Il meccanico del villaggio ungherese

 
 IL MECCANICO DEL VILLAGGIO UNGHERESE
(Sottotitolo: "Làszlò Ferenci (nome e cognome inventato e assai comune in Ungheria), Kerékpàr javitò (cioè riparatore di biciclette, effettiva mansione dell'uomo, oltretutto residente non in un villaggio, ma nella periferia estrema di Debrecen)".
81?, 45/35?, Olio, Per. Ungh.
 
Il dipinto è uno di quelli classici, nel caso di chi scrive praticamente l'unico, partito con un'idea ben precisa e arrivato, mercé sua o per superiore influenza di Musa assolutamente non dominabile, con tutt' altri connotati.
Questo l'antefatto: armato di una macchinetta fotografica dell'epoca, di quelle"usa e getta", mi ero recato nell'estrema periferia per fotografare le viuzze lastricate di pietra coi loro stretti marciapiedi su cui si affacciavano, una dietro l'altra, le finestre e le casette, minuscole e graziose, ornate ai lati da simpatici e protettivi alberi con le foglie larghe e verdissime. Mentre ero intento all'opera, improvvisamente mi si para a poca distanza una scena unica: un meccanico, di mezz'età o, forse, più avanzata, la cui faccia bella e rubiconda, sbucava da una casacca blu da lavoro lunga fino ai piedi, era occupato a parlare, con straordinaria, serena, affabilità, con una coetanea signora del luogo.
La scena era così bella e unica che cominciai a inquadrare e a scattare le foto. Proprio mentre stavo per scattare l'ultima, fui intercettato dal meccanico. Ricorderò per sempre, e con un rimorso che non si è più estinto, il viso corrucciato, veramente addolorato, dell'uomo, come se l'avessi colpito con intento offensivo. Mi scusai, cercando di fargli capire, nel mio scarsissimo ungherese, come avessi scattato quelle foto per scopo artistico, che gliene avrei mandato una copia dall'Italia e, soprattutto, ma questo non riuscii a dirlo, incantato da quella scena così bella e inusuale: in essa affiorava proprio la grazia del parlare fra esseri umani, con quel senso di piacere e di trasporto - non si trattava di incontro amoroso - che, ormai, è praticamente impossibile reperire da noi.
Tornato a casa, in Italia, mi misi subito al lavoro, proponendomi di restituire nel quadro (volutamente impostato in una chiave, per così dire, espressionista, con i colori grigio scuro e blu dell'ambiente di lavoro usati anche per il viso) soprattutto quell'espressione beata e sorridente dell'uomo che è possibile rilevare nelle foto. Ma si verificò qualcosa di cui, ancora oggi, non riesco a rendermi conto. Alla fine, l'espressione dell'uomo si inquadrò, sua sponte, in un insieme di pensosità, se non vera tristezza, di cui non sono assolutamente riuscito a liberarmi.
Vedi anche la chiave per svitare, accostata all'orecchio, la camicia dipinta come un baverino da bambino su di un corpo infantile. Solo dopo molto tempo sono riuscito a individuare la mano nascosta che mi aveva guidato: il particolare determinante che mi condusse all'identificazione, furono gli occhiali, neri e severi.
Gli occhiali, appunto, di mio padre, scomparso qualche anno prima, professore di filosofia al liceo, un padre dall'animo pensoso, mite e caro quant'altri mai.
Come l'animo dello sconosciuto meccanico della periferia estrema, ma aggraziatissima, della città di Debrecen.