Galileo Galilei e il rapporto con la Chiesa

Il fisico Nicola Cabibbo considera Galileo “uomo della comunità ecclesiastica”, e colloca la maturazione del suo pensiero laico nel contesto delle problematiche che la Chiesa del Seicento considerava aperte nel suo rapporto con la cultura e la scienza. Continua Cabibbo:

“Del resto, la disputa non era scientifica, cosmologica, ma filosofica. E verteva su un problema di fondo: le Sacre Scritture sono istruzioni che spiegano come andare in cielo o che mostrano come il cielo sia costruito?

Ovviamente, per Galileo le Sacre Scritture non potevano essere in contrasto con quello che era osservabile con gli occhi e comprensibile con il metodo della scienza. E quel che Galileo aveva visto e ricostruito era un cielo molto più fisico, dinamico, di quanto si pensasse fino a quel momento. Un cielo drammatico, dove addirittura il Sole ruota su se stesso e la sua superficie è costellata da macchie. E la Luna, invece di essere un ricamo in grigio, ospita montagne e crateri vertiginosi. E Venere ha quelle fasi che dimostravano - peraltro - quanto Copernico avesse ragione. Solo che Copernico pubblicò le sue note solo in punto di morte, mentre Galileo aveva una certezza che gli permetteva di parlarne subito: la natura gli inviava un messaggio che non poteva essere sbagliato.

Ma Galileo, come dicevo, era un uomo di Chiesa e nei padri della Chiesa sentiva un conforto: riprendendo Sant'Agostino se non San Tommaso, era certo che le Scritture non potessero essere in contrasto con la realtà fisica. E che, in casi in cui le differenze fossero evidenti, andavano risolte cercando il messaggio vero che il Libro e la Natura volevano inviare.

Quindi il contrasto non fu tanto sul sistema eliocentrico, quello che mette al centro il Sole, ma sull'interpretazione a cui questo sistema obbligava la Sacra Scrittura. Banalizzando, si potrebbe dire che i teologi si arrabbiarono moltissimo perché sentirono la concorrenza di un Galileo "teologico" e non di un Galileo scienziato.

Tant'è che lo stesso scienziato pisano si infuriava quando i suoi avversari non capivano che affermare il contrasto totale tra osservazione scientifica e Sacra Scrittura significava ammettere un errore di queste ultime. Visto che chiunque, con un telescopio, poteva vedere come stavano le cose.

E' curioso come questo contrasto si sia rivelato così duraturo. Prima delle scuse (e dell'ammissione dell'errore) pronunciate da papa Giovanni Paolo II, la Chiesa già nel corso dell'800 aveva però di fatto emendato le proprie colpe. E lo aveva fatto in modo sottile, ma con un segnale inequivocabile. Il deus ex machina, questa volta davvero minuscolo, fu un canonico e modesto astronomo di Roma, Giuseppe Settele. Nei primi dell'800, scrisse un manuale di astronomia copernicana. Che, implicitamente, riconosceva Galileo e le sue osservazioni. Il suo libretto non passò inosservato al Maestro del Sacro Palazzo che, nella Roma papalina, doveva dare il nulla osta alle pubblicazioni. E che, nel caso di Settele, era ben deciso a negarlo. Ma fu il Santo Uffizio ad intervenire. E lo fece con autorevolezza e con durezza, ingaggiando un braccio di ferro da cui il Maestro uscì sconfitto dopo aver rischiato di essere cacciato dalla sua posizione di potere.

Qualche anno dopo, i libri di Copernico uscirono dall'indice e furono permessi dalla Chiesa.

Nel frattempo, ovviamente, qualsiasi astronomo, a prescindere dalla sua fedeltà alla Chiesa, aveva ben in mente i grandi meriti di Galileo. E ne faceva un maestro”. [1]



[1] Nicola Cabibbo, Galileo, una sfida senza fine, in Il Messaggero, 2 dicembre 2001 http://www.swif.uniba.it/lei/rassegna/011202a.htm)

 

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