ITALICI E ROMANI

Chi pensasse di vietare ai giovani di avere rapporti con le prostitute andrebbe contro quanto era concesso ai nostri antenati. Quando mai, infatti, frequentare le prostitute non fu un’abitudine? Quando mai questa abitudine venne biasimata? Quando mai essa non fu permessa? (Cicerone, Pro Caelio, 51)

CARMI DI PRIAPO

POMPEI

alcune designazioni di prostitute romane

Ælicariae, Amasiae, Amatrix, Ambubiae, Amica, Blitidae, Busturiae, Casuaria, Citharistriae, Copae, Cymbalistriae, Delicatae, Diobolares, Diversorium, Doris, Famosae, Forariae, Fornix, Gallinae, Lupae, Lupanaria, Meretrix, Mimae, Noctiluae, Nonariae, Pergulae, Proseda, Prostibula, Quadrantariae, Scorta erratica, Scortum, Stabulae, Tabernae, Tugurium, and Turturilla.

TABULA RAPINENSIS

 

Legge proposta al popolo marrucino per l'istituzione della prostituzione sacra

nel santuario di Juppiter Pater nella rocca di Rapino

dama sannita con specchio da Cuma IV secolo a.C.

  

Nel 1841 fu rinvenuta in una grotta abruzzese nei pressi di Rapino, una tavoletta di bronzo redatta in caratteri latini ma sconnessi e databile alla fine del III secolo a.C., nella quale il magistrato proponeva al popolo l’istituzione di un collegio di prostitute sacre, allo scopo di accrescere le rendite del tesoro di Cerere. Il reperto è attualmente conservato al Museo Puskin di Mosca. Ecco la sua probabile traduzione:

 

presi gli auspici gli dei sono favorevoli

legge per il popolo marrucino

le ancelle al servizio di Juppiter Pater della rocca di Rapino

dopo che il popolo marrucino avrà preso gli auspici su di esse

siano poste in vendita

le ponga in vendita al pieno valore la sacerdotessa di Juppiter

per accrescere il tesoro di Cerere

Presi gli auspici gli dei sono favorevoli

i Marrucini hanno stabilito che nessuno tocchi il denaro ricavato

dalla vendita se non quando ne abbia il diritto.

 

 Adriano < xml="true" ns="urn:schemas-microsoft-com:office:smarttags" prefix="st1" namespace="">La Regina nota che “La legge non concerne una "venditio servorum sub corona", cioè una normale vendita di schiave, bensì l'istituzione della prostituzione sacra per incrementare le finanze del santuario di Giove padre. Alla questione viene preposta una sacerdotessa giovia, ossia del santuario, che amministra un tesoro particolare, quello di Cerere. Ciò richiama l'istituto del culto di Cerere e Venere particolarmente diffuso sia tra i Peligni sia tra i Marrucini. A Teate è documentato nel II secolo a.C. il sacerdozio di Herentas, Venere.

 

È stato dimostrato che a Corfinium una sacerdotessa, sacaracirix, di Cerere e Venere, detta pristafalacirix, e menzionata in un contesto ove viene ricordata Afrodite Urania, era una prostibulatrix, ossia un'incaricata delle prostitute. La connessione con Venere non è indicata solamente dal richiamo a Cerere, ma anche dall'epiteto "Iovia". Divinità giovie sono specialmente Venere ed Ercole in ragione della loro ascendenza. L'epiteto "Iovia" compare infine in un altro santuario italico, quello di Mefite a Rossano di Vaglio in Lucania, in un contesto di cui non è stato chiarito il significato. In un angolo della grande area scoperta vi è un monumento interpretato come due altari gemelli con la dedica posta per decisione del senato, l'uno a Giove, e l'altro ad una divinità intesa stranamente come "Ioviae dominae", alla Signora Giovia.

 

Il nome di Marte legato ad una notizia sulla pratica della "hierodouleia" in ambiente sabino (Dion. Hal. II, 48,1-4) e così la connessione di Mefite con Venere, suggeriscono che anche nel santuario lucano fosse praticata la prostituzione sacra. Ulteriori indicazioni provengono forse dalla strana coincidenza che a Rossano è presente in un'altra iscrizione (RV 51) il gentilizio Slabies, alquanto raro, che a Herculaneum compare nella formula onomastica di un magistrato, L. Slabiis L., in una dedica (Vetter 107) a Venus Erycina, Herentatei Herukinai, il cui culto era sicuramente praticato, come del resto anche a Roma, dalle meretrici.

 

Un decreto istitutivo della prostituzione sacra emanato con riluttanza a Locri Epizephyrii nel IV secolo a.C. è ricordato da Giustino (XXI, 3, 2-7). È ben probabile che la pratica, certamente non più in grande uso nel corso del III secolo a.C., venisse ripresa dopo la seconda guerra punica negli ambienti dell'Italia centrale, e in particolare tra i Peligni e i Marrucini, destinandovi prigioniere ridotte in schiavitù, con il fine di ripristinare la floridità di santuari decaduti per le devastazioni annibaliche.”

 

(Sintesi dal saggio di Adriano La Regina contenuto ne "I Luoghi degli Dei - Sacro e natura nell'Abruzzo italico" a cura della Soprintendenza archeologica dell'Abruzzo - Provincia di Chieti – 1997)