Scienza e retorica

Sul rapporto tra scienza e retorica, da alcuni considerato anomalo e fuorviante nel quadro della ricerca rigorosa, lo studioso Paolo Rossi si esprime ripristinandone legittimità e perfino necessità sul piano della divulgazione agli albori della scienza moderna.  “Il 21 dicembre del 1613 Galileo Galilei scriveva a Benedetto  Castelli una lettera destinata a diventare uno dei testi più significativi e più noti dell'intera storia della scienza. Galilei vi si dichiarava, per la prima volta in forma non privata, un seguace della nuova astronomia copernicana e soprattutto si interrogava sui rapporti tra scienza e teologia, tra il libro della natura e il libro sacro. Andrea Battistini, che ha dato contributi di grande rilievo agli studi su Giambattista Vico e che aveva già pubblicato presso Laterza un limpido profilo di Galilei, riesce a dire cose nuove su questo testo tanto a lungo esplorato. In uno dei capitoli centrali del libro riproduce la lettera numerandone i capoversi, commentandoli in modo analitico e dimostrando, in modo impeccabile, che quella lettera è, per intero, costruita seguendo le partizioni oratorie e le connesse tecniche descritte nella pseudociceroniana Rhetorica Herennium e del De invenzione di Cicerone. Nell'ottica galileiana, la scienza si serve e non può non servirsi della retorica.
Essa non è affatto scomparsa, come qualcuno ha sostenuto, quando si è affermata la scienza moderna, né è vero che usata per essa abbia trovato spazio solo in epoche poco "scientifiche". Gli interlocutori - nel corso della prima Rivoluzione Scientifica - non sono soltanto due: il filosofo naturale e il libro della natura. La partita viene giocata a tre. Il filosofo deve insieme e contemporaneamente interrogare la natura e persuadere i suoi contemporanei nonché i detentori del potere della validità del suo modo di interrogare, della verità delle risposte che ritiene di aver ottenuto, del carattere non eretico o empio delle sue tesi.(…) L'età del barocco è un'età piena di violenza e di tragedie, che vede la fine di molte grandi certezze e la crisi di molti grandi racconti. In quella età drammatica si va anche configurando un nuovo profilo dell'uomo di scienza che scopre i segreti della natura e insieme la esalta come vivente prova della grandezza del Creatore. Galilei è ancora un umanista. Può discutere con pari competenza della caduta dei gravi e della Divina Commedia, E tuttavia la sua epistemologia contribuisce a frantumare l'unità del sapere teorizzata dagli Umanisti. In questo senso egli davvero incarna la cultura dell'età barocca lacerata da spinte centrifughe, dalla contrapposizione aspra delle tesi, dalla tragedia delle condanne della nuova scienza e insieme tesa nel gigantesco sforzo di garantire ancora una qualche unità a un caos.[1]



[1] Paolo Rossi, Galileo, propaganda per la verità, Il Sole 24 ore,  19 novembre 2000

 http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/001119d.htm . Sempre di Paolo Rossi suggeriamo il testo Attualità di Galileo Galilei http://www.df.unipi.it/~rossi/ATTUALITA_DI_GALILEO.pdf

 

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