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Raccolta completa di incisioni, tratte dalla Tribuna illustrata, con immagini di episodi della guerra di Abissinia (1895-1896)


Con il termine di Guerra di Abissinia (o Prima guerra italo-etiopica) si indica il conflitto intercorso tra il dicembre del 1895 e l'ottobre del 1896 tra il Regno d'Italia e l'Impero d'Etiopia. La guerra si concluse con una dura sconfitta per le forze armate del Regno d'Italia e con la firma della pace di Addis Abeba, con cui veniva riconosciuta la piena indipendenza dell'Etiopia.

Nel gennaio del 1895, per ampliare i confini della colonia dell'Eritrea, le truppe italiane del generale Oreste Baratieri avevano invaso la regione di Tigrè, formalmente parte dell'impero etiopico ma governata di fatto autonomamente dal Ras Mangascià. Le truppe italiane sconfissero i guerrieri di Mangascià nella battaglia di Coatit, occupando gran parte della regione e stabilendo guarnigioni ad Aksum, Adigrat, Macallè e sul colle dell'Amba Alagi. Il 9 ottobre le truppe di ras Mangascià sono definitivamente disperse a Debra Ailà dopo un breve combattimento.


Il negus  d'Etiopia Menelik II era rimasto neutrale, ma quando Mangascià, sconfitto, gli si sottomise spontaneamente, decise di intervenire. Radunato il suo esercito, forte di 100.000 uomini, Menelik prese a pretesto l'invasione italiana del Tigrè per muovere guerra all'Italia.


Le truppe italiane nella colonia ammontavano a circa 36.000 uomini; nel Tigrè il grosso delle truppe era dislocato ad Adigrat e Macallè, con un reparto avanzato agli ordini del maggiore Pietro Toselli posizionato sullo strategico colle dell'Amba Alagi. Gli avamposti di Toselli  impegnarono in una breve scaramuccia ad Atzalà l'avanguardia dell'esercito etiope, forte di 30.000 uomini; Toselli, che disponeva di soli 2.500 uomini, fece ripiegare tutte le sue truppe sul colle dell'Amba Alagi, dove le sue truppe vennero circondate e completamente distrutte il 7 dicembre, perdendo anche il loro comandante. Un centinaio di superstiti raggiunse quello stesso pomeriggio il villaggio di Aderà, dove si incontrò con la colonna di rinforzi guidata da Arimondi; attaccata da truppe nemiche, la colonna ripiegò verso Macallè, dove giunse il giorno seguente.


Resosi conto della superiorità numerica degli etiopi, Arimondi decise di evacuare anche Macallè e di ripiegare su Edagà Amus, dove si stava riunendo il grosso delle forze italiane guidate dal generale Baratieri. A Macallè venne lasciato il maggiore Giuseppe Galliano al comando di 1.300 uomini con il 
compito di tenere il più a lungo possibile lo strategico forte di Enda Jesus. Pochi giorni dopo il forte venne assediato dall'esercito etiope, guidato dallo stesso Menelik. Respinti gli assalti etiopi, l'assedio si trascinò stancamente per due mesi, mentre tra il negus e Baratieri si svolgevano intensi contatti diplomatici. Quando ormai Galliano stava per capitolare per mancanza di acqua, il 21 gennaio 1896 ricevette l'ordine di abbandonare il forte in cambio di
un salvacondotto per rientrare con la sua guarnigione nelle linee italiane.


Il 29 gennaio l'esercito del negus passò attraverso Hausien dirigendosi verso Enticciò e la zona di Adua. Per parare questa minaccia Baratieri spostò il suo esercito dalla zona tra Adigrat ed Edagà Amus verso la regione di Enticciò, attestandosi su una solida posizione difensiva sul monte Saurià.

Menelik mosse il 13 febbraio con le sue forze verso le posizioni italiane, salvo poi indietreggiare ed attestarsi in posizione difensiva nella conca di Adua, a soli pochi chilometri dalle posizioni italiane di Saurià. Preoccupato per l'andamento della guerra, il 21 febbraio Crispi decise di inviare consistenti rinforzi in Eritrea, e di sostituire il cauto Baratieri con il generale Antonio Baldissera.


Nel frattempo, entrambi i contendenti continuavano a fronteggiarsi rimanendo sulle proprie posizioni; la situazione logistica dei due eserciti andava peggiorando, soprattutto per quello italiano, nelle cui retrovie erano scoppiate diverse rivolte da parte delle popolazioni precedentemente assoggettate. La sera del 27 febbraio Baratieri chiese consiglio ai suoi generali sulla linea da condurre: Baratieri era più favorevole ad una ritirata strategica verso i confini della colonia, ma tutti i generali si espressero invece per condurre un attacco immediato contro l'esercito del negus. La sera del 28 febbraio Baratieri prese quindi la sua decisione: le truppe italiane si sarebbero mosse la sera successiva per occupare con il favore delle tenebre alcune colline più vicine al campo etiope; nelle intenzioni di Baratieri, questa mossa doveva obbligare il negus o a dare battaglia o a cedere il campo e ritirarsi.


La sera del 29 febbraio, le truppe italiane, divise in quattro brigate, si misero in marcia alla volta della conca di Adua. Il coordinamento e i collegamenti tra le varie unità erano pessimi, aggravati dalla scarsa conoscenza del terreno e dalla mancanza di mappe affidabili. All'alba del 1º marzo 1896, le brigate italiane si ritrovarono sparpagliate e scollegate tra di loro, offrendo all'esercito del negus l'opportunità di affrontarle una alla volta e di schiacciarle con il peso dei numeri. Nel pomeriggio la battaglia era terminata: l'esercito italiano era stato distrutto un pezzo alla volta, con la perdita di 6.000 uomini uccisi, 1.500 feriti e 3.000 presi prigionieri. I resti del corpo di spedizione vennero fatti ripiegare in Eritrea.


La disfatta di Adua generò pesanti proteste di piazza in Italia; il governo Crispi venne costretto alle dimissioni e rimpiazzato dal governo di Rudinì II. Baratieri, richiamato in Italia, dovette affrontare un processo davanti ad una corte marziale, da cui uscì assolto ma con un severo rimprovero che distrusse di fatto la sua carriera militare. Il suo posto venne preso da Baldissera, che iniziò a concentrare le sue forze e i nuovi rinforzi giunti dall'Italia ad Asmara; le residue posizioni italiane nel Tigrè vennero abbandonate, ad eccezione del forte di Adigrat, dove il presidio italiano del maggiore Marcello Prestinari rimase assediato dalle truppe etiopi.


Dopo aver respinto alcune incursioni dei ribelli sudanesi contro il presidio italiano dislocato a Cassala, Baldissera ricondusse le sue truppe nel Tigrè ai primi di aprile; le truppe etiopi nella regione opposero scarsa resistenza, preferendo ritirarsi davanti agli italiani. Baldissera avrebbe voluto proseguire nella campagna, ma il governo gli ingiunse di sgombrare il forte di Adigrat e di ripiegare con tutte le sue truppe in Eritrea, mossa portata a termine tra il 15 e il 22 maggio. Ormai il governo italiano si era convinto a cercare una soluzione diplomatica alla guerra; nell'ottobre del 1896, dopo lunghi negoziati, si giunse alla firma del trattato di pace di Addis Abeba. 


Sullo sfondo: Paesaggio Etiope (da Flikr)

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