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Biomasse

Impianti a biomasse: sostenibilità ambientale,
sviluppo delle economie locali,
 promozione della partecipazione democratica

Rete Associazioni e Comitati
per Salute, Ambiente e Sviluppo sostenibile
della provincia di Pavia

Il proliferare di progetti di impianti a biomasse nel territorio provinciale pone l’urgente questione di definire i criteri dell’utilità, dell’efficienza e della sostenibilità ambientale degli impianti stessi. Gli impianti a biomasse producono energia grazie a fonti rinnovabili, inserendosi così negli obiettivi previsti dall’accordo di Kyoto di riduzione delle emissioni inquinanti. I movimenti ambientalisti tuttavia elaborano un’analisi più complessa rispetto a quella che distingue sic et simpliciter fonti rinnovabili e fonti non rinnovabili: le stesse fonti rinnovabili sono valutabili rispetto alla loro sostenibilità ambientale, che non è garantita a priori.
Il presente documento analizza la tematica della produzione energetica a biomasse inquadrandola rispetto alle esigenze economiche, sociali e ambientali dei territori, e si conclude con proposte per il ruolo del settore pubblico nel coordinare, regolamentare e intervenire in questo ambito.
Occorre qui chiarire un principio logico, economico e ambientale: la rinnovabilità delle fonti non è un fine in quanto tale bensì un mezzo per perseguire la sostenibilità ambientale. Il trattato di Kyoto, e gli accordi, i trattati e le leggi conseguenti a livello internazionale, comunitario (europeo) e nazionale, pongono come fine delle politiche pubbliche e degli atti amministrativi la sostenibilità ambientale, da perseguire anche tramite il ricorso a energie rinnovabili.
La produzione energetica, inoltre, non deve essere esaminata sotto il solo profilo delle emissioni inquinanti, ma anche sotto i profili del consumo di suolo (terreni da cui derivano le biomasse), del modello socio-tecnico di riferimento (concentrazione in grandi impianti o diffusione in impianti piccoli a beneficio delle comunità locali), di criteri di efficienza e risparmio energetico, di principi politici e democratici (diffusione delle conoscenze e delle capacità, partecipazione della cittadinanza all’autogoverno democratico delle risorse energetiche e dei territori). E’ quanto riconosce anche il rapporto ONU/FAO “Sustainable bioenergy: a frame work for decision makers” (Aprile 2007) che mette in guardia circa i rischi che la destinazione di terreni alla produzione di biomasse a scopo energetico pone alla sicurezza alimentare e alla salvaguardia di ambiente e biodiversità.
La Costituzione repubblicana attribuisce alle leggi il potere di determinare i programmi e i controlli di un’economia con fini sociali, come recita l’art. 41 della Costituzione:
“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l'attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali”.
I fini sociali determinati dal protocollo di Kyoto e dagli accordi e leggi comunitari e nazionali in materia di disciplina delle fonti rinnovabili indicano come prioritari gli obiettivi di sostenibilità ambientale e di sviluppo economico sostenibile. Questi fini quindi prevalgono su quelli del mero profitto privato: questa considerazione è cruciale nell’esaminare ed intervenire su fenomeni e processi che troppo spesso ignorano, o danneggiano, i fini sociali e i connessi beni comuni (ambiente, territorio, aria salubre). Ogni valutazione su futuri impianti a biomasse deve procedere dalla constatazione che la Provincia di Pavia ha una capacità produttiva energetica già oggi sovradimensionata rispetto alle esigenze di consumo provinciali: le politiche energetiche provinciali devono di conseguenza essere improntate ai principi di riconversione ecologica dell’esistente, di promozione delle economie locali tramite la partecipazione civica, di rafforzamento dell’autodeterminazione delle comunità locali all’interno di quadri normativi e amministrativi più ampi, della tutela e promozione dei beni comuni - con la conseguente subordinazione delle logiche di profitto ai suddetti principi inderogabili. 
La promozione di uno sviluppo sostenibile in campo energetico è un tema che i movimenti ambientalisti italiani pongono come punto di riferimento nella proposta di legge di iniziativa popolare “Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima”, depositata in Parlamento con il sostegno di oltre 160.000 firme e in attesa di discussione. Questa legge di iniziativa popolare, elaborata dal basso dalle Associazioni e Comitati che intendono tutelare l’ambiente e la salute umana e lo sviluppo economico sostenibile, nell’art. 1 commi 1 e 2 specifica gli obiettivi in tema di sostenibilità ambientale e sicurezza energetica del quadro legislativo globale, comunitario e nazionale:
“La necessità di salvaguardare la dinamica planetaria del clima e l’insieme dei cicli bio-geo-chimici ad esso connessi richiedono un impegno urgente per recuperare il ritardo nell’adempimento degli obblighi già previsti dall’accordo di Kyoto, dare piena attuazione alla direttiva comunitaria 2009/28 e ai regolamenti conseguenti al pacchetto clima, realizzare come soglia minima gli obbiettivi “20-20-20” stabiliti dall’Unione Europea e sottoscritti dall’Italia. Tali accordi internazionali prevedono il raggiungimento entro l’anno 2020 dei seguenti obiettivi nazionali:
● aumento dell’efficienza energetica in tutti i settori dell’economia nazionale, nessuno escluso, in modo da raggiungere l’obiettivo di risparmio dei consumi di energia primaria del 20% rispetto alle proiezioni al 2020
● riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 13 % rispetto al 2005, con esclusione delle emissioni disciplinate dal Sistema ETS – Sistema Europeo di Commercio delle Emissioni – come specificato nella decisione n°406/2009/CE del parlamento europeo e del Consiglio dell’Unione Europea e le cui riduzioni sono disciplinate dalla direttiva 2003/87 CE e successive decisioni UE;
● raggiungimento della quota del 17 % di energia da fonti rinnovabili sul consumo complessivo di energia;
● utilizzazione nei trasporti – individuali e collettivi – di una quota del 10 % di energia da fonti rinnovabili, quali a titolo esemplificativo: biocarburanti, biogas, biometano, idrogeno ed elettricità prodotta da fonti energetiche rinnovabili e utilizzata da ferrovie, metropolitane, auto elettriche;
2. La realizzazione della soglia minima di obiettivi di cui al comma 1 è una tappa importante della lotta ai cambiamenti climatici e per la sicurezza energetica attraverso l’uso di tecnologie al livello più basso possibile di carbonio e per avviare la transizione dell’Italia verso un sistema energetico sostenibile e moderno fondato su fonti rinnovabili, efficienza ed uso razionale dell’energia, superando l’uso dei combustibili fossili”.

Come distinguere le energie rinnovabili sostenibili da quelle non sostenibili?
La proposta di legge di iniziativa popolare “Sviluppo dell’efficienza energetica e delle fonti rinnovabili per la salvaguardia del clima” recita (art. 3 p. 3):
“Si intendono fonti rinnovabili sostenibili quelle il cui utilizzo non altera in modo significativo le dinamiche ambientali del territorio in cui vengono realizzate, con particolare attenzione alla biodiversità”.
Il ricorso alle energie rinnovabili dovrebbe quindi considerare gli impatti sul territorio non solo rispetto alle emissioni inquinanti ma anche rispetto al consumo di suolo, alla conservazione della biodiversità, agli equilibri agricolo-economici.
L’articolo 3. p. 5 specifica inoltre:
“In quanto risorsa limitata e pertanto preziosa, l’impiego della biomassa per la sola produzione di energia elettrica, senza cogenerazione, è da considerare non sostenibile”.
Le Istituzioni agiscono, amministrano e regolano in un contesto caratterizzato dalla scarsità di risorse naturali: essendo le biomasse risorse intrinsecamente limitate e scarse, il loro utilizzo deve essere improntato da criteri di massima efficienza energetica, da qui la necessità di limitarne l’utilizzo ad impianti che sfruttino la cogenerazione per evitare sprechi ed inefficienze energetici.

Biodiversità e consumo di suolo
Le biomasse provengono dalla silvicoltura e dall’agricoltura, quindi da ecosistemi e da economie produttive locali che devono essere salvaguardate. Dato lo scenario globale di aumento demografico e dato lo scenario economico da cui deriva la necessità di progettare e prevedere la sostenibilità alimentare e la biodiversità dei nostri territori ed economie, non è accettabile che le biomasse provengano da terreni la cui coltivazione e lavorazione siano ad esse esclusivamente dedicate – la produzione di biomasse non deve mai sostituire la produzione agricola e la silvicoltura. Il rapporto ONU/FAO “Sustainable bioenergy: a frame work for decision makers” (Aprile 2007) mette in guardia circa i rischi che la destinazione di terreni alla produzione di biomasse a scopo energetico pone alla sicurezza alimentare e alla salvaguardia di ambiente e biodiversità. Piuttosto, è auspicabile che le biomasse provengano dagli scarti e dai residui produttivi dell’agricoltura e della silvicoltura, come riconosce l’art. 3 p. 6 della Proposta di legge di iniziativa popolare:
“In generale le biomasse debbono essere prodotte senza riduzione dell’attuale superficie forestale e agricola. E’ vietata la loro importazione da aree sottoposte a deforestazione”.

Economie locali e autogoverno dei territori
L’utilizzo di biomasse per la produzione energetica, fatta salva la necessità di ricorrere a filiera corta, implica la valutazione dei benefici per le economie locali nel regime di promozione delle autonomie locali sancito dall’art. 5 della Costituzione. In particolare, riguardo alla gestione economica dei suoli destinati all’agricoltura e alla silvicoltura, la Costituzione repubblicana e il nostro ordinamento giuridico promuovo la piccola e media proprietà (art. 44 della Costituzione):
“Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà”.
Per le piccole e medie proprietà, e per rispettare il “razionale sfruttamento del suolo” e l’instaurazione di “equi rapporti sociali”, gli impianti a biomasse sono “razionali” e rispettano l’“equità” là dove siano destinati alla trasformazione degli scarti e dei residui produttivi delle piccole medie imprese, soprattutto se collocati all’interno delle rispettive proprietà. In questo caso, gli impianti a biomasse non rispondo a logiche oligopolistiche e di accentramento produttivo e decisionale, bensì a logiche di promozione delle economie locali. Le imprese dedite all’agricoltura e alla silvicoltura possono trarre beneficio dagli impianti a biomasse che trattino i residui e gli scarti di produzione ottenendone efficienza energetica, evitando l’aumento del consumo di suolo, garantendo risparmi sui costi di produzione in bolletta se non ricavi dalla vendita dell’energia non utilizzata direttamente, efficienza dei bilanci per il riscaldamento grazie alla co-generazione e al teleriscaldamento.

Bilancio energetico
Regioni come l’Emilia Romagna e il Piemonte hanno incluso il bilancio energetico (rapporto regionale fra domanda e offerta di energia) come criterio vincolante per l’insediamento di nuovi impianti. Considerare vincolante il bilancio energetico significa promuovere l’autosufficienza energetica dei territori e ostacolare la produzione energetica a meri fini speculativi. Il criterio del bilancio energetico dovrebbe essere valutato in ambito provinciale, dato che la nostra Provincia è esportatrice netta di energia e non necessita di nuovi impianti, e dovrebbe essere oggetto di legiferazione a livello regionale.
Si consideri infine che per l’indice EROEI (il rapporto fra l’energia necessaria a costruire e mantenere la produzione di un impianto rispetto all’energia che ne viene prodotta) le biomasse si collocano fra le fonti rinnovabili meno efficienti nella produzione energetica, da qui la necessità di forti incentivi pubblici per mantenerle sul mercato (contributi CIP6 e borsa energetica nazionale).
Ricordiamo che un impianto fotovoltaico converte circa il 10% dell'energia solare intercettata mentre con le biomasse, a parità di superficie impiegata, otteniamo valori circa 100 volte più bassi. A titolo di esempio un impianto da 1 MWh a biometano (uno dei meno inquinanti) con digestore anaerobico e magazzini occupa una superficie di circa 10.000 m2 pari quasi a quella occupata da un impianto fotovoltaico che produce la stessa quantità di energia. Inoltre costa di più e sono necessari acqua, materiali, energia, tempo e una superficie circa 100 volte maggiore di quella occupata dall’impianto (circa 1.000.000 m2) per coltivare le biomasse necessarie al suo funzionamento. Utilizzando le più efficienti culture dedicate (come mais, soia, e sorgo) con i metodi altamente energivori dell’agricoltura intensiva il bilancio energetico è di poco in attivo in condizioni ottimali e in condizioni ambientali sfavorevoli può facilmente diventare negativo. Inoltre nella maggioranza degli impianti attualmente in funzione il calore generato durante il processo di produzione dell’elettricità è in buona parte sprecato. La ovvia conclusione è che usare coltivazioni intensive dedicate per produrre energia elettrica è poco intelligente, non è sostenibile dal punto di vista ambientale e senza gli incentivi non ci sarebbe nessun tornaconto economico al loro utilizzo. La funzione di questi impianti non sta nel loro limitato potenziale energetico ma è circoscritta al loro utilizzo come strumenti per riciclare rifiuti organici, scarti agricoli e materiale legnoso proveniente dalla corretta gestione dei boschi.

Carichi inquinanti
Rispetto ad altre tecnologie che usano risorse rinnovabili come il fotovoltaico, l’eolico, il geotermico e il termodinamico, gli impianti a biomasse risultano altamente inefficienti nel contenimento di emissioni inquinanti sia nella fase di costruzione sia in quella di mantenimento degli impianti. Le biomasse sottoposte a bruciatura producono emissioni di polveri sottili. Anche il trasporto delle biomasse verso gli impianti è fonte di inquinamento. La maggior parte degli impianti a biomasse che si propongono in Italia, pur nel pieno rispetto delle norme vigenti, peggiora la qualità dell'aria con le emissioni nocive prodotte direttamente dai processi di combustione (ossidi di azoto, polveri fini (PM10) ed ultra fini (PM2,5) e indirettamente (come con quelle del traffico veicolare indotto). Peggiora anche la qualità del suolo e dei prodotti agricoli con le ricadute di composti organici dannosi persistenti (come diossine, furani, idrocarburi policiclici aromatici) e metalli pesanti che si accumulano nel terreno e nella catena alimentare. La quantità e il tipo di inquinanti emessi variano molto in funzione del materiale e delle tecnologie utilizzate. Gli impianti più inquinanti sono gli inceneritori che utilizzano la combustione diretta delle biomasse mentre gli impianti più sostenibili da un punto di vista economico e ambientale sono quelli a biometano (ottenuto dalla purificazione del biogas derivante dalla digestione anaerobica) e quelli a syngas (nel caso in cui il syngas sia stato purificato in modo corretto). Tra diversi tipi di tecnologie ci sono differenze enormi (anche di centinaia di migliaia di volte) nelle emissioni inquinanti a parità di energia prodotta. Per questo motivo non è corretto incentivarle tutte nello stesso modo. Gli impianti a biomasse inoltre possono essere fonte di inquinamento acustico, olfattivo, o di disturbo paesaggistico.

Criteri di insediamento impianti a biomasse
Dato la scarsa resa energetica e il carico inquinante degli impianti a biomasse, nonché il loro impatto paesaggistico e, in alcuni casi, il loro inquinamento sonoro e olfattivo, è necessario diversificare gli incentivi per tali impianti lasciandoli solo nel caso di impianti poco inquinanti (a biometano o a syngas) che vengano installati all’interno di imprese dedite al riciclaggio di rifiuti organici, all’agricoltura o alla silvicoltura, là dove questi impianti siano progettati esclusivamente per lo smaltimento di residui e scarti organici derivanti ad esempio dalla raccolta della frazione umida dei rifiuti urbani, da sottoprodotti dell’attività agricola e dalla corretta gestione dei boschi. Questi prerequisiti fanno esplicito riferimento alla Direttiva 96/62/CE sulla gestione e qualità dell'aria ambiente dei paesi dell'Unione che, all'Articolo 1 individua tra i suoi obiettivi quello di "mantenere la qualità dell'aria ambiente, laddove è buona, e migliorarla negli altri casi". Per amore di brevità stendiamo un velo pietoso sulla qualità dell’aria nella pianura padana. Ricordiamo inoltre l’Articolo 32 della Costituzione: "La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività". I maggiori danni sanitari indotti dalle emissioni ben documentati da migliaia di pubblicazioni scientifiche non sono giustificati dai pochi benefici collettivi prodotti dalla realizzazione degli impianti, il cui principale scopo è quello di massimizzare gli utili dei proponenti in base agli attuali incentivi alla produzione di elettricità da biomasse. A nostro avviso nella maggior parte dei casi è giustificata l'opposizione alla realizzazione di questi impianti sia da parte delle comunità interessate, sia dei loro rappresentanti, in quanto le centrali a biomasse proposte non sono assolutamente una scelta strategica necessaria e utile allo sviluppo del Paese. Non dobbiamo dimenticare che nei prossimi anni è prevista con certezza una grossa crisi alimentare a livello internazionale e quindi il prezzo dei prodotti agricoli, soprattutto quelli ad alto valore aggiunto, è destinato ad aumentare mentre il costo dell’energia prodotta con le altre tecnologie rinnovabili (come il fotovoltaico, l’eolico, il geotermico e il termodinamico) è destinato a diminuire grazie al probabile progresso tecnologico.

 E’ inoltre opportuno vietare l’insediamento di impianti nelle seguenti aree:
1) Nei centri abitati
2) Siti UNESCO (o candidati alla tutela UNESCO)
3) Vette e crinali montani per la tutela dei coni visuali
4) Aree tutelate dalle leggi sull’interesse paesaggistico
5) All’interno del Parco del Ticino, nelle aree di Rete Natura 2000, nei siti di importanza comunitaria (SIC), nelle zone di protezione speciale (ZPS), nei Parchi locali di interesse sovra comunale.
6) Nei geositi.
7) Negli ambiti agricoli strategici (normati da PGT e PTCP), con l’esclusione degli impianti alimentati esclusivamente da scarti e residui di produzione.
8) Aree agricole destinate a prodotti DOP, a produzioni biologiche o interessate dalla risicoltura, con l’esclusione degli impianti alimentati esclusivamente da scarti e residui di produzione.
9) All’interno della Rete ecologica regionale.

Il ruolo del settore pubblico: coordinamento economico e diffusione delle conoscenze e delle competenze
Il settore pubblico può intervenire come legislatore (Stato e Regione), come coordinatore o amministratore (Provincia e Comuni). Auspichiamo che quanto prima il Parlamento discuta la legge di iniziativa popolare sulla pianificazione energetica. Proponiamo a Comuni, Provincia e Regione interventi a favore della sostenibilità ambientale e dello sviluppo economico.
La legge di iniziativa popolare individua come fattori di sviluppo e sostenibilità la moral suasion di cui la Provincia può farsi promotrice e la diffusione di conoscenze e capacità (Art. 20 p. 1 e 2), le Istituzioni possono creare: 
“una rete capillare di agenzie regionali o locali e sportelli energetici degli Enti locali per aiutare i cittadini e le piccole imprese, per aiutare la soluzione dei contenziosi, per fornire assistenza tecnica qualificata agli enti locali nella pianificazione e contabilizzazione dei consumi energetici sul territorio, per promuovere l’efficienza energetica, l’uso razionale dell’energia e le fonti locali rinnovabili, per favorire lo sviluppo del mercato locale dei servizi energetici attraverso azioni di informazione, formazione, indirizzo, pianificazione e contabilizzazione dei consumi energetici a livello locale, guida, per la verifica e sorveglianza del mercato, delle ESCO, dei professionisti e degli impiantisti operanti a livello locale, per la promozione dell’attività di certificazione degli edifici e di diagnostica energetica, per l’accrescimento di competenze tecniche in materia di energia presso Enti locali e operatori, per lo sviluppo di attività di studio, ricerca ed elaborazione dati in materia energetica.
Le agenzie e gli sportelli locali possono avvalersi della collaborazione di Università, di centri di ricerca pubblici e privati, delle associazioni professionali e di categoria del settore”.
La creazione di agenzie e sportelli energetici regionali, provinciali e comunali è essenziale per la diffusione delle conoscenze e delle capacità per installare impianti a biomasse che rispondano ai criteri economici, sociali e ambientali precedentemente illustrati. Inoltre la Regione può legiferare per il rispetto di quei principi e la Provincia può esercitare moral suasion verso i Comuni per la promozione di uno sviluppo sostenibile. La proliferazione di impianti a biomasse, guidata troppo spesso da logiche di mero profitto e speculazione sui territori, richiede con urgenza l’intervento dell Istituzioni per la tutela e la promozione dei beni comuni e dei principi costituzionali e normativi che pongono al centro dell’interesse pubblico il rafforzamento delle economie locali e la salvaguardia del territorio e della salute. 

Gruppo Energia Rete Associazioni e Comitati
per Salute, Ambiente e Sviluppo sostenibile
della provincia di Pavia
– Punti di interesse
Luglio 2012


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da La Repubblica - 26 settembre 2011

L’allarme

Biocarburanti errori di calcolo:"Non riducono le emissioni"

L’Ue sarebbe in procinto di rivedere i target di produzione e consumo dei biocarburati. Gli obiettivi stabiliti si baserebbero infatti su sistemi di calcolo del carbonio inappropriati, obbligando la Commissione a intervenire sulla sua strategia in materia di fonti rinnovabili. La Commissione avrebbe ammesso che potrebbe essere stato commesso un grave errore di calcolo. Qualora fosse così potrebbe rendersi necessaria un intervento di restyling sulle direttive comunitarie in tema di agroenergie. All’origine delle preoccupazioni c’è una ricerca condotta da scienziati e tecnici dell’Agenzia europea per l’Ambiente (Aea), che contestano le convinzioni più consolidate, prima tra tutte quella che le bioenergie siano carbonneutral. Secondo i ricercatori è proprio questa convinzione ad aver condizionato profondamente approccio e misure con effetti inquietanti: prima di tutto gli scenari relativi alla produzione di biocombustibili falsa completamente le ipotesi di riduzione delle emissioni. Le colture dedicate alla produzione di bioenergie non interviene sull’equilibrio prodotto dalla normale coltivazione di piante che comunque sottrarrebbero carbonio all’atmosfera. La legislazione che promuove la sostituzione dei combustibili fossili dalla bioenergia, indipendentemente dalla fonte di biomassa, potrebbe anche causare un aumento delle emissioni di carbonio, accelerando il riscaldamento globale


da www.salvaleforeste.it

Biomasse: 80 scienziati scrivono al Congresso USA
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Mercoledì 18 Agosto 2010 08:30
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Ottanta scienziati hanno scritto ai rappresentanti della Camera e del Senato statunitensi, Nancy Pelosi e Harry Reid, per chiedere maggiore cautela nel computo delle emissioni risparmiate utilizzando le biomasse. L'abbattimento di foreste per produrre energia, spiegano gli scienziati, ha l'effetto di rilasciare in atmosfera carbonio che altrimenti sarebbe sequestrato, in modo non molto diverso da quello che si ha con l'estrazione e la combustione di combustibili fossili.

La maggior parte degli standard per le energie rinnovabili delle compagnie elettriche considerano le bioenergie energie rinnovabili, anche quando le biomasse non eliminano o neppure riducono le emissioni di gas serra. Un articolo pubblicato sulla rivista Sciencie dimostra come nella maggior parte dei casi il conteggio delle emissioni delle biomasse si basa su presupposti errati.
Ogni legge volta a ridurre le emissioni di gas serra, sostengono, deve includere una differenziazione delle emissioni da bioenergia in base all'origine della biomassa, in modo da incentivare le giuste biomasse, quelle che realmente creano una sensible diminuzione delle emissioni.


Onorevole Pelosi e Senatore Reid,
Vi scriviamo per sottoporre alla vostra attenzione l'importanza di un preciso computo delle emissioni di biossido di carbonio emesso dalle bioenergie, nelle leggi e nei regolamenti volti a ridurre le emissioni di gas serra nel settore energetico. Un corretto sistema di calcolo delle emissioni può contribuire alla riduzione delle emissioni di gas serra; un sistema non corretto di calcolo rischia di portare ad un  aumento delle emissioni di gas serra a livello nazionale e internazionale.

La sostituzione di combustibili fossili con le bioenergie non ferma annulla necessariamente le emissioni di biossido di carbonio dai tubi di scappamento e dalle ciminiere. Anche se le emissioni dei combustibili fossili sono ridotte o eliminate, la combustione di biomassa sostituisce le emissioni di origine fossile con proprie emissioni (che possono essere anche più elevate per unità di energia, a causa della minore energia prodotta dalle biomasse in rapporto di carbonio). Le bioenergie possono ridurre l'anidride carbonica atmosferica, se le piante e il suolo riescono ad assorbire più anidride carbonica di quella che avrebbero assorbito senza le bioenergie stesse. In alternativa, le bioenergie possono essere prodotti con residui vegetali, che si sarebbero altrimenti decomposti, rilasciando carbonio in atmosfera. Che il suolo e le piante sequestrino carbonio supplementare per compensare le emissioni della combustione di biomassa, dipende dal tasso di crescita delle piante e dell'assorbimento del carbonio nella biomassa e nel suolo.  Ad esempio, piantare colture energetiche a rapida crescita su terreni altrimenti improduttivi porta a un assorbimento di carbonio supplementare da parte delle piante che compensa le emissioni causate dal loro impiego nella produzione di energia, senza stoccaggio di carbonio nelle piante o nel suolo. D'altra parte, l'abbattimento di foreste per produrre energia, sia per bruciare il legno direttamente nelle centrali o per sostituire la foreste con colture bioenergetiche, ha l'effetto di rilasciare in atmosfera carbonio che altrimenti sarebbe sequestrato, in modo non molto diverso da quello che si ha con l'estrazione e la combustione di combustibili fossili. Questo crea un debito di carbonio, può ridurre l'assorbimento di carbonio da parte della foresta, e  possono quindi aumentare le emissioni nette di gas serra per un lungo periodo di tempo prolungato, incompatibile con gli obiettivi di riduzione indicati per i prossimi decenni.

Molti trattati internazionali, numerose leggi nazionali e perfino le bollette energetiche, calcolano le emissioni da biomasse in modo scorretto, assegnando a tutte le bioenergie una riduzione del 100% delle emissioni indipendentemente dall'origine delle biomasse impiegate. Questo errore viene poi reiterato, escludendo dal computo dei limiti nazionali il carbonio emesso dalle bioenergie, o dai requisiti per ottenere incentivi nelle emissioni da energia. La maggior parte degli standard per le energie rinnovabili per le compagnie elettriche hanno lo stesso effetto, poiché le bioenergie sono viste come energie rinnovabili, anche quando le biomasse non eliminano o neppure riducono le emissioni di gas serra.

Questo approccio sembra basato su un fraintendimento delle linee guida della IPCC. In alcuni scenari, questo approccio potrebbe perfino annullare la maggior parte delle riduzioni di gas serra previste per i prossimi decenni.
Le leggi statunitensi possono influenzare il mondo intero nell'approccio da tenersi alle bioenergie. Una serie di studi su illustri riviste hanno stimato che un computo improprio delle bioenergie su scala globale potrebbe portare a una massiccia distruzione delle foreste del pianeta.

La lezione è che ogni legge o regolamento volto a ridurre le emissioni di gas serra, deve includere una differenziazione delle emissioni da bioenergia in base all'origine della biomassa. L'Accademia Nazionale delle Scienze ha valutato come significativo il potenziale di produzione di energia da biomasse appropriate. Un corretto computo fornirà i necessari incentivi per queste fonti di bioenergia.

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