativi e capaci di suscitare immagini vivaci ed efficaci nell’interiorità dei bambini. Vi è un effetto molto intenso sui bambini da parte della vita di pensiero degli adulti, ed è molto importante che gli adulti abbiano nello sfondo i pensieri giusti. Noi leggiamo, o meglio raccontiamo, in modo molto diverso quando abbiamo una base conoscitiva. La nostra espressione si modifica e con ciò tutta la disposizione animica. Non si tratta di essere perfetti nella propria interpretazione delle fiabe, ma dobbiamo conoscere lo spazio spirituale, in certo qual modo il palcoscenico spirituale sul quale le fiabe si manifestano. Dobbiamo avere un orientamento. Gli errori maggiori emergono proprio di fronte a questo problema di orientamento.[6]

Quante più volte si affronta lo studio di una fiaba, tanti più significati vi si possono scoprire. Ogni volta vi si trovano contenuti nuovi ed anche per i bambini la ripetizione è importantissima. Quanto più una fiaba diventa famigliare, tanto più il bambino vi penetra in profondità. Quindi le fiabe vanno ripetute, soprattutto con bambini del primo settennio. Ciò è dimostrato ampiamente dal fatto che sono loro stessi a chiedere che gli vengano ripetute fiabe che hanno già ascoltato molte volte. È sorprendente poi scoprire che non ci è concesso cambiare una sola parola, che subito se ne accorgono e ci correggono. Nella ripetizione i bimbi sperimentano un senso di benessere e sicurezza che è paragonabile soltanto alle attività più elementari e necessarie per la vita, quali il sonno e l’alimentazione. La fiaba rinvigorisce e nutre l’anima, come il sonno ed il cibo rinvigoriscono e nutrono il corpo.

 

Quando un adulto si addentra in una fiaba, vi scopre i significati più sorprendenti che, pur non essendo rapportabili ai singoli fatti biografici, sono strettamente connessi ai profondi enigmi esistenziali che ogni uomo sperimenta vivendo, poiché la fiaba racchiude sempre qualcosa di universalmente umano. In questo senso si può anche considerare la fiaba come una vera fonte di conoscenza e di autoconoscenza, alla stregua della poesia, che riveste di immagini cose della vita che altrimenti, per essere espresse, richiederebbero pagine e pagine di riflessioni.

 

Il processo di analisi della fiaba può poggiare sulle osservazioni lasciateci da Steiner, seguendo le quali non si corre il rischio di perdersi nel mondo fiabesco, attribuendogli significati arbitrari. La sola premessa è una certa famigliarità con il linguaggio delle fiabe, le cui rappresentazioni spesso si ripetono; come archetipi che ritraggono di volta in volta nuovi scenari interiori. Infatti è possibile «applicare a tutte le fiabe quanto si sia reso evidente in singole fiabe, quando si tratti beninteso di vere fiabe.»[7]

Le immagini delle fiabe, quando sono autentiche, traggono origine da realtà spirituali, come il linguaggio trae origine dalla realtà sperimentabile sul piano fisico. «Accogliendo le fiabe nel loro insieme è come se da ogni frase vibrasse qualcosa che sta in rapporto con i segreti universali, come se vibrasse qualcosa di quanto l’anima sperimenta nel senso della scienza dello spirito.»[8]

 

Le fiabe si servono del linguaggio, ma la forza delle immagini che evocano nell’anima, quando si sia raggiunta una certa famigliarità con esse, si manifesta in modo così persuasivo da cancellare ogni dubbio sull’oggettività del loro significato. Se vediamo un sasso che cade a terra, non ci sfiora nemmeno l’idea di mettere in dubbio la forza di gravità. Similmente, quando cominciamo a familiarizzare con il linguaggio delle fiabe, il significato evocato dalle immagini fiabesche può assumere contorni così nitidi da cancellare ogni dubbio sulla sua validità. Tuttavia, ognuno sperimenta l’esistenza di molte leggi fisiche, ma non tutti riescono a ricavarne autonomamente i relativi concetti. È quindi possibile imparare a conoscere il linguaggio delle fiabe ma, anche una volta acquisita una certa dimestichezza con esso, le si possono leggere su diversi piani, a seconda delle nostre predisposizioni individuali. Quando prendiamo in mano una raccolta di fiabe, possiamo sentirci come se stessimo aprendo un piccolo scrigno contenente un tesoro segreto; la conoscenza del linguaggio fiabesco è la nostra piccola chiave d’oro.

 

Fiaba e forze morali

       Alte verità sulle questioni più profonde dell’esistenza possono essere mostrate al bambino con le fiabe, molto più di quanto sia possibile fare con discorsi astratti o precetti morali. Il bambino vive letteralmente nelle immagini della fiaba; vi si immerge e queste risvegliano in lui forze, parimenti alle esperienze della vita reale. Le immagini della fiaba si trasformano nel bambino in forze morali; perché la fiaba gli fa vivere sul piano del sentire esperienze piene di moralità. È bene che queste accompagnino il suo sviluppo in modo che, nel misurarsi con i fatti reali della vita, possano sostenerlo al pari di esperienze realmente vissute. Un bambino che avrà sperimentato con tutto se stesso la vittoria del principe contro il drago, del bene contro il male, avrà maggiori risorse per sconfiggere il drago quando lo incontrerà davvero.

Precetti morali o aridi concetti sono indigesti per l’anima. Tutti quelli che hanno a che fare con i bambini sanno quanto poco sia proficuo rimproverarli per una marachella appellandosi alla loro ragione, tentando di spiegargli la differenza tra ciò che è giusto e ciò che non lo è. Tutto ciò ha veramente poca presa sull’anima del bambino, perché essa parla un linguaggio diverso: un linguaggio immaginativo.

Le immagini della fiaba toccano le corde più profonde dell’anima del bambino ed egli, crescendo, le porterà con sé come esperienze oggettive e, a tempo debito, le riscoprirà nella propria interiorità trasformate in impulsi morali dai quali sorgeranno ideali. Questi ideali sorgeranno dalla sua interiorità sul terreno delle cose che avrà sperimentato nella vita e, fra queste, vi saranno intessute le immagini delle fiabe. Le fiabe stesse saranno forse state dimenticate, ma l’esperienza vissuta ascoltandole avrà compiuto un lavoro nelle profondità dell’anima, sviluppando forze positive. Le fiabe sono un tesoro insostituibile; un’inesauribile fonte di ricchezza non solo per l’educazione del pensiero, ma anche per lo sviluppo della moralità.

Ogni fase dello sviluppo del bambino è caratterizzata dal diverso rapporto ch’egli ha con le grandi questioni dell’esistenza, con i grandi dualismi: bene e male, vita e morte, coraggio e viltà, altruismo ed egoismo, ecc. Fino ai sette/otto anni non vi è linguaggio più indicato di quello delle fiabe per rispondere alle domande inespresse che giacciono nell’inconscio e nel subconscio del bambino. Nelle fiabe il bambino trova le risposte di cui ha bisogno espresse con un linguaggio a lui comprensibile: un linguaggio che non fa appello al suo raziocinio ma a strati più profondi del suo essere.

Certo una fiaba vien presto dimenticata anche dal bambino, ma l’esperienza che avrà prodotto in lui continuerà ad operare nella sua interiorità, proprio come continuano ad operare le esperienze vissute nel mondo ordinario. Ciò è possibile perché le immagini che ci parlano dal mondo delle vere fiabe sono in realtà degli archetipi. Sono delle finestre aperte sulle profonde questioni dell’esistenza; basta saperle capire o, come i bambini, basta saperle ascoltare spregiudicatamente, col cuore aperto.

 

La fiaba e l’archetipo

Steiner fece osservare che la vita è piena di simboli reali, predisposti dal mondo spirituale perché l’uomo abbia sempre una manifestazione tangibile della sua esistenza. Il chicco di grano che si sacrifica e muore alla terra per donare tanta vita; il sole che splende nel cielo e fa sbocciare i fiori e maturare i frutti; la crisalide che diviene farfalla: il mondo spirituale ha disseminato il mondo fisico di simboli reali perché l’uomo non vi si smarrisse.[9] Nella fiaba l’evento interiore diventa evento esteriore; immagine. In tal modo anche elevatissime verità, che per essere espresse in concetti necessiterebbero difficili ragionamenti, possono essere espresse in modo vivo ed adatto alla recettività dei bambini. Ciò educa in loro la disposizione a riconoscere l’elemento spirituale che tesse e trama dietro il velo dell’apparenza fisica, che di esso è solo un simbolo.

 

La fiaba in relazione alla condizione animica del bambino in età scolare

Dalla descrizione data da Steiner delle diverse tappe evolutive attraversate dall’umanità sulla terra per raggiungere lo stato di coscienza attuale, risulta che l’evoluzione terrestre sia scandita da sette grandi epoche.[10] Le prime quattro, secondo la terminologia antroposofica, sono chiamate Polare, Iperborea, Lemurica e Atlantica; la quinta, nella quale ci troviamo attualmente, si chiama Postatlantica e, al termine di questa grande epoca, ne seguiranno altre due.

Secondo le descrizioni di Steiner la grande epoca Postatlantica, nella quale ci troviamo attualmente, è a sua volta suddivisa in sette epoche di cultura, ognuna delle quali è legata alla fioritura di una grande civiltà. La prima epoca è denominata Antica India, la seconda Antica Persia, la terza fu l’epoca Egizio-Caldaica/Assiro-Babilonese, la quarta quella Greco-Romana, mentre la quinta, l’attuale, è spesso definita era dell’Anima Cosciente. Termine che indica lo sviluppo dell’anima nel senso della conquista di un rapporto cosciente con l’elemento divino spirituale.

Steiner caratterizzò in diverse occasioni queste epoche di cultura ponendo in evidenza il fatto che ad ognuna di esse corrisponda un passaggio evolutivo dell’umanità, sia sul piano fisico, sia sul piano spirituale. Queste tappe evolutive sono quindi connesse allo sviluppo della coscienza umana.

In questo contesto sarebbe eccessivo tentare di caratterizzare, seguendo le descrizioni date da Steiner, tutti i gradini attraversati dall’umanità per il raggiungimento dello stato di coscienza attuale; tuttavia non si può tralasciare una realtà che si trova alla base della nostra pedagogia.

Secondo l’antropologia dalla quale si è sviluppata la pedagogia steineriana, il bambino, nelle diverse fasi di sviluppo, ripercorre in sintesi tutti i passaggi evolutivi attraversati dall’umanità nel corso dell’evoluzione. I diversi livelli di coscienza che il bambino raggiunge nel corso del suo sviluppo sono quindi in relazione con le diverse epoche di cultura che hanno caratterizzato lo sviluppo dell’umanità intera.

Il bambino di sette anni si trova in una condizione interiore paragonabile a quella che interessò l’umanità nell’epoca denominata Antica India. Esiste quindi una relazione tra primo settennio, Antica India e linguaggio delle fiabe. Una breve descrizione dello stato di coscienza dell’antico indiano potrà illuminare da un’altra prospettiva, l’importanza della fiaba in quel delicato passaggio dello sviluppo del bambino, che coincide con la maturità scolare.

Se guardiamo il bambino di sette anni possiamo farci una pallida idea di quale fosse il livello di coscienza dell’antico indiano. L’antico indiano aveva uno stato animico che permetteva le esperienze del mondo spirituale. Buona parte di quegli uomini sentiva ancora nel cuore e nell’anima una poderosa attrazione verso le esperienze del mondo soprasensibile. (…) Sentiva che il mondo soprasensibile era la patria originaria degli uomini, e che da quello essi erano stati trasferiti nel mondo delle percezioni esteriori sensorie, e dell’intelletto ad esse collegato. Gli antichi indiani sentivano il mondo soprasensibile come il vero mondo, e quello dei sensi come un inganno della percezione umana, un’illusione (maya).»[11] Con questa descrizione non si vuole naturalmente attribuire al bambino di sette anni le stesse facoltà animiche che vivevano nell’antico indiano eppure, anche se a livello inconscio, egli sperimenta la stessa nostalgia per il mondo spirituale, lo stesso senso di appartenenza ad esso. Osservandolo riconosciamo che la sua coscienza di veglia sia ancora in parte addormentata. Quando un bambino è sveglio, troppo sveglio per la sua età, questa condizione è stata indotta dagli adulti e dal loro mondo.

In prima, in seconda, a volte anche in terza classe, si osserva che i bambini si muovono ancora nella leggerezza, che vivono nel ritmo, che seguono melodie interiori e sentono armonia in se stessi e fuori. Vivono in armonia e sperimentano ancora il mondo in modo immediato; non hanno ancora creato una barriera fra se stessi e il mondo. Il bambino piccolo non è un contemplatore: se gli si indica un bel paesaggio lui lo guarda per un istante, poi si distrae. Lui non guarda il paesaggio, vive in esso.

Le percezioni del mondo non vengono più assorbite direttamente come nel primo settennio, ma i bambini di sette/otto anni vivono ancora nelle percezioni, vivono ancora nella fantasia e accolgono volentieri quanto viene loro proposto in modo spontaneo e per nulla condizionato da forze razionali. Vivono ancora in un mondo affine a quello della fiaba e, mentre la si racconta, si vede come gli eventi narrati risuonino in loro, come vi si immedesimino con naturalezza. I bambini di quell’età hanno ancora con il mondo un rapporto empatico.

In tempi più antichi dell’evoluzione umana (Steiner non specifica qui a quale epoca si riferisca) ogni anima si trovava più vicina a una percezione chiaroveggente delle esperienze interiori animiche e perciò, in certe circostanze, l’anima semplice popolare (…) poteva cercare nutrimento nelle immagini che allora sorgevano dalla creatività animica umana e che oggi troviamo nelle fiabe tramandate dai diversi popoli.(…) Non è davvero il caso di meravigliarsi che le fiabe più belle e caratteristiche fossero note in tempi antichi, dai quali ci furono tramandate, quando gli uomini possedevano ancora una certa coscienza chiaroveggente e potevano più facilmente accedere alle fonti di tale atmosfera poetico/fiabesca; e neanche ci stupisce che le fiabe siano più caratteristiche nelle contrade della Terra, per esempio in India e in generale in Oriente, dove le anime umane sono più vicine a tali fonti di quanto non lo siano le nostre anime occidentali.»[12]

Per l’antico indiano, come si è detto, il mondo fisico era maya, illusione e, fino ai sette/otto anni, i bambini riconoscono come reale quel mondo in cui le piante e gli animali parlano, come l’intero creato parlava all’interiorità dell’antico indiano, il quale sperimentava ancora il mondo spirituale come il solo reale. I bambini non hanno alcuna difficoltà a far vivere gli uni accanto agli altri principi, draghi, maghi e animali parlanti. L’antico indiano, dietro alla realtà incantata del mondo fisico, dentro alla materia di cui è rivestita la pianta o dietro alle forme corporee dell’animale, era ancora in grado di riconoscere la loro natura spirituale. Il bambino di sette anni, quando gli si presentano scenari fiabeschi nei quali l’animale e la pianta raccontano la propria esistenza con parole umane, rivivono una reminescenza dell’antico stato in cui si trovò l’umanità intera in quell’antico passato. L’antropomorfismo del linguaggio fiabesco, visto sotto questa luce, si eleva a livelli infinitamente più elevati di una semplice ingenuità fanciullesca.

Nel primo settennio il bambino vive inconsciamente il ricordo del mondo spirituale dal quale proviene; per questo si ritrova nelle fiabe. Le fiabe contengono quelle verità spirituali che l’adulto si è conquistato con la logica, ma il bambino le vive inconsciamente e bisogna offrirgliele attraverso immagini, perché le immagini parlano all’inconscio e non all’intelletto. Sono immagini che, come semi, sbocceranno poi al momento giusto, come forze dell’anima. Proviamo a leggere i simboli che troviamo nelle immagini delle vere fiabe, allora vi troveremo le più alte verità dell’esistenza espresse in un linguaggio che, per il bambino, è il solo comprensibile; il solo capace di radicarsi in lui tanto profondamente da trasformarsi in forze viventi. Molte domande sorgono nelle profondità del suo essere, ma il bambino non ha ancora la possibilità di portarle a coscienza al pari di un adulto e le sperimenta sotto forma di immagini. Proprio nelle vere fiabe, che furono il frutto della chiaroveggenza di elevate guide dell’umanità, troviamo le immagini per dare ai bambini le risposte che chiedono.

 

Educazione del respiro e della sfera emotiva

La fiaba è un mezzo potentissimo per armonizzare il respiro. Contrazione e rilassamento, momenti di tensione e di tensione che si scioglie con un lieto fine: questa alternanza è una formidabile palestra per il sentire. E un sentire ben coltivato ha un potere armonizzante sul respiro e, in generale, su tutta l’organizzazione ritmica. Basti pensare a come il cuore batta freneticamente quando siamo spaventati, agitati o ansiosi. Nelle fiabe il bambino sperimenta tutti i sentimenti, anche i più antipatici, ma in una condizione di serenità. Può sperimentare anche tensione e spavento, ma vive questi sentimenti sentendosi sicuro e protetto. Per questa ragione il suo sentire ne risulta rafforzato. Sarebbe assurdo pensare di educare il sentire di un bambino privandolo di ogni sentimento spiacevole. Il bambino, infatti, spesso chiede che gli vengano raccontate proprio quelle fiabe che gli consentono di sperimentare sentimenti che, nella vita reale, sarebbero molto spiacevoli. Ma egli li desidera e nelle fiabe vuole misurarsi con la paura e con la sofferenza e con tutta quella gamma di sentimenti che, nel profondo del cuore, sa di dover conoscere e rafforzare per andare incontro alla vita.

Nelle immagini delle fiabe il bambino si sente compreso fin nel profondo. Si sente compreso nelle sue ansie e nelle sue paure, senza però sentirsi giudicato.

 

Si può dire che il bambino piccolo sia “fatto di sentimenti”; infatti, vive continuamente in un altalenare, in un mare di sentimenti. Dalla gioia al dolore, dalla felicità alla tristezza; in pochi istanti lo stato d’animo può cambiare radicalmente. Un bambino davanti ad un vassoio di biscotti è combattuto fra il desiderio di afferrarli ed il desiderio di obbedire alla madre che gli ha detto di aspettare fino all’ora di cena. Questa dualità occupa tutto lo spazio interiore del bambino. La fiaba parla di questa dualità con un linguaggio a lui comprensibile. Egli, a scuola, incontra le prime difficoltà e le fiabe parlano anche di queste difficoltà, che riguardano sempre, prima di tutto, l’educazione del sentire.

Nell’alternanza di sentimenti piacevoli e spiacevoli, di momenti di tensione che si risolvono in nuove armonie, il bambino rafforza i suoi sentimenti ed impara a governarli. E tutti noi sappiamo quanto sia importante, nella vita, saper governare la propria emotività.

Il bambino si immedesima profondamente con le vicende dei personaggi delle fiabe, vive letteralmente insieme a loro. Inconsciamente fa appello alle proprie forze di coraggio quando deve affrontare il drago, sperimenta simbolicamente il trionfo del suo io superiore quando, portata a termine l’impresa, si congiunge con l’anima umana e sposa la principessa. Ogni vicenda delle fiabe è un’esperienza che mette il bambino in contatto con le forze viventi della sua anima. Una voce profonda gli parla senza affiorare a coscienza e gli dice: «In te sta qualcosa che ti trascende e in certo modo ti rende poi vincitore sopra le forze della natura».[13] Per questa ragione non bisognerebbe mai drammatizzare il racconto; non si dovrebbe mai enfatizzare quando si legge una fiaba. Se, alla comparsa del lupo, digrigniamo i denti, accigliamo gli occhi e parliamo con voce terribile, terrorizziamo il bambino e annichiliamo le sue forze, le inibiamo sul nascere. Egli sentirà che il lupo è troppo forte e che non troverà mai il coraggio di battersi con lui.

In ambito pedagogico, è ogni volta sorprendente scoprire quanto siano diversi i disegni di una classe di bambini che abbia ascoltato la stessa fiaba. Ci sono dei collerici arditi che disegnano un lupo enorme e feroce, con zanne aguzze e occhi di fuoco, con un piccolo cavaliere che gli si para innanzi, monolitico, forte come un Dio, con la spada sguainata e lucente. Ci sono poi dei malinconici che disegnano un lupino che pare un barboncino, ed un principe che sembra un gigante. Se si racconta con tono misurato, senza esagerare con l’interpretazione, si consente al bambino di formarsi delle immagini corrispondenti alle sue forze. Ogni bambino immaginerà un lupo che può sostenere, col quale può battersi e troverà il coraggio di combattere ogni istante al fianco del principe. Se invece descriviamo un lupo spaventosamente feroce, imporremo al bambino la nostra immagine di lupo, ma lui non avrà ancora le forze per sostenerla.

Se raccontiamo bene, mentre il bambino si sente al sicuro nel suo lettino o in classe, con una bella atmosfera serena e piena di calore, allora gli faremo uno dei doni più belli che la vita possa dare. Chiunque abbia ricevuto il dono di fiabe ben raccontate prima di addormentarsi, ne porta nel cuore un ricordo meraviglioso per il resto della vita. E sente pulsare quel ricordo come una forza piena di luce ed amore.

 

Pensare attivo e pensare passivo: fiaba e tv a confronto.

La fiaba, al contrario dello schermo televisivo, stimola lo sviluppo di un atteggiamento attivo del pensare. A riguardo si possono fare alcune considerazioni ma, prima di tutto, bisogna chiedersi cosa sia un pensare attivo e in che modo l’attività pensante si differenzi nell’adulto e nel bambino.

Prima di tutto va fatto osservare che l’adulto sia in grado di governare i propri pensieri in misura assai maggiore rispetto al bambino, la cui attività pensante è invece del tutto dipendente da quanto avviene nell’ambiente circostante, dallo stato emotivo e dalle esigenze corporee. Si può dire che quello del bambino sia, in generale, un pensare condizionato, e che l’adulto abbia invece la possibilità di autodeterminare i propri pensieri.

Per un adulto può definirsi attivo ogni processo di pensiero scaturito da un impulso autodeterminato e, al contrario, può definirsi passivo ogni processo di pensiero condizionato da qualsiasi altra cosa. Ogni processo di pensiero, per essere attivo nel senso qui inteso, deve quindi essere sorretto da un impulso volitivo cosciente.

Un pensare attivo è quindi una condizione impropria rispetto al bambino, il quale non è ancora cosciente dei propri pensieri ed è in larga misura incapace di autodeterminare la propria volontà. Questa condizione il bambino la conquista e rafforza nel corso dello sviluppo e la sua attività pensante può essere paragonata a quella di un adulto solo a partire dal terzo settennio di vita.

Al fine di caratterizzare il modo in cui la fiaba stimoli lo sviluppo di un pensare attivo, è quindi necessario stabilire quali siano le premesse per un sano sviluppo dell’attività pensante e scoprire in che modo vi si collochi l’ascolto delle fiabe.

 

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In ambito pedagogico, parlando degli effetti della televisione sullo sviluppo del bambino, si osserva che, di fronte alla tv, il bambino metta in stop la propria volontà e viva in una condizione di interiore passività. Si comporta come un recipiente vuoto nel quale venga versato qualcosa e questa passività riguarda tutta la sua interiorità ma, in special modo, la sua vita di pensiero.

Di fronte alla tv non è pertanto il bambino a pensare ma, in un certo senso, è la televisione a pensare in lui. Il pensare si educa così ad assumere un atteggiamento passivo e la situazione è la medesima nel caso in cui a guardare lo schermo sia un adulto; solo che l’adulto né è consapevole e responsabile e, a differenza del bambino, ha già una vita di pensiero formata.

Si potrebbe obiettare: «Quando il bambino ascolta una fiaba, si comporta ugualmente come un recipiente vuoto: similmente a quelle della televisione, le immagini della fiaba vengono riversate nella sua interiorità da fuori, attraverso l’udito». Ma proprio qui vi è la differenza sostanziale: le immagini televisive si riversano nell’anima attraverso gli occhi, quindi dall’esterno, mentre quelle della fiaba scaturiscono dall’immaginazione, quindi dall’interiorità. Il bambino che ascolta una fiaba, soprattutto se il narratore procede lentamente, è interiormente attivo e produce lui stesso le immagini. È straordinario che la stessa fiaba, raccontata a dieci bambini diversi, faccia sorgere in ognuno immagini del tutto originali ed irripetibili. Anche una fiaba che venga ascoltata dieci volte dallo stesso bambino, ogni volta farà sorgere in lui immagini diverse, sempre più ricche. Ciò fa parte del miracolo della vita: non si ripete mai.

La tv, in questo senso, ha invece in sé qualcosa di morto: dieci bambini che guardino insieme un cartone animato, riceveranno nell’anima le stesse identiche immagini e, se lo rivedranno dieci volte, riavranno altre dieci volte le medesime immagini. Nulla potranno aggiungervi di personale, di originale, di irripetibile. Volendo esprimere subito un giudizio a riguardo si può sostenere che tutto ciò vada a scapito dell’umanità intera, perché ogni invenzione che conduce l’umanità ad un progresso è frutto di un’immaginazione creativa, mentre la tv opera nel senso di un’omologazione del pensare.

Nonostante questo, qualcuno poco intenzionato a rinunciare alla comodità di abbandonare il figlio di fronte allo schermo, potrebbe domandarsi: “Ma è poi così grave, per lo sviluppo di un bambino, lasciare che la sua facoltà di pensiero venga educata ad essere passiva, anche se ciò avviene solo per una o due ore al giorno?”

Per rispondere basti pensare che, a scuola, una materia come l’aritmetica venga trattata anche meno di un’ora al giorno, eppure i bambini la imparano e le loro menti ne vengono profondamente plasmate. Cosa ci autorizza a credere che l’effetto giornaliero della tv sia meno incisivo sulla mente del bambino? Non è forse un bravo atleta quello che si allena due ore ogni giorno? Di fatto, ogni attività esercitata regolarmente, in un arco di tempo più o meno breve, alla fine ci trasforma. Anche la passività del pensiero di fronte allo schermo, è un’attività capace di plasmare quell’essere per sua natura duttile che è il bambino. 

Ma qualcuno potrebbe obiettare: “In fondo anch’io sono cresciuto guardando molta tv; eppure non sono venuto su tanto male!”

In realtà, la televisione è molto sottovalutata e ciò avviene soltanto perché procura ferite invisibili. Non s’intende sollevare il problema dei contenuti, ma solo degli effetti della tv in quanto mezzo che sollecita un determinato tipo di percezioni. Sempre più persone che operano nel campo dell’educazione sono certe che buona parte dei disturbi di apprendimento che affliggono sempre più bambini e gran parte dei vuoti morali che tormentano gli adolescenti siano riconducibili, in un modo o nell’altro, anche allo schermo televisivo. Certo esso non può essere considerato un male assoluto, ma oggi bisogna riconoscere i suoi effetti negativi sullo sviluppo infantile. Un tempo non lontano era persino normale dare da bere bevande alcoliche ai bambini; anzi, si diceva che, a piccole dosi, gli facessero pure bene. Un giorno si smetterà di dar loro anche la televisione.

Tutti noi, ormai da qualche generazione, siamo cresciuti con la televisione. Molti di noi possono anche ritenere di non essere poi così male. Eppure nessuno può essere certo del fatto che non sarebbe stato una persona migliore, più creativa e brillante, se certe forze di immaginazione non fossero state stemperate. Televisione e fiaba sono come due poli: la prima danneggia lo sviluppo del pensare, la seconda lo favorisce.

Sul tema del pensare attivo Rudolf Steiner scrisse una volta: “… ci si deve rendere liberi dal confuso vagare dei pensieri. Bisogna diventare padroni del proprio mondo di pensiero. Non se ne è padroni se le condizioni esterne, lavoro, tradizione, relazioni sociali, persino l’appartenenza a un certo popolo, l’ora del giorno, o i doveri da compiere, determinano un nostro pensiero e il modo in cui si sviluppa. ” [14]  E, prima di questo passaggio, riferendosi alla condizione preliminare per attuare un cammino evolutivo interiore, scrisse che: “… La prima condizione è l’acquisizione di un pensiero perfettamente chiaro.[15] E, nella sua Filosofia della libertà, asserì che solo un pensare sostenuto dalla volontà ed una volontà illuminata da un chiaro pensare, possono offrire all’uomo le premesse per trovare la sua libertà.

 

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Ora, in che modo la fiaba stimola lo sviluppo di un pensare attivo?

Va innanzitutto considerato che il mondo di pensiero del bambino non sia come quello di un adulto. Il pensare astratto, formato da concatenazioni di concetti, è una facoltà che si sviluppa solo gradualmente ed il punto di partenza di questo sviluppo è l’acquisizione del linguaggio.

Il mondo di pensiero di un bambino appena nato non è quindi formato da concatenazioni di concetti, ma di immagini. Ed il passaggio da un pensare immaginativo ad un pensare astratto avviene gradualmente. A partire da un pensare immaginativo il nostro mondo concettuale prende forma a poco a poco.

Ancora nel secondo settennio di vita, ci si dovrebbe rivolgere al bambino parlando per immagini, perché un linguaggio per immagini è affine alla sua natura. Concetti chiusi e definiti vengono da lui recepiti come qualcosa di arido, freddo ed estraneo. Il bambino avverte che nell’immutabile staticità di un concetto vi sia un elemento di morte, mentre ritrova in un linguaggio per immagini la stessa vita che prolifera nel suo mondo di pensiero.

Il vantaggio delle immagini è chiaro: cogliamo con un colpo d’occhio un insieme di relazioni, per le quali altrimenti dovremmo usare molte parole o addirittura frasi. Disponiamo dunque di una facoltà capace di creare immagini, e possiamo imparare a comprendere il linguaggio delle immagini. (…) Il concetto è qualche cosa di solido, una definizione. Le immagini sono su un piano superiore. (…) Soltanto il collegamento vivente, in un tessuto immaginativo fra le immagini, porta verso la comunicazione spirituale delle fiabe. L’immaginazione contiene sempre questa mobilità vivente e interiore.

Lo spirito umano ha la facoltà di esprimere dei contenuti di pensiero, in un linguaggio concettuale, oppure in immagini. Dobbiamo tenere presente che nel linguaggio quotidiano vi sono moltissime immagini e specialmente nel sogno l’uomo è attivo nella sua facoltà creativa di immagini. Nei sogni spesso comprendiamo le immagini da noi create, tanto poco quanto comprendiamo le immagini delle fiabe. Nel linguaggio di tutti i giorni sappiamo cosa intendiamo quando diciamo ad esempio: «tu sei un asino»; oppure: «mi si apre una luce». In fondo il linguaggio per immagini della fiaba non è nulla di diverso, solo che dobbiamo sforzarci maggiormente per leggere tali immagini, in quanto non ci sono così abituali come quelle del linguaggio quotidiano.[16] Per un adulto è proprio così: un adulto si sente soddisfatto solo quando è in grado di capire (con il capo). Se le forze del raziocinio non riescono ad afferrare il concetto; allora ci si sente al buio, quasi smarriti. Ma per il bambino, in un certo senso, vale il contrario. Aridi concetti hanno su di lui una presa minima e spesso risultano incomprensibili. Il bambino non ha un bagaglio di esperienze tale per cui, facendo appello alle sue forze di pensiero, egli possa rapportare alla sua biografia i contenuti di pensiero che gli vengono trasmessi. Ed è proprio così che funziona il meccanismo della comprensione intellettuale: si fonda sull’esperienza. Se questa manca, manca anche la base per la comprensione. Ed una differenza sostanziale tra un linguaggio immaginativo ed un linguaggio astratto, sta appunto nel fatto che il primo stimola nel bambino un’esperienza che si trasformerà in forze di comprensione, mentre il secondo presuppone tale esperienza e, quando essa manca, indebolisce l’interiorità del bambino. Le immagini non sono soltanto pensabili, ma anche sperimentabili; poiché il linguaggio astratto parla solo al pensare, mentre un linguaggio per immagini parla anche al sentire. Queste sono le possibilità del linguaggio per immagini che in realtà può portarci molto più lontano del linguaggio di pensiero. Un concetto certifica; oppure, per usare l’immagine del sarto (ricorrente in molte fiabe): la grande e bella unità del mondo viene tagliata a pezzi. Se poi si considerano solamente le singole parti, si può vederle con grande precisione e delimitazione nei confronti di quanto sta intorno.[17] Ma l’unità originaria è andata perduta. Ed è proprio quell’unità ad essere fondamentale per il bambino. Se vogliamo esprimere con il linguaggio dei contenuti spirituali, abbiamo bisogno di un tessere pieno di vita; per questo abbiamo a disposizione delle immagini anche nel linguaggio quotidiano.[18]

Nel primo e nel secondo settennio dovremmo quindi rivolgerci al bambino con un linguaggio immaginativo. E un tale linguaggio lo troviamo nelle fiabe e, in generale, possiamo trovarlo in noi stessi per parlare ai bambini degli argomenti più svariati. Ma dobbiamo sperimentare in noi che un concetto, per esempio espresso con un sillogismo, sia qualcosa di finito, di chiuso e di immutabile, come un sasso gettato nell’anima. E dobbiamo sperimentare che un’immagine ben caratterizzata sia invece qualcosa di mobile, qualcosa capace di trasformarsi e di accompagnare il bambino nel suo sviluppo.

Un esempio (forse un po’ drastico) di quanto possa essere arido un linguaggio che si esprima in concetti, può essere il seguente: se dico ad un bambino che un leone è un quadrupede, che tutti i quadrupedi sono animali e che quindi il leone è un animale, non gli avrò detto proprio nulla sulla reale natura del leone. Il concetto che il bambino potrà formarsi del leone sarà quindi un concetto arido e morto. Se invece gli porgerò molte caratterizzazioni di come il leone, sotto il sole infuocato della savana, riposi ore ed ore all’ombra di un albero; di come il suo ruggito possente faccia impietrire ogni altro animale; di come la sua folta criniera ed il suo manto dorato gli conferiscano un aspetto regale; di come il suo petto possente respiri con quieta grandezza ed il suo sguardo fiero scruti l’orizzonte; queste immagini, nessuna delle quali esprime un concetto chiuso e finito di leone, confluiranno nell’immaginazione del bambino e daranno forma al suo concetto generale di leone. Ma sarà un concetto vivo, capace di modificarsi ed arricchirsi col tempo. Sarà un concetto che si svilupperà, riscaldato dal calore, accompagnato da sentimenti e pensieri viventi. Naturalmente questo atteggiamento andrebbe esteso ad ogni ambito del sapere; ad ogni insegnamento che si voglia impartire.

Spesso, per esempio un documentario, per quanto interessante e ben fatto possa essere, si rivolge solo alla sfera intellettiva, proponendo copiose sequele di nozioni, il cui solo risultato è, in ultima analisi, il soffocamento dell’immaginazione. Le immagini televisive hanno la peculiarità di imprimersi nell’anima con aggressività. Sempre più spesso capita di incontrare degli adolescenti che lamentano stanchezza e mostrano scarso entusiasmo per la vita, poco interesse per il mondo: si tratta per lo più di giovani che sanno moltissime cose e possono argomentare su qualsiasi tema. Hanno un mucchio di conoscenze e, a parole, hanno anche le idee chiare su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, su cosa dovrebbe cambiare perché il mondo diventi un posto migliore, ma queste conoscenze non bastano; non sono sufficienti ad infiammare la loro volontà e tradurre in azione i loro ideali. Osservandoli si riconosce che i loro pensieri sono scollegati dal cuore. Presto gli ideali lasciano il posto ad un sentimento di sfiducia e pessimismo. Non sanno determinare le proprie azioni e si lasciano guidare dalla corrente generale. In tal modo si rischia di diventare uomini volubili e privi di creatività. La perdita degli ideali porta infine a trovarsi degli idoli fittizi come calciatori, cantanti, vip. L’apparenza esteriore diventa il surrogato per mascherare un vuoto interiore. Questo è il risultato di una vita di pensiero scollegata dal resto dell’uomo. Se si conviene che il presupposto per lottare per i propri ideali sia un pensare infiammato dal cuore, profuso di sentimento, si riconosce che un pensare scollegato dal cuore sia incapace di tradursi in azione feconda per il mondo. Un’idea può benissimo essere fredda e calcolata; un ideale no. E le conoscenze trasmesse da uno schermo televisivo, per esempio le conoscenze che si possono trarre da un documentario sugli animali, hanno prevalentemente questo carattere arido, che nulla può portare allo sviluppo della sfera del sentire di un bambino. Con questo, naturalmente, non si vuole indicare che tutti i mali derivino dalla tv; sarebbe assurdo. Tuttavia si vuole riconoscere lo schermo per quello che è.

Un’educazione basata sul nozionismo non può portare alla formazione di ideali morali per i quali valga la pena di lottare nella vita. Per questa ragione bisogna cercare, proprio nell’età dello sviluppo, di formare l’attività di pensiero dei bambini in modo vivo e ricco di immaginazione. Nelle vere fiabe troviamo immagini piene di verità e di saggezza e la moralità che le pervade è espressa in un modo adatto alla comprensione del bambino, perché affine al suo mondo di pensiero. Se nutriamo l’interiorità del bambino con le immagini delle fiabe, educhiamo la sua vita di pensiero in modo sano e consono alla sua natura.

Naturalmente, a partire dagli otto/nove anni, il materiale narrativo dovrà essere variato ed arricchito a seconda dei diversi gradi di sviluppo raggiunti dal bambino. Ma fino a quell’età non vi è nulla di meglio delle fiabe per porre su basi sicure l’educazione del pensare e tutto quanto ne consegue.

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Il piano di studi steineriano, che si fonda su uno studio antropologico delle fasi di sviluppo del bambino, offre le basi per accompagnare lo sviluppo del pensare fino al raggiungimento di una capacità di giudizio autonoma. Momento nel quale, in linea di principio, cessa l’educazione propriamente detta e comincia l’autoeducazione. Al termine degli studi superiori un giovane dovrebbe essere in grado di scegliere da solo la propria strada, si tratti di una specializzazione universitaria o lavorativa.

Come si è detto le fiabe muovono la fantasia creativa ed il pensare immaginativo e questo pensare immaginativo si trasformerà poi in capacità di rappresentazione e di autodeterminazione della volontà. Grazie alle fiabe il ragazzo avrà ricevuto fin da piccolo una solida base per lo sviluppo di un atteggiamento attivo del pensare, che gli consentirà di diventare adulto e di cominciare a prendere delle decisioni riguardo al suo destino.

           

CONOSCERE IL LINGUAGGIO FIABESCO
PER COMPRENDERE ED INVENTARE FIABE

 

Vi è qualcosa nell’anima, proprio come nell’organismo è presente la fame, e come per la fame si ha bisogno di qualcosa, così si ha bisogno di qualcosa per la disposizione indistinta che proviene dall’esperienza profonda dell’anima. Allora ci si sente spinti verso una fiaba di cui disponiamo, oppure ad attingere da una leggenda, o forse, se si ha una natura artistica, a creare noi stessi qualcosa che ci faccia sentire che tutte le parole occorrenti teoricamente, di fronte a questa esperienza, siano come un balbettio: così appunto si generano immagini di fiaba.[19]

 

Pensare e sentire nella creazione di fiabe

            Confronto a quanto possiamo trovare nelle immagini fiabesche, dice Steiner, tutte le parole occorrenti teoricamente per descrivere le esperienze dell’anima sono come un balbettio. Quindi, nella composizione di fiabe, come in ogni altra creazione artistica, non possiamo affidarci del tutto alle forze del raziocinio. Tuttavia, oltre a dedizione, sensibilità, fantasia e talento artistico, la creazione di fiabe richiede una buona conoscenza del linguaggio fiabesco e del patrimonio di immagini che, come archetipi, costituiscono una sorta di alfabeto del mondo delle fiabe. E questa conoscenza è raggiungibile solo per mezzo di uno studio approfondito.

Come non è sufficiente aver letto molte poesie per essere un poeta, così non basta aver letto molte fiabe per conoscere il loro linguaggio tanto a fondo da poterlo sfruttare creativamente con una certa consapevolezza. Il linguaggio fiabesco, da una prospettiva come quella antroposofica, è un tessuto di immagini che trova un’immediata e naturale corrispondenza con le più profonde realtà della vita dell’anima. Non si tratta quindi del frutto di una fantasia sbrigliata, ma di una sapiente facoltà di rivestire contenuti spirituali con immagini simboliche veritiere.

Una via per mezzo della quale è possibile impadronirsi di una certa famigliarità con il linguaggio fiabesco, anche al fine d’inventare fiabe, è lo studio delle rivelazioni dell’indagine spirituale di Rudolf Steiner, o delle considerazioni di quanti, sulla base di essa o di altre esperienze, hanno saputo sollevare il velo simbolico che le riveste.

Un’approfondita conoscenza del linguaggio tipico delle fiabe è certo fondamentale per la loro composizione, tuttavia, a ben vedere, non è ancora sufficiente. Una volta acquisita, tale conoscenza, conduce ad un’esperienza interiore del tutto particolare. Servendosi di un paragone, si può dire che la creazione di fiabe possa essere paragonata alla composizione musicale. Se si compone una melodia, l’esperienza di ciò che è bello e di ciò che non lo è viene sperimentata molto profondamente nell’interiorità, in regioni che, in un primo momento, sono inaccessibili alle forze intellettuali. In realtà sappiamo che non possa esistere uno statuto assoluto di bellezza, eppure non possiamo negare che esistano opere d’arte il cui valore raggiunge vette talmente elevate da trascendere il gusto soggettivo. Un concetto assoluto di bellezza non può esistere per il semplice fatto che dovrebbe scaturire dall’intelletto, ma questo, in campo artistico, è subordinato al sentire. Qualcuno potrebbe avere, per esempio, un’avversione particolare per l’arte religiosa, eppure chi potrebbe giudicare brutte le madonne di Raffaello o il Requiem in re minore di Mozart? Esiste pertanto una sensibilità sottile, presente in ogni essere umano, che risuona di fronte alla vera opera d’arte.

Nella composizione musicale la valutazione estetica non può quindi poggiare soltanto sul vaglio dell’intelletto, ma deve affidarsi ai sentimenti che la musica è in grado di evocare. Se anche comprendiamo un’opera d’arte, non è detto che per questo ci piaccia; l’intelletto gioca quindi un ruolo subordinato. Lo stesso vale nella creazione di una fiaba: l’esperienza fondamentale viene sperimentata nel profondo dell’anima e riguarda un senso che, su un piano morale, può essere definito «senso del vero». Ciò che conferisce ad ogni vera fiaba la sua inestimabile bellezza è la sua aderenza alla verità. Vi è in questo un contenuto morale che costituisce la chiave per penetrare nel mondo fiabesco, da semplici osservatori, come da creatori.

Ciò che è fondamentale nella composizione di fiabe è che le immagini corrispondano in modo veritiero a pure realtà spirituali. Nella creazione di una fiaba, come nella composizione musicale, l’atteggiamento fondamentale dovrebbe quindi essere quello dell’ascolto rivolto all’interiorità. Le forze del raziocinio e la fantasia devono essere subordinate alla voce della coscienza, che dal profondo ci parla, con parole lievi, indicandoci la via ed ammonendoci quando percorriamo falsi sentieri.

Il terreno sul quale ci s’incammina nell’inventare fiabe, deve toccare la nostra sensibilità tanto profondamente da far parlare la nostra coscienza al pari di quando agiamo nel mondo, nella vita di tutti i giorni.

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Chi giunge a un’introspezione più profonda delle sorgenti della vita subconscia, vi scopre qualcosa che, se rappresentato astrattamente, impoverisce la coscienza, mentre trova che la rappresentazione  più comprensibile delle esperienze animiche più profonde è proprio quella in forma di fiaba. Si comprende allora come Goethe abbia espresso la sua ricca esperienza, quella stessa che Schiller espresse in concetti filosofici astratti,[20] nelle immagini suggestive e poliedriche della Fiaba della serpe verde e della bella Lilia. Ecco perché Goethe, che fu pur tanto attivo nel pensiero, volle esprimere in immagini quello che egli sentiva nel profondo subconscio della vita animica umana. E poiché la fiaba è connessa così profondamente con la parte intima dell’anima, essa è la forma di rappresentazione più adatta all’anima infantile. Si può dire, infatti, che la fiaba ha portato ad espressione nella maniera più semplice l’elemento più profondo della vita spirituale. Si fa sempre più evidente la sensazione che in tutta la vita artistica cosciente non vi è arte più grande di quella che compie il cammino dalle profondità incomprese della vita dell’anima alle immagini affascinanti, spesso scherzose della fiaba.

Quando si arriva a esprimere nella forma più facile quello che è più difficile da capire, si ha l’arte più grande, più naturale, più essenzialmente connessa con l’uomo. E poiché nel bambino l’entità umana è unita in maniera ancora primordiale con tutta l’esistenza e con tutta la vita, il bambino ha bisogno della fiaba come nutrimento per la sua anima. Nel bambino può muoversi ancor più liberamente la rappresentazione di una forza spirituale che non deve venir irretita in concetti teorici astratti, a rischio di devastare l’anima infantile. Deve esserne mantenuto il nesso con quanto ha radice nelle profondità dell’esistenza.

Ecco perché non possiamo apportare maggior beneficio all’anima del bambino di quando facciamo agire su di essa questo elemento che riconduce le radici dell’uomo alle radici dell’esistenza.[21]

            Come il musicista resta in ascolto delle melodie che percepisce nella sua interiorità e porta ad espressione solo ciò che sperimenta come armonioso e bello, così lo scrittore di fiabe resta in ascolto della propria interiorità e porta ad espressione solo quanto risuona in lui come vero. Se ci si appella all’arbitrio del proprio intelletto, allora si può dimostrare la giustezza di tutto e del contrario di tutto; in tal caso si potranno anche scrivere cose belle e divertenti, ma non vere fiabe. Se invece ci si appella alla propria coscienza e si procede in un cammino di sviluppo interiore in senso antroposofico, allora si potrà sperare di giungere, presto o tardi, alla composizione di una fiaba veramente degna del suo nome.

            La consapevolezza della vera origine delle fiabe può illuminarci rispetto al fatto che solo un’onesta evoluzione spirituale, unita al talento artistico, possano far scaturire dal nostro animo una vera fiaba, che possa realmente agire in modo benefico su chiunque l’ascolti.

           

Sull’interpretazione del linguaggio fiabesco

            L’esperienza mostra che un animo infantile può spesso arrivare a crearsi una specie di compagno che esiste solo per lui, ma che pure lo accompagna e ne condivide il destino nei più svariati avvenimenti della vita. Chi non conosce bambini che si portano attorno certi invisibili amici, dei quali devono immaginarsi la presenza ogni qual volta avviene qualche fatto che li rallegra, che devono partecipare come invisibili compagni spirituali, animici, a questo o quell’avvenimento? Fa parte della normale esperienza dell’uomo constatare anche troppo spesso l’effetto deleterio sull’animo infantile dell’azione dell’adulto “giudizioso”, il quale viene a sapere che un bambino ha un simile compagno dell’anima e si mette a dissuaderlo dal sentirne la presenza, ritenendo di agire in modo salutare per lui. Il bambino si affligge a causa del suo compagno animico, e se egli è sensibile a situazioni spirituali e animiche, tale afflizione è tanto più importante e può portare il bambino ad ammalarsi. Sono fatti assolutamente reali, connessi con avvenimenti interiori e profondi dell’anima umana.

Senza disperdere il profumo della fiaba possiamo sentire questa semplice esperienza nella fiaba del bambino e del rospo, raccontata dai fratelli Grimm. Essa narra di un bambino che divide sempre il suo pasto con un rospo; ma questi beve solo il latte. Il bambino gli parla come se fosse un uomo, e un giorno gli dice che deve mangiare anche il suo pane e non solo il latte; la madre del bambino ode questo discorso, accorre ed uccide il rospo. Il bambino ne soffre, si ammala e muore.[22]

Questo è un esempio di interpretazione di una fiaba dei fratelli Grimm datoci da Steiner. In essa è presente l’immagine del rospo, e si tratta di un’immagine piuttosto ricorrente nel mondo fiabesco. Il rospo è una creatura che vive a cavallo tra due mondi: tra l’elemento acquatico e quello terrestre. Questa condizione è paragonabile a quella dell’amico immaginario, che vive solo un’esistenza animica e ciò nonostante il bambino, che rispetto al mondo esterno vive in uno stato di sogno, lo coinvolge nelle esperienze sensibili. Nella vita comune il rospo può fare ribrezzo, addirittura paura e, in questa fiaba, la madre lo uccide, credendo di fare in tal modo un bene per il suo bambino, mentre in realtà lo condanna ad ammalarsi. Questa fiaba, vista da una certa prospettiva, evidenzia che il mondo fiabesco ci parli di condizioni interiori dell’essere umano che, se riportate alla vita esteriore e valutate razionalmente, assumono significati ingannevoli. Non dovremmo trasferire nel mondo fiabesco un modo di comportamento valido per il mondo esteriore. È sempre un errore trasferire regole di comportamento o perfino sollecitazioni morali nel mondo della fiaba. La fiaba non è ciò! Si immette in essa qualcosa di arbitrario e quindi si entra in uno spazio falso. La fiaba nasconde tesori di saggezza molto più profondi.[23]

Nella vita comune una madre potrebbe effettivamente provare ribrezzo nel vedere il proprio bambino che divide il cibo con un rospo. Eppure, nel mondo fiabesco, l’uccisione del rospo ferisce una parte dell’anima del bambino e lo condanna a morire. Tutte le fiabe ci mostrano scenari animici attraverso rappresentazioni tratte dal mondo esteriore e, come si è detto, ci insegnano che per parlare di certi eventi profondi rivolgendosi all’anima infantile, un linguaggio immaginativo è il solo mezzo adeguato. Se si cercasse di descrivere al bambino in forma astratta, servendosi di concetti razionali, le medesime realtà espresse nelle fiabe, il rischio minore sarebbe di non essere compresi. Il raziocinio è valido nella vita di tutti i giorni, ci consente di cogliere i nessi esteriori del mondo, di giudicare i fatti della vita e di sfruttare il pensiero in modo analitico; ci consente anche di cogliere determinati nessi spirituali attraverso lo studio delle rivelazioni della scienza dello spirito, ma non può servirci per compiere direttamente un’indagine spirituale, né per cogliere i più profondi significati nascosti nelle fiabe.

Invero anche le conoscenze antroposofiche, per un non iniziato, possono essere acquisite grazie all’intelletto, ma provengono da indagini spirituali che lo trascendono. Ciò può essere paragonato anche all’arte poetica: essa non consiste in un lavoro intellettuale, ma scaturisce dalle profondità dell’anima, le stesse dalle quali scaturisce la vera fiaba. Novalis scrisse in proposito: «Tutto ciò che è poetico deve essere fiabesco. È nella fiaba che penso di poter esprimere al meglio il mio stato d’animo. Tutto è fiaba. (…)». E ancora: «La fiaba è quasi il canone della poesia. Ogni poetica deve essere fiabesca. (…) La vera fiaba dev’essere ad un tempo rappresentazione profetica, ideale, assolutamente necessaria. (…) Nulla è più contrario allo spirito della fiaba che un nesso normativo. Il genuino poeta di fiabe è un veggente dell’avvenire.[24] Non solo per Novalis nulla è più contrario allo spirito della fiaba di un nesso normativo, di un’intromissione intellettuale, ma egli considera il genuino poeta di fiabe un veggente, ovvero un uomo capace di leggere i profondi nessi spirituali dell’esistenza, al di là di quanto ci possa dare l’intelletto al servizio delle percezioni sensorie. Non meraviglierà più, quindi, che anche per la semplice interpretazione di fiabe sia necessario uno studio di quei nessi profondi, che può derivarci soltanto da una seria indagine scientifico spirituale.

Il linguaggio delle fiabe è ricco di rappresentazioni ricorrenti ed ognuna di esse indica, rispecchiandola, una realtà animica, una certa forza o una tensione che ha luogo nell’anima. Queste rappresentazioni assumono così il valore di archetipi, le cui particolari relazioni nelle diverse fiabe, nell’intreccio di trame sempre nuove, danno origine ad un linguaggio articolato, che si esprime in una moltitudine di immagini che possono essere riconosciute ed interpretate. La premessa è quindi una certa famigliarità con il significato di queste rappresentazioni. Lo studio dei significati di queste rappresentazioni alla luce della ricerca scientifico spirituale, è per noi la via più sicura per interpretare le fiabe senza attribuirvi significati arbitrari.

 

Innanzitutto, quando si raccontano fiabe, leggende e miti e quando li si voglia spiegare, è necessario sapere molto di più di quanto si sia in grado di dire; in secondo luogo deve esserci in noi la volontà di trarre dalla saggezza antroposofica i mezzi interpretativi. Non dobbiamo cioè introdurre nelle fiabe quel che ci passa per la mente, ma dobbiamo aver la volontà di riconoscere la sapienza antroposofica come tale e poi cercare di penetrare le fiabe in base a quanto abbiamo imparato dalla concezione antroposofica del mondo. (…) Se la base è buona la cosa riuscirà, altrimenti vi si troveranno ogni sorta di significati arbitrari.[25]

 

Comporre fiabe nell’era dell’anima cosciente

Chi voglia dedicarsi alla composizione di fiabe, dovrebbe considerare che ogni anelito artistico, nella nostra era, dovrebbe essere compenetrato di coscienza, specialmente se si tratta di creazioni con finalità educative. Questa condizione di chiarezza interiore è oggi necessaria, poiché una creatività sbrigliata, che non poggi su basi sicure, rischia di smarrirsi, di non distinguere l’essenziale dall’inessenziale e il vero dal falso. Oggi il mondo spirituale non ci parla più in modo naturale, non ci ispira più le immagini fiabesche in modo spontaneo. Senza uno studio delle realtà spirituali che sono alla base dell’evoluzione umana, come quelle che può offrirci lantroposofia, esiste il rischio di ottenere risultati insoddisfacenti e di perdersi su falsi sentieri.  

Se si desidera tentare di scrivere fiabe con finalità educative, bisognerebbe porsi nella condizione interiore di voler cercare immagini aderenti alle realtà del mondo spirituale. Solo in tal modo le immagini delle fiabe che inventeremo potranno risuonare realmente nelle profondità dell’anima dei nostri bambini. Bisognerebbe mantenere sempre vivo nel cuore il senso di responsabilità che si ha in quanto educatori. Questo, anche nella composizione artistica a scopi educativi, dovrebbe agire su di noi come un monito.

Steiner parlò in diverse occasioni del fatto che le conoscenze antroposofiche, in quanto espressioni di realtà spirituali, non rischiano in alcun modo di annullare la spontaneità della creazione artistica, in quanto, al contrario, le offrono nuove fonti di ispirazione. Goethe stesso, riferendosi alla sua opera poetica, scrisse una volta che “la libertà si trova solo attraverso le regole”. Ed oggi, la regola d’oro, è che ogni immagine frutto della nostra fantasia artistica sia vagliata dalla luce della coscienza e, in una prospettiva scientifico spirituale, sia riconosciuta come vera. L’antroposofia ci offre i mezzi appropriati per il raggiungimento di questo scopo.

 

In seguito si prenderanno in esame le più ricorrenti fra le rappresentazioni che popolano il mondo fiabesco, la cui conoscenza è fondamentale non solo per la comprensione delle diverse fiabe, ma anche per chi voglia tentare di crearne di nuove, sforzandosi di accostarsi alla vera atmosfera fiabesca. Questa condizione di partenza può essere paragonata all’acquisizione di un linguaggio: prima si impara a parlare, poi a formulare pensieri in parole. Prima di prendere in esame le diverse rappresentazioni fiabesche secondo un’interpretazione antroposofica, è pertanto necessario dare una breve descrizione di alcuni termini del linguaggio antroposofico e di alcune conoscenze riguardo all’essere umano.

 

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Fin dall’antichità ci è stata tramandata l’articolazione dell’uomo nella triade: corpo, anima e spirito. L’apostolo Paolo riconosceva ancora questa tripartizione e, oltre al corpo fisico, distingueva nell’uomo un’anima, da lui chiamata psiche, ed un pneuma, assimilabile al nostro concetto di spirito.

Nell’anno 869, con il Conciglio di Costantinopoli, l’elemento spirituale eterno dell’essere umano venne cancellato dai dogmi della Chiesa. Da quel momento le antiche conoscenze andarono perdendosi e l’uomo venne ridotto ad essere composto solo di corpo ed anima. Fu però stabilito che l’anima possegga alcune caratteristiche spirituali.

Oggi siamo di fronte ad un ulteriore impoverimento e si comincia a considerare reale soltanto la parte fisica dell’essere umano. Si cerca di spiegare processi animico-spirituali, come la facoltà di pensiero o la vita di sentimento, come se fossero il mero risultato di processi chimico corporei, quando in realtà il corpo è solo il mezzo attraverso il quale possono manifestarsi. Vige da molte parti l’idea che il cervello secerna pensieri come la cistifellea secerne bile; certi ricercatori tentano di ricondurre ogni sentimento ed ogni condizione animica a fattori genetici; la tendenza generale di molti scienziati vorrebbe quindi condurre all’eliminazione dell’anima dall’organizzazione umana, rendendo l’uomo un essere meramente fisico.

Nell’antroposofia ritroviamo invece l’antica tripartizione ed il compito dell’opera pedagogia consiste proprio nell’armonizzazione delle tre parti costitutive. Questo processo avviene nei primi tre settenni, durante i quali il lavoro dell’educatore è fondamentale.

 

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Nell’anima umana, riconosciamo l’operare di tre forze: pensare, sentire e volere. Esse sono legate rispettivamente al capo, al sistema cardiaco/circolatorio ed al sistema metabolico e delle membra. Non vanno immaginate come compartimenti stagni ma come forze che sempre e di continuo cooperano e si regolano vicendevolmente. L’anima riceve esperienze sia dalla parte corporea (inferiore), sia da quella spirituale (superiore). Va pertanto immaginata come la mediatrice tra l’esistenza corporea e quella spirituale dell’essere umano.

Semplici esperienze corporee sono, per esempio, fame e stanchezza, mentre lo spirito manifesta nell’anima esperienze che, in modo generico, possiamo definire legate alla moralità, alla bellezza ed alla verità.

Se si vuole comprendere l’uomo nella sua totalità, bisogna penetrare più profondamente nella conoscenza antroposofica e considerare che le tre parti costitutive corpo, anima e spirito, sono a loro volta tripartite. Ad ognuna di esse corrisponde, infatti, una triade la cui conoscenza è indispensabile, anche per comprendere il linguaggio fiabesco.

Appartengono alla corporeità tre parti costitutive chiamate: corpo fisico, corpo eterico e corpo astrale. La parte animica è suddivisa in anima senziente, anima razionale ed anima cosciente, e la parte spirituale in sé spirituale, spirito vitale e uomo spirito.[26] Una descrizione dettagliata ed esauriente non sarebbe qui possibile, ma una breve caratterizzazione potrà comunque offrire una buona base per gli argomenti trattati nei paragrafi seguenti.[27]

Cominciamo quindi con l’esame della tripartizione riguardante la parte corporea. Il corpo fisico è costituito con i materiali del mondo fisico e manifesta la nostra parentela con  il regno minerale. Anche i regni vegetale ed animale hanno una componente minerale, tuttavia il corpo fisico dell’uomo, la sua parte minerale, non è paragonabile alla pietra e nemmeno al corpo fisico della pianta o dell’animale, in quanto è organizzato secondo leggi che riguardano solo l’organizzazione umana. L’uomo, solo essere vivente terrestre portatore di un io, grazie ad esso elabora le sue parti costitutive inferiori e, pur mantenendo la parentela con gli altri regni, le modifica e conferisce loro facoltà esclusivamente umane. Vi è quindi una parentela sostanziale tra l’elemento minerale presente in natura ed il corpo fisico umano, tuttavia esso viene elaborato spiritualmente in modo tale da essere qualitativamente diverso.

Il corpo fisico è compenetrato da forze vitali. Sono forze di crescita e di guarigione, che manifestano la parentela dell’uomo con il regno vegetale ed animale. Anche le piante e gli animali, come l’essere umano, crescono, si riproducono, possono ammalarsi e guarire. Queste forze vitali costituiscono il corpo eterico, o corpo vitale, il quale è l’architetto del corpo fisico, che forma i diversi organi e mantiene la forma corporea, impedendo che si disgreghi sotto l’influsso delle forze naturali. Steiner porta l’esempio di come, al momento della morte, quando il corpo eterico abbandona il fisico, quest’ultimo non opponga più alcuna resistenza alle forze fisiche e si disgreghi nell’arco di un brevissimo tempo.

Come nel corpo fisico, anche nel corpo eterico l’uomo si differenzia rispetto alle piante e agli animali, con i quali lo ha in comune. Nell’uomo, infatti, il corpo eterico è anche la base del pensiero e della memoria, facoltà che gli provengono dall’influsso delle sue componenti superiori.

 

Il corpo astrale, o corpo senziente, è la sede del sentire. In esso vivono le simpatie e le antipatie, i piaceri e i dispiaceri e tutti i sentimenti e le sensazioni che l’uomo può sperimentare nella propria interiorità. È anche la sede delle brame, dei desideri, degli aneliti che, nelle reciproche influenze provenienti dai corpi inferiori o dagli arti costitutivi superiori, si manifestano nell’interiorità umana.

L’uomo ha in comune il corpo astrale con il regno animale, ma in quest’ultimo esso riceve solamente impulsi provenienti dalle corporeità inferiori, mentre l’uomo può anche avere esperienze interiori che scaturiscano dall’influenza degli arti superiori. Si pensi solamente agli ideali o ad ogni esperienza riguardante la sfera morale.

Anche l’animale è in grado di sperimentare interiormente desideri e brame. Per esempio quando è affamato sperimenta il desiderio di sfamarsi, e può anche provare sentimenti che si estrinsecano in modo elementare nella sua interiorità, come sensazioni di benessere o di malessere, oppure paura, o rabbia.

Come nel caso del corpo fisico e del corpo eterico, anche il corpo astrale dell’essere umano, nobilitato dagli arti costitutivi superiori, si differenzia rispetto a quello degli animali. Ciò si può riassumere osservando che la presenza di un’astralità si manifesti nell’animale soltanto attraverso le percezioni sensorie e gli impulsi corporei in generale ma, a differenza di quanto avviene nell’uomo, niente di tutto ciò che l’animale può sperimentare nella sua astralità può diventare autocoscienza. L’uomo, in quanto portatore di un io, ne è invece in grado. L’animale può agire per cause esterne o per cause interne e quest’ultime sono riconducibili tutte all’istinto. Le sue azioni non scaturiscono quindi mai da una libera vita di volontà e, men che meno, da una vita di pensiero.

Come si è detto il corpo eterico umano, come peraltro il fisico, sono strumenti per il pensiero e per la memoria, ma la vera sorgente dalla quale essi scaturiscono è l’io. La presenza di un io conferisce memoria all’uomo per mezzo dell’eterico e del fisico, l’assenza dell’io lascia l’uomo nell’oblio.

Se l’uomo non possedesse un’io, penserebbe ugualmente, ma non sarebbe cosciente della sua vita di pensiero, non potrebbe riferirla a se stesso e non possederebbe una memoria. Questa è la condizione interiore dell’animale. Il fatto che l’animale riconosca determinate persone o addirittura luoghi non deve trarre in inganno sul fatto che possa possedere una memoria.[28]

Invero anche gli animali sono dotati di un io, ma questo non è incarnato nelle corporeità inferiori. Un animale, qualsiasi esso sia, non ha un io che agisce dall’interno della sua singola corporeità, bensì un io di gruppo, che dal mondo spirituale governa i comportamenti dell’intera sua specie. Un io di gruppo accomuna gli elefanti, un altro i leoni, e così via. Ciò si rivela già osservando che ogni specie, a differenza dell’uomo, abbia delle specializzazioni innate: gli uccelli fabbricano nidi, i castori dighe, le talpe buche; nessuno di questi animali ha bisogno di imparare a fare ciò che lo accomuna alla sua specie, ma nasce già con questa abilità. Tutto ciò giace nell’istinto, la cui matrice è l’io di gruppo che agisce dal cosmo. L’uomo, invece, può scegliere in che cosa specializzarsi; ne risulta che ogni animale abbia dei tratti comportamentali comuni all’intera sua specie, mentre la condizione umana è molto più articolata. Ciò può chiarire ulteriormente il valore dell’io, che rende ogni uomo un individuo unico ed irripetibile. L’io umano, incarnato nei corpi inferiori, trascorre un’esistenza fisica. Grazie a ciò l’uomo non solo è in grado di sperimentare interiormente una vita di pensiero, di sentimento e di volontà, ma può riferirla a se stesso in modo cosciente. Ne consegue che, nello studio antroposofico dell’essere umano, sia possibile ricorrere ad un’ultreriore suddivisione degli arti costitutivi, che riconosce l’uomo quale essere quadripartito, dotato di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale ed io.

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Fino ad ora, in riferimento all’antica tripartizione di corpo, anima e spirito, abbiamo elencato solamente le tre parti costitutive legate alla sfera corporea. Se ora consideriamo l’uomo quale portatore di un «io», vediamo che quest’ultimo, come si è detto, pone l’essere umano al vertice della creazione.

È però possibile farsi trarre in inganno dall’utilizzo della parola corpo in riferimento alla sfera eterica e a quella astrale. Non bisogna in realtà immaginarsi il corpo eterico o il corpo astrale come alcunché di fisico; si tratta infatti di corpi del tutto immateriali. La parola corpo si riferisce soltanto al fatto che, per la visione chiaroveggente, tali corpi si manifestano in immagini le cui forme sono condizionate dalla relazione che li lega all’esistenza fisica. Il corpo eterico è pertanto un corpo di forze del tutto spirituali, e così il corpo astrale. Quest’ultimo, come l’io, che va considerato il veicolo delle forze spirituali superiori, nella visione quadripartita dell’essere umano riassume in sé quanto concerne le proprietà della sfera animica in generale.

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Nella scienza occulta Steiner parla dell’io come di un veicolo; di un veicolo per gli arti costitutivi superiori. Questi ultimi sono quindi in relazione con i corpi inferiori per tramite del veicolo dell’io.

 

Uomo spirito

Spirito vitale

Sé spirituale

 

IO

 

Corpo astrale

Corpo eterico

Corpo fisico

 

Si può quindi chiamare «io inferiore», o «io transitorio» (in quanto legato alla condizione transitoria dell’esistenza terrena), il quarto elemento costitutivo dell’uomo quadripartito. E, se vogliamo rivolgere lo sguardo alla vera parte immortale dell’essere umano, che si evolve nel passaggio da un’incarnazione all’altra, dobbiamo guardare al sé spirituale, che si può anche chiamare «io superiore».

 

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Per offrire un ultima caratterizzazione delle proprietà dell’io, si può osservare che esistono azioni umane che non nascono né per interiore istinto, né per cause esteriori; per esempio fare del bene o agire per un ideale. Si tratta di azioni che non sono dovute né ad una causa esteriore né ad una esigenza corporea.

Idelali artistici            –          il bello

Ideali scientifici          –          il vero

Ideali religiosi             –          il buono

Sono tutte condizioni che scaturiscono dalla natura spirituale dell’essere umano.

 

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Torniamo ora all’antica tripartizione e volgiamo lo sguardo alle tre parti costitutive dell’anima umana. Le trasformazioni che l’uomo compie (per tramite dell’io) sulle sue parti costitutive inferiori, più nel senso di tutto il genere umano o di una sua parte, popolo, stirpe o famiglia, nella scienza dello spirito portano i nomi seguenti: anima senziente, anima razionale ed anima cosciente. Si chiama anima senziente il corpo astrale o il corpo senziente trasformato dall’io; il corpo eterico trasformato viene detto anima razionale e anima cosciente il corpo fisico trasformato. Non ci si deve però immaginare che la trasformazione delle tre parti costitutive avvenga consecutivamente. Essa avviene contemporaneamente per i tre corpi, fin dal primo accendersi dell’io.[29]

L’anima senziente è quella parte di anima che dà durata alle sensazioni e le trasforma in sentimenti. Ma è anche quella parte di anima che dà durata alle percezioni sensorie. Se guardo qualcosa e poi chiudo gli occhi, interiormente la vedo ancora; questa facoltà è dovuta all’anima senziente. Steiner osserva che il suo sviluppo risalga all’epoca egizio/caldaica. Con essa si apre un canale scambievole tra l’interiorità umana ed il mondo esterno; grazie ad essa le immagini del mondo assumono durata nell’interiorità umana e, al tempo stesso, le immagini dell’interiorità umana iniziano ad essere portate all’esterno. Infatti la scrittura geroglifica degli egizi era ancora una scrittura per immagini; non si era ancora sviluppata la facoltà di elaborare le immagini in pensieri. Questa facoltà concerne l’anima razionale e si sviluppò nell’epoca greco/latina. Gli uomini di allora non solo percepivano, non solo ricordavano, ma elaboravano quanto sperimentavano con il pensiero.

 

Gli antichi egizi, non possedendo le facoltà legate allo sviluppo dell’anima razionale, avevano ancora una coscienza unitaria; per loro non esisteva il problema della contrapposizione fra spirito e materia e Steiner fa notare che non esisteva nemmeno per Omero. Questa comincia a manifestarsi solo nel pieno dell’epoca greca, intorno al IV/V secolo a.C., con il risveglio della coscienza dovuto allo sviluppo dell’anima razionale. Prima non vi era distinzione fra religione, arte e scienza. Gli antichi egizi avevano ancora un faraone che era al tempo stesso sommo sacerdote, supervisore di grandiose opere artistiche e custode di ogni conoscenza. La distinzione fra religione, arte e scienza nasce in un punto preciso della storia nella disputa fra Euripide: “sento le erinni che mi assalgono”; ed Eschilo, nel quale il mondo degli dei scompare e si risveglia la voce della coscienza. La scissione fra mondo dello spirito e mondo della materia avviene quando si risveglia la coscienza nell’interiorità dell’uomo e ciò, come è stato detto, consiste nel risveglio dell’anima razionale.

Nell’epoca attuale si sviluppa l’anima cosciente. Mentre le prime due sono rivolte all’esistenza terrena, grazie all’anima cosciente ci sentiamo appartenenti ad un mondo spirituale. Grazie ad essa il pensare può muoversi senza legami con percezioni, sensazioni e sentimenti terreni. Già nell’anima razionale siamo in grado di sperimentarci come unità, ma grazie all’anima cosciente possiamo ricondurre la nostra esperienza interiore alla sfera spirituale superiore.

L’anima cosciente è essenzialmente la facoltà di fare ogni cosa con presenza di spirito, senza lasciarsi trascinare dalle correnti della vita. Un insegnamento preso dalla disciplina zen racconta di un discepolo che chiese al maestro: «Maestro, dimmi, qual’è il tuo segreto?» - E il maestro risponde: «quando mangio, mangio; quando parlo, parlo; quando cammino, cammino!»

Il maestro zen allude alla facoltà di essere del tutto presenti, quindi del tutto coscienti, qualsiasi cosa si stia facendo, anche la più banale e scontata. Questa facoltà ci è data dall’anima cosciente. Essa consente che l’uomo si senta un individuo.

In sintesi, nell’anima senziente l’uomo non si sperimenta come un’individualità e, grazie ad una coscienza diffusa, vive in stretto rapporto con le forze della natura e con il cosmo. Con l’anima razionale si risveglia l’intelletto e l’uomo, cominciando a distinguere in modo nitido tra un dentro ed un fuori, tra la sua soggettività e l’oggettività del mondo, comincia a sperimentare la propria interiorità, a sentirsi un individuo, ad emanciparsi dalla natura per sviluppare un’autocoscienza. Nell’anima cosciente l’uomo è desto, perciò rischia di sprofondare nella materia. Prima il suo stato di coscienza glielo impediva: viveva nel cosmo ed il cosmo si viveva in lui. Ma grazie ad essa l’uomo può al tempo stesso ritrovare il suo rapporto con il mondo spirituale, ma questa volta in modo libero e cosciente.

             

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            Nell’anima cosciente comincia a rivelarsi la vera natura dell’io. Ché, mentre attraverso la sensazione e l’intelletto l’anima si abbandona ad altre cose, come anima cosciente essa afferra la sua propria essenza. Quindi l’io non può essere percepito dall’anima cosciente in altro modo che per mezzo di una certa attività interiore. (…) Con la percezione dell’io – con l’autoconoscenza – comincia un’attività interiore dell’io. (…) Ciò che penetra come una goccia nell’anima cosciente è quello che la scienza occulta chiama spirito. L’anima cosciente si collega così come lo spirito, il quale è la parte nascosta di tutto ciò che è manifesto. Se l’uomo vuole afferrare lo spirito in tutto il mondo manifesto, deve farlo nello stesso modo in cui afferra l’io nell’anima cosciente. Deve rivolgere al mondo manifesto l’attività che lo ha condotto alla percezione dell’io. Ma ciò facendo egli sviluppa lati più alti della sua natura. Aggiunge qualcosa di nuovo alle sue parti costitutive corporee ed animiche.[30]

Da queste parole di Steiner risulta evidente che non sia possibile, in uno stato di coscienza ordinario, giungere alla percezione diretta delle tre parti costitutive superiori dell’entità umana che la scienza dello spirito chiama sé spirituale, spirito vitale e uomo spirito. Steiner descrive però in moltissime occasioni la via che può portare l’uomo allo sviluppo di organi di percezione spirituale capaci di compiere esperienze oggettive nel mondo soprasensibile, come gli organi di percezione fisici sono capaci di compiere esperienze nel mondo sensibile.

Seguendo la via di sviluppo interiore indicata da Steiner in primo luogo l’uomo diviene padrone di ciò che giace nascosto negli elementi inferiori della sua anima. Come l’uomo compia questo lavoro, appare dal confronto fra un individuo ancora dedito ai desideri inferiori e ai cosiddetti piaceri dei sensi ed un elevato idealista. Il secondo deriva dal primo, se questo abbandona certe tendenze inferiori e ne svolge altre superiori. Allora egli agisce per mezzo dell’io sulla sua anima, nobilitandola e spiritualizzandola. L’io diviene signore della vita dell’anima. Ciò può andare così oltre, che nell’anima non entri alcun desiderio né alcun piacere, senza che l’io, come autorità competente, ne permetta l’ingresso. Per tal via l’intera anima diviene una manifestazione dell’io, mentre al principio ciò accadeva solo per l’anima cosciente. In fondo, tutta la civiltà e tutto lo sforzo spirituale dell’uomo consistono in un lavoro che ha per mèta questa supremazia dell’io. Ogni uomo vivente oggi è impegnato in questo lavoro, lo voglia o no, ne sia o no cosciente.

Grazie a tale lavoro si sale a gradini sempre più alti dell’entità umana. Per tale mezzo l’uomo sviluppa nuove parti costitutive del suo essere. Esse stanno nascoste sotto ciò che è a lui manifesto.

L’uomo non solo può diventare padrone della sua anima lavorando in essa con l’io, in modo che essa faccia scaturire il nascosto da ciò che è manifesto, ma può anche estendere tale lavoro, estenderlo al corpo astrale. In tal modo l’io si impadronisce del corpo astrale, in quanto si unisce con la sua essenza nascosta. Il corpo astrale dominato e trasformato dall’io può chiamarsi sé spirituale. (…) Nel sé spirituale abbiamo una più elevata parte costitutiva dell’entità umana; parte che per così dire è presente solo in germe, ma che emerge sempre più a mano a mano che l’entità umana lavora su se stessa.

Come l’uomo diventa padrone del suo corpo astrale col farsi strada fino alle forze nascote che stanno dietro ad esso, così, nel corso dell’evoluzione, questo avviene anche per il corpo eterico. Il lavoro sul corpo eterico è però più arduo che quello sul corpo astrale, perché ciò che si nasconde nel corpo eterico è celato da due veli, mentre ciò che è celato nel corpo astrale è celato da un velo solo. Ci possiamo fare un’idea della differenza nel lavoro sui due corpi, richiamando l’attenzione su certi cambiamenti che possono intervenire nell’uomo nel corso della sua evoluzione. Si consideri anzitutto come si sviluppino certe proprietà dell’anima umana quando l’io lavora su di essa: come piaceri e desideri, gioie e dolori possano cambiare. Basta ripensare alla propria infanzia. Da che derivano allora gioie e dolori? Che cosa si è aggiunto a ciò che si sapeva da fanciulli? La risposta non sarà che una prova del dominio che l’io ha acquistato sul corpo astrale: esso è infatti il veicolo di piaceri e dispiaceri, di gioie e dolori. E si consideri quanto poco, in confronto, si modifichino invece con l’andar degli anni certe altre proprietà dell’uomo, quali il suo temperamento, le peculiarità più profonde del suo carattere, e così via. Uno che da fanciullo è irascibile, conserverà spesso certi aspetti dell’irascibilità anche durante il suo ulteriore sviluppo e pel restante della vita. (…) Ma anche il carattere ed il temperamento dell’uomo si modificano sotto l’influenza dell’io, per quanto si tratti di una modificazione assai lenta rispetto  alla modificazione delle proprietà accennate più sopra. (…) Le forze che producono le modificazioni del carattere e del temperamento appartengono alle forze nascoste del corpo eterico. (…) Il lavoro si estende al corpo eterico  quando l’io rivolge la sua attività a una modificazione del carattere o del temperamento. Anche a quest’ultima modificazione l’uomo lavora, ne sia o no cosciente. Gli impulsi più forti che nella vita ordinaria spingono a tale modificazione, sono quelli religiosi. Quando l’io fa continuamente agire su se stesso, sempre di nuovo, gli incitamenti che vengono dalla religione, essi creano in lui una forza che agisce fin dentro al corpo eterico e lo trasforma, come i minori impulsi della vita producono la trasformazione del corpo astrale. Questi minori impulsi, che vengono all’uomo dallo studio, dalla riflessione, dalla nobilitazione dei sentimenti, ecc., seguono le molteplici vicende dell’esistenza; il sentimento religioso imprime invece un che di unitario a tutti i pensieri, a tutti i sentimenti, a tutti gli atti volitivi; per così dire diffonde una luce comune e unitaria sopra l’intera vita dell’anima. (…) La fede religiosa in tal modo ha presa su tutta la vita dell’anima; i suoi influssi si rafforzano sempre più con l’andar del tempo, in quanto la loro azione è continuamente ripetuta. Essi arrivano così ad acquistare il potere di agire sul corpo eterico. In modo analogo agiscono sull’uomo gli influssi dell’arte vera. Quando in presenza di un’opera d’arte, attraverso la forma esterna o il colore o il suono, l’uomo penetra con la rappresentazione e col sentimento nei substrati spirituali di essa, gli impulsi che l’io ne riceve arrivano in verità ad agire fino sul corpo eterico. (…) Da questi impulsi si vede che nell’uomo è nascosta un’altra parte costitutiva della sua entità, che l’io elabora sempre più. Possiamo riconoscere in questa la seconda parte costitutiva dello spirito, e chiamarla «spirito vitale». (…)

Lo sviluppo intellettuale dell’uomo, la purificazione e la nobilitazione dei suoi sentimenti e delle sue volizioni ci danno la misura della trasformazione del suo corpo astrale in sé spirituale; le sue esperienze religiose e varie altre esperienze s’imprimono nel suo corpo eterico e trasformano questo in spirito vitale. (…)

Col lavoro sul copro astrale e sul corpo eterico non è però esaurita l’attività dell’io. Essa si estende anche al corpo fisico. (…) Quando per l’attività dell’io si verificano dei cambiamenti nei riguardi della sua influenza sul corpo fisico, l’io è veramente unito con le forze nascoste del corpo fisico, cioè con le stesse forze che producono i suoi processi fisici. Si può affermare allora che mediante tale attività l’io lavora sul corpo fisico. L’espressione non deve essere fraintesa. Non si deve pensare  ad un lavoro rozzamente materiale. Ciò che nel corpo fisico appare rozzamente materiale è solo la sua parte manifesta. Dietro questa parte manifesta stanno le sue forze nascoste che sono di natura spirituale. Qui non parliamo quindi di un lavoro sulla parte materiale apparente del corpo fisico, ma di un lavoro spirituale sulle forze invisibili che ne procurano la formazione e la disgregazione. Nella vita ordinaria l’uomo non può arrivare che a una conoscenza assai poco chiara di questo lavoro dell’io sul corpo fisico. La chiarezza diviene però piena quando l’uomo, sotto l’influenza della conoscenza soprasensibile, prende tale lavoro coscientemente nelle proprie mani. allora diviene evidente che nell’uomo vi è ancora un terzo elemento spirituale. È quello che possiamo chiamare «uomo-spirito» in opposizione all’uomo fisico.

Riguardo all’uomo spirito si può anche facilmente esser tratti in errore dal fatto che nel corpo fisico vediamo l’elemento più basso dell’essere umano, e ci è quindi difficile rappresentarci che il lavoro sul corpo fisico debba portare alla parte più alta dell’uomo. Ma appunto perché il corpo fisico nasconde sotto tre veli lo spirito che in lui è attivo, occorre il più alto genere di lavoro umano per unire l’io con il suo spirito nascosto.

L’uomo dunque si presenta per la scienza occulta come un ente composto di diverse parti costitutive. Sono di carattere corporeo il corpo fisico, il corpo eterico e il corpo astrale. Sono animici l’anima senziente, l’anima razionale e l’anima cosciente. Nell’anima diffonde la sua luce l’io. E sono spirituali: il sé spirituale, lo spirito vitale e l’uomo spirito. (…) L’anima senziente ed il corpo astrale sono strettamente uniti e in un certo modo formano una cosa sola. In modo analogo sono una cosa sola l’anima cosciente e il sé spirituale, perché nell’anima cosciente risplende lo spirito, e da essa sono illuminate le altre parti costitutive della natura umana. [31]

             Sarà ora possibile prendere in esame il corredo fondamentale di rappresentazioni ricorrenti delle fiabe alla luce della ricerca scientifico-spirituale di Rudolf Steiner.

 

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Padre e Madre, Re e Regina

            Le immagini del padre e della madre, del Re e della Regina, sono rappresentazioni di Dio e della madre terra, del mondo spirituale nel suo legame con il mondo fisico. Nelle fiabe, quando viene nominata una madre, non si parla mai della madre biologica, si sbaglia sempre se si riferiscono le immagini fiabesche a condizioni del mondo sensibile.

            Le rappresentazioni del Re e della Regina evidenziano che l’uomo, nella sua dignità, è ancora collegato con il mondo spirituale. La corona aperta verso l’alto è il simbolo del legame con il mondo spirituale, quando si parla del vecchio Re stanco e malato, si mostra come i tempi antichi vadano scomparendo. Le forze del passato non sorreggono più. Col principe e la principessa inizia una nuova era, un nuovo grado di coscienza. I rapporti padre-figlio, genitori-bambini, stanno in genere a indicare, anche nella mitologia, il passaggio da un’epoca storica alla successiva. A questo grado dei tempi primordiali l’esistenza corporea viene presentata come castello, e va osservata la zona in cui si trova (giardino, bosco, montagna).

            Nelle vere fiabe c’è sempre il punto di partenza di un’evoluzione che alla fine porta verso un nuovo reame; e allora ritornano le immagini dei mondi antichi dopo aver però superato pene e prove. Si intende parlare del raggiungimento delle altezze spirituali, a un futuro nuovo grado raggiunto dalla libera individualità.[32]

 

Spirito e materia

            Quando, nella fiaba, intendiamo parlare della separazione tra spirito e materia come si presenta entro la vita dell’anima compaiono sempre due figlie. Una legata all’elemento materiale-terrestre, in genere come figlia della matrigna, e l’altra con l’anima rivolta allo spirito è la figlia del padre. La signora Holle e I tre omini del bosco mostrano il processo che si svolge in ogni anima fra la parte legata alla Terra e la parte dell’anima rivolta allo spirito. Noi tutti sperimentiamo in realtà entrambe le figlie!

            L’anima collegata allo spirito ha da soffrire, viene trattata male dalla matrigna. Deve essere così, in quanto il processo di maturazione è legato per l’anima alla sofferenza e a gravi prove.[33]

 

Le forze della natura

In tutte le fiabe, se sono vere fiabe, a qualsiasi epoca o popolo appartengano, esiste un certo corredo fondamentale comune di rappresentazioni. Per esempio, si possono spesso incontrare dei giganti vinti dall’astuzia e, se facciamo un salto a ritroso nei millenni troviamo nell’Odissea di Ulisse il gigante Polifemo.[34] Il gigante è certamente una rappresentazione ricorrente e, come tutte le altre, per essere compresa deve essere ricondotta all’uomo, ad un particolare gradino della sua evoluzione. I giganti sorgono naturalmente come immagini dallo stato d’animo che si prova quando al mattino l’anima vuole di nuovo immettersi nel corpo fisico e si vede di fronte alle forze della natura che occupano il corpo e le appaiono «gigantesche». Negli svariati combattimenti dell’uomo contro i giganti è rappresentato il sentimento di lotta provato dall’anima, e ciò corrisponde a quanto essa sente, anche se non è comprensibile razionalmente. Quando tale lotta le si presenta, di fronte alla posizione dei giganti l’anima sente di possedere una cosa sola: la sua furberia. Vi corrisponde infatti il sentimento: tu potresti adesso entrare nel tuo corpo, ma che cosa sei tu mai di fronte alle gigantesche forze dell’universo? Tuttavia tu hai qualcosa che non si trova in quei giganti: la furberia; la ragione! Ciò sta inconsciamente davanti all’anima quando essa deve pur convenire che nulla può contro le gigantesche forze dell’universo; e noi vediamo in effetti come l’anima vi si impegni quando esprime in immagini lo stato d’animo che abbiamo appena descritto.[35]

Il combattimento dell’anima umana contro le forze della natura viene rappresentato spesso anche con l’immagine della lotta contro gli orsi. Questi animali, nella caratterizzazione del lato feroce della loro natura, simboleggiano spesso le cieche forze naturali, ma possono anche esprimere condizioni nelle quali le forze animiche, del tutto dedite all’esistenza corporea, restano irretite nella brama di soddisfare bassi desideri. Si ha in tal caso una vittoria della natura inferiore dell’essere umano sulle sue parti superiori.

Nelle fiabe è comunque raro che vi siano descrizioni di eventi naturali, ma, quando vi appaiono, sono sempre da intendersi come eventi che si svolgono nei paesaggi dell’anima. Un acquazzone, un tuono o un lampo, una nevicata o un sole bruciante, tutto va preso come una metafora di diversi stati d’animo.

 

Anima senziente

I giganti

            Sappiamo che l’anima si articola in anima senziente, anima razionale e anima cosciente. Come occhio e orecchio hanno i loro diversi rapporti con il mondo circostante, così queste tre parti costitutive dell’anima umana stanno con il loro ambiente in un ben determinato rapporto; perciò diventano percepibili per gli uomini, negli stati intermedi, le diverse parti dell’ambiente spirituale, a seconda di quale parte dell’anima vi è rivolta. Supponiamo che sia l’anima senziente a essere rivolta in modo speciale all’ambiente spirituale: l’uomo vedrà allora le entità che più sono congiunte con le solite forze della natura. (…) L’uomo è allora trasferito a ritroso in una condizione dei tempi antichi, quando ancora non sapeva servirsi dell’anima razionale e di quella cosciente.

Allora egli si trovava ancora in stretta unione con le forze delle natura nelle quali egli stesso era inserito; era un essere composto di solo corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e anima senziente. Come tale popolava il mondo ed era in grado di agire come gli esseri che vivono oggi intorno a lui nelle forze naturali inferiori; queste gli appaiono come espressione di ciò che egli stesso era stato, quando gli uomini sapevano, con impeto di vento, sradicare alberi, sapevano dominare i temporali, la nebbia, la pioggia. Gli esseri che lo circondano gli appaiono come egli stesso era stato nel passato, gigantescamente potente, poiché allora egli non si era ancora separato dalle forze della natura. Le figure che gli appaiono (copie della sua stessa figura) gli si rivelano come uomini di forza gigantesca: questi sono i «giganti». (…) Ma i giganti sono stupidi, perché appartengono a un’epoca in cui non potevano ancora usare l’anima razionale; sono forti e stupidi.[36] 

 

Anima razionale

Donne sagge, sorelle ed altre figure femminili

            Consideriamo ora quel che poteva vedere l’anima razionale negli stati intermedi cui si è accennato precedentemente. La forza, qui intesa come l’elemento gigantesco dell’uomo, è quella che forma tutto, ma mediante l’anima razionale, vivendoci dentro, l’uomo vede intorno a sé figure che apportano anche la sapienza in tutto, che dispongono tutto saggiamente. Mentre di regola egli vede i giganti come maschi, vede le figure dell’anima razionale come entità formatrici femminili, che portano sapienza nel fluttuare delle cose del mondo.[37] Si pensi per esempio a Rosaspina. Nella celebre fiaba dei Grimm la principessa, che qui rappresenta l’anima umana, il giorno del suo quindicesimo compleanno incontra una vecchina tutta intenta a filare in una stanza di una torre del castello paterno. Irresistibilmente attratta dal fuso, si punge e cade in sonno profondo. Questa è soltanto una piccola parte della fiaba, eppure vi si celano scenari immensi. Intanto, il quindicesimo anno coincide con l’inizio del terzo settennio; anche se le forze propriamente legate all’anima razionale si sviluppano a partire dal settennio successivo, il quindicesimo anno segna l’inizio dello sviluppo della capacità di giudizio. Il giovane di quindici anni comincia ad essere desto intellettualmente e ciò comporta la fine della coscienza sognante del secondo settennio. Se, dal punto di vista delle esperienze sensibili, ciò corrisponde ad un risveglio, dal punto di vista dell’esperienza soprasensibile coincide con la caduta in un sonno profondo. Si può dire che il bambino del primo settennio, specialmente nei primissimi anni di vita, sia ancora congiunto con tutto il suo essere al mondo spirituale; il processo di distacco è appena cominciato.

Nel secondo settennio il bambino si trova in uno stato di coscienza intermedio, sognante: non ha ancora perso del tutto i legami con il mondo spirituale, eppure comincia a risvegliarsi rispetto al mondo fisico. La crisi del nono anno testimonia questo passaggio.

Il terzo settennio, con il risveglio delle forze legate al pensare, coincide con la perdita del mondo spirituale. Quest’ultima, in una prospettiva animica quale è quella della fiaba, è una caduta nel sonno profondo, mentre, dal punto di vista fisico sensibile, è certamente un risveglio. Si possono ricordare le parole di Novalis: “Ogni nascita nel mondo fisico è una morte nel mondo spirituale. Ogni morte nel mondo spirituale è una nascita nel mondo fisico”[38] Altri elementi di questo piccolo brano tratto da Rosaspina, come il filatoio, il fuso, il filo, l’atto stesso di filare, la torre, sono riconducibili alle forze di pensiero e spesso, nel linguaggio fiabesco, ci informano proprio di come esse sorgano e di che cosa comportino; ma saranno presi in esame in seguito.

Sono le «donne sagge» che esistono dietro alle cose e che danno forma a tutto. In queste figure l’uomo vede riprodotta la sua stessa figura di quando possedeva già l’anima razionale, ma non ancora l’anima cosciente. Queste entità operano saggiamente nelle cose e, poiché nello stato intermedio di coscienza si sente affine ad esse, l’uomo ha una sensazione di intima parentela con questi esseri femminili, vediamo quindi che si presenta anche spesso il concetto di «sorella».

 

Lo sposalizio

Ora, quando l’uomo si trova in tale stato di coscienza (si riferisce allo stato di coscienza intermedio), avviene anche un’altra esperienza nella sua anima, afferrabile in maniera del tutto intima. L’uomo è allora rapito fuori dalla solita percezione fisica e dice a se stesso: quello che vedo ora è contenuto nella mia visione diurna, durante la quale è chiaro alla mia anima razionale, ma è invertito quando lo scorgo durante il giorno. Quando durante lo stato intermedio di coscienza l’uomo si sovviene delle impressioni diurne, queste gli appaiono rovesciate rispetto alle sensazioni che ha quando di giorno si ricorda delle sue condizioni intermedie di coscienza, delle svariate figure sfuggenti del suo sistema astrale. Ora, ricordando le impressioni diurne, gli succede come se gli si presentassero in figure rigide le tenui figure eteriche che stanno dietro alla realtà comune. Perciò gli oggetti del giorno appaiono all’uomo come se contenessero in sé incantata la loro essenza. Ovunque appaia una pianta o un altro essere incantato, si verifica il fatto che l’uomo vede il contenuto di un essere saggio che sta dietro l’apparenza fisica e allora egli si ricorda: già, di giorno non è che una pianta e di giorno esso (l’essere saggio) è tanto distaccato dalla mia anima razionale che non posso afferrarlo. Quando l’uomo sente questa estraneità tra l’oggetto diurno e ciò che gli sta dietro, per esempio il giglio come oggetto diurno e la figura affine alla sua anima razionale che gli sta dietro, allora egli sente il desiderio di unione della sua anima razionale con quanto sta dietro all’oggetto diurno come uno «sposalizio», come una fusione della figura notturna con quella diurna.[39]

Come abbiamo visto, nella partizione dell’entità umana esistono diversi livelli di osservazione. A seconda degli aspetti che si vogliono esaminare, a volte si ricorre alla quadripartizione in corpo fisico, eterico, astrale ed io; altre alla tripartizione in corpo, anima e spirito. Similmente, quando si compie un lavoro interpretativo delle immagini fiabesche, si possono scegliere diversi punti di vista, a seconda del piano di osservazione che si vuole avere. Riguardo allo sposalizio esiste un altro livello interpretativo, non meno ricorrente di quello appena esposto. L’immagine delle nozze tra il principe e la principessa, nelle fiabe segue sempre numerose lotte, prove  e traversie che il principe è stato costretto a superare. Il principe è sempre una rappresentazione dell’io umano che lotta per nobilitare i suoi corpi inferiori. Più avanti prenderemo in esame la figura del principe e quelle dei suoi antagonisti ma, per ora, basti individuarlo come rappresentazione dell’io. Nelle nozze con la principessa troviamo una metafora dell’io che, nobilitata la sua natura inferiore, si unisce con l’anima umana, purificata e portatrice d’amore. Là dove si supera il male si hanno le nozze dell’anima cosciente con lo spirito. Ad ogni modo, lo sposalizio può sempre essere ricondotto all’unione dell’uomo con la sua essenza spirituale.

 

Anima cosciente

I nani

            L’anima cosciente nacque nell’uomo quando egli si era già molto allontanato dalle forze della natura e non poteva più guardare dietro ai segreti dell’esistenza. Le capacità dell’anima cosciente sono molto, molto lontane dalle potenti forze che abbiamo descritte prima. La facoltà dell’anima cosciente è l’astuzia, ma essa è ben lungi dal possedere la potenza, una grande forza. Con l’anima cosciente arriviamo a percepire le entità spirituali rimaste al gradino nel quale l’uomo aveva appena l’involucro dell’io. L’uomo vede la vita di tali entità che sono deboli; le loro forze sono piccole, e siccome l’uomo vede le loro immagini commisurate alle forme della loro natura intima, così esse gli appaiono come «nani». (…) Nel mondo spirituale si rispecchiano i combattimenti di esseri deboli quanto a forza corporea, ma per questo più forti spiritualmente. Ovunque nelle fiabe si parli di vittoria sulle forze brute o sui giganti si tratta di percezioni in un tale stato intermedio di coscienza.[40]

            Nella fiaba dei fratelli Grimm: Il prode piccolo sarto, oltre che in Ammazzasette ed in tante altre, possiamo trovare bellissime rappresentazioni della lotta dell’anima cosciente per il predominio sull’anima senziente. Questa lotta si risolve sempre con la vittoria dell’anima cosciente che, non potendo gareggiare sul piano della forza fisica (incarnata dalla figura del gigante), la batte con l’astuzia.

            In generale si può affermare che il più delle volte, quando appare un gigante in una fiaba, il suo ruolo è di antagonista rispetto ad un uomo (vedremo in seguito come vada interpretata, per esempio, la figura del sarto, che è sempre in relazione con le forze intellettuali), portatore degli impulsi provenienti dallo sviluppo dell’anima cosciente. Anche qui troviamo una conferma del fatto che le fiabe raccontino al bambino i nessi dello sviluppo della coscienza umana, nessi che riguardano da un lato l’umanità in generale e, dall’altro, lo sviluppo di ogni singolo individuo.

 

Anima senziente, razionale e cosciente

            Passiamo a esaminare un’ulteriore considerazione delle forze animiche e spirituali entro l’entità umana: se vogliamo distinguere nelle forze animiche che si rivolgono all’esistenza materiale il sentire e il pensare, allora questa nostra forza animica subisce un’ulteriore divisione e abbiamo in totale tre figlie. (…)La forza animica del pensiero che si collega con la volontà, che si orienta verso la divinità, è sempre rappresentata dalla figlia più giovane. Portare il volere nel pensare, orientarsi con questo pensare ricco di volontà soltanto secondo le leggi e la verità, è per noi ancora una forza molto giovane. Rudolf Steiner chiama questa dimensione «anima cosciente». (…) La cosa è particolarmente chiara nella fiaba Pelle d’orso. Il soldato, orrendo da vedere nella sua pelle d’orso, ha aiutato il vecchio, e questi gli ha per questo promesso una delle sue figlie: «… vieni con me e scegline una». È ora interessante notare il comportamento delle figlie; la prima strilla ad alta voce e scappa: una pura reazione senziente. La seconda osserva il soldato dalla pelle d’orso con attenzione e poi dice: «Come posso prendere per marito un uomo che non ha figura umana? Preferirei un orso selvaggio che una volta ebbi modo di vedere qui e che si presentò come un uomo, se non altro aveva la pelliccia degli Ussari e i guanti bianchi». Si tratta di una riflessione razionale e tanto meno illogica. La figlia più giovane  dice al padre:  «Dev’essere un buon uomo quello che vi ha aiutato quando eravate in difficoltà. Se gli avete promesso per questo aiuto una sposa, la vostra parola deve essere mantenuta». Non si tratta di cogliere qui un lato di sottomissione rispetto alla volontà del padre. Questa terza figlia si regola sulla legge secondo la quale se si ha promesso qualcosa, la parola data dev’essere mantenuta; quindi si deve trovare uno sposo, che questi sia simpatico o meno: questo è il comportamento dell’anima cosciente.[41]

            Possiamo in realtà ricondurre questa vicenda fiabesca al fatto che la figura del padre non incarni mai il padre biologico, ma piuttosto la matrice spirituale dell’uomo: Dio Padre.

La figlia più giovane sente profondamente che l’azione giusta da compiere sia indicata dalla volontà del padre, infatti alla fine, quando la pelle d’orso cade, l’azione viene premiata.

Ricordiamo le parole del Padre nostro: «Sia fatta la Tua volontà; come in Cielo, così in Terra».

 

Il corpo fisico

S. Francesco chiamava il suo corpo fratello asino e questo fatto non può non risvegliare una certa meraviglia, se scopriamo che, nel linguaggio fiabesco, questo animale rappresenta sempre il corpo fisico. Nella fiaba l’Asinello dei Grimm, la madre rifiuta il figlio perché ha le sembianze di un asino; ma il padre, il re, lo accetta perché vede in lui il principe, che altri non è se non il nucleo spirituale eterno dell’essere umano: l’io superiore, il sé spirituale che lotta per nobilitare la propria natura inferiore. Il re diventa allora l’immagine di Dio Padre e l’asinello del corpo fisico umano, che parte da una condizione corrotta e che deve essere nobilitato dallo spirito. L’asinello, nella fiaba, vorrebbe imparare a suonare il liuto ma il maestro tenta di dissuaderlo perché la sua condizione corporea glielo impedisce. Ma sotto la pelle d’asino si nasconde il principe e, con grande determinazione, l’asinello impara a suonare il liuto proprio come il maestro. Con questa fiaba stiamo dicendo al bambino: tu ti sei incarnato in un corpo fisico e, proprio come tutti gli uomini, dovrai lottare duramente per nobilitare la tua natura inferiore, ma alla fine ce la farai, perché discendi da Dio e Dio ti ha amato fin dall’inizio. Sii perseverante e potrai levarti di dosso la tua pelle d’asino per risorgere come principe.

Bisogna imparare da un lato ad educare il corpo, che fa resistenze, come l’asino, ma dall’altro lato bisogna anche saperlo ascoltare. L’asino, nella fiaba, suona il liuto e le porte del castello gli vengono aperte soltanto quando egli suona. Soltanto nel castello la pelle d’asino casca a terra ed il principe vede la luce. Il castello qui rappresenta il centro interiore, la coscienza che ci distingue dagli animali e che ci fa distinguere un dentro da un fuori, la nostra interiorità dal mondo esterno. Stiamo quindi indicando al bambino la strada che deve percorrere: gli stiamo dicendo che tra breve, quando avrà nove anni, la sua coscienza comincerà a destarsi e lui, che pure avrà già iniziato ad imparare tante cose, comincerà solo allora a rapportarsi col suo principe interiore, con la sua coscienza, che diventerà la mediatrice tra la sua interiorità ed il mondo esterno.

Nel castello c’è una bellissima principessa e l’asino la vorrebbe conquistare. Ma, per prima cosa, una volta entrato, deve difendere la sua dignità. Si rifiuta di mangiare nella stalla con gli animali: il principe si sta per liberare e lui non può identificarsi col suo corpo, con la sua pelle d’asino. Desidera invece identificarsi con la sua essenza spirituale.

L’asino non vuole andare a mangiare nella stalla con gli altri animali, ma non vuole neanche mangiare con i soldati. A nove anni il bambino deve trovare il suo castello interiore, ma proprio a quell’età inizia a dire parolacce per ferire, non come faceva in asilo, per imitazione, ma proprio con l’intenzione di ferire. A nove anni il bambino ha a che fare con la propria aggressività, ma l’asinello si rifiuta di mangiare con i soldati: non vuole identificarsi con i suoi peggiori impulsi. L’unica cosa giusta è l’amore per la principessa, per l’anima umana; vuole mangiare solo accanto ad essa; anzi, fra la principessa ed il Re.

L’asino può anche essere una maschera che uno si è messo perché non si sente idoneo; là dove non vi è equilibrio, l’asino può essere una maschera. Alcuni bambini reagiscono con un rifiuto quando si trovano in una condizione di squilibrio interiore, mentre altri fanno i pagliacci. Le immagini delle fiabe ci parlano di eventi interiori; se viste sotto questa luce diventano comprensibili.

Come si è detto San Francesco chiamava il suo corpo fratello asino, ma è ancor più meraviglioso ricordare che Gesù Cristo entrò a Gerusalemme proprio sulla groppa di un asino. Abbiamo qui un immagine del Cristo che si congiunge alla terra e ne condivide il destino. È inoltre interessantissimo notare che in nessuna parte dei Vangeli si parla del bue e dell’asino presso la greppia. Come mai allora vengono raffigurati? Il bue, il toro, indica la natura selvaggia dei nostri istinti, mente l’asino è sempre l’immagine della corporeità che deve tener desta la vita del corpo tutti i giorni, e viene anche bastonato, caricato di pesi fino a stramazzare. Entrambi vengono raffigurati nella mangiatoia, inginocchiati, divenuti tranquilli nella luce di Cristo.[42]

Molti sono i riferimenti legati a questo caro animale in relazione al corpo fisico umano, per esempio che fra tutti gli altri tipi di latte, quello di asina è il più simile al latte umano e perciò, se per qualche ragione non è possibile alimentare il bambino con il latte materno o comunque umano, si può ottenere il massimo successo col latte d’asina.[43] Ma nuova meraviglia ci coglie scoprendo che, nella cattedrale di Chartres, ci sia una statua raffigurante un asinello che suona il liuto. Il corpo fisico è testardo e paziente come l’asino, si fa carico di tutte le insensatezze dell’essere umano e la sua saggezza si manifesta anche con la malattia. Quando il corpo fisico si ammala è come se ci gridasse: “Fermati! Così non va!”. L’asinello della fiaba dei Grimm vuole suonare il liuto: chiede quindi ritmo, melodia, armonia interiore. Per imparare a suonare uno strumento bisogna sviluppare tante qualità: pazienza e caparbietà, costanza ed umiltà; l’asinello della fiaba ce la fa e noi dobbiamo fare in modo che anche i bambini che educhiamo possano riuscirci.

Qualcuno indossa la pelle d’asino perché ha paura di non riuscire a superare le sue difficoltà. In III classe i bambini iniziano ad essere sensibili ai talenti e agli impedimenti propri e degli altri. Si accorgono che uno è particolarmente bravo a fare i conti, ma non sa disegnare; mentre un altro è bravissimo a disegnare, ma non altrettanto a fare i conti. Notando queste differenze il bambino trova il coraggio e la forza di togliersi la pelle d’asino.

 

Corpo fisico: capanna, casa, castello, osteria

            Quali immagini usa la fiaba? Sempre, quando si parla dello spirito, compaiono figure maschili; quando si parla dell’anima invece emergono figure femminili. Per la corporeità abbiamo diverse immagini (per esempio quella dell’asino), ma in relazione a tale triarticolazione in genere c’è l’immagine della casa. Spirito e anima abitano durante la vita sulla Terra nella corporeità come in una casa. Ogni tipo di casa, dalla povera capanna fino al castello, significa sempre un rapporto con l’essere entro la corporeità dell’uomo.[44]

Nelle vere fiabe non vi è nulla che non sia essenziale. Non vi troviamo inutili descrizioni. Tutto quanto vi appare ha un valore preciso nella narrazione, pertanto non stupirà il fatto che, anche cose apparentemente banali come le finestre o il tetto, abbiano, nel linguaggio fiabesco, significati precisi. Quando, come in Hansel e Gretel o in altre fiabe, troviamo l’immagine delle finestre, essa sta ad indicare i sensi fisici di percezione. Pensandoci è proprio vero: i sensi sono come finestre dalle quali la nostra interiorità si affaccia sul mondo esterno e vi entra in relazione. L’immagine della porta è quindi spesso riferita al passaggio da un tipo di esistenza ad un altro. La porta può alludere al passaggio fra nascita e morte, o viceversa, fra morte e nuova nascita.

Quando si parla di tetto solitamente si vuole indicare il mondo spirituale. Quando si inizia ad avere una certa dimestichezza con queste immagini si può anche cominciare a cogliere certe delicate sfumature. Per esempio, nelle fiabe, è diverso se il protagonista sbircia dentro a finestre dalle quali si scorge un ambiente luminoso e caldo, rispetto ad altre che appaiono buie e rivelano un ambiente disabitato e pauroso. Con queste chiavi di lettura si possono cominciare a leggere profondi contenuti in immagini all’apparenza banali. Entrare in casa può significare nascere, incarnarsi provenendo da un mondo spirituale. La soglia tra il mondo fisico e quello spirituale (vedi nella Signora Holle) è spesso incarnata dall’immagine del pozzo; più esattamente della caduta nel pozzo. L’annegamento, in generale, non ha nelle fiabe la stessa valenza che potrebbe avere in altri racconti. Infatti, spesso, quando i personaggi delle fiabe annegano, poi continuano ad agire. L’annegamento è quindi sempre un passaggio da un livello di esistenza ad un altro.

Tornando ora all’immagine della casa: in molte fiabe, al posto di questa, abbiamo un’osteria, un albergo. Nella fiaba Il tavolino magico, l’asino d’oro e il randello castigamatti, l’oste sottrae ai due fratelli il tavolino e l’asinello d’oro. In quest’osteria non si è veramente a casa, non si è del tutto dentro se stessi, non si ha grande senso di responsabilità per l’edificio che ci ospita, si è stranieri e la casa non è propria. (…) In quelle taverne, fa da padrone in genere un oste non particolarmente buono, un sé egoistico che in qualche modo inganna l’uomo.[45]

 

Corpo eterico: il giardino

            Il giardino dove tutto cresce, fiorisce e matura, è un’immaginazione del corpo vitale e per le forze della vita che fanno parte dei nostri involucri corporei.[46]

 

Corpo astrale: il bosco

            Come è stato detto l’anima senziente, fra le tre forze animiche dell’essere umano, fu la prima a formarsi. Essa è strettamente imparentata con il corpo astrale dell’uomo, quindi non stupirà il fatto che proprio le immagini relative al corpo astrale siano tra le più semplici da interpretare nel mondo fiabesco. Esse sono espresse con un linguaggio che parla direttamente all’anima umana,  con immagini che sembrano non aver subito mutamenti nel corso dei secoli, tanto da sembrarci famigliari. Non dobbiamo fare grandi sforzi per comprendere che, ovunque appaia nelle fiabe una tentazione, in qualsiasi modo sia rappresentata, questa voglia indicarci i pericoli nei quali incorre il corpo astrale. Ovunque, nelle fiabe di tutto il mondo, possiamo rintracciare figure il cui solo ruolo è quello di insinuare desideri e brame che lo spirito, l’io umano, è destinato a seguire. Ciò, come nella vita, può dar luogo a lunghe traversie, a dure prove il cui superamento porterà ad un’evoluzione corretta. Questo può parlarci molto profondamente del mistero del male. Può trattarsi della casetta di Hansel e Gretel, o di frutti nocivi, oppure di veri e propri tentatori che, come maghi e streghe, portano i protagonisti a smarrire la retta via. In realtà il mago cattivo appare spesso anche nelle veci dell’io inferiore. Ma proprio questo elemento dello smarrimento è spesso caratterizzato con l’immagine del bosco. Il bosco che può essere scuro, in cui possono esservi animali selvaggi, cioè istinti e passioni, indica il nostro corpo astrale.[47] Ed in quante fiabe ritroviamo passaggi nei quali i protagonisti si perdono in un bosco o in una foresta? La cosa importante è osservare che si tratti sempre di una prova, di una caduta che conduce sempre ad un’altezza più elevata rispetto al punto iniziale. Si tratta di un processo che conduce dall’oscurità alla luce, dalla debolezza alla forza interiore, dal peccato alla redenzione.

Nelle fiabe possiamo spesso incontrare l’immagine di un protagonista ricoperto da una pelle di animale. Essa sta a significare che l’io è ancora imprigionato in un’astralità non purificata. Troviamo questa immagine nell’Asinello, in Pelle d’Orso ed in altre, ma il significato e molto spesso decifrabile proprio ricercando nell’astralità umana le caratteristiche dell’animale in questione.

Nella fiaba l’orso è sempre l’immagine per il sé dell’uomo oscurato dall’esistenza corporea: l’uomo deve trovare se stesso nell’oscurità dell’esistenza terrena.[48] In generale, quando si parla di animali nelle fiabe, può essere utile rintracciare il loro significato a partire dal loro carattere e dall’elemento fisico cui appartengono: terrestre, acquatico o aereo. Vi sono in realtà anche animali che, per il particolare rapporto che li lega alla luce e al calore, possono essere messi in relazione all’alemento igneo. Ciò ci apre un’ulteriore chiave di lettura rispetto ai temperamenti umani. L’elemento terrestre è in particolare relazione con il temperamento malinconico (nel bambino con il flemmatico); quello acquatico con il temperamento flemmatico (nel bambino con il sanguinico); quello aereo con il sanguinico (nel bambino con il collerico); quello igneo con il collerico (nel bambino con il malinconico).[49] Si tratta in realtà di osservazioni che possono essere maggiormente utili se raffrontate alle favole di animali, perciò verranno descritte nella parte conclusiva del testo, quando si parlerà del passaggio dalla fiaba alla favola.

           

Io: fratelli, grulli e principi

            L’io ha ovviamente una posizione centrale nell’anima umana. Ogni sviluppo spirituale prende le mosse dall’io. Se nel caso delle figlie, cioè dell’anima (si riferisce alle tre figlie del vecchio nella fiaba Pelle d’orso), dobbiamo vedere uno sviluppo, esso è possibile in quanto il principe è già in cammino, egli opera sull’anima del futuro. (…) Ogni tipo di sviluppo descritto per l’elemento animico è pensabile soltanto in quanto c’è la luce dello spirituale anche se, nella fiaba, non compare ancora: infatti il principe compare quasi sempre alla fine.

            Se ora gli eventi prendono le mosse dall’elemento spirituale, cioè dall’io, compaiono i tre fratelli – in genere dipende tutto dal più giovane; i due maggiori sbagliano e non trovano la giusta strada. I tre fratelli rappresentano dunque ciò che si svolge quando l’io prende la guida nella vita dell’anima.

            In realtà nel caso dei due fratelli maggiori dovremmo parlare più correttamente del sé egoistico nella sua relazione con il mondo fisico: forza bruta, avidità, ambizione, ecc. Soltanto il fratello più giovane rappresenta l’io superiore. (…) I primi due fratelli mostrano di nuovo la corruzione – ora nella forza dell’io. L’egoismo nel sentire, cioè nell’aspetto senziente e nel pensare fin troppo astuto, ci si presenta chiaramente ne L’acqua della vita. I due fratelli maggiori si mettono in cammino con il pensiero di: «Se porto l’acqua della vita, erediterò da solo il regno».[50]

            Non bisognerebbe mai irrigidire le immagini fiabesche in schemi predefiniti ai quali attenersi in modo rigoroso. Un’interpretazione del corredo fondamentale delle rappresentazioni più ricorrenti nelle fiabe è cosa fattibile e può essere molto utile, ma rischia di indurre in questa tentazione. La duttilità propria delle immagini fiabesche, oltre a rendere possibile una lettura su piani diversi delle medesime rappresentazioni, può anche sfruttarle con scopi differenziati. Vale a dire che un’immagine che in un dato contesto significa una cosa, può benissimo significare qualcos’altro in un contesto diverso. Ciò accade peraltro anche nella vita ordinaria. Per fare degli esempi banali, in Italia si usa salutare le persone mostrando il palmo della mano, mentre il medesimo gesto, sulla vicina isola di Creta, è piuttosto offensivo. Oppure, se capita di vedere un indiano che parla, si scopre che egli, per annuire, china leggermente il capo da un lato, dandoci l’impressione di non avere capito quanto gli viene detto. Tuttavia, in molti altri paesi, si annuisce sollevando e abbassando il mento. Da un punto di vista grafico si possono poi trovare infiniti esempi di plurivalenza delle immagini. Nelle fiabe, che abbracciano orizzonti vastissimi, vige la stessa plurivalenza.

            L’immagine dei tre fratelli può essere interpretata come un confronto tra l’io superiore, incarnato dal fratello minore, e l’io inferiore, incarnato dagli altri due. Ciò nonostante si può scoprire che, molto spesso, il primo ed il secondogenito falliscono a causa di comportamenti riconducibili alle sfere d’azione dell’anima senziente e dell’anima razionale. In tal modo il fratello minore diventa il portatore dell’anima cosciente. Ma può anche esservi un terzo livello di comprensione. Il primogenito può essere letto come immagine del corpo, il secondogenito dell’anima ed il terzogenito dello spirito. In ogni caso vediamo che l’immagine del fratello minore va ricondotta all’elemento spirituale dell’essere umano, appunto il più giovane degli arti costitutivi da un punto di vista evolutivo.

            L’io è una forza ancora giovane ed è per questo che il fratello più giovane viene indicato come stupidello rispetto ai fratelli maggiori, spesso fin troppo furbi. Detto in altre parole: se qualcuno opera secondo la conoscenza, nel senso di ciò che è giusto in certe condizioni, spesso appare come stupido alle persone che gli stanno intorno, le quali guardano soltanto al proprio vantaggio, pensano solo al proprio benessere.[51] Nella vita si può fare l’esperienza che la bontà sia confusa per ingenuità, spesso da persone che si ritengono «con i piedi per terra». Per questo in molte fiabe appare la figura del grullo. Grullo è un termine che sta appunto ad indicare stupido, ma fa subito pensare ad un buono stupido, la cui stupidità, vista da un’altra prospettiva, cela elevatissime forze morali ed il germe di una saggezza divina.

L’intelligenza ed il sentire legati all’egoismo considerano stupido chi rinuncia, per un ideale, all’ottenimento di vantaggi e privilegi sul piano materiale. E solo l’io, solo l’elemento spirituale dell’uomo può trovare in sé l’impulso per un tale modo di agire. Per questa ragione, nelle fiabe, troviamo spesso la figura del grullo del villaggio. Ed è proprio lui, alla fine dei conti, a riuscire dove gli altri avevano fallito. Lui solo, che ha agito per puro altruismo e senza alcun obiettivo venale, alla fine riceve grandi tesori ed alte onorificenze. Ma l’immagine più poderosa (ed anche la più classica), dell’elemento spirituale eterno dell’uomo nel linguaggio fiabesco è certamente incarnata dalla figura del principe. Mentre, nelle immagini precedentemente analizzate (come quella del grullo), troviamo in realtà espresse in modo unilaterale solo alcune delle caratteristiche dell’io, e vediamo come spesso si rivelino separate e messe a confronto tra loro (come nella rappresentazione dei tre fratelli, dove troviamo esemplificato l’agire dell’io nei suoi rapporti con le tre forze dell’anima), nel principe troviamo rappresentata in modo unitario l’essenza stessa dell’esistenza umana.

Il principe discende direttamente dal Re, dal Padre Celeste e, nelle prove che è costretto a superare, dimostra la sua forza (legata corpo); il suo coraggio (legato all’anima) e la sua saggezza (legata allo spirito).  Non dimentichiamoci ora che, come descritto in precedenza, nelle fiabe, tutti i diversi personaggi concorrono alla formazione di un’immagine unitaria dell’uomo. Quindi, al termine delle sue vicende, dopo aver purificato la sua natura inferiore sconfiggendo il male (spesso incarnato dalla terribile figura del drago), il principe salva la principessa (l’anima umana) ed indica che la soluzione finale, il traguardo più elevato raggiungibile dall’uomo sul piano fisico, sia l’amore; il solo in grado di farlo ricongiungere con l’elemento spirituale originario rappresentato dall’eredità del regno paterno.

            Spesso il principe ci dà anche prova di esercitare la propria libertà; si pensi solo a Rosaspina, quando gli viene detto di rinunciare: che molti, prima di lui, hanno provato a penetrare tra i rovi aggrovigliati intorno il castello e sono morti miseramente. Eppure il principe, da solo, decide di tentare ed alla base della sua decisione (alla base della sua libertà), vi è l’amore per la principessa (l’anima umana). La rappresentazione del principe ci riconduce quindi alla parabola più classica delle fiabe, che è poi la stessa di ogni vita umana. Tutto ha inizio da una condizione di armonia, di pace e di perfezione (come la gravidanza, o il regno celeste, il giardino di Eden dal quale l’uomo proviene); poi il male si insinua nelle forme del drago e l’armonia si spezza (come la giovinezza, o il serpente che insinua il peccato nell’anima umana e la fa cacciare dall’Eden). Allora il principe, l’io, deve cominciare la sua lotta. Ed alla fine sconfigge il male, purifica l’anima umana e, con tutte le forze e le facoltà che ha conquistato, giunge ad una nuova armonia e si ricongiunge al mondo spirituale, ereditando il regno paterno.

            Vediamo così che la fiaba riassume in sé l’immagine dell’evoluzione di una singola vita umana tra nascita, giovinezza e morte; ma anche dell’intera umanità: tra creazione, caduta nel peccato e redenzione attraverso le forze del Cristo, che sono appunto forze di libertà ed amore.

 

Io inferiore ed io superiore: due fratelli gemelli

Quando lo sviluppo della coscienza viene considerato sotto il profilo spirituale, troviamo in diverse fiabe parallelamente l’immagine dei due fratelli, gemelli. Siamo davanti all’io nel suo lato superiore (sé spirituale) e inferiore, cioè davanti alla reale entità spirituale dell’uomo e alla sua coscienza dell’io entro il mondo terrestre.(…)
In molte fiabe esiste però soltanto una principessa, soltanto un figlio di Re. Siamo davanti all’anima e allo spirito.

 Servo: l’angelo custode

 Anima umana: la principessa, la vedova, la matrigna

            Come nel principe troviamo riassunte tutte le caratteristiche dell’elemento spirituale, così nella principessa troviamo un’immagine unitaria delle forze dell’anima umana. Come già accennato nel sottocapitolo precedente, soltanto dall’unione dell’anima umana con lo spirito sorgono le forze più elevate, le vere conquiste che coroneranno l’evoluzione umana. Si tratta dell’amore e della libertà. L’anima, da sola, non potrebbe svilupparle e si perderebbe in qualche foresta oscura, o tra le grinfie di un drago. E lo stesso vale per il principe, inteso come spirito umano: senza l’unione con l’anima non potrebbe amare, né trovarsi nella condizione di agire liberamente. Non potrebbe sviluppare un impulso individuale all’azione, perché la sua esistenza sarebbe condizionata dalle leggi che governano l’universo. Ma l’uomo, nella sua esistenza corporea, si emancipa dall’universo e solo a partire da tale distacco può operare nel senso dello sviluppo di amore e libertà.

Una volta Steiner osservò che possiamo amare solo qualcosa da cui siamo separati. Se fossimo un tutt’uno con Dio non potremmo amarlo. E non potremmo agire liberamente se fossimo tutt’uno con Dio, ma nel suo grembo ci muoveremmo secondo le leggi universali. Il più grande atto d’amore sarà per l’uomo sottostare in piena libertà a quelle stesse leggi di Dio.

Questo possiamo trovare nell’immagine della principessa, una rappresentazione dell’eterno femminino, ma nelle fiabe, come per lo spirito, possiamo trovare diverse rappresentazioni per l’anima umana. Con l’immagine della povera vedova spesso si indica l’anima abbandonata. In genere essa ha anche dei tratti cattivi. Oppure compare come matrigna: per esempio nella signora Holle o ne I tre omini nel bosco. Si tratta soltanto di interpretare queste immagini a seconda dell’aspetto dell’anima che vogliono sottolineare, del suo grado di sviluppo. Nella principessa troviamo un’anima umana ideale; nella vedova e nella matrigna troviamo un’anima in via di sviluppo.

 

Le forze dell’intelletto

Goethe, nella sua Fiaba del serpente verde e della bella Lilia, per descrivere il raziocinio intellettuale si serve dell’immagine dei fuochi fatui, da lui rappresentati come esseri ingordi dell’oro della sapienza. Essi lo ingoiano molto velocemente, con grande avidità, e lo restituiscono sotto forma di monete, che si scrollano di dosso con altrettanta rapidità. Le monete vanno qui intese come concetti solidificati, morti, dalla forma definita ed immutabile, il cui valore non ha più alcun collegamento con la vivente sapienza operante nel mondo eterico.

Goethe pone i fuochi fatui in relazione al vecchio con la lampada, il quale, con la sua luce, simbolo di chiaroveggenza, ricopre d’oro il mondo sensibile o, in altre parole, toglie da esso il velo dell’apparenza rivelandone la vera essenza spirituale, sotto forma di luce dorata. La lampada, nella fiaba, ricopre d’oro le pareti di pietra nello spazio sul quale cade la sua luce. I fuochi fatui cercano la moglie del vecchio con la lampada nella sua dimora, dove tutte le pareti sono ricoperte d’oro e, con orrore della vecchia, lo ingoiano rapidamente. Ma il vecchio con la lampada giunge a casa e, in un istante, con la sua luce, ripristina l’oro che ricopriva le pareti.

In numerose rappresentazioni pittoriche di temi sacri possiamo osservare una piccola fiammella sul capo di Angeli o di santi; questa piccola fiammella rappresenta l’io superiore, che splende come un sole nell’interiorità dell’uomo e la rischiara; in un certo senso la ricopre d’oro. La fiammella del vecchio con la lampada rievoca queste rappresentazioni: la luce dell’io spirituale che non si accontenta di rimanere alla superficie, al mondo incantato che possiamo percepire con i sensi, ma vuole penetrare nelle radici spirituali dell’esistenza. I fuochi fatui quindi rappresentano, rispetto a quest’ultima, un’immagine polare, che ci indica poeticamente l’operare del raziocinio intellettuale.

È curioso notare che Goethe, in opposizione alla fiammella della lampada del vecchio, si servì proprio dell’immagine dei fuochi fatui. Nella realtà è possibile osservarli nei cimiteri o nei pressi di luoghi nei quali sono avvenute delle sepolture. I corpi in decomposizione sprigionano dei gas che, al contatto con l’aria, in determinate condizioni possono assumere l’apparenza di flebili fiammelle baluginanti, di fuochi danzanti nell’aria. I fuochi fatui sono per loro stessa natura imparentati con elementi mortiferi. Se ora prendiamo in esame le forze dell’intelletto, osserviamo che anch’esse sono forze imparentate con la morte; che si tratti di forze apportatrici di morte. Se per esempio osserviamo una pianta e la analizziamo in ogni singola parte servendoci dell’intelletto al servizio dei sensi, potremo ricavarne moltissimi concetti sulla pianta, ma non riusciremo mai ad afferrarne la vita. Grazie all’intelletto abbiamo la possibilità di cogliere la vita nelle sue manifestazioni esteriori, ma non siamo in grado di afferrarne il nucleo essenziale. I concetti che possiamo estrarre dal vivente con l’intelletto, in certo modo lo uccidono e ne mostrano soltanto un’immagine spettrale. Si tratta di uno dei più grandi misteri dell’esistenza e l’immagine della cacciata dall’Eden ci parla proprio di questo mistero. Nella Genesi possiamo leggere:[52] Or il serpente era la più astuta di tutte le fiere della steppa che il Signore Dio aveva fatto, e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di nessun albero del giardino?”» - La donna rispose al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare; ma del frutto dell’albero che sta nella parte interna del giardino Dio ha detto: “Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, per non morirne”». Nella genesi le forze intellettuali legate all’albero della conoscenza sono poste in relazione alla morte e, proseguendo nella lettura, questa relazione appare sempre più evidente. 

Ma il serpente disse alla donna: «Voi non morirete affatto! Anzi! Dio sa che nel giorno in cui voi ne mangerete, si apriranno i vostri occhi e diventerete come Dio, conoscitori del bene e del male». Si apriranno i vostri occhi: il vostro intelletto si desterà e potrete cominciare a giudicare! Quando l’uomo mangiò la mela dell’albero della conoscenza il Signore Dio lo scacciò (…) e dinanzi al giardino di Eden fece dimorare i cherubini e la fiamma della spada folgorante per custodire l’accesso all’albero della vita. L’uomo poté così impadronirsi dell’intelletto, ma non della vita.

 

Goethe, che era sensibile alla vita, si oppose con tutte le sue forze all’atteggiamento di quanti, come Linneo, considerando peculiari soltanto valori esteriori come la grandezza, il numero e la posizione dei vari organi, volevano catalogare le forme di vita vegetali perdendo ogni contatto con la loro stessa essenza di organismi viventi. In tal modo le piante risultavano bensì disposte in un ordine, ma in un modo che si sarebbe potuto applicare anche a corpi inorganici: secondo caratteri ricavati dall’apparenza esteriore, non dalla natura intima della pianta. Tali caratteri si mostravano in una contiguità esteriore, senza un intimo nesso necessario. Ma Goethe non poteva contentarsi di questo modo di considerare gli esseri viventi, dato il concetto speciale ch’egli se ne era fatto. Nel sistema di Linneo non si cercava mai l’essenza della pianta. Goethe invece non poteva a meno di chiedersi: in che cosa consiste il quid che fa di un dato essere una pianta? Egli doveva riconoscere che quel quid si ritrova egualmente in tutte le piante e, nondimeno, v’era pure per tutta l’infinita varietà degli esseri singoli (…).[53] Da questa premessa sorse La metamorfosi delle piante di Goethe, nella quale possiamo leggere, nel capitolo riguardante la storia dei suoi studi botanici: «(…) mentre cercavo di assorbire le sue (di Linneo) acute e geniali distinzioni, le sue leggi esatte e pertinenti ma spesso arbitrarie, una frattura si verificava in me: ciò ch’egli si sforzava di tener distinto con la forza, doveva, per le esigenze più profonde della mia natura, tendere a riunirsi»[54]. L’intelletto separa ciò che nelle forme di vita coopera in modo unitario. Un capello, analizzato da solo, senza considerare il suo attaccamento alla testa, non può dirci nulla di essenziale sull’essere umano; una pianta, sradicata dal suolo, non è nemmeno più una vera e propria pianta.

Questa capacità di sezionare la vita, di separare ciò che è unito, è propria delle forze intellettuali. Per questa ragione, nel mondo fiabesco, le troviamo rappresentate nel sarto che taglia con le forbici e ricuce secondo il suo gusto e la sua arte, oppure nello spaccalegna che abbatte alberi e li spacca in tanti pezzi. Gli alberi sono vivi e il taglialegna, abbattendoli, li uccide. Questo è in realtà l’operare delle forze intellettuali, che estraggono concetti morti dal mondo vivente.

Ma con questo abbiamo descritto solo una piccola parte delle immagini che, nel mondo fiabesco, ci parlano delle forze intellettuali. Vi sono infatti molte altre rappresentazioni che tendono a porre in maggiore risalto altri aspetti di tali forze.

Secondo le descrizioni di Rudolf Steiner, l’origine dell’uomo va rintracciata nella più antica incarnazione planetaria della terra che, nel linguaggio antroposofico, è denominata Antico Saturno[55]. Steiner descrive quella condizione primordiale come un’atmosfera di calore spirituale. Non vi era dunque nulla di terroso, acquoso, gassoso o igneo, ma solo diverse gradazioni di calore spirituale, simile in tutto e per tutto alla volontà umana. Se guardiamo all’origine della vita, vediamo quindi ch’essa va ricercata in una condizione di calore spirituale, del tutto immateriale. Se ora vogliamo cercare un’immagine polare rispetto a questa rappresentazione, non può che venirci in mente di considerare che la morte abbia in sé un elemento di gelo. E non si tratta soltanto del calore corporeo che si dissolve quando sopraggiunge la morte, ma anche di quel gelo che caratterizza le forze intellettuali che, come abbiamo detto, sono in relazione con la morte.

Dobbiamo al genio del linguaggio l’esistenza di termini comuni, popolari, che mettono in luce questa polarità in modo evidente. Il cuore pulsante è il più elementare tra i simboli della vita, e nel linguaggio parlato si parla di calore del cuore. Si dice di una persona che sia calorosa o fredda e non ci si riferisce di certo alla sua temperatura corporea. Quante volte si dice poi che è necessario esaminare una questione a mentre fredda.

Il calore porta al movimento, alla duttilità, alla fusione, mentre il freddo porta alla staticità, alla rigidità, alla disgregazione. Per questo, nelle fiabe, troviamo sovente le forze intellettuali rappresentate sotto forma di cristalli, anche di ghiaccio, di paesaggi imbiancati da cristalli di neve. Nel mondo fiabesco i paesaggi invernali ci informano che siamo nel regno delle forze intellettuali. Più in generale, personaggi o paesaggi incantati, pietrificati o cristallizzati, sono sempre espressione di morte, spesso a causa dell’intelletto che ha soverchiato le forze del sentire. Con simili considerazioni non dobbiamo mai dimenticare che nella fiaba non abbiamo mai la descrizione di eventi esteriori. (…) Si tratta di eventi animico-spirituali, di leggi relative all’uomo e all’umanità; di uno sviluppo spirituale dell’entità umana. Se c’è un ambiente, questo è sempre di natura animica o spirituale, non un ambiente esteriore.[56]

Vi sono molte altre rappresentazioni delle forze di raziocinio e, a seconda delle culture fiabesche cui si fa riferimento, se ne possono trovare sempre di nuove. Fra quelle ricorrenti va certamente ricordata l’immagine della filatrice. Con questa immagine e con tutte quelle inerenti (filatoio, conocchia, fuso, filo, tessere la paglia in oro, ecc.), le forze del raziocinio non sono viste sotto la luce negativa di forze che chiudono il rapporto con il mondo spirituale, bensì nella loro qualità di forze il cui sopravvento è necessario nel corso dell’evoluzione umana, per il conseguimento degli alti traguardi che l’umanità è chiamata a compiere. Il materialismo cui hanno portato le forze intellettuali con il loro sopravvento, è infatti un passaggio necessario perché l’umanità sperimenti un nuovo anelito verso il mondo spirituale e ne riconquisti la dimora con un libero atto di volontà. Sotto questa luce le forze di raziocinio sono indispensabili per lo sviluppo della libertà umana e, in relazione a quest’ultima, anche per lo sviluppo dell’amore fra gli uomini.

Solo distaccandosi dal mondo spirituale l’uomo può cominciare ad amarlo. Se fosse un tutt’uno con esso, com’era prima della cacciata dall’Eden, l’uomo non potrebbe sviluppare alcun amore verso il mondo spirituale e non potrebbe autodeterminarsi liberamente per riconquistarlo. Sotto questa luce ritroviamo le forze intellettuali, per esempio nella fiaba Rosaspina, della quale si è già fatto cenno precedentemente. Questa fiaba si conclude infatti con le nozze tra il principe e la principessa, simbolo dell’amore che unisce l’anima umana all’elemento spirituale. Ed il principe eredità due regni: quello terrestre e quello celeste, segno della vittoria conseguita.

L’immagine del cavallo appare spesso come forza istintiva del pensiero, forza di cui l’uomo dispone.[57]Appare poi in tutte le sue differenziazioni che, a seconda degli avvenimenti narrati, possono essere interpretate diversamente: cavallo cieco (se come uomo resto bloccato soltanto nella vita di sentimento, nel sentire, non riesco realmente a pensare, allora non arrivo a conoscere); cavallo che zoppica (un pensare volto soltanto ai desideri personali e non verso la verità), etc.

Aquile, vette di montagne, ecc., molti sarebbero gli esempi di raffigurazioni di forze intellettuali, ma qui si vuole dare solo un cenno di come sia possibile leggere fra le righe delle immagini più tipiche del mondo fiabesco.

 

Serpente

Serpente = istinti. Le forze di questo secondo polo vivono nell’organismo delle membra al limite della coscienza. Se emergono, la tendenza è quella di rigettarle nel profondo. In tempi antichi dominava il serpente; l’aquila, sua grande antagonista, ricorrente nelle fiabe russe come simbolo del pensiero puro o dell’intelligenza localizzata, non era ancora discesa nell’anima umana. Non dobbiamo insegnare a reprimere il serpente, ma a conviverci. Se ci diventa amico ci aiuta. Diventa male se domina su noi stessi. L’immagine archetipica del serpente è però quella di Lucifero, che si insinuò astutamente nell’anima umana, ingannando Eva e tradendo il volere di Dio; sacrificando in tal modo il successivo corso della propria evoluzione e rimanendo, per questo, indietro.

 

Drago

A base delle fiabe sta la giustificata credenza che tutto quanto ci circonda sia realtà spirituale incantata e che l’uomo, per giungere alla realtà, debba rompere l’incantesimo. Dobbiamo sempre tenere presente che in origine la fiaba è la traduzione di un avvenimento successo nell’astrale, che è poi stato ripetutamente raccontato, e sappiamo bene come nel raccontare abbiamo l’abilità di alterare singoli passaggi. Ogni qual volta si raccolgono le fiabe dalla viva voce del popolo, si ha un residuo di un’immagine antica, vista astralmente, di cui alcuni tratti possono esser stati alterati. Allora l’interprete può cader nell’errore di attribuire importanza spirituale proprio ai fatti aggiunti; si dovrà invece cercare e riconoscere la forma originaria che corrisponde appunto a esperienze astrali.

Così può sorgere la domanda se l’uomo in tempi remoti, quando creò le fiabe movendo dalle esperienze soprasensibili dello stato di coscienza  intermedio, non avesse la sua figura attuale. Non l’aveva, ma vi si è sviluppato solo lentamente, attraverso altre forme intermedie. (…) Per alienare la sua violenza di gigante, egli dovette eliminare le sue forme di gigante, superandole, dovette affinare le sue forze e innalzarle al grado di anima razionale e di anima cosciente. Ma vi sono anche entità rimaste allo stato di forze brute; ovunque all’uomo appaia una cosa cattiva che vada superata in quanto si è arrestata al piano astrale, questa appare nella figura del «drago» o in altre simili: non sono altro se non forme grottesche, trasformate nel mondo spirituale, di quanto l’uomo dovette trasformare ed espellere da sé.[58]

Il drago è strisciante ma può volare. Il mondo spirituale unito al mondo terreno sono il “portatore di luce”.

Nell’antichità il drago era visto positivamente, poi, specialmente in era cristiana, ha preso un’accezione negativa. Questa dualità tra cielo e terra è Lucifero, che ha questa polarità.

 

Grotta

            La grotta, profondamente scavata nella roccia, indica spesso l’interiorità umana. Per questo la stalla dell’Evento natalizio appare anche sotto forma di grotta. Questa immagine ci ricorda che il Cristo, incarnandosi nella corporeità di Gesù di Nazaret, cominciò a splendere come un sole nell’interiorità degli uomini e divenne lo spirito della terra.

 

Il castigo

            Ora dobbiamo dire qualcosa del castigo, che spesso appare alla fine. (…) Si tende a vedere in questi fatti un elemento truculento. Si fa l’errore di cui abbiamo parlato all’inizio, legando le immagini a eventi del mondo dei sensi, per esempio le torture medievali o anche moderne. In realtà non si parla di questo. È molto caratteristico che le figure colpite spesso si diano il castigo da loro stesse. Questo significa: le forze cadute preda del male entro l’uomo vogliono a partire da un certo punto distruggere se stesse, cioè annientarsi. (…)[59]

            Ovunque nelle fiabe si parli di castighi, che possono andare dal taglio della testa, all’essere rinchiusi in una botte chiodata, piena di serpenti velenosi e gettati giù dal pendio di una montagna fino a piombar nel mare, bisogna saper interpretare quelle immagini, a seconda di come si presentano, come l’eliminazione di forze ostacolatici dall’interiorità umana. Una certa conoscenza delle leggi del karma secondo la scienza dello spirito può rendere maggiormente intelligibili quelle rappresentazioni. Ma vi sono anche fiabe nelle quali il castigo ha immagini più simboliche, per esempio nella Signora Holle, dove la ragazza buona e giudiziosa viene ricoperta d’oro, mentre l’altra viene indelebilmente imbrattata di pece.

Il castigo, in generale, nelle fiabe è spesso una metafora dell’azione delle leggi karmiche, che impongono conseguenze ad azioni compiute sul piano morale, come le leggi fisiche impongono reazioni ad azioni compiute sul piano fisico.

 

La fiaba e l’archetipo II

Ogni fiaba è una parabola dell’evoluzione umana o di una singola biografia vista nei suoi tratti archetipici; è la metafora di un processo evolutivo che abbraccia sia la sfera sensibile sia quella spirituale, trovando, nella loro armonizzazione il giusto compimento, la giusta soluzione. Nella fiaba il mondo viene mostrato nei suoi infiniti intrecci con l’elemento spirituale operante nell’anima umana. Tutto inizia nell’armonia; poi l’armonia si spezza ed il male s’insinua. Il bene, per non soccombere, lotta coraggiosamente e vince; così l’armonia viene ristabilita. Questa è la parabola classica ed immutabile di ogni vera fiaba e la ritroviamo in ogni biografia umana. Possiamo vedere l’infanzia come il periodo dell’armonia, il trascorrere della fanciullezza segna lo spezzarsi della condizione primordiale e l’affacciarsi del confronto con il male, con il drago, con le forze di opposizione che si insinuano nell’anima umana. Ma la parte spirituale dell’uomo, il principe, il suo io superiore, ingaggia una coraggiosa lotta e riesce a nobilitare la propria esistenza terrena per forza propria. Al termine della vita, quando il bene ha vinto sul male, la parte spirituale dell’uomo si ricongiunge con lo spirituale che vi è nell’universo e l’armonia si ristabilisce. L’eterna lotta del bene contro il male ci viene incontro in forma poetica nelle immagini delle fiabe, descritta da infiniti punti di vista, ed il trionfo del bene è il finale di ogni vera fiaba.

Si potrebbe obiettare che nella vita reale il bene non vinca sempre, ma il bambino ha un profondo, organico bisogno del lieto fine. Sente inconsciamente che la vita non sarebbe possibile se, nell’anima dell’uomo, non vi fosse la consapevolezza del fatto che la supremazia del bene può sempre essere ristabilita. Qui non si tratta di buonismo, ma del fatto che per il bambino sia del tutto naturale sperimentare la vittoria del bene. Il bambino ha trascorso pochi anni da quando ha lasciato il mondo spirituale. La vittoria del male risuonerebbe in lui come qualcosa di falso. Per il bambino è del tutto naturale che vinca il bene e non si tratta di ingenuità fanciullesca, ma di una profonda forza dell’interiorità umana, sorgente di ogni forza morale. Senza la consapevolezza della vittoria del bene nessun uomo potrebbe sostenere il fardello che porta sulle spalle, né riuscire a superare i duri colpi del destino dai quali nessuno al mondo è esentato. Il bambino, anche se non ne è cosciente, sperimenta l’esistenza del male come qualcosa che si sacrifica per edificare il bene. Non ne ha coscienza, ma sente che è così: il male esiste per illuminare, per contrasto, l’eterna gloria del bene. Se non vi fossero le tenebre, non vedremmo la luce.

 

Bene e male: l’eterno dualismo

Le fiabe parlano del bene e del male con parole fatte a misura dello stato di coscienza del bambino. A differenza di noi, i personaggi delle fiabe non sono mai ambivalenti: o sono buoni o cattivi, o brutti o belli, non vi sono ambiguità o polarità personificate. Il bambino di sette anni non è ancora in grado di scegliere ciò che è giusto e ciò che non lo è; le ambiguità devono attendere fino a quando una solida individualità potrà sostenere la scelta fra bene e male, fra bello e brutto ed il bambino non è ancora in questa condizione, non ha ancora una capacità di giudizio autonoma. Nella fiaba il bene ed il male sono ben distinti, non si confondono mai, per questo le fiabe sono educative, perché  consentono al bambino di crearsi una bilancia interiore.

Con l’arrivo del nono anno il bambino cessa di assorbire incondizionatamente tutto ciò che gli dice il mondo, ha creato la sua barriera personale, comincia a distinguere fra sé ed il mondo. Può quindi cominciare anche a distinguere, in modo elementare, le grandi dualità dell’esistenza. Ma solo quando il bambino, ormai ragazzo, sarà in grado di scegliere che uomo vuole essere, se buono o cattivo, solo allora potrà pesare bene, giudicare le ambivalenze e le polarità presenti nell’uomo. Le fiabe, così prive di ambiguità, educano e promuovono lo sviluppo di questa capacità di giudizio.

 

Il bene trionfa sempre: sull’immedesimazione

Il bianco deve essere bianco ed il nero deve essere nero: nelle fiabe non vale il principio dello Yin e Yang, valido invece nella vita quotidiana. Ma non per questo bisognerebbe credere che le fiabe siano meno vere della vita reale; solo perché mostrano un mondo nel quale il principe è un uomo privo di ogni malignità o cattiveria. Non bisognerebbe nemmeno ritenere che sarebbe meglio offrire al bambino immagini di uomini che manifestino le ambiguità proprie di ogni uomo comune; che compie il bene, ma anche il male; che sa essere talvolta giusto e tal’altra ingiusto. Non bisognerebbe ritenere che ciò sia corretto al fine di dare al bambino un’immagine più aderente alla realtà. Se pensiamo in questo modo ci inganniamo.

In verità, quando un bambino ascolta una fiaba, si immedesima in ogni personaggio. Nella fiaba l’entità di un uomo viene rappresentata richiamando diverse figure, ma il bambino le sperimenta in modo unitario, poiché ognuna di esse vive in lui. Quindi non si identifica soltanto nei personaggi positivi, come il principe; ma anche in quelli negativi, come il drago, la strega o il mago malvagio. L’esperienza di questi dualismi fa sorgere nel bambino la prorompente esigenza di schierarsi da una parte e, se vive in una condizione di salute, sceglie sempre di schierarsi con il bene. Si può fare l’esperienza che solo bambini in qualche modo turbati esclamino, quasi con una velata sofferenza nello sguardo: “Io sono il mago cattivo!”.

Ogni bambino sperimenta inconsciamente in se stesso l’agire di tutti i personaggi: sia del principe, sia del drago; sia del bambino sperduto nel bosco, sia del lupo feroce, perché tutto ciò è presente nella sua interiorità. Alcuni dicono: “Il lupo, il bambino lo ha in sé e lo riconosce”. Ma altri rispondono: “Ma perché? Noi il lupo lo facciamo diventare buono, così il bambino non si spaventa!”. E con questo ritengono di fare un bene al bambino. In realtà così si mente! Il bambino la vive come una bugia. Gli si impedisce di guardare in se stesso, di fare i conti con la sua ferocia da lupo, con la sua furbizia da volpe, con la sua malizia. Se il bambino invece fa la conoscenza di ciò che è in lui, in tal modo cresce; avviene in lui una metamorfosi interiore; un giorno saprà governare se stesso.

Nella vittoria del principe sul drago, il bambino sperimenta la vittoria del bene sul male; sperimenta la battaglia che lui stesso affronterà, come ogni uomo, quando avrà a che fare con certi lati oscuri e pericolosi della vita, o con i bassi istinti che fanno parte della natura inferiore dell’uomo. Non possiamo cancellare il male dal mondo vivendo nell’illusione che in tal modo il male non riguarderà mai la vita di nostro figlio.

Al termine della fiaba il bambino esulta: “Io sono il principe!” Egli si identifica con il bene e pone il germe di quelle forze che gli illumineranno il cammino se nella vita si perderà in qualche selva oscura. Nelle fiabe il bene trionfa sempre sul male; perché? Perché nel primo settennio il mondo è buono! In certo qual modo il bambino è obbligato a parteggiare per il bene. Fra i sette ed i nove anni vive ancora nel buono che vi è nel mondo. Egli si affida ai grandi in modo incondizionato e del tutto smaliziato. A partire dal nono anno (più precisamente tra i nove ed i dodici anni), il bambino comincia ad avere una certa sensibilità per il bello; dai dodici inizia ad averla per il vero; ma fino agli otto/nove anni vive immerso nel sentimento che il mondo sia buono.

Fino ai nove anni, non ha la coscienza sufficientemente desta per cominciare a far luce nella propria interiorità. Ciò non di meno, nel profondo del suo essere, come in ogni uomo, ci sono in potenza tutti i beni e tutti i mali. Ma egli non saprebbe proprio dove collocare nel proprio cuore l’immagine di un lupo cattivo che diventa buono, o di un principe buono che, per qualche condizionamento, compie atti malvagi. Il bene ed il male, che pure esistono in nuce anche nella sua stessa interiorità, gli devono essere presentati ben distinti, in modo che lui possa scegliere il bene, sperimentandolo in tutta la sua luminosa forza. Il principe delle fiabe è per sua stessa natura l’incarnazione del bene che vi è in ogni uomo ed il bambino, quando gli vengono presentate le sue vicende, nel coraggio che dimostra, nella forza che gli consente di sconfiggere il male, sente una profonda coerenza, una profonda verità. Se gli si presentasse l’uomo per quello che è alla luce della coscienza di un adulto: bene macchiato dal male, oppure male redento dal bene, egli non potrebbe comprenderlo, si sentirebbe confuso, non potrebbe immedesimarsi; sentirebbe in quelle immagini qualcosa di ambiguo, di falso e forse di terribile.

A partire dagli otto/nove anni, quando la sua coscienza comincerà gradualmente a destarsi, allora potrà iniziare a sperimentare nella sua interiorità l’insorgere del dualismo: dell’eterna lotta del bene e del male che si scontrano nell’essere umano. Allora potrà cominciare a comprenderla perché la sperimenterà in se stesso. Bisogna sempre tenere conto che a quel punto si tratterà soltanto dell’inizio di un processo che avrà luogo per tutta la vita, ma potrà iniziare a sentire in se stesso la convivenza del male e del bene. Proprio allora si cominceranno a vedere i frutti delle volte in cui, con le immagini delle fiabe, aveva fatto l’esperienza della vittoria del bene; del bene che trionfa sempre.

Il finale gioioso è quindi un tratto caratteristico delle fiabe.  Il bambino ha bisogno di un equilibrio armonico nella tensione, una soluzione che si presenta anche nei ritmi della vita. (…) In certo qual modo si ha sentore in queste formulazioni finali, della meta divino-umana raggiungibile in un lontanissimo futuro nel senso della più alta umanità, della decima gerarchia. Ogni processo evolutivo ha questo ideale nello sfondo.

 

Causa ed effetto nel mondo fiabesco

Causa ed effetto, nel mondo delle fiabe, non stanno tra loro negli stessi rapporti in cui si trovano nel mondo fisico fenomenico. Se, nella composizione di una fiaba, tentassimo di intrecciare gli eventi sulla base di rapporti di causa ed effetto paragonabili a quelli del mondo fisico, possiamo star certi che ne uscirebbe una pessima fiaba; forse un buon racconto, ma non una fiaba.

Il senso del vero deve guidare la nostra fantasia come un faro nel buio, ma senza sottostare alle leggi del mondo materiale. Componendo una fiaba dovrebbe sempre vigere la regola del tutto è possibile; ma queste infinite possibilità devono essere sperimentate, nella fase creativa, come simboli di intime e reali esperienze dell’anima, altrimenti vanno scartate. Poiché tali esperienze esistono e si rivestono per loro stessa natura di immagini simboliche (basti pensare all’inconscio o alla vita di sogno), non è cosa impossibile porsi la regola di dire il vero, pur liberandosi delle relazioni tra causa ed effetto valide per la vita ordinaria. La sola premessa è credere con tutto il cuore che il mondo fisico non sia il solo esistente e che, nel mondo spirituale, non valgano le stesse leggi che valgono nel mondo fisico. Nelle fiabe il mondo spirituale si riveste di immagini tratte dal mondo fisico, ma le fa agire in modo che queste non debbano più seguire le leggi del mondo fisico, bensì quelle del mondo spirituale. Se si leggono le fiabe con questa chiave di lettura, interi orizzonti ci si schiudono davanti agli occhi dell’anima con forza sorprendente. Le immagini si rivelano pregne di significato e in quel momento comprendiamo quale sia in realtà il loro valore educativo. Noi facciamo tanta fatica a comprenderle perché il nostro intelletto ci oscura l’immaginazione, ma i bambini, le cui forze intellettuali sono ancora in germe, comprendono il linguaggio delle fiabe in modo naturale. Grazie a questa scoperta si può arrivare a sostenere che la creazione di fiabe, se ci si sforza di esprimere in immagini realtà dell’anima, sia una vera e propria pratica meditativa.

 

Distinguere l’essenziale dall’inessenziale

In una fiaba niente deve essere superfluo; solo l’essenziale deve farne parte. Non devono esserci fronzoli, né descrizioni troppo particolareggiate. Il motto, citando Goethe, deve essere: azione, azione, azione! Anche se, in relazione ad alcuni temperamenti, quanto detto non va preso in senso assoluto, normalmente nelle fiabe non sono presenti nemmeno molti aggettivi. Una certa descrittività assume importanza solo quando il bambino si avvicina ai nove anni di età. Prima di quel momento, sulla base delle caratteristiche dei personaggi scelti, si determineranno, prima di ogni altra cosa, le loro azioni.

 

Sulle “fiabe mirate”

            Le fiabe possono aiutare i bambini che attraversano momenti difficili. Essi possono ascoltare con beneficio e giovamento delle fiabe che rappresentino le loro difficoltà, le loro disarmonie interiori o certi aspetti negativi del loro temperamento. Le immagini agiscono sulla volontà dei bambini molto più intensamente di quanto lo facciano prediche o ramanzine, che lasciano sempre il tempo che trovano. Le immagini delle favole invece afferrano il bambino nel sentire, ma questo è il punto di partenza: in realtà il sentire è un tramite per giungere al volere.

A seconda delle unilateralità caratteriali che si vogliono moderare o correggere, l’educatore può inventare fiabe mirate o ricercarle nella bibliografia esistente. Per esempio, nel caso in cui si voglia agire in aiuto di bambini insoddisfatti e viziati, si può raccontare la fiaba del pesciolino d’oro, o del pescatore e sua moglie, nelle quali vengono descritte chiaramente le conseguenze nefaste di certi atteggiamenti. Il bambino si riconosce nei difetti caratteriali, nei lati negativi dei personaggi; vi si immedesima e, non sentendosi giudicato, si trova nella condizione di poterli giudicare lui stesso in modo oggettivo ed impersonale.

Si può fare l’esperienza di aver composto una fiaba appositamente per un bambino. Magari si tratta di un maschio, collerico, moro e con gli occhi scuri, che negli ultimi tempi ha picchiato diverse volte i suoi compagni senza riuscire a frenare certi brutti impulsi legati al suo temperamento. L’esperienza particolare consiste nell’aver scelto come protagonista una bambina bionda e con gli occhi azzurri, proprio in modo che il diretto interessato non si sentisse preso di mira. Eppure si è visto con chiarezza quanto fosse colpito dalla prepotenza di quella bambina, in che modo si indignasse ascoltando di come prendesse a calci e pugni i suoi compagni di giochi. Alla fine del racconto accade poi che il bambino cui la fiaba era indirizzata, del quale magari volutamente non si era mai incrociato lo sguardo durante il racconto, manifesti a gran voce la sua disapprovazione per il brutto comportamento della protagonista.

Queste fiabe, naturalmente, devono avere un lieto fine. Dopo la tensione devono far sperimentare al bambino che esiste una via d’uscita, che tutto si sistemerà.

Il bambino, non sentendosi giudicato, come invece si sarebbe sentito nel caso in cui ci si fosse limitati a fargli una “bella ramanzina”, ha potuto sperimentare in profondità la bruttezza del suo comportamento e la sua indignazione potrà agire, senza creare sensi di colpa (che non conducono a nulla di buono), nella direzione di stimolare in lui lo sviluppo delle forze necessarie per reagire e cambiare atteggiamento.

Vige in generale la regola d’oro per cui l’educatore non debba mai giudicare il bambino, ma solo il brutto gesto da lui compiuto; la cattiva azione deve essere giudicata in modo impersonale, senza che il bambino possa immedesimarsi con il male che lui stesso è in grado di compiere. Se non si osserva questo principio basilare, alla lunga può persino accadere che il bambino, non sentendosi in grado di sorvegliarsi e di cambiare, si identifichi con il peggio di se stesso. Giudicando soltanto l’azione, in modo generalizzato ed oggettivo, otteniamo invece l’effetto contrario: il bambino è in grado di fare appello alle sue migliori qualità e può liberamente identificarsi con il meglio di sé. Egli non è ancora in grado di formarsi un ideale di se stesso e certi cambiamenti cui vogliamo indurlo non devono essergli trasmessi attraverso la sua immatura capacità di giudizio, ma devono bensì passare dai sostrati più profondi del suo essere, raggiungibili solo attraverso l’esempio concreto del nostro comportamento di adulti ed attraverso fiabe mirate.  Le fiabe, in generale, sono una miniera dalla quale il bambino può trarre il materiale di imitazione e di comportamento.

Nelle fiabe non vi sono prediche morali né pedanterie; in esse agisce solo il racconto ed è questo che incide. Nella vita si sa che spesso deploriamo negli altri proprio ciò che (magari inconsciamente), deploriamo prima di tutto in noi stessi. Non sempre è facile, ma possiamo renderci conto del fatto che, quando una persona ci sta antipatica a pelle, ciò che realmente ci disturba in essa è qualcosa che ci disturba prima di tutto in noi stessi. Questa realtà un po' misteriosa dell’anima umana può essere sfruttata a scopi educativi.

 

Fiabe e racconti con finalità didattiche

Uno dei principi base della pedagogia steineriana è che ogni insegnamento, specialmente nelle prime classi, debba essere trasmesso attraverso immagini. Nella prima classe le lettere dell’alfabeto, le cifre arabe e romane, i simboli delle quattro operazioni ed ogni altra nozione che viene trasmessa ai bambini, viene espressa dall’insegnante in forma di immagini.

Nella composizione di fiabe e racconti con finalità didattiche è importantissimo trovare immagini che incarnino in modo chiaro e coerente le qualità dell’argomento che si vuole introdurre. Per esempio, se si insegna in una seconda classe e si vuole scrivere un racconto per il passaggio dallo stampatello maiuscolo al minuscolo, o dallo stampatello minuscolo al corsivo, si sceglieranno immagini che incarnino le qualità intrinseche delle diverse forme di scrittura. Si avrà quindi un approccio immaginativo, ma anche analitico.

La qualità primaria del corsivo, a differenza dello stampatello maiuscolo e minuscolo, nei quali ogni lettera è slegata dalle altre, è di essere legato, come un filo continuo che scorre dall’inizio alla fine di ogni parola. Queste, nella loro semplicità ed evidenza, sono qualità che caratterizzano questi diversi tipi di scrittura. Pertanto possono servirci per trovare delle immagini adatte allo scopo di presentarle. Questo tipo di riflessioni aderenti alla realtà possono offrire ottimi spunti dai quali, magicamente sorgeranno ispirazioni artistiche soddisfacenti.

Basta osservare una lettera qualsiasi dello stampatello maiuscolo per vedere ch’essa si regge da sola, mentre le lettere in corsivo, prese singolarmente, sembrano instabili e ne richiamano subito delle altre. Il nome stesso dello stampatello minuscolo ci suggerisce inoltre ch’esso sia più piccolo del maiuscolo. Si tratta di cose scontate ma, nella ricerca di immagini appropriate, non c’è nulla di meglio delle cose più semplici.

Per il passaggio dallo stampatello minuscolo al corsivo, l’immagine del filo può anche essere considerata, senza troppe forzature, come un simbolo del pensare che poco a poco va sviluppandosi nel bambino. Un’immagine fisica per l’elemento spirituale del pensare. Oltre all’esistenza di molti classici della fiaba nei quali il filo, la filatrice, il telaio e la conocchia sono presi a simbolo del pensare, si pensi  al mito di Teseo che fugge dal labirinto grazie al filo di Arianna. Il labirinto, con le sue circonvoluzioni, richiama il cervello ed il filo, percorrendolo, ci consente di trovare la soluzione, di sciogliere l’enigma. Nel linguaggio parlato ci sono anche diversi modi di dire come: ho perso il filo del discorso. Quando il filo si spezza il pensiero si interrompe e noi ci sentiamo smarriti, come in un labirinto.

È importante sforzarsi di trovare delle immagini che abbiano delle intime corrispondenze con quanto si deve insegnare. A questo scopo la letteratura classica è una sorgente meravigliosa dalla quale attingere. Spesso, trovate le immagini giuste, è sufficiente lasciarle agire come se fossero indipendenti, come se avessero una vita propria. Non bisognerebbe mai limitarsi ad inventare delle storie lasciando la fantasia a briglie sciolte. La fantasia va incanalata, arginata in un sentiero di regole che possiamo porci da soli. Se le immagini scelte saranno appropriate e veritiere, allora sarà sufficiente farle agire in modo fedele alla loro natura.

Bisognerebbe quindi trovare prima di tutto delle immagini che incarnino simbolicamente alcune caratteristiche, alcune qualità archetipiche che possono guidarci, a mo’ di leggi, nell’invenzione fantastica. Se voglio parlare forze della natura, sceglierò il gigante; se voglio parlare dell’anima umana, sceglierò la principessa o la fanciulla pura di cuore; se voglio parlare dell’azione dell’io, sceglierò il principe; se voglio parlare di Dio, questo sarà il Re del regno. Questi sono naturalmente esempi classici, ma la loro forza può servirci da guida per trovare altre immagini altrettanto giuste, anche riguardo ad argomenti minori, come le questioni didattiche.

Se le immagini sono sufficientemente forti, sono le immagini stesse a consigliarci la trama delle storie. Ponendole le une accanto alle altre, si scopre come possono agire reciprocamente; similmente a due colori che, mischiati, danno vita ad un terzo colore. L’importante è che ogni immagine agisca fedelmente, come se avesse un’identità propria. In tal modo si può scrivere, per così dire, sotto dettatura: sono le immagini stesse a narrare la storia.

Un gigante leggiadro come una farfalla può far ridere, ma il bambino, nel profondo dell’anima, lo sperimenta come una goffaggine, una falsità. Le immagini diventano potenti quando agiscono secondo verità e i fatti della vita offrono mille spunti e mille fonti di ispirazione.

Il fatto di rabbrividire di fronte all’idea di porre delle regole alla propria fantasia, sarebbe come, per un musicista, voler comporre una musica senza servirsi del suo strumento; o per un pittore di voler dipingere tele ardite senza aver prima fatto pratica con la tavolozza. Ogni processo artistico ha in realtà le sue regole e solo attraverso l’affinamento delle regole si possono ottenere i migliori risultati. Buona regola per cominciare ad inventare fiabe è meditare sulle immagini che si vogliono impiegare.

 

C’era una volta e forse c’è ancora

            Se l’uomo vuole raccontare le sue esperienze nel mondo spirituale, deve dire: quel che ho visto e ora narro, un tempo è proprio avvenuto, ma continua ancora ad accadere dietro al mondo sensibile, ossia nel mondo spirituale, ove vigono altre condizioni di vita. Può darsi che ogni volta che qualcuno sia riuscito a vedere un dato avvenimento in quello stato di coscienza, quell’avvenimento sia già estinto, e le condizioni inerenti al fatto siano ormai passate. Ma può anche essere presente: tutto dipende dal fatto se vi sia qualcuno che lo osserva in uno stato di coscienza intermedio. Non è in un luogo o in un altro, ma ovunque qualcuno lo possa osservare. Perciò ogni fiaba dovrebbe stilisticamente avere inizio così: «C’era una volta… ma dove? Non forse dappertutto?»

Questo è l’inizio corretto di una fiaba, e ogni fiaba dovrebbe finire con la chiusura: «Io l’ho visto una volta, e se quanto si è svolto nel mondo spirituale non è morto, è vivo ancora.»[60]

 

Favole e fiabe

Abbiamo precedentemente tentato di indicare le corrispondenze esistenti tra il linguaggio fiabesco e lo stato di coscienza immaginativo caratteristico dei bambini del primo settennio. Come educatori, nella scelta del materiale narrativo, dovremmo seguire un programma che, nel corso del suo sviluppo, tenga sempre conto di questa corrispondenza. Bisognerebbe quindi scegliere dei racconti che accompagnino i bambini, di pari passo allo sviluppo della loro coscienza.

L’essere umano si trova posto per tutta la vita di fronte ai grandi enigmi dell’esistenza, ma ad ogni fase del suo sviluppo interiore corrisponde un diverso punto di vista, un diverso modo di rapportarsi ad essi. Domande su questioni esistenziali come la vita e la morte, il bene ed il male, l’origine dell’uomo e del mondo, sono presenti nell’anima infantile come nell’anima dell’adulto, ma nel bambino non emergono alla luce della coscienza e vivono in profondità dell’anima remote e irraggiungibili. Il bambino non è in grado di esprimere in parole le sue esperienze interiori, ma la sua anima è ricolma di domande inespresse, che si manifestano nei suoi stati d’animo. Egli ha bisogno di risposte, ma non può formulare domande, ed è compito degli educatori saper riconoscere quelle domande per dare al bambino le risposte di cui ha bisogno, anche attraverso la scelta di un materiale narrativo adeguato. Col passare del tempo cambieranno quindi il tipo di linguaggio e le forme di pensiero che proporremo, ma i temi affrontati nello sviluppo dalla fiaba alla vera e propria storia, tratteranno sempre lo stesso inesauribile argomento: l’uomo.

Il racconto delle fiabe in prima è la storia della discesa del bambino sul piano terrestre. Mondo spirituale e mondo fisico, nelle fiabe, non si sono ancora separati. Nel piano di studi steineriano per la seconda classe possiamo leggere: Nella scelta dei testi si passa dalla fiaba alla favola e ai racconti di animali. Il bambino di questa età è ancora così legato al suo ambiente che acquisisce meglio la conoscenza degli animali se essi si comportano come esseri umani, come appunto avviene nelle favole.

Nella leggenda si cerca di armonizzare quanto il bambino ha vissuto nella sua conoscenza degli animali descrivendo le imprese di uomini alla ricerca della perfezione. La leggenda (e le storie di santi) sono perciò il necessario complemento della favola e del racconto di animali[61].

Nelle fiabe abbiamo immagini incantate dell’interiorità umana; nelle favole si vive più nell’uomo naturale, nelle sue unilateralità caratteriali e nei suoi istinti. Ciò si può sintetizzare dicendo che nelle prime si hanno delle esperienze interiori, mentre nelle favole si hanno delle esperienze maggiormente legate alla natura umana e ai suoi legami con il mondo esterno. Certo, il linguaggio della favola è ancora permeato di antropomorfismi (il sasso, la pianta e l’animale si esprimono con il linguaggio umano), ma mai e poi mai dovremmo umanizzare gli animali. Parlano come uomini, ma devono essere animali nella loro realtà. Il topo deve essere un topo reale, non topolino con i suoi pantaloncini e la macchinina. Nelle vere favole troviamo animali parlanti che mantengono tutta la loro dignità.

Ma l’esperienza che portano si differenzia molto da quella fiabesca. Fiabe e favole ci parlano entrambe dell’uomo, ma lo stato di coscienza cui si rivolgono per essere comprese si trova su piani diversi.

Si potrebbe fare l’esperienza di mettere a confronto fiabe e favole che affrontino lo stesso argomento (per esempio Il pescatore e sua moglie dei Grimm e La cagna e il pezzo di carne di Esopo), e subito ci si accorgerebbe che, nonostante il tema di fondo sia in entrambe l’insaziabilità, l’insoddisfazione dell’anima che vuole sempre più di quello che ha, esse ci parlano con un linguaggio assai diverso. Le immagini delle fiabe si tuffano nell’interiorità del bambino e lo appagano come un nettare nutriente, mentre le favole cominciano a fare maggiore appello alle forze di giudizio. Questa è la ragione per cui spesso, al termine delle favole, troviamo espressa una morale che riassume in termini astratti il loro significato. Questa distinzione ci appare anche da un esame storico. Molte delle fiabe trascritte dai Grimm, come si è detto, provengono da un remoto passato nel quale l’umanità non poteva servirsi delle forze intellettuali al pari dell’uomo odierno, mentre le favole di Esopo sono figlie della romanità, ovvero di un’umanità che iniziava ad irretire il mondo con le forze del pensiero. Certo, dopo aver raccontato una favola ad un bambino, dobbiamo evitare nel modo più assoluto di spiegargli la morale in modo astratto, eppure possiamo sentire che le immagini della favola cominciano ad essere comprensibili dal bambino su un piano diverso, in certo modo più desto rispetto a quelle della fiaba.

Questo è un esempio di come si possano offrire risposte al bambino in modo diverso a seconda delle forze cui egli può fare appello.

Nella favola le unilateralità e le disarmonie dell’uomo ci vengono descritte in modo diretto, chiaro, quasi bruciante. Ne risulta che le immagini delle favole siano così asciutte ed univoche da stimolare per forza propria lo sviluppo di un pensiero più cosciente. Ciò nonostante lo fanno in modo delicato, senza fare violenza sul mondo di pensiero del bambino, che si sta gradualmente risvegliando da una condizione di sonno. La favola è ancora permeata di immagini, ma queste hanno contorni talmente nitidi che non è possibile trovarvi altri significati, diversi da quello che incarnano. Si può dire che siano giudizi morali espressi in modo artistico, senza pedanterie o astrazioni e, raccontandole a bambini di otto anni, riconosciamo con religioso rispetto ch’esse stimolino un risveglio della coscienza. Ma non lo fanno in modo invasivo; il bambino che ascolta una favola sperimenta le sue forze di giudizio che spingono per emergere dal profondo, ma le favole sono fatte di immagini, quindi il bambino può vivere questa esperienza serenamente, continuando a sognare. 

Una morale espressa in modo astratto si rivolge direttamente alle forze di giudizio, ma queste nel bambino sono ancora immature. Se ci rivolgiamo direttamente alla testa del bambino, non teniamo conto della sua natura e gli facciamo violenza. Un paragone del tutto adeguato è quello con un albero da frutto: quando i frutti sono immaturi, il ramo li tiene ben attaccati a sé, mentre quando sono maturi, pian piano, li lascia andare. Se tentiamo di cogliere un frutto acerbo dobbiamo fare violenza all’albero, glielo dobbiamo strappare. E lo stesso vale per le forze di giudizio del bambino: se facciamo appello alla sua facoltà pensante senza tener conto che il suo mondo di pensiero vive ancora in una dimensione di sogno, è come se gli strappassimo violentemente i pensieri prima che questi siano maturi. Una volta maturati, i pensieri del bambino saranno liberati, e solo a quel punto li potremo cogliere per fare appello direttamente ad essi.

***

L’esperienza delle unilateralità delle favole viene compensata dal racconto della vita di uomini evoluti, uomini che hanno saputo dominare la loro vita istintuale e che quindi, nel senso indicato da Steiner, siano delle sintesi armoniche[62]. Le biografie di Santi sono quindi un’ottima compensazione. I punti neri dell’anima vengono trasformati in qualcos’altro; qui le forze dell’anima vengono sperimentate nella ricerca della perfezione.

 

Se i bambini vivono solo nelle unilateralità (per una classe di maneschi il leone, il lupo che sbrana, etc.), può crearsi un certo pessimismo e un generale abbandono ai propri istinti. S. Francesco che ammansisce il lupo, come rappresentazione dell’uomo che governa i suoi istinti, è l’immagine perfetta per bilanciare questo squilibrio.

***

Non è un compito facile, soprattutto per un insegnante al primo ciclo, uscire dall’atmosfera fiabesca per immergersi con prontezza nell’atmosfera delle favole. Anche per quanto riguarda la composizione, è molto utile aver ben chiare alcune distinzioni che possono offrire le premesse per trovare le giuste fonti di ispirazione.

Da un punto di vista letterario, ciò che nella fiaba è azione, nella favola comincia ad essere descrizione. La favola può anche non avere una vera e propria trama, in quanto questa può essere sostituita da una raffigurazione, veritiera e piena di sentimento, di uno spaccato di vita di uno o più animali. C’è un cerbiatto nel bosco, arriva la volpe ed il cerbiatto scappa: questa può essere la trama di una favola; il tutto sta nella descrizione che riusciremo a fare di questi pochi attimi, pregnanti di significato, di sentimenti e di verità.

La trama, la tensione e la distensione dei sentimenti, sono date dalla descrizione dell’ambiente, del cerbiatto che ascolta ogni rumore, ogni fruscio; del suo sguardo buono e attento e del suo cuore timoroso. Il cerbiatto bruca l’erbetta e, di tanto in tanto, solleva improvvisamente la testa, rizza le orecchie ed ascolta: gli è parso di sentire un rumore! E se fosse la volpe? E se fosse il cacciatore? Questa descrizione procede di pari passo con l’avvicinarsi guardingo della volpe ed il culmine dell’azione si ottiene nell’incontro. La volpe spezza un rametto ed il rumore fa fuggire il cerbiatto. Si caratterizzano così due animali e poi li si fanno incontrare. Jacob Streit, nel suo libro I segreti della noce, offre magnifici esempi di questo tipo di favole.

Può essere un’esperienza molto bella il cercare figure animali che rispecchino temperamenti opposti, magari simili ai temperamenti di due bimbi che abbiamo in classe. Anche qui deve guidarci il senso del vero. Per fare un paragone i due animali, incontrandosi, devono comportarsi come due sostanze chimiche; devono avere reazioni del tutto coerenti con la loro natura. Ogni animale è in certo senso l’incarnazione di un’unilateralità dell’anima: la volpe furba, il lupo feroce, l’agnello innocente, la lepre timorosa; poiché l’uomo ha in sé tutta la gamma dei sentimenti umani, il bambino sperimenta se stesso in ognuno di questi caratteri. Per questo è così importante compensare questi racconti con altri, nei quali si mostri che l’uomo è in grado di mitigare le proprie unilateralità, di sublimare la propria natura animale,  si mostra ai bambini che una sintesi della natura vive nell’uomo, ma che nell’uomo può essere armonizzata.

Attraverso un processo di immedesimazione il bambino impara a conoscersi e a scoprire di avere egli stesso delle unilateralità. Anche le favole, come le fiabe, ci offrono quindi meravigliosi spunti per la composizione di racconti mirati; volti ad aiutare singoli bambini in difficoltà. In seconda il bambino smette gradualmente di vivere tutt’uno con il mondo; gli animali diventano per lui immagini di qualità animiche e nasce una crescente consapevolezza di ciò che è cattivo, di ciò che è molesto. Il racconto deve suscitare emozioni, queste giungono in profondità perché sono vive: sdegno, ripugnanza, umorismo, etc., il bambino capisce da sé che l’animale vive in lui e trova in se stesso le forze per umanizzarlo col superamento delle unilateralità.

 

Fiabe e Storia

Attraverso la fiaba ed il racconto, oltre all’educazione all’ascolto, si crea un rapporto di simpatia con la storia. La storia è fatta di uomini che agiscono, e la fiaba (ogni vera fiaba), come si è tentato di mostrare, è un unico grande uomo, un archetipo dell’umanità in generale. Le fiabe sono quindi la premessa per la futura comprensione storica.

In sintesi la storia è la materia che parla dell’uomo. Ed anche la fiaba parla all’uomo dell’uomo. La prima ci narra gli eventi esteriori, la seconda pone le basi per una comprensione dei nessi spirituali alla base di essi.

Perché si insegna la storia?

Scompaiono gli uomini, scompaiono le opinioni, ma la storia rimane. Il mondo morale ed il mondo culturale, tutto appartiene alla storia e la si insegna perché essa, in ultima analisi, ci parla dello sviluppo della libertà umana. Non si intende la storia delle conquiste o la storia economica, queste sono piccole parti della storia. La storia è intessuta di tutti i destini umani e come insegnanti, ma anche semplicemente come adulti, abbiamo il compito di portare i bambini ad essere adulti a loro volta, ad essere uomini. E la storia ci parla dell’uomo. Ma la storia ci insegna anche, come insegnanti, a leggere non solo in un libro scritto, ma direttamente nella vita. Questi sono i motivi per cui si insegna la storia. Un bambino educato fin da piccolo all’ascolto di fiabe difficilmente odierà la storia. Attraverso la fiaba ed il racconto si crea un rapporto di simpatia con essa.

 

Il bambino vive dentro la coscienza (i contenuti di coscienza), dell’antica umanità. In modo interiore e non esteriore, lascolto di fiabe può essere considerato l’inizio dell’apprendimento della storia, ma si può fare anche un’altra considerazione. Nella fiaba i bambini sono fuori dal tempo e dello spazio. Più il bambino è piccolo più, quando per esempio vede la nonna che non vedeva da un anno, la saluta come se non la vedesse da un giorno. Come si è detto troviamo in questo un’eco dello stato di coscienza dell’uomo paleoindiano, che era fuori dal tempo e dallo spazio, del tutto assorbito nell’elemento spirituale. Certo i bambini ricordano cosa hanno fatto ieri, questo è normale, ma non hanno una chiara coscienza del tempo. Nella fiaba siamo ancora fuori dal tempo. Ma vi troviamo un lento e progressivo incarnarsi della coscienza. Il vero insegnamento della storia, nel quale sarà richiesta una coscienza del tempo, avverrà a partire dalla V elementare, quando i bambini avranno 12 anni.

 

Conclusione

Al termine della sua conferenza, qui largamente citata, sulla poesia delle fiabe, Rudolf Steiner pronunciò le parole di un conferenziere che lui stesso aveva avuto modo di ascoltare. Non rivelò in quell’occasione il suo nome, ma ne parlò come di un profondo amico della narrazione di fiabe, di un uomo che le sapeva amare, che sapeva come raccoglierle, che le sapeva apprezzare e perciò si riallacciava sempre al detto: «Fiabe  e leggende sono come un Angelo buono, dato all’uomo alla nascita, conforme alla sua patria, per il suo pellegrinaggio terreno; perché gli sia fedele compagno per tutta la vita e, appunto perché gli si offre come compagno, renda la sua vita una vera fiaba interiormente animata».

 



[1] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[2] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[3] Rudolf Steiner – Storia dell’arte specchio di impulsi spirituali – Ed. Antroposofica

[4] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito. – Ed. Antroposofica

[5] Ibidem

[6] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[7] Ibidem

[8] Ibidem

[9] Vedere: Herbert Hann – Pedagogia e religione – Ed. Antroposofica

[10] Vedere: Rudolf Steiner – La scienza occulta nelle sue linee generali – Ed. Antroposofica

[11] Rudolf Steiner – La scienza occulta nelle sue linee generali – Ed. Antroposofica

[12] R. Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[13] Ibidem

[14] R. Steiner – I sei esercizi – Ed Antroposofica

[15] Ibidem

[16] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[17] Ibidem

[18] Ibidem

[19] Rudolf Steiner - La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[20] Vedere: Friedrich Schiller – Lettere sull’educazione estetica dell’essere uomo 

[21] R. Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[22] Ibidem

[23] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[24] Novalis – Frammenti – Ed. Bur

[25] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[26] Vedi schema a pagina

[27] Vedere: Rudolf Steiner – Teosofia – Ed. Antroposofica

[28] Un approfondimento di questo argomento porterebbe troppo lontano rispetto al tema trattato. Si rimanda perciò alla lettura dei testi fondamentali di Rudolf Steiner, nei quali è trattato esaurientemente.

[29] Rudolf Steiner – Educazione del bambino e preparazione degli educatori – Ed. Antroposofica

[30] Rudolf Steiner – La scienza occulta nelle sue linee generali – Ed. Antroposofica

[31] Ibidem

[32] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[33] Ibidem

[34] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[35] Ibidem

[36] Rudolf Steiner -  La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed Antroposofica

[37] Ibidem

[38] Novalis – Frammenti

[39] Rudolf Steiner – La poesia delle fiabe alla luce della scienza dello spirito – Ed. Antroposofica

[40] Ibidem

[41] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[42] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Antroposofica

[43] Rudolf Steiner – Conoscere l’uomo seconda corpo, anima e spirito – Ed Antroposofica

[44] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[45] Ibidem

[46] Ibidem

[47] Ibidem

[48] Ibidem

[49] Vedere: Rudolf Steiner – il segreto dei temperamenti umani – Ed, Antroposofica – Oppure: Norbert Glas – I quattro temperamenti – Natura e cultura Ed.

[50] Ibidem

[51] Ibidem

[52] Genesi – Il peccato di Adamo

[53] Rudolf Steiner – Le opere scientifiche di Goethe – Fratelli Melita Editori

[54] J.W.Goethe – La metamorfosi delle piante – Guanda Ed.

[55] Vedere: Rudolf Steiner – La scienza occulta nelle sue linee generali – Ed. Antroposofica – Oppure, dello stesso autore: Evoluzione secondo verità – Ed. Antroposofica

[56] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobaleno

[57] Gisela Fugger – Introduzione al linguaggio immaginativo delle fiabe – Ed. Arcobalno

[58] Ibidem

[59] Ibidem

[60] Ibidem

[61] Caroline von Heydebrand – Il piano di studi della libera scuola Waldorf – Filadelfia Ed.

[62] Vedere: Rudolf Steiner – Uomo sintesi armonica – Ed. Antroposofica

  
Č
Ċ
ď
Shantih Pintor,
21/apr/2012 10:40
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