il pensiero economico liberale

La dottrina del liberalismo economico era stata elaborata nella seconda metà del Settecento in Francia dai fisiocratici e in Inghilterra da Adam Smith. Smith aveva affermato che la ricerca dell’interesse personale promuove il bene comune, essendo l’accrescimento del benessere il presupposto di ogni progresso. 
All’inizio dell’Ottocento la teoria economica liberale viene formulata in stretta connessione con il liberalismo politico soprattutto da Say, Malthus e Ricardo.

Jean-Baptiste Say
iniziò la sua carriera come giornalista per poi diventare professore universitario e divulgatore del pensiero di Adam Smith. Say non si limitò tuttavia a esporre le tesi del maestro, ma le fece oggetto di critiche importanti, provvedendo così a integrarle. In primo luogo, egli attribuisce nelle sue analisi pari importanza ai prodotti immateriali e a quelli materiali; in secondo luogo, considera terra, capitale e lavoro come fattori della produzione di pari rango; in terzo luogo ripensa, a partire da tutte le sue possibili implicazioni, il problema degli “sbocchi”. Say sostiene che già il semplice fatto della fabbricazione di un nuovo prodotto crea immediatamente possibilità di sbocco per gli altri prodotti, dal momento che il produttore non lascia inoperoso il valore del suo prodotto, ma lo vuole vendere al più presto per poi spendere di nuovo il ricavato il più presto possibile nell’acquisto di un altro bene; da ciò egli trae la legge secondo la quale produzione di beni e domanda di beni sono sempre uguali, un’idea che sarebbe stata messa ampliamente in discussione dagli economisti successivi.
Per Say la distribuzione del reddito è regolata dal principio secondo il quale ciascuno ottiene un giusto compenso per il contributo reso al bene comune, mentre dalla teoria della popolazione di Malthus egli deriva la certezza che non vi possa essere disoccupazione permanente. Infatti se la domanda di forza-lavoro fosse inferiore al numero di coloro che cercano lavoro, i salari diminuirebbero sino a raggiungere un livello tale da non consentire all’intera classe dei poveri di mantenersi; le famiglie con troppi figli e quelle colpite da troppe malattie verrebbero distrutte, l’offerta di forza-lavoro crollerebbe, e di conseguenza aumenterebbe di nuovo il prezzo del lavoro.
Tutto il suo sistema si basava su una incondizionata difesa dello status quo del libero gioco delle forze economiche.

Thomas Robert Malthus
, figlio di un nobile di campagna, prima sacerdote in provincia, poi professore di storia e di economia politica al college della Compagnia delle Indie Orientali, divenne famoso con la pubblicazione del Saggio sul principio di popolazione, uscito anonimo nel 1798.
In netto contrasto con Smith, Malthus sostenne la tesi che la libertà non implica necessariamente un aumento del benessere del popolo, Malthus è convinto che la popolazione, se la sua crescita non viene ostacolata, si raddoppi ogni 25 anni, e che quindi aumenti secondo una progressione geometrica. Ritiene quindi impossibile un incremento corrispondente della produzione di mezzi di sostentamento, che si sviluppa infatti secondo una progressione aritmetica. Si profilano di conseguenza catastrofi politiche e sociali, e poiché una plebaglia priva di proprietà era agli occhi di Malthus una grave minaccia per la libertà, si doveva frenare l’aumento demografico.
Malthus reputava impossibile un intervento dello stato, mentre i metodi anticoncezionali contrastavano con le sue convinzioni cristiane. L’unica strada percorribile era quindi quella della continenza, dell’innalzamento dell’età matrimoniale e di quella della maternità. Malthus infatti considerava la società divisa in due classi: quella grande, che metteva a disposizione la propria forza-lavoro ed era poco interessata al miglioramento delle condizioni generali della società, e quella piccola, che accumulava capitali e li investiva in migliorie. Il contributo al progresso da parte della grande massa doveva consistere in una sorta di temperanza morale; gli strati della popolazione nullatenente o con redditi bassi dovevano essere costretti dalla forza delle circostanze a sposarsi molto tardi o a non sposarsi affatto. Con la revoca delle leggi sui poveri si sarebbe ulteriormente evidenziato questo elemento di costrizione.
Aspirando all’uguaglianza giuridica ma non a quella materiale, il sistema liberale appariva a Malthus la barriera più solida contro la miseria delle masse, nonché uno strumento efficace di promozione del progresso.
Nel 1820 con i Principi di economia politica, Malthus inizia a mitigare le sue teorie sostenendo che l’aumento della produzione presuppone una crescita della domanda e che quindi si possono sicuramente verificare crisi di sovrapproduzione caratterizzate da un eccesso di capitale rispetto alle possibilità di smercio. Malthus propone come rimedio le opere pubbliche, l’aumento del commercio interno e quello delle esportazioni, intervenendo questa volta sul problema della povertà e della miseria con mezzi di politica economica, rettificando in parte le tesi sostenute vent’anni prima.

David Ricardo
era un agente di cambio inglese, anch’egli come Malthus e Say, non vede ragione alcuna di modificare le strutture sociali esistenti.
Ricardo dedica la sua ricerca scientifica ai problemi della distribuzione del reddito e della crescita economica. La sua pubblicazione più importante furono i Principi di economia politica e dell’imposta (1817), un libro che dettò legge per mezzo secolo in Inghilterra e che esercitò una notevolissima influenza anche all’estero.
Ricardo distingue tre classi: i proprietari terrieri, i capitalisti e i lavoratori. I primi ricevono delle rendite perché fanno lavorare altri sulla propria terra, ossia gli affittuari; i capitalisti traggono profitto dall’investimento di capitale; i lavoratori percepiscono un salario per l’impiego che altri fanno della loro forza-lavoro. Ricardo era scettico nei confronti del proletari, in quanto si trattava di un ceto sociale improduttivo, e considerava gli operai passivi, mentre le sue preferenze andavano tutte alla classe dei capitalisti. Diversamente da Say, Ricardo non riteneva corretto determinare il valore di una merce sulla base del meccanismo della domanda e dell’offerta; il prezzo di mercato avrebbe infatti potuto oscillare molto, e per questo motivo si sarebbe piuttosto dovuti partire dal prezzo naturale, derivato dalla quantità di lavoro contenuta in ciascuna merce.
Il prezzo naturale della merce-lavoro è definito da Ricardo come quel “prezzo che mette in grado i lavoratori, nel complesso, di sussistere e di perpetuarsi senza aumenti né diminuzioni”, potendo può variare da paese a paese, a seconda delle specifiche abitudini e dei rispettivi usi.
Ricollegandosi al pensiero di Malthus, Ricardo manifesta la convinzione che l’offerta di forza-lavoro aumenterà più della domanda, e che quindi i salari si abbasseranno. Come Malthus, anche Ricardo si attendeva molto dalla temperanza dei lavoratori ed era contrario alle leggi sui poveri: come lo stato non doveva intervenire in altri tipi di contratto, così non lo doveva fare nemmeno nella determinazione del salario.
Constatava, inoltre, una tendenza al ribasso anche per i profitti capitalistici, prevedendo infatti che l’aumento della popolazione avrebbe imposto la coltivazione di terreni sempre meno fertili; ne sarebbe derivato un aumento della quota delle rendite fondiarie in rapporto al complessivo reddito nazionale. Poiché i salari, fissati a livello minimo di sussistenza, si sarebbero invece mantenuti pressoché costanti, a diminuire sarebbe stato necessariamente il volume dei profitti da capitale. Questa tesi era considerata da Ricardo una legge fondamentale dello sviluppo economico, che lasciava presagire scenari inquietanti. Era convinto che le innovazioni tecnologiche, e soprattutto il passaggio al libero commercio, avrebbero rallentato la caduta dei profitti, così che la sua posizione risultava nel complesso solo moderatamente pessimistica.
Ricardo diede un contributo essenziale alla dottrina del libero commercio, ogni paese, secondo questa dottrina, importava dall’estero quelle merci i cui costi in patria erano relativamente più alti, mentre esportava ciò che in patria era relativamente meno caro: era questo il motivo per cui pensava che il libero commercio fosse sempre vantaggioso. Il presupposto di questo meccanismo era che dovunque dovesse esserci lo standard aureo e che non venissero innalzate barriere doganali.
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