Tempi moderni

Pierre Louÿs
 
 
 L’esempio di questo grande pagano dei tempi moderni fa piazza pulita di tutti i luoghi comuni opposti dalla critica reazionaria alla letteratura sessuale. Dicono che è fatta per scandalizzare e guadagnare soldi senza fatica: ma Pierre Louÿs non ha cercato di pubblicare i suoi manoscritti erotici, li metteva da parte in un cassettone. Dicono anche che gli autori erotici sono gente rozza: Louÿs invece è stato un aristocratico del pensiero, un seguace del Bello.

  (Alexandrian: Storia della Letteratura Erotica)

 


GLAUCEA

 

di

 Pierre Louÿs

 

 

Lei si bagna

Nella palude tra iris e grandi gigli d’acqua

Lei si bagna come un nenufaro bianco

Come un nenufaro dalla corolla stillante

Lei tutta gocciolante d’oro

Come un sole al tramonto che cala nell’acqua

Sfavillante, meravigliosa

 

La palude verdastra e così satura d’oro

Lo stagno putrido verdenero

specchia

le sue anche

Bianche

Oh! chi canterà la giovane glauca e aurea

Nelle sue acque indorate

 

I fianchi snelli emergono dall’acqua

Come un nenufaro inchiomato d’oro vivo

Gli occhi come fiamme sull’acqua,

verdi stelle, occhi dolci dell’Asia

ma la bocca è una conchiglia porporina

e i capelli sulla bocca

i suoi capelli rosso scuri

 

Capelli lunghi, tra cui vaghe alghe

E granchi verdi tra le pieghe dei riccioli

E la schiuma di onde basse

E gocce di carbonchi

Dove le luci ondeggiano

O come dinanzi a rocce d’oro

Sciolti capelli coronati di conferve

 

I capelli, ah sfioriti! Capelli spogli e nudi…

 

«Iris

Palustre iris

I miei capelli marini mischiati a morbide alghe

Ti vogliono, triste iris,

iris dei miei occhi»

 

ecco che bucano l’acqua fragile dorata

le dita lussuriose.

Verso gli iris, verso gli iris,

fiori eretti a fiorirle dietro l’orecchi

fiori d’ombra e d’azzurro, fiori freddi, iris blù

baci blù della notte in mani incomparabili

baci blù e d’argento.

  

(Dalla rivista LA CONQUE 1° Dicembre 1891)


 

"Sappiamo che Afrodite fu dapprima un piccolo libretto edito nel 1893 col titolo di Criside. Mentre stava abbozzando così il suo immortale romanzo, Pierre Louÿs preparò una raccolta di sette antiche novelle, attinte alla stessa limpida fonte, glorificante le stesse voluttà, redatte con identica perfezione e cura artistica. Nel 1893, pubblicò Leda in centoventicinque esemplari. Poi, con eguale indifferenza per il pubblico, fece apparire in tiratura limitata, per gli amici, Arianna, La casa sul Nilo, Byblis. Anche la quinta di queste preziose novelle, Danae, non apparve nelle librerie ma solo in un numero del Mercure de France. Fin dal 1894, Pierre Louÿs aveva annunciato gli ultimi due inediti (La Sirena; l’Amore e la Morte di Ermafrodito) che avrebbero chiuso quest’abbagliante corteggio di belle nudità; non furono mai scritte. Il titolo generale doveva essere in un primo momento L’Eptamerone di Amarillide. L’autore preferì poi I Sette Dolori. Infine, scelse quello attuale che riassume molto felicemente tutta la grazia, tutta la conturbante melancolia delle sue eroine. Il crepuscolo delle Ninfe offre per la prima volta al pubblico, in edizione d’insieme, l’opera più caratteristica di uno scrittore che ha sempre disprezzato la gloria ma che la gloria non smette di perseguitare". Gli Editori


 

«Non c’è nessun motivo per amare sempre lo stesso uomo. Ti condanneresti a dormire tutta la vita sotto lo stesso tetto? A portare sempre lo stesso vestito? A mangiare sempre lo stesso frutto? L’amore non è un sentimento così diverso dagli altri, ma a differenza degli altri è il più prodigo: per questo bisogna condividerlo».

Gli Dèi hanno sparso sulle tue labbra un amore tanto generoso che può soddisfare un intero esercito. Non hai il diritto di privare gli altri del piacere che sperano di avere da te. Quando tua sorella si sarà sposata, rimarrai sola tu e tuo padre: allora passeranno altri viandanti che da tempo hanno lasciato i propri focolari e il sacro letto nuziale. Provati dalla lunghezza del viaggio e prostrati dal sole, si rilasseranno grazie a te. Tu puoi bandire le loro preoccupazioni e lasciare nel loro cuore il ricordo di un giorno felice».

«Così, per il resto dei giorni, per la diversità delle effusioni, per la velocità degli addii, capirai pian piano che non ci si deve legare per amore, e sceglierai più saggiamente l’uomo al quale consacrerai la tua vita».

(Pierre Louÿs: Il crepuscolo delle Ninfe)



CHIACCHIERATA SULLE PROSTITUTE DI CORINTO

estratto da Pierre Louÿs: Oeuvres Complètes.

Poésies de Méléagre suivies de Mimes de Courtisanes. Slatkine, Genève 1929-1931


Greco,

una parola soffusa di luce. Ne basta la sola pronuncia che l’anima subito immagina mare blù, cielo blù, marmo bianco, sole ardente, l’atmosfera sempre limpida dove prese forma per la prima volta l’ideale del bello, la riva dove nacque la Dea, per l’unione del cielo e del mare.

Il popolo greco ha vissuto senza storia in una patria piccola e preziosa come una gemma, un paese di colori e di chiarezza tra le esangui nebbie nordiche e lo scialbo firmamento africano. In Grecia tutto è bello di per sé, cosicchè non c’è luogo dove la sete dell’ideale ci possa trasportare lontano dalla realtà, perché in questo placido orizzonte il sogno si fa materia.

Pertanto non è la devozione degli scultori né la bravura degli scrittori, ma la natura stessa a mostrarci gli antichi Greci in una veste di nobiltà e bellezza che le nostre civiltà boreali possono solo ammirare come un orizzonte irraggiungibile. Senza dubbio anche i Greci conobbero tutte le debolezze, i vizi e le miserie umane; ma come la stessa voce cambia di sonorità in base all’edificio in cui risuona, anche l’anima cambia valore in base alla temperie  e allo scorrere del tempo. Tra le prostitute greche e quelle francesi, c’era pressocchè totale identità d’anima, carattere e passioni, poiché appartenevano alla nostra famiglia ariana e perché le sessanta generazioni che ci separano da loro son poca cosa nella storia di una razza. Eppure, né il legislatore, né l’opinione pubblica gli hanno concesso lo stesso posto in società. Ciò dipende senz’altro dal fatto che una religione di origine semitica ci ha dato dei principii estranei ai nostri istinti; ma è soprattutto questione di clima, di luce e di calore.

Sulle prostitute antiche il pubblico francese evoca generalmente lo scenario di Alessandria. In realtà, Alessandria era un’immensa città commerciale, tre o quattro volte più grande di come la vediamo noi oggi; è vero che le prostitute vi formicolavano più che altrove, ma non vi svolgevano il ruolo preponderante che le loro consorelle avevano avuto, qualche secolo prima, a Corinto.

Corinto fu la loro città ideale. Nulla di quanto ci offre il mondo contemporaneo potrebbe darci un esempio adeguato. Era la città delle donne così come oggi Dawson è la città dell’oro e Le Creusot quella dell’acciaio. L’amore era il prodotto del paese. Ci si giungeva da tutto l’ecumene ellenico, senz’altro scopo che quello di comprare il piacere carnale e rendersi propizia la Dea che lo elargiva ai fedeli. Città di voluttà, non meno che di pellegrinaggio, Corinto offriva al viaggiatore due tipi di prostitute, quelle laiche e quelle religiose, che forse si potrebbero più efficacemente definire secolari e regolari, poiché le prime non erano meno pie delle seconde, e tutte si reputavano allo stesso modo ben accette alla Dea nuda.

Le diecimila prostitute religiose erano “conventuali”, vivevano cioè all’interno della cinta di un magnifico tempio, sul quale sfortunatamente siamo poco informati, sia perché fu incendiato dai Romani sia perché, in seguito, i monaci cristiani che ci hanno conservato (e soprattutto distrutto) i tesori della letteratura antica, hanno dato alle fiamme tutti i celebri trattati scritti dai Greci sulle etére. Afrodite, per i monaci, era il diavolo in persona. Dalle origini fino al sedicesimo secolo, Satana fu rappresentato, come Venere, in sembianti di donna nuda, con testa di capro, suo animale sacro. I cenobiti che copiarono la storia delle prostitute si trasformarono in storiografi dell’inferno e dei suoi ministri.

Tuttavia ne sappiamo abbastanza per farci un’idea generale, non particolareggiata, di quel colossale monastero dell’amore. Le diecimila donne che ci vivevano erano ex voto viventi donati dai fedeli per grazia ricevuta. Una giovane schiava costava cara, specie se la si riteneva degna di venire offerta alla Dea della bellezza; doveva avere tra i 12 e i 15 anni, perfetta di corpo e di viso. Simili ex voto non erano alla portata di tutte le borse; nondimeno si vedevano cittadini promettere due o tre o a volte dieci ierodule al tempio in cambio di una grazia. Un atleta ambizioso, Senofonte di Corinto, promise un giorno ad Afrodite di offrirgli cento prostitute se l’avesse fatto vincere alle gare ginniche di corsa e lotta. Afrodite lo esaudì, non c’erano dubbi, perché vinse entrambe, e pagò la sua felicità con tutti i suoi averi.

Queste ragazze non erano a propriamente parlare sacerdotesse, perché non sacrificavano altre vittime che loro stesse; in queste occasioni insanguinavano una sola volta l’altare del letto: ma la funzione era sacra. Si attribuiva alla loro intercessione l’intervento diretto della Dea padrona di Dèi e uomini e di conseguenza del destino. I Greci non credevano che gli Olimpici fossero dotati di onniscienza e ubiquità. Quando pregavano, non erano certi di venire ascoltati; non avrebbero mai detto ad Afrodite: “Ricordatevi che non è mai successo che qualcuno di coloro che chiesero la vostra protezione, l’aiuto e l’intercessione, siano stati abbandonati”. Ma non potevano pensare che la Dea non avesse gli occhi puntati sul santuario verso cui la devozione di tutta la Grecia aveva fatto convergere diecimila schiave, soggette alla legge amatoria e consacrate in massa alla sua statua. Così, quando una città ellenica doveva implorare il soccorso del Cielo per mantenere il proprio benessere o l’indipendenza, incaricava tutte le ierodule di Corinto di officiare pubbliche preghiere, e loro chiedevano a nome di quella città o il successo militare o la salvezza della patria.

In città risiedevano altre prostitute, anch’esse numerosissime, ma non erano state consacrate. Queste, bisogna dirlo, esercitavano un mestiere autorizzato dalla legge e soggetto alle imposte dirette, ciò che è il segno più eclatante del riconoscimento ufficiale. Avevano una licenza e in cambio la Città le proteggeva non solo dagli amanti violenti ma le tutelava anche da quelli che non pagavano. Erano talmente garantite che potevano citare in giudizio i loro compagni d’una notte e farsi risarcire. Ai nostri giorni, una tale legge sarebbe fonte di mille discussioni, ma in Grecia, non c’era da temere: l’attività commerciale della prostituzione non era materia di scandalo, e un uomo serio poteva darsi a questi trastulli senza alcun infingimento, posto che non fosse solito eccedere a letto e a tavola.

Queste donne appartenevano a diverse classi sociali, da quella degli schiavi fino a quella benestante, passando attraverso tutte le gradazioni del servaggio e della libertà. Le più povere, quelle che non potevano comprarsi gioielli né stoffe preziose, non per questo vestivano di stracci; stavano tutte nude sulla soglia del loro cubicolo, al pianterreno dello stretto vicolo dove la miseria le costringeva. Ad un livello superiore c’erano colonie di schiave, vestite e addestrate dai pornoboschi. Inoltre si vedevano correre, giocare, cantare e danzare per strada e in notturni festini, musicanti, virtuose del flauto, giovani citarede, crotaliste, acrobate, mime e ballerine, le quali non erano sempre libere; specie le più piccole che dovevano versare all’alba nelle mani dei loro padroni tutto ciò che avevano guadagnato in precedenza con il loro talento, la grazia, la perversità o la sottomissione.

Al vertice, c’erano le libere cortigiane. Potevano fare ciò che volevano. Non c’erano tesori o palazzi, gloria o rispetto che non potessero comprarsi. Possedevano i tre quarti della città. Arricchivano i templi di monumenti d’oro. Loro immagini comparivano sugli altari.

Realizzarono verosimilmente nelle loro persone il non plus ultra della perfezione e dell’erotismo. Forse se ne è esagerata la cultura intellettuale, ma se dovettero solo alla capacità e bellezza fisica la venerazione che ne ebbe Prassitele, ciò non diminuisce ai nostri occhi la grazia che gettarono con la loro ombra chiara sul crepuscolo del passato.


VITA DI MELEAGRO

estratto da Pierre Louÿs: Oeuvres Complètes.

Poésies de Méléagre suivies de Mimes de Courtisanes. Slatkine, Genève 1929-1931

 

Asclepias, amica di chi l’ama

Con gli occhi suoi celesti come il mare

Quando il vento è a bonaccia,

gli uomini un dopo l’altro persuade

sul mare dell’amore a navigare

(Meleagro)

 

Meleagro, così lui stesso ci dice, nacque in una città bianca e verde, tra palme e acque correnti. Ma non si chiamava Meleagro, e Atthis è una città che non è mai esistita.

 

Era siriano, israelita, come Heinrich Heine, a cui bisogna paragonarlo. Si crede che si convertì molto giovane alle belle divinità dell’Ellade, alla lingua di Saffo e Alceo. Gli ultimi poeti superstiti non videro in lui un barbaro e l’accolsero tra loro, come fece Artemide col divino Cherubino che incontrò un mattino sulle pendici boscose del Libano dopo che avendo cacciato a lungo si era quasi smarrita. I greci di Biblos raccontarono che l’angelo gli era apparso quale figlio del Cigno e di Cipride, e che al solo sguardo della Dea, l’aveva seguita come la luce.

 

Raphael o David forse, o Giovanni, così si chiamava Meleagro. E’ facile che la valle di Hieromyces, oggi Yarmouk, lo vide nascere. Lì potrebbe aver letto la Bibbia e ricavato dal Sir Hasirim [Cantico dei Cantici n.d.t.] sufficiente grazia e voluttà per attribuire alle Chariti della Ionia tutto il languore orientale. Trascorsavi l’infanzia, partì per l’isola di Tiro dove vi passò tutta la giovinezza.

 

Fu una vita molto regolare; scrisse versi e frequentò prostitute. C’è ragione di credere che i suoi primi studi furono dettati da una passione più sognata che vissuta. Si creò un’amicizia ideale che chiamò Zenofila, cioè cara a Zeus o, forse, a lui devota. Attorno a questo nome adunò il corteggio alato dei Desideri, il triplice splendore delle Chariti e tutti i doni citherei; ma, se pure è esistita, i versi che le dedicò dimostrano che non la conobbe affatto.

 

La più amata fu senz’altro Lykainide, cui dedicò solo tre epigrammi, e che lo tradì. La meglio cantata, la più celebre, fu l’eloquente Eliodora.

 

Eliodora, dono di Helios, si chiamava così per esser nata nelle terre del sol levante? Indiana, Persiana o Babilonese, o del regno di Saba? La amò, la cantò fedele e adultera, viva e morta. Sappiamo da lui che la sua conversazione era tra le più fascinose e la sua anima ricca di tutte le passioni. Suoi amici erano Timone, Timarione, Anticleia, Dorotea e una popolana ebrea che Meleagro aveva conosciuta e che si faceva chiamare Demò.

 

Lykainide, Eliodora, Demò, furono loro le amanti di Meleagro a Tiro. Non sembra ne abbia avute altre, salvo forse quella piccola Fanione a cui indirizzò un componimento molto affettuoso e due preziosi epigrammi. Ma ci ha lasciato anche alcuni distici isolati, composti per delle prostitute che cercavano la sua compagnia e lo trattenevano a cena. Fu così che rese eterno il ricordo dell’affascinante Trifera, di Kallistione, che avrebbe dovuto chiamarsi Kallischione, e di Asclepia i cui occhi erano blù come il mare calmo.

 

Meleagro ebbe anche degli amici, così come Anacreonte cantò Bathyllo, Virgilio Alessi, e Shakespeare il giovane commediante che lavorò al Romeo e Giulietta. Meleagro amò Myisko, ed altri ancora. Divenuto vecchio, lasciò la città.

 

Si ritirò a Cos, patria di Zeus, e fu iscritto come cittadino dei Meropi. Fu forse in seguito ad una grave malattia che decise di mettere la sua vita sotto la protezione di Asclepio, cui l’isola era consacrata. In quel posto adorabile, sulle sponde del mar Ceramico, in vista di Cnido e Alicarnasso, vide scendere lentamente la sera sulla sua esistenza. Qui un giorno apprese della morte di Eliodora: lo so perché il suo epitaffio è in lingua dorica. Gli disse addio da molto lontano, come all’ultimo ricordo della sua orientale giovinezza. Attorno a lui, le api ronzavano nelle vigne; nei prati echeggiava il frinire delle cicale, e le donne passavano sulla strada avvolte di luce rosa grazie alle vesti leggere di seta trasparente tessute nella stessa Cos e che lasciavano alle forme la loro bellezza. Sopra la città, tra il cielo e il mare intensamente blù, si stagliava il biancore dell’Asklepieion; l’incomparabile statua di Prassitele: “Afrodite vestita”, che lui aveva scolpita, come dicevano i sacerdoti, su ispirazione di Apollo.

 

Fu là che avendo composto per se stesso quella corona fiorita di Muse che si chiama Antologia, circondato dai versi che amava, si addormentò nella pace degli Dèi, al tempo di Gesù.


LUCIANO

E I DIALOGHI DELLE PROSTITUTE

 

estratto da Pierre Louÿs: Oeuvres Complètes.

Poésies de Méléagre suivies de Mimes de Courtisanes. Slatkine, Genève 1929-1931

 

 

La giovinezza di Luciano era trascorsa nel modellare quelle fragili statuette di terracotta conservateci nelle tombe della Grecia, e che, destinate in origine ad ornare le camere delle donne, hanno incantato occhi scomparsi prima di fare la nostra gioia. Conosciamo queste piccole immaginette. Hanno avuto la fortuna di piacere a chi non capirà mai nulla né di antichità né di statuaria. Non bisogna volergliene. Talvolta la gente arriva ad amare cose deliziose e sarebbe incapace di apprezzarle se non le facesse imitare subito dai suoi artisti preferiti che le rendono immediatamente insopportabili.

 

Dunque Luciano da bambino modellava la cera molle col suo piccolo pollice e uno scalpello d’osso. Creava buoi, cavalli e poi donne. Un giorno, fu messo a bottega presso uno zio che scolpiva il marmo; ma questo non era materiale che Luciano potesse adoperare. Al primo pezzo che gli si affidò, dette maldestramente un colpo di taglio che ruppe tutto. Reso edotto da questa esperienza e da un crudele nervo di bue che lo fustigò dove potete immaginare, il povero piccolo rinunciò per sempre a scavare nel marmo pario la forma degli dèi olimpici. Da ciò si capisce senz’altro perché li abbia tanto presi in giro più tardi.

 

Ricominciò a modellare piccole fanciulle d’argilla, con quella terra rossa siriana su cui un tempo era gocciolato il sangue di Adone. Sì, perché Luciano era siriano, come Meleagro, come Filodemo, come tanti altri a cui un retaggio asiatico, palese o sotterraneo, ha trasmesso il dono della grazia con quell’istinto così speciale che fa intuire in ogni cosa una voluttà letente e promessa.

 

Si può ricostruire quasi con certezza la serie delle sue immaginette. Gli artefici del secondo secolo producevano soggetti diversi ma in numero limitato. Luciano mise tutto il suo impegno nel far vivere un corpo femminile dietro le strette pieghe di un himation; disegnò la nasiera di un elmo o la palma di un ventaglio; sedeva trasognato al banco del tornio scolpendo un busto di donna, e premeva da ogni lato i bastoncini d’argilla grigia, che, palpeggiati con prudenza, si slungavano in foggia di nude braccia; la ragazzina che gioca alle assicelle con un ginocchio e una mano per terra; la vecchia nutrice incurvata che fa ridere un bambino; la prostituta che aspetta distesa, con un dito in bocca; vendeva anche le divinità portafortuna che i Siriani si mettevano in casa per assicurarsi la fertilità dei campi; era la persiana Anaitis, orrida e grassa, dalla capigliatura sciolta; era la veloce Fortuna che solleva la tunica fino all’ombelico, sia per correre più velocemente che per concedersi più in fretta.

 

Forse intagliava nella pietra dura anche gli stampi di quelle lampade rosa che mostravano con semplicità «i giochi che solo la lampada può scorgere», e venivano a proposito ad esaltare l’immaginazione degli amanti.

 

Simili scenette erano tradizionali. La società stava diventando viziosa. Da molti secoli si era già escogitato tutto ciò che l’arte può ricavare dall’idea o dalla materia, e gli artisti si limitavano a trattare motivi in cui interveniva meno l’inventiva che la personalità. Luciano osservava molto la terra e i suoi abitanti; quanto al resto impiegava lo sforzo dei predecessori, e fu così che imparò a scrivere.

 

Scrisse molto. Senza saperlo, scrisse per l’eternità, perché la sua opera è una delle poche che ci siano giunte quasi integre. Se di Eschilo possediamo 7 tragedie su 70, possiamo invece leggere e apprezzare 82 opuscoli attribuiti al solo Luciano. Una ricchezza.

 

I monaci cristiani che copiavano e conservavano nei conventi una così piccola parte della letteratura greca, hanno preservato Luciano dall’oblio. Gli si dovrebbe dire grazie se avessero agito da letterati. Ma altra fu la loro preoccupazione. Diffondevano quei libri con zelo, non perché fossero belli, ma perché erano empi. Come tra i comici greci i monaci amano Aristofane per la familiarità a volte grossolana con cui tratta gli dèi, così leggevano Luciano che prendeva in giro Zeus. Prima di fondare una  nuova religione, bisognava distruggere i templi rivali e incendiare Antiochia. Clemente alessandrino, Lattanzio, Arnobio, brandivano il Deuteronomio contro la povera Pasifae. Davano a Satana l’aspetto dei satiri. Combattevano Venere come se fosse una regina nemica. Che occasione quella di poter scegliere tra mille uno scrittore ateo e poter affermare: vedete bene che essi stessi deridono ciò che noi abbattiamo!

 

Non solo ci hanno trasmesso l’opera ineguale del loro complice, ma gli hanno attribuito, sembra, un certo numero di pezzi di cui Luciano non era autore. I filologi distinguono con certezza queste erronee attribuzioni. Disgraziatamente non sono d’accordo tra loro. Prima dicevano che l’Asino era autentico, dieci anni fa, a rischio di farsi insultare alla Sorbona, bisognava attribuirlo a Lucio di Patrasso; oggi lo si riattribuisce a Luciano che l’avrebbe però imitato da Lucio… e sia. Sono giochetti dell’Ecole Normale che non interessano la letteratura.

 

I Dialoghi di Prostitute non hanno mai smesso, per un caso fortunato, di venirgli attribuiti. Invece io azzarderei l’opinione che presentano dei segni inquietanti; scritti sotto gli Antonini, si dice, ci mostrano strade di Atene molto diverse da quelle che c’erano nel secondo secolo della nostra era; tra la prosa e i versi della commedia di mezzo si nota più di una similitudine; in mancanza di quest’ultimo argomento, si deve notare che sono ideati, redatti e adattati sul modello di certi dialoghi recentemente scoperti e di cui sappiamo almeno che erano molto in voga quattro o cinquecento anni prima di Luciano; infine sono dei capolavori notevoli, e ciò esclude probabilmente l’idea che possano esser stati concepiti senza un modello dall’autore dell’Okypous.

 

Sia come sia, si può considerare Luciano come, se non inventore, almeno adattatore di questa raccolta di scenette al suo gusto personale e del tempo in cui viveva. Modellatore, non si preoccupava tutti i giorni di far posare davanti a sé modelli viventi; rivedeva un soggetto già trattato, lo correggeva a piacimento, e ne faceva una cosa nuova. Scrittore, non pensava certo che lasciando l’arte per lo stilo il suo spirito si dovesse far condizionare da particolari scrupoli.

 

Il suo libro, il suo libro migliore, questo qui, ci mostra in quindici scene trenta personaggi. Sono persone dello stesso ambiente, un mondo composito se si vuole ma tuttavia molto speciale tanto che ci si aspetta di trovare qualche somiglianza tra gli elementi che lo compongono. Ma non è così. Sono uomini e donne delineati con pochi tratti, personaggi che non si ripetono, voci che smettono di parlare appena le si odono, e l’insieme ci mostra un panorama completo, esauriente in quindici pagine, della vita notturna di Atene.

 

Non credo proprio che in letteratura ci sia un altro esempio di simile concisione e varietà.

 

Ma ciò che stupisce è che il lettore si riconosce, dopo duemila anni, e in un mondo così lontano da noi, in tutti i personaggi di questi dialoghi, senza eccezione alcuna. Rosalindre e Orgon portano ancora il segno del tempo che li ha visti nascere. Qui invece nulla è invecchiato; le donne sono delle Forain, gli uomini dei Gyp, che ci parlano, se non nella vita corrente almeno tra le pagine dei libri più recenti… e più esatti (sembra). Ritroviamo qui Pauline Cardinal, Olimpia, Madame Tellier, Satin, Jenny Cadine e Fanny Legrand. Che abbiano oggi le stesse occupazioni, le stesse feste e le stesse lacrime di una volta, è un fatto, ma il parallelo riguarda spesso le più singolari analogie… I romanzieri attuali che si occupano di antichità e che si ingegnano di dare ai loro racconti «un carattere autenticamente greco», potrebbero davvero ispirarsi a Luciano per conferire ad altri studi «un carattere autenticamente francese».

 

Tanta la cura che l’antico narratore aveva messo nel togliere, in tutto il suo libro, quel che non fosse stato eterno.


Ċ
vittorio fincati,
Jan 1, 2012, 8:58 AM
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