gnostici

illustrazione simbolica delle dottrine e pratiche degli Ofiti


“A queste riunioni [dei Fibioniti], scrive Epifanio, "venivano serviti pasti sontuosi con carni e vino anche se essi sono poveri. Quando mangiano insieme in tal modo e ricolmano per così dire le loro vene, volgono il sovrappiù d'energia in eccitamento. (...) Gli sciagurati si accoppiano tra loro e (...) dopo essersi abbandonati alla fornicazione, innalzano al cielo le loro bestemmie. L'uomo e la donna prendono nelle loro mani il liquido eiaculato dall'uomo, si alzano in piedi e rivolti al cielo (...) pregano al modo di coloro che vengono chiamati Stratiotikoi o Gnostikoi offrendo al Padre della Natura di Tutto ciò che hanno nelle loro mani. Dicono - Ti offriamo questo dono, il corpo di Cristo - mangiano quindi la loro stessa ignominia, dicendo - Questo è il corpo di Cristo e questa è la Pasqua per cui i nostri corpi soffrono e sono costretti a confessare la sofferenza di Cristo. Lo stesso aviene con la donna quando accade ch'essa abbia il flusso di sangue, raccolgono il sangue mestruale della sua impurità e lo mangiano insieme dicendo: Questo è il sangue di Cristo." Tali riti strani ed ignominiosi sono legati alla cosmologia e teologia fibionite. Secondo le quali il Padre (o Spirito Primordiale) generò Barbelo (chiamata anche Prounikos), che viveva nell'ottavo cielo. Barbelo generò Ialdabaoth (o Sabaoth), creatore del mondo inferiore. Ogni cosa creata e vivente, e anzitutto gli Arconti, che governano il mondo inferiore, avevano una scintilla del potere di Barbelo. Quando Barbelo udì Ialdabaoth dire: "Io sono il Signore e non c'e' alcun altro, ecc." (Isaia, 45:5), capì che la creazione del mondo era stata un errore e comincio a gridare. Onde poter riconquistare quanto più potere possibile, "essa apparì agli Arconti in bella forma, li sedusse, e quando ebbero eiaculato raccolse il loro sperma, che conteneva il potere che in origine le apparteneva". La salvazione veniva cercata e realizzata all'interno d'una prospettiva cosmica. Già i Nicolaiti avevano proclamato: "Tramite i fluidi del potere generatore (gone) ed il sangue mestruale, noi raccogliamo dai corpi la dynamis di Prounikos" (Panarion 25, 3.2). I Fibioniti vanno oltre: chiamavano psyche il potere che sta nelle mestruazioni e nello sperma, da loro raccolti e mangiati. Qualsiasi cosa noi mangiamo, noi avvantagiamo la creatura perchè da ogni cosa raccogliamo la psyche. La procreazione è un errore ed un crimine: rinnova la divisione della psyche e ne prolunga il soggiorno nel mondo. Il fine ultimo dei riti sessuali dei Fibioniti era quello d'accellerare la reintegrazione dello stadio precosmogonico, accellerare la fine del mondo, e d'avvicinarsi a Dio attraverso una progressiva "spermatizzazione". I Fibioniti non solo consumavano sacralmente lo sperma, ma, con lo sperma che eiaculavano siimbrattavano le mani ed il corpo durante le loro cerimonie; caduti in uno stato di sfrenatezza (estasi?), pregavano di poter instaurare mediante tali pratiche un libero colloquio con Dio. Secondo simili sistemi l'unità spirituale primordiale può ricostituirsi tramite la felicità erotica ed il consumo del seme e del sangue mestruale: le secrezioni genitali rappresentano i due modi divini d'essere - il dio o la dea - per cui il loro consumo rituale accresce ed accellera la santificazione dei celebranti.  Prima Lettera di Giovanni (3, 9): "Chiunque è nato da Dio non commette peccato, perchè lo sperma divino dimora in lui, e non può peccare perchè è nato da Dio". Secondo la dottrina stoica del logos spermatikos concepito come pneuma igneo, il seme umano contiene un pneuma grazie al quale l'anima si forma nell'embrione. La teoria stoica era la logica conseguenza della collocazione, operata da Alcmeone di Crotone, del seme nel cervello, cioè nello stesso organo in cui si supponeva risiedere l'anima, la psiche. Come osserva Onians, per Platone la psiche è seme, sperma (Timeo 73c), "o meglio è nel seme" (91a), e questo seme è racchiuso nella testa e nel midollo (73 e segg.). esso alita attraverso gli organi genitali (91b). Che il seme stesso aliti od abbia un alito (pneuma), che la procreazione stessa sia un alitare o soffiare è molto esplicito in Aristotele."

 (M. Eliade: Occultismo, stregoneria e mode culturali, Sansoni)

VIE GNOSTICHE ALL'...IMMORALITA'

 

Forse non a tutti è nota la difficoltà che gli studiosi specialisti incontrano nel diffondere al grande pubblico i risultati delle loro ricerche. Purtroppo la situazione dell’editoria italiana è sotto gli occhi di tutti: si segue la tendenza a “nutrire” i lettori (che tra l’altro sono una ristretta minoranza degli italiani) esclusivamente con leit-motiv decisi a livello politico-dirigenzial-intellettuale, i quali ultimi hanno in vista obiettivi di consorteria ed economici. Così chi vuole “esprimere” il risultato dei propri lavori o è costretto ad arrangiarsi o a ricorrere a quelle piccole voci dell’editoria che, per i suesposti motivi, non riusciranno mai a farsi “avvistare” dai potenziali lettori. Questo fatto costringe inoltre gli stessi studiosi a mantenere il livello delle loro pubblicazioni su di un tono accademico specialistico che, se da una parte garantisce della serietà del lavoro, dall’altra diventa ostico alla lettura del fruitore comune, specie se l’autore infarcisce il testo di una miriade di note e citazioni, spesso in lingue straniere o riferisce delle diatribe a distanza tra colleghi. Di tali zavorre ne soffre indubbiamente la lettura e l’apprendimento.

Grazie ad una vox clamans in deserto, abbiamo potuto conoscere dell’esistenza di un interessante lavoro del Prof. Giovanni Casadio, associato di Storia delle Religioni all’Università di Salerno, pubblicato da un’editore piùcchecattolico di Brescia[1]: Vie Gnostiche all’Immortalità. Si tratta di due saggi distinti sullo gnosticismo assemblati ed offerti ai propri studenti. Non è dunque stato pubblicato per il grande pubblico, così come il titolo lascerebbe supporre, tuttavia vi abbiamo riscontrato degli elementi interessanti ai fini degli argomenti che andiamo trattando su queste pagine e che cercheremo di condensare, facendo a meno di soffermarci sulla prima parte del lavoro, pur così ricco, anch’esso, di tematiche.

Lungo l’excursus che l’Autore compie nell’ultima parte del libro sugli esponenti veri o presunti del filone gnostico, incontriamo la figura di Cerinto, fiorito nella provincia romana di Asia. Ebbene questo Cerinto lo troviamo interessante per la visione che egli propone del destino ultramondano dell'uomo: non un al di là asettico e desessualizzato, colmo della visione beatifica, ma un “luogo” ove il defunto può godere degli stessi piaceri della vita terrestre, carnali e sensuali. In ciò precursore del paradiso islamico, visto come un giardino custodito da prostitute sacre (urì). Si potrebbe supporre - ma è solo un’ipotesi che gettiamo là - che Cerinto non sia stato estraneo a quelle dottrine esoteriche, affiorate fino a noi con gli scritti riservati di Giuliano Kremmerz, che postulano la possibilità per l’uomo, una volta consuntasi la spoglia corporea o anche prima, di continuare ad esistere in questo stesso mondo, mutatis mutandis, assumendo un “corpo di gloria”.

In effetti, il precetto gnostico attribuito al protodiacono Nicola di Damasco che “bisogna abusare della carne”, al di là dell’immediato senso moralistico, potrebbe avere il significato nascosto riguardante quelle pratiche volte alla costruzione di questo corpo glorioso. Infatti il Prof. Casadio scrive a riguardo che “la trasgressione sessuale dello gnostico non equivale alla crapula allegra e mondana del libertino. Per i libertini spensierati nell’impero romano c’era già molto spazio. Se i Nicolaiti avessero voluto semplicemente coltivare la crapula e il libertinaggio, nessuno li avrebbe costretti a militare tra le file dei seguaci di Cristo piuttosto che a seguire le orme di Trimalcione”.

Non basta. A Nicola è attribuita anche questa frase, forse poco ricca di contenuti metafisici ma molto immediata: “se uno non copula ogni giorno, non può avere la vita eterna”. Clemente di Alessandria, vescovo cattolico, spiega quest’affermazione dicendo che i Nicolaiti volevano “combattere il piacere con il piacere” ma ciò - a nostro modestissimo parere - non è la spiegazione più verosimile. Le pratiche sessuali taoiste, analoghe, basti pensare ai coiti quotidiani e pluriquotidiani di Re e Mandarini, non parlano certo di motivazioni catartiche, in quanto non è presente l’idea di impurità associata al sesso e, comunque, si sarebbe poi dovuto indulgere all’omicidio - per combattere l’omicidio -; indulere al furto - per combattere il furto - e così via. Il che è un’idiozia[2].

Noi riteniamo che i più “avvisati” fra gli Gnostici si impegnavano nelle fatiche del coito allo scopo di riuscire a superare la crisi eiaculativa e ad esperimentare così quelle modificazioni della coscienza che possono intervenire una volta superate le lusinghe indotte dal Genio della Specie di schopenaueriana memoria.

Forse le maggiori notizie sulle pratiche sessuo-magiche degli gnostici, - che Casadio circoscrive forse a ragione con i cosiddetti barbelognostici o sethiani -, ci sono state tramandate dal vescovo di Salamina di Cipro, Epifanio, che nell’opera Panarion tratta, pur con parzialità, di uno di questi gruppi. Casadio ce lo presenta con soffuso umorismo: “Secondo una tecnica collaudata di proselitismo che è ancor oggi praticata da ogni specie di sette, il giovane e forse piacente novizio [Epifanio] fu avvicinato da un gruppo di belle, anzi troppo belle, gentildonne che cominciarono a catechizzarlo sui misteri [sessuali] della loro fede. Dopo prolungati e ripetuti abboccamenti l’epilogo fu deludente per le propagandiste gnostiche che presero congedo dal coriaceo monaco con una dichiarazione piena di rammarico: ‘Non possiamo, ahimè, salvare questo giovanotto! Dovremo lasciarlo perire nelle mani dell’Arconte”.

Lasciamo adesso parlare in prima persona Epifanio: “Posso parlare chiaro di queste cose [sessuali], che io non feci - Dio me ne guardi! -, ma delle quali sono ben informato per averle apprese da quelle persone [le donne] che cercarono di convertirmi, senza riuscirvi”. Epifanio, è ormai chiaro, dev’essere finito nelle mani dell’Arconte. Pace all’anima sua! Questa notazione, però, è interessante perché attribuisce alle donne l’insegnamento e la trasmissione degli arcani sessuali, così come è anche attestato in molteplici tradizioni esoteriche.

Casadio, al quale non manca la capacità di riconoscere e dire le cose come stanno pur con i “dovuti modi” richiesti nel mondo accademico, aggiunge che “come in ogni sistema gnostico che si rispetti, la gnosi è strettamente finalizzata alla salvezza, ma, come ogni lettore avrà ormai compreso, si tratta di un ‘conoscere’ in senso biblico. Di conseguenza, se dobbiamo prendere sul serio questa dottrina, la ‘perfezione’ è raggiunta attraverso il coito, interrotto e ripetuto 365 volte a salire e 365 volte a scendere”.

Le pratiche mestruo-spermofagiche di questi gnostici - nella fattispecie i Fibioniti - sono curiosamente troppo identiche a quelle riportate da Giuliano Kremmerz (anche nella loro esposizione “telologica”) per non sospettare che il mago napoletano possa essere considerato come un vero e proprio continuatore delle antiche dottrine barbelognostiche. Ci rammarichiamo che il Prof. Casadio non abbia ancora tra le mani i testi riservati di Kremmerz. Forse potrebbe modificare il giudizio finale su questi gnostici col quale conclude il suo pregevole lavoro e che non è encomiastico. Noi riteniamo che le rivelazioni di Epifanio, proprio per il fatto che il futuro vescovo di Salamina non divenne gnostico, sono parziali e quindi non si può desumere dalle sue esposizioni il nucleo centrale delle dottrine fibionite.

Riteniamo incompleta la spiegazione che Epifanio fornisce a riguardo della necessità di questi gnostici di conservare e offrire al Cielo lo sperma e il sangue mestruale anziché di dissiparlo nella vita comune al fine di ottenere il Regno dei Cieli. Ciò può essere l’essenza di una religione ma non di un culto misterico quale innegabilmente pare essere quello fibionita. Visto e considerato che la dottrina gnostico-ermetica professata dal Kremmerz è pressocchè identica alle teorie gnostiche, non vediamo con sfavore la possibilità di utilizzare quelle parti della dottrina kremmerziana che non sono attestate storicamente fra i Fibioniti per integrare queste stesse[3].

Ora l’integrazione è importantissima, in quanto fornisce dei postulati che modificano radicalmente l’esegesi finora data delle teorie gnostiche. Secondo Kremmerz, lo sperma ha la facoltà ideoplastica di potere rimanere “impressionato” dalle ideazioni che il cervello gli può imprimere al momento dell’orgasmo. Cosicchè si può “costruire” un Corpo di Gloria che, in virtù di una transustanziazione alchemica e spermofagica, va ad intessersi nella stessa corporeità dell’iniziato. Questo corpo può poi crescere in atto e potenza con l’ausilio del “sangue di Cristo” cioè il sangue mestruale, fino a rendere insignificante l’esistenza stessa del corpo fisico.

Ecco quindi perché non bisogna dissipare le proprie essenze genitali, perché queste vanno adoperate nella Grande Opera Alchemica transustanziatoria. Anche il bruciamento dello sperma a fini stregonici nei documenti di Kremmerz trova una spiegazione che sorpassa l’esegesi simbolica di una mera offerta a Barbelo ma che qui non esaminiamo per non oltrepassare i limiti di questo articolo. Una pratica, comunque attestata fra i Marconiti, seguaci di Marco il mago ma non - come ci ha fatto amichevolmente notare Casadio in un’amabile conversazione -, tra i Marcioniti, seguaci di Marcione.

In ogni caso, chi di noi non vorrebbe poter sfuggire al mortifero amplesso dell’Arconte o alle solide mascelle del demone Apophi e poter esclamare con lo gnostico Vangelo di Filippo:

“Io ho riconosciuto il mio vero io e l’ho raccolto da ogni parte. Io non ho seminato figli per l’Arconte, ma ho sradicato le sue radici e raccolte le mie membra disperse. Io so chi tu sei, perché io appartengo a quelli in alto”.



[1] E’spiacevole poi constatare che il mondo cattolico monopolizza in buona parte l’ambito degli studi riguardanti il mondo mediterraneo pre-cristiano. Da dove nasce questo interesse così estraneo ai veri doveri della Chiesa?

[2] Non sono però mancati idioti di tal fatta! Si pensi alla setta dei Circumcellioni, che “operarono” nell’Africa settentrionale romana, là dove oggi imperversano (Algeria) i loro emuli moderni.

[3] Più volte Kremmerz scrive che le dottrine che lui espone sono di derivazione “egiziana”.

IL SERPENTE OUROBOROS

E L’ORGIA RITUALE

di

Frater Ariel

 

 Esistono due aspetti specifici che dimostrano chiaramente con quanta creatività la Gnosi abbia costantemente cercato di unificare e di armonizzare Paganesimo e Cristianesimo: 1) il culto del serpente (che qui meglio analizzo) 2) il ricorso ai riti orgiastici omo- ed etero (che solo accenno).

Si tratta in realtà di due componenti del culto tributato dalle menadi, dai fallofori e dalle tiadi a Dioniso-Bacco in Grecia, ma ben lungi dal farne un’interpretazione, più o meno seria, o letterale, gli Gnostici vi contrapposero un complesso mitologico e ritualistico che superava, per intensità e suggestione, il mito dionisiaco originario. “A ognuno dei vostri Dei voi date come attributo il grande e misterioso simbolo del serpente” rimproverava Giustino martire (Apologiae) ai Pagani, precisando, in nome dei Cristiani: “Noi chiamiamo il capo dei demoni Serpente, Satana e Diavolo” e Gesù Cristo “è diventato uomo per mezzo della Vergine, affinchè la trasgressione nata con il serpente fosse cancellata con lo stesso mezzo che gli aveva dato origine” (Dialogo con Trifone, 100-3). Clemente alessandrino nel suo Protrettico ai Greci, esortando quest’ultimi a farsi cristiani, dimostrando e biasimando l’oscenità della loro religione, insiste sul simbolismo fallico-lingamico del serpente nei Misteri sincretistici di Sabazio, dio traco-frigio e geto-dacico dell’orzo (il cui culto introdotto ad Atene, affine a quello dionisiaco-bacchico, era a carattere orgiastico), durante i quali gli iniziati del culto di Demetra e Kore (Persefone), regina dei morti e degli inferi, subivano il contatto con questo rettile per rappresentare l’unione di Zeus con la propria figlia Persefone. “Fanno scivolare un serpente nel loro seno, quale testimonianza del terribile atto (incestuoso) compiuto da Zeus”. IL grosso colubro della Macedonia, innocuo e facilmente addomesticabile, veniva usato molto spesso nei riti dei templi pagani .[1]

Noi Gnostici ci troviamo quindi messi in mezzo tra i Cristiani (per i quali il serpente è sinonimo di Diavolo o Satana) e i Pagani egiziani, greci e persiani (che lo considerano invece una divinità ctonia decisamente benevola). Infatti, secondo l’Apocrifo di Giovanni ed il Testimone di Verità, il serpente (hewia cioè Istruttore, dal verbo ebraico hawa, Istruire), simbolo di sapienza divina, insegna ad Adamo ed Eva a resistere alla tirannia di Dio (padrone geloso per l’Apocrifo di Giovanni: II,11,8-13,13) nel giradino edenico.

In Egitto l’ureo (ouràios, il cobra), effigiato sul capo del Faraone, garantiva il suo potere di assoluto dominio sui nemici e, durante il basso impero romano, l’immagine dell’universo era rappresentata da un cerchio che aveva come diametro orizzontale un serpente stellato, l’agathodaimon (demone buono), l’Anima del Mondo.  Gli Gnostici hanno unificato le due tendenze oppposte adottando un simbolo ambivalente e, come tale, emblematico del sistema di pensiero ofita, il serpente Ouroboros (che si morde la coda), esprimente ora le tenebre, ora il tempo infinito; che indica e sottolinea, comunque, il limite circolare del mondo umano. L’amuleto gnostico più diffuso è una pietra sulla quale, all’interno del cerchio formato dal serpente Ouroboros, sono incise parole magiche. Già un papiro tradotto da A.J. Festugiere indicava la formula di consacrazione di un anello destinato a garantire il successo di ogni impresa: sulla montatura in oro sono incisi i nomi di Jao Sabaoth, e sul diaspro del castopne l’Ouroboros circoscrive una falce di luna con due stelle alle estremità, sovrastata da un sole con il nome di Abraxas.

I primi alchimisti greci, che erano gnostici, considerarono l’Ouroboros, come l’emblema della dissoluzione della materia, come precisa Olimpiodoro: “IL serpente Ouroboros è la composizione che, nella sua complessa unità, è divorata e fusa, dissolta e trasformata dalla fermentazione” (Commentario a Zosimo). I loro contemporanei ci dicono che coloro che essi chiamavano Naasseni od Ofiti si autodefinivano semplicemente Gnostici. In realtà i gruppi ofiti non avevano affatto scelto i nomi con cui erano definiti. Sapevano di essere designati con un nome particolare (Ofiti), creato dai loro avversari che cercavano così di distinguere le varie sfumature del pensiero gnostico.

I Fibioniti (parola copta che significa umili o poveri: le loro orgie sono descritte da Epifanio nel Panarion, 26-17), gli Stratiotici (in greco soldati), i Barbeliti o Barbelioti (Figli del Signore), i Secundianiti, i Socratiti, gli Zacchei, i Coddiani o Koddiani, i Borboriti ed i Perati (dal verbo greco che significa attraversare, valicare) erano quei gruppi gnostici, privi di un caposcuola e ricordati da Epifanio di Salamina (Panarion) e da Ireneo di Lione (Contro le Eresie, I,30) che non rivendicavano affatto tali designazioni; l’Amelineau ha persino avanzato l’idea che queste denominazioni corrispondesero a diversi stadi di iniziazione alla conoscenza gnostica, che sono stati, poi, confusi ed erroneamente interpretati come i nomi di diverse sette.

Infatti gli Ofiti, o gnostici serpentini, sono suddivisi in numerose scuole, disperse per tutto l’impero romano, che E. Buonaiuti così enumera in modo completo: Borboriani, Barbelioti, Perati, Eufrati, Akembes, Severiani, Fibioniti, Koddiani, Hypitiani, Stratioki, Zacchei, Levitici, Entychiti, Haimatiti, Babilonii, Estotiani, Cainiti, Noachiti, Sethiani, Arcontici, Naasseni, Antitakti, Prodiciani, Adamiani, Valesii, Angelici, Doceti ed Origeniani. IL Buonaiuti vi aggiunge anche Giustino lo Gnostico, Monoimo l’arabo, Paolo e gli pseudo-profeti Marziade, Marsano, Nicoteo e Fosilampe.

Per mio conto, invece, ritengo di suddividere gli Ofiti in due grandi fazioni, che pur professando il medesimo fondo di idee speculative e possedendo i “carismi” dello Spirito Santo (cfr. I Corinti, 12:4ss.) tanto da sentirsi del tutto liberi (al di là del bene e del male: I Corinti , 6:12 e 6: 15-16 più H.C. Puech 1978), seguivano due diverse morali per ascendere verso il Principio primo e divinizzarsi, alzando il loro “livello dell’Essere”. Gli uni (Severiani, Arcontici e Sethiani) praticavano l’ascetismo più rigoroso, mentre gli altri (Nicolaiti, Naasseni, Cainiti, Borboriani ecc.), come Gnostici licenziosi” dediti al kama  o rasasvada[2], si davano sistematicamente a orge rituali di scatenata sessualità (simili a quelle delle scuole tantriche della c.d. “mano sinistra”) ed ai vizi contro natura, seguendo un potente esoterismo spermatico genitale (consumazione di mestruo e sperma misti nella coppa di Barbelon-Pronoia).

Il serpente, comunque, svolgeva una funzione essenziale nell’ambito di tutti i gruppi che si definivano gnostici. I Perati onoravano il serpente universale, il cui simbolo era il serpente di bronzo che Mosè innalzò nel deserto; credevano inoltrte che tutto, nel mondo, fosse sottoposto all’influsso della costellazione del Serpente. IL serpente universale si rivelava, talvolta, con sembianze umane, come “Giuseppe venduto per mano dei fratelli e vestito unicamente con un abito multicolore”, che si identificava con il Verbo Divino: “Secondo loro, l’universo è costituito dal Padre, dal Figlio e dalla Materia. Ognuno di questi tre principi possiede, dentro di sé, delle potenze infinite. Fra la Materia ed il Padre sta il Figlio, il Verbo, il Serpente, in costante movimento verso il Padre immobile e la Materia che vive” (Ippolito).

Similmente, un esoterista moderno, Aleister Crowley, parlando della “corona del mago” con allacciato l’Uraeus d’oro, con la testa eretta ed il cappuccio espanso, tra l’altro, ricorda che il serpente rappresenta Hadit, posto tra Nuit e Materia: “Se levo il capo, io e la mia Nuit siamo una cosa sola. Se abbasso il capo e schizzo veleno, vi è l’estasi della Terra, ed io e la Terra siamo una cosa sola” (Liber Legis, cap. II).

Gli Ofiti, affini ai Valentiniani, a cui forse sono anteriori (ed uno studio serio della loro teologia è comunque tuttora da fare) tributavano il loro culto al serpente di Genesi 3, come colui il quale aveva dato la vera Conoscenza (Daath) agli uomini: così gli uomini meccanici e passivizzati potevano diventare uomini coscienti ed autorealizzati. Similmente oggi Aleister Crowley ripete gli stessi concetti nel suo Liber Al vel Legis (1938), proprio a proposito del Serpente che insegna all’uomo l’iniziazione nell’Eden e lancia il motto “conosci te stesso”. I Naasseni avevano anche elaborato un “diagramma-mandala” (ricordato da Celso) dell’Universo e dei mondi ultraterreni, formato da cerchi concentrici, dei quali due, all’esterno indicavano il regno del pleroma divino al di là del cielo delle stelle fisse; sotto, un cerchio giallo circoscritto da un cerchio azzurro, delimitava il regno intermedio, sede dei 12 Angeli di Elohim; al centro il regno terrestre era circoscritto dal serpente Leviathan, avvolto in 7 cerchi (“7 cieli” con il Demiurgo e 6 Arconti) che raffigurano il movimento dei pianeti intorno alla terra.

Quindi i Naasseni, (dall’ebraico Nahash, serpente) che si basavano sulle lettere di Giacomo “Domini frater” a Marianna, sono così chiamati per il loro culto del serpente. Essi si fanno rientrare fra gli Ofiti ed appartengono molto probabilmente alla Gnosi egiziana, perché due testi tramandatici dai papiri di Nag Hammadi  sembrano coincidere con quelli sacri della scuola. I Naasseni consideravano il serpente come una forza macrocosmica, cioè la Luce astrale studiata da Eliphas Levi (per me, invece, forza concentrata, sul piano microcosmico, nel muladhara-chakra), identificata con il Noùs (prima legge generatrice del mondo), che infonde anche alle pietre il desiderio di possedere un’anima.

Il serpente si sdoppia nella forza oscura magnetica di Satana ed in quella elettrica luminosa di Lucifero: il serpente Ouròboros indica le due forze contrapposte che si compenetrano (unione simbolizzata dal caduceo di Hermes) nel divino Noùs e che eternamente gira nei cicli cosmici. Ma, a differenza degli altri Ofiti, i Naaseni imperniavano il loro sistema sull’uomo primordiale androgino Adamas (noto ai Templari come Baphopmet). Adamas, il Primo Uomo, è l’uomo (Anthropos) primordiale celeste del Maestro Colorbaso, contrapposto, come “duo immortalia nomina”, all’Adamo terrestre, controparte imperfetta del modello divino, perché diviso in Maschio e Femmina. Ne parla Ippolito di Roma[3], ed essi compongono L’Adamas in 3 elementi (razionale, spirituale, corporale), sostenendo che “la conoscenza di esso, è l’inizio della perfezione; la conoscenza di Dio, ne è il perfetto compimento”.

Gli elementi costitutivi dell’Adamas si raccolsero perfettamente insieme nella figura di Gesù Cristo, nato dalla vergine Maria. Parlavano questi tre elementi in lui, secondo la propria potenzialità. E poiché l’umanità è divisa in tre categorie (angelica, spirituale, materiale) così dall’opera cristica sorsero tre chiese (angelica, spirituale, corporale): i nomi di esse sono: “Eletta”, “Chiamata”, “Prigioniera”.

Per me, oggi, la figura che meglio incarna il Bisessuale, un derivato spirituale dell’Anthropos androgino (l’androgino è studiato da J. Evola, M. Eliade ed E. Zolla) è il viado. La potenza del suo membro virile indica la forza energetica della “Vita del Padre”, che “penetra” (ossia pervade) sia uomini che donne. Come dice A. Crowley, il serpente Ouròboros è il “Demonio del libro di Toth e il suo emblema è Baphomet, l’Androgino (= Primo Uomo Adamas) che è il geroglifico della perfezione arcana”. IL numero della sua “chiave” (Atu) è XV=Yod (1-10-Padre) Hé (H-5-Madre) del monogramma IHVH (Jehovah o Jahvé) dell’Eterno (Padre unito alla Madre, seme unito allo spazio, Vita ed Amore) e la sua lettera è “l’Aym, l’occhio; Egli è la Luce e la sua immagine zodiacale è il Capricorno, quale capra rampante il cui attributo è la libertà”.

Dunque Satana-Padre Universale è il Demonio il cui emblema è l’ermafroditico BAPHOMTr, il Serpente di Genesi 3 (per A. Crowley non l’Avversario dell’uomo, ma colui che gli insegnò l’iniziazione). A mio parere il Baphomet, emblema del Demonio del Libro di Toth, è l’Unità suprema racchiusa nell’androgino Adamas, mentre BAPHOMTr è l’Ermafrodito connesso al culto dei Naasseni, la “Vergine dei due sessi” incarnata nel viado Sylvia Holland. Adamo giaceva sul suolo[4] fermo senza vita, “come una statua, immagine dell’uomo superiore, Adams; e fu creato da molte potenze”.

Perché il grande Uomo dall’alto (o megas anthropos anothen), la Doppia Potenza dalla quale ha tratto origine ogni paternità che ha nome in terra e nei cieli (Epifanio: 3, 15) “vernisse completamente asservito, gli è stata data anche un’anima, affinchè per mezzo di essa soffrisse e fosse ridotto in schiavitù l’essere creato dal grande bellissimo perfetto uomo” (Ippolito: V.7, 7-8). L’anima (in greco psyche), elemento divino immanente nel mondo della materia, creata da Esaldaios (= El Salday o Jaldabaoth op Demiurgo, il quarto perché viene dopo il Diosuperiore, il Logos ed il Chaos) alla quale da vita e movimento, è il figlio dell’Uomo Primordiale dalla Doppia Potenza, imprigionato nel corpo del terreno Adamo. Come anima questo elemento divino presente in ogni uomo si trova nel mondo della materia come in carcere, in un luogo d’oblio, in una tomba, nella quale è duramente punito (“corruzione” o Luna Nuova) e dalla quale anela a liberarsi per risalire in alto (“rigenerazione” o Luna Piena), dond’è la sua origine. La sua liberazione si realizzerà per mezzo del Logos divino (Ippolito: cit. e seg.).

I Naasseni rappresentano in maniera quasi emblematica la volontà di sintesi che caratterizzava la Gnosi: consideravano Omero un profeta superiore a quelli biblici, il loro libro sacro era il “Vangelo secondo gli Egiziani”; tutti gli elementi cristiani del loro mito provenivano dall’insegnamento che Giacomo, il fratello del Redentore, avrebbe trasmesso ad una donna, Mariamne, moglie del re Erode il Grande. Essi cercano, per mezzo dei Misteri, escludendo la Bibbia, che cosa sia e donde provenga l’anima, “di che natura sia, perché venuta nell’uomo e avendolo animato assoggetti e punisca l’essere creato dall’uomo perfetto (Uomo Primordiale dal doppio scettro)”. Trattano poi delle trasformazioni dell’anima usando il “Vangelo secondo gli Egiziani”, ma si trovano in difficoltà, “come tutti i pagani”, se essa provenga dall’Essere preesistente (ek tou proontos) oppure dall’Autogenerato (ek tou autoghenous) ovvero dal grande Chaos-Abisso diffuso; cioè dal principio superiore (preeesistente ed autogenerato) o dal principio inferiore (Chaos o materializzazione della Luce astrale), fra i quali si estende l’anima (del Mondo), elemento divino subordinato che collega i due opposti (collegamento inteso, però, come prigionia dell’elemento divino nel mondo); oppure, secondo altri moderni studiosi, dall’Essere preeesistente (ek tou proontos) o dal Figlio del Dio supremo (autoghenés) o dal Chaos (materia; yle).

Allora i Naasseni ricorrono a molti Misteri[5] per spiegare queste cose.

 Guardano ai pagani:

1)    ai Misteri degli Assiri, il cui tricorporeo Gerione è il simbolo della tripartizione dell’uomo in spirito, anima e carne e, quindi, della natura spirituale, psichica e materiale. Gli Assiri chiamano l’anima “Adone” o “Endimione”, perché nel mito Adone è “tre volte desiderato”: da Afrodite, Core e Selene, simbolizzazione della tripartizione dell’anima umana nei predetti elementi. Tutto il mondo, comprese le parti celesti (“anima2 come Selene che desidera Endimione) e quelle sotterranee (“anima” come Persefone o Core che si innamora di Adone), aspira all’unione con l’anima (come Afrodite -generazione - che si innamora di Adone).

2)    ai Misteri dei Frigi: la mutilazione di Attis ad opera della Grande Madre degli Dei simboleggia la liberazione dell’anima  dalla materia e la sua ascesa celeste.

3)    a Rhea, madre di Attis e Lettera.

4)    ai Misteri degli Egiziani: l’anima è “il Regno dei Cieli che si trova dentro l’uomo” di cui parlano nel Vangelo di Tommaso con l’oscuro riferimento al 14° Eone.

5)    ai Misteri egizi di Iside e Osiride, dove Iside “dai sette mantelli e nal nero vestito” è la natura con i sette pianeti, in cerca del membro virile di Osiride (ovvero l’acqua o forza divina immanente nella materia): a conseguire tale energia divina aspira tutta la natura cosmica.



[1] Cfr. Alain Danielou:”Shiva e Dioniso”, Astrolabio-Ubaldini, Roma 1980

 

 

[3] “Confutazione di tutti gli eretici”, (V, 7, 2-9, 9).

[4] Prodotto della terra: cfr. i miti dei Greci della Beozia sui Cureti del monte Ida, i miti dei Coribanti frigi, Pelasgo, Eleusi e Disauli, i Cabiri, Pellene, Alcioneo e Flegreo, il libico Garamante, l’assiro Oannes, l’Adamo caldeo.

[5] Erano devoti ai Misteri della Grande Madre del culto frigio di Attis.